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:: Intervista a James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2010

james-reasonerTraduzione di Luca Conti

Salve, James. Grazie per l’intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Ci racconti qualcosa di lei, ci dica chi è James Reasoner.

R: Un narratore. Un texano a vita. Un marito e un padre. E non sempre in quest’ordine.

Il suo ambiente, la sua infanzia?

R: Sono nato a Fort Worth e cresciuto in una cittadina dei paraggi. Ho avuto una normalissima infanzia. Mia madre era insegnante elementare, anche se ha smesso dopo la mia nascita, e mio padre lavorava nell’industria aeronautica, arrotondando lo stipendio come riparatore di televisori. Ho frequentato tutte le scuole in quella cittadina e mi sono iscritto al college con l’idea di diventare un bibliotecario o un insegnante. Ma in cuor mio già sapevo di voler fare lo scrittore.

Ha ricevuto qualche incoraggiamento in tal senso, all’epoca? E da chi?

R: Non dai miei genitori, che a dire il vero non hanno neanche tentato di dissuadermi. Solo che pensare a qualcuno che volesse fare lo scrittore di professione, specialmente venendo da una piccola città del Texas, non faceva proprio parte della loro mentalità. Chi si mostrava più entusiasta erano i miei amici, alcuni dei quali inserivo nei miei racconti, anche se non credo che nessuno di loro mi ritenesse davvero capace di guadagnarmi da vivere scrivendo. La gente delle mie parti non faceva queste cose, ecco tutto.

Ci parli di Texas Wind, il suo romanzo d’esordio che soltanto adesso è stato pubblicato in Italia da Meridiano Zero, con la traduzione di un grande appassionato del genere come Marco Vicentini. Ci ha lavorato molto? E da dove prende le sue idee?

R: Ho cominciato a scrivere Texas Wind nell’autunno del 1978, terminandolo nel gennaio del 1979. All’epoca ero già un autore professionista da quasi due anni. Ho venduto il mio primo lavoro nel dicembre del 1976, pubblicando in quei due anni diversi racconti polizieschi per la Mike Shayne Mystery Magazine. Da molto tempo ero un appassionato lettore del genere – avevo iniziato con i gialli per ragazzi – e in particolar modo dei romanzi che avevano investigatori privati come protagonisti. Così, dopo aver scritto per la MSMM un paio di racconti lunghi in cui figurava Mike Shayne, firmandoli Brett Halliday (come da tempo era consuetudine della rivista), decisi che forse era arrivato il momento di cimentarmi in proprio. Com’è ovvio mi orientai su un romanzo con investigatore privato, e mi parve il momento opportuno per scrivere qualcosa di realistico sul Texas che non ricalcasse i consueti stereotipi. D’altronde, per andare più sul pratico, gran parte dei romanzi del genere era ambientata a New York o Los Angeles: posti in cui non avevo mai messo piede. Però conoscevo Fort Worth come le mie tasche, avendoci trascorso tutta la mia vita, e non vedevo proprio cosa ci fosse di male ad ambientare il mio romanzo da quelle parti. Tutti i luoghi descritti e citati nel romanzo, eccetto forse un paio, esistono davvero. O esistevano a quei tempi.

È stato difficile trovare un editore? Ha ricevuto molte risposte negative?

R: Come gran parte degli scrittori, ne ho ricevute eccome; o, almeno, sufficienti a farmi valutare l’idea di piantarla lì. Solo che poco dopo mi sono sposato, e mia moglie Livia Washburn (divenuta in seguito, e a sua volta, una scrittrice di successo) mi ha convinto a darci dentro con maggiore tenacia. Alla fine sono riuscito a vendere il mio primo racconto, come ho già detto, e da allora ho continuato a pubblicare con regolarità, anche se i rifiuti non sono mai mancati.

Texas Wind inizia con il suo protagonista, Cody, che fa visita a un potenziale cliente. Una scena che ricorda situazioni analoghe nel Grande sonno di Raymond Chandler e in Bersaglio mobile di Ross Macdonald. Quali autori, se esistono, hanno influenzato il suo stile e il suo modo di accostarsi al genere? Forse, e più di altri, James Crumley?

R: Ai tempi del liceo e del college ho divorato qualunque romanzo hard-boiled mi capitasse sottomano. Hammett, Chandler e Ross Macdonald, certo, ma anche Richard S. Prather, Mickey Spillane, Brett Halliday (quando leggevo i suoi libri con Mike Shayne mai potevo immaginarmi che avrei finito per scrivere racconti utilizzando il suo personaggio), Michael Avallone e chissà quanti altri. Ma all’epoca no, di Crumley non sapevo niente. Ho scoperto i suoi romanzi solo dopo che ho iniziato a scrivere. È stato Joe R. Lansdale, di cui ero diventato amico, a raccomandarmi L’ultimo vero bacio, che resta ancora oggi uno dei miei libri preferiti, con uno dei migliori paragrafi iniziali di tutti i tempi, e da allora ho letto parecchi altri Crumley. Però non credo che la sua opera abbia influenzato più di tanto la mia.

Può dirci qualcosa in più su Cody, il suo protagonista?

R: Cody – e dovrebbe trattarsi del cognome, visto che a tutt’oggi non ho ancora ben capito se abbia o no un nome – è una persona in gamba e per bene, ma sa anche mostrarsi duro quando la situazione lo richiede. È nato e cresciuto in Texas: un posto che ama, anche se non apprezza in maniera indiscriminata il modo in cui si è trasformato nel corso degli anni. Una delle mie battute preferite del libro è quando Janice scorre il dorso dei libri nell’appartamento di Cody e fa: «Prima d’ora non avevo mai visto Hermann Hesse e Zane Grey sullo stesso scaffale.»
Non ricordo se l’ho mai detto prima d’ora, ma l’ispirazione per il suo cognome non mi è venuta, come sembrerebbe logico, da «Buffalo Bill» Cody bensì da Phil Cody, uno dei primi direttori di Black Mask prima dell’avvento di Joseph T. Shaw.

A differenza di New York e Los Angeles, Fort Worth non è una metropoli. Non è piccola, ma ha anche dei tratti semi-rurali e delle caratteristiche che la rendono unica. In che modo un’ambientazione come questa può influenzare una trama?

R: Fort Worth lo ha fatto perché quando scrivevo il libro era ancora, per certi versi, una piccola città. Difficile perdere la strada nei suoi quartieri, all’epoca, e semplicissimo fare la conoscenza di chi ci abitava. Di uno come Cody, per esempio. In linea di massima era comunque un luogo che mi restava molto familiare e che non mi rendeva arduo scriverne con un certo grado di autenticità.

In Texas Wind  lei descrive il tramonto del Texas di un tempo. Cody è una sorta di ultimo cowboy in possesso di una legge morale non scritta. Pensa che il rimpianto per il Vecchio West sia un tema rilevante del libro?

R: Quando era ancora allo stato embrionale, Texas Wind avrebbe dovuto chiamarsi The Passing of the Buffalo. La prima immagine che mi era frullata per la testa era quella di Cody intento a osservare i dipinti esposti all’Amon Carter Museum e a rimpiangere la scomparsa del Vecchio West. Quindi sì, è vero, un senso di malinconia e di perdita occupa gran parte del romanzo. Il paragone tra il cowboy solitario della narrativa western e l’investigatore privato dei polizieschi non è certo nuovo, e io lo condivido in pieno. È un legame molto stretto. Se c’è una cosa di cui parla Texas Wind è proprio il fatto che tutto cambia, niente rimane mai com’era un tempo, buono o cattivo che sia. E questo è un tema che ricorre spesso nella mia opera, anche in maniera del tutto involontaria.

Lei è un autore molto prolifico e ha operato in svariati generi: narrativa d’ambientazione storico-militare, western, poliziesca. Qual è il suo terreno preferito?

R: Per lungo tempo sono stato considerato soprattutto un autore di western perché è il genere che ho trattato più di ogni altro. Ma i miei inizi sono nel poliziesco; tant’è vero che, prima di scrivere una sola riga di narrativa western, avevo già venduto oltre quattromila cartelle di hard-boiled. Il poliziesco è quindi il mio primo amore, ma lavorare su un buon western mi fa sempre piacere. Mi ritengo un privilegiato, perché sono sempre riuscito a trovare qualcosa di buono in tutti i generi con cui ho avuto a che fare. Mi piace la varietà. Il genere è irrilevante, per me: quel che conta è tentare di mettere su carta una buona storia, robusta, con azione a palate e personaggi interessanti.

Hammett o Chandler?

R: Dovessi proprio scegliere direi Hammett. Ma li apprezzo entrambi.

Qual è il suo preferito tra i libri che ha scritto?

R: Uno solo? Impossibile. Posso limitarmi a tre: Texas Wind, perché è stato il primo e trabocca di un certo, grezzo entusiasmo; Dust Devils, un poliziesco di parecchi anni fa in cui mi ero riproposto di scrivere un romanzo pieno di sorprese e credo di esservi riuscito (e che ha anche dei buoni tratti stilistici, soprattutto verso la fine); Under Outlaw Flags, un romanzo storico che è in parte western e in parte di guerra (la prima guerra mondiale), perché sono molto soddisfatto della voce narrante che ho saputo impostare e perché mi sono divertito un sacco. Ah, anche perché mi ci sono infilato dentro come personaggio, nei passaggi di raccordo tra le varie vicende del libro.

Legge molti scrittori contemporanei?

R: Sì, davvero tanti, e gliene fornirei anche un elenco, non fosse che mi seccherebbe – per dimenticanza – lasciar fuori qualcuno. Le mie letture si dividono in parti uguali tra la narrativa contemporanea, o abbastanza recente, e quella che risale all’epoca d’oro del pulp e dei tascabili, ovvero dagli anni Venti a tutti gli anni Settanta.

Ha un consiglio per gli aspiranti scrittori?

R: Leggere a manetta. Prima di riuscire a vendere una sola parola il sottoscritto ha letto centinaia, forse migliaia dei libri dello stesso genere che avrebbe poi finito per scrivere. E ancora oggi leggo più di cento libri l’anno, imparando sempre qualcosa di nuovo e scoprendo nuovi sistemi di mettere in pratica quel che ho in mente di fare. A volte mi capita di dire alla gente che soltanto adesso, dopo trentacinque anni nel mestiere, inizio ad avere le idee più chiare sulla mia attività. E c’è un’altra cosa importante: scrivere, scrivere e scrivere. Poi scrivere ancora e non fermarsi mai. Lo so, si tratta di consigli ormai classici, ma se sono diventati classici è perché funzionano.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Ci descriva la sua giornata tipo.

R: Inizio ogni giorno rileggendo quel che ho scritto il giorno prima, tagliando e perfezionando le varie parti ma, se del caso, riscrivendole senza pietà. Lavoro due o tre ore, poi vado a pranzo e riattacco per altre quattro o cinque. Il lavoro di ricerca e quello sulla trama occupano di solito le giornate che scelgo di non dedicare alla scrittura.

Lei è autore di tre romanzi della serie Walker, Texas Ranger. Ci parli di questa insolita iniziativa.

R: Fu il mio agente dell’epoca a chiedermi, un giorno, se avessi mai visto la serie Tv. Guarda caso sì, perché i nostri figli ne erano appassionati e aveva finito per piacere anche a noi. «Oltre ad aver visto tutte le puntate,» gli risposi, «posso anche cantarti la sigla di testa.» Meno male che non gli interessavano le mie esibizioni canore… Comunque saltò fuori che una delle case editrici con cui pubblicavo aveva appena acquisito i diritti del personaggio per realizzare una serie di romanzi legati alla serie TV, che sarebbero stati affidati alle cure di uno dei miei editor di riferimento. E tutti quanti avevano pensato a me come all’autore ideale. Così ne parlai con Aaron Norris, il fratello di Chuck, e con un paio di funzionari della CBS a New York, e la decisione comune fu quella di assegnarmi l’incarico. Iniziai quindi a lavorare con il produttore esecutivo e con l’autore principale dei soggetti della serie, sviluppando alcune possibili trame per i romanzi. Non mi è mai capitato di conoscere Chuck Norris, e neanche di parlarci per telefono. L’idea iniziale per il primo romanzo era quella di farlo diventare una sorta di sequel di uno degli episodi, e per far questo mi spedirono la sceneggiatura relativa. Le trame degli altri due libri, invece, sono completamente mie. Per un certo periodo la CBS si gingillò con l’eventualità di trasformare il terzo romanzo in un episodio in due parti, ma poi non ne fece di nulla. Sono convinto di aver fatto un buon lavoro, con quei libri. A molti dei fan della serie Tv sono piaciuti e ad altri no, ma è la sorte comune a tutti i romanzi di questo tipo. E mi sono anche divertito, a scriverli; avrei continuato volentieri, ma chi aveva potere decisionale preferì chiudere dopo il terzo.

Cosa sta leggendo, in questo periodo?

R: Una raccolta di racconti western di E. Hoffmann Price, Nomad’s Trail, pubblicati in origine su Spicy Western, una rivista pulp degli anni Trenta. È un volume che deve ancora uscire, e tocca a me scriverne l’introduzione. Aspetto solo di finire di leggerlo.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa sta lavorando?

R: A un romanzo western che fa parte di una serie già sul mercato da tempo e che sarà pubblicato sotto uno pseudonimo che non posso svelare. Ma garantisco che si tratta di un’ottima storia, piena di azione e di personaggi pittoreschi.

:: Recensione di Il vento del Texas di James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

20 settembre 2010

vento texasA volte la vita sa riservarti delle sorprese, tanto più gradite quanto più sono inaspettate. È il caso di Il vento del Texas di James Reasoner che la Meridiano Zero ci propone questo mese e che non passerà di certo inosservato ai cultori dell’ hard boiled anni 70-80. Quelli per intenderci che hanno amato e continuano ad amare autori del calibro di James Crumley, James Lee Burke e Robert B. Parker solo per citarne alcuni.
Certo ai più il nome Reasoner non dirà proprio nulla, giusto a qualche amante del western farà scattare qualche reminiscenza, ma nel 1980 esordì con un piccola casa editrice newyorkese, la Manor Books,  e pubblicò Il vento del Texas  una detective story, o per meglio dire un noir nel più profondo senso del termine che, non ostante la tormentata storia editoriale, è diventato un vero romanzo di culto, osannato dai critici e venerato letteralmente da stuoli di cultori e appassionati seppure per molto tempo fosse del tutto irreperibile.
Non sto a descrivervi nei dettagli tutte le sue vicissitudini, molti critici l’ hanno fatto prima e meglio di quanto mai potrei fare io, ma per farvi capire l’importanza dell’evento basta notare che il patron della Meridiano Zero, Marco Vicentini, ne ha curato personalmente la traduzione tranciando letteralmente le mani a chiunque avesse voluto avvicinarvisi.
Dopo queste doverose premesse passiamo ad analizzare la trama che come molti hard boiled di stampo classico si apre con un investigatore privato che si reca a far visita ad un danaroso e ambiguo potenziale cliente, pronto ad ingaggiarlo per ritrovare una ragazza scomparsa. Un senso di deja-vu ci porterà inevitabilmente a fare paragoni con l’ombra onnipresente di Marlowe nel Grande sonno o quella dell’aspro e disincantato Lew Archer in Bersaglio mobile, per non parlare dell’ incattivito Sughrue nell’Ultimo vero bacio, ma a mio avviso le somiglianze esistono fino ad un certo punto, per il resto Reasoner cammina con le sue gambe e dà al genere una ventata di modernità e di personale anarchia tale da portarci fuori dai canoni consueti del già visto.
Innanzitutto, Cody, questo è il nome del detective privato al centro di questa intricata vicenda di famiglia, si differenzia da molti suoi simili per il fatto che ha poco dell’eroe integerrimo e senza macchia che affronta il marcio della società con la corazza scintillante del giustiziere. Cody è un uomo qualunque, pieno di difetti e debolezze, ancorato malinconicamente ad un passato che se vogliamo non c’è più o nel migliore dei casi sta svanendo, capace sì di amore e di gesti di coraggio, ma nello stesso tempo anche capace di commettere errori e dare false valutazioni.
Profondamente altruista e anacronisticamente imperfetto il detective di Reasoner si solleva dai suoi predecessori di carta acquistando connotazioni dolorosamente umane venate da una sottile e quieta disperazione che a tratti diventa resa.
Cody infondo è un realista, non è un sognatore, è conscio dell’inutilità del suo agire tendenzialmente retto e morale. La realtà è fatta di violenza, follia e sopruso ed è molto più forte di lui. Non ostante ciò però si aggrappa a ciò che di buono e pulito ancora esiste e per cui vale la pena combattere e soprattutto in questo sta la struggente bellezza che porta a considerare questo libro un vero, mi si perdoni il termine ma lo uso poche volte, capolavoro.

James Reasoner è nato e vive in Texas. È uno dei più prolifici e richiesti autori americani – con oltre 200 romanzi pubblicati a proprio nome o sotto pseudonimo – al punto da meritarsi una nomination agli Spur Award. Reasoner è altresì celebre come autore di mistery grazie al romanzo Texas Wind (Il vento del Texas), che con il tempo si è guadagnato lo status di romanzo di culto, vero e proprio must per collezionisti.