:: In uscita dal 7 gennaio “Annientare” di Michel Houellebecq trad. Milena Zemira Ciccimarra

30 dicembre 2021 by

Avremmo avuto bisogno di meravigliose menzogne.

Bruno Juge è un politico di lungo corso, ministro dell’Economia e uno degli uomini più potenti della scena politica francese che si avvia alle prossime elezioni presidenziali. Ma è anche un uomo solo. Sua moglie lo ha tradito ed esposto a uno scandalo pubblico.
Paul Raison è uno dei più stretti consiglieri di Bruno, solo come lui, separato in casa nell’indifferenza della moglie Prudence, fervente ecologista e vegana.
Quando un attacco informatico diffonde in rete una serie di violenti video che colpiscono il governo e la stessa persona di Bruno Juge, Paul viene chiamato a collaborare alle indagini della Direzione generale per la sicurezza interna, che suo padre aveva diretto. Mentre difende il paese da pericolosi terroristi digitali, Paul deve affrontare anche i nodi irrisolti della sua famiglia: la fragilità dell’anziano padre, che è disposto a proteggere fino in fondo, il rapporto intenso con la sorella Cécile, contraria a ogni forma di edonismo, la distanza dal fratello minore Aurélien, un artistoide un po’ spiantato. In questa ricerca, a sorpresa, ritrova in Prudence, oltre l’apparente freddezza e distanza, un mondo segreto che ha resistito a tutto.

Michel Houellebecq torna a raccontare il nostro tempo con un romanzo impetuoso e fluviale, ancorandoci alla storia di un uomo, Paul Raison, che, di fronte a una minaccia più grande di lui, tenta di ricomporre i pezzi disallineati della propria vita, e si trova a guardare a Prudence, un amore perduto eppure in qualche modo presente, come all’unica isola protetta di una civiltà in pericolo. Dando vita a una storia d’amore fra le più belle e tormentate della sua letteratura.

MICHEL HOUELLEBECQ, romanziere, poeta e saggista francese, ha pubblicato i romanzi Le particelle elementari (1999, nuova edizione La nave di Teseo 2021), Estensione del dominio della lotta (2000, nuova edizione La nave di Teseo 2019), Piattaforma (2001, nuova edizione La nave di Teseo 2019), Lanzarote (2002, nuova edizione La nave di Teseo 2019), La possibilità di un’isola (2005), divenuto un film con la regia dell’autore nel 2008, La carta e il territorio (2010), con cui ha vinto il premio Goncourt nello stesso anno, Sottomissione (2015), Serotonina (La nave di Teseo 2019); le raccolte poetiche Il senso della lotta (2000), Configurazioni dell’ultima riva (2015), La vita è rara. Tutte le poesie (2016); i saggi H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (2001), La ricerca della felicità (2008), In presenza di Schopenhauer (La nave di Teseo 2017), il libro scritto con Bernard-Henri Lévy, Nemici pubblici (2009), e Cahier (La nave di Teseo 2019).

:: Mi manca il Novecento – Carlo Betocchi, il poeta che non perde mai di vista la terra – a cura di Nicola Vacca

29 dicembre 2021 by

Carlo Betocchi è considerato la guida morale della corrente degli ermetici. Ma la sua esperienza poetica è stata singolare e non la si può includere in nessuna scuola.

Franco Fortini scrive che la poetica di Betocchi ha avuto uno sviluppo complesso, verso forme di più secca semplicità, di realismo, quasi un cattolico primato conferito all’incarnazione, dunque all’oggetto.

Con un linguaggio diretto e un immanente tensione morale verso un realismo spregiudicato, Betocchi considerava la poesia come la realtà che vince il sogno.

Realtà vince il sogno è anche il titolo della sua prima raccolta, che diventerà appunto il manifesto della sua attività poetica.

Con un linguaggio semplice il poeta tocca con mano le parole e ci propone le situazioni quotidiane colte nel loro accadere in cui la realtà della vita è contrapposto agli inganni del sogno.

Betocchi, un poeta con i piedi per terra che si sente parte del tutto, del creato invoca un senso francescano di fratellanza.

A Francesco guarda l’esperienza religiosa della sua poesia, che è sempre lontana dalle forme del misticismo e guarda con un partecipato sentire all’uomo e all’umanesimo.

Carlo Betocchi è un poeta che cerca l’uomo, essendo uomo tra gli uomini.

«Ciò che occorre è un uomo» scrive in una bellissima poesia dedicata a Emilia De Palma, la sua compagna.

«La poesia di Betocchi scrive Mario Luzi – era stata per eccellenza una poesia del sensibile: tanto vale dire che la sua carità partiva dalle creature. Ora che il discorso è, fra sé e sé, un discorso con il Creatore quasi senza distrazioni all’esterno, il sensibile ritorna più che altro come metafora interna ed è proprio in quei punti che il «passo» mette le ali e accelera il commovimento bruciante della asciutta confessione, di per se stessa così alta, così fervida per ansia di verità. È da notare che tutto questo accade senza rotture e lacerazioni, in un linguaggio sostanzialmente continuo, incisivo, vivificato dalle risorse e ricchezze di idioma, non secco, aperto anzi a una sintassi geroglifica prima del suo finale svettante. […] C’è un punto ideale nella storia di ogni poeta in cui la distinzione tra prosa e poesia sembra un limite o un arbitrio insostenibile: un punto in cui la lingua è una. Con misura e fermezza Betocchi si è collocato in quel punto non dovendo per questo discendere ma anzi salire».

Il verso di Betocchi ha qualità di durata autentica, la sua poesia è sempre una cosa sincera che si insinua con lealtà nei meandri della realtà. Las critica non sempre lo ha amato e apprezzato. La poesia di Carlo Betocchi meritava più attenzione e ascolto.

«[…] più che toscano, italiano all’antico modo romanico, scrive Giorgio Caproni – sia per il cristiano realismo della stringatissima ispirazione, la quale pur tenendo l’occhio costantemente puntato al cielo non perde mai di vista la terra e le sue stagioni (gli uomini e le loro fatiche), sia per l’asciuttezza quasi frustante del linguaggio, qui più che mai vicino alla plasticità e all’incisività, così popolata di schietta gente nostra alla vigna o all’incudine di certi Mesi dell’anno che fregiano tante antiche cattedrali o chiesuole sparse da un capo all’altro d’Italia».

La meraviglia di fronte alla realtà e questo non perdere mai di vista la terra, un umanesimo cristiano vissuto attraverso l’esperienza drammatica della fede, fanno di Carlo Betocchi un poeta importante e imprescindibile della letteratura del Novecento.

Un poeta profondamente umano con la sua poesia che veniva dalla terra.

Da uomo libero aveva intuito che la realtà vince il sogno. La sua umiltà e la sua grandezza meritavano di più.

:: Andrew Henry Vachss (Ottobre 19, 1942 – Dicembre 27, 2021)

28 dicembre 2021 by

:: Intervista con Gianluigi Pasquale OFM Cap a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2021 by

Padre Gianluigi Pasquale, insieme a Branko Muric ha scritto Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: di cosa si occupa la Teologia fondamentale, in parole semplici comprensibili anche da chi si accosta da poco allo studio della teologia?

La teologia fondamentale è quella sezione della teologia che si occupa delle domande principali che ogni uomo e donna si pongono: chi sono io? Qual è il senso della mia breve vita? Cosa ci sarà dopo la mia morte? Si tratta di domande con cui ognuno si interroga e alle quali la teologia fondamentale vuole dare una risposta plausibile, ricavandola dalla Rivelazione cristiana contenuta nella Sacra Scrittura.

Ho trovato il suo libro molto complesso, anche se bene argomentato, ma seppur forse non ho capito tutto mi sembra di aver inteso che la tesi sottesa al testo, ovvero le conclusioni a cui porta il suo lavoro, sono che fede e ragione non sono incompatibili, anzi la ragione è il fondamento stesso della fede. È un’analisi corretta?

Ragione e fede non si oppongono perché non lo possono fare, non possono essere poli opposti. Entrambe sono il modo con il quale l’uomo esce da se stesso. L’uomo, infatti, «ragiona» per operare e «crede» che la ragione non lo tradisca. Viceversa ogni volta che l’uomo crede, lo fa in modo ragionevole, mai irrazionale. E anche quando credesse contro l’evidenza, lo fa, paradossalmente, non smettendo mai di ragionare. Perché è un uomo e non, per usare un esempio, un gatto. In realtà, nel mio libro non è stata facile la scelta del sottotitolo: viene prima il credere, oppure il comprendere rispetto al credere? Per certi versi il credere: è la fede che mi dà il primo contenuto su cui ragionare e comprendere. Però, la stessa fede, per essere umana, esige che io capisca ciò in cui credo. In breve: nel XX secolo avrei scritto: credere e comprendere. Ho scelto: comprendere e credere perché nel XXI secolo si nota una drammatica ignoranza di fede. L’alfabeto della rivelazione cristiana ha oggi tutte le lettere in disordine.

Dunque la teologia è una scienza, posta la prima premessa?

La teologia è una scienza, senza dubbio. Perché, alla pari di tutte le altre scienze, condivide il metodo della «fiducia» che l’esperimento di indagine sia efficacie. La scienza è la prima a credere, ad aver fede. È, però, necessaria questa precisazione. Molti asseriscono che l’oggetto della teologia, «Dio» non si vede e deducono che la teologia non è scienza. Ora, la maggior parte delle scienze esatte non «vede» il proprio oggetto di indagine, come avviene in astronomia per le stelle morte o per i quanti che sfuggono al microscopio. Ciò che rende scienza una scienza è la rigorosità del metodo di indagine: cioè la fiducia che la ricerca non si inceppi. Ciò vale per ogni scienza, teologia compresa, che, quindi, è scienza.

La rivelazione pone Dio nella storia umana. Gesù, il Cristo, diventa il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo. La comunicazione diretta interrotta con il peccato originale viene ripristinata, è corretto?

Già G.F.W Hegel (1770-1831) aveva visto correttamente che solo la Rivelazione cristiana permette di affermare che il Dio trinitario – quindi cristiano – si possa legare al fango che l’uomo è. Ciò accade perché il «numero due» della Trinità si fa carne a Betlemme di Giudea e perché lo Spirito lo continua a incarnare nel presente della Chiesa. Pertanto, Gesù Cristo è l’«hang-out» tra la divinità e l’umanità, quel «saldo nodo» per cui la Parola (di Dio) non si può più staccare dalla carne di Gesù: il bambino di Betlemme è indivisibile. In questo senso, dall’incarnazione viene ripristinata la comunicazione interrotta con il peccato originale. Il peccato, in realtà, è una sincerità infranta. In maniera radicale con Dio: questo è il peccato originale. Con l’incarnazione, Dio si rivela all’uomo «in carne», per cui i cocci della comunicazione sono ricomposti per sempre.

L’attività teologica è amare Colui da cui si è amati. Che Dio sia amore è il centro della Rivelazione, un amore totale che arriva al sacrificio di sé, nella Croce. È questa la via della salvezza? La comprensione e condivisione di questo amore?

Non si fa teologia se uno non è profondamente innamorato di Dio, ma anche dell’uomo. Dio, in quanto tale, è amore. Altrimenti stiamo parlando di tutt’altro che non è Dio, ossia di un idolo. Dio si rivela, l’idolo lo si inventa. L’apice dell’amore che Dio è, è stato raggiunto con il sacrificio della morte in Croce del proprio Figlio, da cui è scaturito lo Spirito. Nella Croce la Trinità si è come spezzata dall’atroce sofferenza del Figlio che gridava al Padre, in modo tale che solo dalla Croce arriva la salvezza. Quando nel libro affermo che la teologia fondamentale del XXI secolo «nasce sotto la croce» sto solo leggendo quando dice la Scrittura. Al grido di Gesù sul patibolo più infame per una pena di morte mai inventato dall’uomo, l’unico non credente per antonomasia che fu il Centurione romano, emise la più perfetta confessione di fede della storia: «davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Pare strano, ma sono i «non devoti», i credenti più sinceri. Pertanto, la comunicazione dell’amore che Dio è, significa anche la condivisione di questo amore, come ha fatto il Centurione, in questo senso, il primo teologo, secondo gli evangelisti, senza voler troppo esagerare.

Un tema che lei tratta nel suo libro è la libertà. Libertà di Dio e dell’uomo. Un incontro di libertà, sebbene la libertà umana oltre ad essere derivata da quella divina ha anche dei limiti di finitezza. In che misura la libertà coincide con la via della salvezza? Insomma si può anche scegliere di non essere salvati da Dio?

La libertà è la prova che Dio esiste nell’uomo. La libertà umana e quella di Dio sono simili, ma tra loro vi è un abisso. Quella dell’uomo è tale perché condizionata: io sono libero, per esempio, di scegliere tutti i tipi di aereo, a condizione di volare con uno soltanto. La libertà di Dio, invece, non è sottoposta a condizioni. Eppure, nella libertà dell’uomo si riflette quella di Dio, si riflette addirittura Dio. Quando? Quando l’uomo sceglie per il bene, non per il male. Cioè quando l’uomo compie la volontà di Dio. Obbedire a Dio è il modo migliore per liberarsi dai propri condizionamenti. Se la libertà consiste nello scegliere il bene e nel compierlo, si comprende che la libertà coincide con la salvezza perché il bene compiuto porta al «ben-essere» mio e degli altri: cioè alla salvezza. Chi si ostina a scegliere e a compiere il male, sceglie «liberamente» di «dannarsi»: non (solo) nell’eternità, ma fin da adesso, semplicemente perché compie del male per sé, agli altri e contro Dio. Scegliere il male, è accettare liberamente il «mal-essere», di cui la malattia e il peccato sono lo stigma.

L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo è il senso della storia?

Autorivelazione di Dio in Gesù Cristo significa che Dio ha deciso (auto) di farsi vedere in quell’uomo che restò tra gli uomini per trentatré anni. Affermare che un giovane così «singolare» sia il senso di tutta la storia è piuttosto impegnativo. Perché nessuno sa per quanti migliaia di anni la storia durerà (ancora). E perché nessuno sa esattamente quando essa iniziò, ponendo in anagrafe tanti uomini che non conobbero mai Gesù Cristo e di cui ora non abbiamo nemmeno i sepolcri. Possiamo, allora, dire che «Gesù Cristo» è il senso della storia? Sì, a condizione che fissiamo per bene lo sguardo sulla culla di Betlemme. Tutti gli uomini e le donne prima e dopo Gesù Cristo hanno in comune con questo uomo un dettaglio importante: la carne. E viceversa. Gesù è «comune» a noi nella carne, nel corpo di quell’infante. Pertanto, Gesù è il senso della storia perché solo in lui la carne è stata salvata dal nulla più terribile: la morte, mediante la sua risurrezione. Il segreto è questo. La storia, senza Gesù Cristo, ha il senso (la direzione) di andare verso il nulla perché il sole cesserà di produrre energia. Ma nella risurrezione dalla carne morta, Gesù è il senso (direzione) che porta verso la vita eterna e l’immortalità, a prescindere che ci siano o no il sole o i sepolcri. Ecco perché Gesù Cristo è il senso di tutta la storia: «ante Christum natum» e «post Christum natum».

Libertà, responsabilità, e solidarietà sono tra loro collegate, in che modo?

Libertà, responsabilità e solidarietà sono tra loro collegate rispetto all’«altro-per me», cioè al prossimo che mi dice chi io sono. Nessun uomo (o donna) si può esperirsi libero, responsabile o solidale se non lo è rispetto a un altro essere umano, non certo verso uno specchio o un animale. Meglio ancora: io sono libero se sono responsabile verso un mio simile e solidale con lui. Perché l’esercizio delle tre, richiede la presenza dell’altro o dell’altra, necessariamente. Si può anche dire così: essere liberi, responsabili e solidali «toglie peso» a un modo solitario di vivere l’esistenza perché l’egoismo e l’irresponsabilità rendono schiavi, non liberi; rendono pesanti.

Salvezza e morte. Dio, eterno e immanente, facendosi uomo sperimenta la morte come atto supremo di liberazione, non dal dolore, ma dal peccato che ha portato la morte nella creazione. Facendosi agnello sacrificale una volta per tutte riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio, è corretto?

L’uomo teme la morte non perché non la conosce, ma per il niente che la attornia. Intravisto con la morte di un proprio caro. Per sé, dunque, la morte è percepita come l’esatto contrario della salute, della salvezza, il suo esito nefasto. Questo nulla perde ogni potere con il sacrificio dell’Agnello Gesù, che non ha nemmeno belato dinnanzi allo sgozzamento a sangue. È la morte in Croce, infatti, che riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio perché soltanto nella morte in Croce Dio è diventato trasparente all’uomo, togliendo ogni opacità dovuta al peccato.

La concezione simbolica del miracolo come sospensione della realtà naturale in favore di un bene superiore grazie a un intervento diretto di Dio, che valore ha nella vita di ogni giorno? Quale è la funzione del miracolo in un’ottica teologica cristiana?

Ogni tipologia di linguaggio umano utilizza il termine «miracolo» per indicare un intervento soprannaturale, riconducibile direttamente a Dio. Quindi, l’uomo crede ai miracoli più che a Dio, così dice il linguaggio. Vi credono anche gli scienziati allorché avviene, per esempio, una guarigione inspiegabile, nel senso che crea «meraviglia» («miraculum»). Questa è la concezione «popolare» del miracolo, il quale crede che l’intervento dall’alto è sempre possibile, auspicabile. La teologia fondamentale è, invece, più precisa. Afferma che il miracolo accade, appunto, con un valore «simbolico», ossia rimanda a Dio che può creare e anche salvare. Il miracolo, dunque, è come un indice del dito puntato verso Dio che segnala Colui a cui si imputa un fatto straordinario. È quanto accade con il concetto «creare dal nulla»: l’indice indica il Creatore, piuttosto che il nulla, che pure conferma la creazione nella sua totale gratuità. Tra il miracolo e Dio, insomma, il più importante è Dio che ha operato, per esempio, una guarigione, non il contrario.

Esiste una definizione teologica della verità? La verità è, più che un concetto logico, una persona? O entrambe le cose.

La domanda «cosa è la verità?» è quella che ha arrovellato la storia di tutto il pensiero, occidentale e non solo. Interessò anche a un procuratore romano piuttosto famoso, Ponzio Pilato (Lc 13,1), l’unico uomo degno di menzione per la fede cristiana, tanto da inserirlo nel Credo apostolico. Dinnanzi all’affermazione di Gesù «sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37), Pilato gli pone la domanda più «romana» che ci fosse: «Cosa è la verità?» (Gv 18,38). Gesù non rispose per due motivi. Innanzitutto, perché la verità stava dinnanzi a Pilato in persona e perché la verità non ha bisogno di rendere testimonianza a se stessa. Poi, io credo, l’affermazione di Gesù è fondamentale: Dio è la verità, alla quale Gesù è venuto a dare testimonianza. Ciò significa che vi possono essere altre tradizioni religiose grazie alle quali l’uomo può scorgere una certa testimonianza della verità: l’ebraismo, il mussulmanesimo, gli scritti degli antichi filosofi. Tuttavia, solo in Gesù traspare l’evidenza della Verità perché essa viene inverata nell’amore della Croce. La teologia è, in parole semplici, questo: fissare lo sguardo sulla Croce e capire che così Dio ci ha amato fino alla fine. Di più non si può.

Grazie delle sue risposte, spero che servano come chiave di lettura per i lettori che si avvicineranno al suo testo.

Il mistero delle dieci torri di Marcello Simoni (Newton Compton, 2021) a cura di Elena Romanello

24 dicembre 2021 by

Sono anni che Marcello Simoni porta i suoi lettori in secoli passati, considerati a torto per troppi anni come bui e ostici, e in realtà teatro di vicende appassionanti e intricate. 
Quest’anno arriva in libreria una raccolta di suoi racconti, scritti nel corso degli anni, alcuni antecedenti ai libri che l’hanno reso famoso, altri no, inediti o introvabili, in cui ritrovare luoghi e personaggi ormai nel cuore di molti o scoprire nuovi intrecci e atmosfere che, chissà, un giorno potranno essere riletti in altre vicende. Del resto, i racconti sono un genere praticato da molti autori di gialli e di libri d’avventura, partendo dagli stessi Emilio Salgari e Arthur Conan Doyle, e sono una vera prova per il talento di uno scrittore, visto che in poche pagine deve raccontare vicende che appassionino senza lo spazio di un romanzo.
Nelle pagine de Il mistero delle dieci torri si ritrovano personaggi amati e noti, come Ignazio da Toledo, alle prese con i misteri che ha dovuto svelare prima di lasciare la Palermo di Federico II fingendosi morto, o anche il suo antagonista, l’astrologus Michele Scoto, sempre in cerca di complotti da ordire. Altre storie faranno scoprire personaggi come il fratello gemello di Cosimo de’ Medici, il corsaro Khayr al-Dīn Barbarossa, uno dei pirati che Marcello Simoni ha omaggiato nel corso degli anni, il cavaliere ospitaliero Leone Strozzi e  Licio Ganello, un mago fiorentino destinato da morto a diventare l’oggetto degli studi sui cadaveri di Leonardo da Vinci.
Marcello Simoni porta in un viaggio tra terra e mare, attraverso i secoli, in luoghi lontani e affascinanti, per scoprire quello che è il suo immaginario, un immaginario in continuo divenire e molto vario e trovandosi a suo agio ovunque, dalla nascita della città etrusca di Spina alle battaglie navali con i pirati nel Mar di Levante alla fine del Cinquecento, senza dimenticare la Sicilia della corte di Federico II, le corti rinascimentali e le lagune vicino a Ferrara piene di nebbia e segreti durante il secondo dopoguerra. 
Una raccolta di racconti che verrà divorato da tutti i fan dell’autore, ma anche un modo per avvicinare nuovi lettori alle sue storie, visto che c’è chi non ha voglia magari di impegnarsi subito con una saga letteraria, e può capire però con queste storie i mondi di Marcello Simoni.

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga. La saga che narra le avventure di Ignazio da Toledo, l’astuto mercante di libri, ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di thriller storici, vendendo oltre un milione e mezzo di copie.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Mi manca il Novecento – Samuel Beckett e l’assurdo nella tragicommedia dell’attesa – a cura di Nicola Vacca

24 dicembre 2021 by

Samuel Beckett è una delle colonne portanti del Novecento letterario, è stato uno degli autori più rappresentativi del teatro dell’assurdo.

Irlandese di nascita, francese e parigino d’adozione, Beckett con il romanzo, il teatro e la poesia ci ha insegnato attraverso la metafisica dell’assurdo che noi nasciamo e moriamo aspettando Godot.

In Finale di partita e in Giorni felici come in Molloy, Malone muore e L’innominabile, Beckett esprime in maniera radicale il nichilismo del suo tempo e tutti i drammi dell’esistenza. La sua scrittura fa i conti con l’insensatezza e l’incomunicabilità, va oltre i luoghi comuni, cercando un dialogo serrato con un incomprensibile che diventa assurdo.

La scena del teatro di Beckett è muta, perché a essere senza parole è l’uomo che non riesce a liberarsi dalla prigionia del nulla.

Beckett è un significativo scrittore della crisi. Tutta la sua opera è radicalizzata in direzione dell’assurdo: nella scrittura teatrale, narrativa e poetica il nichilismo filosofico dello scrittore mette in scena prima di tutto la crisi dell’uomo contemporaneo.

Tra gli autori più discussi e drammatici del Novecento, Samuel Beckett con una voce sofferta e angosciosa ha affrontato il dolore dell’uomo, l’inevitabile destino di sofferenza al quale è destinato nel suo passaggio sulla terra.

«I suoi paesaggi sono deserti in cui torreggiano le inezie; i suoi personaggi simboleggiano, in una qualche deformità fisica, la paralisi spirituale cui sono giunti. Non si muovono perché non ce n’è motivo alcuno e ogni desiderio che sorge viene immediatamente frustrato da una lucida consapevolezza» (da una nota critica dell’Enciclopedia Treccani).

La cifra stilistica di Beckett era una zona di silenzio. Intorno a questo esercitava il suo mestiere di scrittore. Scrivere per lui significa scavarsi dentro passando da un buco all’altro finché ciò che sta acquattato dietro, che sia qualcosa oppure niente, non comincia a filtrare. Beckett non riusciva a immaginarsi un fine più altro per lo scrittore del suo tempo.

Naufragando nel teatro dell’assurdo, Beckett è stato un critico severo del suo tempo. Egli ha messo in scena un unico e enorme dramma, quello del fallimento concreto dell’uomo con tutta la sua incapacità di comunicare e costruire rapporti, causa principale del declino dei concetti dell’amore e della libertà.

Nel suo linguaggio colme di pause, di silenzi e di parole senza senso lo scrittore trova l’impossibilità di vivere un presente felice.

Beckett è crudo e radicale nell’esprimere la decadenza del mondo e la paralisi spirituale dell’uomo contemporaneo.

«Non so chi sia Godot. Soprattutto non so neanche se esiste. E non so neppure se quei due che l’aspettano ci credono o no».

Nella tragicommedia dell’attesa ancora oggi il genio esistenzialista di Samuel Beckett ci mostra nella sua inquietudine radicale l’inferno dell’insensatezza, il dramma di un teatro dell’assurdo che mette in scena il nostro eterno fallimento di uomini.

:: Joan Didion (Sacramento, 5 dicembre 1934 – New York, 23 dicembre 2021)

23 dicembre 2021 by

:: Mi manca il Novecento – Chet, il poeta della tromba che centra sempre il cuore – a cura di Nicola Vacca

22 dicembre 2021 by

Le rughe pronunciate, le mascelle spigolose, i contorni sfumati, gli zigomi risucchiati dalla violenza di un tempo distruttivo.

La testa abbassata in simbiosi con la sua tromba. Ecco Chet Baker, il più grande musicista maledetto del jazz che ha fatto della sua esistenza un’esperienza crudele.

Chet può considerarsi un Artaud d’oltreoceano, un vero poeta che con la sua tromba ha creato mondi musicali e capolavori inarrivabili.

Chet è una delle più grandi coscienze inquiete del jazz,

«Baker, – scrive Emanuele Capozziello – un traditore dello star-system, è vissuto troppo a lungo e troppo pienamente, mettendo in imbarazzo gli inconfessabili cliché della critica musicale (l’ipocrita paternalismo reazionario, che glorifica e implicitamente ammonisce Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Luigi Tenco), e non ha permesso alla sua tragedia di divenire “aneddotica”, non ha permesso che il lava-stira dell’industria hollywoodiana purificasse, sublimasse e vendesse a prezzo di mercato il suo dolore. Una tragedia odiosamente invendibile, dopo la morte di Chet Baker, è diventata una tragedia felicemente inconsumabile, tanto autentica, tanto viva e personale, quanto difficile, non semplificabile e illeggibile. L’esperienza musicale di Baker – che, per le ragioni anticipate, non può dirsi propriamente una “carriera” – è inconsumabile come la vera poesia – per usare le parole di un altro “minore”, Pasolini – e la sua, come ogni poetica della vita e della sua crudeltà, risulta amabilmente avvicinabile, e ancora più piacevolmente incomprensibile».

La musica di Chet non è stata assoluta e affermativa, la sua tromba è stata sempre lontana dai virtuosismi, vicina ai sentimenti brutali di una realtà crudele.

Un tromba, la sua, che ha sempre centrato il cuore, lo ha straziato con la malinconia di un fiato devastante, intenso e poetico.

Il genio e la sregolatezza di Che trimarano sempre tormentate e oscure come la sua carriera maledetta.

Enrico Rava ha scritto che Baker è stato un musicista con la magia in tasca. Chet, uno dei più grandi trombettisti della storia del jazz, il migliore in senso assoluto tra i bianchi.

Magrissimo, con lo sguardo smarrito, gli zigomi sporgenti e le rughe che gli segnavano il viso ricordandogli gli eccessi. Nella sua musica trovava conforto e si rifugiava sotto le ali protettive della sua tromba. Ballate struggenti indimenticabili, e tra le tante Everything Happens to Me e la malinconica My Funny Valentine, che ancora oggi emozionano i cuori e l’anima di chi le ascolta.

Chet Baker non è solo un mito maledetto ma è soprattutto un ‘icona del jazz e di tutta la poesia che c’è nel jazz.

Arrigo Polillo ha scritto in Jazz (Mondadori, 1975) che la tromba di Chet Baker aveva una voce pastosa e carezzevole, la musicalità e la nitidezza delle linee melodiche, il puntualissimo gioco d’insieme, il delizioso contrappunto, il funzionale sostegno dei ritmi, propulsivo quanto discreto, erano altrettanto tratti distintivi di quel jazz rilassato e muscoloso a un tempo, che si differenziava già nettamente dal cool jazz, dal quale peraltro derivava.

Chet, un immenso poeta della tromba che aveva uno spiccato senso dell’armonia jazz.

Il suo ascolto ci spiazza, ci coinvolge, ci inquieta. I suoi assoli ci procurano vertigini di suggestioni e di emozioni, ma soprattutto ci conducono in mondi interiori musicali dove la tensione è alta e si chiama poesia.

:: Fiabe finlandesi AA.VV. (Iperborea 2021) a cura di Emilio Patavini

21 dicembre 2021 by

Dopo Fiabe lapponi, Fiabe danesi, Fiabe islandesi, Fiabe svedesi, Fiabe faroesi, Fiabe norvegesi e Leggende groenlandesi, il 17 novembre è uscito per Iperborea Fiabe finlandesi, ottavo volume della serie di fiabe nordiche curata da Bruno Berni. Le diciannove fiabe presenti, splendidamente tradotte da Giorgia Ferrari e Sanna Maria Martin, sono tratte dalle Suomen kansan satuja ja tarinoita (1852-1866) di Eero Salmelainen e arricchite dalle magnifiche illustrazioni di Sonia Diab. Seguono un utile glossario e una postfazione delle traduttrici. Da appassionato del Kalevala e della cultura finnica, non potevo farmi sfuggire questa nuova uscita. A dire il vero, non è la prima volta che mi accosto a una raccolta dedicata al folclore finlandese: due anni fa ho letto infatti le fiabe dell’illustratore finlandese Rudolf Koivu tradotte da Paula Loikala nell’antologia Fiabe finlandesi (Aracne editrice 2018). Le prime fiabe popolari finlandesi a essere pubblicate sono proprio quelle raccolte da Eero Salmelainen in quattro volumi, tra 1852-1866, sotto il titolo Suomen kansan satuja ja tarinoita (“Fiabe e racconti popolari finlandesi”), che sono state qui selezionate e tradotte. Nelle sue Suomen kansan sadut (Fiabe popolari finlandesi), Pirkko-Liisa Rausmaa classifica così le tipologie di fiabe finlandesi (le classificazioni corrispondono ai titoli dei sei volumi della sua opera):

Ihmesadut (“Fiabe con miracoli”);Legenda ja novellisadut (“Fiabe con leggende e novelle);Sadut tyhmästä paholaisesta (“Fiabe del diavolo stupido”);Eläinsadut (“Fiabe con animali”);Hölmöläissadut (“Fiabe con buffoni”)Pilasadut ja kaskut (“Fiabe umoristiche e aneddoti”).

La prima fiaba dell’edizione Iperborea, Il fabbro Ilmarinen va a chiedere in sposa la figlia del re di Hiitola, è ricca di echi kalevaliani: si pensi per esempio al potere creativo assunto dal canto di versi, strettamente legato alla tradizione sciamanica. Come è tipico del protagonista del Kalevala – il vecchio bardo Väinämöinen –, al fabbro Ilmarinen basta cantare le parole magiche che un’isola si spalanca in mezzo al mare. Nella stessa fiaba si possono rintracciare riferimenti ad altri personaggi del poema nazionale finnico, come il nome dello zio di Kullervo, Untamo, qui chiamato nella sua forma estesa Untamoinen e presentato come un vecchio che è «in parte nel passato e in parte nel futuro». Nella fiaba di Antti Biforco compare anche un cane di nome Musti (“nero”), come il cane di Kullervo nel Kalevala. La fiaba intitolata Ceneraccio non può che rimandare all’Askeladden (letteralmente, “il ragazzo della cenere”), protagonista di molte delle Fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e Moe (Einaudi, Torino 1962). Solitamente ultimo di tre fratelli («C’erano una volta tre fratelli, due erano buoni e uno era Ceneraccio») e seduto presso il focolare, intento a rimestarne le ceneri, Ceneraccio è il personaggio che riesce a superare le prove grazie alla propria astuzia, e alla fine della fiaba ottiene la mano della principessa e metà del regno. Ne Il ragazzo trasformato in cavallo troviamo Perkele, figura interessante da analizzare dal punto di vista linguistico. Perkele è il nome finlandese di Perkúnas, dio baltico del tuono, connesso etimologicamente al norreno Fjǫrgyn, altro nome della madre di Thor (il dio del tuono per gli antichi scandinavi) e a Perun, il dio supremo degli slavi, cui erano sacre le querce. Tutti questi nomi di antiche divinità sono collegati alla radice indoeuropea *perkwu-, da cui derivano il latino quercus “quercia” e l’inglese fir “abete”. James Frazer, nel quindicesimo capitolo de Il Ramo d’oro, intitolato Il culto della quercia, scrive:

«La principale divinità dei Lituani era Perkunas o Perkuns, il dio del fulmine e del lampo, la cui somiglianza con Zeus e Giove è stata spesso notata. […] Così la massima divinità lituana presenta una stretta somiglianza con Zeus e Giove, essendo il dio della quercia, del fulmine e della pioggia».

Con la conversione al cristianesimo, il nome di Perkele, antico dio pagano, viene assimilato a quello del demonio, divenendo così sinonimo di Satana.

Continuando con la rassegna delle fiabe tradotte in questa edizione, Antti Biforco è la versione finlandese de I tre capelli d’oro del diavolo: nella fiaba dei fratelli Grimm il protagonista deve la propria fortuna al fatto di essere nato con la camicia (cioè al fatto di essere nato completamente avvolto nel sacco amniotico, come il piccolo Danny Torrance nel celebre romanzo di Stephen King), mentre nella fiaba finlandese tutto è dovuto alla predizione di due tietäjät, gli sciamani della tradizione ugrofinnica. Tra le fiabe che ho più apprezzato vale la pena di citare L’uccello d’oro e l’acqua della vita e L’uomo che andò in cielo. Quest’ultima fiaba, molto ingegnosa e divertente, narra la storia di un uomo astuto che è riuscito a ingannare il diavolo e persino la Morte: le dinamiche descritte e i temi trattati rimandano a fiabe della tradizione norvegese, come Il ragazzo e il diavolo e Il fabbro ferraio che non fecero entrare all’inferno, e secondo la classificazione di Pirkko-Liisa Rausmaa essa può essere inserita tra le “Fiabe del diavolo stupido”.Non mancano le cosiddette «eläinsadut», cioè le fiabe che hanno per protagonisti gli animali della foresta, come il lupo, la volpe, la lepre e l’orso, animale che all’interno di un’antica società di cacciatori com’era quella finlandese si carica di particolari significati totemici. Nell’ultima fiaba è presente il motivo della macina, che si ricollega al protagonista del primo racconto: Ilmarinen è infatti il mitico fabbro che forgia il sampo, artefatto magico e misterioso, come si legge nel decimo runo del Kalevala:

«Il marinen fabbro allora, l’artigiano sempiterno, fucinava, martellavae picchiava allegramente: con grand’arte fece il Sampo: un mulino, la farina,ed un altro sal versava, e denaro un terzo dava.»

(Traduzione di Paolo Emilio Pavolini) Il mito del mulino dell’abbondanza, che macina sale e rende il mare salato, non è tipico solo della cultura finnica ma è presente anche nella mitologia nordica, come nel Grottasǫngr, poema norreno del Codex Regius dedicato al mulino del re danese Fróði, chiamato appunto Grotti, le cui due pietre della macina erano così grandi da poter essere mosse solo da due gigantesse, Fenja e Menja. Lo stesso motivo si può trovare nelle fiabe norvegesi, come ne Il macinino che macinava in fondo al mare: «Il macinino è ancor oggi in fondo al mare e continua a macinare; è per questo che il mare è salato». Quelle contenute nella raccolta di Iperborea sono fiabe brevissime, venate da un particolare senso dell’umorismo, che secondo l’editore anticiperebbero «la narrativa finlandese dei nostri giorni» (un nome su tutti, Arto Paasilinna). Rievocano quelle atmosfere che si respirano nel grande poema nazionale finnico, il Kalevala, con la leggerezza propria delle fiabe. La trascrizione dei racconti popolari finlandesi per opera di Salmelainen, a detta delle traduttrici, «è piuttosto scorrevole, conserva numerose espressioni dialettali e preserva un ammaliante stile popolare». Al sostrato sciamanico di origine ugrofinnica, col tempo si sono poi aggiunte influenze scandinave e slave, in quanto «il territorio finlandese diventa un punto di confluenza tra le fiabe russe e quelle di provenienza occidentale e scandinava». La Finlandia è una terra magica, che ben si presta al clima fiabesco: nei suoi racconto popolari, tramandati oralmente di generazione in generazione, emergono prepotentemente le caratteristiche del territorio, come la foresta (più del 70% del paese è ricoperto da boschi) e i laghi (la Finlandia ne possiede 188000). «È infatti proprio lei, la natura, lo sfondo privilegiato delle fiabe tradizionali, che sono poi il cuore stesso della cultura popolare», scrivono le traduttrici. Altro elemento caratterizzante è la presenza della sauna, che in finlandese significa propriamente “stanza da bagno”. Ancora oggi la sua importanza è segnalata da questo dato: su cinque milioni di abitanti, in Finlandia si contano circa tre milioni di saune. Le fiabe seguono un andamento tradizionale, archetipico, riscontrabile in altri racconti popolari con gli stessi elementi fissi e con lo stesso schema tipico della «triplicazione» – come lo chiamò Vladimir Propp nel suo seminale saggio Morfologia della fiaba (Einaudi, Torino 2000) –, elemento narrativo che accomuna e contraddistingue ogni racconto fiabesco che si rispetti. Sono molti i personaggi e le creature che popolano la mitologia finnica e che si possono incontrare tra le pagine: Tapio, lo spirito della foresta; la vecchia Louhi, signora di Pohjola; Hiisi, lo spirito maligno che vive a Hiitola; Syöjätär, la terribile madre dei serpenti; i metsänhaltija, spiriti silvani che se rispettati rendono propizia la caccia e i vetehiset, spiriti acquatici abitatori dei laghi. Nota: il finlandese non è una lingua scandinava! Anzi, non è proprio una lingua indoeuropea, ma appartiene assieme all’ungherese, all’estone e al lappone al ceppo ugrofinnico della famiglia delle lingue uraliche. Il finlandese è una lingua completamente diversa da quella degli altri paesi nordici, e non presenta affinità né con le lingue germaniche né con quelle slave. Tuttavia, non mancano prestiti germanici, conservatisi in forma arcaica, come kulta “oro” e kuningas “re”; ma anche prestiti slavi, relativi alla sfera religiosa cristiana: pakana “pagano”, pappi “prete”, raamattu “bibbia”, virsta “versta” (unità di misura). Caratteristiche della lingua finlandese sono l’agglutinazione, la completa assenza di genere grammaticale, la mancanza dell’articolo e la presenza di ben quindici casi, espressi attraverso suffissi. La Finlandia restò sotto la dominazione svedese dal dodicesimo al diciannovesimo secolo; dal 1809 al 1917, anno dell’indipendenza, fu controllata dai russi. Nel 1520 la Chiesa di Finlandia aderì alla Riforma Protestante e il sovrano di Svezia Gustavo Vasa rese il protestantesimo religione ufficiale del suo regno: da allora la maggior parte della popolazione finlandese si professa luterana. Il padre della letteratura finlandese scritta è Mikael Agricola, allievo di Lutero e Melantone a Wittenberg, divenuto il primo vescovo protestante del paese, con sede a Åbo, che oggi chiamiamo Turku. Nel 1548 uscì la sua traduzione del Nuovo Testamento, mentre la sua opera più famosa è l’Abckiria (“Abbecedario”), il primo libro scritto in lingua finlandese. Secoli dopo, J.R.R. Tolkien si basò proprio sulla lingua finlandese, per il «piacere estetico» che essa gli procurava, come fonte di ispirazione per la creazione della sua lingua elfica più conosciuta, il Quenya.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Iperborea.

:: Liberi di Scrivere Award dodicesima edizione – Le preselezioni

18 dicembre 2021 by

A gennaio si svolgerà la dodicesima edizione il Liberi di Scrivere Award che permette ai lettori di questo blog di  votare il migliore libro edito nel 2021, anno appena trascorso.

Quest’anno un po’ di cambiamenti. E vediamo se mantenerli nel 2022 o tornare nella vecchia formula. Dovrete scegliere tra l’elenco qui sotto, i primi 10 libri più scelti passeranno alle votazioni ufficiali di gennaio.

Sì può votare per le preselezioni qui nei commenti.

Si vota per le preselezioni fino al 31 dicembre.

Buon voto!

Ogni luogo un delitto di Flavio Troisi Autori Riuniti 2021

Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva Solferino 2021

Il Professionista. Obiettivo sconosciuto Stephen Gunn (Segretissimo Mondadori 2021)

La sinagoga degli zingari di Ben Pastor Sellerio

Il randagio e altri racconti di Sadeq Hedayat (Carbonio Editore 2021)

Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021)

Panico di James Ellroy e Alfredo Colitto Einaudi

Qohelet e Gesù – Credere in altro modo di Ludwig Monti (Edizioni San Paolo 2021)

L’Imperatrice di Liliana Nechita (Fve Editori 2021)

L’uccello nero di Gunnar Gunnarsson (Iperborea 2021)

L’ avventura di un fotografo a La Plata di Adolfo Bioy Casares (Sur 2021)

La libraia di Auschwitz di Dita Kraus (Newton compton 2021)

Il bambino che disegnava le ombre Oriana Ramunno (Rizzoli 2021)

Il menestrello di Notre Dame di Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli

Ghosting di Alessandro Perissinotto e Fabrizio Fulio Bragoni

I buoni vicini di Sarah Langan (SEM 2021)

L’impero di Mezzo di Andrea Cotti (Rizzoli 2021)

Il ritorno del Samaritano di Michele Venanzi (Marna 2021)

La saga dei Borgia. Ascesa al potere di Alex Connor (Newton Compton 2021)

Viaggio nel Giappone Sconosciuto di Massimo Soumaré (Edizioni Lindau 2021)

La congiura delle passioni di Pietro De Sarlo (Altramedia Editore, 2021)

I bastardi vanno all’inferno di Frédéric Dard (Rizzoli 2021)

Katitzi nella buca dei serpenti di Katarina Taikon (Iperoborea 2021)

L’ossessione di Wulf Dorn (Corbaccio 2021)

Fishke lo zoppo, Mendele Moicher Sfurim, Marietti 1820 (2021)

Le rose di Versailles Encore di Riyoko Ikeda (J-Pop, 2021)

Alabama, Alessandro Barbero (Sellerio 2021)

C’è ancora molto sulla terra di Velso Mucci A cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2021)

Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale di Edi Lazzi (Edizioni Gruppo Abele 2021)

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura di Monica Biasiolo

17 dicembre 2021 by

La letteratura è, insieme alla parola del poeta, in primis la parola dell’uomo che, con essa, difende di solito la sua libertà e i suoi valori, criticando spesso un sistema di relazioni e di poteri che lo inghiottiscono. La reazione al sopruso e alla violenza è destinata a sfociare spesso nella rivolta, e tale è anche quella dei «demoni ballerini» che dà il titolo alla nuova raccolta di versi di Antonio Catalfamo edita dalla casa editrice Pendragon e accompagnata da un’esaustiva e ricercata prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e un altrettanto documentato e ampio saggio di Alfredo Antonaros. Di Antonio Catalfamo scorrono nella mente di chi lo conosce numerosi studi di critica letteraria e nomi che hanno fatto la storia della letteratura, nomi che rendono testimonianza della versatilità e della profonda cultura dell’autore: da Dante a Boccaccio per passare a Giulio Cesare Croce e poi ancora al Settecento fino ad arrivare alla «critica integrale» di Gramsci, attraversare gli anni di Pasolini e non solo. Ma Catalfamo è da sempre anche poeta; un esercizio, quello della poesia, già sostenuto da diverse sillogi (la prima datata 1989), che racchiudono squarci di vita vissuta e assetate di giustizia sociale, che trasudano lotte tenaci e miti che hanno come protagonisti principali gli umili, gli oppressi; e versi che non devono essere certamente disgiunti dall’attività di esegeta di Catalfamo. Fatti, avvenimenti, paesaggi geografici, ma soprattutto antropologici, si intrecciano nelle liriche, dispiegando un tessuto narrativo che avvince e coinvolge perché fedele sguardo sulla realtà. Dal forte retroterra autobiografico, la poesia che scorre dalla penna di quest’autore siciliano è innanzitutto ritratto ed espressione di incessante impegno umano e civile; perché lo scrittore non si deve sottrarre al quotidiano, ma esperirlo in tutte le sue sfumature e contraddizioni, e non può non ricordarsi di nulla o ‘solo di qualcosa’.

Li si voglia chiamare con il già citato epiteto di «demoni ballerini» o più comunemente pastori-contadini siciliani, o ancora «spiriti ribelli o rivoluzionari», le voci di questi protagonisti emergono dalle belle pagine di Catalfamo che racconta gente e situazioni, afferrandone i particolari, in un’iconografia che non mostra mai un’immobilità asettica e distaccata. I volti e i gesti narrati parlano di passione, voglia di osare e di lottare. Poesia che dà nome ed esistenza alle cose, quella del poeta nato in provincia di Messina nomina (e nominandoli li fa propri) sentimenti, idee e propositi, facendo percepire l’emergenza e la sostanza di un reale che si sfrange tra presa di coscienza e conoscenza, essenza e sostanza, sguardo alla società e denuncia dei misfatti di una politica ignara e assente perché, come anche scriveva il premio Nobel Elias Canetti in Die Provinz des Menschen – Aufzeichnungen 1942-1972, «[c]hi ha avuto successo non ode che gli applausi. Per il resto è sordo». Del resto la giustizia, come diceva Solone usando la stessa metafora della tela del ragno, «trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi». La poesia, in Catalfamo, consapevole delle illusioni, si pone domande, non indugia a descrivere interessi e impotenza, non si vergogna di chiedere e di smascherare contraddizioni e ipocrisie vendute come oro colato; immagini forti, truci, tragiche, come quelle di corpi penzolanti «ancora dal cappio», con «i piedi sospesi nel vuoto», di «ville abusive [che] crescono», di miseria e disperazione; reminiscenze mitiche e mitologiche; padroni, potenti e prepotenti; vecchi compagni; «il dolore / di ferite che non vogliono guarire: / sotterranee, come un fiume carsico, / [e che] squarciano il cuore»; tradizioni antichissime e ancestrali nel cuore di un Sud magico e di straordinaria potenza visiva, come quello che colora il mondo contadino di Carlo Levi. E, scorrendo le pagine della raccolta, vengono in mente precise parole leviane:

«I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di un’eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana […]».

Come in Levi risorge poi in Catalfamo l’uomo di fronte alla massa, l’umanità davanti alla disumanizzazione perpetrata da un sistema che prevede e basa la sua labile spettacolarità nella creazione e mantenimento di dislivelli dicotomici: «sopra,» si legge in La mia poesia,

«i padroni di terre, / con i magazzini pieni di vino, olio, / formaggio gonfio, panie di fichi secchi, / pomodori invernali e agli / intrecciati a ghirlanda. / Sotto, i contadini, che prendono / la decima nel riparto dei prodotti, / gli artigiani, pagati a merito / con una bottiglia di vino».

«[A]mbasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo», alla pari ancora una volta dello scrittore torinese giunto ad Eboli, Catalfamo scatta, con i potenti versi di questa sua nuova raccolta, una serie di eloquenti fotogrammi in successione dell’esistere umano di cui si erge a testimone e custode. «E così nasce, […]» scrive in chiusura di uno dei componimenti facenti parte della silloge, «la poesia»: Catalfamo invita il lettore a seguirlo in un viaggio alla riscoperta dell’“esperienza”, di una parola che non si piega al volere della “comunicazione standardizzata”, di una poesia che si erge a ‘ideologia’. Si costituisce in queste pagine una scrittura che svela, raccontandoli, riti e memorie che, nella poesia, cercano l’uomo e che tornano sulla pagina per testimoniare, insieme al loro esistere, la loro valenza mitica, non relegata all’archetipo, bensì presente e viva sempre e ovunque, nel presente come nel futuro. Concordanze, contaminazioni, compenetrazioni e una forte coralità: queste sono alcune delle caratteristiche precipue della poesia dello scrittore siciliano; una poesia fatta di protagonisti che, come il poeta (e attraverso la voce del poeta), mettono in dialogo la propria storia di persone, e in cui convergono nondimeno altre importanti voci, quelle dei «compagni poeti», autori in cui Catalfamo si riconosce (Majakowski, Fenoglio, Quasimodo, ma anche Neruda, Nâzim Hikmet, Ghiannis Ritsos, ecc). Il risultato è una rappresentazione uditiva polifonica della storia; una storia che, sempre tradotta in una parola immediata, duttile, riflessa, come quella di Montale, e al contempo fortemente icastica, non si esaurisce nel passato, perché la «poesia», scrive Catalfamo, «mi serve / a raccontare» e «[s]olo la poesia può lenire i dolori della vita». Che cos’è allora la poesia se non strumento conoscitivo privilegiato che rivela l’essenza dell’universo delle cose e se non mezzo “salvifico” di fronte a una realtà in cui l’uomo rischia di perdere il senso soprattutto di se stesso?

Tra gli intertesti la critica non ha mancato giustamente di ricordare come nomi centrali quelli di Pavese e Vittorini, ma sono anche altri i modelli e i riferimenti intertestuali contenuti nella lirica dello scrittore. Mito, storia e poesia (come recita anche il sottotitolo del lavoro critico dell’autore su Rocco Scotellaro, autore citato del resto anche esplicitamente in uno dei componimenti della raccolta), si intrecciano in maniera organica, mentre alcuni passi paiono evocare per la successione dei ritratti commoventi e crudi che presentano le pagine della Spoon River Anthology (1915) di Edgar Lee Masters. Nella raccolta, troviamo, in modo analogo alla silloge dello scrittore americano, un po’ tutti: il maestro, la Carabiniera, il calzolaio, la madre, il prete, il padre, il contadino, il compagno operaio, il primario, l’infermiera, il sindaco-poeta, ecc. Eppure, allo stesso tempo, è il collettivo a guadagnare un posto di primo piano: a fianco dell’individuo è infatti il gruppo come tale a dominare il palcoscenico della scrittura di Catalfamo; sono i braccianti, i notabili, il clero, i poveri, i padroni, i lavoratori e i disoccupati, i vecchi combattenti… Là una piccola cittadina della provincia americana e la presentazione di una galleria di 248 personaggi che descrivono le vicende di un microcosmo morale fornisce a chi lo legge un nuovo modo di guardare le cose e l’umano. Anche per Catalfamo, come per Masters, è importante recuperare la memoria per scoprire se le cose sono cambiate rispetto al passato. E non paiono esserlo. Nella raccolta dello scrittore nato a Barcellona Pozzo di Grotto, formata da 53 componimenti in totale, una parola è ripetuta in modo quasi costante: si tratta del termine «compagno/i», abbinato alla fede politica comunista dell’autore; un comunismo, quello del poeta, considerato non solo nella sua storicità e nei ricordi delle figure del padre e del nonno, ma anche come fenomeno non storicizzato, ovvero nel suo significato di necessario momento evolutivo, di umanesimo in senso gramsciano, di progetto per cambiare la realtà quotidiana delle cose. In La malora, lirica del 2014, il compagno, nel ventaglio di figurazioni della presentazione fatta, è uno e molteplice ad un tempo. Fotografato nella sua attività è lui che

«coltiva la pianta del comunismo / la difende dalle tempeste / e dalle erbe malsane / del tradimento».

Sono parole, quelle di Catalfamo, che non lasciano margini di incertezza interpretativa, anche quando lo sguardo si ferma su topografie, le cui coordinate geografiche arretrano per diventare documentazione e ricerca storico-antropologica, contenitore di pensieri e immagini. È il caso di Trieste, «città mito-poietica», di Saba, metropoli multietnica e cosmopolita, e allo stesso tempo «la città dei rastrellamenti / e della Risiera, / del fascismo», «dei partigiani», ecc.; ma anche di altri luoghi legati a richiami culturali di eccellenza, come della Casarsa di Pasolini, «il giovane poeta» fuggito da un «Friuli bigotto […] verso altri mondi», eppure fedele «[al]la religione dei […] [suoi] avi contadini».

Il mosaico del tempo tracciato nelle pagine di Catalfamo ricopre, così come il passato, le ombre più profonde del presente attuale: disonestà e cupidigia economica vengono fissate in modo tenace nei versi in cui il poeta ritrae in modo vivido e senza eccessi l’Italia dell’era Covid, mettendo nero su bianco il noto, senza parole inutili.

Ascoltiamole le parole di questa silloge, che non nascondono, ma mostrano l’esigenza di portare alla luce e cogliere significati, di arrivare fino in fondo; e con questo, «[m]ito e rivoluzione», che è necessario cogliere nell’attimo e su cui riflettere. Sì, esse sono qualcosa su cui riflettere.

Il ritorno di Jonathan Strange & il signor Norrell, a cura di Elena Romanello

17 dicembre 2021 by

jonathan-strange-il-signor-norrellA quindici anni di distanza dalla prima edizione italiana, e sull’onda dell’uscita del nuovo, atteso romanzo dell’autrice Susanna Clarke, Fazi editore ripropone uno degli urban fantasy più interessanti e innovativi di sempre, Jonathan Strange & il signor Norrell, in una nuova edizione.
Definito da Neil Gaiman il migliore romanzo inglese scritto negli ultimi settant’anni e definito il più grande libro fantasy uscito nel Regno Unito dai tempi di Tolkien e Lewis, Jonathan Strange & il signor Norrell porta in un’Inghilterra alternativa dell’epoca delle guerre napoleoniche, in cui è presente la magia, o meglio, si crede che sia completamente scomparsa. Ma un bel giorno, il timido e erudito signor Norrell rivela pubblicamente le sue abilità di mago, dando vita a un’ondata di entusiasmo che dilaga per tutto il paese e lo trasporta fino ai salotti dell’alta società di Londra, dove si lega ai politici e scende a patti con un gentiluomo proveniente da un regno fatato. Ma il signor Norrell non è l’unico mago presente: poco dopo emerge il giovane e audace Jonathan Strange, che prima diventa suo discepolo e poi mette in discussione tutte le sue teorie, perché è attratto dagli incantesimi e dalle magie oscure. Nel corso degli anni i due si scontreranno in maniera ancora più definitiva di quanto il loro Paese non stia facendo con Napoleone, mentre le loro ossessioni e ambizioni segrete metteranno a rischio le vite di molti e cambieranno per sempre la magia inglese e la vita.
Un long seller che è bello leggere o rileggere, da proporre innanzitutto a chi pensa che l’urban fantasy non sia capace di proporre storie interessanti e insolite, finalista al Man Booker Prize, con quattro milioni di copie vendute nel mondo in 34 Paesi diversi, un libro per chi ama il fantastico in tutte le sue sfumature, l’ucronia e il romanzo storico. Da questo romanzo è stata tratta anche una miniserie della BBC, per ora inedita, ma che speriamo arrivi presto anche in italiano, sull’onda di questa nuova edizione.