:: L’uomo di Berlino. La prima indagine di Gregor Reinhardt, Luke McCallin (Baldini&Castoldi, 2016) a cura di Daniela Distefano

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Sarajevo nel 1943 non era la “Miss Sarajevo” cantata dagli U2 nel 1995 come protesta contro la guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma anche allora, soprattutto allora, era un centro perenne di conflitti armati.
Qualche anno prima, nel 1941, i Nazisti avevano conquistato il Regno di Jugoslavia sia per scongiurare un allineamento a favore degli Alleati,  sia per non venir meno a quel bisogno di Lebensraum che pareva realizzarsi sotto gli occhi del mondo.
Di fatto, l’intera regione bosniaca fu legata mani e piedi alle potenze dell’Asse, divenne Stato Indipendente di Croazia guidato dal fascista ustacia Ante Pavelic.
La brutalità degli ustacia (contro la popolazione serba e ebrea) fu tale che molti serbi furono costretti ad imbracciare le armi contro le forze di occupazione.
Il popolo ebreo e rom originario della Bosnia venne quasi interamente annientato.
Dal 1941, i comunisti jugoslavi di Josip Broz Tito si allargarono a macchia d’olio sviluppando la loro resistenza armata.
Il resto fu barbarie dalle eco medievali.
Questo è l’acquario storico all’interno del quale nuota, respira, si nutre, il racconto sodo di un’indagine contorta;  un caso di doppio omicidio affidato a Gregor Reinhardt, capitano dei servizi segreti militari, già detective della polizia di Berlino.
Perché proprio Reinhardt?
Un giocatore in panchina può far comodo se non si vogliono risultati imprevisti.

Sorseggiando il caffè, Reinhardt tornò ancora una volta col pensiero alla fine del 1938, nei giorni in cui si rimise al servizio della nazione e intraprese quel viaggio che, facendo prima tappa in Norvegia, Francia, Jugoslavia e Nord Africa, lo aveva condotto fin lì.
Reinhardt sapeva di essere stato un bravo poliziotto e il fatto di essere tagliato per quel lavoro, senza contare la tranquillità e il rispetto che questo gli aveva procurato dopo gli anni amari e tumultuosi in coda alla guerra, fu per lui una rivelazione inaspettata(..).
Ma ben presto era uscito dalle grazie dei nazisti, soprattutto dopo il suo duplice rifiuto a un trasferimento nella Gestapo in seguito ai ripetuti attriti con le nuove leve piazzate forzosamente in polizia, ma più spesso con i suoi colleghi di vecchia data che, tutt’a un tratto, dal giorno alla notte, si mettevano a sbandierare la propria simpatia nei confronti di Hitler e dei suoi ideali.

Fu così che questo sbattuto Odisseo venne estromesso dalla Omicidi poi spedito in periferia finché non si ridusse a indagare su miseri casi di persone scomparse, cioè a raschiare il fondo del barile.
Però niente dura in eterno, sul suo cammino una deviazione lo porta a prendere coscienza del suo ruolo nella casella del destino.

Sapeva di essere solo e, alle volte, in quella condizione ci sguazzava pure. Sapeva anche che da lungo tempo aveva smesso di essere sincero, realmente sincero, con se stesso.

Prende fiato Reinhardt e comincia ad indagare sulla morte binaria di una giornalista ben ammanicata e di un ufficiale tedesco:entrambi sono stati trovati senza vita nell’appartamento della donna ad Illidza.
Marija Vukic era  croata bosniaca (ustacia), non solo giornalista, ma anche regista e fotografa, di fatto un’ape regina dentro l’alveare del Male.
Aveva un debole per i soldati, quasi sempre alti ufficiali più vecchi di lei.
Chi aveva interesse a vederla in Cielo se stava così bene in quell’Inferno?
C’è un sospettato che muore. Ci sono bobine, un filmato che potrebbe rivelare la mano che ha lanciato il sasso nello stagno.
Chiunque abbia preso la pellicola preziosa proveniente dalla casa della Vukic ha fatto in modo di distruggerla.
E di questa prova vuole ora impossessarsi la Feldgendarmerie.
Buoni e cattivi si mescolano senza confondersi mai in un romanzo dall’atmosfera decadente, non esistenzialista, infiammabile come un liquido che ha aspettato solo il vento su un cerino per invadere il pozzo dalla bassa acqua del Tempo.
Le pagine si sorseggiano come bibita gradita in una giornata d’estate, forse manca un tocco sull’anima, il personaggio della Vukic si rivela marcatamente disegnato (femmina perduta nel formicaio degli usurpatori etc.), quello di Reinhardt bonariamente smart, però è un thriller solido e di questo ne diamo atto.

Luke McCallin, originario di Oxford, classe 1972, ha vissuto in Africa, ma ha girato il mondo prestando servizio come operatore umanitario e mediatore di pace per conto delle Nazione Unite.
Vive in Francia con moglie e figli, ha una laurea in Scienze politiche e parla francese, spagnolo e un po’ di russo.

Nota: Il libro riporta nella sua parte iniziale una “Tabella comparativa dei gradi militari delle SS, dell’Esercito tedesco e dell’Esercito italiano”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Baldini&Castoldi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

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