Acid for the children. L’autobiografia del bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea (Harper Collins 2021) A cura di Viviana Filippini

21 settembre 2021 by

Un po’ funk e un po’ rock è l’anima dei Red Hot Chili Peppers ed essa riecheggia anche in “Acid for the children.” l’autobiografia di Flea, il bassista della band dei Red Hot Chili Peppers, pubblicata in Italia dall’editore HarperCollins. In questo libro il lettore si si divide tra l’Australia dove il protagonista, il cui vero nome all’anagrafe è Michael Peter Balzary, visse per una prima parte dell’infanzia, fino a quando i genitori divorziarono e la madre prese i figli per andare in America. Per un periodo Flea abitò a New York dove il nuovo compagno della madre era un musicista jazz che aprì un mondo nuovo al nostro narratore. Qui il piccolo Flea (pulce tradotto in italiano) imparò a conoscere la musica jazz che approfondì poi una volta trasferitosi a Los Angeles imparando a suonare la tromba. Da questo libro di memorie quello che viene a galla è l’amore viscerale per la musica, ma anche un vivere non sempre facile con le persone che Flea aveva accanto, perché se con e la sorella tutto filava liscio, il musicista nel libro scrive: “Sono cresciuto terrorizzato dai miei genitori, e in generale dalle figure paterne, che mi hanno causato molti problemi più tardi nella vita”. Accanto ai genitori a creare altri problemi a Flea furono i compagni di scuola che lo scelsero come il bersaglio dei loro scherz,i perché troppo basso, perché vestito in un modo che gli impediva di inserirsi in qualche gruppo, perché sempre con quel velo di malinconia sul viso che, nonostante una felice serenità presente in lui, impediva alle persone che gli stavano attorno di comprendere il suo vero stato d’animo. In questa narrazione di vita, ritmica e a tratti sincopata, Flea racconta le emozioni, i momenti di gioia e felicità, ma anche la perdita della retta via che lo portò per un certo periodo a compiere furtarelli di vario tipo da solo o con gli amici. Nelle parole del Flea adulto emerge la consapevolezza di aver esagerato da ragazzo, di essersi messo in situazioni dove la sua vita fu davvero messa a rischio e in bilico, come quando dalla semplice fumatina di erba passò a droghe molto più pesanti. A 14 anni l’incontro con Anthony Kiedies, anche lui adolescente e anche lui tossicodipendente, con il quale ci fu subito sintonia su più fronti (situazione familiare, uso e abuso di sostanze tossiche, la musica). Fu però proprio l’amore per le note a permettere ai due amici di dare vita ad una della band funk rock più amate al mondo: i Red Hot Chili Peppers. “Acid for the children.” ha un ritmo incalzante e mentre lo si legge si ha la sensazione di essere davvero in compagnia di Flea che ti racconta la sua vita tra alti e bassi, tra cadute, risalite e ammaccature (avete presente il video dei RHCP di “Scar tissue”?), evidenziando una sensibilità emotiva tutta da scoprire. Traduzione Stefano Chiapello.

Flea è un musicista e attore nato in Australia e cresciuto in America. È conosciuto come bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers. Da ricordate che è anche il fondatore del Silverlake Conservatory of Music.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ ufficio stampa HaperCollins

:: Un’intervista con Andrea Cotti a cura di Giulietta Iannone

21 settembre 2021 by

Benvenuto Andrea e grazie per aver accettato questa mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni: parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Buongiorno, in realtà quasi tutto di me è raccolto nella domanda successiva. Posso aggiungere che ho vissuto a Roma, alla Garbatella, per quasi quindici anni, che ho ancora una casa a Roma e che tifo Roma fin dal 1982 anche se sono nato a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna. Ho un cagnone, un pastore maremmano, che si chiama Vic.

Sceneggiatore, editor, scrittore di romanzi per ragazzi, autore radiofonico e televisivo, una vita dedicata alla scrittura. Quando è nato il tuo amore per i libri? Ricordi il primo libro che hai letto da solo?

Il primo libro che ho letto da solo è stato “Ninja” di Eric Van Lustbader. Avevo sedici o diciassette anni, non sono stato un lettore precoce. Ma andatevi a cercare il romanzo, leggete la prima scena, e capirete perché da lì in poi non ho più smesso.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo mille lavori, come nella più pura tradizione o hai già da subito trovato occupazioni legate alla scrittura?

Non ho fatto mille lavori, ne ho fatto uno solo: il libraio. Per cinque anni ho gestito la mia libreria nella piazza principale di San Giovanni in Persiceto. Solo dopo ho fatto il salto, ho mollato la libreria e ho cercato di vivere con la scrittura.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Le persone che mi hanno aiutato sono state tantissime, da Roberto Roversi, poeta, che lesse alcune mie cose da ragazzino, e anzichè stroncarmi mi incoraggiò. Giampiero Rigosi e Carlo Lucarelli quando mi hanno chiesto di lavorare assieme a loro alla fiction su Coliandro. E per finire Giancarlo De Cataldo che mi ha dato un paio di dritte fondamentali per Il Cinese.

Hai adattato crime fiction di successo tra cui la serie de L’ispettore Coliandro. Raccontaci qualche aneddoto buffo legato alla serie. E poi come è lavorare per la televisione?

Lavorare per la televisione è stimolante ma anche faticoso e stressante perchè devi rendere conto di ciò che scrivi a tantissime persone che a loro volta tentano di imporre una loro visione. Ci sono gli editor interni alla produzione, poi gli editor di rete, e il responsabile della fiction della rete stesse. Tutte persone che intervengono su quello che scrivi, e questo alla lunga può essere stancante.

Tranne che per Coliandro.

Nel senso che scrivere Coliandro è stata una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto, anche perchè di solito le riunioni di sceneggiatura erano pranzi a casa di Carlo Lucarelli che proseguivano nel pomeriggio e diventano cene, mangiando, bevendo, a facendo a gara (proprio come avrebbe fatto Coliandro) a chi la sparava più grossa.

E ora parliamo finalmente del tuo nuovo libro L’impero di Mezzo, da poco uscito per Rizzoli, seguito de Il Cinese. Una storia di ricerca delle proprie origini, di legami familiari, di estraneità, di confronto tra culture ma anche di indagini. Come è nato il tuo interesse per il mondo cinse?

È nato da ragazzino, assieme alla mia passione per le arti marziali e a un primo viaggio in Cina nel 1990, quando avevo diciannove anni.

Raccontaci la tua Cina. Quando l’hai visitata cosa ti ha colpito di più?

La Cina di oggi è completamente, totalmente diversa da quella del 1990, e quello che più mi ha colpito sono queste megalopoli da più di venti milioni di abitanti: sterminate, spaventose, ma anche a modo loro affascinanti.

Un importante imprenditore italiano è morto precipitando dal diciassettesimo piano di un parcheggio a Wenzhou, così inizia la tua storia. Il rapporto Italia – Cina è molto più sfaccetattao e complesso di quanto si immagini, non parlo solo dei legami economici e commerciali, ma anche di quelli sociali e culturali. Come ti sei documentato?

Studiando tanto. Leggendo documenti, rapporti, articoli economici e socioeconomici. E poi, appunto, andando di persona a guardare le cose da vicino.

Parlaci del tuo personaggio principale il vicequestore Luca Wu. Come è nato?

Wu nasce dall’incontro con un importante sinologo italiano, Francesco Sisci, che ho incontrato su suggerimento di Giancarlo De Cataldo. È stato Sisci a regalarmi l’intuizione che il mio personaggio avrebbe dovuto essere sì un poliziotto, ma un poliziotto cinese nato in Italia.

E del personaggio della poliziotta cinese Yien Bao Yi cosa ci racconti?

La Yien è l’eccezione che conferma la regola. È una poliziotta cinese, e in Cina i poliziotti tendono a essere quasi degli automi per il modo in cui si attengono agli ordini ricevuti e svolgono i loro compiti. La Yien no. Anche lei è fedele a un sistema, e crede in quell’insieme di regole, ma a differnza degli altri è capace di pensare con la sua testa. E tra lei e Wu il rapporto avrà uno sviluppo interessante…

Sembrano perfetti per uno sceneggiato televisivo, non trovi?

Sembrano perfetti, sì. Non dico altro…

E l’interesse per le arti marziali? Era già vivo prima della stesura dei romanzi, immagino. Pratichi qualche tipo di arte marziale?

Sì, come dicevo sopra è stato l’interesse per le arti marziali a farmi avvicinare alla cultura cinese. Io ho praticato karate, e poi soprattutto Ving Tsun, la stessa arte marziale che pratica Wu.

Progetti per il futuro?

Prima di ogni altra cosa, scrivere il prossimo romanzo di Luca Wu. Chi è arrivato alla fine de L’Impero di Mezzo sa perchè…

:: Baptiste, seconda stagione serie della BBC diretta da Thomas Napper e Hong Khaou

18 settembre 2021 by

Baptiste, serie della BBC scritta da Harry e Jack Williams ritorna con la sua seconda e ultima stagione ambientata tra la Francia e l’Ungheria. Ero molto curiosa di vedere come si sarebbe conclusa la serie e devo dire che ho trovato il finale perfetto, avendo temuto fino all’ultimo un finale ben diverso. Non voglio spoilerare troppo, anche se su Wikipedia c’è un breve risssunto di tutti e sei gli episodi, e preferisco focalizzare l’attenzione su due cose: primo il fatto che Fiona Shaw (che ricordavo nell’interpretazione di Lydia in Anna Karenina diretta da Bernard Rose) è strepitosa nel personaggio di Emma Chambers, ambasciatrice britannica, quasi più brava di Tchéky Karyo nel personaggio principale dell’investigatore in pensione Julien Baptiste, ma se la giocano. Poi ho apprezzato come nella serie precedente i salti temporali tra passato (14 mesi prima) e presente che accrescono la suspense. Questa volta la storia è piuttosto complessa e si dirama in due filoni: quello professionale e quello personale, soprattutto del protagonista che dopo un grave lutto familiare si lascia andare all’alcolismo, si abbrutisce, la moglie lo lascia, insomma inizia una parabola discendente che però non gli impedisce di continuare a indagare sulla scomparsa del marito e dei due figli adolescenti di Emma Chambers, in vacanza sulle montagne ungheresi. Tutta l’indagine verte su queste sparizioni e naturalmente la bravura e l’intuito di Julien Baptiste fanno la differenza. Per non parlare dell’elefantino azzurro di peluche che compare come allucinazione del protagonista nei posti più impensati simbolo del suo senso di colpa per non essere riuscito ad arrivare in tempo. Ma c’è un altro peluche che compare nelle scene finali, la volpe di tessuto dellla prima serie di The Missing, a simbolizzare il superamento di questo trauma. Dopo aver spiegato la funzione dei peluche torniamo alla trama, e non volendo sempre troppo spoilerare posso dire che la bellissima città di Budapest fa da sfondo a una storia altamente drammatica in cui il destino sembra accanirsi su Emma Chambers: le capita insomma di tutto, fino a rimanere paralizzata su una sedia a rotelle durante un attentato in quartiere ad altra concentrazioni di immigrati, come a ricordarci che non c’è solo il terrorismo di matrice islamica a minacciare l’Europa. Interessante il personaggio di Zsofia Arslan, interpretato da Dorka Gryllus, prima poliziotta poi guardia giurata in un centro commerciale, figlia di un immigrato turco, generoso, e simpatico, che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri vittima continua di aggressioni da parte di chi non tollera la presenza di immigrati. Una bella serie europea che dimostra che non solo gli americani sanno fare questo genere di sceneggiati, e che l’Europa è uno scenario ricco di possibilità e teatro ideale di nuove storie da raccontare.

Source: acquisto personale.

Una Guida al mondo di Sandman a cura di Elena Romanello

18 settembre 2021 by

Tra le serie televisive più attese dei prossimi mesi, c’è l’adattamento della saga a fumetti Sandman di Neil Gaiman, una delle più complesse e affascinanti di sempre.
In attesa di questo, le Edizioni NPE propongono una Guida non ufficiale a questa saga a cura dell’esperto Simone Rastelli.
Sandman è uscito per la prima volta nel 1998 ed ha terminato la sua avventura editoriale nel 1996, ma continua ad essere ripubblicato ed è ormai considerato un classico a fumetti.  Nato come fumetto seriale accanto ai super eroi, ha saputo catturare  l’attenzione di lettori anche al di fuori del circuito mainstream ed estranei al mondo del fumetto. Il protagonista, Morfeo, il Re del Sogno, è (non “rappresenta”) la capacità dei viventi di comprendere l’universo, ponendo domande, offrendo spunti e stimolando quindi una partecipazione attiva alla lettura.
Un’opera complessa e ricca di riferimenti, che ha accorciato le distanze tra la letteratura scritta e quella disegnata. Il libro Guida non ufficiale a Sandman torna alla storia e ai suoi protagonisti, restituendo l’essenza profonda dell’opera, la sua natura di racconto, in un confronto diretto con le relazioni e motivazioni dei personaggi e la struttura dell’universo nel quale agiscono.
Un libro per tutti gli appassionati vecchi e nuovi, in vista anche appunto della nuova serie dal vivo.

Torna Loving the Alien al MuFant di Torino, a cura di Elena Romanello

17 settembre 2021 by

ltheafest-740x1047 (1)Dal 17 al 19 settembre torna a Torino presso il MuFant, Museo del Fantastico e della Fantascienza in piazza Riccardo Valla 5, il festival Loving the Alien, dedicato a fantascienza, fantasy e horror tra cult e modernità.
La letteratura e i libri avranno un ruolo centrale in questa nuova edizione, e non potrebbe essere altrimenti, visto che sono da sempre gli apripisti.
Si parte venerdì alle 21, on line, sui canali social del Museo, con una serata dedicata ai rapporti con la Cina, con le pluripremiate scrittrici di fantascienza Yilun Fan e Mu Ming e la presentazione della mostra Born Again su Primo Levi che il MuFant porterà a Chengdu, uno dei tanti progetti culturali che si stanno costruendo in cooperazione. 
Sabato e domenica invece il festival avverrà in presenza, dalle 10 alle 23, per parlare di  letteratura, fumetto, cinema, serialità televisiva, anime, gioco e videogioco, collezionismo, performance, cosplay, con oltre 90 relatori. 
Tra gli incontri letterari si segnalano quello su Wu Ming su Tolkien e la sua opera,  quello su Franco Forte, direttore delle collane  in tema della Mondadori, la presentazione di Elena di Fazio, vincitrice del premio Urania, l’antologia di racconti Temponauti, un intervento di Franco Brambilla, il principale illustratore delle copertine Urania. 
All’interno del Museo verrà inaugurata la mostra Women of Wonder, dedicata alle super eroine dei fumetti e non solo, e le donne sono grandi protagoniste: oltre ad Elena di Fazio, saranno presenti altre scrittrici, come Flavia Imperi, Franci Conforti, Giovanna Repetto, Claudia Durastanti, Nicoletta Vallorani e Tiffany Vecchietti. 
Sempre a Loving the Alien si potrà scoprire un nuovo filone della fantascienza contemporanea, il Solarpunk,  che pone al centro un futuro sostenibile di perfetta e ideale integrazione fra tecnologie, ambiente e umanità,  con Francesco Verso, editore che più ha contribuito a diffondere il genere in italia, Franco Ricciardiello, curatore di Atlantis, la prima collana solarpunk con autrici e autori italiani, e la scrittrice Giulia Abbate.
Inoltre ci sarà spazio anche per il prestigioso Premio Calvino che, nella persona di Franco Pezzini – saggista e grande esperto di letteratura fantastica -, curerà un incontro dedicato al concorso per racconti brevi di genere fantastico realizzato di recente in partnership con il Mufant. Ricordando le origini del fantastico in Italia, si parlerà anche di Emilio Salgari, con gli studiosi Massimo Centini e Felice Pozzo. 
Per ulteriori informazioni su orari, prezzi e modalità di accesso, visitare il sito ufficiale del MuFant.

:: Senza di te di Ivo Tiberio Ginevra (I Buoni cugini 2021)recensione a cura di Federica Belleri

15 settembre 2021 by

Dopo “Gli assassini di Cristo” e “Sicily Crime” finalmente tornano in libreria i due investigatori creati dall’autore, Mario Falzone e Pietro Bertolazzi. L’acqua e il vino, il sale e lo zucchero. La razionalità e l’istinto. Amici fraterni, complici, capaci di litigare e di fare pace entro pochi minuti.Il commissariato di Scrafani è piccolo e manca personale. Ma non manca un’indagine complessa, misteriosa e sviante.Non mancano i siparietti solari tra i due amici/colleghi, le battute e le risate di pancia. Non mancano le donne attraenti e pericolose. Non manca, in questo romanzo, la voglia di vivere. Di ricostruirsi e di amare con serenità. Di godersi la famiglia e i figli, anche se il percorso potrà essere difficile e rischioso.Non manca il desiderio di vendetta, la solitudine forzata e la tristezza. La bellezza di questo libro sta in tutti questi ingredienti, compresa la “nostranità” della trama. Interessante e molto attuale l’argomento della separazione e dell’affido dei figli.Bravo Ivo, mi hai convinta.E a voi tutti, buona lettura!

Ivo Tiberio Ginevra è nato a Caltanissetta e vive a Palermo da più di quarant’anni. È ornitologo ed ha all’attivo numerose pubblicazioni di articoli nelle riviste specializzate del settore. Con la sua casa editrice “I Buoni Cugini editori” si dedica principalmente alla pubblicazione di opere “dimenticate” ed ha salvato dall’oblio molti romanzi di Luigi Natoli, come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, mai stampati in libro e apparsi più di cent’anni fa solo nelle appendici del giornale di Sicilia. Con Robin Edizioni ha pubblicato Gli assassini di Cristo (2011) Sicily Crime (2012).

Fonte: omaggio dell’autore.

Senza famiglia, Hector Malot (Gallucci 2021) A cura di Viviana Filippini

14 settembre 2021 by

Remì è un ragazzino che non si demoralizza mai, lui non demorde e non si abbatte. Remì, alla ricerca del suo posto nel mondo, è il protagonista di “Senza famiglia”, romanzo di Hector Malot, uscito nel 1878 e diventato nel corso del tempo un classico della letteratura per ragazzi, tanto è vero che ne esiste pure versioni a cartone animato e film per tutti. Oggi, il libro di Malot, lo ritroviamo in libreria per Gallucci editore (Collana UAO), nella traduzione di Marina Karam. Fin dalle prime pagine, Remì è da subito alla prese con gli ostacoli della vita, perché lui vive con i Barberin, ma il patrigno ad un certo punto non lo accetta più e il ragazzino viene venduto a Vitalis, un suonatore ambulante. Per il protagonista comincia così una vita da strada con spettacoli itineranti per divertire le persone e guadagnarsi da vivere. Con lui ci sarà la sua nuova famiglia composta dall’anziano Vitalis, Capi, Dolce, Zerbino e Joli-Coeur, che sono una scimmietta e tre cani con i quali il ragazzino condividerà momenti di gioia e imprevisti che cambieranno la vita per tutti loro. Nel libro, oltre alle diverse avventure che il protagonista vive, ci sono anche svariati incontri che lui ha e che influenzeranno il corso del suo vissuto. Ci sono per esempio persone buone come la signora Barberin, mamma adottiva del piccolo; la signora Milligan e il figlio Arthur con i quali Remì instaurerà un forte legame; lo stesso Vitalis che fa il saltimbanco diventerà un punto di riferimento fondamentale per il ragazzino. Da non scordare anche l’amico Mattia e la famiglia Acquin. Tutti questi personaggi letterari sono il “buono” che Remì incrocia e che gli dà conforto. Sono per lui l’aiuto necessario ad andare oltre gli ostacoli e le angherie. A mettere i bastoni tra le ruote al piccolo saltimbanco ci sono infatti tutta una serie di individui ambigui che non sono quello che fanno apparire. Tra di loro Jerôme Barberin che vende Remì; Garofoli che maltratta bambini; James Milligan e la famiglia Driscoll che faranno di tutto per impedire al protagonista la scoperta delle proprie origini. “Senza famiglia” di Hector Malot è un romanzo di formazione, dove il protagonista è un bambino che sta diventando un giovane uomo.  Remì è il buono della situazione, che affronta ostacoli e imprevisti per scovare non solo il suo posto nella società, ma per trovare una famiglia vera che sia in grado di amarlo e di volergli bene.

Hector Malot (La Bouille, 1830 – Fontenay-sous-Bois, 1907), scrittore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants. Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza famiglia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle” e poi pubblicato in due volumi nel 1878. Considerato uno dei classici per ragazzi più amati di tutti i tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande schermo e la popolarissima serie animata Remi – Le sue avventure, trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci. Grazie a Marina Fanasca.

Un manga per i settant’anni di Alice nel Paese delle Meraviglie a cura di Elena Romanello

11 settembre 2021 by

Settant’anni fa usciva al cinema Alice nel Paese delle Meraviglie, lungometraggio Disney ispirato al classico di Lewis Carroll: all’epoca non ottenne il risultato sperato, fu visto come troppo sperimentale, e fu rivalutato diversi anni dopo, negli anni Sessanta, per i toni psichedelici che ispirarono tra le altre cose il film Yellow Submarine dei Beatles, e quando si capì fino in fondo la portata rivoluzionaria di questa storia.
Per festeggiare questo importante evento, perché comunque Alice nel Paese delle Meraviglie è ormai comunque un classico, Disney Planet propone in un cofanetto accattivante i due volumetti del manga di Jun Abe tratti dal film di Tim Burton del 2010, sempre prodotto dalla casa americana. Con uno stile insolito, che supera i confini tra shojo e shonen, ci si immerge in un mondo da fiaba, scoprendo tra l’altro l’importanza della figura iconica di Alice in Giappone, ispiratrice di moda e immaginario ancora oggi,  basti pensare al filone delle Gothic Lolita e non soltanto.
Del resto, Alice nel Paese delle meraviglie, in tutte le sue incarnazioni, continua ad essere una storia e un personaggio capace di parlare a più generazioni, di essere un classico e proporre sempre nuove interpretazioni, tra cinema, letteratura, musica, videoclip, spot, fumetti e animazione.

:: Mente oscura, di Pierluigi Porazzi (La Corte Editore 2021) a cura di Federica Belleri

9 settembre 2021 by

Con piacere torno a leggere un nuovo romanzo di Pierluigi Porazzi. Un thriller psicologico e serrato.  Assolutamente verosimile. Ambientato a Udine. La figura principale di questa storia è Max Martini, un uomo che si risveglia in ospedale. Non sa chi è, il suo nome gli viene riferito dagli infermieri. Non ricorda nulla. Gli parlano di un gravissimo incidente d’auto dal quale è sopravvissuto per puro miracolo. Da questo momento Max sente di essere estraneo a se stesso, un velo buio lo circonda. Non ha un passato e il suo presente è in costante bilico. Impossibile per lui pensare al futuro. L’angoscia che prova è allucinante e allucinatoria. Può fidarsi di qualcuno? Può fidarsi di se stesso? Percepisce di essere molto cambiato dopo l’incidente, basandosi sulle parole di amici, donne e collaboratori. Ma chi era davvero “prima”? La vita gli sta forse regalando una seconda possibilità?La storia di Martini è un susseguirsi di colpi di scena, che mi hanno piacevolmente colpita e sorpresa. Di sospetti e bugie. Di intrighi e piani diabolici.  È un viaggio nella mente e nella paura. È l’incognita quotidiana che non permette di conoscerci veramente. È la ricchezza di particolari che completano la trama senza mai appesantirla. Bellissimo libro. I miei personali complimenti all’autore. Buona lettura.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la regione Friuli Venezia Giulia. È una delle più importanti voci del giallo italiano e per Marsilio ha pubblicato i romanzi L’ombra del falco, Nemmeno il tempo di sognare, in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane “Noir Italia” (Il Sole 24 Ore) e “Il Giallo Italiano” (Il Corriere della Sera) e Azrael, premiato come miglior romanzo dell’anno nell’ambito del “Corpi Freddi Awards”. Con La Corte Editore ha già pubblicato La ragazza che chiedeva vendetta.

Fonte: omaggio dell’autore.

Il ritorno di Dune per Fanucci a cura di Elena Romanello

8 settembre 2021 by

Il 16 settembre uscirà finalmente nelle sale cinematografiche nostrane il film Dune di Denis Villeneuve, tra i più attesi degli ultimi anni, con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson e Jason Momoa. 
In vista di questo importante appuntamento, Fanucci ripropone il libro di Frank Herbert, primo di una saga che ha ispirato tra gli altri George R. R. Martin, già alla base del film di culto anni Ottanta di David Lynch e due miniserie al principio del nuovo Millennio.
La saga letteraria di Dune porta su Arrakis, il pianeta più inospitale della galassia, landa di sabbia e rocce popolata da mostri e sferzata da tempeste, ma dove si trova il melange, una sostanza che permette agli uomini di espandere le proprie capacità mentali. 
Il duca Leto della famiglia Atreides deve scegliere l’Imperatore da far succedere ai crudeli Harkonnen, portando alla fine i fragili equilibri di potere su cui si reggeva l’ordine dell’Impero e facendo iniziare uno scontro cosmico tra forze straordinarie, popoli magici e intelligenze insondabili. 
Un’occasione quindi per rileggere un classico ormai, capace di reinventare un genere e aprirlo a nuove sperimentazioni, primo volume di una saga trascinante che periodicamente torna sugli schermi a influenzare immaginari e vite. 

Pollyanna, Eleanor Hodgman Porter, (Gallucci 2021) A cura di Viviana Filippini

6 settembre 2021 by

Di Pollyanna il primo ricordo che ho è l’anime degli anni ‘70/’80 dedicato alla bambina dai capelli rossi e dal viso ricoperto di lentiggini, anche se in realtà la sua storia è un romanzo per bambini pubblicato della scrittrice statunitense Eleanor Hodgman Porter. Dal 1913, anno della prima uscita, il libro è una costante presenza nella storia della letteratura per l’infanzia. Protagonista della nuova edizione di Gallucci (Collana UAO) è appunto Pollyanna, 11 anni, orfana di entrambe i genitori. La bambina arriva a vivere da zia Polly, la sorella della mamma, donna molto seria, severa, con uno stile di vita che non lascia spazio a divertimento, affetti e distrazioni. Pollyanna è l’opposto della zia che dimostra da subito nei confronti della nipote, sempre allegra e felice, una freddezza glaciale. Il modo di essere solare di Pollyanna e quel suo voler aiutare le persone a trovare la felicità, sono un qualcosa che riusciranno a conquistare un po’ tutti e anche a scalfire il duro cuore della zia, fino a quando un evento imprevisto scombinerà la vita della piccola. Il romanzo della Porter può essere visto come un romanzo di formazione per Pollyanna che, andando ad abitare dalla zia, deve riorganizzare in po’ tutta la sua vita intrecciando rapporti umani con persone per lei nuove e sconosciute. Qualcuno sarà facile da conquistare (Nancy, il piccolo Jimmy Bean, il solitario Jim Pendelton), qualcuno altro sarà un po’ più ostico verso la protagonista. La prima ad avere un atteggiamento di chiusura verso Pollyanna è proprio la zia Polly che accetta la nipote perché deve farlo, perché la bambina non ha più nessuno, ma la donna non ha mai capito la scelta della sorella di sposarsi a un pastore anglicano. Zia Polly è distaccata dalla nipote, per esempio la mette a dormire nella parte più isolata e alta della casa, non si preoccupa di darle affetto o attenzioni, e forse questo suo essere anaffettiva è determinato più che dal suo carattere, da motivazioni personali, da qualcosa che le è accaduto e che ha reso fragile la sua serenità. Zia Polly si è un po’ “chiusa a riccio” come per la paura di soffrire ancora e Pollyanna, con il suo candore, la sua sincerità, riuscirà a smuovere dei cambiamenti nella zia e in chi le sta attorno, a dimostrazione che cambiare, anche se non è facile, è possibile. “Pollyanna” di Eleanor Hodgman Porter è un romanzo che narra la crescita emotiva e umana per la protagonista stessa e per i suoi comprimari, perché Pollyanna, con quel suo cercare, a volte anche con fatica e con ostacoli da valicare, la felicità nelle piccole cose del quotidiano diventerà un punto riferimento per adulti, per bambini e per noi lettori. Tradizione Paola Mazzarelli.  

Eleanor Hodgman Porter (Littleton, 1868 – Cambridge, 1920) è stata una delle più note e prolifiche autrici statunitensi di libri per ragazzi. Dopo aver studiato canto al Conservatorio, all’inizio del Novecento decise di dedicarsi alla letteratura, raggiungendo la notorietà grazie al fortunato personaggio di Pollyanna, che ha ispirato film di successo e serie televisive amatissime.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’uffcio stampa Gallucci e a Marina Fanasca.

:: Centenario della nascita di Stanislaw Lem: “NON AVRAI POSTO ALCUNO NELLO SPAZIO…” Il pessimismo cosmico nell’opera di Stanislaw Lem a cura di Michele Tetro

6 settembre 2021 by

Per il centenario della nascita di Stanislaw Lem (1921- 2006) tutto il mese di settembre darà dedicato sul blog Liberi di scrivere a qusto autore poliedrico e geniale, iniziamo oggi con il primo contributo offerto da Michele Tetro, lascio a lui la parola:

Sin dal suo primo apparire in traduzione inglese e francese, la prosa fantascientifica dello scrittore polacco Stanislaw Lem (già studioso di medicina, cibernetica, astronautica, scienza della mente tra le altre cose), con la sua propensione a trasformarsi in racconto filosofico nonostante l’utilizzo di stereotipi tipici del genere fantascientifico (il viaggio d’esplorazione spaziale, la missione di soccorso planetario, il naufragio su mondi alieni, il primo contatto), mostrò di essere di gran lunga superiore a quella dei colleghi europei e d’oltreoceano. Una prosa estremamente originale e innovativa, anche quando ancora “viziata” dalle strette dell’ideologia consacrata dal realismo socialista del periodo staliniano e dal pensiero marxista nel concepire il futuro dell’uomo, all’insegna della tecnologia al servizio delle genti del mondo (e delle loro forze produttive) e del ripudio dell’utilizzo dell’energia atomica a fini bellici (lo scritture fu però criticato anche in questo senso in patria, dato che secondo il regime non magnificava in modo adeguatamente consono l’utopistica società comunista voluta dai “piani alti”). Romanzi come Il pianeta morto (Astronauci, 1951), primo viaggio sul pianeta Venere, abitato da un’estinta razza umanoide che si è autodistrutta nel tentativo di invadere la Terra, lasciando dietro di sé una tecnologia ancora attiva ma del tutto estranea alla comprensione umana, e La nube di Magellano (Oblok Magellana, 1955), stavolta incentrata su un volo interstellare alla ricerca della vita nello spazio e sulle problematiche cui va incontro l’equipaggio a fronte delle insidie cosmiche, esaltano sì società future di stampo comunista, nate dalle macerie di precedenti conflitti mondiali, in cui il capitalismo è stato bandito, l’energia atomica impiegata solo a scopi scientifici e l’equilibrio mondiale raggiunto da un ordinamento politico socialista di pacifica coesistenza, ma mettono in campo anche le principali tematiche che l’opera successiva di Lem non mancherà mai di affrontare: speculazione filosofica sulle sorti dell’uomo nello spazio, accuratezza scientifica nel descrivere i fenomeni di rara limpidezza e vincolante rigore realistico, riflessione esistenziale sulla posizione della razza umana in rapporto con intelligenze extraterrestri (e anche in rapporto con sé stessa), velata critica politica, predilezione all’ironia, ottimismo tecnologico frenato però dallo scetticismo filosofico che la conoscenza scientifica implica nel suo evolversi. Tema centrale dell’opera di Lem è l’inadeguatezza dell’apparato conoscitivo umano nell’interpretare i misteri del cosmo, al di là di ogni possibile comprensione, una tragedia scientifica che comporta l’agonia dello spirito umano, condannato a restare relegato nella sua ristretta sfera di competenza esistenziale che neppure ha il pregio e la capacità di conoscere completamente, tutt’altro: una posizione quasi antipodica a quello che è il senso della fantascienza stessa, cioè l’ampliamento della conoscenza umana in modo “positivo”, la possibilità di “guardare oltre” e decifrare le meraviglie dell’universo, il felice bilanciamento tra tecnologia e capacità di pensiero. L’ignoto cosmico che ingenuamente questo genere narrativo pretende di poter decodificare e adattare alle menti umane si risolve in Lem con lo scontro “doloroso” dell’uomo con un inconoscibile che resterà tale, lo rigetterà indietro, lo costringerà a fare i conti con la sua grottesca posizione così antropocentrica da non essere in nessun modo applicabile al di fuori del pianeta Terra. Per Lem la realtà sconosciuta del cosmo può essere esplorata solo con un drastico mutamento degli schemi di pensiero e dei metodi conoscitivi umani ancora di là dal poter essere concepiti, poiché nell’attuale stato esistenziale umano non è possibile immaginare il funzionamento di altre coscienze diverse dalla propria, né pretendere di entrarvi in contatto. Forzare tale stato di cose porta alla sconfitta, alla tragedia scientifica, all’applicazione di modalità d’azione e di pensiero unicamente distruttive. Bisogna invece prendere coscienza del fatto che possano esistere contesti di evoluzione biologica così alieni e differenti dal nostro che l’unico modo costruttivo di potersi rapportare con questi è lasciarli perdere, accettare di fare marcia indietro con umiltà, in modo da poter continuare un decoroso percorso evolutivo solo là ove questo è possibile in rapporto ai parametri strettamente umani.

La culla del dio bambino

E’ soprattutto nel suo capolavoro Solaris (1961) che Lem mette in scena, per dirla con le sue parole,“lo scisma tragico tra atto conoscitivo, concepito come curiosità interminabile e inappagabile che condiziona il comportamento e l’attività, e i soggetti inconsci, cioè i personaggi stessi, gli esseri mentalmente minuscoli e non adulti che compiono il vano sforzo di superare i propri limiti antropomorfici”. Da oltre un secolo la razza umana sta studiando il pianeta Solaris, nell’Alfa dell’Aquario, un mondo in cui si è evoluto un unico, gigantesco organismo protoplasmatico, un oceano gelatinoso che copre l’intero corpo celeste, evidentemente un’entità biologica superiore in grado addirittura di correggere l’orbita planetaria attorno ai suoi due soli per ottenere il massimo dell’energia, con una magmatica attività di superficie che porta alla creazioni di grandiose, chilometriche e spettacolari strutture polimorfiche, il cui scopo è del tutto sconosciuto, battezzate dall’uomo con fantasiosi appellativi a seconda delle loro svariate forme (“mimoidi”, “vertebroidi”, longhi, “simmetriadi”, “agilanti”) e la capacità di duplicare ogni oggetto introdotto nel suo fluido colloidale. Tali proprietà del pianeta hanno indotto gli studiosi terrestri a ritenere che l’organismo oceanico sia in qualche modo senziente ma ogni tentativo di comunicazione con esso è risultato del tutto vano (nessuna reazione interpretabile come una “risposta” è mai giunta dalla massa protoplasmatica che avvolge Solaris, sia che si trattasse di un’esplosione nucleare in superficie o dell’invio di convenzionali segnali comunicativi a largo spettro). Una quantità sterminata di libri e documenti di studio sul pianeta, prodotta nel corso degli anni e assurta a vera e propria disciplina scientifica, chiamata “Solaristica”, non ha portato l’umanità di un passo più vicina al gettare un ponte di dialogo con quel “mostro appiccicoso”, il cui “comportamento” è simile a quello di un uomo che reagisce al morso di una formica… grattandosi però altrove e non facendo intendere alcun collegamento di causa ed effetto con il morso dell’insetto. La Solaristica, con la sua mostruosa mole di dati e teorie di nessuna utilità pratica, versa ormai in crisi e si pone come “surrogato della religione dell’era cosmica, della fede indossante i panni della scienza” e il tanto agognato contatto con l’oceano pensante “scopo al quale essa tendeva, non era meno nebuloso e oscuro della Comunione dei Santi o dell’Avvento del Messia”. Nel romanzo, il socio-psicologo Kris Kelvin è inviato sulla stazione orbitante attorno a Solaris per prendere una decisione in merito alla rimozione della medesima e alla chiusura di un caso evidentemente perso ma al suo arrivo alla base sospesa sull’oceano scopre che il suo diretto superiore è morto suicida e gli altri due componenti dell’equipaggio, il cibernetico Snaut e il biologo Sartorius, in stato psichico evidentemente alterato e reticenti ad offrire spiegazioni, sembrano celare nei loro alloggi misteriosi “ospiti”, tenuti rigorosamente nascosti. Durante la notte, il frastornato Kelvin riceve la visita di Harey, la moglie morta dieci anni prima, spinta al suicidio dopo un litigio tra i due: sconvolto da quell’apparizione impossibile ma reale, lo scienziato la proietta nello spazio su di un razzo. Solo allora Snaut gli spiega cosa sta succedendo alla stazione: in seguito a un pesante bombardamento di radiazioni sulla superficie di Solaris, quasi in risposta a esso, l’oceano ha modulato un fascio di frequenze tali da individuare isole mnemoniche riposte nel cervello umano e dare loro forma fisica, creando quindi entità biologiche all’apparenza umane ma in realtà a struttura neutrinica, di fatto “più vere di quelle vere” di cui assumono l’aspetto e il comportamento. Una seconda Harey appare mentre Kelvin dorme, ignara del fato della prima. La nuova Harey, che non è tanto la copia dell’originale quanto la manifestazione del pensiero ideale che Kelvin ha di lei (perciò priva dei disturbi mentali che portarono al suicidio la donna sulla Terra), acquisendo progressivamente “umanità” dal contatto con Kelvin, ne scatena anche il rimorso sopito per lungo tempo, sicchè il rapporto dello scienziato con Solaris, manifestazione del grande mistero dell’Universo, diventa prima di tutto un impietoso confronto col proprio intimo torturato. Macrocosmo e microcosmo si fondono dando origine a un “dramma gnoseologico, nel cui centro focale sta la tragicità dell’imperfezione dell’apparato umano conoscitivo”, sia nei confronti con l’abisso esterno che con il proprio interiore, non meno profondo e sconosciuto. “L’uomo si è mosso per andare alla scoperta di altri mondi, di altre civiltà, senza avere perlustrato a fondo, dentro di sé, i cortiletti, i camini, i pozzi e le porte sbarrate”: tale impreparazione spirituale porta Kelvin a un bivio, la crescente umanità di Harey (che pure avverte di non essere l’originale) lo spinge a tentare di “correggere” l’errore compiuto sulla Terra in una seconda occasione di vita insieme, ma il “clone” sintetizzato dall’oceano può esistere solo in prossimità del campo magnetico del pianeta. “Non puoi trasformare un problema scientifico in una storia d’amore”, redarguisce Snaut, che sa perfettamente come la presenza degli “ospiti”, che incarnano le ossessioni e il rimosso più oscuro della propria anima, possa non costituire affatto un dono, una tortura, una condanna o un reale tentativo di contatto da parte dell’oceano, che potrebbe aver meccanicamente risposto alle radiazioni inviate dalla stazione senza un fine davvero orientato ad entrare in comunicazione con l’uomo e più con reazione istintiva priva di vere motivazioni intellettive o intenzionali. Snaut, più sensibile dell’algido Sartorius, ha ben compreso che il dramma in atto è provocato dall’inadeguatezza conoscitiva dell’uomo nei confronti del creato, e che in un contesto al di là di ogni moralità (umana) non è consentito comportarsi in modo morale, facendosi portavoce del pensiero di Lem stesso:

Noi partiamo per lo spazio preparati a tutto, cioè pronti al sacrificio, alla solitudine, alla lotta, alla morte. Per modestia, non lo diciamo ad alta voce, ma lo pensiamo dentro di noi di tanto in tanto, pensiamo di essere eccezionali. Intanto però, non è tutto, il nostro zelo si rivela una posa. Non abbiamo nessuna voglia di conquistare il cosmo, noi vogliamo soltanto allargare sino ai suoi ultimi confini le frontiere della Terra. (…) Non abbiamo intenzione di conquistare altre razze, vogliamo solo trasmettere i nostri valori e in cambio impadronirci del loro patrimonio. Ci crediamo i Cavalieri dell’Ordine del Sacro Contatto. Questa è una bugia. Noi cerchiamo solo l’uomo. Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi. Non sappiamo cosa farcene di altri mondi, ce ne basta uno, quello in cui sguazziamo.

E Solaris è proprio quello specchio, impietoso ma non consapevole di esserlo, il riflesso del profondo interiore dell’uomo, nascosto e rinnegato, la sua parte più vergognosa che si fa d’improvviso carne e porta il turbamento. Il contatto così ambito con un’altra coscienza extraterrestre diventa drammaticamente l’immagine, ingrandita come se fosse sotto al microscopio, “della nostra mostruosa bruttezza, della nostra buffoneria e vergogna”. La ricerca di pianeti dalla civiltà migliore della nostra, intesa però come ritratto idealizzato del nostro mondo, si scontra con quel “qualcosa che noi non accettiamo e contro cui lottiamo ma che comunque resta, perché dalla Terra non abbiamo portato un distillato di virtù o una statua alata dell’uomo ma siamo arrivati qua come siamo veramente e quando l’altra faccia, cioè la parte che manteniamo segreta, si mostra com’è veramente… non riusciamo ad andarci d’accordo!” Harey, conscia della tortura che la sua presenza costituisce per Kelvin, tenta nuovamente il suicidio ingerendo ossigeno liquido, ma gli “ospiti” sono indistruttibili e si rigenerano dolorosamente, così si tenta di inviare verso l’oceano un fascio modulato di energia cerebrale da pensieri diurni, un encefalogramma che possa in teoria illustrare la situazione che si è creata sulla stazione, esperimento cui si presta malvolentieri Kelvin, timoroso di perdere nuovamente la moglie, qualora il tentativo comunicativo ottenesse successo e il suo inconscio rivelasse il desiderio della sua sparizione. Ma Harey risolve il problema chiedendo pietosamente a Snaut e Sartorius di essere annichilita da un macchinario che agisce solo sui neutrini, lasciando a Kelvin una breve lettera d’addio. Gli “ospiti” scompaiono tutti, senza più ritornare, cosa che però non incide sulla questione che l’oceano possa o meno aver compreso il messaggio inviato. Snaut e Kelvin formulano l’ipotesi che Solaris possa essere la culla di un Dio bambino, limitato nella sua onniscienza, “che crea gli orologi ma non il tempo che devono misurare”, l’embrione, lo stadio primitivo di un’entità onnipotente ma infantile, per il quale la vitalità della sua infanzia supera ancora di troppo la sia intelligenza, e perciò non consente il contatto con l’esterno e origina tutta una serie di “comportamenti” rapportabili a una psicologia spiccatamente infantile… ma si tratta solo di un’altra teoria, l’ennesima, senza prove inconfutabili che andrà ad arricchire la stantia quantità di ipotesi già raccolte dall’agonizzante Solaristica. Quando Kelvin si reca su un mimoide emerso dall’oceano, la sua prima reale discesa su Solaris, ripete un antico esperimento già compiuto dagli esploratori venuti prima di lui: allunga una mano verso il protoplasma oceanico e questo origina uno pseudopodo gelatinoso che va a toccarla, avvolgendola e lasciando una piccola intercapedine tra fluido e mano coperta dal guanto. Sembrerebbe una stretta di mano tra l’uomo e l’oceano pensante, ma non è così, si tratta semplicemente di un’azione riflessa, nata forse da una “curiosità” del colosso colloidale che però non viene soddisfatta in risultanze condivisibili. Kelvin dovrà decidere se tornare o meno sulla Terra, cancellando così l’unica speranza che l’epoca dei miracoli, per quanto crudeli, possa ancora riproporsi. Ma al di là della speranza dello psicologo, Lem non offre alcun termine ottimistico sulla possibilità di un futuro contatto umano con il fluido magma di Solaris, lo specchio non intenzionale frapposto tra l’uomo e l’infinito.

Una “necrosfera” in evoluzione

L’equipaggio dell’incrociatore fotonico Invincibile, protagonista dell’omonimo romanzo di Lem del 1964, non ha alcun trascorso psicologico tale da ingenerare crisi nel vuoto cosmico, lavora su una gigantesca nave pesantemente armata, dotata di mezzi corazzati semoventi e robot da sbarco ed esplorazione, è fornito di armi ad antimateria tali da poter distruggere un intero pianeta, si giova di dipartimenti scientifici costituiti dalle migliori menti disponibili e in grado di dipanare ogni problema con logica e razionalità. In effetti, ricorda molto la comunità di sapienti dell’astronave Space Beagle di Crociera nell’infinto di Van Vogt ma, a differenza di quella, a bordo non ha un Connettivista in grado di mettere assieme tutte le discipline e le conoscenze scientifiche, senza campanilistiche divisioni interdisciplinari o ideologiche, per ottenere modelli vincenti di progettualità. E forse proprio per quello è destinato a uscire sconfitto dall’incredibile esperienza che lo attende su Regis III, un pianeta desertico della costellazione della Lyra, dove la nave gemella Condor è data per dispersa ed è l’oggetto della sua missione di soccorso e salvataggio. Gli uomini dell’Invincibile non tardano a scoprire sulla superficie del mondo privo di vita (che invece alligna stranamente solo nei suoi oceani) l’astronave perduta, il cui equipaggio è stato sterminato, apparentemente senza subire ferite fisiche, e la corazza esterna bucherellata da miriadi di piccoli fori. Sembra che i cervelli degli astronauti siano stati completamente resettati a zero da un immane campo magnetico e privati di ogni stimolo o impulso, cosa che ha condannato a morte ogni singolo individuo, non più capace di intendere e volere. L’unico indizio è l’ultima immagine registrata dalla retina di un cadavere, che mostra, apparentemente, degli insetti nerastri simili a tremule mosche. L’astrogatore Horpach mette in campo tutti i mezzi corazzati della nave per affrontare una misteriosa nube nera che appare all’orizzonte e attacca i cingolati in avanscoperta, lasciando gli uomini completamente privi di memoria come i membri dell’equipaggio del Condor. Uno scienziato di bordo, Lauda, analizzando uno degli “insetti” di cui è composta la nuvola, scopre che si tratta di un artefatto cibernetico in grado di riprodursi all’infinito e di formare, una volta nello sciame, una sorta di intelligenza collettiva con l’unico scopo di sopprimere ogni forma di vita umana, animale o artificiale, cancellando ogni informazione nei cervelli e lasciando così consumare per inedia e debolezza finale ogni avversario vivente e ogni macchina dalla memoria spenta: la “mosca” sarebbe l’evoluzione ultima, attraverso i millenni, di una schiatta di automi caduti su Regis III da tempi immemori, robots creati da una civiltà aliena esule nello spazio e naufraga sul pianeta, sopravvissuti ai loro creatori. Trattandosi di macchine omeostatiche, cioè in grado di adattarsi agli eventi, i primissimi automi, rimasti soli dopo la morte dei loro creatori, hanno avuto il sopravvento sui loro stessi simili “più deboli”, subendo poi un’incredibile evoluzione di materia non organica, una “necrosfera” sempre più raffinata e selezionata che ha annientato la vita sull’intera superficie, tranne che negli oceani, sviluppandosi infine nella forma finale di “mosca”, in grado di riprodursi esponenzialmente e di continuare a mettere in esecuzione l’antica programmazione distruttiva, ripetendola meccanicamente all’infinito, ai danni di ogni intruso sul loro mondo. Di fronte a un tale avversario, così alieno da ogni parametro umano e al di là di ogni tentativo di comunicazione o comprensione, non ha quindi alcun senso che l’uomo accampi pretese di vendetta per i compagni caduti né che persista nell’idea di nuclearizzare l’intero pianeta. La cosa più sensata da fare è semplicemente andarsene. Horpach scatena però una terrificante battaglia, persa in partenza, tra la cannoniera automatizzata Ciclope e la nera nube-cervello, un inferno di fuoco e fiamme che non cambia assolutamente la situazione e vede il cannone blindato avere la peggio. E’ però necessario che il secondo ufficiale Rohan, prima della partenza dell’Invincibile, tenti di recuperare quattro dispersi dell’equipaggio a seguito della battaglia, protetto da un caschetto che isola i suoi impulsi cerebrali e non consente di essere individuato dagli “insetti”. Nella sua disperata e inutile missione Rohan assiste a uno spettacolo incredibile; due sciami di “mosche” si “affrontano” e “uniscono” in cielo, secondo un meccanismo che lo induce a credere di stare assistendo a una specie di cerimonia religiosa, compiuta da macchine aliene evidentemente assurte a un livello di “esistenza” altra, inconcepibilmente estranea a quella umana ma incontrovertibilmente vera. Sarà questo spettacolo a fare comprendere a Rohan l’impossibilità di contatto e la necessità di non scatenare una distruzione indiscriminata della superficie di Regis III:

Oltre tutto, giudicava la sua presenza inutile su quel pianeta della morte perfetta, dove solo le forme morte si perpetuavano vittoriosamente per dedicarsi a misteriosi riti che nessun occhio umano doveva contemplare. Non aveva provato orrore, bensì un’abbagliata ammirazione, mentre prendeva parte a ciò che si era svolto un momento prima. Sapeva che nessuno scienziato sarebbe mai stato in grado di condividere i suoi sentimenti, ma ora desiderava ritornare alla base, non più per annunciare la morte dei suoi compagni ma per fare tutto ciò che era possibile affinché, in avvenire, si lasciasse stare quel pianeta. ‘Non tutto l’universo ci è stato destinato e il nostro posto non è dappertutto’, pensò, mentre scendeva lentamente”.

Con questa considerazione profondamente lovecraftiana, Rohan torna all’astronave “alta venti piani, così maestosa nella sua immobilità che, davvero, pareva invincibile”, simbolo invece di una sconfitta gnoseologica dell’uomo appena nobilitata dal fatto che si è comunque deciso di evitare una insensata annichilizzazione di massa dell’ignoto residente su Regis III, riflesso del mistero di un universo inconoscibile non interpretabile che non permette alla razza umana, pur con tutta la sua scienza e potenza distruttiva, alcuno spazio di comprensione.

Vedere i Quintani

L’ultimo libro di fantascienza scritto da Lem, su commissione, è la summa concettuale delle tematiche già affrontate in Solaris e L’invincibile, soprattutto in merito al problema dell’incomunicabilità tra esseri umani e creature aliene dovuto all’impossibilità di stabilire schemi di pensiero condivisi. Il pianeta del silenzio (Fiasko, 1986) non può forse definirsi il capolavoro dello scrittore-scienziato polacco, sbilanciato com’è tra una prima parte più avventurosa e spettacolare che sembra costituire un racconto a sé lasciato nell’ambiguità di un non-finale, e il resto dell’opera, pesantemente didascalica, per quanto non priva di fascino visionario a volte addirittura incontenibile, con utilizzo di uno stile molto verniano, in cui la spiegazione scientifica, tecnologica, astrofisica, religiosa e filosofica prevale nettamente sull’intreccio del racconto. Praticamente, l’abbondanza di informazione rivolta al lettore (il tanto deprecato infodump dei nostri tempi) si trasforma di fatto nel racconto stesso. La prima parte del libro ci presenta il protagonista Angus Parvis, pilota spaziale dirottato su Titano, la più grande luna di Saturno, per partecipare a una missione di soccorso a bordo di un Digla, mastodontico mezzo robotizzato molto simile ai mecha della narrativa fantascientifica giapponese. Due di questi giganteschi automi semoventi sono dati per dispersi nella distesa di metano, uno dei quali pilotato dal grande astrogatore-pilota Pirx, mentore di Parvis e già protagonista della famosa antologia di racconti lemiani I viaggi del pilota Pirx (Opowiesci o pilocie Pirxie, 1968-1973, per quanto non sia ufficializzato dall’autore che si tratti del medesimo personaggio). Riuscito a raggiungere l’area in cui sono spariti i Diglas e localizzati i resti, Parvis è però costretto a sottoporsi a un volontario processo di criogenizzazione nel momento il cui il robot si rovescia in un geyser di metano, sperando in un futuro tentativo di soccorso operato per tutti i dispersi. In realtà, solo cento anni dopo è possibile individuare il Digla di Parvis e quello di Pirx, estraendo i due piloti ibernati e riuscendo a rianimarne solo uno… “riassemblato” con innesti biologici dell’altro. Il nuovo essere, risvegliatosi senza memoria, sa solo che l’iniziale del suo cognome è una “P” ma non ha facoltà di capire se il suo corpo appartenga prevalentemente a Parvis o a Pirx. E qui Lem abbandona un intrigante racconto in essere per passare repentinamente a tutt’altra storia. Il sopravissuto è stato liberato dalla sua tomba robotica dall’equipaggio dell’astronave Euridice, costruita in orbita di Titano, già in volo per il sistema stellare Beta Harpie e con l’intento di prendere contatto con gli abitanti del quinto pianeta del sesto sole dell’Arpia, chiamato appunto Quinta e ritenuto essere sede di una progredita civiltà aliena. Col nuovo nome di Mark Tempe, il redivivo accetta di partecipare alla missione. Lem sottopone il lettore, come abbiamo già detto, a una massiccia dose di spiegoni afferenti alle più diverse discipline scientifiche, descrivendo minuziosamente il volo, le manovre dell’astronave, i sistemi di sopravvivenza ad accelerazioni prossime alla velocità della luce, le teorie più accreditate sull’evoluzione della vita nel cosmo, l’approccio filosofico e religioso alla materia, il funzionamento dell’intelligenza artificiale di bordo e un’infinità di altre digressioni a volte fin troppo prevaricanti sulla narrazione del racconto. Per ovviare alla dilatazione temporale che non consentirebbe un contatto tra le due civiltà nel tempo presente dell’universo al giusto punto evolutivo di entrambe, l’Euridice viene lasciata ai margini dell’orizzonte degli eventi di un buco nero, sfruttando le distorsioni delle leggi comunemente accettate della fisica e le differenti valenze spaziotempo per minimizzare lo sfasamento temporale: il viaggio continua così nel futuro a bordo dell’Hermes, che a missione compiuta potrà tornare alla nave-madre parcheggiata in una sospesa bolla temporale e rientrare poi nel proprio continuum. Ma pur essendo giunti a Quinta in una fascia temporale idonea al contatto, gli abitanti del pianeta sembrano del tutto refrattari a comunicare con gli uomini in quanto apparentemente impegnati in una sorta di Guerra Fredda planetaria, che secondo le ipotesi dei nuovi venuti potrebbe portare in futuro alla mutua distruzione dei belligeranti stessi. L’Hermes intende quindi ergersi come compositore del conflitto, pretendendo il contatto reciproco e minacciando, come prova di forza, un selenoclasmo, cioè l’implosione di una luna di Quinta. L’inaspettata risposta dei Quintani è una salva di missili che intercetta alcuni di quelli della Hermes diretti verso il satellite, cosìcchè viene a mancare il necessario potenziale esplosivo per innescare l’implosione controllata della luna e diversi frammenti piombano catastroficamente su Quinta. Eppure, anche questo disastro non sortisce il tanto agognato contatto da parte dei Quintani. Tempe suggerisce di proiettare un comunicato visivo con immagini generate da un laser sulle nubi del pianeta e stavolta di raggiunge l’obiettivo desiderato: i Quintani comunicano di essere disposti a un incontro ma quando una copia dell’Hermes viene inviata precauzionalmente sul pianeta, questa viene completamente distrutta dai suoi abitanti, scatenando così la ritorsione terrestre e l’annientamento dell’anello di ghiaccio che circonda il pianeta, i cui frammenti precipitano al suolo generando tutta una serie di eventi catastrofici. Il messaggio successivo dei Quintani, dopo un ulteriore minaccia da parte dei terrestri di provocare stavolta un planetoclasmo, accetta la ricezione di un singolo ambasciatore umano al proprio spazioporto e Tempe si offre volontario, con la garanzia di sicurezza dovuta al fatto che un dispositivo di distruzione di massa predisposto dall’Hermes sarebbe entrato in funzione se i contatti con lui fossero andati perduti. Sceso su Quinta, nel luogo designato, Tempe non vede nessuna creatura vivente, trovandosi invece circondato da ciò che sembrano piccoli tumuli a cupola disposti sulle pendici delle colline. Nella foga della sua ricerca, dimentica di segnalare la sua posizione all’Hermes, che scatena così un attacco finale altamente distruttivo, proprio mentre l’ambasciatore umano, guardandosi ancora attorno nella moltitudine di tumuli simili a ombrelli di grossi funghi, giunge a una sconvolgente conclusione:

Il cielo sopra di lui si riempì di una luce crudele. L’Hermes, aprendo il fuoco sul sistema di antenne vicine allo spazioporto, trapassò le nubi come se non fossero mai esistite. La pioggia evaporò in un istante, lasciando bianche spire di vapore. Sorse un sole laser. Con un vasto movimento, un fascio di raggi ustori spazzò via dall’intero pendio la nebbia e il vapore. A perdita d’occhio, il fianco della collina era affollato di quelle protuberanze nude e indifese e, mentre gli enormi tralicci e la rete, spezzatisi i cavi, crollavano in fiamme verso di lui, seppe di aver visto i Quintani”.

Lem porta a compimento, in quest’ultimo romanzo, ciò che si era potuto evitare in Solaris (la distruzione dell’oceano pensante) e in L’Invincibile (lo sterminio antimaterico delle mosche cibernetiche di Regis III), grazie alla risoluzione umana di accettare l’impossibilità di un contatto con l’ignoto, in entrambi i casi del tutto alieno, facendo un passo indietro. Su Quinta, che pure dimostra la possibilità di uno scambio comunicativo comprensibile con gli uomini, la situazione non è diversa ma non compete solo all’essere umano, vincolato dal suo innato antropocentrismo che limita la percezione dell’universo a riduzionismi comprensibili solo in virtù della sua stessa essenza, valida unicamente sul proprio pianeta, bensì anche alle creature aliene, a loro volta confinate in una propria sfera sensoriale completamente impermeabile a qualsiasi altra manifestazione esterna. La comunicazione c’è ma non significa nulla, si basa su parametri irriconducibili tra loro, si perde in particolari che messi assieme non portano a un quadro comprensivo o appena interpretabile con reciprocità, come già avvenuto nel precedente romanzo di Lem Pianeta Eden (Eden,1959). Neppure il sofisticatissimo computer di bordo della Hermes, un’intelligenza artificiale emblematicamente (o ironicamente, nell’ottica del pensiero dello scrittore polacco) chiamata Deus, sfugge ai limiti della sua programmazione, incapace, come ovvio riflesso dell’antropocentrismo umano che l’ha ideata, di interpretare adeguatamente elementi riguardanti l’intelligenza extraterrestre e “riuscendo solo ad apprendere quanto stretti fossero i vincoli di parentela mentale tra l’uomo e il suo computer”. Quinta riflette, in questo caso, non il rimosso psicologico dell’uomo come Solaris, ma la sua aggressività, e gliela ritorce contro. Le due intelligenze in contrapposizione non riescono ad andare oltre la propria nicchia biologica, a confrontarsi con un esterno che ha proprietà non condivise e non comprensibili. E’ un “fiasco” gnoseologico, culturale e scientifico che abbraccia non solo un fronte, quello umano, ma anche quello alieno, come provocatoriamente alludeva il titolo originale del romanzo, e sancisce il totale e definitivo pessimismo dell’autore in merito alla presenza umana nel cosmo e al suo tentativo di entrare in contatto con entità extraterrestri.

Tratto dal volume “Spazio – Il vuoto davanti”, di Michele Tetro, Odoya 2021, per gentile concessione dell’autore.

Michele Tetro (Novara, 1969), scrittore e giornalista laureato in Lettere Moderne, ha pubblicato vari racconti di genere fantastico, saggistica cinematografica ed è co-autore dei libri Il grande cinema di fantascienza, 2 voll. Il cinema fantasy, Il cinema dei fumetti (tuttiper Gremese Editore), Contact – Tutti i film su UFO e alieni (Tedeschi Editore) e Mondi paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film (Della Vigna). A sua sola firma è uscito il saggio Conan il barbaro – L’epica di John Milius (Falsopiano Editore). Per l’editore Odoya è co-autore dei volumi Guida al cinema di fantascienza (2014), Guida alla letteratura horror (2014), Guida al cinema horror – Dagli anni Settanta a oggi (2015), La Luna nell’immaginario (2019), I due volti del terrore – La narrativa horror sul grande schermo (2020). Ha curato (con Stefano Di Marino)i volumi Guida al cinema western (2016)e Guida al cinema bellico (2017). Come autore singolo ha pubblicato, sempre per Odoya, i volumi Robert E. Howard e gli eroi della Valle Oscura (2018), Dove soffiano i venti propizi – Esploratori, trappers, cacciatori di pelli e cercatori d’oro nel Nuovo Mondo (2019) e Spazio, il vuoto davanti – Le distese cosmiche tra storia, scienza, narrativa, arte e cinema (2021).