:: Ross Poldark di Winston Graham, (Sonzogno, 2016) a cura di Elena Romanello

10 giugno 2016 by
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Cornovaglia, 1783: il nobile Ross Poldark torna a casa dopo aver partecipato alla guerra d’indipendenza americana, e scopre che la tenuta della sua famiglia è in rovina dopo la recente morte di suo padre e la sua amata Elizabeth sta per sposarsi con un altro uomo dopo averlo creduto morto per un equivoco. Il ritorno non è dei migliori, ma Poldark decide di rimettere in sesto la sua casa, Nampara, con la miniera ad essa collegata, di cui intuisce le potenzialità: in questa sua impresa è aiutato da due servi rimasti fedeli, dalla cugina Verity e da Demelza, una ragazzina povera che salva da un pestaggio e prende come serva in casa sua, con la quale nascerà qualcosa nel corso degli anni. Però i problemi non mancheranno, anche con Elizabeth che comunque non l’ha dimenticato e con chi comunque non accetta il suo ritorno e i cambiamenti che vuole fare.
I romanzi storici hanno spesso un difetto: scadono in polpettoni sentimentali inverosimili, tra peripezie improbabili e storie di sesso focoso, con amori tra indomite fanciulle e uomini ultra virili che non devono chiedere perché tutto è loro concesso. Non è questo il caso di Ross Poldark, storia del Settecento scritta nel Novecento, ma erede del grande romanzo inglese, da Fielding a Dickens, racconto di un’epoca e di un ritorno a casa e alla normalità, tema universale di tanti momenti storici, ma anche di una società, di regole di vita, di atmosfere, ambienti, di un momento comunque di transizione verso la modernità.
Winston Graham non lesina colpi di scena e passioni, ma in maniera verosimile e interessante, costruendo un mondo perduto ma che c’era, quello dell’aristocrazia britannica di fine Settecento, divisa tra fasti ormai irraggiungibili e la necessità di dover cambiare la propria vita diventando un ceto lavoratore, già raccontata da Jane Austen ma qui rappresentata in maniera più completa, in tutte le sue sfumature. Un mondo in cui l’autore si districa a meraviglia, creando un personaggio che resta nel cuore, realistico, cresciuto dal ragazzo che era partito entusiasta e incosciente per la guerra, che deve fare i conti con perdite, lutti e un passato che non torna, ma anche con un avvenire che può essere diverso. Tra i personaggi che affiancano Ross Poldark, spicca Demelza, eroina tra Dickens e Charlotte Bronte, volitiva senza essere in anticipo sui tempi, un grande amore a sorpresa per il protagonista, con cui sfiderà le convenzioni dell’epoca.
Ross Poldark è il primo di una serie di libri su questo personaggio, che Sonzogno pubblicherà a ruota, dopo una prima, parziale proposta della saga negli anni Settanta, sull’onda del bello sceneggiato della BBC che era arrivato anche in Italia e che non è stato stranamente più riproposto. Nel 2015 è stato realizzato un remake di questo sceneggiato, sempre dalla BBC, e c’è da sperare quindi che il personaggio di Poldark, affascinante e realistico, goda di una riscoperta anche qui in Italia, visti i suoi meriti.

Winston Graham (1908-2003), nato a Manchester e trasferitosi a diciassette anni a Perranporth in Cornovaglia, è stato un noto e prolifico romanziere inglese, famoso principalmente per la saga Poldark e per il thriller Marnie, portato sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Questo è il primo dei dodici romanzi della fortunata serie ambientata tra il 1783 e il 1820, che con 40 edizioni internazionali e milioni di copie vendute rappresenta un vero e proprio classico tra i romanzi storici. La saga ha avuto due adattamenti televisivi di straordinario successo, entrambi prodotti dalla BBC: la prima volta nel 1975, con una serie tv trasmessa anche in Italia; la seconda nel 2015. Questa è la prima traduzione integrale pubblicata in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: Come cani selvaggi, Ian Rankin, (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

9 giugno 2016 by
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John Rebus non è adatto per la vita da pensionato. Le sue giornate sono tutte uguali passate in solitudine e le serate al bar. Una sera viene chiamato da Siobhan Clarke che insieme a Malcolm Fox sta indagando sul ritrovamento di un avvocato ucciso, e cosa ancora più strana nel portafoglio della vittima viene ritrovato un bigliettino con su scritta una minaccia di morte.
Quella stessa sera, dall’altra parte della città di Edimburgo a Big Ger Cafferty, la nemesi di Rebus, sparano attraverso la finestra, ma per fortuna il proiettile lo manca. Dopo una chiacchierata con Rebus si scopre che anche lui aveva ricevuto lo stesso biglietto. Clarke inizia subito a indagare mentre Fox viene incaricato di aiutare la squadra speciale arrivata per indagare sugli Stark, rivali mafiosi di Cafferty.
Tutto sembra portare a un regolamento di conti tra capi mafia, quando viene trovato morto Dennis Stark e anche lui con lo stesso biglietto.
La polizia decide di riprendere in servizio Rebus come consulente esterno perché è l’unico che potrà fare chiarezza sia su quello che sta succedendo tra le famiglie che riguardo al serial killer.
Un romanzo avvincente come ci ha abituato Rankin, con il suo classico ritmo veloce che rispecchia appieno l’andamento frenetico delle indagini poliziesche.
Le descrizioni sono molto minuziose, sia per quanto riguarda i paesaggi che per quanto riguarda i personaggi, specialmente la descrizione relativa a Rebus che è esattamente come ce lo ricordavamo, un poliziotto fuori dai canoni che sa come affrontare le persone, siano malavitosi o persone perbene.
Molto intuitivo e un po’ scorbutico, in questo libro lo vediamo ammorbidirsi un po’ grazie al ritrovamento di un cagnolino abbandonato che fa breccia nel suo cuore, cuore che non avremmo mai immaginato potesse aprirsi e provare sentimenti del genere. Un gran cambiamento che rivela una crescita del personaggio che lo fa amare ancora di più dal lettore.
Un romanzo che si legge tutto in un fiato grazie alla bravura di Rankin di saper coinvolgere il lettore trasportandolo all’interno del romanzo.

Ian Rankin nasce a Fife nel 1960.
Inizia a scrivere già ai tempi del liceo, prevalentemente poesie e brevi racconti. Guidato da questa passione decide di iscriversi all’università di Edimburgo dove si laurea in Letteratura Inglese e si specializza in Letteratura Americana e Scozzese.
Nel 1997 vince il Macallan Gold Dagger con il romanzo Morte grezza e nel 2004 vince l’Edgar Award con il romanzo Casi sepolti.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Una pistola come la tua, Enrico Pandiani, (Rizzoli, 2016)

9 giugno 2016 by
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Nuova indagine per Les italiens, fortunata serie che sta facendo conoscere nel mondo il nostro torinesissimo Enrico Pandiani. E’ certa la notizia che Nicolas Winding Refn girerà una serie televisiva (per lo meno il primo episodio) ambientata a Parigi, tratta dal primo romanzo della serie. E anche i nostri cugini d’Oltralpe, di solito molto diffidenti e campanilisti, sembrano aver gradito i suoi noir venati di umorismo alla Frédéric Dard. Insomma è un bel periodo per Pandiani, che certo non si sarebbe mai immaginato sette anni fa, quando usci Les italiens per un piccolo editore torinese, tutto ciò. Lui no ma i lettori in un certo senso se ne sono accorti eccome che erano storie diverse dal solito, storie che sarebbero andate lontano. Per Rizzoli dunque è uscito in libreria Una pistola come la tua, quinto romanzo della serie, una storia amara, divertente, politicamente scorretta nel più puro stile Pandiani (forse è l’unico che usa ancora la parola negro in un suo romanzo). Una storia che ci porta a scorrazzare per Parigi, di locale in locale, dietro a un delinquente di mezza tacca, che ci fa trovare una testa di donna sul tavolo dell’ingresso di un appartamento di lusso. Una storia di inseguimenti, gente che salta dai tetti, sparatorie, con un pizzico di violenza in più, sempre stemperata da un disincantato umorismo, una dissacrante ironia che non rassicura del tutto, ma ci fa prendere le cose non troppo sul serio, non troppo lugubremente insomma. Avete presente quei noir torbidi e deprimenti, con una cappa nera che grava inesorabile. Beh i noir di Pandiani non sono così, anche nei momenti più drammatici una battuta, una freddura, un’ arguzia scolora il tutto, senza però scadere nella macchietta o nella pochade. C’è sempre un retrogusto amaro, molto francese, una morale di fondo, forse un po’ manichea, che pone i cattivi da un lato, senza speranza, senza possibilità di redenzione. E poi intrighi, politici corrotti, fusti in fondo al lago, maneggi da alte sfere, figli illegittimi, ragazze in difficoltà. Pandiani ama complicare le cose, non gli piacciono le storie lineari dove da a si va a b, ci son sempre sottotrame che portano altrove, e questa volta in 400 pagine ne ha trovato di spazio per far carambolare il lettore dietro ai suoi personaggi. Si mangia sempre choucroute, piatto alsaziano a base di carne di maiale e crauti (mi sono informata, se volete ho anche la ricetta), la squadra cambia ma i personaggi storici resistono incrollabili, e se Mordenti fa cancellare una multa alla nipote di Madame Kaganovitch, prostituta d’alto bordo sua amica, da Roger Bollani, un rimbambito che lavora alla stradale, promettendogli un appuntamento con Liz Hurley, noi che facciamo, non lo perdoniamo? Mordenti, malgrado tutto si trova la patacca dell’eroe, del cavaliere bianco dalla splendente armatura pronto a tutto quando c’è una donzella in difficoltà. Va beh un cavaliere un po’ recalcitrante, ma Mordenti è Mordenti. Prendere o lasciare. E poi ha anche un capo piuttosto ingombrante di cui tenere conto, una capo che in questa indagine sarà coinvolto molto da vicino. Buona lettura.

Enrico Pandiani (Torino, 1956) ha esordito nel 2009 con Les Italiens, primo romanzo di una serie poliziesca che diventerà presto anche serie tv, con una coproduzione internazionale. Nel catalogo Bur sono disponibili Pessime scuse per un massacro, La donna di troppo e Più sporco della neve.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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:: L’uomo dell’istante. Un romanzo su Søren Kierkegaard, Stig Dalager, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

8 giugno 2016 by
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Chi era davvero il filosofo Søren Kierkegaard? Prova a spiegarcelo Stig Dalager nel libro L’uomo dell’istante, pubblicato in Italia da Iperborea. Il testo è una biografia romanzata molto intensa nella quale lo scrittore riesce a farci percepire l’essenza fisica del grande pensatore danese. Perché dico l’essenza fisica? Per il semplice fatto che Dalager ci mostra un Kierkegaard fatto di un corpo materico, debilitato dal tormento del troppo pensare e dalla malattia. Siamo nel 1885, a Copenaghen, il filosofo ha 42 anni quando entra in ospedale perché è così ammalato e stanco di vivere, da aver deciso – in tutta autonomia – che è giunto il momento di porre fine alla sua vita di dolore (fisico e psicologico). Accanto a sé Kierkegaard non vuole nessuno. Accetta solo la presenza della signorina Fibiger, la quale lo accudisce e lo aiuta a compiere ogni singola azione: dal mangiare, al vestirsi, all’alzarsi per andare in bagno. In realtà la donna, a conseguenza del proprio passato di sofferenze e rinunce, è la sola a comprendere alla perfezione lo stato di disagio morale che attanaglia e tormenta il filosofo. Il romanzo è caratterizzato da un continuo alternarsi di flashback/sogni dai quali il lettore può comprendere cosa abbia scatenato la costante lotta interiore che spinse lo studioso ad attaccare anche la Chiesta istituzionale e non solo. Nei diversi frammenti del “tempo che fu”, che vanno a “visitare” Kierkegaard ci sono il padre dalla religiosità estrema e inflessibile che scatenò in Søren un perenne conflitto tra il senso del dovere e quello di colpa. Accanto a questa figura emergono le tante opere che il pensatore scrisse utilizzando diversi pseudonimi, identità fittizie che gli permisero di riflettere e pensare in modo completamente libero e di rispondere anche agli subìti per i propri difetti fisici. La vera costante del libro, o meglio, quello che potrebbe essere identificato con il leitmotive narrativo è senza ombra di dubbio la figura di Regine Olsen. Il grande e unico amore al quale Kierkegaard, uno dei maggiori esponenti dell’esistenzialismo, rinunciò, con grande dolore e difficoltà, per dedicare tutta la propria esistenza allo studio e alla riflessione. Dalager, grazie ad uno studio accurato dei testi e dei diari del filosofo, riesce a costruire una narrazione che va oltre la dimensione del pensiero filosofico e poetico del pensatore danese, perché questo scritto ci porta alla scoperta del lato più intimo, privato e umano di un essere vivente del passato, diventato noto soprattutto per i propri testi. Dalle pagine di L’uomo del destino esce un Søren Kierkegaard umano, fatto di carne, di sentimenti e di tutte quelle contraddizioni che lo rendono, a nostri occhi di lettori e individui di oggi, un uomo colmo di fragilità ed emozioni simili alle nostre. Traduzione e postfazione di Ingrid Basso.

Stig Dalager (1952) è uno dei più noti scrittori danesi contemporanei. Specializzato in romanzi di ispirazione biografica (oltre a Kierkegaard, tra gli altri, Hans Christian Andersen e Marie Curie) i suoi lavori sono tradotti in oltre 20 paesi. Il lavoro di Dalager come romanziere e drammaturgo si concentra sulle condizioni esistenziali più profonde, su quella ricerca del sé più vero che accomuna le storie della gente comune con quelle dei personaggi entrati a far parte della Storia.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Equivoci e bugie, Joanna Cannon (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

8 giugno 2016 by
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Estate 1976. Siamo in una piccola cittadina inglese quando un lunedì mattina molto afoso si scopre che la signora che abita al numero 8, Mrs. Creasy, è scomparsa. Tutti i vicini dicono che è semplicemente andata via, atteggiamento insolito, ma si sa con il caldo forte tutti fanno pazzie. Questa è la scusante che si danno: il caldo torrido ha fatto dare di volta il cervello a Mrs. Creasy e lei è scappata.
Soltanto tre persone non si danno pace per l’avvenimento: il marito, e le ragazzine di dieci anni Grace e Tilly.
Saranno proprio Grace e Tilly, che convinte che Mrs. Creasy sia morta, spinte dalla predica fatta dal vicario, decidono di indagare. Il loro intento è duplice: se è viva vogliono riportarla sulla giusta strada, riportarla a casa e convertirla, se è morta vogliono trovare il colpevole.
Iniziano così a cercare di porta in porta, ma le scoperte che faranno saranno inimmaginabili, il paesino tranquillo dove tutti sanno tutto di tutti in realtà è pieno di segreti, bugie e misteri.
Un romanzo che sa come conquistare il lettore con il suo classico stile British, descrizioni magiche, quasi da dipinto, con uno stile narrativo pacato e tranquillo che trasmette proprio la classica sensazione che si prova trovandosi davanti un inglese.
La trama è molto coinvolgente proprio perché racchiude in sé l’ingenuità dell’infanzia, quella ingenuità che porterà due bambine di soli dieci anni a voler far luce sui misteri. Abituati a detective adulti, possiamo riscoprire una semplicità nel seguire la verità assoluta che ci colmerà di affetto verso le protagoniste.
Scritto inizialmente tutto in prima persona dalla voce di Grace, man mano che si procede la lettura la voce narrante cambia diventando di volta in volta quello dei vari vicini che racconteranno a loro volta la loro versione della storia, aggiungendo personaggi e avvenimenti sempre nuovi, fattore che porta sì un po’ di confusione nel lettore, ma che gli fa assaporare ancora di più le parti narrate da Grace e la sua semplicità.
Un romanzo di una dolcezza incredibile che catturerà l’attenzione e il cuore del lettore.

Joanna Cannon nasce nel Derbyshire, al confine del Parco Nazionale del Peak District.
Non avendo né sorelle né fratelli ha vissuto tutta la sua giovinezza immersa nei libri, scoprendo così mondi magici e personaggi incredibili, passione che le durerà per tutta la vita.
A quindici anni lascia la scuola e inizia a fare vari lavoretti tra cui barista, pulizia nei canili, consegna pizza, tutti lavori che la portano ad avere contatto con le persone, contatto che la porta a imparare a conoscerle a fondo.
A trent’anni torna al college e termina gli studi in medicina presso l’Università di Leicester. Decide di specializzarsi in psichiatria e mentre passa da un posto in ospedale all’altro decide anche di buttarsi nella sua passione e inizia a scrivere.

Source: pdf inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Lancio Blogathon: i migliori film tratti dai libri

7 giugno 2016 by

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Cos’è un Blogathon? Una maratona di blog che un dato giorno creano un evento online e tutti contemporaneamente pubblicano un articolo su un tema scelto. Detto in breve. Ma credo non esista una definizione assoluta per descriverlo. Ogni Blogathon ha peculiarità sue proprie e il suo successo è determinato da voi lettori, dai vostri commenti, dalle vostre visite. Il nostro si occuperà dei migliori film o serie tv tratti da un libro, che sia un racconto o un romanzo. La tappa è prevista per lunedì 20 giugno, per cui segnatevi questa data! Non rimarrete delusi. Il 20 giugno potrete infatti scorrere da blog a blog e trovare un post che parlerà di cinema e soprattutto di libri. Un’ occasione divertente insomma per parlare delle cose che amiamo di più. Un’ occasione per conoscere blog interessanti, film interessanti, libri interessanti. Non so se in Italia ne abbiano organizzati molti, è forse una pratica più in uso all’estero, tuttavia noi ci abbiamo messo tutto il nostro impegno e ricordatevi questo è il primo che organizziamo e a cui partecipiamo, per cui ci vorrà anche una buona dose di fortuna perché tutto sia perfetto.

Le regole:

  • Ogni blogger può scrivere un articolo in cui parla del film o della serie tv che più l’ha colpito, tratto da un libro, che sia un racconto o un romanzo. Può fare un raffronto tra film e libro, o parlare più del libro o del film, in massima libertà.
  • Ogni blogger è invitato a parlare di un libro/film diverso.
  • Nel post che si pubblicherà sarà inserito un link a questo post di lancio.
  • Il Blogathon avrà luogo il 20 Giugno. Ogni blogger posterà il suo articolo in quella data.
  • Siete ancora in tempo a partecipare, lasciate un commento con il nome del vostro blog, l’url e il film/libro scelto, sarete aggiunti nel nostro elenco. Più siamo insomma e più sarà divertente. Se volete maggiori informazioni potete contattarmi al mio recapito email: liberidiscrivere@gmail.com.

Roster con l’elenco dei blog partecipanti, in rigoroso ordine alfabetico:

Chiacchiere letterarie:  Les Miserables

Cine Fatti:  La città incantata al di là delle nebbie di Kashiwaba Sachiko

Il mondo di sopra: Spiderwick le cronache

L. Cassie Blog: Harry Potter

La finestra di Hopper: Dolores Claiborne di Stephen King

Liberi di scrivere: Triangolo a Rodi

Living for books: Jurassic Park

Milioni di particelle: Le cronache di Narnia

New Adult Italia: Colpa delle stelle

Otiumentis: Venuto al mondo

Over the hill and far away: Le nebbie di Avalon

Questione di Libri: Misery non deve morire

Romance e non solo: Divergent

Scheggia tra le pagine: Le dodici domande/ The millionaire

Storie Da Birreria: Il congresso di futurologia di Stanislaw Lem

Strategie evolutive: “Il Lungo Addio”, di Raymond Chandler

The Ink Spell: I passi dell’amore

Universi incantati: Il lato positivo

Walk in wonderland: Shadowhunters- Città di ossa

Whisper: la voce del tempo: One day di David Nicholls

 

:: L’era dell’informazione: istruzioni per l’uso

6 giugno 2016 by

indexPiù ancora del petrolio, la nostra era sembra caratterizzata da un altro bene di consumo indispensabile e vitale: l’informazione. La trasmissione di notizie, che possono essere vere, false, distorte, travisate è sempre più veloce e alla portata di tutti. Non solo i mass media, le riviste, diffondono notizie e quindi l’esigenza di classificarle, catalogarle, si fa sempre più necessaria e vitale. Internet ormai è il nostro nuovo “guru” a cui affidiamo in pura buona fede qualsiasi nostro dubbio e lui subito ci accontenta. La dispersività dell’informazione è di certo inquietante e a questo proposito è interessante notare come la superficialità giochi un ruolo importante in questo valore aggiunto.

L’accesso all’informazione diventa quindi molto più che un semplice privilegio e a tratti quasi l’unico mezzo di sopravvivenza in un mondo sempre più tecnologico e virtuale. Brewster Khale, che penso ben pochi conoscano o anche solo abbiano sentito nominare, è un personaggio bonario e avventuroso che nell’ombra sorveglia un archivio internet con la pretesa e non solo la pretesa di raccogliere tutto lo scibile libero da copy right.

Inquietante direte? No, a mio avviso ingegnoso. Mr Kahle salva dalla dimenticanza e dalla cancellazione virtuale , testi, brani di canzoni, spot e li rende liberamente disponibili alla consultazione. Il suo sito è una piccola chiave magica nell’intricato mondo di internet, che apre porte davvero misteriose. Entrandoci si ha quasi la sensazione di star facendo qualcosa di molto sovversivo. Il nostro Kahle è anche un tipo piuttosto scorbutico oltre che visionario, avendo aperto pure un contenzioso con niente di meno che il ministro della giustizia degli Stati Uniti, sulla questione della legge sul diritto d’autore.

Oggi, un’opera acquista il copyright, scrivendola. Kahle propone di tornare al sistema di copyright in vigore fino agli anni 70 quando il diritto d’autore sulle opere non scattava automaticamente ma bisognava chiederlo fornendo una copia del prodotto alla Libreria del Congresso. Dopo un certo numero di anni, e parecchi rinnovi, il copyright svaniva e l’opera diventava di dominio pubblico.

Un interessante dibattito si apre qui: privilegiare la diffusione dell’informazione o tutelare gli autori già così poco tutelati? Io proporrei una via di mezzo. Rendere il copyright automatico finché è in vita l’autore poi immediatamente dopo far scattare il dominio pubblico. Pensate che ciò aumenterà l’incremento improvviso del decesso degli autori? Spero proprio di no. Per chi fosse interessato a curiosare l’indirizzo del sito è: www.archive.org .

 

:: La mia vita con Picasso – Francoise Gilot e Carlton Lake (Donzelli Editore, 2016) a cura di Lucilla Parisi

6 giugno 2016 by
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Se le ali delle farfalle devono conservare il loro splendore non si devono toccare. Non dobbiamo sciupare ciò che porta luce in entrambe le nostre vite. Tutto il resto nella mia vita mi opprime e impedisce alla luce di entrare. Questo nostro incontro è per me una finestra che si apre. Desidero che resti aperta. Dobbiamo vederci, ma non troppo spesso. Quando vuoi vedermi, chiamami e dimmelo. Quando lo lasciai quel giorno, sapevo che qualunque cosa fosse accaduta – meravigliosa, dolorosa o tutte e due le cose insieme – sarebbe stata di un’importanza estrema.

Così comincia la storia di vita e condivisione di Pablo Picasso e Francoise Gilot e queste le parole della donna a suggellare l’inizio degli intensi e tormentati dieci anni che seguirono il loro incontro, avvenuto nel maggio del 1943, durante l’occupazione nazista di Parigi.
L’ultrasessantenne Pablo Picasso e la poco più che ventenne Francoise scoprono di avere in comune molto più della pittura (anche la Gilot dipingeva): un’affinità elettiva e creativa aveva condotto la ragazza tra le braccia dell’artista il quale – dopo la tormentata storia con la fotografa Dora Maar – si era rifugiato nell’intelligenza rassicurante della giovane.
Ciò che la Gilot non aveva considerato erano il forte carisma e la potenza creativa di Picasso, capaci di risucchiare nella propria dimensione (personale e artistica) chiunque gli si fosse avvicinato.
Ciò che all’inizio affascinava per la propria rarità e intensità, con il tempo finiva per trasformarsi nella più spaventosa delle realtà. Il prezzo da pagare per aver ottenuto le attenzioni dell’artista più famoso dell’epoca, si rivelava troppo alto per le persone che lo avevano amato: un debito enorme che legava indissolubilmente i malcapitati al loro “padrone” e il “deserto” (augurato da Picasso alla Gilot al termine della loro storia) se non addirittura la pazzia (come quella che colpì la prima moglie Olga) sembravano puntualmente travolgere coloro che non facevano più parte della sua vita. Francoise ricorda le ormai note ed inquietanti parole di Dora Maar dopo l’abbandono del pittore: “Dopo Picasso soltanto Dio.
Sopravvissuto a due guerre mondiali e all’occupazione nazista, creatore con Georges Braque e Juan Gris di un nuovo movimento artistico (il cubismo appunto) e autentico “ispiratore” di un’epoca, Pablo Picasso aveva attraversato tre quarti di secolo con una determinazione straordinaria costruita sul lavoro incessante e sulla solitudine “affettiva”. Per lui nessuno era indispensabile e l’errore più grande di chi aveva preceduto Francoise Gilot era stato quello di credere di poter cambiare la sua natura, geneticamente indomabile. Le priorità del pittore erano altre.

Quello che ora è importante per me è vivere e lasciare la traccia dei miei passi. Lascio ad altri di giudicare se questo o quel passo vada d’accordo o diverga dalla mia evoluzione generale. […] E’ anche una questione di fatalismo. Ho fatto un patto col destino da molto tempo: sono diventato il mio stesso destino, un destino in atto. Sono in completo disaccordo con l’idea di Cézanne che voleva rifare Poussin partendo dalla natura. Per lavorare a quel modo dovrei scegliere nella natura quei rami d’albero che si adattassero al quadro nel modo in cui Poussin avrebbe potuto concepirlo. Ma io non scelgo nulla. Prendo ciò che si presenta.

Francoise Gilot riuscì a sfuggire alla morsa del ragno e ad affrancarsi dall’ombra ingombrante di Picasso solo dopo un lungo periodo di riflessione e tentennamenti, combattuta tra la sofferta decisione di lasciare l’artista dopo dieci faticosi anni e l’amore mai mutato per l’uomo che l’aveva cresciuta e accolta nel proprio studio di rue des Grands-Augustins a Parigi e con cui aveva avuto due figli, Claude e Paloma. La stima che l’aveva a lungo unita a Picasso aveva con il tempo lasciato il posto a un’intollerabile insofferenza per quell’uomo totalmente incapace di amarla e completamente votato alla distruzione di una pur minima parvenza di felicità familiare. Contraddittorio e infantile, spietato ed egoista, l’ormai anziano pittore si dimostrava sordo alle numerose richieste di aiuto della Gilot, la quale inutilmente tentò di recuperare un rapporto ormai logorato. Un gioco crudele fatto di recriminazioni, fughe e ritorni da parte del pittore spagnolo condussero Francoise allo sfinimento e a maturare la rottura definitiva, che si concretizzò con la partenza (comunque inaspettata da parte di Picasso non abituato agli abbandoni) della Gilot dalla loro casa nel Sud della Francia e il rientro a Parigi avvenuti nel 1953.

Prenotai i posti sul treno. Fino all’ultimo momento Pablo era convinto che sarei tornata sulle mie decisioni. Quando giunse il taxi e io vi presi posto con i bambini e i bagagli era talmente infuriato che non ci disse neppure “arrivederci”. Urlò soltanto: “Merde!

In questa sorta di autobiografia scritta a quattro mani con lo scrittore Carlton Lake (che ha collaborato alla stesura del libro), Francoise Gilot ci restituisce un’immagine – certo personale – ma assai credibile dell’artista spagnolo, una ricostruzione che non lascia dubbi in ordine alla possente personalità di Pablo Picasso i cui occhi scuri e penetranti e il loro modo di guardare – come ricordano in molti ma anche la stessa Gilot – avevano un loro fascino tutto particolare.

Avevo pensato spesso che lui fosse il diavolo, gli dissi, e ora ne ero certa. I suoi occhi si strinsero. E tu, tu sei un angelodisse con disprezzo, ma un angelo dell’inferno. Se io sono il diavolo, tu sei uno dei miei sudditi. E vogli segnarti.

Francoise ci descrive anche un uomo dotato di un’intelligenza fuori dal comune e di una straordinaria lungimiranza nel precorrere i tempi, tanto da non farsi mai trovare impreparato dalla Storia. Pablo Picasso tradisce nella sua produzione artistica, come nelle sue scelte di vita e, ovviamente, nel suo carattere, le proprie origini andaluse. Nato a Malaga nel 1881, in cui vivrà sino all’età di dieci anni, Picasso non rinunciò mai alla cittadinanza spagnola, in favore di quella francese. Il suo fervore artistico e la fiorente produzione (dalla pittura alla scultura, dalle numerose litografie alle ceramiche) sono all’origine della fortuna in vita del pittore il quale, dopo gli albori bohemien e la svolta cubista, da Montmartre a Montparnasse alla Costa Azzurra, vide in poco tempo concretizzarsi riconoscimenti artistici ed economici destinati a durare nel tempo e a sopravvivergli.

L’arte è qualcosa di rivoluzionario. E’ qualcosa che non deve essere libera. Arte e libertà, come il fuoco di Prometeo, sono cose che uno deve rubare perché siano usate contro l’ordine prestabilito. Quando l’arte diventa ufficiale ed è aperta a tutti nasce il nuovo accademismo. […] Ogni poeta, ogni artista è un individuo antisociale. Non lo è perché lo vuole, ma perché non può fare diversamente. Sicuro, lo Stato dal suo punto di vista ha il diritto di esiliarlo, ma se lui è veramente un artista non desidera neppure esservi ammesso, perché la sua ammissione significherebbe soltanto che sta facendo qualche cosa che è compresa, approvata e perciò abusata, senza valore. Tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che vale la pena di fare non può essere riconosciuto. La gente non vede l’avvenire. […] L’unico principio valido è che, se la libertà di espressione esiste, esiste per essere usata contro l’ordine costituito.

Il periodo in cui la Gilot convisse con Picasso fu particolarmente fecondo, grazie anche alla collaborazione del pittore con il Museo di Antibes (divenuto poi Museo Picasso) in cui gli venne riservato un’ala del castello Grimaldi (ove era situato), perché lo utilizzasse come atelier e all’acquisto nel 1948 di un vecchia fabbrica di Vallauris (in Provenza), che l’artista trasformò in un laboratorio per la produzione delle sue ceramiche.
Quello della Gilot è un libro intenso, certo non facile, nel quale la compagna di Picasso mette a nudo i propri sentimenti e confessa le reali difficoltà incontrate durante la relazione con il pittore, un uomo prepotentemente appassionato alla vita e alla propria arte, ma per questo capace di sacrificare – in nome di se stesso e forte del mito che ormai lo avvolgeva – qualsiasi altra cosa (rapporti personali compresi) che lo intralciasse, rinnegando se necessario amori, amicizie e alleanze.

Nella vita uno lancia una palla contro un muro sperando che rimbalzi per poterla rilanciare. Speri che i tuoi amici siano questo muro. Invece non lo sono quasi mai, somigliano a vecchie lenzuola umide e quella palla che tu lanci, quando batte sulle lenzuola umide, cade a terra. E non torna indietro quasi mai. Bene – aggiunse guardandomi in tralice – penso che morirò senza aver mai amato.

La Gilot rivive incontri ed eventi che hanno visto protagonista Picasso e con lui personalità note del mondo culturale dell’epoca: da Braque a Matisse, da Mirò a Chagall; da Paul Eluard a Hemingway, da Prévert a Breton, rendendo la ricostruzione dei fatti ricca di aneddoti e particolari sconosciuti ai più, alcuni condivisi direttamente da Francoise e altri a lei riferiti dallo stesso Picasso.
La mia vita con Picasso è molto di più di una biografia ben scritta: è un viaggio intenso attraverso la vita di due artisti e due personalità complesse ed eccentriche. E’ un passaggio necessario per chi vuole conoscere molto di uno dei personaggi più famosi e amati della storia e per entrare o cercare di farlo nel cuore della sua longeva e controversa esistenza.
Si legge nella prefazione di Carlton Lake:

Stavo scrivendo un servizio su Picasso quando parlai per la prima volta con Francoise nel 1956. Quel pomeriggio, molto prima che la nostra conversazione finisse, mi resi conto che quella donna sapeva esprimere su Picasso giudizi molto più profondi e acuti di quanti ne avessi uditi fino a quel momento. Da allora parlammo spesso insieme di Picasso e di pittura. E un freddo giorno di gennaio, mentre facevamo colazione a Neuilly, scoprimmo che senza saperlo avevamo raccolto il materiale per questo libro.”

Scritto nel 1964, dopo che Picasso fece di tutto anche legalmente per impedirlo, il libro diventò subito un best seller vendendo oltre un milione di copie in tutto il mondo.
Consigliatissimo.
Traduzione di Garibaldo Marussi e Liana Marussi.

Françoise Gilot (1921) è una pittrice francese. Nel 1943 conosce Pablo Picasso, dal quale avrà due figli, Claude e Paloma. Le sue tele sono presenti nei più importanti musei internazionali. Nel 2012 la Gagosian Gallery di New York ha inaugurato la mostra Picasso and Françoise Gilot. Paris-Vallauris, 1943-1953, la prima in cui sono state esposte insieme le opere della coppia.

Carlton Lake (1916-2006), scrittore, collaborò con «The New Yorker» e «The Atlantic Monthly», occupandosi di arte e intervistando alcuni dei più importanti artisti del Novecento (Picasso, Giacometti, Chagall e altri). Da queste conversazioni trasse dei veri e propri ritratti che suscitarono grande scalpore. Lavorò alla stesura di questo libro insieme a Françoise Gilot seguendola a Parigi e nel Sud della Francia, dove l’artista aveva vissuto con Picasso.

Source: acquisto personale.

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:: 22/11/1963, Stephen King (Sperling & Kupfer, collana Pickwick, 2011) a cura di Maria Anna Cingolo

4 giugno 2016 by
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Sapevo dove mi trovavo: a Lisbon Falls, Maine, nel cuore della contea di Androscoggin. La vera domanda non era dove, ma quando.”

Nel più celebre romanzo di Lewis Carroll, una bambina segue un coniglio bianco nella sua tana e si ritrova in un mondo altro dove tutto è possibile. In questo romanzo di Stephen King, invece, c’è sempre una “buca del coniglio” ma essa coincide con la dispensa di un tavola calda nel Maine e conduce sempre e solo alle 11:58 del 9 settembre 1958. Uno due tre gradini e Jake Epping, un insegnante di inglese come tanti, da poco divorziato e senza figli, mette piede nella Terra di Allora per tentare di compiere una missione senza eguali: vivere cinque anni nel passato e nel 1963 salvare la vita del presidente degli Stati Uniti, uccidendo il suo attentatore, Lee Harvey Oswald.

Puoi cambiare la storia, Jake, lo capisci? John Kennedy può salvarsi.

Jake Epping assume un’altra identità, diventa George Amberson e scopre che nel passato i prezzi sono più bassi, il cibo è più saporito e “pieno” ma gli odori decisamente peggiori del 2011. Jake continua ad insegnare, perché è questa la sua vocazione, balla il twist e vive la gioia di amare e riessere amato. Però, ad ogni piacere Jake/George deve anteporre il dovere e la sua missione, anche se significa compromettere la sua stessa felicità. Tornare indietro nel tempo e mutare il corso degli avvenimenti non è, però, un’impresa facile perché “il passato è inflessibile e si difende dal cambiamento”, perché qualcosa del passato rifiuta di essere modificato e si oppone con ogni sua forza, e spesso con violenza, affinché tutto rimanga al suo posto.
22.11.63 è un romanzo storico e rappresenta una delle poche eccezioni con le quali King ha scelto di variare il suo repertorio di opere horror che lo hanno reso famoso in tutto il mondo; l’autore si dimostra comunque una certezza dando vita ad uno dei suoi libri migliori, almeno secondo il modesto parere di chi scrive. Nonostante il cambiamento di genere, il sovrannaturale rimane una costante anche in questo libro ed è data non solo dal viaggio nel tempo ma soprattutto dal sempre stra-ordinario stile narrativo. Infatti, non è solo l’originalità di questa storia – come di tante sue altre – a rendere Stephen King un maestro trai romanzieri contemporanei e futuri, ma la capacità innata, superba ed estremamente naturale con la quale egli descrive ogni scena, senza tralasciare alcun particolare. All’immaginazione del lettore è permesso di vedere, sentire, amare e temere quello che Jake Epping vede, sente, ama e teme durante questa strabiliante avventura. Jake Epping vincerà e perderà nel corso di una storia che, se leggerete questo romanzo, al di là del luogo comune abusato dai recensori, terrà davvero i vostri occhi incollati alle pagine. Diventerà la vostra storia, la vostra missione, il vostro disperato tentativo di combattere il passato per salvare la vita di JFK e cercare di rendere il mondo un posto migliore. Nelle ultime pagine di questo romanzo, l’ammaliante scrittura di Stephen King smette soltanto di raccontare e invita alla riflessione: cambiare il passato comporta conseguenze nel futuro perché ogni avvenimento si lega ad un altro e quest’ultimo ad altri ancora. Ogni azione, che sia compiuta dal presidente del Paese più potente del mondo o da un qualunque insegnante di inglese, genera quello che viene definito effetto farfalla ed acquisisce un suo peso nella Storia. Naturalmente, questa dinamica non vale solo per chi torna indietro nel tempo e vuole cambiare il passato ma anche per coloro che, forse più fortunati, possono cercare di fare la differenza nel loro ordinario presente. Traduzione di Wu Ming 1.

Stephen King: (Portland, 21 settembre 1941) sceneggiatore ma soprattutto instancabile scrittore, vive nel Maine con la moglie Tabitha; è considerato il re dell’horror e i suoi libri sono bestsellers in tutto il mondo.

Source: acquisto personale.

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:: Il matrimonio degli opposti, Alice Hoffman (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

3 giugno 2016 by
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In questi anni le librerie si sono riempite di romanzi su pittori e pittrici, sulla loro vita artistica e personale, sui loro amori, sulle loro tragedie e gioie. Finora però non avevano trovato spazio le vite dei genitori di questi geni dell’arte, spesso rimasti nel dimenticatoio rispetto ad amanti, coniugi, figli, modelli e modelle che da anni imperversano in storie di tutti i generi.
Il matrimonio degli opposti, ultima fatica di Alice Hoffman, racconta la storia della madre di Pissarro, uno dei padri dell’Impressionismo, una vita basata su fatti e ricerche reali ma romanzata e romanzesca, tra le colonie delle Antille e Parigi.
Rachel, figlia volitiva e amante della cultura di una famiglia ebraica, cresce nell’Isola di St Thomas, possedimento del re di Danimarca che ha garantito diritti religiosi e civili altrove negati agli ebrei e non solo. La rovina economica del padre la costringono appena adolescente a sposare un vedovo di trent’anni più vecchio di lei, membro eminente della comunità giudaica, con cui non ha una vita granché felice, e che poi muore comunque dopo non molti anni di matrimonio. Rachel conosce poi il giovane nipote del marito, Frédéric Pizzarro, con cui nasce una grande passione, che verrà coronata dalla nascita di Camille, che diventerà famoso con il cognome appunto di Pissarro.
Alice Hoffman ricostruisce l’atmosfera dell’inizio dell’Ottocento, con perizia e raccontando la storia tra vari punti di vista, in prima persona per Rachel e in terza per gli altri personaggi, tra Parigi e le Antille, in atmosfere che all’epoca erano viste come un vero e proprio paradiso perduto spesso celebrate in letteratura fin da allora. Alla vita di Camille Pissarro viene dedicato relativamente poco spazio, solo verso la fine con Rachel ormai anziana, ma quello che è interessante è sentir rivivere un mondo lontano, raccontato senza concessioni al melodramma e al romanzetto sentimentale, anche se non mancano peripezie, intrighi, passioni, drammi, separazioni, incontri e tanto altro.
Un libro meno artistico di altri dedicati ai pittori, ma senza dubbio non privo di interesse per gli amanti del romanzo storico, visto in una prospettiva al femminile, perché di donne si parla, da Rachel a Jestine, un’amica quasi come una sorella, creola e figlia della cuoca di colore di famiglia. Per rivivere un’epoca, che emerge dalle pagine del libro con suoni, profumi, spezie, vento, odore di mare, colori, che comunque influenzò l’arte di Pissarro, non uno degli impressionisti più famosi qui in Italia, dove sono più noti Monet e Renoir, ma senz’altro da riscoprire.

Alice Hoffman è nata a New York nel 1952. È autrice di numerosi romanzi di successo, tra i quali The Museum of Extraordinary Things e The Dovekeepers, entrambi New York Times bestseller. Vive nei pressi di Boston.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Un’ intervista con Anna Luisa Pignatelli, autrice di Ruggine, a cura di Viviana Filippini

1 giugno 2016 by

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V:Benvenuta ad Anna Luisa Pignatelli autrice di Ruggine, edito da Fazi, ci racconta un po’ di lei e di come è nata la passione per la scrittura?  

A:Sono nata in Toscana, ho studiato a Siena e poi a Firenze Scienze Politiche, ho lavorato a Roma e vissuto molti anni fuori Italia. Ho un legame forte con la terra e la natura, forse perché mi sono occupata per molto tempo, se pure a distanza, di alcuni campi e di un bosco in Toscana.
La passione per la scrittura è nata da quella per la letteratura e la storia e dalla curiosità che sento per le persone e i loro segreti.

V:Cosa o chi le ha ispirato la storia di Gina/Ruggine?

A:In un borgo toscano mi era giunta la storia di una vecchia che aveva avuto una relazione insana con il figlio. Ma ciò che mi ha spinto a scrivere Ruggine è stata la voglia di parlare di una donna anziana, senza soldi, malandata, una che impersonifica l’essenza della marginalità e della solitudine.

V:Ferro è un gatto nero che fa da compagnia a Gina, chiamata da tutti Strega, questo mi ha ricordato il valore simbolico che nel passato veniva assegnato ai gatti (nei dipinti per esempio è segno del demonio). Nel suo romanzo che valore ha Ferro?

A:Ferro ha un valore positivo e , come ha rilevato Ida Bozzi nella sua recensione su La Lettura del Corriere della Sera, è un’estensione di Gina, le dà un nesso con la realtà: esce di casa e raggiunge svelto luoghi dove lei non può più andare, ha esperienze che lei non ha mai avuto, (amorazzi, avventure notturne e risse coi compagni ) la incuriosisce, la stupisce, e le dà la forza di vivere.

V:Gina è sola, è una donna anziana vedova, con una vita problematica, con un figlio che non la tratta molto bene. Perché i suoi compaesani al posto di aiutarla, provano verso di lei astio e odio?

A:Perché non chiede aiuto, perché non è di quel borgo, ma nata altrove. Perché ha pudore e si sente diversa per il suo carattere schivo e la sua storia con il figlio. E anche perché ogni comunità ha le sue streghe, i suoi orchi e i suoi eroi e a lei è toccato il ruolo di strega.

V:La protagonista è in un certo senso la rappresentazione del “diverso” che tutti temono e guardano con sospetto, perché nel suo romanzo e nella vita di oggi le persone hanno paura di “diverso”?

A:Il diverso ha sempre fatto paura: ognuno tiene nascosta la propria diversità, cerca di occultarla per farsi considerare dagli altri uno come tutti, con qualità e difetti che corrispondono agli stereotipi comunemente accettati di ‘persona normale’ o anche diversa, ma non troppo. La gente non è attratta da chi sente davvero diverso, chi non si cura dell’opinione altrui, chi sa fare a meno degli altri perché dagli altri non si sente compreso. E poi la vecchiaia, la povertà si preferisce ignorarle, non se ne vuol sapere. In una società che ha sempre fretta il vecchio è un fardello.

V:Perché Ruggine non riesce a fidarsi dell’unica persona (l’adolescente) del paese che vorrebbe aiutarla e le dimostra comprensione?

A:Ruggine intuisce che, per quanto la ragazza abbia curiosità per lei, è inviata dal padre per indagare nella sua vita . Inoltre Tamara è condizionata dall’ambiente in cui vive, per quanto desideri andarsene altrove neppure lei riuscirà a liberarsi della mentalità asfittica del borgo in cui è nata, dove la gente si spia e si nutre di invidie e di pettegolezzi.

V:Quanto Ruggine di sente responsabile/colpevole per il comportamento del figlio Loriano e del rapporto insano che si è sviluppato tra loro?

A:Non si sente responsabile per il comportamento del figlio, si sente colpevole solo verso se stessa, perché non ha saputo ribellarsi alla violenza di lui, l’ha subita perché ha avuto paura e non ha sentito la solidarietà di nessuno.

V:Il finale mostra una Ruggine che in un certo senso ha avuto un po’ di giustizia, ma la donna non è molto contenta di questo. Il suo stato d’animo come deve essere interpretato, come una sconfitta o come una sorta di scherzo del destino?

Come una sorta di scherzo del destino: finisce nella casa di cura dove era internato Loriano, il figlio perverso che lei sfuggiva e che, dimesso, viene riammesso nella comunità del borgo e visto con benevolenza, come una vittima di sua madre che invece viene considerata malvagia e pazza. Gina però non è una vittima, anche se ha dovuto subire molti torti: è coraggiosa, combattiva, le basta poco e ama la vita: mi è piaciuto entrare nella sua vita e constatare che, nonostante tutto, le piacciono i giovani, gli olivi, i noci, gli zingari e Ferro.

V:Se dovessero fare un film su Ruggine, quale attrice le piacerebbe vedere nel ruolo della protagonista?

A:Credo che sia difficile fare un film su Ruggine: ci vorrebbe un regista interessato alle stesse tematiche mie. Quanto all’attrice, dovrebbe essere italiana, meglio se toscana, con un forte carattere, una che non ha paura di fare la parte di una vecchia e di mettersi una gobba.

V:Sta già scrivendo qualche nuovo libro? (solo se può parlarne)

A:Sì, ma ancora è una bozza.

:: La casa delle vergini, Ami McKay (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

1 giugno 2016 by
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Nella New York del 1871, i bassifondi sono un girone infernale che inghiotte innanzitutto giovanissimi e giovanissime, divisi tra crimine, accattonaggio, prostituzione.
Moth è una delle creature che vivono a Chrystie Street, figlia di una chiromante e cresciuta senza aver conosciuto suo padre: a soli dodici anni viene venduta a Mrs Wentsworth, giunta a Chrystie Street in cerca di cameriere. La vita presso questa padrone è durissima e Moth cerca di scappare, incontrando Miss Everett, che gestisce una pensione speciale, una cosiddetta casa delle vergini, bordello particolare in voga allora quando si credeva ancora che per un uomo malato fare sesso con una ragazzina ancora illibata fosse prodigioso. Sembrerebbe un abisso senza fine, ma Moth incontrerà nella casa la dottoressa Sadie, che forse sarà la sua salvezza da una condizione senza speranza, un riscatto da una condizione di vittima di violenze e depravazioni.
La condizione delle classi povere dell’Ottocento è stata trattata in tantissimi romanzi, a cominciare da quelli del contemporaneo Charles Dickens, che non poteva però per ragioni di censura parlare di certi inferni e abissi che toccavano ragazzine e ragazzini, anche e soprattutto nella Londra vittoriana tanto moralista ma solo di facciata. Tra l’altro, oggi si sente parlare di prostituzione adolescenziale come di una novità indotta dal consumismo e magari dalla richiesta di certi personaggi di spicco, ma in realtà è una piaga vecchissima, che nell’Ottocento, secolo di inurbazione forzata e di immigrazione, raggiunse tra le maggiori vette di diffusione proprio in Occidente, complici anche gli inesistenti diritti per donne e bambini e l’impunità del commercio sia per quello che riguardava gli sfruttatori che i clienti.
La casa delle vergini racconta una storia di emarginazione e riscatto al femminile, in un passato interessante ma non certo da rimpiangere ma restituito con grande interesse, parlando anche di argomenti scabrosi ma senza essere mai fastidioso e volgare, costruendo un’eroina realistica, che lotta contro i limiti della sua condizione senza diventare romanzesca o stupida. Un romanzo sociale senza retorica, per ricordare come certi drammi sono eterni e non sono certo da sottovalutare o da esaltare, perché di Moth ce ne sono tante ancora oggi, alcune in luoghi remoti del pianeta e altre magari nelle nostre città, magari con premesse diverse, magari non c’è più il mito della vergine risanatrice, ma resta come dramma sociale e vergogna per chiunque abbia a cuore i diritti dei più deboli.

Ami McKay è nata in Indiana. Il suo romanzo d’esordio, The Birth House, ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Canada, tra cui il prestigioso CBA Libris Awards. Con La casa delle vergini ha raggiunto il successo e la notorietà internazionali. Vive in Nova Scotia con il marito e i due figli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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