:: Cascina smorta, Antonio Zamberletti (Runa editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

27 giugno 2016 by
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Un gruppo di ragazzini ha l’abitudine, dopo la scuola, di incontrarsi in un vecchio cascinale chiamato Cascina smorta. È il loro luogo sicuro in cui possono fumare di nascosto e parlare di tutto, soprattutto lontano dai bulli che li prendono sempre di mira a scuola. L’unica regola che hanno è quella di non andare nella brughiera.
Dopo vent’anni uno di questi ragazzi, Andrea Modica, torna nel suo vecchio paese, diventando il capo della Squadra Mobile locale.
Deve ancora iniziare ufficialmente, previsto per la mattina successiva, quando squilla il cellulare e viene chiamato a indagare sul ritrovamento di un corpo nei pressi di Cascina smorta.
Tutto il suo passato ritorna a galla, la sua adolescenza, i suoi amici, e le indagini per scoprire il killer lo trasporteranno ancora più in profondità dei suoi ricordi.
Un romanzo giallo completamento diverso dai soliti gialli, con una trama avvincente che sa penetrare nel cervello del lettore trasportandolo in torbidi segreti.
Da bravo sceneggiatore l’autore riesce a descrivere le scene molto approfonditamente, sia a livello visivo, come se si trattasse di un film, ma anche a livello psicologico, puntando molto sui pensieri e i ricordi dei personaggi.
Purtroppo questo lo porta ogni tanto a entrare un po’ troppo nello specifico, specialmente quando parla delle armi che arriva a precisare perfino la specifica delle munizioni che distingue due proiettili dello stesso calibro. Specifiche che la maggior parte dei lettori non sanno cogliere perché relative a un argomento non da tutti i giorni.
Per il resto non si può criticare niente.
Gli ambienti sanno essere freddi e tetri al punto giusto per trasmettere quella sensazione di paura e mistero che portano il lettore a voler approfondire sempre di più i fatti, grazie anche a un continuo saltare avanti e indietro nel tempo (un capitolo nel presente e uno nel passato) che raccontano di volta in volta piccoli particolari dei vari ragazzi e delle vicende che danno sempre nuove informazioni e svelano di volta in volta un nuovo segreto.
Un romanzo che sa come farsi leggere tutto d’un fiato.

Antonio Zamberletti nasce a Varese nel 1963. Dopo gli studi presta servizio per alcuni anni in un reparto operativo della Polizia di Stato e successivamente consulente della security aziendale e personale. Dal 2011 collabora come sceneggiatore e soggettista con la Sergio Bonelli Editore per le testate Zagor, Dampyr e Nathan Never. Con Todaro Editore ha pubblicato I morti non pagano, i duri non piangono che è arrivato tra i primi dieci semifinalisti al Premio Scerbanenco, e Silenziosi nella notte, oltre al racconto Buono da morire. Nel 2015 ha pubblicato con Mondadori il giallo Codice Tunguska e con Runa il seguente: Cascina smorta.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Fabio dell’ufficio stampa Runa Editore.

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:: Intervista a Rosalia Messina, a cura di Milena Vallero

27 giugno 2016 by

Lia per locandinaCiao Rosalia e grazie di aver accettato di partecipare a questa breve intervista.

Grazie a te, Milena, per l’interesse nei confronti della mia scrittura.

Per prima cosa, mi piacerebbe conoscere qualcosa di te. Come sei approdata al mondo della scrittura?

Scrivo da sempre ma solo dal 2005 ho cominciato a farlo con l’intenzione di pubblicare. È venuto un momento in cui scrivere non mi è sembrato più sufficiente, in cui ho sentito il bisogno di essere letta. Scrivere è comunicare. Se nessuno ti legge, scrivere è un esercizio senza scopo. La mia prima pubblicazione, una raccolta di racconti, è arrivata nel 2010, quando ho vinto una selezione indetta dall’editore Perrone che premiava l’opera vincitrice con la pubblicazione. In quei cinque anni ho abbozzato diverse opere che poi ho ripreso e rivisto e infine, man mano che ultimavo il lavoro di completamento e revisione, ho pubblicato.

La tua storia personale ha mai fatto da sfondo alle tue opere?

A questa domanda non posso rispondere con un secco sì o un secco no, perché merita una risposta articolata. I romanzi sono tutti ambientati in Sicilia, a Catania, la città in cui fino a qualche tempo fa abitavo e quindi lo sfondo, per riprendere l’espressione da te usata, è uno sfondo quanto mai reale e appartenente al mio vissuto. Le storie narrate sono tutte inventate, però i personaggi a volte mutuano un tratto somatico o del carattere, un vezzo verbale, un tic, un dettaglio, a persone che mi è accaduto di conoscere. A volte su uno spunto reale ho costruito una storia che si è man mano sempre più allontanata dal punto di partenza per assumere una fisionomia tutta sua. E questa è una prima risposta, che resta in superficie. Se vogliamo andare più a fondo, allora devo dire che nelle storie che si scrivono c’è sempre anche chi le scrive, c’è la sua sensibilità, il suo sguardo sul mondo, gusti e disgusti, passioni e idiosincrasie, emozioni agite e negate. Non nel senso che chi scrive una storia racconta tutto questo di sé, ma nel senso che il modo di narrare è fortemente influenzato da tutte queste cose. Sul rapporto tra l’esperienza dello scrittore, il suo modo di essere e le storie che narra ci sono capitoli molto interessanti in un saggio che sto leggendo, “L’arte della psicoterapia e la psicologia dell’arte”, di Luca Casadio, psicoterapeuta e scrittore.

La tua scrittura è molto eterogenea: hai scritto romanzi, racconti e persino un libro di fiabe per bambini. Come ti trovi a gestire stili così diversi tra loro, e in quale di essi ti senti più «a casa»?

Mi sento a casa nel racconto e nella favola, nel romanzo sono una turista. Amo molto la dimensione del racconto, anche da lettrice. Un racconto non è un romanzo incompiuto, un aborto di romanzo, non è qualcosa di meno, è un modo diverso di raccontare la vita, cogliendola in un istante, in un episodio, in un periodo breve; il passato dei protagonisti può essere condensato in un flashback di poche righe, può fare capolino nei dialoghi mentre viene messo a fuoco un preciso segmento di esistenza. Un amico con il quale ci scambiamo impressioni di lettura ha già letto “Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout, scrittrice che entrambi amiamo molto. Io ancora no, è uno dei libri che desidero leggere a breve. Una delle cose che il mio amico ha messo in luce è che con poche pennellate questa gigantessa della letteratura contemporanea informa il lettore di tutto quello che occorre sapere del “prima” e dell’ “intorno” della storia. Ecco, questo mi piace del racconto, questo affacciarsi sul fluire di un’esistenza e isolarne un frammento, metterlo a fuoco, ingrandirlo, coglierne il significato e l’importanza. E questo per quanto riguarda il mio gusto, poi va detto che, come sappiamo tutti, gli editori italiani non sono in genere entusiasti dei racconti, forse perché il romanzo (soprattutto il romanzone di diverse centinaia di pagine) può essere venduto a un prezzo decisamente più alto. Se Alice Munro e Raymond Carver fossero nati in Italia per loro le cose sarebbero andate diversamente da come sono andate, immagino.

Parliamo ora del tuo ultimo romanzo. “Morivamo di Freddo” è un libro intenso e intimista, dove i sentimenti e la psicologia la fanno da padrone. È un’opera di pura fantasia o hai invece attinto da qualche esperienza reale per scriverlo?

Devo l’ispirazione iniziale di “Morivamo di freddo” a un episodio di cronaca (un anziano in stato di alterazione psichica che, sulla soglia della sua casa, in cu si era barricato da giorni, uccise un ufficiale), ma poi la storia si è sviluppata in modo del tutto autonomo, è stata riscritta, ha cambiato titolo ed è stata sottoposta a diversi editing e riletture. Prima della pubblicazione, è stata anche esaminata da due psicoterapeuti (che infatti cito nei ringraziamenti) che ne hanno saggiato la credibilità dal punto di vista psicologico-psicoterapeutico e hanno dato un prezioso apporto sotto questo profilo; esame e apporto necessari, visto che nella storia di Enrico, uno dei protagonisti, il percorso psicoterapeutico ha un certo peso e non come espediente narrativo per raccontare la storia anche dal suo punta di vista ma come strumento per mettere ordine nel suo personale caos. La depressione di Mauro, la personalità di Guido, le dinamiche familiari, il lato oscuro dei sentimenti, gli attacchi di panico di Enrico sono tutte pure invenzioni.

Da quello che si può evincere dal suo ruolo all’interno del romanzo, la famiglia sembra avere una grande importanza per te, vero?

Le relazioni familiari sono il terreno dal quale possono nascere piante rigogliose di ogni tipo, anche velenose. È l’argomento che trovo più interessante, fonte inesauribile di ispirazione, come del resto testimoniano le innumerevoli opere letterarie, teatrali, cinematografiche che in un modo o nell’altro ruotano intorno a un conflitto familiare. Ovviamente le famiglie felici non sono interessanti e nemmeno possono essere raccontate, tant’è che “L’ultima famiglia felice” di Simone Giorgi, giovane autore segnalato premio Calvino 2104, narra di una famiglia che felice è solo in apparenza. Perché non è detto che l’assenza di conflitti evidenti sia sintomo di “buona salute” dei rapporti. Nei romanzi e anche nei racconti che ho scritto, non soltanto in “Morivamo di freddo”, la protagonista in fondo è sempre la famiglia.

I personaggi principali del romanzo hanno tutti delle debolezze, più o meno marcate; non ci sono eroi in questo microcosmo, semmai sono tutti antieroi. Sembra una visione un po’ pessimistica della società…

A me piacciono sia gli eroi sia gli antieroi. Scrivo anche favole proprio per poter recuperare ogni tanto una maggiore pulizia di linguaggio e di andamento narrativo, per concedermi il lusso del lieto fine e del trionfo dei giusti. Nella scrittura non destinata ai bambini la visione del mondo dell’autore entra in modo meno filtrato che nelle favole, com’è ovvio. Siamo tutti antieroi, no? Siamo tutti capaci di grandezze e miserie. La vita non premia sempre la correttezza, l’onestà, i valori da libro Cuore che fanno sorridere (perché? Come osservava qualche tempo fa Raul Montanari in un social, non sono i valori nei quali affermiamo di credere?), quindi diciamo che per me questa visione delle cose più che pessimistica è realistica, perché poi credo – e si vede nelle mie storie − nella possibilità dell’individuo di migliorarsi, di raggiungere obiettivi positivi per se stesso e per il contesto sociale in cui è inserito. Però non credo (e come potrei, come potrebbe chiunque?) al bianco e nero, ai buoni e ai cattivi tutti d’un pezzo. A questo proposito, come emblematico del confine sottile tra bene e male anche dentro ciascun essere umano, cito il personaggio che nel film “Crash”, di Haggis, è interpretato da Matt Dillon, un poliziotto che può usare la divisa per commettere un abuso odioso su una donna (per sfogare frustrazioni facilmente intuibili, perché lei è ricca e gioiosa mentre lui si occupa di un padre invalido e l’assistenza pubblica gli nega ottusamente ciò cui ritiene di avere diritto) e poche ore dopo salvare la stessa donna, coinvolta in un incidente, trattandola con incredibile delicatezza e rassicurandola. Un vero antieroe.

Morivamo di freddo è uscito solamente in versione digitale. Cosa ne pensi della «lotta» tra ebook e cartaceo?

Colgo l’occasione per dire che sono molto soddisfatta della mia esperienza con la casa editrice Durango, perché ho visto nascere il libro a poco a poco e ho mantenuto un contatto costante con il direttore editoriale Massimo Giuliani e con l’editore Felice Di Lernia per tutto il processo dal quale alla fine è scaturito il prodotto finito, chiamiamolo così, e anche dopo. Un’esperienza divertente e creativa anche nella fase di trasformazione del manoscritto in ebook. Detto questo, come lettrice leggo ormai quasi esclusivamente in digitale. Premesso che un libro non si identifica con il suo contenitore, premesso che i materiali scrittori hanno avuto tutti il loro ciclo vitale (la pietra, la tavoletta cerata, la pergamena), premesso che non mi sdilinquisco per la carta e per il suo (inesistente) profumo (la carta non cresce sugli alberi o nei prati!), naturalmente ho una casa piena di libri, essendo cresciuta con i libri di carta, ma questi occupano moltissimo spazio e si riempiono di polvere. E di spazio non ne ho più. I vantaggi del digitale che apprezzo sono la possibilità di portare con sé più libri e la facilità di acquisto. Dal punto di vista degli autori, poi, soprattutto se esordienti (e chi non pubblica con le case editrici importanti resta esordiente a vita) la visibilità che può assicurare il digitale è sicuramente maggiore. Il digitale, last but not least, costa meno e non tutti hanno la possibilità e la voglia di spendere cifre che cominciano a essere rilevanti in un momento di crisi e disoccupazione.

Infine, questa domanda è d’obbligo: che progetti hai per il futuro?

Ho ultimato un’altra favola e sto revisionando un altro romanzo breve. Inoltre ho pronta da tempo una seconda raccolta di racconti, sto cercando un editore.

:: Kobane calling, Zerocalcare (Bao Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

27 giugno 2016 by
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Leggi fumetti, i fumetti sono stupidi, i fumetti sono dequalificanti, i fumetti sono un mero passatempo: alzi la mano chi, tra i cultori delle nuvole disegnate, non si è sentito dire almeno una volta una di queste frasi! Praticamente tutti e tutte, anche se va detto che per fortuna le cose stanno cambiando, complici anche i titoli di indubbia qualità e sperimentazione artistica che stanno uscendo da tempo in Italia, provenienti da autori di varie parti del mondo.
Alcuni di questi titoli raggiungono ottimi risultati di vendita, rivaleggiando con i best-seller del momento, come è capitato con Kobane Calling, ultima fatica di Zerocalcare, uscito prima a puntate come vignette sul settimanale Internazionale e poi in volume per Bao Publishing.
L’autore racconta con il suo stile umoristico, dissacrante e toccante la sua esperienza di vita in aiuto dei curdi, tra Turchia, Siria e Iran, un’avventura nata per scopi umanitari e di aiuto, oltre che per conoscenza dall’Italia di alcune persone, donne in particolare, originarie di quelle terre, poi impegnate in quella guerra e poi diventata una sorta di missione in difesa di un ideale che l’autore ha abbracciato, quello di lotta contro un oppressore, certo, ma anche di ricerca di una società migliore.
Sono anni che si sente parlare di curdi, Medio Oriente, Isis, Siria: Zerocalcare, usando il linguaggio delle vignette e mantenendo i toni apparentemente sullo scherzoso, riesce ad entrare in un dramma di oggi, uno dei più grandi, ma nello stesso tempo a raccontare una delle poche vicende di vero eroismo non solo contemporaneo, ma risalendo indietro anche di decenni, quello della regione del Rojana, roccaforte curda contro gli integralisti islamici ma anche posto dove si vuole sperimentare un nuovo modello di società laico, egualitario, democratico.
Una storia non retorica, comunque, che informa senza annoiare, raccontando un’epopea che lascia con un groppo in gola, una storia che c’è in questo mondo e che in queste pagine trova una trattazione migliore di quanto non succeda in reportage giornalistici e televisivi. Un’opera per chi ama la buona narrativa, disegnata e non, per chi crede che i fumetti non siano inferiori a niente e che esista solo un criterio di qualità di storie raccontate, un’opera per sorridere e commuoversi, per indignarsi e ricordare l’oggi. Ma anche un’opera da consigliare per chiunque vuole capire qualcosa di più su cosa sta succedendo in un luogo da cui dipenderà la vita e la Storia di tutti nei prossimi decenni.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, classe 1983 è originario di Arezzo, è cresciuto in Francia, e ha debuttato come fumettista raccontando a modo suo i giorni del G8 di Genova. In seguito, ha svolto anche attività di illustratore, per copertine di libri e dischi, ha collaborato con Liberazione, Repubblica XL, Carta e Liberazione. Cura un suo sito zerocalcare.it ed ha pubblicato varie graphic novel, come La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola, Dimentica il mio nome, tutte basate su sue esperienze di vita tra passato e presente.

Source: dono dell’editore al recensore al Salone del libro.

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Sondaggio del sabato

25 giugno 2016 by

Ecco il primo sondaggio di una serie, spero numerosa. Vorrei coinvolgere i lettori nella scelta dei libri da recensire. Metterò più che altro classici, vecchi libri che ho nella mia biblioteca, alcuni già letti, altri ancora da leggere. Ma insomma libri interessanti. Il sondaggio dura una settimana e vedrò se ripeterlo. Dunque votate, sono molto curiosa.

:: Chanbara – La via del samurai, Roberto Recchioni e Andrea Accardi ( BAO Publishing, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2016 by
Chanbara

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Chanbara o chambara sono in Giappone le storie, essenzialmente i film di cappa e spada ambientati tra Medio Evo e Settecento, dove si raccontano le storie di samurai in lotta tra di loro o con signorotti. Un genere molto presente nei film di Akira Kurosawa e noto anche a chi legge i manga, anche se da noi in Italia si sono preferite altre storie da tradurre, ma che ha sedotto anche due autori italiani come Roberto Recchioni e Andrea Accardi.
Bao Publishing ha unito in un unico volume due storie di ambientazione giapponese del duo uscite in precedenza per l’editore Bonelli, La redenzione del samurai e I fiori del massacro, con una nuova impaginazione, colorazione e una veste grafica sontuosa e raffinata, che richiama la cultura nipponica classica.
Il risultato è davvero molto interessante, un tuffo in un mondo che ormai ha affascinato più di una generazione, lontano ma incredibilmente suggestivo, restituito da tavole che uniscono il gusto dei maestri occidentali (volevamo fare un Tex giapponese, hanno detto gli autori) alle stampe e alle atmosfere giapponesi, tra crudeltà e incanto.
Le storie raccontate, che non sfigurerebbero nelle pellicole di Kurosawa (che tra gli altri ha ispirato Sergio Leone e George Lucas), sono entrambe di vendetta, la prima su un samurai che ha visto morire il suo signore, la seconda sulla figlia di un nobile che diventerà guerriera per distruggere chi ha ucciso la sua famiglia. Due storie senza tempo, spietate ma affascinanti, che raccontano il mondo del Giappone feudale, lontano ma simile al feudalesimo europeo, tra katane, ciliegi in fiore, duelli, viaggi.
Chanbara è un’opera che si rivolge innanzitutto a chi mette sullo stesso piano la narrativa scritta con quella disegnata, come possibilità di ricreare un mondo che stravolge e avvince e da cui è davvero difficile staccarsi. Poi è per tutti coloro che amano il Giappone, Paese incredibile, dalla cultura millenaria ma capace di proporsi come uno dei più efficaci inventori di immaginario pop, soprattutto per chi del Paese del Sol levante ama gli aspetti storici e classici. Ma è anche un’opera per capire come il fumetto sia un linguaggio universale, con rimandi culturali e tematici, che ha una scuola di tutto rispetto anche in Italia, senza nulla togliere a successi e opere stranieri.

Roberto Recchioni, romano, ha alle spalle una carriera ultra ventennale come fumettista: per la Bonelli ha sceneggiato vari numeri di Dylan Dog e Tex e nel suo curriculum ci sono anche partecipazioni a Orfani, a Joe Dante, a Diabolik, alle Cronache del mondo emerso dal romanzo di Licia Troisi e a Topolino.

Andrea Accardi, palermitano, ha iniziato la sua carriera a fine anni Ottanta collaborando alla Granata Press, la casa editrice che portò i manga in Italia, per poi passare a Kappa edizioni e partecipando alla nuova edizione di Lupin III all’inizio del Duemila. Da tempo è un disegnatore Bonelli.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Le sorelle, di Claire Douglas (Editrice Nord, 2016) a cura di Micol Borzatta

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Abi ha perso la sorella gemella Lucy a causa di un incidente in auto. Incidente causato da lei che guidava, fuori il temporale impazzava e in macchina Abi urlava ferocemente contro la sorella Lucy. Non riesce a darsi pace, pur essendo stata assolta dal tribunale, Abi continua ad accusarsi della morte di Lucy.
Per cercare di rifarsi una nuova vita Abi lascia Londra e si trasferisce a Bath. Qui incontra Beatrice Price, una ragazza vivace e fisicamente assomiglia tantissimo a Lucy. Abi si affeziona molto alla ragazza, un sentimento che sembra reciproco, tant’è che Beatrice invita Abi ad andare a vivere a casa sua, casa che divide con altre due ragazze e il fratello gemello, Ben.
Tra Abi e Ben scocca subito il colpo di fulmine, basta solo uno sguardo e il sentimento diventa sempre più forte giorno dopo giorno.
La vita di Abi sembra diventata perfetta, ha un nuovo fidanzato, una nuova amica ma il comportamento di Beatrice cambia, inizia a diventare fredda nei suoi confronti e ad avere atteggiamenti duri ei distaccati. Abi non capisce se è perché Beatrice è gelosa del fratello o se hanno scoperto il suo segreto.
Un romanzo spettacolare che sa conquistare il lettore fin dalle prime pagine.
La narrazione in prima persona, insieme alle descrizioni dettagliate fatte dalla Douglas, aiutano il lettore a immedesimarsi nelle due protagoniste, Abe e Beatrice, che raccontano la loro vita, il loro stato d’animo e le loro sensazioni, capitolo dopo capitolo intervallandosi, permettendo di avere una visione completa degli avvenimenti, quasi come se fossero raccontati da una voce fuori campo onnipresente, ma nello stesso tempo fanno entrare il lettore nelle vicende come se le vivesse lui stesso.
I giochi mentali che vengono effettuati in tutto il romanzo riescono a essere debilitanti anche per il lettore, che si ritrova a non riuscire più a credere a nessuno, come se davvero si trovasse in un mondo di pazzi, fino al colpo di scena finale che lo spiazza, che lo colpisce come un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato e con la voglia di urlare sia ad Abi che a Beatrice di scappare.
Un romanzo che sa davvero come colpire e catturare il lettore come un tornado che lo risucchia dentro di sé.

Claire Douglas da quindici anni lavora come giornalista sia per quotidiani che per riviste femminili. La sua passione per la narrativa risale fin dai tempi della sua infanzia e ha sempre sognato di scrivere libri, Le sorelle è il suo romanzo di debutto con cui si è anche aggiudicata il Marie Claire Debut Novel award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Editrice Nord.

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:: La collera di Napoli, Diego Lama (Mondadori, 2016) a cura di Diego Di Dio

24 giugno 2016 by
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Napoli, settembre 1884. Un’epidemia di colera provoca migliaia di vittime in appena due settimane.Veneruso, un commissario di polizia depresso e irritabile, indaga sul ritrovamento dei cadaveri di alcune giovani orfane mutilate su una spiaggia vicino al porto. Le ragazze provengono tutte dallo stesso convento di monache di clausura. Le ricerche di Veneruso e dei suoi scalcagnati agenti riveleranno presto passioni segrete, vizi inconfessabili e relazioni pericolose tra le religiose. All’indagine principale si aggiungono altri casi paralleli, altri omicidi, altri assassini.

La collera di Napoli è il primo romanzo che leggo di Diego Lama.
Il fatto che sia risultato vincitore al Tedeschi mi ha incuriosito parecchio e, ovviamente, ha aumentato a dismisura le mie aspettative. Spesso accade che, leggendo un libro che si è affermato in un premio importante come questo, le pretese rimangano in parte deluse, ma non è questo il caso.
La collera di Napoli non solo introduce nel panorama del giallo storico un personaggio unico, irritabile, nervoso e a suo modo divertente come il commissario Veneruso, ma innesta questo personaggio su uno sfondo storico ben descritto, accurato e definito. Eppure, nonostante la potenza narrativa del protagonista, la cosa che mi ha colpito di più del romanzo non è né lui, né la storia principale, tessuta in maniera sapiente e accorta. No.
La cosa che mi ha colpito di più sono le storie, le piccole vicende collaterali che affluiscono nel fiume della vicenda principale, i piccoli aneddoti, i piccoli gialli che arricchiscono un quadro umano variegato, disperato e bellissimo. C’è qualcosa di geniale in questa scelta dell’autore di non limitarsi a narrare la vicenda principale o le storie a essa funzionali, ma di arricchire il romanzo con uno sguardo traversale indirizzato alle piccole storie di vita e di paese, ai personaggi curiosi e affamati, al popolo napoletano piegato dalla malattia e dalla povertà, ai gesti disperati e alle parole indimenticabili di personaggi ai limiti della società, falegnami, prostitute, preti e suore.
Diego Lama, con La collera di Napoli, irrompe nel panorama editoriale italiano come uno dei più promettenti scrittori gialli contemporanei, congegnando un romanzo che denuncia non solo un potente talento narrativo, ma anche una affinata capacità di gestire trame e sottotrame, di costruire personaggi e dialoghi credibili, di dare vita a tanti piccoli universi letterari.

Diego Lama Napoli 1964. Architetto e giornalista, ha pubblicato diversi romanzi e racconti. Pubblica nel 2013 La collera di Napoli con protagonista il commissario Veneruso con cui è stato vincitore del Premio Tedeschi 2015, pubblicato nel Giallo Mondadori n. 3136 nel mese di ottobre 2015. Il romanzo viene ristampato nel giugno del 2016 negli Oscar Mondadori.

Source: libro del recensore.

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:: Crepuscolo, Kent Haruf, (NN Editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2016 by
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Crepuscolo di Kent Haruf è il terzo volume della trilogia composta da Benedizione e Canto della pianura e ancora una volta l’autore americano, scomparso nel 2014, dimostra come le vite comuni, quelle che sembrano del tutto mediocri e inutili, hanno tanto da dire anzi, molto più di quanto possiamo e riusciamo ad immaginarci. Crepuscolo non ha un perno narrativo specifico attorno al quale ruotano i diversi protagonisti, nel senso che non c’è un assassino da incastrare, una reliquia da recuperare o una bomba da disinnescare. In questo romanzo corale ognuno dei personaggi che compare nella scena narrativa ha una propria vita da far conoscere e il “mestiere” dei diversi protagonisti è proprio quello di riuscire ad imparare, a conoscere e a gestire gli imprevisti del vivere. Nell’intreccio narrativo troviamo i fratelli McPheron (Harold e Raymond), due scapoli alle prese con il doloroso distacco da Victoria Roubideaux e dalla piccola Katie, perché la giovane ragazza-madre è pronta a trasferirsi con la figlia a Fort Collins per studiare all’università. I due fratelli conoscono il piccolo JD, un orfano che vive con il nonno dalla salute cagionevole. Il ragazzino trova conforto a casa di Dena, una sua amichetta che vive con la madre e la sorella in una casa troppo grande e vuota per loro. Qui JD va a giocare e a fare piccoli lavoretti che gli permettono di guadagnarsi qualche spicciolo. Dena va nella stessa scuola dove ci sono Joy Rae e Richie. I due fratellini abitano con i genitori dentro ad un roulotte. L’intera famiglia è a carico dei servizi sociali e supervisionata da Rose Taylor. Per loro le cose sembrano andare abbastanza bene, ma l’arrivo di zio Hoyt cambierà in modo irreparabile la loro esistenza. Quello che mi ha colpito della scrittura di Haruf è uno stile narrativo diretto, spoglio da fronzoli che mi ha riportato alla memoria John Steinbeck, William Faulkner ed Erskine Caldwell, solo che in questo caso le vicende sono ambientate ai giorni nostri, ad Holt in Colorado, un’immaginaria cittadina della provincia americana. Come per i volumi precedenti anche in Crepuscolo le vite dei diversi personaggi presenti nella trama narrativa si intrecciano tra di loro mostrandoci un mondo composto da un’umanità derelitta, portata dalle drammatiche esperienze della vita a rasentare il baratro. Questo toccare il fondo sembra condannare tutti ad una sconfitta costante, anche se le piccole possibilità di un riscatto, per qualcuno, sembrano emergere dall’oscurità del corso vitale. Crepuscolo è un romanzo collettivo costituto di esseri umani umili, dalle esistenze solo in apparenza banali (lavorano, vano a scuola, arano i campi, si incontrano al bar o al ristorante), sempre impegnati a lottare per esistere e resistere nel mondo dove i sentimenti come la bontà è la solidarietà si scontrano con l’insensata violenza e l’egoismo. Tutti i protagonisti di Crepuscolo di Kent Haruf sono sì personaggi letterari, ma le loro vite complicate e quotidiane diventano un qualcosa di straordinario per la loro semplicità e per la somiglianza che noi lettori possiamo trovare in esse. Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: La via del male, Robert Galbraith, (Salani, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

24 giugno 2016 by
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Non era riuscito a togliere tutto il sangue. Una linea scura come una parentesi gli era rimasta sotto l’unghia mediana della mano sinistra. Si accinse a raschiarla via, anche se non gli dispiaceva vederla: un memento dei piaceri del giorno prima. (pag.11)

Inizia subito con toni tetri “La via del male”, il terzo volume dedicato alle indagini di Cormoran Strike e scritto sotto pseudonimo dalla madre del famosissimo mondo di Harry Potter, J. K. Rowling. Questa volta l’investigatore privato ha per le mani un caso davvero caldo: un serial killer di giovani donne la cui furia omicida si incendia di un desiderio di vendetta nei confronti del nostro Strike. Una mattina apparentemente ordinaria la sua volitiva e brillante assistente, Robin Ellacott, riceve un pacco che dà il via alle indagini.

Una gamba mozza di donna era stata infilata a forza, di sbiego, nella scatola, le dita del piede piegate all’indietro per farcela stare. (pag. 19)

L’assassino, infatti, dopo aver ucciso le vittime, dal loro corpo taglia dei pezzi che diventano per lui oggetti erotici, souvenir del successo della sua perversione appagata. Strike, ex militante nell’esercito e nella SIB (Servizio investigativo della Regia polizia militare inglese) ha tanti nemici e tra questi sospetta di quattro persone, reputandole tutte in egual modo capaci di commettere simili malvagità. Oltre ad un avvincente caso su cui fare luce, questo terzo capitolo della saga concede al lettore di conoscere di più i suoi protagonisti. Infatti, i quattro indiziati tornano come fantasmi nella vita di Strike e le vicende a loro connesse sono sfruttate con abilità dall’autore per rivelare dettagli sul suo passato. Anche gli scheletri di Robin escono dall’armadio, così i fatti personali che entrambi si sono tenuti nascosti a vicenda, una volta rivelati, finiscono per rendere più stretto e vero il loro rapporto. Affermandosi come nuova e riuscitissima coppia del genere Giallo, i due tentano coraggiosamente di risolvere un caso al di sopra delle loro competenze ma che la New Scotland Yard sembra proprio non saper gestire.
Così come nei due precedenti episodi della storia di Cormoran Strike, Galbraith sa evocare con arte l’atmosfera, i sapori e la vita londinese. A piedi per Tottenham Court Road, underground fino a Notting Hill Gate, fish & chips e una birra fredda in un pub: a chi è già stato a Londra basterà chiudere gli occhi per tornarci, mentre a coloro che ancora non hanno avuto questa fortuna verrà voglia di prenotare molto presto un soggiorno nella capitale inglese. Estratti di testo delle canzoni dei Blue Öyster Cult introducono i capitoli del romanzo, tutti ad esclusione dei più inquietanti e foschi nei quali il narratore cambia: la stessa storia è vista attraverso gli occhi dell’assassino, rivelando ogni suo folle pensiero di morte. Galbraith scrive una trama appassionante e ricca di colpi di scena per mezzo della quale affronta il tema drammaticamente attuale della violenza sulle donne e sui bambini, consapevole che l’efficacia divulgativa del suo romanzo sia anche importante e doverosa occasione di denuncia.
Senza dubbio apprezzerete questo libro che, reso scuro dalla brutalità assassina, si illumina attraverso una narrazione spesso divertente e sempre brillante. Davvero bravo questo Robert Galbraith e ancora di più chi, come dice sua sponte, ama divertirsi dietro al suo nome. Traduzione di Francesco Bruno.

ROBERT GALBRAITH: autore dei bestseller Il richiamo del cuculo e Il baco da seta, è uno pseudonimo usato da J.K. Rowling, creatrice della fortunatissima saga di Harry Potter.

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:: L’americano tranquillo, di Graham Greene (Mondadori, 1992) a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2016 by
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Innanzitutto è bene precisare che L’americano tranquillo (The Quiet American, 1955) non è un saggio di geopolitica. Lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo, dedicandolo a René e Phuong, due suoi carissimi amici, dice che non ci sono alcune controparti reali ai suoi personaggi, e che anche i fatti storici sono in parte rimaneggiati, insomma questo è un racconto non un libro di storia.
Ciò non toglie che un racconto di personaggi immaginari possa fare trasparire in filigrana personali convinzioni dell’autore, ovvero molto spesso scherzando si dice la verità, ma appunto distinguere fantasia e realtà in un romanzo non è un’impresa così facile e soprattutto priva di rischi. Si potrebbe iniziare a leggere tutti gli articoli che Greene scrisse come corrispondente di guerra per “The Sunday Times” e “Le Figaro” durante la guerra d’Indocina, facendo raffronti e comparazioni, o le sue lettere private, quasi con l’entusiasmo di un entomologo, ma ne vale davvero la pena? Non che non lo si possa fare naturalmente, ma lasciamo agli storici questo compito, noi accontentiamoci di trascorrere una delle tante sere afose di Saigon.
Un’altra questione che vorrei affrontare, non certo con leggerezza, riguarda le polemiche e le accuse di antiamericanismo, misoginia, e irresponsabilità che gli furono fatte da più parti all’uscita del romanzo (fu pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1955 da William Heinemann Ltd. e solo l’anno dopo negli Stati Uniti da Viking Press). Polemiche sicuramente virulente negli anni ’50, in piena caccia alle streghe, che oggi hanno perso parte dello slancio lasciando in tutti, critici e lettori, la convinzione che Un americano tranquillo è una riuscita opera letteraria, meritevole di apprezzamento appunto per il suo valore artistico. Affermazione quest’ultima forse non del tutto veritiera se si pensa che l’uscita del film di Noyce del 2002, molto fedele al libro (sicuramente più del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958) fu ritardata per i fatti dell’ 11 settembre del 2001. Insomma il libro, e i film da esso tratti, hanno ancora oggi una componente di tale portata da essere giudicati pericolosi, o destabilizzanti. Potere della letteratura.
Per avvicinare i lettori a questo libro credo sia comunque necessario inquadrare il romanzo nel periodo storico in cui fu scritto, giusto per ricordare chi furono i Viet Minh, chi fu Ho Chi Minh, in che regioni si estendeva l’Indocina, cosa portò alla battaglia di Dien Bien Phu. Giusto una traccia e uno spunto, insomma, per chi vorrà in futuro documentarsi.
Che nel romanzo si parli di colonialismo francese, comunismo, imperialismo americano, antimilitarismo, terrorismo è indubbio, i temi etici e politici sono senz’altro parte dell’intreccio, anzi ne costituiscono il tema portante, ma non dimentichiamoci che il libro si può anche benissimo leggere senza conoscere niente della situazione del Sud-est asiatico degli anni ’50, che portò se vogliamo alla guerra del Vietnam, e Greene sembra vedere le chiare premesse (sottolinea più volte il concetto di Terza forza) di questa deriva descrivendo le imprese coperte già in atto nel paese, e forse proprio il suo doppio ruolo di giornalista e di spia gli dava se vogliamo una posizione privilegiata per analizzare e interpretare i fatti. Solo molto più tardi, anche in America, si sviluppò un certo spirito critico se non un aperto dissenso verso il coinvolgimento americano nel Sud-est asiatico, disinnescando in un certo senso la portata delle tesi di Greene. E allora le sue parole acquisteranno sì solo più una sorta di preveggenza o per lo meno di attenta lungimiranza.
Ma potrei dire di più, una certa universalità, slegata ai fatti contingenti della guerra del Vietnam, proprio un certo atteggiamento di critica verso la condotta etica e morale, collegabile al kipliniano fardello dell’uomo bianco, di autoinvestitura dell’America come esportatrice di diritto e democrazia, e di cibi energetici, coca cola e armi (come ironizza Greene) ci riporta alla più stretta attualità. L’ America come gendarme del mondo dunque, ruolo che tutt’ oggi ha conseguenze tutt’altro che trascurabili nelle vicissitudini del nostro tormentato pianeta. Detto questo, si può leggere comunque il romanzo anche come una storia d’amore, come un giallo poliziesco, come un romanzo di formazione, un esotico libro di viaggi. Insomma le letture sono molteplici e tutte legittime. Ogni lettore trovi la sua strada interpretativa.
Ma tornando al mio piccolo quadro riassuntivo del periodo storico, innanzitutto partirei col dire che l’ Indocina del 1950 assimilava gli odierni stati della Cambogia, del Laos, della Thailandia, della Birmania, della Malesia e del Vientnam. La parte orientale dell’Indocina, comprendente a vario titolo Vietnam, Laos e Cambogia, rientrava dall’ottobre del 1887 nelle dinamiche colonialiste francesi, dinamiche di sfruttamento economico, sudditanza commerciale e culturale, che Greene certo non approfondisce, ma a cui velatamente accenna. Dopo alterne vicende nel 1946 la Francia riprese il controllo dell’Indocina ma già Ho Chi Minh, a capo di un movimento comunista e indipendentista – nazionalista noto come Viet Minh, pone le basi per la guerra d’Indocina, combattuta dal 1946 al 1955, che portò dopo la battaglia di Dien Bien Phu, alla totale disfatta francese, e alla fine del suo sistema coloniale. Francia e patrioti (o ribelli) vietnamiti, a secondo dei punti di vista, furono i soldati sul campo, ma la vera guerra tra alleanze, aiuti, e balletti della diplomazia, fu combattuta tra Stati Uniti, e Unione sovietica e Cina. Tutti stati seduti allo stesso tavolo della conferenza di pace di Ginevra del 1954. Trattato di pace che lasciando tutti scontenti portò quasi senza logica di discontinuità alla guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975.
Un americano tranquillo uscì nel 1955, dopo una gestazione di alcuni anni, proprio all’inizio di quella guerra che leggendo il libro sembra inevitabile. Tre sono i personaggi principali: Thomas Fowler, cinico e disilluso reporter inglese di stanza a Saigon, voce narrante della storia; Alden Pyle, agente della CIA sotto copertura (ufficialmente lavora per una fantomatica Missione per gli aiuti economici), in Vietnam per creare proprio quei presupposti che avrebbero portato ad un intervento diretto americano; e Phuong, giovane vietnamita amante prima di Fowler, e poi di Pyle, che promette di sposarla e garantirle una vita sicura e onorevole in America.
Il romanzo inizia con la notizia della morte di Pyle, e grazie a una serie di flashback che ci riportano a un passato filtrato dagli occhi di Fowler, ricostruisce pian piano le motivazioni che portarono a questo delitto, scoprendo se Fowler (e in quale misura) fosse coinvolto. Uno schema classico, classico almeno per Greene che già nel Terzo uomo lo presentò: un’amicizia tradita, una donna contesa, un contesto politico difficile. Pyle comunque ha ben poco dell’antagonista Harry Lime, la Vienna occupata, ben poco della Saigon colonialista, ma nonostante tutto lo spirito sembra il medesimo, Greene sembra continuare un discorso precedentemente iniziato, almeno a livello artistico.
Fowler non è un eroe, può in un certo senso richiamare una proiezione dell’autore stesso, forse più che altro per alcuni atteggiamenti, ma resta un personaggio di fantasia, una creazione strumentale all’intreccio, utile alla narrazione e se anche non ci fidassimo delle premesse dell’autore, lo scopriremo durante la lettura, quando il suo doppio e triplo animo si dipana durante la storia, creando un meccanismo perfetto di suspense e dissimulazione, godibile per il lettore, anche il più smaliziato, e ammirevole da un mero punto di vista narrativo.
L’ambiente giornalistico intorno al Continental è sicuramente realistico, nato dai ricordi di Greene, da quel mood cinico e senza illusioni di una comunità di espatriati, riuniti al capezzale di una guerra che sono pagati per documentare con i loro articoli mandati per telegramma, depurati dalla censura, portati sui campi di battaglia come chiassose classi di studenti in gita, assistendo a conferenze stampa pilotate, dove ottenere vere notizie o anche solo disvelamenti è una cosa più unica che rara.
Tutti recitano un ruolo, lo stesso ruolo di Fowler, l’uomo senza opinioni, l’uomo che non si lascia coinvolgere, l’ateo convinto, mosso solo dal suo personale egoismo visto come un’unica ancora di salvezza giustificata dalla disperazione e dalla solitudine.
Il suo stesso amore per Phuong quasi non si spiega. Come lei ce ne sono molte, donne vietnamite disponibili a intrattenere rapporti con gli occidentali. Phuong infondo è una donna senza apparenti particolari qualità a parte la giovinezza e la bellezza. Il suo mistero resta inaccessibile, lo stesso Fowler si stanca presto di cercare di penetrare i suoi pensieri, di vedere cosa si agita nella sua mente. Phuong a tratti può sembrare quasi un contenitore vuoto, che colleziona sciarpe colorate, che ammira la famiglia reale inglese, di cui sfoglia in continuazione riviste e libri illustrati, che lascia un uomo per mettersi con un altro senza drammi, concedendo il suo corpo con indifferenza, preparando le pipe d’oppio priva di morali resistenze. Fondamentalmente ignorante, in questo simile a Pyle, anche se Fowler sembra giudicare l’ignoranza un effetto condizionato della giovinezza, calcolatrice, attenta più che altro al suo benessere materiale, a tratti insensibile, anche se Fowler raccomanda a Pyle di non trattarla come un bel oggetto, di non farla soffrire, perché anche lei ha sentimenti, emozioni, anche se la compostezza tutta orientale che l’anima sembra negarlo.
L’accusa di misoginia potrebbe essere sensata, se non si percepisse, anche distintamente, in questa quasi totale snaturalizzazione del personaggio, il riflesso di un’idea. Phuong non è una donna, ma lo spirito stesso del Vietnam, occupato, colonizzato, sfruttato, diviso. Un paese che cerca di sopravvivere, e si adatta a risorgere dalle sue ceneri. In questo la metafora della Fenice, non sembra limitarsi al significato letterale del nome o alla piacevolezza del suo suono o alla facilità di pronunciarlo per un occidentale come sembra sostenere Greene. Il Vietnam è destinato a risorgere sembra al contrario dirci l’autore, dopo anni di sfruttamento coloniale, alle soglie di una guerra ancora più devastante di quella già in atto, che nessuno può evitare, o forse manco ci si prova.
L’antimilitarismo di Greene è radicale, la guerra è il pianto di un uomo nel buio, potente raffigurazione che colpisce nel profondo il lettore più che la descrizione di corpi dilaniati, cadaveri ingrigiti, e innocenti sanguinanti. Forse più ancora della madre che nasconde con il cappello il cadavere del figlio dopo l’attentato nella piazza di Saigon. Odio la guerra, Greene fa dire con disperazione a Fowler, dopo l’attacco al piccolo sampan, sgretolando definitivamente la sua apparente indifferenza e il suo cinismo. Quando il capitano Trouin ci parla dei bombardamenti al napalm, (Si vede la foresta che va a fuoco. Sa Dio cosa si vedrebbe stando a terra. Quei poveri diavoli bruciano vivi, le fiamme gli arrivano addosso come una marea. Annegano nel fuoco) passano nella mente inevitabilmente i fotogrammi del film Apocalypse Now ponendo fine a ogni riflessione sul concetto di guerra giusta.
Il personaggio di Pyle, a cui Fowler, pur dichiarandosi suo amico e nutrendo del vero affetto, non evita una battuta di vendicativo scherno (mi immaginavo i suoi occhi molli e un po’ canini. Avrebbero dovuto chiamarlo Fido, non Alden) con tutte le sue valenze simboliche e metaforiche, si discosta grandemente dal villain classico. E’ un ragazzone americano giovane, con le gambe dinoccolate, i capelli tagliati a spazzola, e lo sguardo aperto, da studente universitario, (…) incapace di fare del male. E’ serio, corretto, idealista, coraggioso (salva la vita a Fowler a rischio della propria), quando se ne innamora vuole proteggere Phuong, lontano anni luce da molti suoi simili che vedono nelle donne vietnamite meri oggetti di piacere. Ma è tragicamente ingenuo e colpevolmente innocente. Tutto quello che sa dell’Estremo Oriente l’ha imparato dai libri (anche quello che sa del sesso e forse dell’amore l’ha unicamente imparato dai libri). E’ imbottito di concetti astratti sui dilemmi della Democrazia e le responsabilità dell’Occidente, concetti presi di sana pianta dai libri di York Harding (scrittore inesistente, naturalmente inventato da Greene) che racchiude in sé i tanti commentatori politici, apertamente anticomunisti, veicoli di propaganda, più che di convinzioni profonde. E solo l’ingenuo Pyle può considerare York Harding (se cercate un colpevole Vigot, è lui l’assassino di Pyle) un profeta, detentore delle più salde e incrollabili verità. Pyle è totalmente privo di spirito critico, ed è questa fondamentalmente l’accusa che Fowler gli rivolge, la sua assurda innocenza (chi può dirsi innocente a quel punto della guerra), la sua certezza di essere nel giusto, (anche quando donne e bambini cadono sul campo) il suo giustificare la propria inettitudine (doveva controllare che la parata fosse stata rimandata). Nel definirlo un americano tranquillo, (la prima è Phuong a farlo) Greene paradossalmente accentua l’ironia amara che stigmatizza chi fa danni suo malgrado, anzi con le migliori intenzioni, e lo stesso Vigot, della Suretè francese, lo definisce così alludendo al fatto che è freddo e rigido nella sala mortuaria.
E poi c’è il Vietnam che inevitabilmente Greene ama, di un amore capace di far provare nostalgia quando ancora vi ci vive (pur sapendo che molto presto sarà altrove). Il suo clima afoso, le zanzare, le pipe d’oppio, le ragazze in bicicletta con i pantaloni di seta bianca e le lunghe vesti attillate a fiori, le vecchie in pantaloni neri intente a spettegolare, le risaie, il tè servito a ogni ora come forma di ospitalità, le parate variopinte dei caodaisti, i guidatori di risciò, i tavolini all’aperto dei bar, tutto l’esotico scenario già presente nelle sue cronache giornalistiche, che qui riporta fedelmente con lo stesso rispetto e dignità e un velato senso di colpa, (noi inglesi siamo colonialisti di vecchia data tanto quanto i francesi).
Chiudo dicendo che se vi avvicinate a Greene per la prima volta, L’ americano tranquillo, può essere il libro che vi farà innamorare perdutamente di questo autore, con le sue contraddizioni, la sua fede tormentata, la sua lucidità integra e onesta, e la sua capacità di trovare le parole giuste in ogni circostanza, a cui ci si avvicina con una certa invidia, la stessa di Vigot quando cerca le parole sul piano della scrivania, parole capaci di esprimere i suoi pensieri con la mia stessa precisione.
Nuova traduzione di Alessandro Carrera ripresa dalla prima edizione I Meridiani del giugno 2000, pubblicata a partire dalla terza ristampa, condotta sul testo autorizzato della Collected Edition, la serie di volumi che Heinemann e Bodley Head pubblicarono tra il 1970 e il 1982 con l’imprimatur dell’autore.

Greene Graham (Berkhamsted, Inghilterra, 1904 – Vevey, Svizzera, 1991), convertitosi al cattolicesimo intorno al 1926, è tra i narratori inglesi novecenteschi più popolari. Giornalista e inviato speciale, ma anche autore di teatro e sceneggiatore per il cinema, Graham Greene è famoso soprattutto per i suoi romanzi, come Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) e Il console onorario (1973). Tutte le sue opere principali sono pubblicate negli Oscar Mondadori.

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:: Prima di dirti addio, Piergiorgio Pulixi (E/O, 2016) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2016 by
cove

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Dall’Europa al Sudamerica. Dal deserto del Mali alla Giungla del Branco. Dalla Cina alla Svizzera. Biagio Mazzeo non conosce confine per ottenere vendetta. Ha solo una cosa in mente, uccidere una donna cecena. Nel frattempo la criminalità si organizza in Italia. CIA, FBI e DEA sono mobilitati. Il mercato della droga finanzia gruppi armati in Afghanistan e Colombia. La cocaina viene distribuita attraverso la Grecia e i Balcani, per raggiungere l’Europa. Le casse piene di armi passano invece attraverso l’Egitto. La ‘ndrangheta ha creato una fitta rete di contatti, uomini e imprenditori dell’alta finanza. Le forze dell’ordine sono in allerta. I politici hanno paura. Nessuno si sporca più le mani di sangue, se non è strettamente necessario. Ricatti e intimidazioni si intrecciano a informazioni riservate. Il denaro scorre a fiumi. Si usano frasi in codice e linee telefoniche sicure per comunicare al meglio. Un latitante, fulcro di questo maledetto mondo, viene catturato in Colombia e trasferito in Italia, in un luogo protetto. Una macchina in movimento. Ingranaggi ben oliati, destinati a non incepparsi mai. O quasi. Mazzeo, al contrario, non riesce più a togliere il sangue dalle sue mani. Ne sono ormai intrise, impregnate. Il suo cuore è pieno di dolore, sofferenza, di sentimenti soffocati. La sua mente è invasa da fantasmi che non lo lasciano dormire. Come fare a liberarsi di questi demoni? Forse, se si tenesse a distanza dalle persone care, farebbe un favore a se stesso e agli altri. Forse, ritroverebbe la lucidità necessaria per raggiungere il suo obiettivo. Quanti morti si nascondono dietro ai suoi occhi trasparenti e al suo sguardo glaciale? La vita di Biagio è la prigione che lo tiene rinchiuso. Il quotidiano scava la sua anima, facendola sanguinare, ogni istante. Ciò che resta del Branco si sta sgretolando. La fiducia reciproca sembra instabile. Si sente usato, stanco e costretto a subire le sue stesse scelte. Il piccolo raggio di luce e di speranza che si è acceso da poco nella sua vita, si spegne di colpo. È davvero solo e si sente braccato. Chi lo incontra e lo saluta, capisce in pochi attimi che non lo rivedrà mai più. Soffre Mazzeo, per il Branco, la sua famiglia in questi ultimi anni. Soffre, perché ogni sua azione ha portato come conseguenza soltanto dolore e sangue.
Prima di dirti addio. Romanzo crudo, d’inchiesta e d’azione. Violento e intenso. Dolce e irruento. Non lascia spazio al respiro ma invita alla riflessione. Vendetta, maledetta vendetta. Che, forse, appartiene ad un genere preciso. Vendetta che fa scomparire, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Che uccide, dentro. Lacera la carne e disturba i pensieri. Nessun perdono. Solo una tregua.
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.

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:: Il segreto della Regina Rossa, A.G. Howard (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

22 giugno 2016 by
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Si chiude con questo romanzo una delle più interessanti trilogie di narrativa fantastica uscite negli ultimissimi tempi, rivolta nominalmente ad un pubblico adolescente ma in realtà godibile da tutti.
Nella saga Splintered l’autrice A. G. Howard omaggia e rileggia un classico senza tempo come Alice nel paese delle meraviglie, di cui quest’anno si festeggia il secolo e mezzo di vita, presentando un seguito ambientato ai giorni nostri, dove si parla tra le altre cose di disagio giovanile, malattia mentale, famiglie disfunzionali, con al centro Alyssa, pronipote della famosa Alice, capace di sentire voci di creature fantastiche come le donne della sua famiglia e per questo spesso in pericolo sia qui che nel Paese delle meraviglie che tanto delle meraviglie non è.
L’ultimo capitolo presenta la spedizione finale di Alyssa in un Paese delle meraviglie cupo e inquietante (peccato che Tim Burton nel suo film non abbia saputo costruire qualcosa di analogo, resta un po’ tanto zuccheroso l’ambiente che ha scelto!), per salvare la madre prigioniera della Regina rossa, con l’aiuto di suo padre, di Jeb, ragazzo che ama in questo mondo, e di Morpheus, creatura soprannaturale con cui ha legami che forse possono condizionarla e costringerla a rimanere per sempre nel Sottomondo. Tra l’altro, il luogo che visita questa volta Alyssa è DovunqueAltrove, parte ancora più macabra e inquietante del Paese delle meraviglie, dove non mancheranno insidie e pericoli, verso un finale che non è scontato.
Ovviamente non è bello svelare niente del finale, del quale basti dire che è da groppo in golam tra realtà e fantasia, da fiaba dark e non scontata: in ogni caso questo terzo volume conferma le aspettative dei primi due, la costruzione di una storia basata su un classico che non viene snaturato ma omaggiato e integrato, con originalità e fantasia, in un’avventura alla ricerca di sé inquietante e affascinante, dove non manca l’aspetto sentimentale con una controparte sovraumana ma senza le banalizzazioni tipiche di troppi romanzetti per adolescenti di questi ultimi anni. Da leggere rigorosamente dopo i primi due, magari in tempi ravvicinati perché gli intrecci sono proprio tanti, e da non perdere in particolare se si ama il capolavoro di Lewis Carroll, che continua a ispirare storie di tutti i tipi, moda, gadget. Traduzione di Francesca Barbanera.

G. Howard vive nel Nord del Texas. Trae ispirazione per le sue storie da tutte le cose imperfette che incontra. Cerca sempre di dar vita a personaggi che raccontino ogni sfumatura degli esseri umani e poi, per dare un brivido in più ai lettori, si diverte a mettere sottosopra il loro mondo. È sposata e madre di due figli. La saga Splintered, pubblicata in italiano da Newton Compton è composta da Il mio splendido migliore amico, Tra le braccia di Morfeo e Il segreto della Regina Rossa. Potete seguirla su Facebook, Twitter e sul sito http://www.aghoward.com

Source: acquisto al Salone del libro del recensore.

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