:: E per Natale regalate un libro – 2017

30 novembre 2017 by

regali nataleCome tradizione del blog ecco il post in cui i collaboratori di Liberi consigliano 5 libri da regalare a Natale. Ce ne per tutti i gusti dalle ultime uscite ai classici, regalando un libro non si sbaglia mai. E si spende relativamente poco, certo se non ci si orienta sui libri rari.  A mio fratello ho comprato un libro sulla Juventus appena edito da Newton Compton (che vi devo dire è tifoso di quella squadra), alla mia più cara amica un thriller italiano, La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi, abbiamo visto il film e “litigato” sul finale, così vedremo chi ha ragione, alla peggio telefoniamo ad Alessio Boni, poi ho preso l’ultimo di King e figlio Sleeping Beauties, e Il grande sonno in lingua originale, un regalo che volevo farmi da anni che incarterò e metterò sotto l’albero. E se avessi un fidanzato gli regalerei senz’altro La Giusta Mezura, bellissima graphic novel virata al blu di Flavia Biondi.

Daniela Distefano

Santi di tutti i giorni dell’Archimandrita Tichon Sevkunov (Rubbettino).
Uno scrittore in guerra di Vasilij Grossman (Adelphi).
Red Notice. Scacco al Cremlino di Bill Browder  (Baldini&Castoldi).
Lunedì o martedì. Tutti i racconti di Virginia Woolf (Bompiani).
Il mondo di Steve McCurry di Steve McCurry e Gianni Riotta (Mondadori  Electa).

Valeria Gatti

The hate u give di Angie Thomas (Giunti)
Debutto e caso editoriale negli Stati Uniti è una storia talmente bella da togliere il fiato. Da regalare a chi vuole ridere, piangere, riflettere.
L‘imperfetta meraviglia di Andrea De Carlo (Giunti)
A chi crede che l’amore vinca su tutto.
Quando sarai più grande capirai di Virginie Grimaldi (Mondadori)
Un romanzo che profuma di mare e di voglia di vivere.  Da regalare a chi ha bisogno di riprovarci.
Non ditelo allo scrittore di Alice Basso (Garzanti)
Per tutti, indistintamente. Alice Basso è una certezza.
La tristezza ha il sonno leggero di Lorenzo Marone (Longanesi)
Una storia speciale, divertente, avvincente. Per chi deve crescere e imparare a guardare avanti.

Federica Belleri

La ragazza scomparsa di Angela Marsons (Newton Compton).
La donna silenziosa di Debbie Howells (Newton Compton).
Le vite parallele di Antonio Fusco (Giunti).
La vincita di Ida Ferrari (Golem Edizioni).
Intrigo a Ischia di Piera Carlomagno (Centauria).

Irma Loredana Galgano

Gli impostori. Inchiesta sul potere di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017).
Il collasso della modernizzazione di Robert Kurz (Mimesis, 2017).
Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite di Flavia Piccinni (Fandango, 2017).
L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (RaiEri, 2017).
Guardare la mafia negli occhi di Elia Minari (Rizzoli, 2017).

Lorenzo Mazzoni

Arabia Felix di Thorkild Hansen (Iperborea)
Il colore della memoria di Geoff Dyer (Il Saggiatore)
Il bar dei giostrai di Cristiano Mazzoni (Autodafé)
Borgo lenin di Cinzia Romagnoli (Koi Press)
I rifugiati di Van Thien Nguyen (Neri Pozza)

Elena Romanello

The Disney Book, edito da Giunti, un viaggio in uno degli immaginari fantastici più amati di sempre.
Guida al cinema fantasy di Walter Catalano – Andrea Lazzeretti – Gian Filippo Pizzo, edito da Odoya per tirare le fila di un genere amatissimo.
La graphic novel Monstress di Sana Takeda e Marjorie Liu (Mondadori)
Il distopico The last girl di Joe Hart edito da La Corte editore
Il romanzo di Labyrinth edito da Kappalab.

Viviana Filippini

Colazioni d’autore di Petunia Ollister (Slow Food)
Umami di Laja Jufresa (Sur)
La cura di Arno Kamenisch (Keller)
L’arte della fuga di Fredrik Sjöberg (Iperborea, 2017)
I fili invisibili della natura di Gianumberto Accinelli (Lapis)

Floriana Ciccaglioni

Prestami le ali. Storia di Clara la rinoceronte di Igiaba Scego (Rrose Sélavy).
Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio di Amara Lakhous (EO).
Madre piccola di Cristina Ali Farah (Frassinelli).
Cristo fra i muratori di Pietro di Donato (Textus)
Dago Red di John Fante (Einaudi).

Sono tutti libri figli di una cultura migrante, che viaggia nel tempo e attraverso i luoghi. Quelli fisici e della memoria. Che sotto l’albero possa esserci spazio per una riflessione sul presente.

Matilde Zubani

Nidi di rondine di Kim Thúy (Nottetempo)
Damasco di Suad Amiry (Feltrinelli)
La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo (Neri Pozza)
Il libro del mare di Morten A. Strøksnes (Iperborea)
Atlante delle isole remote: cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò di Judith Schalansky (Bompiani)

Marcello Caccialanza

Non ci resta che correre di Biagio D’angelo (Rizzoli)
Ci vediamo un giorno di questi di Federica Bosco (Garzanti)
Il caffè dei piccoli miracoli di Nicolas Barreau (Feltrinelli)
La gloria di Vladimir Nabokov (Adelphi)
L’amico ritrovato di Fred Uhlman (Feltrinelli)

Maria Anna Cingolo

La strada di Jella. Prima fermata Monaco di Jella Lepman, (Sinnos)
Thornhill di Pam Smy (uovonero)
I canti di Catullo (Rizzoli- BUR)
Sai fischiare Johanna? di Ulf Stark (Iperborea)
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (Einaudi)

Andrea D’Angelo

Le intermittenze della morte Josè Saramago (Feltrinelli)
Il libro dei piaceri di Clarice Lispector, (Feltrinelli)
Sulla scrittura di Stephen King, (Frassinelli)
Momo di Michael Ende, (Longanesi)
Piccolo viaggio nell’anima tedesca di Francesca Predazzi e Vanna Vannuccini (Feltrinelli)

Ippolita Luzzo

Eclissi di Ezio Sinigaglia (Nutrimenti)
Lo spregio di Alessandro Zaccuri (Marsilio)
La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli (NN Editore)
Le prime quindici vite di Harry August di Catherine Webb (NN Editore)
La notte che ci viene incontro Claudio Grattacaso (Manni)

Giulia Gabrielli

La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)
La bussola d’oro di Philip Pulman, ma tutta la trilogia di Queste oscure materie sarebbe ancora meglio (Salani)
Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj (Racconti edizioni)
Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov (Voland)
L’eroe di David Rubin (Tunuè)

Nicola Vacca

Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino (Giunti)
Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli (Adelphi)
Propizio è ove recarsi di Emmanuel Carrère (Adelphi)
Cacciatori nel buio di Lawrence Osborne (Adelphi)
Respira di Robero Saporito (Miraggi edizioni)

Lucilla Parisi

What happened Miss Simone? Alan Light (Il Saggiatore)
L’uccello che girava le viti del mondo Murakami Haruki (Einaudi)
33 artisti in 3 atti Sarah Thornton (Feltrinelli)
Il muggito di Sarajevo Lorenzo Mazzoni (Spartaco)
Confesso che ho vissuto Pablo Neruda (Mondadori)

:: Monstress vol. 1 e vol. 2 di Marjorie Liu e Sana Takeda (Mondadori 2017) a cura di Elena Romanello

29 novembre 2017 by

Monstress unoOscar Ink, la nuova etichetta di graphic novel della Mondadori, sta pubblicando una delle serie a fumetti più interessanti di questi ultimi anni, Monstress edita dalla Image Comics, realizzata a quattro mani da Marjorie Liu e Sana Takeda e vincitrice recentemente del prestigioso Hugo Award.
Monstress immerge fin dalle prime pagine in una storia che inizia in mezzo all’azione e dove fatti e personaggi verranno spiegati dopo e man mano, all’interno di un universo ricco di suggestioni, tra fantasy, steampunk, post apocalittico. Un mix non facile da seguire ma che appassiona, con richiami ai manga, Inuyasha di Rumiko Takahashi in testa nella caratterizzazione di alcune creature per metà animali, alle graphic novel di Neil Gaiman, che ha adorato i gatti e il disegno, e di Alan Moore, agli universi di Lovecraft, per citare solo le prime cose che possono venire in mente immergendosi nelle pagine cupe e colorate di questa storia insolita e ammaliante.
Monstress si svolge in un’Asia alternativa e in in futuro remoto, dove convivono cinque stirpi di esseri viventi: gli umani, i gatti, gli arcani, gli antichi e gli dei, in uno stato di guerra permanente. Tra le varie fazioni si distinguono nella lotta per ottenere potere e poteri una casta di sacerdotesse mistiche, le Cumaea, e gli arcani, creature magiche ibride metà uomini metà antichi, nel cui corpo scorre un elemento mistico, il Lilium, che le sacerdotesse usano per avere più potere, al prezzo ovviamente della morte dell’avversario.

monstress due

Sullo sfondo di lotte spietate e sanguinose si muove la protagonista, la ragazza arcanica Maika Halfwolf, che si finge umana, e che è in cerca della verità sul suo passato, per capire anche quale entità misteriosa si cela dentro di lei. Sulla sua strada Maika troverà molte minacce, ma anche aiuto, spesso da creature ai margini tra le varie stirpi come lei.
Una storia che mette al suo centro un personaggio femminile, a metà strada tra le supereroine a stelle e strisce e le protagoniste guerriere dei manga, in un universo inedito e complicato, che però una volta che avvolge è difficile lasciare e si vuole ritrovare al più presto. La serie è in corso di pubblicazione e le autrici stanno lavorando ai nuovi capitoli.
Monstress parla di identità e diversità, di femminismo e degli effetti di tutte le guerre in termini di devastazione e dolore, in chiave fantastica ma tra le righe emerge il mondo reale, con le discriminazioni, i contrasti, l’intolleranza ma anche il provare a volere, in mezzo a tanta sofferenza, una società migliore.

Marjorie Liu, classe 1979, di Philadelphia, è autrice di numerosi romanzi urban fantasy delle saghe The Hunter Kiss e Tiger Eye nonché di sceneggiature per i fumetti Marvel delle serie NYX, X-23, Dark Wolverine, e Astonishing X-Men. Il suo sito ufficiale è www. marjoriemliu.com

Sana Takeda è un’illustratrice e artista specializzata in fumetti. Nata a Niigata, risiede ora a Tokyo. A 20 anni ha iniziato la carriera come designer per le animazioni 3D presso SEGA, azienda giapponese di videogame, e a 25 è diventata un’artista freelance, attività che continua a esercitare. Ha lavorato a titoli come X-23 e Ms. Marvel per Marvel Comics, mentre in Giappone svolge prevalemente l’attività di illustratrice di giochi di carte collezionabili. Il suo sito ufficiale è http://www.sanatakeda.com/

Source: volume uno acquisto personale del recensore, volume due omaggio dell’Ufficio stampa Oscar Ink a Lucca Comics and Games che ringraziamo.

#Libriinarrivo #Novità #InLettura #N°4

29 novembre 2017 by

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:: Io e lui di Alberto Moravia (Bompiani 2000) a cura di Marcello Caccialanza

29 novembre 2017 by

io e lui“Io e Lui”, libro datato 1971, fu accolto dalla critica dell’epoca con un certo snobismo e pregiudizio immotivato, sicuramente a causa di una scabrosità di argomento.
Obbiettivamente parlando, quest’opera di Alberto Moravia non è di certo all’altezza dei suoi scritti precedenti, quali “La Ciociara”, “La Provinciale” o gli “Indifferenti”. Ma non ci si può esimere dal valutare questo romanzo alienandosi da banalità e da facili giochi di doppio senso di infimo gusto. Occorre quindi mantenere una certa lucidità intellettuale e prendere in considerazione l’originalità di questo contenuto. Ossia la conversazione freudiana, nell’umano inconscio, che intercorre tra il timido ed inetto protagonista (un regista da quattro soldi che cerca invano la vana gloria) e il suo tracotante organo genitale, sempre impegnato nella spregiudicatezza dei suoi atti libidinosi.
Tutto ciò diviene, quindi, uno spassoso ed ironico “j’accuse” sulla frivolezza di quell’individuo, avvolto nella sua mediocrità fisica e spirituale, che tenta di mostrare, al mondo circostante, la sua forza e la sua virilità; concentrandosi, non sulla bellezza del suo essere persona pulsante e pensante, ma puntando esclusivamente sulla potenzialità della propria prestazione sessuale, non accorgendosi in questo modo di sfiorare il ridicolo e di cadere nella peggiore forma di pietismo generale.
Nel 1973 il regista Luciano Salce ne trasse una divertente versione cinematografica, nella quale il ruolo del protagonista fu affidato all’attore Lando Buzzanca.

Alberto Pincherle Moravia (Roma, 1907 – 1990), è stato scrittore, giornalista, saggista, reporter di viaggio e drammaturgo. È uno dei più importanti romanzieri italiani del XX secolo.
Collaborò con giornali come “La Stampa”, il “Corriere della Sera” e “L’Espresso”. Tra i suoi libri più noti e tradotti in tutto il mondo ricordiamo Gli indifferenti, La ciociaraLa romana, Racconti romani e La noia.
Nel 1952 venne insignito del Premio Strega per I racconti, messi all’Indice dalla Chiesa. Dai suoi romanzi sono stati tratti numerosi film, tra i quali La ciociara di Vittorio De Sica, La noia di Damiano Damiani, Il disprezzo di Jean-Luc Godard e Il conformista di Bernardo Bertolucci.

Source: libro del recensore.

:: Lettere a Cioran di Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2017)

29 novembre 2017 by

lettere a cioranNiente si può comprendere della sua opera se prima non ci rendiamo conto di essere di fronte a una coscienza che non trova mai pace, esasperata da se stessa e tuttavia tenacemente vigile; a uno scrittore, a un uomo, che non si è mai nascosto dietro le sue paure, consapevole che è proprio il pungolo della paura – quando la si affronti a viso aperto- a renderci lucidi, a rivelarci la vera natura delle cose smascherando tutte le convenzioni legate al vivere e al suo perdere terreno.

Se Nicola Vacca ha un talento è sicuramente quello di rendere semplici concetti e pensieri estremamente difficili. Lungi da voler essere un fatuo complimento è una osservazione che sgorga spontanea dalla lettura di Lettere a Cioran Galaad Edizioni, prefazione di Mattia Luigi Pozzi.
Il suo talento divulgativo, vissuto come una vera vocazione più che una posa, è lontano anni luce dalle ostentazioni e dalle fisime dell’intellettuale che dispensa il suo sapere dall’alto di un piedistallo, ma tutt’al contrario, utilizzando un linguaggio colloquiale, semplice, immediato riesce a diffondere i concetti anche più irti e difficili, perché la diffusione del sapere non debba essere mai elitaria, creare barriere, ma appunto spezzarle in una comunione umana e umanistica che distingue il pensatore e studioso dall’intellettuale snob chiuso nella sua irraggiungibile torre d’avorio.
Nicola Vacca parlando di Cioran non utilizza una lingua da iniziati, ma nella semplicità (frutto di un’ attento studio e di una sensibilità affine), ci trasmette qualcosa di molto più prezioso, un’ autentica ammirazione (se non venerazione) per un pensatore, filosofo e scrittore difficile e iconoclasta come Emil Cioran davvero fu. Uno dei geni più controversi e poco omologabili che “il secolo breve” ha avuto.
Se il dubbio è la scintilla d’intelligenza che ha incendiato tutto il suo pensiero, Nicola Vacca ce lo dimostra più che aprioristicamente enunciarcelo. Lo scetticismo, quasi sempre visto con connotazioni negative e pessimiste, in Cioran è linfa e luce di un pensiero libero, e onesto, svincolato dalla gabbia dorata della sistematicità.
La realtà è così complessa e frammentaria che solo il frammento, l’aforisma, l’intuizione, la scheggia di pensiero e di scrittura, può definirla, con l’abilità che ci vuole a riunire le mille schegge di uno specchio in frantumi. La realtà è visione, e costa dolore assorbirla nelle sue mille sfaccettature distorte. Per guardare in faccia la realtà, le contraddizioni e il marcio di questo mondo, serve uno spirito scevro di illusioni, e nello stesso tempo attento alle pieghe dell’anima. Serve uno spirito senziente e in costante ricerca del vero e del reale. Anche quando la ricerca non porta in nessun dove. Ma è la ricerca stessa il senso.

Nicola Vacca scrive: Per Cioran meditare significa trovare la giusta distanza fra il pensiero e la parola: pochi ci riescono, ed egli è stato uno di quei pochi. Sempre difendendo un sano e caustico diritto all’insolenza, alla provocazione, il suo pensiero ha interso “sfregiare” ogni oggetto su cui si sia appuntato, per mettere in luce questa nostra caduca esistenza, il tragico il comico. E insolente, provocatoria è ogni parola, ogni pagina di Cioran, che concepisce in frammenti la sua intera opera perché è così, in frammenti, che vede o vorrebbe ridurre il mondo stesso.

Anche se è pur vero che tutti si suoi scritti non sono necessariamente rivolti a un pubblico e proprio nei sui Cahiers, appunti sparsi di una vita, dà il meglio di sé. In un mondo dove nessuno può salvare nessuno, Cioran scrisse per sé stesso per contenere e dominare i suoi demoni, le sue inquietudini di pensatore insonne, malato di verità.
Avvicinarci a Cioran, e Nicola Vacca ci aiuta proprio a fare questo, a percorrere questa iniziazione verso la vertigine, è un’ esperienza insolita e creativa. Difficilmente etichettabile come pura curiosità letteraria da esibire nei salotti più snob. Cioran è una presenza ingombrante e inquieta, che scortica le coscienze e ustiona i preconcetti e le rassicuranti favolette che ci possiamo raccontare per dormire sonni tranquilli. Cioran non si accontenta, si interroga, fino a sentire i pugnali nella carne, si inabissa negli oscuri meandri dell’ignoto, dell’inconoscibile, del poco ponderato. La sua religione è ciò che di più lontano possa esistere dal quieto vivere, dall’autocompiacimento e dall’autoassoluzione.
Bisogna essere capaci di perdersi, per seguirlo e imparare ad apprezzare il suo genio, la sua autentica vocazione al contraddittorio e al paradosso come Nicola Vacca fa da quando ha iniziato a leggere e meditare le opere di questo scrittore.
Cioran fu un uomo del suo tempo? Certo fu poco compreso dai suoi contemporanei, di cui stigmatizzava vizi e difetti, e questa espulsione dal consesso degli eletti intellettualmente omologabili, ne costituisce in un certo senso una sua prima virtù, facendolo diventare contemporaneo di qualsiasi uomo si interroga sul senso della vita e della realtà. Anche quando un senso non c’è e proprio la negazione di senso si ricollega ad un empirico paradosso esistenziale.
Il suo rifiuto di idolatrare la storia, come serie inenarrabile di abomini, compiuti da uomini verso altri uomini capaci di contabilizzare la morte nei campi di concentramento raggiungendo vette di crudeltà che poco hanno di umano, è a mio avviso la più alta vetta di una coscienza civile tormentata, non chiusa nel bozzolo della propria solitudine e del proprio egoismo. Cioran fu consapevole che la vita vira verso queste degenerazioni, che l’umanità ha in sé i germi del male, un Male metafisico e oscuro, pur tuttavia non si rifugia in un nichilismo di maniera, in un’ adorazione del nulla. Ma anzi questo nulla, che attira a sé tutto come una stella morente, cerca di superarlo, proclamando un disperato amore per la vita (non a caso Leopardi fu da lui un poeta molto amato). Raggiungendo vette mistiche inaspettate e insospettabili. Alla mistica, sia orientale che occidentale, fu sempre legato da un legame profondo.
Cioran si permette poi il lusso di contraddire se stesso, di non seguire una fitta rete di coerenti corrispondenze, per aderire più pienamente al reale. Nella realtà cambiamo idea, ci superiamo, evolviamo, pur senza rinnegare noi stessi, e come diceva Louis Ferdinand Celine non siamo infallibili, possiamo anche dire solenni sciocchezze. Possiamo mentire a noi stessi, pur non considerando la menzogna uno strumento di analisi. E da qui il gusto per il paradosso, per l’antinomia, il bisticcio di parole, la farsa.
Se poi vogliamo approfondire il discorso, avvicinarci ai testi di Cioran, la bibliografia essenziale (pag. 99) è piuttosto esaustiva, lo possiamo fare, anzi l’intero testo è un invito a farlo. Una lettura propedeutica e necessaria se vogliamo decriptare il suo pensiero e il suo complesso organismo intellettuale. Potete usare questo testo come una bussola, se deciderete mai di intraprendere il viaggio di approfondimento. Buona lettura.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: testo inviato dall’autore.

:: Facebook, Twitter, Instagram vi impediscono di leggere? Leggete di meno da quando state sui social?

28 novembre 2017 by

bny

O no, non avete notato differenze? Da lettrice me lo sono chiesta, quasi sentendomi in colpa per il tempo passato sui social. Certo leggere non è un’ attività da contabilizzare, non dovrebbe essere guardata con criteri come la produttività, ma un po’ tutti facciamo i conti con il tempo speso sui social, a volte visto come tempo perso. Ma sarà davvero così? I sondaggi dicono che si legge sempre meno, almeno in Italia, quindi noi lettori siamo quasi diventati una specie protetta, e in via di estinzione. Comunque ho davvero notato che in questi ultimi mesi leggo meno. Non solo per colpa dei social. Leggo meno, perlomeno meno velocemente. Che in realtà non è un male in assoluto, ma dilata i miei tempi, e da blogger che dovrebbe recensire sempre nuove novità mi mette fuori sincrono. Se fossi una semplice lettrice non sarebbe un danno, ma da blogger il problema diventa più ingombrante. Che poi è un gatto che si morde la coda, i social sono essenziali per tenere vivo un blog. Interagire coi lettori, magari restii a commentare sul blog, più loquaci sui social è importante per costruire la propria “identità” sociale. Per non farsi dimenticare. Bisognerebbe forse darsi dei tempi, limitarsi. Stare sui social che ne so dalle dieci alle undici del mattino, e poi dalle diciotto alle diciannove della sera. Contando i minuti? Sì, fa tanto burocrazia kafkiana. Forse è anche utopistico. So comunque per certo che quando lavoro, scrivo o traduco, stacco Facebook, sebbene lui diabolico ogni tanto salti su invitandoti ad attivare un sistema di notifiche, anche se chiuso. È un po’ come il respiro: se ci fai caso respiri consapevolemente, se no diventa un processo automatico e involontario. Ecco mi riprometto di staccare FB più spesso, con Twitter non mi capita, e leggere di più. E voi lettori avete notato che passate più tempo sui social che sui libri? Come avete risolto?

:: Bello, elegante e con la fede al dito di Andrea Vitali (Garzanti 2017) a cura di Valeria Gatti

28 novembre 2017 by

andrea vitali“ Se si girava a guardare com’erano andate le cose, la risposta era già pronta. Ma valeva la pena guardarsi indietro quando la vita scorreva in avanti ?”

Quel mese di Ottobre, lo ricordo ancora. Era il solito mese transitorio, quando l’estate è ormai un lontano ricordo, l’inverno non è ancora realtà e si vive di attesa. La notizia si sparse per le anguste vie del corso con una velocità disarmante. La Libreria del Corso stava per chiudere. Per i varesini, La Libreria, era un vero e proprio punto di riferimento. Non si trattava solo di libri, era molto di più. Ci si trovava lì, in quelle sale illuminate dal legno e dai sorrisi dei librai, anche solo per respirare cinque minuti di magia. Ci si avvicinava alle vetrine di proposito, con l’intento di leggerle, quelle vetrine. Perché i librai, su quella superficie gelida, ci scrivevano le frasi più belle, i pensieri più profondi, tratti dal libro del momento, e non solo. La crisi, si diceva, eliminava il superfluo, senza sconti. Venne il giorno della chiusura, e quel sabato, tutta la città, in ordinata processione, si strinse in un lungo e interminabile messaggio di commiato. Alla maniera dei librai, i pennarelli colorarono cartelloni enormi che restarono appesi per mesi. Inutile ammetterlo, l’amarezza si addentrò tra i palazzi storici, rendendo la città un po’ più triste.
Chissà qualcuno sosterrà che la fortuna non esiste e che il lieto fine è destinato agli illusi, ma io sono convinta che la magia dei libri esiste davvero e che l’impegno e il dovere aggiungono il tassello finale alle storie di vita.
La Libreria è rinata. Un nuovo nome, Ubik, uno spazio espositivo minimal, sempre nel cuore della piccola città chiusa tra il lago e la montagna. Ma, ciò che conta davvero e l’aria di pace e armonia, che è rimasta la stessa.
Ed è qui, tra le pareti bianche come la neve, nel salone dell’ultimo piano, che i librai organizzano gli incontri letterari. Qui, in questo salotto ricco di opere d’arte delicate come un raggio di luce d’inverno, Andrea Vitali ha presentato il suo ultimo romanzo, “Bello, elegante e con la fede al dito” edito da Garzanti.
L’autore arriva in perfetto orario, nella sala già gremita di lettori curiosi e l’allegro vociare si spegne all’istante. Il suo abbigliamento mi colpisce subito. Indossa abiti casual, e questo denota una sicurezza eccellente. Siamo tra amici, non servono inutili cerimonie. Sorride spesso, di un sorriso autentico, mai di circostanza. Altro punto a suo favore. Lo ammetto, mi piace. Sorrido anche io e mi godo la presentazione.
Ci si addentra nella trama che gran parte della platea già conosce. Siamo a Bellano, un affascinante paese lacustre dove Adalberto Casteggi, milanese, bello ed elegante oculista, vi si trasferisce per lavoro. Accetta l’incarico di sostituire un caro amico di famiglia presso l’ambulatorio del paese, certo che l’armonia e la pace del luogo faranno da sfondo a quella nuova, e qualche volta sognata, avventura. L’incontro con Rosa Pescegalli è la svolta, quella che il dottore ha sempre evitato.
Ascoltare Andrea Vitali raccontare di sé, delle sue ispirazioni, della spontaneità che prova ponendo l’articolo davanti al nome di battesimo, della ricerca mai banale dei nomi e cognomi che arricchiscono le sue storie hanno reso l’incontro un momento delicato, raffinato e ironico. Si ricorda spesso Piero Chiara, a cui la città è molto legata, e Vitali lo definisce più volte suo maestro. Lo si comprende per molte analogie: lo stile narrativo che rende anche una semplice novella una storia ricca e affascinante, e poi lo sfondo lacustre che riempie lo scenario arricchendo di dolce malinconia le vicende dei personaggi.
E, infine, non per ordine di importanza, i sentimenti che altro non sono che il perno su cui poggia la trama. L’amore e il tradimento, la rabbia e la rassegnazione, i sogni e la speranza. Il passato, il presente e il futuro, tutto quello che noi chiamiamo vita, insomma.
Un paio d’ore di cultura intelligente e armoniosa, sorrisi semplici e un libro eccellente, leggero ma profondo. Cosa si potrebbe chiedere di più?

Andrea Vitali è nato a Bellano, sul lago di Como, nel 1956. Medico di professione, ha coltivato da sempre la passione per la scrittura esordendo nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che si è aggiudicato l’anno seguente il premio Montblanc per il romanzo giovane. Nel 1996 ha vinto il premio letterario Piero Chiara con L’ombra di Marinetti. Approdato alla Garzanti nel 2003 con Una finestra vistalago (premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio Bruno Gioffrè 2004), ha continuato a riscuotere ampio consenso di pubblico e di critica con i romanzi che si sono succeduti, costantemente presenti nelle classifiche dei libri più venduti, ottenendo, tra gli altri, il premio Bancarella nel 2006 (La figlia del podestà), il premio Ernest Hemingway nel 2008 (La modista), il premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante, il premio Campiello sezione giuria dei letterati nel 2009, quando è stato anche finalista del premio Strega (Almeno il cappello), il premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio dei lettori, nel 2011 (Olive comprese). Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l’opera omnia e nel 2015 il premio De Sica. Il suo sito è: http://www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

:: Alibi di ferro di Tami Hoag (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

28 novembre 2017 by

alibi di ferroMinneapolis, novembre. Il Crematore sceglie le sue vittime, le cosparge di liquido infiammabile e le brucia. Il suo piacere mentre le osserva morire è immenso. Il suo godimento mentre le ascolta urlare nell’orrore della morte, non ha prezzo. Kate Conlan, avvocato. Bellissima quarantaduenne con un passato nell’Fbi al Centro Nazionale Analisi Crimini Violenti. John Quinn, profiler dell’Fbi. Preparato, attento, affascinante. I due si conoscono molto bene, hanno avuto una relazione in passato e i loro sentimenti sono in sospeso. L’indagine che seguiranno insieme sarà difficile e solcata da piste oscure. Il Crematore ha scelto Jillian, figlia di un famoso miliardario. Di lei nessuna traccia. Solo scene del crimine allucinanti, che provocano nausea e senso di oppressione. Solo il faccia a faccia tra i bravi investigatori e quelli ingolfati nel sistema politico americano. I piani alti insistono per convocare una prima conferenza stampa. Pretendono un identikit del presunto serial killer. Compare una giovane testimone, da proteggere … Un mix letale di azioni e reazioni scatenerà istinto di sopravvivenza e voglia di fermare l’assassino. Quinn è determinato, osserva, valuta e inizia a tracciare un possibile profilo del Crematore. Non è facile, perché potrebbe essere chiunque. L’indagine si trasforma in un testa a testa fra Kate, John e il killer. Tutti controllano tutti, o almeno cercano di farlo. Tutti hanno bisogno di sicurezza, per scacciare i demoni che li soffocano. Tutti soffrono, per quello che hanno vissuto e che non li abbandona mai, nemmeno nei sogni. Si scava nel privato delle vittime, si affrontano le famiglie che reggono un peso enorme sul cuore. Si racconta il silenzio del dolore, rinchiuso in contenitori ermetici. Si parla di amore malato, distorto, colpevole.
Alibi di ferro. Perfetto guscio protettivo per persone insospettabili. Una sfera di cristallo destinata a frantumarsi per mostrare una verità allucinante e perversa, insostenibile, stravolta. Tutto è fuori dagli schemi. Tutto.
Ottimo thriller. Buona lettura.

Tami Hoag vive in Florida ed è autrice di decine di bestseller. I suoi romanzi sono tradotti in più di 30 Paesi e hanno venduto 40 milioni di copie in tutto il mondo. Con la Newton Compton ha pubblicato La ragazza N°9, Indizio N°1Vittima senza nome e Alibi di ferro. Per saperne di più: www.tamihoag.com

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La Giusta Mezura di Flavia Biondi (BAO Publishing 2017)

28 novembre 2017 by

la giusta mezuraSe a innamorarsi sono capaci tutti, l’arte di coltivare un amore invece richiede impegno e qualità che mettono in gioco davvero gli innamorati a cui nessuno ha insegnato cosa succede dopo il celebre “vissero felici e contenti” delle favole. Di questa arte ci parla La Giusta Mezura, bellissima graphic novel virata al blu di Flavia Biondi, storia di un amore unico, e nello stesso tempo simile a tanti altri, quotidiano, dalle sfumature inaspettate.
Siamo a Bologna, città contemporanea, e nello stesso antica, fatta di chiese, portici, torri, vicoli caratteristici, in cui vivono i due protagonisti Mia e Manuel, trentenni in crisi, che dopo brillanti studi si arrabattano con lavori precari, che credevano provvisori, giusto necessari alla sopravvivenza in attesa di scoprire cosa fare della propria vita, e invece passano gli anni e nessuna vera occasione sembra proporsi.
Vivono in affitto in una stanza in un alloggio per studenti fuori sede, l’anello di congiunzione, il rito di passaggio, tra la vita in famiglia, e la vita autonoma da adulti indipendenti, mettendo da parte quello che possono col sogno di potersi permettere una casa tutta per loro. Ma l’indipendenza economica per molti ragazzi di quella generazione è un sogno, una chimera, un’attesa che logora sogni, aspirazioni, ideali. E nell’attesa anche i grandi amori possono finire stritolati e messi alla prova.
Mia e Manuel sono in crisi, si amano ancora ma incomprensioni, disaccordi, difficoltà minano l’idillio che esisteva ai primi tempi del loro innamoramento. E sarà per colpa di un problema lavorativo, o di un momento di stanchezza, che Mia si trova tra le braccia di un altro, giusto il tempo di un bacio, ma agli occhi della ragazza fatto della consistenza di un vero tradimento.
Tradimento che così sarebbe interpretato soprattutto da Manuel idealista e sognatore, che scrive un romanzo a puntate su internet sull’amore cortese e sogna che un grande editore lo noti e lo pubblichi dando concretezza alle sue aspirazioni di scrittore. E così Mia gli tiene nascosta questa debolezza.
Sarà la causa della loro rottura? Troveranno la strada per attuare i loro sogni, e le loro aspirazioni? Non vi dico altro, lascio a voi il piacere di scoprire come la storia prosegue. La Giusta Mezura, raccontata con delicatezza e ironia, è una storia simile a tante storie d’amore in crisi, nell’Italia di oggi, fatta di crisi economica e disoccupazione, mancanza di prospettive e disillusione. E nello stesso tempo è un analisi di come l’amore muta e si evolve, di come passa dall’euforia dell’innamoramento al giusto equilibrio che gli permette di diventare adulto, di sopravvivere agli ostacoli, alle difficoltà che la vita ci pone.
I dialoghi sono allegri, spigliati, anche pungenti e spiritosi. La vita quotidiana dei due protagonisti acquista una valenza universale e nello steso tempo consueta. Un tocco di sensualità avvolge le tavole più tenere e intimistiche. Ottima la scelta cromatica, che addolcisce la drammaticità del bianco e nero, con un blu rilassante e poetico.
Nel complesso un’ opera pienamente riuscita, che tratta sì temi seri, dall’amicizia, all’identità sessuale (bellissimo il personaggio di Tito), all’amore, all’idealismo, all’ aspirazione alla realizzazione economica e lavorativa, alla paura di diventare adulti con obblighi e responsabilità, alla ricerca di stabilità, ma lo fa in maniera lieve e anche divertente. Formato rilegato. Un regalo perfetto per la propria metà.

Flavia Biondi nasce a Castelfiorentino (FI) nel 1988. Da sempre appassionata di storie che raccontano le vicende del quotidiano lavora ai suoi fumetti tutti incentrati su personaggi all’apparenza modesta ma dal grande cuore. Dopo il diploma artistico e la laurea triennale presso L’accademia di Belle Arti di Bologna in Fumetto e Illustrazione, fonda assieme a sette colleghi “accademici” l’etichetta Manticora Autoproduzioni con cui collabora alla realizzazione di diverse antologie. Con la casa editrice Renbooks pubblica Barba di Perle (2012), L’orgoglio di Leone (2014), L’importante è finire (2015), tre graphic novel a tema LGBT. Nel 2015, per i tipi di Bao Publishing, pubblica il graphic novel La Generazione. Nel 2017 partecipa con una storia breve all’antologia “Melagrana” di Attaccapanni Press.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Chiara dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

:: Dieci anni insieme: Anniversary Giveaway

27 novembre 2017 by

anniversary

Liberi di scrivere compie 10 anni! Lo so il tempo sembra volato, ma abbiamo percorso insieme un significativo tragitto della nostra vita. In occasione di questo piccolo, ma per noi grande, traguardo ho deciso di organizzare un giveaway speciale a cui possono partecipare solo i blogger che hanno un blog letterario. Lasciate nei commenti il link al vostro blog e stasera, (sarà un giveaway lampo) estrarrò un buono Amazon da 10 Euro e sarete liberi di utilizzarlo a vostra scelta. Happy Tin Anniversary!

Vince il bonus Ilenia Bernardini di
http://www.libriealtridisastri.blogspot.it

:: I migliori consigli di scrittura dagli autori di libri di avventura a cura di Giulietta Iannone

26 novembre 2017 by

avventura

Credo che i romanzi di avventura stiano vivendo una riscoperta, sarà la crisi, il desiderio di evasione, di scoprire luoghi esotici, tesori, avventure entusiasmanti. Non credo sia solo una letteratura per ragazzi, come molti credono, anche gli adulti amano questo genere. Così ho chiesto ad alcuni scrittori che scrivo romanzi d’avventura quali sono i migliori consigli che darebbero agli autori che vogliono affrontare il genere. Ecco le loro risposte.

Marco Buticchi

Non ho mai creduto esistano ricette per costruire un buon romanzo di avventura. Se fosse vero, sarebbe sufficiente dosare sapientemente gli ingredienti per raggiungere la vetta del successo: ogni venti pagine una scena di sesso scatenato, ogni trenta un morto ammazzato e ogni cinquanta uno resuscitato, e il romanzo è fatto. L’effetto, invece, è quello di uno scritto costruito a tavolino: asettico, privo di forza, personalità e convinzione; senza anima. I primi ad accorgersene sono i lettori.
Sapete quale ritengo sia il segreto principe per una buona stesura? Quello di divertirsi ed essere i primi a stupirci per ciò che accade tra le pagine. Invece di sognare quanti ammalierete con le vostre parole, provate ad affascinare voi stessi con quello che state scrivendo, senza fronzoli e presunzioni. Affrontate ogni parola, ogni riga e ogni pagina con modestia: siete soltanto uno spettatore impotente di fatti che (auguriamoci) vi stanno travolgendo. Se non riuscite a stupire voi stessi, come pensate di tenere incollato un solo lettore alle pagine?
Armarsi di santa modestia – questo il secondo consiglio – non significa non osare: sono le grandi storie a farci sognare. Raramente ci appassioniamo per le vicende di esistenze comuni. Mentre sono le vite fuori dalla norma a scatenare la nostra curiosità.
Curate poi la forma: la lingua italiana è tanto bella quanto difficile. Non infilatevi in inutili virtuosismi lessicali. È già sufficientemente faticoso riuscire a spiegarsi correntemente con termini corretti.
Un romanzo non cresce nottetempo. Deve essere alimentato dal nostro quotidiano e assiduo lavoro. Se non avete voglia di scrivere, fate ricerche, correggete, rileggete. Ma non perdete il ritmo, altrimenti i tempi per finire il lavoro si allungano a dismisura.
Quando rileggete, non fatevi prendere da eccessivi entusiasmi. Siate freddi, critici e inflessibili: se una pagina non suona alle vostre orecchie, raramente potrà diventare sinfonia per quelle del lettore. Allora riscrivete, cambiate, tagliate sino a che non sarete convinti.
Affidate il vostro lavoro a occhi vergini che lo sappiano valutare senza lasciarsi annebbiare dagli affetti (in mancanza di professionisti anche quelli della zia professoressa andranno benissimo). Ascoltate sempre chi ha perso ore a leggervi: i suoi consigli sono comunque preziosi.
Non fidatevi mai di chi vi chiede denaro per pubblicare il vostro sogno: un autore che paga un editore è – diceva l’editore Mario Spagnol – un rapporto contro natura. La rete offre opportunità un tempo impensabili per la stampa di manoscritti: male che vada fate il conto di parenti e amici e regalate loro qualcosa di singolare.
Le case editrici sono quotidianamente sommerse dai manoscritti e raramente hanno il tempo di leggerli. Affidatevi a intermediari professionali per scardinare le roccaforti degli editori. Oppure fate come il sottoscritto: stampate a vostre spese il romanzo, distribuitelo nelle librerie e state a vedere che cosa succede. Se sono rose…
Pensate il meno possibile a platee sconfinate di lettori estasiati: se siete bravi e avete fortuna arriveranno anche quelle. Pensate invece che coronate un sogno e che lasciate una parte di voi per chi verrà. Questo dovrebbe essere sufficiente a sopire le aspettative più ambiziose. Se invece un giorno doveste raggiungere la vetta del successo, fate tesoro di quella modestia che vi ha condotto sino a lassù e, mentre guardate in basso, ricordatevi che l’onda non è facile da cavalcare. Allora non perdete tempo a elogiare voi stessi. Prendete carta e penna e ricominciate a scrivere con la passione di sempre.

Stefano Santarsiere

Un consiglio che rivolgerei a un autore che si accinge a scrivere un romanzo di genere avventuroso è quello, prima di iniziare l’impresa, di ‘sentire’ la storia. Nel senso di concentrarsi sull’idea centrale e verificare se accende l’urgenza di essere esplorata, sviluppata, trasformata in un libro. Deve scatenare un impulso simile all’eccitazione, alla frenesia di un amante impaziente di incontrare la persona amata. Solo così si ha la quasi certezza che l’idea, la storia che intendiamo raccontare, è in sintonia con la parte più profonda di noi.
Dico ‘quasi’ perché non basta avvertire l’urgenza, bisogna che essa resista al tempo. Perciò il mio ulteriore consiglio è: non mettetevi subito davanti al computer. Aspettate. Controllate se l’urgenza sopravvive ai giorni, se si affievolisce o addirittura si rafforza. Passate l’idea al vaglio del vostro senso critico, figuratevi le sfide narrative che comporta e se avete la forza di affrontarle, evocate il vostro editor interiore, quello che sogghigna o alza le spalle con degnazione davanti alle vostre scelte.
Se anche dopo questo setaccio l’idea è ancora lì che reclama la vostra attenzione, allora conviene raccoglierla, sostenerla. E abbracciarla.
Io ho iniziato la stesura de ‘La Mappa della città morta’ dopo un intero anno a fantasticare su questo esploratore morto nella giungla inseguendo un fantasma. Ci ho pensato spesso, a ogni ora del giorno e della notte, fin quando ho dovuto raccoglierne la voce e addentrarmi nella foresta.
Il resto della fatica l’ho affrontata sapendo che ne valeva la pena, almeno per me. Ed è già tanto.

Douglas Preston

The classic adventure novel takes ordinary human beings and puts them in extraordinary situations, where they are pushed to the limits of survival and find resources within themselves to overcome the enormous dangers and challenges they face. This is true of adventure and thriller stories from the Odyssey to King Solomon’s Mines to Treasure Island. The adventure novel explores not only exotic worlds but also human behavior at the extremes. Such novels often touch on the margins of evil—such as murder, war, violence, hatred, greed, and insanity.
But in addition, the great adventure novel, requires additional elements as well. First, you need a vividly realized and evocative setting, often exotic. You need characters who are well rounded and three-dimensional, not purely good or evil but mixed, as all human beings are. And you need good pacing. Pacing is crucial. One way to make sure you have structured your novel with good pacing is to make sure that every chapter advances the plot, no matter what else it does.
Those are the basic elements, in my view, of a great adventure novel. Of course, there are many other elements—surprise, good writing, bringing in the full range of senses, etc.

James Rollins

Becoming a published author basically boils down to a few key actions: Read, Write, Persist.
Read. Read everything in the genre in which you want to write, but don’t limit yourself. Read broadly. The best teacher of writing is a good book.
Write Every Day. Even if it’s only a few paragraphs, set aside some cracks in time to spoil yourself with the luxury of writing. If you write every day and read every day, your own skills will improve constantly. As you write and stumble on a scene or ponder some technique to develop character, you’ll find the answer in the next book you pick up and read. You’ll hear yourself constantly say, “Oh, that’s how you do that!” So let me repeat: The best way to learn to write is simply to read.
Be Persistent. Once you’re happy with your project, chuck that baby out and keep sending it out there until someone notices. Also allow the power of networking to help you: go to conventions, writing conferences, book signings. Talk to authors, agents, publishers. Sometimes this can be the back door into getting your own work noticed.
So there you have it: read every day, write every day, and persist in your dream.

:: Le stroncature danneggiano davvero un libro e di conseguenza un autore?

25 novembre 2017 by

bny

Credo che ogni blogger o recensore coscienzioso si sia posto questa domanda nel suo percorso lavorativo. Rispondendosi magari che se il libro è davvero pessimo danneggiarlo non è poi quel gran male. Si possono seguire due filosofie: il basta parlarne, (il vero danno per un libro è essere ignorato, scomparire nel nulla) per cui anche la cosiddetta pubblicità negativa è utile per vendere. O è un danno, protesto e cerco di limitare la libertà del recensore, perlomeno spingendolo a non pubblicare una recensione negativa, impossibilitato a fargli cambiare parere e scrivere contro coscienza. Diciamo che le stroncature non piacciono a nessuno, (un po’ centra anche l’ego, la cosiddetta vanità, ma non solo). Parlando da lettore hanno davvero influenzato i miei acquisti, anche le veloci recensioni di Amazon, poco strutturate, argomentate e a volte pure sgrammaticate. Se anche se ce ne sono tante positive, ne basta una negativa a farti venire dubbi. Che le positive siano pilotate? Che l’unica negativa sia scritta davvero da uno con le palle che ha osato dire la verità? Insomma è umano questo meccanismo, anche inconscio. Se capita a me che sono un lettore come dire informato, immagino che capiti anche su grande scala e danneggi realmente le vendite di un autore. Di solito i piccoli, le piccole CE tendono a essere molto combattivi in questi casi, probabilmente perchè riscontrano davvero che una stroncatura o più di una, più o meno autorevole, più o meno ben scritta, faccia calare le proprie vendite. Superando quindi il discorso su come è scritta, se è educata, rispettosa dell’autore e di chi ci ha lavorato a quel libro, se sia scritta con cognizione di causa e per validi motivi (per esempio non essendo influenzati dall’antipatia che può ispirare l’autore, per esempio), a volte si può scegliere davvero di non parlare di un libro, piuttosto che stroncarlo, anche in modo scientifico e inoppugnabile. Sempre naturalmente mettendo in conto che le opinioni sono personali, ciò che vale per me può non valere per un altro, etc… Io personalmente faccio molta fatica a scrivere stroncature, non mi piace parlare di libri che non mi sono piaciuti. A volte non riesco proprio a finirli, per cui il problema recensirlo o meno proprio non si pone. Ricordo il caso delle Cinquanta sfumature di grigio. Solitamente i libri che non mi piacciono li abbandono, quello mi sforzai di leggerlo fino alla fine, ma poi mi rifiutai di parlarne. Proprio non ce lo volevo sul mio blog. Preferisco non parlare di un libro che giudico nocivo. E non perchè tema critiche o rappresaglie. La stroncatura l’avevo pure scritta, ma preferii non renderla pubblica. Ritenendo che anche le stroncature possono generare curiosità.

E voi vi fate condizionare come lettori dalle stroncature? Avete mai non comprato un libro perchè un recensore che giudicate autorevole e competente, che proprio ammirate, ha detto che un libro non vale la pena leggerlo?

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.