:: Anime di seconda mano di Christopher Moore (Elliot, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

30 giugno 2016 by
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Un piccolo avvertimento: Anime di seconda mano è in realtà il secondo libro che Moore dedica alle assolutamente folli vicende della vita di Charlie Asher.
Il  che comunque non impedisce di cominciare a leggere senza sapere nulla del libro precedente, Un lavoro sporco (Elliot, 2007), esattamente come ho fatto anche io.

Tra i due libri infatti sono passati alcuni anni e l’autore stesso sembra rendersene ben conto, agevolandoci con delle rapide sintesi degli eventi accaduti:
Charlie Asher era un mercante di morte, incaricato, lui come molti altri, di raccogliere le anime dei defunti e custodirle fino al loro passaggio in un nuovo essere vivente. Fortuna ha voluto poi che sua figlia di sette anni, Sophie,  fosse l’incarnazione in terra della Grande Morte in persona. Cosa che comunque gli è tornata molto utile quando le Morrigan, delle antiche divinità celtiche divoratrici di anime e assetate di sangue, si sono liberate dalle Tenebre per piombare su San Francisco. Sophie è riuscita a vaporizzare le tre donne-corvo, ma non prima che uccidessero suo padre Charlie.
O meglio: ora sappiamo che solo il corpo di Charlie è andato perduto, perché la sua anima in realtà è stata salvata e messa in una creaturina artificiale, un recipiente a forma di bizzarro coccodrillo di trenta centimetri dotato di piccole zampette artigliate, una tunica da mago e un gigantesco pene. Ed in questa forma assolutamente disagevole Charlie si trova a dover affrontare il ritorno delle Tenebre, attirate in città dall’enorme quantità di anime e fantasmi che sono rimasti in giro dopo che lui e gli altri mercanti di morte hanno smesso di fare il loro lavoro.
Il testo di Moore è divertente, pieno di guizzi linguistici, giochi di parole e battute che ti fulminano mentre leggi; è un libro pieno di inventiva, straripante di idee e trovate buffe, un po’ freak, e che all’improvviso vira violentemente verso il grottesco e l’inquietante. Dove il motore della storia è la fantasia dell’autore, che si diverte a mettere insieme dei personaggi improbabili e tutti dalla caratterizzazione fortissima, alle prese con vicende cosmiche e un pantheon di dei altrettanto variegato che mette insieme celti e antichi egizi, cristianesimo e buddismo.
Il vero punto di forza del libro sono proprio, almeno secondo me, i suoi personaggi, particolari fino all’inverosimile e impossibili da scordare: c’è l’Imperatore di San Francisco, un vagabondo senza tetto con i suoi due cani, ex-mastini infernali, che parla in sogno coi fantasmi; Menta Fresca, afroamericano di due metri che veste solo di sfumature di verde menta, mercante di morte anche lui; Audrey, monaca direttrice di un centro buddista con dei capelli cotonati da drag queen, capace di proiettare l’anima di un defunto nei pupazzi creati da lei; e la mia preferita in assoluto, Jane, la sorella di Charlie Asher che dopo la “morte” di lui gli ha rubato tutti i migliori completi dall’armadio e che con la sua compagna è diventata la tutrice della piccola Sophie alla quale è stata capace di insegnare parolacce veramente molto fantasiose.
E in tutto questo si trova coinvolto e sballottolato Charlie Asher, “maschio beta”, naturalmente remissivo e anonimo, alla ricerca di un po’ di equilibrio nella sua vita, di un corpo nuovo e di un modo per evitare la fine del mondo.
Si potrebbe dire insomma che questo libro è costruito un po’ come lo sono alcuni dei suoi personaggi, ovvero le creaturine artificiali del Popolo degli scoiattoli, realizzate dalla monaca buddista Audrey a partire da pezzi di animali e prosciutto per contenere le anime da salvare: tanti personaggi diversissimi tra loro formano un’unica storia, così come le tante parti di animali formano un unico essere vivente; mentre tanti stili diversi (specie nei racconti che i fantasmi fanno in prima persona delle loro vite) sono i tanti materiali diversi che compongono il Popolo degli scoiattoli.

Christopher Moore, nato in Ohio nel 1957, è autore di quindici romanzi, inclusi alcuni come Il vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù o Un Lavoro sporco che hanno avuto un successo internazionale. Prima di pubblicare l suo primo romanzo nel 1992, La commedia degli orrori, ha lavorato come cameriere, fotografo, DJ, portiere di notte, commesso di drogheria e riparatore di tetti, tutte occupazioni che svolgono anche i personaggi di alcuni suoi romanzi.
Al momento vive a San Francisco col la moglie e quando non scrive si rilassa con il kayak o la fotografia.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulia dell’ ufficio stampa Elliot Edizioni .

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:: Alla prossima

30 giugno 2016 by

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Tre mesi fa lanciai l’ iniziativa, Il pozzo di San Patrizio. Questi erano i mesi, il tempo che mi ero data per vedere se sarebbe stata accolta dai lettori. In caso contrario l’avrei chiusa. Senza drammi. Certo un po’ mi dispiace. L’idea di raccogliere fondi per donare libri mi sembrava bella, ma così è. Ringrazio l’unico sottoscrittore a parte me, e speriamo di potere riproporre il tutto in tempi più felici.

Totale raccolto: 27 Euro

Libri acquistati:

Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück il campo di concentramento nazista per sole donne.

L’ età dell’innocenza. Ediz. integrale (rilegato) di Edith Wharton – Newton Compton – 2015

Gita al faro. Ediz. integrale (rilegato) di Virginia Woolf – Newton Compton- 2015

Libri donati:

Associazione: Biblioteca Comunale Peppino Impastato, di Poggio Mirteto (RI) *

Titolo: L’ età dell’innocenza. Ediz. integrale (rilegato) di Edith Wharton – Newton Compton

Associazione: Spazio donna di Cascinaroccafranca di Torino

Titolo: Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück il campo di concentramento nazista per sole donne.

Associazione: Spazio donna di Cascinaroccafranca di Torino

Titolo: Gita al faro. Ediz. integrale (rilegato) di Virginia Woolf – Newton Compton- 2015

:: La ragazza del treno, Paula Hawkins, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

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In vista del film in preparazione con la brava Emily Blunt nel ruolo della protagonista, merita senz’altro di recuperare se non lo si ha ancora letto un bel thriller di qualche mese fa, La ragazza del treno di Paula Hawkins, una storia on the road in maniera però abbastanza insolita.
Dopo il divorzio, la vita di Rachel ha preso una brutta piega: tutte le mattine prende un treno che la porta dal sobborgo fuori Londra in cui vive al lavoro non certo esaltante in centro, in un tran tran senza prospettive di miglioramento in cui lei si è ripiegata con non poca depressione. L’unica consolazione di Rachel è guardare dal treno le strade e le case fuori dal finestrino nei quartieri benestanti, case in cui lei non si potrà mai permettere di vivere, con i suoi abitanti, come quella coppia che vede tutte le mattine fare colazione e che per lei è diventata simbolo di una vita perfetta. Ma un giorno su quella veranda da sogno Rachel vede qualcosa che non doveva vedere, qualcosa di legato alla sua precedente vita, che sconvolgerà le sue certezze e che potrebbe anche metterla in pericolo, perché presto ci sarà un crimine su cui la polizia deve indagare.
Già Alfred Hitchcock aveva raccontato il guardare le vite altrui, ne La finestra sul cortile, dove un reporter immobilizzato per un incidente spiava in un mondo senza social network il suo vicinato finché non scopriva un crimine all’apparenza inesistente. La ragazza del treno ricorda in qualcosa questa trovata geniale, spostandola però dalla relativa tranquillità dei propri vicini di casa al mondo che si vede da un treno, non luogo della contemporaneità, preso oggi da milioni di persone nei Paesi occidentali, Italia compresa, da cui si può vedere di tutto ma dove si può approfondire ancora meno che dalla finestra di casa propria e dove forse si può lavorare ancora di più di fantasia prima che la realtà colpisca con la sua durezza.
Volendo, si potrebbe citare anche un altro film, sia pure in un contesto ancora più diverso, Le vite degli altri di Henckel, dove un agente della Stasi nella Germania dell’Est a forza di spiare gli altri non aveva più una vita sua. Però è quello che succede alla fine a Rachel, immersa in una sorta di abulia senza prospettive, capace solo di sognare dietro a vite irraggiungibili e delle quali alla fine non sa niente, finché non arriva la scossa.
Dietro a questo romanzo, dedicato dall’autrice a tutti i pendolari che si muovono nella zona di Londra, una città nella città, ci sono quindi tante cose, oltre ad un’avvincente storia thriller: la solitudine, l’inadeguatezza di cui si sentono vittime tante persone, il non riuscire a cambiare la propria vita, il sognare come antidoto ad una realtà, il non doversi fermare alle apparenze. Un libro piacevole da leggere ma che lascia non poche cose importanti dietro di sé.

Paula Hawkins ha lavorato come giornalista prima di mettersi a scrivere. La ragazza del treno è il suo primo romanzo, già in corso di trasposizione cinematografica, e uno dei maggiori successi degli ultimi anni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: Grandi momenti, Franz Krauspenhaar (Neo Edizioni, 2016)

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E’ uscito qualche mese fa, l’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar. Dal titolo quanto mai evocativo, e amaramente beffardo, Grandi momenti. Quali sono i grandi momenti di una vita? La vita ha davvero grandi momenti? Il titolo mi richiama alla mente Great Expectations di Dickens, anche forse non ci sono altri punti di contatto. Grandi momenti e un romanzo autobiografico, (non lo sono tutti i romanzi di Krauspenhaar?) in una misura abbastanza singolare (la chiamano autofiction, mi pare). Franz Krauspenhaar prende parti della sua vita e le scompone e trasfigura nell’arte. L’arte di narrare una storia, con quella irritazione, e quella selvatica forza che non punta a rassicurare o compiacere il lettore. Ha senso contaminare l’arte con la vita o viceversa? Per Franz Krauspenhaar sì, è il suo tratto distintivo, il suo marchio di fabbrica. Se poi per il lettore ha senso invece scoprire se davvero Franco Scelsit è l’alterego narrativo di Franz Krauspenhaar, fedele in ogni sua piega, in ogni suo pur minimo dettaglio, è un’altra questione. A chi scrive non interessa granché, ogni scrittore svela o nasconde quello che vuole, guidato dal talento di cui più o meno è dotato. Vivisezionare o psicanalizzare Franz Krauspenhaar non mi interessa, già un po’ di più mi incuriosisce analizzare e sondare il personaggio Franco Scelsit voce narrante di questo romanzo a tratti oscuro, a tratti allegro, a tratti comico, a tratti melanconico. Ciò non toglie che Krauspenhaar è un autore davvero capace di esporsi fino a scorticarsi, perché certe cose non si inventano, o le si prova, e le si vive, o non vengono proprio in mente. Franz Krauspenhaar possiede questa sorta di generosità ostinata, e scontrosa che impone al lettore di mettere dei paletti, quasi per pudore, e non accettare tutti gli inviti, anzi eluderli proprio. Leggo prevalentemente la sera, finché il sonno non mi fa desistere, e certe sere allontonavo il libro e dicevo basta, non me la sento di affronatare un testo così. Non è un libro leggero, non è intrattenimento puro, ti costringe a pensare, a fare i conti anche con la tua vita. Franco Scelsit, il protagonsita voce narrante è uno scrittore, che si trova a dibattersi tra scrivere ciò che la sua arte gli impone (ed essere letto da tre persone) o scrivere romanzi più commerciali (da autogril), e guadagnarsi una certa sicurezza economica e una relativa tranquillità. Vive con la madre (il colonnello della sussistenza) e un fratello, ama le auto veloci (la meravigliosa Jaguar E Type – anno di fabbricazione 1967, color oro brunito e sedili in pelle nera), le donne, e tra gli inciampi del vivere si trova a sopravvivere a un infarto. La sua vita cambia, (diremmo in meglio) c’è la riablitazione, nuovi amici (compagni di sventura, naufraghi), c’è una strana rielaborazione del lutto (mancato). Franz Krauspenhaar è uno scrittore onesto. Un artista eccentrico se vogliamo, ma dotato davvero del dono di inannellare parole. Nel panorama italiano ha una sua nicchia una sua posizione che difficielmente lo fa paragonare ad altri. Segue la sua poetica fino alle conseguenze più estreme e inaspettate. E sembra divertirsi. Martin Amis (non leggo nulla di contemporaneo che non sia scritto da me, a parte forse, martin Amis), William Faulkner e Jean Cocteou, compaiono nell’ epigrafe. E poi Thomas Mann, Antony Burgess, e Godard, Truffaut, Scorzese. E Gigi Riva e Renato Rachel e le lavanderie di Cindy Lauper. E il fantasma di suo padre, come quello di Amleto (lo vedo passare e lui è una cazzo di lepre). E il fratello in una sorta di epifania gli dice a proposito: “Tu hai le visioni di un animale, un mostro. E’ il prodotto della tua paura di vivevre. La stessa paura che temi e che fomenti”. Paura di vivere, paura di morire, aspettative, conti da saldare con il passato e il presente. Per progettare un futuro, che ancora si spera di poter avere. Un libro bellissimo, dolorosamente bellssimo.

Franz Krauspenhaar (1960, Milano) scrittore, poeta e compositore, ha pubblicato quasi 20 libri tra narrativa e poesia. Ricordiamo i romanzi Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Era mio padre (Fazi, 2008), Le monetine del Raphael (Gaffi, 2011). In poesia, i libri Effekappa (Zona, 2010), Biscotti selvaggi (Marco Saya, 2012) e il poema Le belle stagioni (Marco Saya, 2014). L’unico saggio è Un viaggio con Francis Bacon (Zona Novevolt, 2010). È stato redattore di “Nazione Indiana” e attualmente è redattore della rivista letteraria “Achab” coordinata da Sara Calderoni e diretta da Nando Vitali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Neo Edizioni.

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:: Verità sepolte, Allen Eskens,(Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2016 by
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Tempo d’estate e tempo di gialli, tra i quali Beat edizioni propone l’edizione tascabile dello struggente cold case Verità sepolte, ricerca di una verità ma anche di un’umanità perduta, di un saper vedere oltre le cose e i luoghi comuni, partendo da un incontro che potrebbe a prima vista ricordare quello di un ormai classico del genere, Il silenzio degli innocenti, tra un’investigatrice alle prime armi e un pericoloso serial killer. Ma qui le carte in tavola sono ben diverse, come si scopre man mano.
Joe Talbert, studente universitario alle prese con i deliri di una madre incapace di badare a se stessa e pronta a dilapidare i soldi che lui ha messo da parte per studiare, decide di incontrare e intervistare uno degli uomini più odiati d’America, Carl Iverson, da anni in galera con l’accusa di aver stuprato, ucciso e bruciato una ragazzina di soli 14 anni decenni prima. Di fronte al mostro, Joe ascolta il racconto della sua vita di reduce del Vietnam, ma pian piano comincia a capire un’altra realtà, qualcosa che può cambiare una vita per cui sembra non esserci più tempo.
Un thriller che scava nell’animo umano, mettendo a confronto due solitudini, quella di un carcerato con un’accusa infamante che l’ha bollato a vita e quella di un ragazzo che cerca di riscattarsi con lo studio da una vita triste, ma anche una lucida denuncia degli errori giudiziari e un invito al riscatto, anche se in extremis, perché non sempre ci possono essere lieti fini, anzi nella vita reale quasi mai, ma va fatta giustizia e va ristabilita la verità.
Verità sepolte si inserisce nel filone dei Cold case, dall’omonima e ormai conclusa serie televisiva, cioè delle storie in cui si riprendono delitti irrisolti o risolti nella maniera sbagliata per scoprire cosa è successo veramente. Un filone sfruttato in letteratura, cinema e tv, ma presente anche nella vita reale, soprattutto da quando le indagini della polizia scientifica hanno reso possibile il recupero di prove che si credevano perdute e nuovi metodi di analisi su quelle esistenti. In questo caso di metodi di indagine scientifica ce ne sono pochi, c’è più un entrare dentro la psiche umana, dentro drammi sociali all’apparenza rimossi, come quello dei reduci del Vietnam, ma ancora ben presenti nella vita quotidiana negli Stati Uniti, visto che i dati su crimine e emarginazione sociale parlano purtroppo chiaro.
Un romanzo giallo, anzi thriller, appassionante fino alla conclusione che non manca di lasciare un groppo in gola, ma che fa pensare sulla nostra società, su come si giudicano troppo frettolosamente certe persone, sull’importanza almeno di dire le cose come stanno per dare pace a chi la merita perché ha già sofferto troppo nella vita. Il tutto, comunque, senza moralismo e retorica.

Allen Eskens è stato avvocato difensore per vent’anni. Ha affinato le sue abilità di scrittura creativa nella Minnesota State University, nel Iowa Writing Festival e nel Loft Literary Center di Minneapolis. Con Neri Pozza ha pubblicato anche Al posto di un altro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia, a cura di Enrica Matricoti (Zambon, 2015)

29 giugno 2016 by
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Ernesto Guevara de la Serna morì il 9 ottobre del 1967, nella giungla boliviana, per un colpo di pistola al cuore. Ricordo le foto del cadavere, in bianco e nero, che vidi su un giornale illustrato, di quelli che comprava mia nonna e ligiamente conservò, probabilmente era “Gente”. Esposto come un trofeo, esibito in una maniera quanto mai oscena, profanato, credo sia il termine esatto. Mi mise una grande tristezza, mista a rabbia. Credo che il rispetto per i morti, anche se nemici, vada mantenuto.
Questo rispetto al Che non fu tributato. La danza macabra sul nemico sconfitto fu danzata. Anche se una prova materiale della sua morte, come strumento di propaganda, rientra nell’annoso diritto di cronaca. Anche del cadavere di Gheddafi se ne fece un simile barbaro utilizzo. Tanto per dire che sono passati quasi 50 anni e non molto è cambiato.
Presto nacque il mito di questo Cristo rivoluzionario, di questo martire della rivoluzione comunista. La profanazione del suo cadavere scalfì ben poco la leggenda, più che altro offuscò la memoria di coloro che l’uccisero. Se mai ce ne fosse stato bisogno.
E sempre di memoria si tratta a proposito di Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia (Zambon) un documento storico, un saggio che contiene le interviste ai discendenti dei guerriglieri che combatterono con il Che in Bolivia, più quelle ad alcuni dei rarissimi superstiti. Interviste fatte dunque a figli, mogli, nipoti raccolte da Enrica Matricoti tra il 2008 e il 2009, nel corso delle riprese di un documentario.
Della dittatura militare in atto in Bolivia dal 1964 fino agli inizi degli anni ’80 si sa poco, quindi è un’ occasione, la lettura di questo libro, per venire a contatto con testimonianze dirette di quel periodo, grazie alle lettere, i diari e le foto che i guerriglieri inviarono ai loro parenti a casa. La separazione, la lontananza, i disagi contingenti (la fame, la sete, il non potersi lavare, le malattie) sono tutte cose che incisero sullo spirito di questi uomini, e di un’ unica donna, che seguirono il Che in questa sua lotta di liberazione che dalla Bolivia avrebbe dovuto diffondersi in tutto il Sudamerica.
Sappiamo come è andata, ciò non toglie che questa gente ci credeva davvero in quello che faceva, e avrebbe seguito il Che ovunque (tanto era il suo carismatico potere), si abbracci o non abbracci la ribellione armata come strumento di lotta. In un’ intervista chiedono a un parente se anche lui abbia mai pensato di imbracciare le armi e diventare guerrigliero. Questi, un medico, risponde di no, che la sua guerra è sul fronte di salvare vite, e ringrazia suo padre, con il suo sacrificio, di avergli permesso questa libertà di scelta.
Ecco molte risposte sono appunto così, intime, personali, hanno un valore di testimonianza familiare, anche se la storia scorre in sottofondo. Alcune affermazioni forse suonano enfatiche, persino celebrative, ma credo rientrino nella dimensione domestica che rappresentano. Si testimoniano affetti, amori, speranze, cioè è difficile farne una cronaca asettica, ligia solo alla obiettività storica.
Comunque per coloro che apprezzano maggiormente questa dimensione storica, è presente nel testo una sezione di approfondimento con schede storiche, dati biografici dei guerriglieri, un’ Appendice, la Bibliografia e l’Indice dei documenti e delle fotografie. Insomma se servisse come testo di riferimento per la stesura di una tesi, è salvo l’approccio scientifico.
Chi invece lo volesse leggere come puro testo divulgativo, per approfondire un’ epoca, un periodo storico, avrà modo grazie alla forma-intervista, di trovare un testo chiaro e diretto, facilmente avvicinabile.
Le foto sono numerose, a colori o in bianco e nero, utili a dare una dimensione visiva e reale, di quanto narrato. Alcune foto sono di oggi, altre di ieri, tra cui quella del matrimonio del Che.

Enrica Matricoti (Bari 1977). Cresciuta a Bologna, si laurea in Filosofia e si diploma come cantante-attrice presso la Bernstein School of Musical Theater. Studiosa di Storia Latino-americana, è membro del comitato di redazione internazionale della Fondazione Guevara in Italia. A Bologna, nel 2007, porta in scena il monologo teatrale Es Sudamerica mi voz; lo spettacolo verrà rappresentato nel 2009 presso l’Unión de Escritores y Artistas de Cuba a L’Avana, nell’ambito dei festeggiamenti per il 50° anniversario della vittoria della Rivoluzione. Sempre a L’Avana nello stesso anno, riceve il riconoscimento dell’Università dell’Adulto Mayor e del Museo della Fragua Martiana «per il suo contributo all’approfondimento delle idee di José Martí». Attualmente Enrica Matricoti vive a Cuba dove lavora come redattrice e reporter per l’emittente “Radio Havana Cuba”. Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia è la sua prima pubblicazione d’interazione testo-immagine.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’ Ufficio stampa Zambon.

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:: L’uomo di Berlino. La prima indagine di Gregor Reinhardt, Luke McCallin (Baldini&Castoldi, 2016) a cura di Daniela Distefano

29 giugno 2016 by
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Sarajevo nel 1943 non era la “Miss Sarajevo” cantata dagli U2 nel 1995 come protesta contro la guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma anche allora, soprattutto allora, era un centro perenne di conflitti armati.
Qualche anno prima, nel 1941, i Nazisti avevano conquistato il Regno di Jugoslavia sia per scongiurare un allineamento a favore degli Alleati,  sia per non venir meno a quel bisogno di Lebensraum che pareva realizzarsi sotto gli occhi del mondo.
Di fatto, l’intera regione bosniaca fu legata mani e piedi alle potenze dell’Asse, divenne Stato Indipendente di Croazia guidato dal fascista ustacia Ante Pavelic.
La brutalità degli ustacia (contro la popolazione serba e ebrea) fu tale che molti serbi furono costretti ad imbracciare le armi contro le forze di occupazione.
Il popolo ebreo e rom originario della Bosnia venne quasi interamente annientato.
Dal 1941, i comunisti jugoslavi di Josip Broz Tito si allargarono a macchia d’olio sviluppando la loro resistenza armata.
Il resto fu barbarie dalle eco medievali.
Questo è l’acquario storico all’interno del quale nuota, respira, si nutre, il racconto sodo di un’indagine contorta;  un caso di doppio omicidio affidato a Gregor Reinhardt, capitano dei servizi segreti militari, già detective della polizia di Berlino.
Perché proprio Reinhardt?
Un giocatore in panchina può far comodo se non si vogliono risultati imprevisti.

Sorseggiando il caffè, Reinhardt tornò ancora una volta col pensiero alla fine del 1938, nei giorni in cui si rimise al servizio della nazione e intraprese quel viaggio che, facendo prima tappa in Norvegia, Francia, Jugoslavia e Nord Africa, lo aveva condotto fin lì.
Reinhardt sapeva di essere stato un bravo poliziotto e il fatto di essere tagliato per quel lavoro, senza contare la tranquillità e il rispetto che questo gli aveva procurato dopo gli anni amari e tumultuosi in coda alla guerra, fu per lui una rivelazione inaspettata(..).
Ma ben presto era uscito dalle grazie dei nazisti, soprattutto dopo il suo duplice rifiuto a un trasferimento nella Gestapo in seguito ai ripetuti attriti con le nuove leve piazzate forzosamente in polizia, ma più spesso con i suoi colleghi di vecchia data che, tutt’a un tratto, dal giorno alla notte, si mettevano a sbandierare la propria simpatia nei confronti di Hitler e dei suoi ideali.

Fu così che questo sbattuto Odisseo venne estromesso dalla Omicidi poi spedito in periferia finché non si ridusse a indagare su miseri casi di persone scomparse, cioè a raschiare il fondo del barile.
Però niente dura in eterno, sul suo cammino una deviazione lo porta a prendere coscienza del suo ruolo nella casella del destino.

Sapeva di essere solo e, alle volte, in quella condizione ci sguazzava pure. Sapeva anche che da lungo tempo aveva smesso di essere sincero, realmente sincero, con se stesso.

Prende fiato Reinhardt e comincia ad indagare sulla morte binaria di una giornalista ben ammanicata e di un ufficiale tedesco:entrambi sono stati trovati senza vita nell’appartamento della donna ad Illidza.
Marija Vukic era  croata bosniaca (ustacia), non solo giornalista, ma anche regista e fotografa, di fatto un’ape regina dentro l’alveare del Male.
Aveva un debole per i soldati, quasi sempre alti ufficiali più vecchi di lei.
Chi aveva interesse a vederla in Cielo se stava così bene in quell’Inferno?
C’è un sospettato che muore. Ci sono bobine, un filmato che potrebbe rivelare la mano che ha lanciato il sasso nello stagno.
Chiunque abbia preso la pellicola preziosa proveniente dalla casa della Vukic ha fatto in modo di distruggerla.
E di questa prova vuole ora impossessarsi la Feldgendarmerie.
Buoni e cattivi si mescolano senza confondersi mai in un romanzo dall’atmosfera decadente, non esistenzialista, infiammabile come un liquido che ha aspettato solo il vento su un cerino per invadere il pozzo dalla bassa acqua del Tempo.
Le pagine si sorseggiano come bibita gradita in una giornata d’estate, forse manca un tocco sull’anima, il personaggio della Vukic si rivela marcatamente disegnato (femmina perduta nel formicaio degli usurpatori etc.), quello di Reinhardt bonariamente smart, però è un thriller solido e di questo ne diamo atto.

Luke McCallin, originario di Oxford, classe 1972, ha vissuto in Africa, ma ha girato il mondo prestando servizio come operatore umanitario e mediatore di pace per conto delle Nazione Unite.
Vive in Francia con moglie e figli, ha una laurea in Scienze politiche e parla francese, spagnolo e un po’ di russo.

Nota: Il libro riporta nella sua parte iniziale una “Tabella comparativa dei gradi militari delle SS, dell’Esercito tedesco e dell’Esercito italiano”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Baldini&Castoldi.

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:: Auschwitz. Ero il numero 220543, Denis Avey, Rob Broomby (Newton Compton, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016 by
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In questi giorni di Brexit mi è capitato di leggere un libro del 2011, preso (o forse salvato) in un mercatino dei libri usati. Chi mi segue sa che li frequento spesso, un po’ perché i libri costano poco, (e si sa i blogger son tutti squattrinati) un po’ perché stranamente la gente ha la tendenza di disfarsi di libri che a me interessano davvero. Non immaginerete che cosa ho trovato da DeLillo a Bulgakov, da Paul Auster a Virginia Woolf, passando per tanta letteratura di genere fino ad arrivare a Il manuale di cucina di Nero Wolfe di Rex Stout, trovato nel sottopasso della stazione di Alassio (che invito a visitare, le offerte per i libri sono libere e vanno per un ente che si occupa dei malati di cancro). Il libro di cui parlo oggi è Auschwitz, ero il numero 220543 (The Man who Broke into Auschwitz, 2011) di Denis Avey scritto in collaborazione con Rob Broomby, e tradotto per Newton Compton da Elena Cantoni. Direte voi che c’entra Auschwitz, l’Olocausto con la Brexit. C’entra, ma andiamo per gradi. Auschwitz. Ero il numero 220543 raccoglie le memorie in forma romanzata di un reduce di guerra britannico, scampato al campo di prigionia di Auschwitz, e protagonista di un avventura che i più direbbero folle. Chi si toglierebbe la sua uniforme di soldato, prigioniero tutelato dalla Convenzione di Ginevra, per indossare la casacca di un giovane ebreo olandese (di lui sappiamo solo il nome: Hans)? Denis Avey lo fece. Per incoscienza, curiosità, generosità? Forse un miscuglio delle tre. L’Europa che oggi conosciamo, se è come oggi la conosciamo, con i suoi valori, le sue leggi, il suo spirito comunitario, molto lo deve all’Inghilterra di Churchill e di Giorgio VI, padre della regina Elisabetta. Senza, probabilmente Hitler avrebbe fatto un’Europa diversa. La storia avrebbe avuto un corso diverso. Leggendo questo libro mi sono immaginata un’ Europa nazista, e ho riflettuto che per alcuni non è un incubo, ma un reale piano politico. Per questo al voto referendario di uscita dell’ Inghilterra dall’ Unione ho sofferto. Se ne andava un pezzo di storia, se ne andava un tassello fondamentale dell’Europa Unita sognata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann. Probabilmente il cuore dell’Europa è davvero Londra. E né le reazioni isteriche di Juncker o della Merkel, né l’egoismo nazionalista che ha ottenebrato gli animi di chi ha così deciso sono all’altezza di comprendere la gravità di cosa è realmente successo. Lo diranno i nostri posteri, forse solo loro avranno la lucidità e l’indipendenza di giudizio per capire la reale entità di questo danno. Spazzare con un colpo di spugna il voto referendario non credo sia la soluzione. Hanno commesso errori e li stanno ancora commettendo, sia dentro che fuori la Unione, e ridurre tutto a solo una dimensione economica credo pecchi di grande miopia. Chi ha pensato che l’Europa Unita sarebbe colata a picco, e il Regno Unito si sarebbe salvato nel suo splendido isolamento, non ha fatto i conti con la storia, con il passato, e con il presente globalizzato. Il gesto di Denis Avey mi ha portato alla mente quanto coraggio è stato necessario, e quanta comunitaria identità di intenti e di ideali c’era tra il giovane olandese, e il giovane britannico. Quando si sono scambiati le vesti hanno posto in essere il fatto che erano uguali. Che solo la follia nazista vedeva in uno un non uomo e nell’altro un prigioniero di guerra. Non permettiamo che questa follia ritorni, con altri nomi, con altre forme.

Denis Avey è un ex militare, ingegnere e autore britannico.
Prigioniero durante la Seconda guerra mondiale, lavorò come ingegnere all’IG Farben presso il Campo di lavoro di Monowitz. Durante questi giorni, conobbe l’ebreo olandese Hans e con lui decise di avviare uno scambio di abiti per entrare all’interno del Campo di concentramento di Auschwitz e vivere da vicino gli orrori perpetrati dall’esercito nazista. Conobbe anche l’altro prigioniero ebreo, Enrst Lobethal, a cui salverà la vita grazie al contrabbando di alcune sigarette, fatte arrivare apposta da lui. Per questo, nel 2010, ha ottenuto la Medal of Honor dall’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown. A testimonianza di ciò che ha visto, ha realizzato, insieme al giornalista della BBC Rob Broomby, il memoriale Auschwitz. Ero il numero 220543 che è stato pubblicato nel 2011.

Source: acquisto personale in un mercatino dell’usato.

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:: Un’ intervista con Enrico Pandiani, a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016 by

indexBentornato Enrico sul nostro blog. E’ uscito da poco un nuovo libro de Les italiens, di nuovo per Rizzoli, dal titolo Una pistola come la tua. Non sei proprio stanco di Mordenti?

Buongiorno Giulia, come si fa a essere stanchi di Mordenti? Per me, ormai, è come un fratello. Insieme ne abbiamo passate tante e ci siamo divertiti. Siamo caracollati su e giù per la Francia, abbiamo gironzolato per Parigi, in pratica mi ha aiutato a realizzare un po’ di sogni che avevo da parte e a togliermi qualche sassolino dalle scarpe. Anche se tenta sempre di mettermi in difficoltà, lasciandomi di fronte a imprevisti che poi mi toccherà affrontare, lui, e di conseguenza i suoi colleghi, sono legati a me a filo doppio. La scommessa è quella di resistere, di continuare a divertire i lettori senza perdere colpi e senza annoiare.

Dicci tutto di Nicolas Winding Refn, hai visto il suo nuovo film? Pensi ti chiamerà a scrivere la sceneggiatura della serie tv? Non è che poi scappi a Hollywood?

Quando Fulvio Lucisano mi ha invitato a Roma per conoscermi, mi ha detto che era loro intenzione domandare a Winding Refn di girare i primi due episodi della serie televisiva su Les italiens che intendevano produrre. Io non credevo alle mie orecchie, perché non ti capita tutti i giorni che qualcuno ti dica che vuole fare una serie dai tuoi romanzi, ma ancora meno che ti dicano che la vogliono far girare a uno dei registi più famosi del mondo. Ho visto Drive, certamente, un film che mi è piaciuto molto perché al di là della violenza estrema, aveva una bella storia di relazioni umane, molto sentimentale. Dai primi contatti, e dopo aver letto il pitch, Refn ha deciso di produrre la serie al cinquanta per cento con la Space Rocket Nation, la sua casa di produzione, e di diventarne lo showrunner. Questo è straordinario perché, se davvero il progetto dovesse andare in porto, sono certo che sarebbe un lavoro eccezionale. Non so se avrò qualche ruolo nella sceneggiatura. Certo, imparare da dei professionisti non mi dispiacerebbe.

Forse avrei preferito Olivier Marchal, in un certo senso una scelta come dire più ovvia, cosa pensi privilegerà invece Nicolas Winding Refn, non hai un po’ paura?

Marchal non mi dispiace, anche se l’atmosfera dei suoi film non mi fa impazzire. È troppo legata alla figura del poliziotto depresso, alcolista, che ce l’ha con tutto il mondo e al quale Mordenti, che è proprio il contrario, dedica una frase ironica nel nuovo romanzo. Penso che Refn ci darebbe dentro con la violenza, ma sono certo che saprebbe conservare quel coté ironico e l’umorismo senza i quali i miei personaggi perdono buona parte del loro carattere.

Come stai vivendo questa esperienza dell’autore famoso? Tua moglie che dice?

Il giorno che diventerò un autore famoso te lo saprò dire. Per ora sono soltanto uno dei tanti scrittori di genere che fanno i salti mortali per vendere qualche copia in più dei loro libri e per farsi conoscere dal pubblico dei lettori. Quelli famosi sono ben altri. Mia moglie, per l’appunto, dice che non sarebbe male se vendessi qualche copia in più e se portassi a casa la pagnotta. Al mio livello, si conta molto sul passaparola di coloro ai quali sono piaciuti i romanzi e sul fatto che i librai apprezzino il tuo lavoro e ti facciano scoprire ai loro clienti. Il libraio è la figura chiave.

Che tipo di accoglienza hai ricevuto in Francia? E’ vero, come dicono, che il noir italiano è da loro molto apprezzato?

In Francia l’accoglienza è stata buona. Lì vai a sgrugnarti con la storia del noir e, soprattutto, con quelli che sono i miei mostri sacri. Il mio editore francese dice che gli piacciono i miei romanzi perché c’è molta ironia e si ride, cosa che oggi succede raramente, nel noir d’oltralpe. All’inizio del 2017 uscirà in Francia Lezioni di Tenebra, il terzo romanzo di Mordenti. Spero che sarà accompagnato dalla notizia che la serie si farà sul serio. Quello potrebbe davvero cambiare le cose.

Hai ancora tempo per leggere? Quali sono le tue letture in questo momento, e se c’è facci qualche nome di giovani promesse.

In questo momento sto leggendo molto, ma pochissimi romanzi di genere. Ho letto Marías, Amis, Franzen, Dumas, Giono, Wilder, Tonani, molto Cercas, la Murgia, la Sagan, la Despentes. Per quanto riguarda il noir, invece, tre autori interessanti che mi è capitato di leggere sono Darien Levani, che per Spartaco edizioni ha scritto un bel romanzo, Toringrad, Antonio Mesisca che per Scrittura e Scritture ha pubblicato Nero Dostoevskij e Stefano Trinchero che è uscito con La coppia infedele per i tipi di 66th&2nd. Io trovo che il panorama noir italiano sia bello vivo e interessante, con romanzi che raccontano molto bene i problemi e le contraddizioni della nostra società.

Un uccellino mi ha detto che l’altro giorno eri a Chieri a una presentazione. Come è andata? Ti diverti a presentare i tuoi libri in sale gremite di gente, o sei un timido? L’episodio più bizzarro successo durante una presentazione.

Le sale “gremite” di gente sono una rarità, però qualche volta ancora succede. A Chieri è successo e la presentazione è andata molto bene, grazie anche a Carlo De Filippis, l’autore de Le molliche del commissario, che mi ha messo sotto con grande humour e simpatia. Fare le presentazioni è un’attività che mi diverte molto. Ti dà la possibilità di conoscere i tuoi lettori e di conquistarne di nuovi e ti permette di viaggiare. Quando capita che ci sia poco pubblico non me la prendo, in linea di massima la colpa è solo mia e della mia piccola fama. Quelle persone sono venute ad ascoltare me e quindi si meritano tutto il mio rispetto. In genere, quando capita, ci si siede attorno a un tavolo, si apre una bottiglia di vino e si fa una bella chiacchierata. L’episodio più bizzarro mi è successo qualche tempo fa; dovevo presentare Simone Sarasso, appena uscito con il suo romanzo sulla storia della mafia americana e ho portato con me un mitragliatore Thompson, quello con la ruota che si vede nei film di gangsters. Era finto, ma la gente che passava fuori dalla libreria non lo sapeva e vedere le loro facce è stato divertente. Una signora è entrata in libreria, ha visto Simone con il mitra ed è uscita come se niente fosse, ma molto alla svelta.

Come procede Torinoir, mi è giunta voce che l’altro giorno uno di voi si è sposato. Avrete ancora il tempo di riunirvi nelle piole a tirar tardi?

Torinoir è sempre viva e vegeta e i soci non disdegnano il ritrovarsi a chiacchierare bevendo vino e mangiando le torte di Patrizia Durante, la sola donna del gruppo e, di conseguenza, la testa pensante. Abbiamo in corso diversi progetti e nelle prossime settimane se ne vedranno delle belle.

Parliamo di scrittura. Come si fa a far vivere a lungo un personaggio seriale? Quali sono gli errori da non commettere e i piccoli segreti da non divulgare?

I piccoli segreti da non divulgare non te li dico, così non li divulghiamo. Penso che ogni autore abbia un suo modo di gestire un personaggio seriale. Per prima cosa devi decidere se invecchia; io ho già un piede nella fossa e se faccio invecchiare Mordenti, nel giro di qualche anno finiamo entrambi in seggiola a rotelle e addio indagini. Quindi ho deciso che lui invecchia al contrario dei cani: un anno ogni sette. Questo significa che deve cambiare utilizando altri parametri. Ogni romanzo ci svela qualcosa di sé che prima non si sapeva, o qualche lato del suo carattere. Man mano che si va avanti i protagonisti si raccontano al lettore, si svelano, coltivano un’intimità con lui sempre più stretta. Penso che sia questo il vero segreto, fare in modo che la curiosità non sia mai del tutto soddisfatta.

Si ride nei tuoi noir. Perché questa scelta?  È la lezione di Dard?

Senza dubbio e a mia insaputa, Frédéric Dard, con il suo San-Antonio, è stato molto importante nella mia formazione e mi ha immensamente divertito. Ancora continua a farlo. Mi ha svelato l’importanza dell’ironia, anche l’auto-ironia, e dell’umorismo nel romanzo di genere. Tutti i grandi che hanno utilizzato questi due ingredienti mi sono piaciuti più di quelli che si prendevano troppo sul serio. Ironia e umorismo aiutano a stemperare la violenza, possono rendere paradossale una scena che viceversa sarebbe banale, senza però farla diventare inverosimile. Io non posso farne a meno, forse è dovuto al fatto che trovo che per sopravvivere nel mondo di oggi c’è bisogno di tanta ironia e di una buona dose di humour. Altrimenti, ti butti dalla finestra.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore, con un discreto talento, che non sa che pesci pigliare e non ha amici nell’ambiente. L’autopubblicazione è una strada, o la sconsigli?

Gli consiglierei di aprire un ristorante e di dimenticarsi la scrittura. Tanto, nessuno ti dà retta.

Leggi anche ebook, o solo libri di carta e inchiostro?

Leggo essenzialmente volumi di carta. E “volumi” non è una parola usata a casaccio, perché si fa in fretta a riempire una casa. Però non posso farne a meno. Non ho un lettore Kindle o similare e non ho sostanzialmente nulla contro l’ebook. Io li leggo sul telefono e sono in genere romanzi in lingua originale, francese e inglese. In questo modo faccio prima a trovarli e me li leggo quando sono in coda alle poste o dal dentista.

Pensi che il digitale abbia costretto a chiudere molte librerie o i problemi sono altrove?

No, credo che il digitale c’entri poco. Cosa mette in ginocchio i miei amici librai è il fatto che in questo paese il settanta per cento della gente non legge un solo libro all’anno. E poi ci sono i giganti come Amazon e simili, che penso portino via la fetta più grossa di venduto. Quello che è certo, è che in questo paese non esiste uno straccio di politica che vada incontro ai librai, né da parte del governo, né da parte dell’editoria. Vedere le librerie che chiudono è una sensazione molto dolorosa, appena appena ripagata dal vederne ogni tanto qualcuna che apre. Quelli sì che sono dei pazzi, ma coraggiosi.

In un’ intervista ho letto che hai molto imparato da un libro autobiografico di una donna che è stata a capo del Quai des Orfèvres, mi piacerebbe saperne di più.

Dici il giusto, donna bianca. In effetti, anni fa la mia amica e mia traduttrice in francese, Catherine, mi ha regalato l’autobiografia di Martine Monteil, la prima donna commissario francese. Madame Monteil ha fatto carriera all’interno della polizia giudiziaria. Era bella come un’attrice, un tipo tosto, a occhio e croce. Lei ha diretto tutte le brigate della PJ, comprese la brigata per la repressione del banditismo e la celebre Crim’, la brigata criminale. Ha seguito casi molto importanti, come quello delle bombe sul metrò a Parigi, l’arresto di Françoise Sagan, e il suicidio di Jean Seberg, che le ultime settimane di vita passava spesso al Quai des Orfèvres. Era Martine Monteil che comandava la brigata criminale durante l’indagine più difficile e delicata, la morte di Lady Diana nel tunnel dell’Alma. Madame è poi diventata prefetto e, una volta in pensione, ha scritto la sua autobiografia che è una vera fonte enciclopedica di termini, tecniche e luoghi. Merci Martine!

E adesso parlaci di cosa stai scrivendo. Zara tornerà presto?

Al momento sto scrivendo un romanzo a sé stante, un noir che si svolge a Torino e il cui personaggio non è un poliziotto, o, per lo meno, non lo è più. Mi piace come sta venendo ma ci devo sputar sangue. Nel frattempo sto cercando di mettere insieme un nuovo romanzo di Zara e, per ovvi motivi, uno di Mordenti. Estote parati

E adesso un saluto, e ricordati che mi devi un autografo, dopo Refn quando ti piglio più.

Un saluto a te e un abbraccio forte. E non ti preoccupare, dovesse esserci un dopo Refn, mi ripigli esattamente come prima. Son troppo vecchio per metttermi a fare il prezioso.

:: Vita spericolata di Albert Spaggiari, Giorgio Ballario (Idrovolante Editore, 2016)

28 giugno 2016 by
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Non avevo mai sentito nominare Albert Spaggiari. E come me credo molti altri, qui in Italia. A riportarlo agli onori della cronaca ci pensa Giorgio Ballario, giornalista de La Stampa e autore di raffinati noir sia coloniali che contemporanei. La sua passione per la cronaca nera, un po’ vintage, l’ha portato a riscoprire le gesta di un uomo (un avventuriero, non uno scassinatore) il cui motto era Sans arme, ni haine, ni violence. Insomma tutto un programma, per un criminale, che è difficile definire tale, per alcuni versi, ma che tuttavia rapinò una banca, fu arrestato, evase, si prese l’ergastolo e visse in latitanza per il resto della sua vita.
Ma andiamo con ordine. Chi era Albert Spaggiari? Bert, per gli amici, nacque a Laragne, un comune di una manciata di abitanti situato nel dipartimento delle Alte Alpi della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, nel dicembre del 1932, in una famiglia di origini italiane. Rimasto orfano in giovane età, a diciassette anni entrò nei paracadutisti e partì per l’Indocina. Fu ferito due volte, una volta decorato. Per una brutta storia di un furto in un bordello di Hanoi, venne condannato a cinque anni di lavori forzati e tornato in Francia non si orientò a una vita più tranquilla.
Fu combattente dell’ Organisation armée secrète, un organizzazione terroristica colonialista, che si opponeva al ritiro francese dall’Algeria e soprattutto leggendo un giallo di un autore inglese, ebbe l’idea che nel bene e nel male condizionò e cambiò tutto il resto della sua vita: rapinare una banca e passare dalle fogne. E non un banca qualsiasi, ma anzi la Fort Knox delle banche francesi, (così, almeno diceva il pomposo slogan pubblicitario). La Société Générale, banca fondata a metà del XIX secolo dalla famiglia Rothschild. Scelse la filiale di Nizza di Avenue Medicin, proprio a fianco delle Galeries Lafayette, e poiché non era uno scassinatore di professione si affiancò a una banda di marsigliesi.
Scelta inevitabile, che gli costò anche amare riflessioni alla fine della sua vita del tenore: se ti metti in società con criminali e il meno che ti possa capitare se poi ti prendono parte del bottino. Comunque l’idea, l’organizzazione militare del colpo, fu sua (tentarono anche di metterlo in dubbio, e Ballario lo narra in alcuni capitoli molto ironici e vivaci). Anche la compagna di Spaggiari, Emilia De Sacco lo conferma.
Che dire astenendosi da giudizi morali di sorta, (sembra che abbia avuto rapporti con l’eversione nera, e di certo non nascondeva le sue simpatie per l’estrema destra), la sua vita fu davvero eccezionale, e ho apprezzato quanto fa Ballario non cercando di presentarcelo come una sorta di Robin Hood o di Zorro (lo dice anche in un’ intervista).
Albert Spaggiari fu un avventuriero, fece quello che fece per amore dell’avventura, per combattere la noia della vita di provincia, per i soldi, forse marginalmente (comunque ricordiamoci che furono sempre 30 milioni di Euro di oggi). Lui stesso non sapeva se alla fine era stato un genio o solo un povero coglione. Riflessione abbastanza onesta e sincera, ma certo dissacrante e anarchica, come fu la sua vita. Farne un eroe è sicuramente perlomeno ingenuo, e come detto Ballario non lo proclama tale, ma resta il fatto che una certa simpatia l’ ispira. E Ballario è bravo in questo, con il suo stile classico e sempre corretto, con il suo umorismo garbato e mai sopra le righe.
Vita spericolata di Albert Spaggiari, è una biografia equilibrata e misurata, su un personaggio difficile da definire, difficile da inquadrare. Uno che probabilmente prese sempre in giro tutto e tutti e non prese mai la vita molto seriamente. Non mancano alcune riflessioni graffianti di Ballario sia sul periodo storico, che sulla vita in genere, che rendono bene questo contrasto. Albert Spaggiari fece nella sua vita ciò che volle, ma finì in esilio, malato (cancro ai polmoni), anche amareggiato, con la sola luce della sua compagna. Da lei comunque seppe farsi amare, e questo nel bilancio di una vita credo sia più che sufficiente.
Se vi ho in qualche modo incuriosito, leggetelo, Ballario scrive bene. Anche se non avete simpatie per l’estrema destra, il quadro è interessante, è un pezzo della nostra storia e della nostra società di cui non se ne parla spesso. Idrovolante edizioni diretta da Roberto Alfatti Appetiti, appartiene al Gruppo Editoriale Historica.

Giorgio Ballario, (Torino, 1964) è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir. È stato finalista nella sezione romanzo storico al Premio Acqui Storia, nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. È fondatore e presidente dell’associazione di scrittori Torinoir.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo il direttore editoriale di Idrovolante Editore.

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:: Bookteen – Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach (Edizioni BUR, 1977) a cura di Lucrezia Romussi

27 giugno 2016 by
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Montesquieu, filosofo, giurista, storico e pensatore francese, riteneva che la libertà fosse quel bene che ti facesse godere di ogni altro bene. Questo aforisma è espresso al meglio dall’ opera di Richad Bach “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Lo scrittore nasce ad Oak Park , un sobborgo di Chicago, il 23 giugno 1936. E’ pilota per l’U.S. Air Force, l’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America, aviatore acrobatico e, data la passione per la letteratura, decide di dedicarsi alla narrativa.   Scrive per varie riviste inglesi specializzate, soprattutto in aviazione, realizza anche vari romanzi come “Biplano”, “Illusioni”, “Nessun luogo è lontano” e “Niente per caso”. Richard Bach è padre di sei figli avuti dalla prima moglie Bette, da cui ha divorziato nel 1970. Durante le riprese del film, tratto dal suo romanzo più famoso, ‘’Il gabbiano Jonathan Livingston’’ conosce l’attrice Leslie Parrish, che diventerà, nel 1977, la seconda sposa. Nel 1999, Bach si è separato pure dalla seconda moglie, per risposarsi, nell’aprile dello stesso anno, con Sabryna Nelson-Alexopoulos. Nell’opera “Il gabbiano Jonathan Livingston” il protagonista è Jonathan un gabbiano particolare, diverso dagli altri: non si accontenta di vivere tranquillamente nel suo stormo Buonappetito utilizzando le ali solo per procurarsi il cibo dal peschereccio più vicino, senza far troppa fatica, Jonathan aspira, invece, alla perfezione e vuole utilizzare le ali per volare più velocemente. Così, i allena di giorno in disparte dal gruppo per riuscire a svolgere acrobazie e movimenti alari straordinari di una infinita bellezza. Soprattutto all’inizio, spesso, perde l’equilibrio sia fisicamente che moralmente, infatti, frequentemente tenta di comportarsi come gli altri, però, Bach, a proposito di ciò nel libro scrive ‘’ Ma il gabbiano Jonathan Livingston che faccia tosta, eccola là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo’’.
Propongo questo libro perché ritengo sia un esempio di libertà intesa non solo come atteggiamento personale adottato dal singolo senza influenze comportamentali esterne, ma anche come mezzo per raggiungere un ideale di perfetta realizzazione. Consiglio tale opera a tutti coloro che hanno nell’anima un vero “Gabbiano Jonathan‘’ soprattutto ai ragazzi, i quali nel complicato e turbolento periodo dell’adolescenza cercano continuamente esempi da cui attingere e imparare elementi necessari e indispensabili per la crescita. Traduzione a cura di Pier Francesco Paolini.

Richard Bach, ex pilota dell’aviazione militare americana, pilota itinerante e meccanico aeronautico, guida idrovolanti nel Nordovest degli Stati Uniti. Ha iniziato la carriera di scrittore con tre racconti di aviazione e ha scritto venti libri, tra cui Illusioni, Uno e Un ponte sull’eternità. Con Il gabbiano Jonathan Livingston ha ottenuto uno straordinario successo in tutto il mondo. I suoi libri sono tutti disponibili in BUR. Il sito dell’autore è richardbach.com.

Source: dono personale ricevuto dal recensore da un amico.

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:: E’ arrivata l’estate

27 giugno 2016 by

n_a0d7f91174E’ inutile negarlo, l’estate è iniziata. E anche Liberi si mette i sandali e i bermuda a fiori. Le scelte sono due: o prendersi una lunga lunga vacanza, e dire che so “arrivederci a settembre”, o inventarsi qualcosa: giochi, rubriche, sondaggi, curiosità, giveaway (se solo si potessero fare, non l’ho ancora capito). Lo so fa caldo. La gente (tra cui i lettori), è fuori in spiaggia, a passeggiare in montagna, a mangiare gelati, non incollata a un computer. Le visite calano, i post acchiappa click trovano il tempo che trovano e noi blogger, con il ventilatore a palla, ci chiediamo che pesci pigliare. Gettonatissimo è il “dieci libri per l’estate” come se i libri fossero stagionali, come se Guerra e pace non lo si potesse leggere a Ferragosto. Comunque forse la cosa non è così peregrina. Forse in spiaggia si ha davvero voglia di leggere un libro su gli impianti balneari della Versilia, o un bel thriller dove i protagonisti sono persi in mezzo al Pacifico. Sole, mare, e cibo di qualità, forse sono cose che non dovrebbero mancare a un “libro per l’estate”. E così mi son detta quali libri consiglierei ai fortunati che sono in vacanza. Sono andata a guardare le classifiche, e tra i titoli be’ io leggerei La ragazza nel parco di Alafair Burke, La strategia di Bosch di Michael Connelly, Il giovane Holden di J. D. Salinger, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, La via del male di Robert Galbraith, e mi incuriosisce La vedova di Fiona Barton. Poi senz’altro leggerei a occhi chiusi l’ultimo de Giovanni, in libreria dal 28, cioè domani, Notturno per il commissario Ricciardi, l’ultimo di Pandiani Una pistola come la tua, Incubo di Wulf Dorn, Il cormorano di Stephen Gregory, e naturalmente I sei giorni del Condor, trovo che le spy story siano molto estive, come i libri di avventura, o i classici di fantascienza. E voi che libri consigliate questa estate?