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:: Come cani selvaggi, Ian Rankin, (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

9 giugno 2016
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John Rebus non è adatto per la vita da pensionato. Le sue giornate sono tutte uguali passate in solitudine e le serate al bar. Una sera viene chiamato da Siobhan Clarke che insieme a Malcolm Fox sta indagando sul ritrovamento di un avvocato ucciso, e cosa ancora più strana nel portafoglio della vittima viene ritrovato un bigliettino con su scritta una minaccia di morte.
Quella stessa sera, dall’altra parte della città di Edimburgo a Big Ger Cafferty, la nemesi di Rebus, sparano attraverso la finestra, ma per fortuna il proiettile lo manca. Dopo una chiacchierata con Rebus si scopre che anche lui aveva ricevuto lo stesso biglietto. Clarke inizia subito a indagare mentre Fox viene incaricato di aiutare la squadra speciale arrivata per indagare sugli Stark, rivali mafiosi di Cafferty.
Tutto sembra portare a un regolamento di conti tra capi mafia, quando viene trovato morto Dennis Stark e anche lui con lo stesso biglietto.
La polizia decide di riprendere in servizio Rebus come consulente esterno perché è l’unico che potrà fare chiarezza sia su quello che sta succedendo tra le famiglie che riguardo al serial killer.
Un romanzo avvincente come ci ha abituato Rankin, con il suo classico ritmo veloce che rispecchia appieno l’andamento frenetico delle indagini poliziesche.
Le descrizioni sono molto minuziose, sia per quanto riguarda i paesaggi che per quanto riguarda i personaggi, specialmente la descrizione relativa a Rebus che è esattamente come ce lo ricordavamo, un poliziotto fuori dai canoni che sa come affrontare le persone, siano malavitosi o persone perbene.
Molto intuitivo e un po’ scorbutico, in questo libro lo vediamo ammorbidirsi un po’ grazie al ritrovamento di un cagnolino abbandonato che fa breccia nel suo cuore, cuore che non avremmo mai immaginato potesse aprirsi e provare sentimenti del genere. Un gran cambiamento che rivela una crescita del personaggio che lo fa amare ancora di più dal lettore.
Un romanzo che si legge tutto in un fiato grazie alla bravura di Rankin di saper coinvolgere il lettore trasportandolo all’interno del romanzo.

Ian Rankin nasce a Fife nel 1960.
Inizia a scrivere già ai tempi del liceo, prevalentemente poesie e brevi racconti. Guidato da questa passione decide di iscriversi all’università di Edimburgo dove si laurea in Letteratura Inglese e si specializza in Letteratura Americana e Scozzese.
Nel 1997 vince il Macallan Gold Dagger con il romanzo Morte grezza e nel 2004 vince l’Edgar Award con il romanzo Casi sepolti.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond

27 gennaio 2012

Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula”  scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi,  fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima.  Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi.  Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.

Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez,  (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da  un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14  Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.