Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di Una donna di troppo di Carl Hiaasen a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2011

1Ci aveva già pensato Alfred Hitchcock a giocare al delitto perfetto; dimostrando, con rigoroso cinismo, che non esiste e non aveva certo scelto uno sprovveduto per impersonare il marito Barbablù deciso a far fuori la moglie per ereditare la di lei lauta fortuna.
Immaginatevi cosa può succedere quando è Carl Hiaasen a dirigere le danze.
Di tutto.
Sento qualcuno mugugnare nelle retrovie Carl Hiaasen chi? Beh, vorrei far la parte di quella aggiornatissima, che sa tutto, che ha scoperto Hiaasen al primo libro ancora inedito in Italia, mentre tutti si chiedevano perché cavolo Hiaasen si scrivesse con due a. E invece no. Ho scoperto Hiaasen con Una donna di troppo, divertentissimo econoir scovato dalla astuta ciurma di Meridiano Zero.
Carl Hiaasen è un versatile scrittore americano di origine norvegese che ha iniziato la sua carriera occupandosi di giornalismo investigativo e nello specifico dando calci nelle gengive ai politici intrallazzatori della Florida, sviluppando le sue doti di segugio soprattutto sul tema dello sviluppo edilizio a danno dell’ambiente naturale.
Quando è approdato alla narrativa, conscio che si può fare più danno con la fantasia che con la realtà, non ha mollato l’osso e nei suoi libri ha innestato il valore aggiunto dell’ecologismo militante e della denuncia dell’indiscriminato abusivismo e del sistematico avvelenamento dell’ecosistema.
Ecologismo?
Ecosistema?
Che centreranno con il noir direte voi?
Datemi tempo e dissiperò le vostre legittime perplessità. Una donna di troppo è un noir di nuova generazione, un noir che usa la comicità per fare risaltare ancora di più l’impegno e la meritoria lotta del bene contro il male.
Ma andiamo con ordine partiamo dall’ambientazione: immaginiamo l’ex paradiso naturale della Florida del sud, fenicotteri rosa a go go, acque un tempo cristalline, ora un po’ torbide per i pesticidi ma di notte chi se ne accorge quando la luna scintilla e una coppietta di innamorati naviga su un panfilo da mille e una notte, in una sorta di seconda luna di miele per festeggiare l’anniversario di nozze.
Che quadretto romantico direte voi e invece all’improvviso il dramma. Chaz prende la sua bella e bionda moglie per le caviglie, la ribalta dal parapetto e la scaraventa nelle nere e infestate acque dell’Atlantico a miglia dalla costa compiendo ai suoi occhi il classico delitto perfetto.
Non che sia intrinsecamente malvagio il povero Chaz, che a dirla tutta fa anche un poco di tenerezza tanto è stupido, superficiale, sessualmente promiscuo, pure un lampo di rimorso attraversa il suo universo ma non ha scelta. Ha troppo da perdere, ormai convinto che la moglie sia a conoscenza del fatto che è un uomo corrotto, pagato dal vero delinquente della situazione, Red Hammernut, responsabile del più grave disastro ambientale che la Florida ricordi e che sia sul punto di parlare.
Già, ma Chaz non è un uomo fortunato, non è uno di quei baldi simpaticoni a cui la sorte strizza un occhio e solleva da tutte le responsabilità. Joey Wheeler Perrone non ha nessuna intenzione di morire.
E che fa?
Dopo tutto è un ex campionessa universitaria di nuoto, una sirenetta di tutto punto e cosi nuota tra squali, alghe appiccicose e nefaste, meduse, onde salate, correnti atlantiche, e abbarbicata ad una balla di marijuana, (trenta chili di giamaicana, della migliore), abbandonata da un gruppo di allegri contrabbandieri distratti, approda sull’isolotto di Mick Stranahan, ex detective con uno spiccato senso dell’umorismo, un dobermann svitato, 6 ex mogli e un debole per la bionda Joey che, dopo essersi ripresa dal momentaneo sgomento, medita vendetta.
Da questo momento in poi per Chaz non c’è più scampo e, più sprofonda nelle acque melmose dell’incubo e dei suoi peccati, e più il lettore se la ride con un retrogusto di amarezza e di disincanto legato allo spaventoso inquinamento causato dal massiccio afflusso di fosforo agricolo che ammorba i sistemi palustri degli Everglades rendendo impossibile qualsiasi forma di vita.
In un crescendo mozartiano si arriverà alla resa dei conti finale che non sarà certo considerabile come un lieto fine, ma che cancellerà di sicuro dalla faccia di Chaz il suo indisponente sorrisetto di altezzosa impunità. Vedere per credere il destino che Hiaasen ha in serbo per lui.
Dire che nella traduzione c’è lo zampino di Luca Conti, con la brava Luisa Piussi, mi sembra inutile, ma comunque doveroso perché sembra, si mormora, che ci sia ancora gente che pensa che i libri si traducano da soli.

Carl Hiaasen, “Una donna di troppo”, Titolo originale Skinny Dip, pp. 447, 18 euro, Meridiano Zero, 2010.

:: Recensione di L’uomo di neve di Jo Nesbø

3 gennaio 2011

6610-Uomo di neve.inddTra gli scrittori di thriller nordici merita un discorso a parte Jo Nesbø, norvegese, nato ad Oslo nel 1960, musicista rock, giornalista, molto amato da Michael Connelly, conosciuto in tutto il mondo per la serie del commissario Harry Hole.
Piemme ha pubblicato Il pettirosso, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto e negli ultimi mesi del 2010 L’uomo di neve a mio avviso uno dei più belli e dalle recensioni entusiaste dei lettori non sono io la sola a pensarlo.
Jo Nesbø ha uno stile particolare, alcuni l’ hanno paragonato allo stesso Connelly, quello migliore degli inizi, e sicuramente Nesbø è il più connellyano degli scandinavi, seppure ha mantenuto un’ impronta oserei dire regionalista molto marcata, non lo si potrebbe mai confondere con uno svedese per esempio.
Quando gli scandinavi tentano di scimmiottare gli americani producono sempre effetti mediocri, ma in questo caso la similitudine è più che altro incidentale. Nesbø ha un stile unico dicevamo, una sua forte personalità, un grande amore per i dettagli, la quotidianità, delinea sfumature del protagonista che a molti scrittori sarebbero sfuggite, non ne fa un eroe senza macchia e senza paura, lo sgualcisce, ne racconta i difetti, i limiti e ce lo rende umano e avvicinabile.
Ho cercato di intervistarlo più volte ma mi sono sempre imbattuta in un ferreo e cortese assistente che mi diceva che in quel momento era in Tailandia o in qualche altra parte sperduta del mondo e non poteva rispondere alle mie domande. Non mi arrendo e speriamo che con il 2011 abbia più fortuna.
Tornando alla trama di L’uomo di neve tutto ha inizio il 5 novembre 1980. Mentre la prima neve cade dal cielo incolore Sara Kvinsland va a trovare il suo amante lasciando il figlio piccolo in auto ad aspettarla. Solo allora vede un pupazzo di neve con gli occhi e la bocca fatti di piccole pietre nere che disegnano un sorriso e le braccia fatte con due rametti. Anche il figlio l’ ha visto e quando ritorna in auto dice alla madre: “Moriremo”.
Vent’anni dopo nel centro di Oslo al cadere della prima neve una donna Birte Becker scompare, anche lei con un figlio, anche lei con un pupazzo di neve misteriosamente immobile nel giardino.
Harry Hole chiamato ad investigare si rende subito conto che qualcosa non torna, e una lettera anonima lo porta a capire che c’è un serial killer ad Oslo che ha deciso di giocare con lui.
Molte donne sono sparite come Birte Becker e tutto sembra collegato alla scomparsa nel 1992 a Bergen di un poliziotto che aveva accettato la stessa sfida che ora Hole si trova a dover affrontare.
Mai come questa volta Harry Hole si troverà vicino alla morte, perché l’assassino lo conosce e gli è molto più vicino di quanto immagina.

Jo Nesbø, musicista rock, giornalista, ma soprattutto autore bestseller e di culto, non solo in Norvegia, dove è stato insignito di prestigiosi premi e i suoi thriller si trovano in ogni casa, ma in tutto il mondo.
Il pettirosso è il suo primo libro, votato in Norvegia come migliore crime novel e presentato in Italia al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha suscitato grande interesse di pubblico e di critica. Per Piemme ha pubblicato anche Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto e L’uomo di neve.

Aggiornamento 2017: il libro diventa un film con Michael Fassbender nei panni di Harry Hole.

:: Recensione di La lista di Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone

2 gennaio 2011

La lista di Michael ConnellyDiciamolo subito La lista (The Brass Verdict) edito da Piemme non è una nuova avventura del detective della polizia di Los Angeles, Hieronymus ‘Harry’ Bosch, personaggio fondamentale della produzione letteraria di Michael Connelly. Bosch compare sì, più che altro per una sorta di passaggio di testimone verso il vero protagonista l’avvocato difensore Mickey Haller, entrato in scena per la prima volta nel precedente romanzo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer) e destinato ad occupare un posto di rilievo nella futura produzione di Connelly. Lo so questo lascerà l’amaro in bocca a molti, ma se si supererà la delusione iniziale Connelly è sempre Connelly e il passaggio tra un police procedural e un legal thriller non è poi così drammatico.
Mickey Haller in fondo è simpatico e in un certo senso si resta in famiglia. A causa degli avvenimenti del romanzo precedente Haller ha passato un anno piuttosto movimentato impegnato a guarire da una brutta ferita dopo essersi preso una pallottola e soprattutto costretto a cercare di uscire da una seria dipendenza da antidolorifici.
Poi la svolta.
Ad Hollywood il suo vecchio amico e avvocato di grido Jerry Vincent viene ucciso e Haller eredita la sua nutrita clientela tra cui la difesa di un pezzo grosso di Hollywood, Walter Elliot, accusato di aver ucciso la moglie e il di lei amante.
Mentre Haller si prepara all’importante difesa il LAPD detective Harry Bosch viene incaricato di indagare sull’omicidio di Jerry Vincent e scopre che forse proprio Haller sarà la prossima vittima del killer.
L’incontro tra Bosch e Haller non è dei più felici, ma non c’è scelta se vogliono risolvere il caso e salvare la pelle non hanno scelta e devono collaborare così Haller seppur riluttante accetta di fare da esca.
Tra colpi di scena ben calibrati e legami famigliari non risolti Haller riuscirà a risolvere il caso e a dimostrare che è ancora ben lontano da gettare la spugna. Il paragone tra Harry Bosch e Mickey Haller è inevitabile ma è anche inevitabile che lo stile di Connelly sia cambiato negli anni in una sua recente intervista ha ammesso che la sua condizione di genitore gli impedirebbe di creare la suspance e la tensione presente nei suoi romanzi iniziali che seppure non ostentavano violenza gratuita la evocavano rendendola ancora più destabilizzante per il lettore.
Ora Connelly è in un certo senso maturato, qualcuno direbbe invecchiato, e il personaggio di Haller ben caratterizza questi cambiamenti di prospettiva. Da fan di Connelly trovo che il suo modo di scrivere sia sempre magistrale anche se diverso. Probabilmente Il Poeta resterà sempre il mio suo romanzo preferito ma da lettrice anche di legal thriller non sono rimasta delusa. E’ quasi certo che Connelly si appresti a mandare Bosch in pensione ma spero che lo faccia con un libro ad hoc in cui rimanga ancora indiscusso protagonista.

La lista Michael Connelly, Piemme, 2010, 419 pagine, rilegato, Traduzione di Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso.

:: Recensione di Incubo di strada di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

1 gennaio 2011

1Si chiamava Robert William Arthur Cook, ma gli amanti del noir lo ricorderanno come Derek Raymond, pseudonimo con cui firmava uno dopo l’altro i suoi capolavori: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il mio nome era Dora Suarez.
Derek Raymond è morto, ormai dal lontano 1994, ma resta uno dei grandi maestri del noir, difficilmente imitabile, difficilmente superabile, perché opera e vita in Derek Raymond si fondono ed acquistano una valenza liberatoria e a loro modo tragica.
Derek Raymond non si atteggiava ad anima dannata, era quello che scriveva, parlava di se stesso, in prima persona esponendosi sempre senza filtri, mediazioni, barriere e per questo arrivava al lettore con tutta la sua carica di violenza e disperazione e provocava ferite, faceva sanguinare, non faceva prigionieri.
Non ringrazierò mai abbastanza Marco Vicentini che con la sua Meridiano Zero ci ha permesso di leggere i suoi capolavori in traduzioni curate che danno a Derek Raymond il giusto posto che merita nella storia della letteratura permettendo anche a coloro che non conoscono l’inglese di immergersi nell’atmosfere tragiche e infette dei suoi libri.
Lo so andrò controcorrente, probabilmente Incubo di strada non verrà ricordato come uno dei suoi capolavori e molti critici si affanneranno a vederci limiti e difetti, ma a mio avviso merita un discorso a parte, merita di essere rivalutato e considerato per quello che è: la storia di un addio, il destrutturato lamento di un morente che con le fluide proiezioni di un incubo getta una luce di speranza e di amore in un mondo dominato dalla violenza, dalla tragica sopraffazione del più forte sul più debole, dall’impossibilità di trovare una strada che porti alla redenzione e alla salvezza.
Una vena insolitamente romantica e non pessimista pervade queste pagine e ci porta quasi agli antipodi di opere ben più tragiche come Aprile è il più crudele dei mesi o Il mio nome era Dora Suarez. Certo non dobbiamo aspettarci un happy end consolatorio o vincitori, ma pur restando nei canoni del noir c’è uno scardinamento del genere, un superamento dei suoi limiti. Vita e morte si intrecciano così fittamente, e in questo mi ha ricordato molto Hugues Pagan, da trovare un canale di congiunzione il sogno appunto  o meglio l’incubo del titolo.
La trama è scarna, essenziale quasi astratta e priva di climax. Non c’è intensità crescente nè concatenamento di avvenimenti né catartica risoluzione e ricostituzione dell’equilibrio, anzi c’è un voluto esatto contrario, un tono smorzato e  spoglio in cui gli sprazzi di cieca violenza sono le uniche note di colore in una tela dove se no emergono i toni onirici del nero e del grigio.
Incubo di strada è un’eccezione, un caso a sé peculiare e straordinario nella sua unicità, fu scritto nel 1988 per il mercato francese e inedito in Italia fino a ora. I bassifondi di Parigi sono lo scenario d’elezione, le strade sporche di pioggia e di corruzione morale e fisica più che gli interni crepuscolari rendono viva e vitale l’atmosfera di disgregazione e perdizione in cui si muovono i personaggi in cui solo il protagonista principale ed Elenya, la sua donna, emergono dando agli altri personaggi la consistenza di gnomi.
La trama dicevamo è destrutturata, a tratti incoerente, priva di consequenzialità, onirica appunto come un quadro surrealista dove non si rispettano distanze e proporzioni.
E’ la storia di un flic, Kleber appunto, un poliziotto invecchiato male e stanco di violenza che ha trovato la sua pace e la sua redenzione nell’amore per la sua donna Elenya, un ex prostituta polacca, bellissima come le donne angelicate del dolce stil novo, strappata dalla strada e dallo sfruttamento del suo protettore.
Kleber è un poliziotto che la strada non ha corrotto, che non è sceso a compromessi, che ha conservato la sua umanità e lo si nota con vivida chiarezza all’inizio del libro durante l’interrogatorio del giovane che ha ucciso la sua donna. Poi il suo carattere prende il sopravvento: la sua incapacità di lisciare i superiori lo spinge a gettare all’ortiche la sua carriera, a prendere a pugni un ispettore gesto che darà il via ad una vera e propria discesa agli inferi.
Prima sospeso dal servizio, poi sempre più coinvolto in affari illegali per proteggere Mark l’amico delinquente che arriverà a coinvolgerlo fino ad un tragico scontro a fuoco che innescherà una spirale di violenza e una guerra aperta con la malavita che vedendolo ormai solo e indifeso potrà attaccarlo senza pietà. Una bomba messa nella sua auto e diretta a lui farà morire accidentalmente Elenya e con lei ogni speranza di amore, di salvezza.
Da questo momento in poi la giustizia tenderà sempre più a confondersi con la vendetta fino all’atto finale, inevitabile, tragico e devastante in cui Kleber troverà la morte. Morte che non sarà altro che il proseguimento di un sogno, il ricongiungimento con Elenya in un altrove in cui la violenza e il male non avranno più ragione d’esistere.

Incubo di strada di Derek Raymond Meridiano Zero collana Meridianonero traduzione Marco Vicentini 2010, 159 pagine, brossura, Euro 13,00.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di L’uomo inquieto di Henning Mankell (Marsilio, 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2010

inquietoEra da quest’estate che aspettavo L’uomo inquieto di Henning Mankell, edito da Marsilio e tradotto da Giorgio Puleo, ultima avventura, dopo dieci anni di silenzio, del mitico ispettore di Ystad,  Kurt Wallander, portato sullo schermo sia da Kenneth Branagh per la BBC, che da Krister Henriksson e da Rolf Lassgard per la televisione svedese.
Ho avuto modo di leggere tutti i libri dedicati a Wallander e vedere tutti gli episodi delle trasposizioni televisive, (tranne forse gli ultimi della serie Henriksson),  per cui ho un’ idea del tutto personale di Kurt Wallander, e ci tengo a dire che  è uno dei personaggi letterari che nel bene e nel male mi hanno più colpito, non fosse altro che l’autore è una persona davvero singolare, che da anni tento di intervistare (invano).
Tutti ricorderanno quando questa primavera era a bordo della Sofia, l’imbarcazione svedese della Freedom Flottilla, la flotta di attivisti che portavano soccorsi agli abitanti della Striscia di Gaza, pesantemente attaccati dall’esercito israeliano. In quell’occasione Mankell, in cui ricordiamolo fu anche arrestato e rilasciato quasi subito grazie alla notorietà che ormai ha a acquistato a livello internazionale come romanziere, ebbe modo di rilasciare diverse dichiarazioni tra le quali disse: “Chi parla di solidarietà non capisce che quel che conta sono le azioni. È attraverso le azioni che dimostriamo di sostenere quello che riteniamo importante“. Ecco questa frase sicuramente caratterizza un uomo che crede in certi valori ed è pronto a rischiare in prima persona, mettendosi anche in pericolo, con coraggio e determinazione.
Premesso questo, mi sono avvicinata a L’uomo inquieto con una sorta di malinconica tristezza, innanzi tutto perché è un addio, con questo libro Kurt Wallander si congeda definitivamente dai suoi lettori e in un certo senso mi dispiace, come dispiacerà a molti fan della serie.
Ma Mankell ha scelto di far invecchiare il suo personaggio, di portarlo ad uno stadio di non ritorno, per dare conclusione ad un periodo della sua carriera di scrittore e dedicarsi ad altri obbiettivi, quasi volesse disfarsi di un compagno ormai ingombrante, seppure molto amato.
L’uomo inquieto, diciamolo subito non è un classico poliziesco con delitto, assassino e indagine; può averne le parvenze, ma è molto di più: è un’amara riflessione sulla vita, sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte, sull’incapacità di adattarsi ad una società sempre più ostile. C’è un pessimismo di fondo, che non mi pare di aver riscontrato in altri libri della serie, che mi riporta ad altri narratori del Novecento come Camus e Kafka.
Ma analizziamo in breve la trama che potrebbe rimandarci ad un racconto spionistico, seppur tenuto conto delle premesse fatte.
Hakan von Enke, ex capitano di corvetta in pensione, (era stato al comando di sommergibili e cacciatorpedinieri e aveva fatto parte del comando militare che autorizzava le unità della marina ad aprire il fuoco contro navi straniere che avessero violato le acque territoriali), oltre che futuro suocero della figlia di Wallander, Linda, scompare un mattina d’inverno, durante la sua consueta passeggiata per le vie di Stoccolma.
Il commissario Wallander, turbato dalle recenti confidenze che gli aveva fatto durante la sua festa di compleanno su aspetti oscuri di un’ enigma politico-militare risalente a circa trent’anni prima, – di cui non è ben certo di aver compreso le inaspettate e complesse implicazioni- , inizia a indagare e più cerca di scoprire la verità, più si trova ad aver a che fare con un ginepraio di segreti e mistificazioni, alla cui base si trova un pericoloso segreto di stato che se rivelato potrebbe cambiare gli equilibri internazionali e che difficilmente potrebbe essere reso noto. Finale amaro e in un certo senso triste come un pomeriggio invernale in cui pian piano si spegne ogni luce.

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Il vento del Texas di James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

20 settembre 2010

vento texasA volte la vita sa riservarti delle sorprese, tanto più gradite quanto più sono inaspettate. È il caso di Il vento del Texas di James Reasoner che la Meridiano Zero ci propone questo mese e che non passerà di certo inosservato ai cultori dell’ hard boiled anni 70-80. Quelli per intenderci che hanno amato e continuano ad amare autori del calibro di James Crumley, James Lee Burke e Robert B. Parker solo per citarne alcuni.
Certo ai più il nome Reasoner non dirà proprio nulla, giusto a qualche amante del western farà scattare qualche reminiscenza, ma nel 1980 esordì con un piccola casa editrice newyorkese, la Manor Books,  e pubblicò Il vento del Texas  una detective story, o per meglio dire un noir nel più profondo senso del termine che, non ostante la tormentata storia editoriale, è diventato un vero romanzo di culto, osannato dai critici e venerato letteralmente da stuoli di cultori e appassionati seppure per molto tempo fosse del tutto irreperibile.
Non sto a descrivervi nei dettagli tutte le sue vicissitudini, molti critici l’ hanno fatto prima e meglio di quanto mai potrei fare io, ma per farvi capire l’importanza dell’evento basta notare che il patron della Meridiano Zero, Marco Vicentini, ne ha curato personalmente la traduzione tranciando letteralmente le mani a chiunque avesse voluto avvicinarvisi.
Dopo queste doverose premesse passiamo ad analizzare la trama che come molti hard boiled di stampo classico si apre con un investigatore privato che si reca a far visita a un danaroso e ambiguo potenziale cliente, pronto ad ingaggiarlo per ritrovare una ragazza scomparsa. Un senso di deja-vu ci porterà inevitabilmente a fare paragoni con l’ombra onnipresente di Marlowe nel Grande sonno o quella dell’aspro e disincantato Lew Archer in Bersaglio mobile, per non parlare dell’incattivito Sughrue nell’Ultimo vero bacio, ma a mio avviso le somiglianze esistono fino ad un certo punto, per il resto Reasoner cammina con le sue gambe e dà al genere una ventata di modernità, e di personale anarchia, tali da portarci fuori dai canoni consueti del già visto.
Innanzitutto, Cody, questo è il nome del detective privato al centro di questa intricata vicenda di famiglia, si differenzia da molti suoi simili per il fatto che ha poco dell’eroe integerrimo e senza macchia che affronta il marcio della società con la corazza scintillante del giustiziere. Cody è un uomo qualunque, pieno di difetti e debolezze, ancorato malinconicamente a un passato che se vogliamo non c’è più, o nel migliore dei casi sta svanendo, capace sì di amore e di gesti di coraggio, ma nello stesso tempo anche capace di commettere errori e dare false valutazioni.
Profondamente altruista, e anacronisticamente imperfetto, il detective di Reasoner si solleva dai suoi predecessori di carta acquistando connotazioni dolorosamente umane, venate da una sottile e quieta disperazione, che a tratti diventa resa.
Cody in fondo è un realista, non è un sognatore, è conscio dell’inutilità del suo agire tendenzialmente retto e morale. La realtà è fatta di violenza, follia e sopruso ed è molto più forte di lui. Nonostante ciò però si aggrappa a ciò che di buono e pulito ancora esiste e per cui vale la pena combattere, e soprattutto in questo sta la struggente bellezza che porta a considerare questo libro un vero, mi si perdoni il termine ma lo uso poche volte, capolavoro.

James Reasoner è nato e vive in Texas. È uno dei più prolifici e richiesti autori americani – con oltre 200 romanzi pubblicati a proprio nome o sotto pseudonimo – al punto da meritarsi una nomination agli Spur Award. Reasoner è altresì celebre come autore di mistery grazie al romanzo Texas Wind (Il vento del Texas), che con il tempo si è guadagnato lo status di romanzo di culto, vero e proprio must per collezionisti.

:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn (Corbaccio 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2010
La psichiatra

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Assassinio sul molo di Anne Perry (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2010

asLondra, estate del 1864. William Monk, ispettore della polizia fluviale di Wapping, è impegnato in un rischioso inseguimento sul Tamigi per catturare Jericho Phillips, accusato dell’omicidio del piccolo Walter Figgis, detto Fig. Un monello, un ragazzino di strada, che si guadagnava da vivere recuperando sulle rive del fiume oggetti smarriti, viti, oggetti d’ottone, frammenti di porcellana, pezzi di carbone, tutto quello che poteva avere anche un minimo valore tanto da essere venduto. Il suo cadavere era stato recuperato nel fiume a Greenwich con la gola tagliata, segni di bruciatura sulle braccia e segni di abusi in altre parti del corpo.
Subito era parso chiaro dal modo in cui era stato trattato che era quasi certo che fosse finito nelle mani di quei delinquenti che vendevano i bambini ai bordelli o ai pornografi. I ragazzini servivano fino a quando non iniziavano a cambiare voce e a mostrare i segno della pubertà, allora gli uomini a cui piacevano i bambini non nutrivano più interesse per loro e solitamente venivano venduti come mozzi ai capitani di mercantile.
Forse Fig si era ribellato in qualche modo e questo ne aveva decretato la morte.
Durante le indagine tenute dal comandante Durban, prima della sua morte, un informatore gli riferì che Jericho Phillips teneva sulla sua barca una specie di via di mezzo tra un bordello e un locale di spogliarello e costringeva i bambini a pratiche contro natura, fotografandoli e vendendo le foto per guadagnare altri soldi oltre a quelli di chi assisteva di persona.
Dopo una serie di appostamenti e nuovi riscontri, alla fine dell’inseguimento, Monk finalmente riesce a catturare Phillips e a consegnarlo alla giustizia. Ma un nuovo colpo di scena si sta per verificare.
Durante il processo Phillips ha come avvocato difensore Oliver Rathbone, uno dei migliori avvocati di Londra, incaricato della difesa da un misterioso filantropo pronto a pagare tutte le spese in nome della giustizia. Grazie alla bravura di Rathbone che riesce a insinuare nella giuria una serie di dubbi sulla correttezza dell’operato della polizia, Phillips viene giudicato innocente e sfugge al capestro.
Monk non ostante lo sconcerto, in memoria del vecchio capitano Durban che era certo della colpevolezza di Phillips e della sua implicazione in un giro di prostituzione minorile, riprende le indagini e senza esitare è pronto ad addentrarsi negli squallidi e degradati vicoli dei bassifondi e a infiltrarsi nei pericoli della malavita di Londra pur di raccogliere prove e testimonianze che incastrino una volta per tutte Phillips.
Quello che scoprirà andrà ben oltre le peggiori aspettative fino a far luce, nel sorprendente finale, sui vizi e le perversioni inconfessabili di alcuni personaggi illustri e insospettabili della moralista e perbenista buona società londinese. Assassino sul molo,uscito in questi giorni per Fanucci, appartiene alla serie ambientata nella Londra del periodo vittoriano che la scrittrice inglese Anne Perry ha dedicato all’ispettore William Monk.
Anne Perry è una narratrice straordinaria, capace di trasportarti in un epoca lontana con una facilità e una naturalezza che evidenzia la sua profonda conoscenza del periodo. Oltre alla cura per le psicologie dei personaggi, l’accuratezza nella descrizione degli ambienti, dei costumi, della mentalità, la Perry non trascura l’analisi di questioni etiche e sociali, anche scabrose, come in questo caso trattando la prostituzione minorile.
Dosando sapientemente suspense e colpi di scena, la Perry, attraverso riflessioni e osservazioni dettagliate, ci porta a scoprire i lati più oscuri della luminosa e puritana società vittoriana che sotto una patina di progresso e ottimismo nascondeva sordidi crimini indegni di una società civile.
La scrittura è elegante, il linguaggio ricercato, per gli amanti del mystery di stampo classico una lettura da non perdere.
Assassinio sul molo di Anne Perry Traduzione Sara Brambilla, Fanucci Editore, collana Vintage, pagg. 371, 2010.

Anne Perry, pseudonimo di Juliet Marion Hulme (Londra, 28 ottobre 1938), è una scrittrice britannica, condannata in gioventù per omicidio.
Figlia del professor Henry Hulme, medico e rettore dell’Università di Canterbury in Christchurch, alla giovane Anne (all’epoca ancora Juliet) venne diagnosticata la tubercolosi, così che fin dalla tenera età viaggiò in molti posti caldi del mondo (Caraibi, Sud Africa, ecc.) nel tentativo di migliorare la sua salute. All’età di 13 anni si riunisce con il padre, che si trasferisce all’Università di Cambridge della Nuova Zelanda.
Qui diviene amica intima di Pauline Parker, un’amicizia in cui molti all’epoca vollero vedere connotazioni omosessuali. La famiglia Hulme, però, era vicino al divorzio, e così Juliet pensò che poteva tornare in Inghilterra con l’amica. La madre di quest’ultima, Honora Rieper, era decisamente contraria, così nel 1954 Juliet e Pauline la uccidono. Il processo per omicidio ha eco internazionale e solleva l’indignazione pubblica. Il 29 agosto 1954 Juliet e Pauline vengono condannate per omicidio, ma essendo appena sedicenni ottengono una pena inferiore: cinque anni di detenzione e il divieto assoluto di incontrarsi di nuovo.
Finita la detenzione, Juliet parte dalla Nuova Zelanda per l’Inghilterra, poi dopo un periodo negli Stati Uniti si trasferisce in Scozia, nel paese di Portmahomack, dove vive tuttora con la madre. Suo padre ha avuto una carriera da eminente scienziato, guidando il programma britannico della bomba all’idrogeno. Juliet si cimenta con la scrittura e nel 1979 dà alle stampe il suo primo romanzo: Il boia di Cater Street (The Cater Street Hangman). Per tagliare i ponti con il passato, prende lo pseudonimo di Anne Perry, dal cognome del suo patrigno. Inizia così una prolifica carriera letteraria, che affronta i vari generi della letteratura gialla.
Sia Anne Perry che l’amica di una volta, Pauline Parker, vivono in Gran Bretagna, ma dal giorno del processo non si sono più incontrate.

:: Recensione di Indesiderata di Kristina Ohlsson a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2010

3Svezia, fine di luglio.
La pioggia si sta portando via l’estate.
La piccola Lilian di 6 anni, in viaggio con la mamma Sara sul treno che da Goteborg porta a Stoccolma, scompare.
Un banale guasto tecnico costringe il treno a fermarsi una stazione prima di Stoccolma e Sara scende per telefonare ad un amico, lontano dalla piccola a cui non vuole fare sapere che ha un nuovo fidanzato. Pensa di avere tempo e quando una strana ragazza le chiede di aiutarla perché il suo  cane sta male non esita e si vede il treno ripartire sotto gli occhi. Telefonate frenetiche, rassicurazioni, un taxi provvidenziale, tutto sembra felicemente risolto ma all’ arrivo a Stoccolma della bambina non c’è più traccia. Nessuno ha visto niente, tutto quello che resta è un paio di sandaletti lilla ai piedi del posto dove la bambina era seduta.
Le indagini vengono affidate all’ispettore Alex Recht e alla giovane analista investigativa Fredrika Bergman.
Subito emerge una brutta storia di molestie famigliari e i primi sospetti cadono sul padre della piccola Gabriel Sebastiansson, un uomo violento, geloso, instabile, da cui Sara si era da poco separata, protetto da una madre inquietante, irrintracciabile.
Una testimone afferma di avere visto un uomo alto che si portava via la piccola. Un uomo che si comportava come un padre con corti capelli scuri e camicia verde che la bimba sembrava conoscere.
Nessuno sembra confermare la testimonianza della donna, nessun altro lo ha visto ma ormai sembra rafforzata la certezza che la piccola sia stata rapita dal padre.
Certezza che resiste finché il cadavere di Lilian viene rinvenuto nel parcheggio di un ospedale, con la testa rasata e una scritta inquietante sulla fronte: indesiderata.
L’incubo del serial killer prende forma nelle menti degli investigatori e con esso la convinzione che non si fermerà.
Una lotta contro il tempo comincia, per capire le motivazioni dello psicopatico, chi l’aiuta, come fermarlo.
Uscito questo luglio per la collana Linea Rossa di Piemme Indesiderata è un thriller che farà rimanere incollati alle pagine i lettori. Esordio narrativo della giallista svedese Kristina Ohlsson, primo libro di una serie che ha per protagonisti l’ispettore Alex Recht e l’analista investigativa Fredrika Bergman, Indesiderata racconta una storia dolorosa e angosciante che prende l’avvio dalla scomparsa di una bambina e dalle relative indagini della polizia per ritrovarla.
La bravura della Ohlsson nell’analizzare la psicologia dei personaggi è senz’altro il segreto del successo di questo libro che in poco tempo ha  scalato le classifiche svedesi ed ora si appresta a conquistare il mercato internazionale.
La parte investigativa è realistica e molto ben articolata tanto da soddisfare i lettori più esigenti e interessati alla verosimiglianza.
Anomala la figura del serial killer deciso a vendicarsi della figura materna proiettandola su tutte quelle madri che hanno affrontato la dolorosa esperienza dell’aborto.
Indesiderata è un thriller che affronta tematiche forti, non per tutti i palati, ma ha il pregio di una trama emozionante, di protagonisti simpatici e sfaccettati descritti con i loro pregi e le loro debolezze, e di un’ ambientazione ben curata.
Poi la Ohlsson scrive davvero bene, le pagine scorrono fluide e si ha quasi la sensazione di essere un personaggio all’interno della narrazione tanto è coinvolgente.
Nel panorama della letteratura scandinava una piccola piacevole sorpresa. Consigliatissimo.
Traduzione di Alessandro Bassini e Sara Caleddu.

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Vita dura per le canaglie di Andrè Héléna (Aisara 2010) a cura di Stefano Di Marino

30 agosto 2010

vita dura per le canaglieSembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che  porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in Il festival dei cadaveri) che le conferiscono un sapore epico. Proprio come quei vecchi film che ci piacevano tanto anni fa… Un modo di scrivere il nero europeo con vigore, passione e una strafottenza buscaglionesca che se la ride di certe correttezze politiche che, oggi, non fanno altro che legare mani e piedi a eroi che hanno bisogno di sganassoni e faccia dura per sopravvivere e appassionare.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.