50 anni con La Rosa di Versailles, a cura di Elena Romanello

20 Maggio 2022 by

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Il 21 maggio del 1972 le giovanissime lettrici giapponesi del settimanale di shojo manga, fumetti per ragazze, Margaret Comics della Shueisha, possono leggere il primo episodio di una nuova storia, di un’autrice di 24 anni, Riyoko Ikeda, dal titolo Versailles no Bara, letteralmente La rosa di Versailles Le rose di Versailles.
L’autrice, attivista femminista e grande amante della cultura europea, si è già fatta conoscere con alcune storie brevi di ambientazione scolastica, abbastanza controcorrente e con questo nuovo fumetto lancia una sfida, in un mondo molto maschilista e dove come donna è pagata la metà di un uomo perché si pensa che lascerà presto la carriera per sposarsi.
Riyoko Ikeda è rimasta affascinata alcuni anni prima, da adolescente, dalla lettura della biografia di Maria Antonietta scritta da Stefan Zweig e propone alla Shueisha un adattamento  manga di questa storia. L’editore accetta, ma con alcune condizioni, prima se le vendite non vanno bene si chiude, seconda di inserire un personaggio romanzesco per alleggerire la vicenda. La giovane mangaka è appassionata, come quasi tutte le coetanee, della principessa Sapphire di Osamu Tezuka, ragazza che si veste da maschio, trova molto interessante la vicenda storica di Pierre Augustin Hulin, guardia reale che si schierò con i rivoluzionari e partecipò alla presa della Bastiglia e le tante storie di donne guerriere in panni maschili del Settecento e non solo.
Da tutte queste suggestioni nasce il personaggio della protagonista di questa epopea, Oscar François de Jarjayes, sesta figlia di un conte e generale cresciuta dal padre come un uomo, diventata guardia personale di Maria Antonietta, da cui si allontanerà per una presa di coscienza sociale ma anche per amore del suo inseparabile amico e commilitone André, abbracciando la causa rivoluzionaria per cui morirà.
Le lettrici sanciscono il successo di questo manga così diverso da quelli visti fino a quel momento, dove si parla di Storia, politica, problemi sociali, femminismo, amore con la A maiuscola, dove realtà e finzione si intrecciano strettamente come in poche altre storie, dove i protagonisti sono adulti e non ragazzini, dove i genitori rimangono sconvolti perché per la prima volta i due protagonisti esprimono il loro sentimento non solo guardandosi negli occhi luccicanti mano nella mano e dove manca il lieto fine.
Riyoko Ikeda inizia così una brillantissima carriera di autrice di manga, a cui affianca presto anche attività come saggista, opinionista e soprano lirico. Tornerà nel mondo di Oscar alcuni anni dopo, con le Storie gotiche, in cui resuscita la sua protagonista e l’amato André, e con Gli Episodi, approfondimenti sui singoli personaggi, mentre la sua opera più celebre diventa ancora più famosa grazie alle varie edizioni dello spettacolo del Takarazuka, ad un film dimenticabile ma che gli dona il titolo con cui diventa famosa nel resto del mondo, Lady Oscar, ad un anime realizzato come un kolossal popolarissimo sotto tutte le latitudini, in Italia in testa dove ha festeggiato recentemente i suoi quarant’anni dalla prima messa in onda.
Nel nostro Paese il manga Le rose di Versailles Lady Oscar è lo shojo più volte riproposto, negli ultimi quarant’anni, prima per il Gruppo editoriale Fabbri, poi a seguire per Granata Press, Planet Manga, D-Books, Goen e per finire J-POP.
Una storia che ha cambiato gli shojo, i manga, la percezione delle donne nell’immaginario come autrici e personaggi, e che ancora oggi ha uno zoccolo duro di appassionate e appassionati, cresciuto nel corso degli anni con nuove edizioni e repliche, che si incontrano sui social, creano, leggono, guardano, si appassionano e commuovono. Come con tutte le grandi storie.

:: Condominio Noir, AA.VV. (Watson edizioni, 2022) a cura di Giulietta Iannone

20 Maggio 2022 by

Se ne parlava da anni di un’antologia noir che raccogliesse le più significative voci femminili del genere, e sembra che Livia Frigiotti per Watson abbia dato concretezza a questa idea: Livia Sambrotta, Cecilia Lavopa, Lucia Tilde Ingrosso, Luisa Gasbarri, Paola Rinaldi e Sara Fattorini danno vita a questa sorellanza portandoci al centro di storie nere che hanno per tema comune il condominio. Si è discusso per anni se le donne fossero in grado di scrivere noir, se ci fosse una dimensione puramente femminile del noir. Molti hanno un’idea della femminilità eterea e sfumata che poco si adatta a storie sulfuree, crude, violente. Molti pensano che le donne vanno quasi preservate da queste brutture, quasi debbano vivere in un’oasi incontaminata lontana dal male e dal dolore. Pensano che siano fragili, indifese, innocenti. Ma anche le donne partecipano alla vita, vedono il male dove si annida, e pur filtrando il reale con la loro sensibilità sanno descrivere i lati peggiori e più drammatici della vita quotidiana e del mondo. Le sei autrici di questa antologia ci riescono. Accomunate da una certa facilità di scrittura, ci parlano di violenza, degrado, morte senza edulcorare eccessivamente il narrato. Se amate il racconto non privatevi di questa antologia caratterizzata da una certa uniformità. Non c’è un racconto che spicca più di un altro, forse solo quello della Gasbarri si struttura in un sottogenere definito del noir (non così comune in Italia dove le tematiche antropologiche femministe e gender non sono primarie). Bello quello della Lavopa, che se avesse più tempo per dedicarsi alla scrittura sfornerebbe sicuramente più opere interessanti. Brave anche le altre autrici tutte provenienti da altre esperienze narrative con una buona gavetta alle spalle.

:: Fiori Picco e l’etnia Yao nel suo nuovo romanzo edito da Fiori d’Asia editrice A cura di Viviana Filippini

19 Maggio 2022 by

L’autrice bresciana Fiori Picco ci porta ancora una volta alla scoperta del mondo cinese e questa volta lo fa con “Yao”, romanzo edito da Fiori d’Asia Editrice, nel quale Yang Sen racconta la sua storia e quella della sua etnia Yao della tribù di Landian, del loro vivere in piccole comunità nelle regioni montuose della Cina meridionale e dell’importanza del Taoismo nelle loro vite. Il libro di Fiori Picco incarna perfettamente il concetto di “Etnicità globale”. Nel 2017, la precedente edizione di “Yao” ha vinto il Premio d’Onore al V° Concorso Letterario Caterina Martinelli di Roma.  Per scoprire l’origine del romanzo abbiamo parlato con Fiori Picco.

-Come è nata la storia di Yao e cosa ti affascina di questa etnia? Durante gli otto anni di vita nello Yunnan ho insegnato all’università e nel contempo ho svolto ricerche sulle venticinque minoranze etniche della Provincia. La prima volta che ho letto un libro sugli Yao ne sono rimasta affascinata e ho desiderato subito scrivere una storia riguardante questa etnia. Successivamente ho avuto la fortuna di conoscere colui che è diventato il protagonista del mio romanzo: Yang Sen, un ragazzo della tribù di Landian, originario di un villaggio di montagna. Intorno agli Yao ho sempre avvertito un alone di mistero, di magia e di misticismo. Studiando la filosofia taoista e i rituali millenari della tribù, in particolare Dujie, ho provato una forte attrazione che mi ha spinta ad approfondire la storia di questo popolo e a conoscerne la vita reale. Il rapporto simbiotico che gli Yao hanno con gli elementi della natura è straordinario, basti pensare che le fasi del corteggiamento avvengono sempre nei pressi di un ruscello, di un vecchio albero o di una cascata. Anche i costumi tradizionali, bellissimi e ricchi di significati simbolici, riportano a un mondo antico, lontano, quasi fiabesco.

-Visto che hai vissuto in Cina, hai potuto raccogliere informazioni e dati sul campo? E come hai svolto il tuo lavoro?Mi sono sempre documentata, ho studiato e nel tempo libero ho viaggiato. Ho visitato villaggi sperduti e di confine, ho intervistato la gente e ho raccolto testimonianze di vita. Ho dormito nelle case dei contadini, mi sono immersa nella loro quotidianità mangiando le pietanze tipiche del luogo. Ho sempre annotato tutto, ogni minimo dettaglio che, nel tempo, si è rivelato materiale prezioso per la stesura dei miei libri.

-Che ruolo ha avuto il tuo amico Yang Sen? Yang Sen è stato un amico, un compagno di viaggio, un’ispirazione. Tra di noi si è instaurato un rapporto basato sul rispetto, sull’empatia e sulla collaborazione. Grazie a lui il mio romanzo ha preso forma e mi si è presentata la grande opportunità di conoscere gli Yao da vicino e di studiarne la storia antica risalendo all’epoca Ming.

-Quanto il legame con il passato è forte per gli Yao?  Ancora oggi gli Yao mantengono usi e costumi antichissimi, le tradizioni sono forti e radicate. Anche il ricordo dell’unica imperatrice Yao di tutta la storia delle dinastie cinesi è sempre presente. Nel Guangdong ho visitato la casa diroccata dove nacque colei che era destinata a divenire imperatrice, ho parlato con un suo discendente e ho visitato il pozzo “sacro” dove, intorno al 1461, avvenne il miracolo.  Sono stati momenti importanti e toccanti.

-Quanto è impegnativo per i personaggi del romanzo riuscire a trovare il loro posto nel mondo e un riscatto sociale?  Per chi arriva dalle campagne o dai villaggi di montagna è complicato inserirsi in un contesto urbano. Ancor prima di sistemarsi e di trovare un’occupazione, è difficile adeguarsi alla mentalità e ai ritmi cittadini. I giovani delle minoranze etniche provengono da piccole comunità che fanno aggregazione e condividono ogni evento o esperienza, perciò quando arrivano in città si sentono soli, a volte emarginati.  Chi decide di migrare e di tentare fortuna nelle metropoli di solito non ha ricevuto un’istruzione adeguata, pertanto fatica e si adatta a svolgere lavori umili e mal pagati, con notevoli sacrifici e andando incontro a una vita di stenti. Yang Sen e suo fratello sono stati coraggiosi e determinati, hanno sfidato il destino, i pregiudizi e gli impedimenti. Con l’impegno, l’onestà e i modi educati alla fine hanno avuto il loro riscatto sociale.   

-Ci racconti qualcosa sul rituale Dujie?  Dujie è un rituale di iniziazione o di passaggio che tutti i ragazzi maschi adolescenti devono affrontare e superare per essere accettati come veri uomini dalla comunità Yao. Il rituale consiste in quattro terribili prove che richiedono coraggio, forza fisica e resistenza al dolore. Prima di affrontare Dujie bisogna avere una condotta esemplare, dimostrare integrità morale, abnegazione e pazienza ai monaci taoisti che preparano il discepolo all’evento. Dujie è innanzitutto un percorso interiore che porta alla purificazione e all’unione con il Tao.

-Come è stato raccontare un romanzo dove i ritmi, usi, costumi che rivivono sono ben lontani dalla frenesia del presente?  È stato rigenerante ed emozionante. La scrittura per me ha anche un effetto terapeutico e rilassante. Penso che tutti dovrebbero trovare del tempo per allontanarsi dalla frenesia della società attuale e cercare un contatto con la natura, con realtà rurali, lontane e poco conosciute, con popoli che, come gli Yao, vivono nella semplicità e ci sorprendono con l’arte del ricamo, con un canto, una ballata antica o con un piatto di cavallette fritte e croccanti da intingere nella salsa al peperoncino.

-Oltre ai lettori italiani, hai avuto il riscontro anche di lettori cinesi, visto che il libro è tradotto pure nel loro idioma?  “Yao” è stato tradotto anche in cinese con il titolo di “Yaowang” e, grazie alla distribuzione internazionale, è arrivato in Giappone, dove è stato apprezzato dai sinologi e dai cinesi d’oltremare. La scrittrice bilingue Satoko Motoyama ha scritto una recensione che mi ha colpita per la precisione e per l’analisi approfondita. L’autrice ha evidenziato come le descrizioni dei luoghi e degli Yao siano vivide, reali e autentiche e come il lettore si senta trasportato nel romanzo. In Cina, il libro è stato recensito anche dal Professor Ahengdongta, depositario e custode della cultura Dongba di Lijiang, presidente di un’antica accademia e rappresentante di questa cultura presso le Nazioni Unite. Come esponente delle minoranze etniche e studioso ed esperto di Taoismo, Buddismo, sciamanesimo, rituali millenari e culti popolari, ha apprezzato i contenuti del libro che ha definito “un romanzo che incarna perfettamente il concetto di etnicità globale”, espressione famosa attribuita al noto scrittore Lu Xun agli inizi del secolo scorso.

Grazie all’uffcio stampa Francesca Ghezzani.

:: Piemontesi ai confini del mondo di Davide Mana

16 Maggio 2022 by

I piemontesi hanno fama di possedere una tenacia stolida, un carattere affidabile e ben poco portato al rischio. Tuttavia, la storia è popolata di piemontesi avventurosi − per quanto possa sembrare una contraddizione in termini l’accostare l’avventura alla “piemontesità”.

Viaggiavano, i piemontesi, ben da prima di essere etichettati come bugianen. Originari di uno Stato piccolo e per lungo tempo marginale, furono soldati, avventurieri, artisti. Persone che viaggiavano per la necessità di doversi guadagnare da vivere − accoppiata, certo, allo spirito d’avventura, alla curiosità. Ma sempre di necessità si trattava, intellettuale o materiale che fosse.

È solo nel tardo XVIII secolo, tuttavia, che i piemontesi diventano esploratori. Per metterli sulla strada serve l’Illuminismo, con la sua visione razionale di un universo ordinato e conoscibile, e la volontà di scoprire, descrivere e classificare il mondo. Quando li incontreremo, questi piemontesi avventurosi si presenteranno a noi indossando di volta in volta maschere diverse: diplomatici, seri accademici, militari ligi al dovere, commercianti in cerca di un onesto profitto. E tuttavia sotto a questa patina di rispettabilità, più o meno visibile, non potremo non scorgere quell’irrequietezza, quell’insoddisfazione. Questa è, dopotutto, la natura degli avventurieri. Ed è per questo che continuiamo a provare curiosità per le loro storie, forse con un pizzico di invidia.

Paradossalmente, rappresentano l’emblema stesso del concetto di bugianen, di soggetti incredibilmente caparbi, tenaci, risoluti, decisi a tutto. A costo di contrabbandare i luoghi natii con le vette dell’Himalaya e del Nanga Parbat, con i vicoli di Tientsin in piena rivolta dei Boxer, con la Valle del Nilo e i suoi trafficanti di antichità o con la Terra del fuoco e i suoi indiani Aónikenk.

Piemontesi ai confini del mondo racconta di loro, ricostruendo viaggi e percorsi con l’aiuto di mappe, timeline, fotografie e illustrazioni. Conosceremo così la passione per l’Egitto di Bernardino Drovetti, il grande spirito avventuriero del Duca degli Abruzzi, la missione religiosa in Africa di Guglielmo Massaja e la passione per l’alpinismo di Alberto De Agostini passando per l’eroe del Polo Nord Umberto Cagni, le circumnavigazioni del globo di Camillo Candiani e molti altri in un viaggio indimenticabile alla scoperta dei nostri avventurieri piemontesi

:: Predrag Matvejević, Breviario Mediterraneo

15 Maggio 2022 by

Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio 2017; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con i suoi preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

:: Violino. Luci e ombre di Stradivari, Marco Ghizzoni (Oligo editore, 2022) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2022 by

Chi era davvero Stradivari? Quale era il suo volto? A provare a dare una risposta a queste e a tante altre domande ci pensa Marco Ghizzoni, autore cremonese, con “Violino. Luci e ombre i Stradivari” edito da Oligo. Il piccolo saggio dona al lettore un racconto inaspettato di Stradivari, ben noto a livello mondiale, perché nel XVIII secolo fu uno dei liutai più attivi a Cremona e non solo. In realtà, da quanto emerge dall’indagine di Ghizzoni poco si conosce sulla nascita di Stradivari, per esempio non si sa di preciso la data del compleanno, poco si conosce anche dela vita dell’artista e della sua morte che restano ancora oggi ammantante da un aura di mistero. Tra le altre curiosità individuate da Ghizzoni il fatto che, nonostante un certo benessere economico, Stradivari non si fece mai fare un ritratto e oggi per noi è difficile capire come lui fosse realmente, perché esistono sì alcuni dipinti che lo ritraggono e pure dei busti scultorei, ma in nessuno di essi vi è il vero Stradivari, sono solo rappresentazioni di fantasia. Così come non è vero che il suo cranio venne rubato dopo la sua morte. Certo è che ben poco si sa del liutaio delle sue origini e pure delle cause della morte. Qualcosa in più si è invece scoperto nel 1999 con il ritrovamento del suo testamento, dal quale emerge l’immagine di un uomo ben lontano dall’idea di artista romantico che le persone si sono create nella mente. A quanto sembra Stradivari era molto autoritario e molto- forse troppo- presente nella vita dei figli ma, allo stesso tempo, anche riservato, tanto che dopo la sua morte, la notizia non venne diffusa fuori da Cremona e gli incarichi di realizzazione dei violini continuarono ad arrivare da ovunque. Nel libro non manca nemmeno una sezione dedicata a Luigi Tarcisio, che fu uno dei più importanti conoscitori e collezionisti di violini del XIX secolo, che divenne anche abile commerciante degli strumenti cremonesi, compreso quello Stradivari del quale lui si vantava di essere in possesso e che non venne mai visto e suonato, tanto da meritarsi il soprannome di “Messia”.Violino. Luci e ombre di Stradivari” è un breve saggio nel quale il cremonese Marco Ghizzoni evidenzia tutti i misteri, glie elementi poco noti e chiari della vita del grande liutaio Antonio Stradivari che lavorò fino ai 93 anni e che sì, forse ci ha lasciato tanti dubbi e aspetti poco nitidi sulla sua esistenza privata, ma la sua genialità, la sua professionalità e bravura sono certe, anzi vivono e risuonano negli strumenti usciti dalle sue mani.

Marco Ghizzoni è nato a Cremona, dove vive, nel 1983. Ha pubblicato romanzi con Guanda  e con TEA. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il muro sottile. Dieci Racconti” con Oligo editore. Quando non scrive, lavora nel settore commerciale di una multinazionale tedesca.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Ispira ed espira – Notturno caotico n.3 di Francesco Affatato

12 Maggio 2022 by

L’aria rarefatta, lampioni che lambiscono l’aria, la notte scorsa placida sul volto del ragazzo.

Stomaco in subbuglio causa una cena presunta leggera, mani intorpidite dalla posizione scomoda e la cabina è quasi affollata.

Dopo il passaggio del controllore, scende di nuovo silenzio sereno e la notte riprende placida il suo corso.

Tempestivo è il momento: dopo tanto tempo, il ragazzo ritrovava ispirazione:  descrivere, sul suo telefonino, le parole che ispirate fluivano tra le sue dita.

Un velo sereno scendeva leggero tra le sue stanche membra ed il momento propizio di ricordare i viaggi fatti con e senza il treno.

Lo teneva ancora vigile un improvviso brivido freddo. Spense il suo telefonino e si abbandonò al buio dei suoi occhi.

Flebile e soave, il profumo iridato e floreale di una studiosa, finemente ricamatole addosso dalla sua saggia scelta. Più che su di lei, lui stava fantasticando sul suo profumo ed un’idea di donna che probabilmente cerca là fuori.

Il ragazzo giunse in stazione alle prime luci dell’alba, assaporando l’aria nuova di un’altra città, dove il suo migliore amico sarebbe stato maritato con una ragazza, ma una di quelle detestabili, con poco autocontrollo e tanta presunzione di fare sempre bene – accoppiata disastrosa -.

Il ragazzo era comunque felice dell’evento. Difficile che in passato avesse preso una simile iniziativa. 

Assaporare l’aria di questa nuova occasione lo entusiasmava e pensava che una simile sensazione avrebbe voluto entrargli nelle vene, se lo avesse permesso.

Nel flusso di tutte queste emozioni, l’altoparlante gracchió metallico la destinazione che il ragazzo aveva intenzione di raggiungere. 

Per fortuna.

Francesco Affatato Laureato il 2020, attraversata con prudenza e fortezza il periodo pandemico, ex-consulente informatico presso Confesercenti Foggia, attualmente si sente di nuovo al mondo, sta riconquistando a poco a poco le sue passioni pre-pandemia e pre-università (lo studio matto e forsennato ha le sue conseguenze!). 

Appassionato chitarrista (soltanto per ora!), scrive e legge molto, tenace journaler, interpreto sogni e le sue interpretazioni sono cercate in tutta Italia.

:: Respinti. Le «sporche frontiere» d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo di Duccio Facchini e Luca Rondi (Altraeconomia 2022)

10 Maggio 2022 by

I migranti forzati nel mondo sono oltre 100 milioni: sono in fuga da povertà, guerre, violenze, in cerca d’una vita migliore. L’Europa “democratica”, Italia compresa, ha però chiuso occhi e frontiere, delegando ai Paesi terzi il “lavoro sporco”, rinnegando i diritti umani, disseminando le rotte di ostacoli. Che cos’ha in comune Madina, bambina afghana, con il giovane curdo Abdul o con Awira, donna siriana? Sono tutti “respinti”, persone che la ricca Europa ha relegato ai margini dei propri confini e della storia. Questo libro non si limita a spiegare il significato di parole cupe, come “respingimenti”, “riammissioni”, “confinamenti”, ma ricostruisce con pazienza – dati alla mano e storie nel cuore – i tasselli della “strategia” che i Paesi Ue, Italia in primis, hanno adottato, nel silenzio dei media, per difendere le “sporche frontiere” di mare e di terra. La negazione del diritto di asilo, la vergogna dei campi, la violenza costantemente praticata nei confronti di persone inermi, costrette a vivere sospese e in condizioni inumane, a rischiare la vita nelle traversate, tra le dune, le onde, i boschi, la corrente dei fiumi e il filo spinato. Una decisa denuncia delle ipocrisie dei governi e delle istituzioni europee (inclusa l’Agenzia Frontex), pronti ad accogliere gli ucraini, applicando un odioso “due pesi e due misure”. Una nota di speranza grazie all’impegno delle Ong e dei “solidali”, singoli od organizzati. Con la prefazione di Gianfranco Schiavone e preziosi testi di Caterina Bove, Anna Brambilla, Riccardo Gatti, Maurizio Veglio, Cristina Molfetta. In copertina: Lipa, Bosnia ed Erzegovina, 3 gennaio 2021 Foto di Michele Lapini/Valerio Muscella.

:: I cinquant’anni de “La donna della domenica” di Fruttero & Lucentini, a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2022 by

La donna della domenica di Fruttero & Lucentini fu uno spartiacque, che se vogliamo coincise con un punto di non ritorno: il giallo si guadagnava (finalmente, oserei dire) un posto di rilievo nel mondo letterario italiano. L’aura di nobiltà letteraria guadagnata da questo libro da quel momento accompagnò anche opere di ingegno precedentemente ritenute solo bassa letteratura “popolare” (con snobbismo dispregiativo) di genere. Tutto ciò lo dobbiamo a Carlo Fruttero e Franco Lucentini, enfants terrible della letteratura italiana. Colti, eleganti, ironici, forse troppo intelligenti, divertenti, conoscitori delle dinamiche sociali e morali di un’Italia che forse si è persa, ma che loro fotografarono nel periodo di maggior fulgore post boom economico in cui albergavano già i germi della decadenza. Era il 1972, iniziavano gli Anni di piombo (la strage di Piazza Fontana era del 1969), il clima era teso, lugubre, la gente non scherzava più, anche la letteratura rifletteva questo malessere diffuso. E Fruttero & Lucentini cosa fecero? scrissero un’opera lieve, divertente, buffa, “leggera”, capace di far riflettere e nello stesso tempo rassicurare i lettori prendendo bonariamente in giro un’alta borghesia sabauda, contornata da un mondo in fermento. Fruttero & Lucentini ebbero il pregio di scrivere un libro stilisticamente splendido, un tripudio di intelligenza, una piccola perla che poneva di colpo Torino, con i suoi vizi e le sue poche virtù, sotto i riflettori. La Torino degli anni ’70 torna grazie a questo libro a rivivere, e lo fa con grazia e discrezione. Gli autori, seppure una velata critica sociale la fecero, non vollero cavalcare l’onda del risentimento o inasprire le ingiustizie e diversità sociali esistenti all’epoca, vollero invece semplicemente creare un teatro umano in cui sentimenti, passioni, e anche odi fossero i protagonisti, usando il meccanismo del giallo e dell’indagine poliziesca, come pretesto, come mero stratagemma narrativo. Lungi da me voler fare un’analisi sociologica di questo capolavoro letterario, il mio commento è più un omaggio al talento e al genio deglli autori che non dando importanza a mode e pregiudizi hanno portato una ventata di freschezza e novità in un panorama asfittico e di maniera. Dopo di loro anche grandi scrittori poterono dedicarsi al giallo senza vergognarsene. Se Umberto Eco scrisse Il Nome della Rosa, un po’ lo deve anche a loro, e molti altri autori furono debitori dell’irriverenza e della preveggenza di questa coppia di autori così fuori dagli schemi. Ipocrisie, false morali, avidità, intrallazzi, meschinità, ce ne è per tutti. Anche se il tono resta leggero, i temi tratatti sono seri e più scaviamo in questo testo e più troviamo gemme e tesori. La Mondadori esce con una nuova edizione del libro, per i più giovani che hanno il privilegio di leggere questo testo per la prima volta. È divertente, grottesco, surreale, e paradossale per certi versi, certo nessuno si scandalizza più per l’arma del delitto (un fallo di pietra) che sicuramente negli anni ’70 creò un certo scompiglio, pur tuttavia l’umanità nel suo substrato più profondo resta la stessa, e la modernità di questo libro ci accompagna ancora oggi con garbo e ironia, parole forse fuori moda, che caratterizzano però la torinesità nel suo intimo più profondo. Che Anna Carla Dosio divenne, grazie anche a Jacqueline Bisset che la interpretò nel film omonimo di Comencini, il sogno proibito di mezz’Italia maschile, fa forse sorridere, oggi consumiamo tutto con così grande velocità che non si può non guaradre con tenerezza e con rimpianto a quegli anni, forse idealizzati per alcuni, ma sicuramente vivi e vitali.

:: Il cavaliere Saponetta re di spugna, di Kristien In-‘t-Ven, (Sinnos, 2022) A cura di Viviana

7 Maggio 2022 by

Terzo libro con protagonista il cavaliere Saponetta di Kristine In ‘t Ven, questa volta Re di Spugna. Già, perché il cavaliere Saponetta, protagonsita del libro “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna” edito da Sinnos, è alla corte del Re, dove giocando a tombola con altri cavalieri si ritrova vincitore di un regno. Quale? Spugna. Il cavaliere, il cui vero nome è Roger de Sen Tro Pè, parte alla scoperta del suo possedimento per capire come è fatto il nuovo paese dove andrà a vivere. Le sorprese inaspettate saranno tante una volta arrivato a Spugna. Come il fatto che la popolazione locale parli solo lo spugnolo, una lingua ad hoc che il cavaliere Saponetta non sa nemmeno da che parte girare per parlare e capire. In realtà, una delle altre cose che il protagonista in armatura amante delle pulizia nota, è l’immensa sporcizia presente ovunque nel suo regno e soprattutto nella sua dimora. Ed ecco che Saponetta, giusto per mantenere fede al suo nome, si arma di secchi, spugna e sapone per ripulire la nuova casa e farla tornare splendida. Fosse solo lo sporco a dilagare a Spugna la cosa finirebbe lì, ma in realtà la popolazione è terrorizzata da strane creature che spandono paura a destra e manca e sarà proprio il cavaliere Saponetta, Re di Spugna a dover intervenire per mettere in campo il suo grande coraggio per spodestare il mostro, o meglio il terrificante fantasma che in stile classico con il lenzuolo bianco che dovrebbe essere lavato per tornare a splendere fa paura a tutti. Accanto a lui, così maniacale dell’ordine e della pulizia, ci sono la moglie Lucy, una principessa simpatica e un pochino (troppo) disordinata e Elmo, uno scudiero un po’ impacciato e a volte troppo impulsivo. “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna”, scritto da Kristien In-‘t-Ven e illustrato da Mattias De Leeuw, è una avventura (la terza con lo stesso protagonista) travolgente, ricca di colpi di scena che tengono il lettore bambino incollato alle pagine nella trepida attesa di capire cosa accadrà al cavaliere Saponetta e se il suo essere pronto ad agire  gli permetterà di portare la pace a Spugna. Dagli 8 anni in su. Traduzione  Laura Pignatti.

Kristien In-‘t-Ven è una scrittrice nederlandese, creatrice del personaggio Cavalier Saponetta, del quale Sinnos ha pubblicato le prima due avventure “Il cavaliere Saponetta” e “Il cavaliere Saponetta e la terribile strega”.

Mattias De Leeuw è nato ad Antwerp e qui si è diplomato in design e illustrazione. Il suo segno riconoscibilissimo è caratterizzato da pennellate lunghe e piene di colore, che lasciano però spazio a particolari raffinati e tante storie parallele.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Sinnos.

:: In lode della guerra fredda di Sergio Romano (Longanesi 2015) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2022 by

A dispetto del nome, la Guerra fredda fu un lungo periodo di pace e stabilità per l’Europa. Pur se costellati da momenti di grande tensione, i decenni che seguirono la Seconda guerra mondiale furono caratterizzati dalla fermezza con cui le due superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti, seppero frenare le forze che al loro interno premevano per lo scontro, ben consapevoli che lo scoppio di una guerra nucleare avrebbe avuto conseguenze disastrose per tutti. Con la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell’Urss, i confini dell’ex Impero sovietico divennero nuovamente contesi, rinacquero antichi nazionalismi, scoppiarono numerose guerre: in Cecenia, nel Caucaso e nella ex Jugoslavia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, pensarono di avere vinto la Guerra fredda, ma oggi emergono chiari i limiti della superpotenza americana e le conseguenze del suo avventurismo: rivoluzioni sfuggite di mano, guerriglie fomentate dal fanatismo religioso, contrasti sempre più accesi con la Russia. Ma la fine della Guerra fredda, e i conflitti del dopoguerra, hanno avuto come effetto soprattutto il sorgere dei «non Stati» – Isis, Ghaza, Kurdistan iracheno, Bosnia, Kosovo, Siria, Libia – con le grandi incognite che ne derivano: come si combatte contro un «non Stato»? Come lo si governa? E come si può ricostruire l’ordine perduto?

In questi giorni confusi e convulsi ho ripreso un libro di Sergio Romano, autorevole commentatore di quasi tutti i fatti salienti accaduti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, uscito ormai nel 2015 dal titolo emblematico di In lode della guerra fredda. Con la sua mente lucida e analitica Romano ripercorre gli avvenimenti storici occorsi dalla Rivoluzione Ungherese alle rivolte arabe in Egitto, Libia e Siria, senza tralasciare gli antefatti della cosidetta “questione ucraina” e lo fa focalizzando importanti correlazioni e riflessioni che spiegano l’evolversi di un processo lento e difficoltoso che ha il suo punto di svolta nel crollo del regime comunista dell’Unione Sovietica. La fine dell’URSS ha posto di fatto fine alla Guerra Fredda, cosa di per sè positiva, ma ha anche in realtà spezzato quell’equlibrio di forze, a prescindere dalle valutazioni etiche e morali dei vari regimi, che mantenevano la pace seppur sotto la minaccia di un conflitto atomico. Possiamo definirla vera pace? Questa è un’interessante domanda etica che mi sono posta durante la lettura considerando il fatto che sebbene in Occidente si visse un periodo di relativa assenza di conflitti armati (senza dimenticare le guerre jugoslave, comunque post caduta Muro) non si rinuncio a coflitti armati per procura in altre parti del mondo. In lode della guerra fredda dunque è un compendio, molto illuminante, di più di cinquant’anni di storia politica, caratterizzato da capitoli brevi ed essenziali che sintetizzano i principali avvenimenti occorsi e aiutano grazie a un linguaggio semplice ed efficace, a fare chiarezza su avvenimenti per i più giovani, che non hanno vissuto quegli annni, ancora oscuri. I meno giovani, che hanno avuto un’esprienza diretta delle conseguenze di quei fatti, potranno comunque, grazie a questo testo, avere una visione di insieme utile a far luce su quelle dinamiche sotterranee che hanno portato agli avvenimenti contemporanei. Naturalmente sono interpretazioni, teorie politiche, giudizi forse in alcuni casi anche troppo severi, specialmente nei riguardi degli Stati Uniti con cui Romano non ci va leggero imputandogli colpe e responsabilità, determinati però dal punto di vista privilegiato da cui l’autore li ha osservati. Consiglio di leggere soprattutto attentamente i capitoli riguardanti la crisi ucraina, e l’irresistibile avanzata della Nato, oltre al capitolo intitolato: Chi ha vinto la Guerra Fredda? E poi naturalmente c’è il dopo e tutti gli strascichi che sono occorsi. Ci si domanda perchè tante guerre “calde” si sono sviluppate nel post Guerra Fredda, e soprattutto si analizzano le difficoltà nell’intraprendere un percorso di convivenza pacifica e governance globale democratica diretta, sempre considerato che i paesi democratici al mondo sono una minoranza ristretta e privilegiata. E soprattutto sempre che i popoli del mondo la vogliano e non preferiscano rinunciare a parte della loro libertà e dei loro diritti fondamentali in cambio di un maggiore benessere economico o financo della mera sopravvivenza. Doloroso dilemma che ci fa riflettere sui costi (reali) della democrazia, e sui sacrifici che siamo disposti ad affrontare per il mantenimento della pace, sempre considerato che una guerra globale (atomica) a tali condizioni non prevede nessun vincitore (e tutti lo sanno). La debolezza dell’Unione europea, pur mantenenedo un giudizio relativamente positivo sull’operato dei vari attori politici dalla Merkel a Hollande, è il punto critico che Romano ha focalizzato nel 2015 che ha ripercussioni fino ad oggi e questo giudizio è condiviso anche da altri osservatori politici e mi sento di condividerlo anche io sebbene mi interroghi su come ricostruire l’ordine perduto, impossibile se dimentichiamo che senza una diffusa e condivisa giustizia sociale ed un’equa distrubuzione delle risorse non ci può essere vera pace, la sola condizione possibile per la sopravvivenza della nostra specie.

Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. tra i suoi ultimi libri pubblicati da Longanesi: La Chiesa contro (2012), Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano (2014), In lode della Guerra fredda. Una controstoria (2015), Putin (2016), Trump (2017), L’epidemia sovranista (2019), Processo alla Russia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Longanesi.

:: Il mistero del Mandarino calunniato di Shanmei (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa Vol 4)

30 aprile 2022 by
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Un mystery storico nella Cina del primo ‘900

Della stessa serie potete leggere le novelle “Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina“, “Lo strano caso del missionario scomparso” e “Il mistero della Fenice d’Oro“.

E i racconti brevi: Un gioco di pazienza e Tre mesi in Giappone

Pechino è sempre più al centro delle frenetiche trattative di pace che porteranno alla stipula del “Protocollo dei Boxer” trattato ineguale firmato il 7 settembre 1901 dall’impero Qing e dall’Alleanza delle otto nazioni (Francia, Germania, Giappone, Impero austroungarico, Regno d’Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) più Belgio, Paesi Bassi e Spagna in seguito alla sconfitta cinese nella rivolta dei Boxer. E il tenente Bianchi ormai felicemente sposato con la bella Mei si troverà ad indagare su un nuovo caso che infiamma l’estate pechinese: scoprire se davvero il Mandarino Ch’en Kang-sheng è colpevole dell’omicidio di un importante funzionario dell’ambasciata russa. Il tenente Bianchi però lo crede innocente per cui si impegna con tutte le sue forze per scagionarlo. Riuscirà nell’impresa? e a che prezzo? E soprattutto che legami aveva la vittima con la principessa Tretyakov, che sembra farsi viva sempre nei momenti meno opportuni? Tra colpi di scena e intrighi segreti dietro le trattative al tenente Bianchi toccherà farsi largo tra militari e dignitari di varie nazionalità. Tra ricevimenti in ambasciata e partite di tennis scoprirete un mondo scomparso ma mai così vivo. E imparerete a conoscere la Cina dei primi del ‘900 con gli occhi di un occidentale che la vede per la prima volta. (Nella foto copertina il vero dignitario cinese a cui il mio bisnonno Luigi Paolo Piovano, a cui è ispirata la storia, salvò la vita).

Quarta novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, amore, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

Data di pubblicazione 23 agosto 2022, a 4,99 Euro la versione digitale e 9,99 Euro la versione cartacea.