Ci aveva già pensato Alfred Hitchcock a giocare al delitto perfetto; dimostrando, con rigoroso cinismo, che non esiste e non aveva certo scelto uno sprovveduto per impersonare il marito Barbablù deciso a far fuori la moglie per ereditare la di lei lauta fortuna.
Immaginatevi cosa può succedere quando è Carl Hiaasen a dirigere le danze.
Di tutto.
Sento qualcuno mugugnare nelle retrovie Carl Hiaasen chi? Beh, vorrei far la parte di quella aggiornatissima, che sa tutto, che ha scoperto Hiaasen al primo libro ancora inedito in Italia, mentre tutti si chiedevano perché cavolo Hiaasen si scrivesse con due a. E invece no. Ho scoperto Hiaasen con Una donna di troppo, divertentissimo econoir scovato dalla astuta ciurma di Meridiano Zero.
Carl Hiaasen è un versatile scrittore americano di origine norvegese che ha iniziato la sua carriera occupandosi di giornalismo investigativo e nello specifico dando calci nelle gengive ai politici intrallazzatori della Florida, sviluppando le sue doti di segugio soprattutto sul tema dello sviluppo edilizio a danno dell’ambiente naturale.
Quando è approdato alla narrativa, conscio che si può fare più danno con la fantasia che con la realtà, non ha mollato l’osso e nei suoi libri ha innestato il valore aggiunto dell’ecologismo militante e della denuncia dell’indiscriminato abusivismo e del sistematico avvelenamento dell’ecosistema.
Ecologismo?
Ecosistema?
Che centreranno con il noir direte voi?
Datemi tempo e dissiperò le vostre legittime perplessità. Una donna di troppo è un noir di nuova generazione, un noir che usa la comicità per fare risaltare ancora di più l’impegno e la meritoria lotta del bene contro il male.
Ma andiamo con ordine partiamo dall’ambientazione: immaginiamo l’ex paradiso naturale della Florida del sud, fenicotteri rosa a go go, acque un tempo cristalline, ora un po’ torbide per i pesticidi ma di notte chi se ne accorge quando la luna scintilla e una coppietta di innamorati naviga su un panfilo da mille e una notte, in una sorta di seconda luna di miele per festeggiare l’anniversario di nozze.
Che quadretto romantico direte voi e invece all’improvviso il dramma. Chaz prende la sua bella e bionda moglie per le caviglie, la ribalta dal parapetto e la scaraventa nelle nere e infestate acque dell’Atlantico a miglia dalla costa compiendo ai suoi occhi il classico delitto perfetto.
Non che sia intrinsecamente malvagio il povero Chaz, che a dirla tutta fa anche un poco di tenerezza tanto è stupido, superficiale, sessualmente promiscuo, pure un lampo di rimorso attraversa il suo universo ma non ha scelta. Ha troppo da perdere, ormai convinto che la moglie sia a conoscenza del fatto che è un uomo corrotto, pagato dal vero delinquente della situazione, Red Hammernut, responsabile del più grave disastro ambientale che la Florida ricordi e che sia sul punto di parlare.
Già, ma Chaz non è un uomo fortunato, non è uno di quei baldi simpaticoni a cui la sorte strizza un occhio e solleva da tutte le responsabilità. Joey Wheeler Perrone non ha nessuna intenzione di morire.
E che fa?
Dopo tutto è un ex campionessa universitaria di nuoto, una sirenetta di tutto punto e cosi nuota tra squali, alghe appiccicose e nefaste, meduse, onde salate, correnti atlantiche, e abbarbicata ad una balla di marijuana, (trenta chili di giamaicana, della migliore), abbandonata da un gruppo di allegri contrabbandieri distratti, approda sull’isolotto di Mick Stranahan, ex detective con uno spiccato senso dell’umorismo, un dobermann svitato, 6 ex mogli e un debole per la bionda Joey che, dopo essersi ripresa dal momentaneo sgomento, medita vendetta.
Da questo momento in poi per Chaz non c’è più scampo e, più sprofonda nelle acque melmose dell’incubo e dei suoi peccati, e più il lettore se la ride con un retrogusto di amarezza e di disincanto legato allo spaventoso inquinamento causato dal massiccio afflusso di fosforo agricolo che ammorba i sistemi palustri degli Everglades rendendo impossibile qualsiasi forma di vita.
In un crescendo mozartiano si arriverà alla resa dei conti finale che non sarà certo considerabile come un lieto fine, ma che cancellerà di sicuro dalla faccia di Chaz il suo indisponente sorrisetto di altezzosa impunità. Vedere per credere il destino che Hiaasen ha in serbo per lui.
Dire che nella traduzione c’è lo zampino di Luca Conti, con la brava Luisa Piussi, mi sembra inutile, ma comunque doveroso perché sembra, si mormora, che ci sia ancora gente che pensa che i libri si traducano da soli.
Carl Hiaasen, “Una donna di troppo”, Titolo originale Skinny Dip, pp. 447, 18 euro, Meridiano Zero, 2010.
Tra gli scrittori di thriller nordici merita un discorso a parte Jo Nesbø, norvegese, nato ad Oslo nel 1960, musicista rock, giornalista, molto amato da Michael Connelly, conosciuto in tutto il mondo per la serie del commissario Harry Hole.
Diciamolo subito La lista (The Brass Verdict) edito da Piemme non è una nuova avventura del detective della polizia di Los Angeles, Hieronymus ‘Harry’ Bosch, personaggio fondamentale della produzione letteraria di Michael Connelly. Bosch compare sì, più che altro per una sorta di passaggio di testimone verso il vero protagonista l’avvocato difensore Mickey Haller, entrato in scena per la prima volta nel precedente romanzo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer) e destinato ad occupare un posto di rilievo nella futura produzione di Connelly. Lo so questo lascerà l’amaro in bocca a molti, ma se si supererà la delusione iniziale Connelly è sempre Connelly e il passaggio tra un police procedural e un legal thriller non è poi così drammatico.
Si chiamava Robert William Arthur Cook, ma gli amanti del noir lo ricorderanno come Derek Raymond, pseudonimo con cui firmava uno dopo l’altro i suoi capolavori: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il mio nome era Dora Suarez.
Era da quest’estate che aspettavo L’uomo inquieto di Henning Mankell, edito da Marsilio e tradotto da Giorgio Puleo, ultima avventura, dopo dieci anni di silenzio, del mitico ispettore di Ystad, Kurt Wallander, portato sullo schermo sia da Kenneth Branagh per la BBC, che da Krister Henriksson e da Rolf Lassgard per la televisione svedese.
A volte la vita sa riservarti delle sorprese, tanto più gradite quanto più sono inaspettate. È il caso di Il vento del Texas di James Reasoner che la Meridiano Zero ci propone questo mese e che non passerà di certo inosservato ai cultori dell’ hard boiled anni 70-80. Quelli per intenderci che hanno amato e continuano ad amare autori del calibro di James Crumley, James Lee Burke e Robert B. Parker solo per citarne alcuni.

Svezia, fine di luglio.
Autunno 1931.
Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Sembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in 
























