:: Come ho incontrato i pesci – Ota Pavel (Keller Editore, 2017) a cura di Viviana Filippini

24 novembre 2017 by

come ho incontrato i pesciTorna, grazie a Keller editore, la scrittura di ricordi e memorie di vita con “Come ho incontrato i pesci” di Ota Pavel. Il libro dello scrittore cecoslovacco è un viaggio dentro all’infanzia del piccolo Ota, dove una delle componenti fondamentali per passare il tempo, e per portare a casa qualcosa da mangiare, era la pesca. Il pescare per la famiglia Pavel era una sorta di mantra e non a caso tra le pagine si scorgono le avventure del narratore che andava a pesca con il padre e con lo zio Prošek, i due migliori pescatori del mondo secondo Pavel scrittore. Anzi, a dire il vero, dalla lettura, si scopre che il vero e indiscusso maestro di pesca è proprio lo zio acquisito, il traghettatore Karel Prošek di Luh Pod Branovem, perhè fu lui ad insegnare l’arte della pesca a Ota e ai suoi fratelli Hugo e Jirka. Lo zio era un uomo con degli enormi baffoni, capace fare tante di quelle cose (pescare, traghettare con il fiume in piena, cucinare, arare, seminare, mungere le mucche, intrecciare il vimini e ridere di gusto) da sembrare agli occhi del narratore una specie di geniale mago. Il libro non è solo pesca, perché la scrittura chiara e limpida di Pavel, grazie anche alla traduzione di Barbara Zane, narra al lettore come si svolgeva la vita lungo il fiume. Nel libro si alternano momenti di gioia a momenti nei quali invece si percepisce l’incombenza oppressiva della Seconda guerra mondiale e del Nazismo. Ed ecco che Pavel senior e anche lo junior (Ota per intenderci) si destreggiavano con impegno a pescare, perché con ad un certo momento, quando il conflitto si fece sempre più vicino, il pescare diventenne per i protagonisti del libro una vera e propria forma di sopravvivenza. Il libro è strutturato in tre parti: Infanzia, Un giovane uomo coraggioso e Ritorni, nelle quali assistiamo alla crescita di Ota Pavel e alle sue avventure di giovane uomo diretto verso la soglia dell’età adulta. A differenza de “La morte dei caprioli belli”, in questo lavoro letterario, nel quale troviamo elencati con precisione tutte le specie di pesce che lo scrittore era abituato a pescare, si affacciano le prime e drammatiche avvisaglie di quella malattia mentale (la schizofrenia) che colpì Otto Popper, a tutti noto come Ota Pavel. Il libro pubblicato da Keller – l’ultimo scritto da Pavel e uscito postumo nel 1974- ci porta ancora di più dentro alla vita di un uomo che, grazie alla scrittura, riuscì a lasciarci la testimonianza di quella che fu la sua infanzia, dells ricerca – a tratti spasmodica- della libertà e della pace, in un mondo dove le vite della gente di Buštehrad sembrano, ancora oggi, una dimensione magica dentro ad un globo afflitto dal conflitto bellico. Alla fine del libro ci son tre racconti “Il grande vagabondo delle acque” e “Pesciolini secchi”, pubblicati per la prima volta nel 1980 e “La caccia all’aspio predatore”, uscito su rivista (Kmen) nel 1983. Come ho incontrato i pesci di Ota Pavel è un libro importante, che fa sorridere e commuovere, che permette a Pavel di fare memoria delle sua vita e rende noi lettori partecipi del cammino di crescita – non sempre facile- di un uomo.

Ota Pavel era nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga.
Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz.  Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli e Come ho incontrato i pesci, editi entrambi da Keller.

Source: libro del recensore.

:: Un’ intervista con Gilly Macmillan

24 novembre 2017 by

Era il mio migliore amicoSalve signora Macmillan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta sul mio blog. Ci parli di lei. Chi è Gilly Macmillan? Punti di forza e di debolezza.

Ciao! Grazie per avermi invitato sul tuo blog. Tra i punti di forza la persistenza, l’attenzione ai dettagli e l’immaginazione. Tra i punti di debolezza la procrastinazione, l’impazienza e una vera smodata passione per il ciocolato!

Raccontaci qualcosa delle tue origini, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una città del Regno Unito che si chiama Swindon con i miei genitori, un fratello, una sorella, cani e gatti. Durante i miei studi ero appassionata di molte materie ma la cosa che amavo di più era l’arte, specialmente lo studio della letteratura. Mi laureai in storia dell’arte quando andai all’Università e sono fermamente convinta ora – sebbene non ne ero consapevole a quel tempo – che la storia dell’arte mi ha insegnato come scrivere dato che trascorsi praticamente cinque anni imparando come tradurre in parole ciò che vedevo.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Sono stata una appassionata lettrice da quando posso ricordare. Non penso di aver trascorso un giorno della mia vita senza che abbia letto un libro. C’è stato un momento nella mia vita quando i miei figli hanno iniziato la scuola e non avevo un lavoro e pensavo perché non provare a vedere se potevo io stessa scrivere fiction? Ho pensato che sarebbe stato bellissimo se ci fossi riuscita, ma non avevo tutta quella fiducia. Fu una sfida che proposi a me stessa.

Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Credo che un buon scrittore necessita di empatia e comprensione della natura umana, per prima cosa, perché il nostro lavoro è proprio portare il lettore nella mente delle altre persone. Un buon scrittore deve anche essere un buon osservatore e un buon ascoltatore così che possa creare un mondo in cui il lettore possa credere. E per fare questo, per prima cosa deve osservare.

Sono già usciti in Italia i libri 9 giorni e La ragazza perfetta. Ora è uscito Odd Child Out, il tuo mystery d’esordio, con il titolo Era il mio migliore amico. Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a scrivere il romanzo? Che tipo di ricerca è stata necessaria?

Il punto di partenza per me è stato la scena all’inizio del libro. E ‘stata la prima cosa a cui ho pensato e penso che il titolo italiano renda bene il concetto di quale sia il tema centrale del romanzo. Stavo pensando di scrivere una storia sull’amicizia e mi chiedevo come sarebbe stato se un evento misterioso ma traumatico avesse lasciato due migliori amici in una situazione in cui uno di loro non può parlare di quello che è successo – in questo caso perché è in coma – e dove l’altro non ne parla, anche se il lettore non sa perché. Vivo a Bristol, dove è ambientato il libro, e la conosco molto bene, quindi la più grande sfida che ho avuto in termini di ricerca è stata quella di cercare di rendere giustizia ai miei personaggi che hanno viaggiato dalla Somalia per crearsi una nuova vita nel Regno Unito. Ho fatto molte letture e ricerche online per cercare di ottenere questo effetto. Ero particolarmente interessata a trovare resoconti in prima persona dell’esperienza dei rifugiati, e ho anche visitato un centro per rifugiati a Bristol. Ho fatto molte ricerche sulla storia della Somalia, quindi il mio resoconto del background della famiglia Mahad, e in particolare le ragioni della loro fuga dalla Somalia, potrebbe essere davvero veritiero.

Il tuo romanzo parla di legami familiari e dell’amicizia tra un ragazzo inglese e un ragazzo immigrato di origine somala. Come hai sviluppato questi temi?

Ho sempre amato le storie di amicizia, e penso che tra di esse le più interessanti siano quelle in cui gli amici provengono da contesti differenti. Volevo che i ragazzi del mio libro fossero adolescenti perché l’amicizia tra adolescenti può essere particolarmente intensa. Una volta stabilita l’identità dei due amici che sono al centro del romanzo, mi sono interessata alle loro famiglie, a come l’evento che coinvolge entrambi i ragazzi all’inizio del romanzo avrebbe avuto un impatto e un coinvolgimento su di loro, così come sui ragazzi. I rifugiati e l’immigrazione sono un argomento politico così importante e con una retorica così radicale e spesso negativa, che volevo davvero raccontare una storia molto personale come contrasto.

Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Ci ho messo 18 mesi, che è più di quello che avevo pianificato. Solitamente scrivo un libro in un anno. L’argomento delicato al centro del romanzo mi ha spinto a trascorrere più tempo di quanto solitamente faccia di solito sia nel raccontare la storia che nello sviluppare i personaggi. Alla fine spero di aver raccontato la storia con empatia. Se il lettore percepisce questo, allora il tempo extra trascorso sul libro varrà oro.

Parlaci dei personaggi principali.

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due ragazzi di quindici anni, uno il migliore amico dell’altro. Noah è un ragazzo bianco, è nato e cresciuto a Bristol. La sua famiglia è economicamente molto benestante. Noah non è del tutto privilegiato, però, perché ha sofferto di cancro a fasi alterne da quando era un ragazzino. Abdi è nato durante il viaggio fatto dalla sua famiglia dalla Somalia in Europa, mentre fuggivano dalla violenza della guerra civile somala. I ragazzi si incontrano in una scuola privata in cui Noah la frequenta poiché suo padre è andato lì, mentre Abdi la frequenta perché ha vinto una borsa di studio. Sono inizialmente attratti l’un dall’altro perché ognuno si sente diverso dagli altri ragazzi e la loro amicizia si sviluppa da questo. Entrambi sono intelligenti, entrambi vogliono fare bene e per entrambi i ragazzi la famiglia è estremamente importante.

Cosa ti è piaciuto di più durante la stesura del libro?

Adoravo creare un thriller con al centro un’amicizia e ho amato tessere tutti i segreti, le storie e le tensioni delle famiglie dei ragazzi. Anche l’opportunità di apprendere in dettaglio cose su un’altra cultura attraverso la mia ricerca è stata sorprendente. Il 99% di ciò che ho letto non è incluso nel libro, ma è stato affascinante conoscere la Somalia e la sua storia.

Ci sono progetti cinematografici in vista? Se Hollywood decidesse di farne un film, chi vedresti bene nelle parti di Noah, Abdi e del detective Clemo?

Non ancora, ma sarebbe fantastico se succedesse un giorno! Per la parte di Clemo ci vedrei bene Andrew Scott o Rafe Spall. Noah e Abdi sono così giovani che amerei vedere recitate le loro parti da attori anche sconosciuti e pronti a cogliere l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico.

Era il mio migliore amico ha ricevuto il plauso dei blogger, delle riviste letterarie, dei giornali, degli altri scrittori, tra le altre cose, come tutti i tuoi romanzi. Credi nel potere del passaparola?

Ci credo, probabilmente perché amo quando qualcuno mi raccomanda un libro. Sono sempre molto grata per le parole positive spese per un mio libro, da chiunque provengano. Quando scelgo un libro spesso vado a vedere cosa i recensori e i blogger ne hanno scritto. E’ una cosa bellissima se leggi recensioni positive ed è anche fantastico se anche i lettori l’ hanno accolto positivamente. Il passaparola può essere molto potente e non conosco un singolo scrittore che non sia grato di scoprire che un suo libro sia stato raccomandato a qualcuno.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono alcuni dei tuoi scrittori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato la tua scrittura?

Sono stata influenzata soprattutto da James Lee Burke, i cui gialli di Detective Robicheaux mi hanno mostrato che potevo scrivere trame elettrizzanti e personaggi che esplodevano letteralmente dalla pagina e combinarli con uno straordinario senso dei paesaggi e della scrittura che può essere brutale ma anche a volte intensamente lirica. Anche la serie del Detective Rebus di Ian Rankin mi ha influenzato, così come i libri di Linwood Barclay. Leggo molto e sono influenzata da molti stili di scrittura e generi diversi. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Gabriel Garcia Marquez, P.D. James e Ruth Rendell. Ma ce ne sono molti altri…

Cosa stai leggendo in questo momento? Puoi consigliarci alcuni thriller inglesi scritti da donne?

Sto leggendo The Trouble with Goats and Sheep di Joanna Cannon. E’ un mystery ambientato durante l’ondata di caldo che abbiamo avuto nel 1976 in Inghilterra. Non è tanto un thriller piuttosto è una storia di crescita raccontata da una ragazza, ma ha anche un mistero al centro di tutto. Per i thriller inglesi di autori femminili consiglierei qualsiasi cosa di Sophie Hannah, Tana French o Robert Galbraith (che suona come un nome maschile, ma è, ovviamente, il nome d’arte dei thriller di J.K. Rowling).

I due migliori consigli che daresti agli scrittori di thriller

  • (i) Alla fine di ogni pagina che scrivi, chiediti quanto segue e rispondi onestamente: se stavo leggendo questo libro, vorrei girare la pagina? Se la risposta è “no” o “non sono sicuro”, devi riconsiderare ciò che hai fatto.
  • (ii) Tieni i nervi saldi. Ci vuole molto tempo e molte revisioni per scrivere un buon thriller. Devi essere concentrato.

Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li adoro! È un tale piacere e un privilegio incontrare lettori, librai, giornalisti ed editori di tutto il mondo. A volte le differenze linguistiche o culturali possono portare ad alcune domande divertenti durante le intervista, ma penso che sarebbe sbagliato da parte mia darti qualche dettaglio! La sfida più grande è quella di affrontare un volo molto lungo, in un fuso orario molto diverso, e apparire qualche ora dopo, fresca e pronta per discutere del tuo lavoro in modo intelligente!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Al momento non ci sono piani per farlo, ma se dovessi essere invitata, sarei lì in un lampo! Amo l’Italia e ho trascorso molte vacanze esplorando il tuo bellissimo paese.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Ho appena terminato la prima bozza del mio quarto libro e attualmente sto lavorando alle modifiche. Si chiama Time to Tell ed è la storia di un uomo di nome Cody Swift che torna a Bristol dopo una lunga assenza per intervistare l’assassinio ventitreenne dei suoi due migliori amici per un podcast. Il podcast è presente per tutto il libro. Sentiamo anche la storia del detective coinvolto nell’inchiesta originale. Ha anche un caso in corso che può o non può far luce sul passato. L’ultimo pezzo del puzzle viene dalla storia della madre di uno dei ragazzi assassinati. Ho adorato scrivere questo libro e sono entusiasta di condividerlo con i lettori il prossimo anno!

:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017 by

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!

:: Casamia di Francesca Varagona

24 novembre 2017 by

LilliLiliana ha passato la cinquantina e il quintale di peso.
La incontro nello spogliatoio di un centro medico dove si reca un paio di volte alla settimana per le sue sedute di idrokinesiterapia.
Ha gli occhi larghi e arriva con anticipo. Si siede sulla panca e legge. Le piace non fare aspettare, dice, e riprende la lettura. Legge. Legge sempre.
Lilli è straniera, viene da un paese dei Balcani sconvolto dalla guerra solo qualche anno prima. Ha problemi alla schiena, attende un’operazione. Pesa troppo e lo sa, ma non si è risparmiata. Racconta la sua vita alla giovane terapeuta senza enfasi, con calma e determinazione. È separata.
“Anche tu?” le domanda la giovane fisioterapista con il rossetto brillante e gli occhi mesti che medita di lasciare l’Italia in cerca di un guadagno migliore, forse di un nuovo amore.
“Da sette anni”, racconta Lilli con orgoglio.
L’intera sua vita passata si snoda durante la seduta, mentre esercita la schiena e i muscoli intorpiditi con l’aiuto delle manopole e del tubo galleggiante. La racconta con una voce piana, dal leggero accento slavo. Sposata a vent’anni, con un uomo insensibile. Due figlie. Lavoro. Lavoro. Lavoro e poi la catastrofe. La guerra. Il sovvertimento di ogni certezza. La fuga sotto l’Alto Patronato per i Rifugiati Politici delle Nazioni Unite. La vita di un’esule che ricomincia da zero.
Cambia nel fisico, Lilli, “nella corporatura”, come dice lei con il suo italiano curato, sorprendente sulla bocca di un’operaia straniera. Cambia nelle scelte. L’uomo, il marito – “ex” come precisa con una punta d’orgoglio, adesso – accumula debiti su debiti. Vende la loro casa in patria, quello che rimane delle loro poche cose, al suo paese non ha più nessuno.
E ricomincia. Prima accanto a lui: bussa alla porta di amici italiani.
Il suo primo colloquio di lavoro, dieci anni prima, in un’azienda dell’Appennino, sono due frasi.
“Quando sei nata?”
“Hai voglia di lavorare?”
Subito assunta. Ma lui, il suo ex, è contrario. La ingiuria.
“Sei impresentabile”.
La denigra, soprattutto in presenza di altri.
“Non vali niente”.
“Se vuoi lavorare devi fare prima tutti i servizi di casa – le intima. E il pane fresco. Tutte le settimane. Tutte le domeniche”. Un pane nero e aspro.
Lei, dura, resiste. Lavora in fabbrica. Si spacca la schiena. E lava e pulisce e stira. E tutte le domeniche impasta e cuoce il pane che lui non vuole comprare. Va avanti sei mesi, poi lui capitola: “Va bene, è meglio se lo compriamo”. Lilli non ha tentennamenti né lacrime. Sono passati sette anni da quando è sola.
La volta che era andata dal giudice per la separazione, lui l’aveva intimorita:
“Non ti do niente, non avrai niente. Non ti do un soldo, se vuoi stare da sola”.
Non fa una piega. Rinuncia a tutto.
Il giudice la ferma: “Signora, è sicura?”
Lilli è decisa, è un caterpillar: “Voglio firmare”.
La prima cosa che ha fatto, dopo essere entrata a casa da sola, ha comprato uno zerbino. C’è scritto “Casa mia”.
Ha sopportato di tutto. Le umiliazioni. Gli scorni. I tradimenti. Il suo ex si è messo con la madre di un compagno di scuola della figlia minore.
La ragazzina si voleva suicidare.
“L’ho salvata per i capelli”. Lo dice con l’amore e l’orgoglio di una donna che ha visto il peggio.
“Ieri ho saldato l’ultima rata dell’ultimo debito”.
Sono libera, dicono i suoi occhi vispi, il viso pacioso; la sua schiena malandata, ma non spezzata, dritta.
“Mi operano tra tre mesi”.
“E’ un intervento molto costoso?”, s’informa gentile la fisioterapista.
“Ce la farò. Se non mi curo non posso lavorare. Lavorerò di nuovo. Darò un futuro alle mie figlie.
Se ce l’ho fatta finora, con quello che ho visto, posso resistere ancora”.
Nello spogliatoio, al termine della seduta, mentre si riveste mi confida: “Adesso mi aspettano tre quarti d’ora in corriera; tutti i benefici della terapia sfumano così. Quando arrivo a casa ho più male di prima”.
Ma non importa.
Non devo più cuocere il pane della mia terra. Non devo più rendere conto a un uomo che mi ha buttata via quando non ero più piacente. Posso pulirmi le scarpe impolverate sullo zerbino e chiudere la porta di casa.
“Casa mia”.

(settembre 2013)

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: La maschilista ero io di Sara Giangreco – Un progetto in crowdpublishing

24 novembre 2017 by

Parliamo oggi di Bookabook, casa editrice in crowdfunding, con Sara Giangreco autrice di un romanzo dal titolo La maschilista ero io che affiderà la pubblicazione proprio a questa casa editrice. Che cos’è Bookabook? Come gli si propongono i libri? Come avviene la selezione? Come sono organizzate le campagne? Ho fatto alcune domande a Sara e lei gentilmente mi ha risposto.

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Benvenuta Sara sul mio blog e grazie di aver accettato di rispondere ad alcune domande per spiegare meglio nei dettagli il progetto. Per prima cosa parlaci di te, raccontaci la tua esperienza di autrice.

Grazie Giulietta per l’opportunità di far conoscere la mia modesta storia. Sono principalmente una mamma, al momento purtroppo disoccupata.
Ho studiato in un liceo linguistico – umanistico che mi ha dato un’impronta letteraria e mi ha fatto appassionare alla scrittura e alla filosofia, alla cultura in generale, soprattutto quella che parla dell’animo umano, delle persone. Ho frequentato qualche corso di scrittura creativa all’epoca e i miei racconti sono sempre piaciuti, ovviamente questo è stato uno stimolo per approfondire.
Terminato il liceo, dopo il diploma, ho scoperto di aspettare un bambino e successivamente, dopo 15 mesi dalla nascita del primo, una bambina.
La mia passione ha avuto uno stop, il mio matrimonio non andava bene e facevo fatica a gestire tutto così giovane.
Per molti anni non ho più pensato alla scrittura, fino a che mi sono resa conto che dovevo riprendere in mano la penna, o meglio, la tastiera.
Avevo tante cose da dire, da condividere e quindi due anni fa ho creato il mio blog http://www.nowaytobeme.com, dove racconto episodi della mia vita, dei miei figli, parlo di attualità e del mondo che ci circonda con ironia e sarcasmo, ma a volte anche con la giusta serietà.
Un giorno ho avuto un’illuminazione, ho trovato un filo conduttore tra alcuni post pubblicati e ho deciso di raccoglierli in un libro, di fare un tentativo per vedere se fossi in grado di scriverne uno.
In un primo momento ho optato per l’autopubblicazione, poi ho siglato un contratto con la casa editrice Cavinato Editore International che ad oggi distribuisce il mio libro “Nowaytobeme – Un libro semplice per una vita complessa” sui più importanti store on line in formato digitale. Direi che come primo tentativo è andato bene.
Adesso il mio secondo lavoro, un romanzo, è attualmente on line in una campagna crowdpublishing, s’intitola “La maschilista ero io”.

Raccontaci qualcosa sul tuo libro, come si intitola, come è nata l’idea di scriverlo?

Il mio nuovo lavoro, un romanzo, si intitola “La maschilista ero io”. E’ stato un libro difficile da scrivere perché per la prima volta mi sono dovuta immedesimare in situazioni delicate e ripercorrere alcune brutte emozioni vissute anche da me.
Beatrice, la protagonista, racconta in prima persona la sua vita non facile e piena di delusioni, causate principalmente dall’influenza negativa degli uomini che ne hanno fatto parte. Questa giovane e carina ragazza deve affrontare una gravidanza inaspettata, che deve condividere con uomo che non ama più, un uomo possessivo e che la fa sentire inutile.
Termina il liceo piena di ambizioni – sopra tutte diventare una scrittrice – che quest’uomo, Marco, cerca di sminuire e distruggere, facendo vacillare la fiducia che aveva in sé stessa.
Da qui inizia la sua avventura, piena di sofferenza, autocritica, tanto che Beatrice si rende conto di essere talmente schiava della cultura “maschiocentrica” da diventarne complice, da accettarla inconsciamente per avere un po’ di quiete, di essere lei la più grande maschilista.
Vive grandi amori, amicizie, si autoboicotta, si dispera, si rialza e cade di nuovo. Vive attanagliata nei sensi di colpa, nella vergogna e nella paura di fallire.
E’ una storia tutto sommato comune purtroppo, che molte donne hanno vissuto; molto passionale e critica.
Non volevo affrontare l’argomento con un punto di vista prettamente “femminista”, ma volevo fare un’analisi spietata di come molte donne finiscano in catene senza nemmeno accorgersene, di come il maschilismo sia talmente radicato che spesso siamo proprio noi a perpetrarlo, a tenerlo in vita. Vorrei che il lettore e la lettrice, attraverso le emozioni di Beatrice, trovino la consapevolezza delle proprie azioni, vedano quello che c’è al di là di ciò che sembra normale, ma non lo è, ovvero la violenza psicologica, ma anche monetaria, che spesso noi donne subiamo senza nemmeno rendercene conto.

Ora parlaci della casa editrice con cui lo pubblicherai e della forma di crowdfunding che organizza. Conoscevi già queste forme di finanziamento, che precisiamo non è un crowdfunding puro, insomma il lettore prenota solo in anticipo l’acqusito del libro che poi sarà pubblicato come succede in tutte le case editrici, giusto?

Siccome sembra che le cose semplici mi stiano lontane, ho deciso di inviare il mio manoscritto alla casa editrice Bookabook, che ha un nuovo concetto della pubblicazione, che si chiama “crowdpublishing”, per cui sono sostanzialmente i lettori a decidere quale libro venga pubblicato e quale no. Non conoscevo questo tipo di editoria prima, ma ti spiego meglio: Il materiale inviato viene visionato due volte dagli editor e valutato per scrittura, contenuto e qualità. Se passa queste due selezione, viene organizzata una campagna crowdfunding sul loro sito, gestita da loro, che però non è una vera e propria raccolta fondi, in quanto il lettore pre-ordina il libro, in pratica lo acquista. Il goal da raggiungere è di 200 pre-vendite, se si centra l’obiettivo il libro verrà pubblicato e distribuito da Messaggerie Libri (il più grande distributore di editoria italiano) nelle librerie e negli store on line in formato cartaceo e e-book. Quindi insomma, ne vale la pena.
Al momento il mio romanzo è in fase di crowdfunding.
Lo staff di Bookabook segue l’autore passo passo, è estremamente disponibile e presente. Se il romanzo raggiunge l’obiettivo prefisso nella campagna crowdfunding la casa editrice mette a disposizione anche un ufficio marketing per ottimizzare le vendite dopo la pubblicazione.
Ho scelto questa strada per testarmi e anche perché le garanzie a contratto sono decisamente maggiori rispetto a quelle proposte da altre case editrici, che per ovvie ragioni non scommettono moltissimo sugli autori emergenti.

A che punto siete, hai riscosso un buon interesse?

Sono passati 13 giorni dall’inizio della campagna e ho già raggiunto il 27% dell’obiettivo, direi che è un ottimo risultato.
Certo, per un’autrice emergente e fondamentalmente sconosciuta, raggiungere 200 lettori senza avere un prodotto in mano, materiale, da toccare e visionare, non è semplice. Terminati amici e parenti è necessario crearsi un pubblico, cosa che spero di riuscire a fare, anche grazie a te e a chi come te ama la lettura e scoprire nuovi nomi.
Inoltre il tema del maschilismo è diventato mainstream oggi dopo il caso Weinstein e spero di dare un contributo con il mio romanzo anche alle associazioni che si occupano di abusi e violenza sulle donne, come Non una di meno, Se non ora quando e molte altre, a sradicare questa mentalità per cui la donna deve sacrificarsi, per cui un insulto, una frase sgradita a sfondo sessuale, uno schiaffo, sono in fondo cose sopportabili per non disturbare labili equilibri famigliari o lavorativi. Per me tutto questo deve finire e spero attraverso “La maschilista ero io”, nel mio piccolo, di aiutare donne e uomini a raggiungere l’autoconsapevolezza, sperando che prendano la forza di cambiare e di rispettare sé stessi e gli altri, onorando anche chi ci ha provato, ma non c’è riuscito.
Grazie infinite per l’interesse e spero di aver stimolato i lettori a sostenermi nella campagna. Per me questo libro è davvero importante e vorrei poterlo stringere fisicamente tra le mani alla fine di questo percorso!

Bene è tutto. Vi ho incuriosito? Volete aiutare questa giovane autrice? Partecipate prenotando il suo libro! Un caro saluto a tutti.

:: La vita sociale dei cani di Elizabeth Marshall Thomas (Longanesi 2001) a cura di Marcello Caccialanza

24 novembre 2017 by

la vita sociale dei caniIl cane è per costume l’amico più fedele dell’uomo, perché ama incondizionatamente, senza pretendere nulla in cambio! C’è chi afferma, a ragion veduta, che abbia coscienza di sé e chi, invece, per partito preso, lo nega spudoratamente.
Elizabeth Marshall Thomas, autrice di questo coinvolgente e sentito testo narrativo “La vita sociale dei cani” è pienamente convinta che questo sia un animale che possieda, niente di meno, che l’innata capacità di leggere i pensieri dei propri simili e di conseguenza anche i nostri. E proprio in queste pagine, che si leggono tutte d’un fiato, ha voluto, lei stessa, farsi un’idea su ciò che i nostri amici a quattro zampe pensano, vivendo a stretto contatto con l’uomo. Ossia ha cercato, avvalendosi di veri e propri studi comportamentali, fatti sul campo, di intuire la loro visione del mondo, per comprenderne le loro aspirazioni sociali.
Questa pubblicazione nasce come costola e logica conseguenza di un’opera precedente, dal titolo “Vita segreta dei cani”, in cui l’autrice, ci ha accompagnato in quel viaggio surreale, utile a svelare un mondo affascinante, dove gli stessi cani hanno una sorta di profondo desiderio intimo, quello di stare con i propri simili, per apprenderne i comportamenti, nella cieca obbedienza alle leggi del branco medesimo.
In questo testo, però, Elizabeth Marshall Thomas va oltre, perché porta la sua analisi ad un livello superiore. Descrive infatti la vita che i nostri animali domestici accettano di condurre con i propri padroni e con altri animali di diversa specie. Si parlerà così di acquisizione di nuovi usi e costumi.
Il lettore avrà, in questo modo, la ghiotta occasione di assistere, con i propri occhi, alla vita della stessa autrice e della sua famiglia allargata, composta dal marito Steve, dai suoi numerosi cani, gatti e pappagalli; una vita di certo non noiosa ed alquanto esilarante.
Nicholas Dodman, autore del “Cane che amava troppo dice in merito a questo testo

Ricco di storie divertenti e toccanti: un libro per chiunque voglia capire in quale modo i cani si adattano a vivere con gli esseri umani.

Elizabeth Marshall Thomas è un’etologa dilettante, autrice del saggio Warrior Herdsmen e di The Harmless People ( sulla tribù africana dei !Kung) e di alcuni romanzi, tra cui La luna delle renne e Una stella all’orizzonte (disponibili in edizione TEA).
Il saggio La vita segreta dei cani, apparso in questa stessa collana nel 1994, ha ripetuto in Italia il travolgente successo di pubblico che aveva registrato in America e uguale accoglienza è stata riservata a La tribù della tigre.

Source: libro del recensore.

:: Selma Dabbagh in Italia

23 novembre 2017 by

Dabbagh_PisaSelma Dabbagh, scrittrice anglo-palestinese, autrice di Fuori da Gaza, sarà nuovamente in Italia per un nuovo giro di incontri. Ecco gli appuntamenti:

24 Novembre a Cagliari Festival Internazionale Nues, alle ore 10,00 alla MEM Mediateca del Mediterraneo (via Mameli, 164), parteciperà all’incontro Femminile multiculturale con Sumia Sukkar(autrice del libro “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”) e la sceneggiatrice Francesca Ceci, modera l’incontro la giornalista Federica Ginesu. Sempre il 24 Novembre a Cagliari alle ore 18,00 presso il teatro Ts’E (via Quintino Sella) parteciperà all’incontro Europa_Oltre con Sumia Sukkar e Rodaan al Galidi (L’autistico e il piccione viaggiatore), tre autori della collana Altriarabi Migrante. Nel corso dell’evento Giacomo Casti leggerà alcuni brani dei libri presentati. Modera Chiarastella Campanelli (il Sirente).

Sabato 25 Novembre Selma Dabbagh presenterà il suo libro a Roma presso la Libreria Griot (via di Santa Cecilia, 1a)

Domenica 26 Novembre presso il circolo Arci Sparwasser (via del Pigneto, 215 Roma) con Monica Usai (Libera contro le Mafie) Riccardo Noury (Amnesty International)

Lunedì 27 Novembre ore 15,30 presso la Sala del Consiglio del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma Tre modera il prof. Gennaro Gervasio, introduce la prof. Anna Bozzo.

Per finire sempre lunedì 27 Novembre alle ore 18,30 Selma Dabbagh presenterà il suo libro presso il Mondadori Bookstore di via Appia Nuova, 56 (Roma) con Anna Maria Giordano (Radio Rai 3), letture a cura dell’attore Filippo Carozzo, traduce Fouad Rouehia.

:: Come cambia l’informazione – I giornali on line: Tra normativa e prassi, le responsabilità del giornalista a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2017 by

rotative

PALERMO – L’evento formativo che si è tenuto nell’Aula Magna del Tribunale di Palermo, lo scorso sedici novembre, ha visto la partecipazione sentita di due categorie professionali che stanno vivendo profondi e repentini cambiamenti nella loro quotidiana attività. Un po’ per la crisi economica, un po’ per l’evoluzione tecnologica, si avverte il bisogno di rinverdire i presupposti strategici sia dell’ordine dei giornalisti italiani, sia di quello degli avvocati. E a parlare per primo è stato l’avvocato Giuseppe Di Stefano il quale ha affermato:

Un evento come questo ci forma, siamo in contatto con i giornalisti per avere una visione comune della società”.

Da dove partire per arrivare al cuore delle problematiche di questo convegno?
Dalle leggi in Italia. Quante sono?
75.000 a livello statale; 150.000 in totale, comprendendo anche le leggi regionali.
In Francia, ci sono circa 7.000 leggi, in Germania anche meno.

Da noi, dunque leggi sconfinate, un numero senza limiti.
Riflettiamo su questo dato di fatto, poi possiamo procedere per affrontare gli altri aspetti sorprendenti che ci riguardano come cittadini dalle troppe norme che non sempre agiscono in difesa dei diritti.
A seguire, l’intervento dell’avvocato Nino Caleca per il quale se la comparsa di internet è un’evoluzione, ciò significa che entriamo in un mondo totalmente nuovo, e occorrono anche accorgimenti giuridici diversi; vale a dire adeguare le norme penali alle regole del web.
Operazione quasi impossibile. Ed emerge la dicotomia tra due ambiti, quello europeo e quello degli Stati Uniti. Esistono due blocchi.
Da una parte, l’Europa si prodiga per una libertà di espressione che tuteli e trovi un limite; dall’altra la visione U.S.A. molto più tollerante e morbida.
Cioè, per gli States non esisterebbero limiti alla manifestazione di pensiero.
Per esempio, per gli statunitensi non ci sarebbe bisogno di intervenire neanche di fronte alle c.d. Fake News.
Quale delle due soluzioni prevarrà alla fine? Chi avrà la meglio, Europa o Stati Uniti?

Due concetti vanno approfonditi per interpretare il problema:

1) Internet è un sistema di produzione di informazione decentralizzato: tutti sul web possono produrre informazione.
2)Per rendere utilizzabile questa massa di informazioni è essenziale il ruolo di chi ordina questi flussi di notizie (perché qualcuno c’è che lo fa) tramite algoritmi.

Ora, la rete è aperta a tutti, ma pochi sono i soggetti che mettono in ordine queste informazioni. Questo è quello che fa per esempio Google News, il motore di ricerca più affidabile.
In Italia, i giornali sono in crisi e la Rete per i giovani è la principale fonte di informazione.
Già, ma cos’è un “algoritmo”? Semplicemente un numero di operazioni con cui si risolvono alcuni problemi; un insieme di istruzioni: con l’algoritmo le macchine imparano da sole (“machine learning”: “l’apprendimento automatico rappresenta un insieme di metodi sviluppati negli ultimi decenni in varie comunità scientifiche con diversi nomi come statistica computazionale, riconoscimento di pattern, reti neurali artificiali, filtraggio adattivo, teoria dei sistemi …”).
Più dati leggo, più sono in grado di sapere ciò che il consumatore vuole.
Stessa concezione anche con il social dei social, Facebook.
E’ così che vengono calpestati i diritti alla riservatezza, e anche alla dignità umana.
Ma di questa violazione i provider rispondono?
Nella diffamazione attraverso internet, è possibile individuare da dove parte l’offesa, cioè dove si commette la prima azione. Poi il resto è tutto una catena.
La Polizia postale, responsabile di questa materia, tuttavia non compie quasi mai indagini.
E’ ancora un teatro in costruzione, la difesa da nuovi mezzi di diffamazione.
Come controllare allora il mondo dei social media di per sé non controllabile facilmente?
La chat è uno spazio in cui si consumano i reati potenziali.
Il resto del seminario è stato dedicato tutto alla trattazione del Testo Unico dei doveri del giornalista (2016-2017) che – come si legge nella premessa –

nasce dall’esigenza di armonizzare i precedenti documenti deontologici al fine di consentire una maggiore chiarezza di interpretazione e facilitare l’applicazione di tutte le norme, la cui inosservanza può determinare la responsabilità disciplinare dell’iscritto all’Ordine”.

Occorre prima di tutto una tempestiva rettifica di notizie, obbligo non solo per il giornalista, ma anche per l’editore di una testata.
Diritto all’oblio? Parliamone. Quale condotta deve tenere il giornalista in merito?
Fondamentale è il rispetto della identità della persona.
Riferimenti a fatti del passato devono essere effettuati solo se necessari. Occorre poi dare notizia del reinserimento del soggetto nella società; pure una valutazione attenta sull’opportunità di pubblicare una notizia.
Più andando a fondo con questo ragionamento, viene in superficie la questione del trattamento dei dati personali. La riservatezza, per esempio, per i dati che riguardano minori (Carta di Treviso), soggetti deboli, stranieri.
Importantissimo, oltre ai doveri di rettifica delle notizie, il rispetto delle fonti e del segreto professionale.
Siamo nell’ambito di una sfera spesso trasgredita.
Ultime tematiche sono: i doveri in termini di pubblicità e sondaggi, informazione sportiva, e uffici stampa.
Le conclusioni di questo percorso formativo sono volte a scacciare gli spettri del panico di fronte al dilagare di una informazione non garantita.
E’ vero, l’America ha un diverso concetto di libertà, e noi in Europa siamo più per la tutela, la garanzia.
Ma non serve l’eccessiva cautela, la rete non è il far west, anzi, a volte esprime una vigilanza impressionante. Provando a tirare le somme, siamo in una fase cruciale, di passaggio, sappiamo che quello che abbiamo davanti è ancora confuso, oscuro, incerto, ma non per questo dobbiamo privarci della speranza che possa in futuro servire l’ignoto per decodificare presente e passato.
Cliccate su google la parola “coraggio” e imparerete a volare.

:: Un’ intervista con Antonio Zoppetti

23 novembre 2017 by

diciamolo in italianoBentornato sul nostri blog, ci siamo conosciuti tanti anni fa, ricordo a Milano abbiamo preso un caffè in piazza Duomo, sei tra i pochi che mi conosce personalmente. Poi ti abbiamo intervistato per il blog, chi fosse curioso può trovare qui la vecchia intervista. Ti ritrovo paladino della lingua italiana e della sua purezza lessicale. Una domanda a bruciapelo: l’italiano, nella tua esperienza di docente e di scrittore, è davvero in pericolo?

Prima di tutto credo sia necessario chiarire un equivoco: non sono affatto un paladino della purezza della lingua, e ci tengo a sottolineare che non c’è nessun “purismo” nelle mie ricerche. Storicamente, il purismo si è sempre opposto ai neologismi e ha rappresentato un freno all’evoluzione della lingua, che invece, essendo viva, ha bisogno di evolversi e arricchirsi. Per questo ritengo che l’italiano sia effettivamente in pericolo: perché non è più capace di evolvere e di stare al passo con i tempi. Invece di creare parole nuove per le cose nuove, non fa altro che importare termini inglesi, senza tradurli, senza adattarli, e preferendoli spesso anche nel caso esistano gli equivalenti italiani. Il mio allarme, però, non come i tanti che sono stati lanciati in passato, è basato sui numeri e su una ricerca inedita: negli ultimi 30 anni gli anglicismi senza adattamento registrati dai dizionari sono più che raddoppiati (dai 1.600 circa del Devoto Oli 1990 ad almeno 3.400 del 2017), come è aumentata la loro penetrazione nel linguaggio comune (un tempo erano soprattutto tecnicismi, oggi no). La cosa più preoccupante riguarda i neologismi. Stando a Devoto Oli e Zingarelli, quasi la metà delle parole nuove del nuovo Millennio è in inglese (se si aggiungono i semiadattamenti come whatsappare, googlare, downloadare… le percentuali salgono). Insomma, il rischio è che presto ci mancheranno le parole italiane per esprimere le novità e saremo costretti a parlare in itanglese. Ciò è già successo in vari ambiti come quello del lavoro o in vari settori della scienza e della tecnologia. A rischio, però, c’è soprattutto il lessico, cioè le parole che usiamo, e non la struttura della nostra lingua e la sintassi. Questo va precisato. Ma dal punto di vista lessicale, dallo spoglio dei dizionari, emerge che ormai il 4 o 5% dei sostantivi che abbiamo per esprimere le cose è costituito da anglicismi senza adattamento. E se questa crescita non cambia, intorno al 2050 potrebbero rappresentare il 10% dei nostri sostantivi.

Una volta erano i latinismi, o i grecismi molto diffusi, ora è l’inglese la lingua dei detentori del potere economico, politico e anche culturale. E’ un senso di sudditanza che ci spinge, anche inconsciamente, a usare più anglicismi di quanto sia strettamente necessario?

Certamente! Abbiamo un complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, e preferiamo usare termini inglesi, o più precisamente angloamericani, perché ci vergogniamo di adattarli come si faceva un tempo (rivoltella da revolver), di tradurli (bistecca e grattacielo da beefsteak e skyscraper) e addirittura preferiamo l’inglese come sostituto di parole esistenti: stiamo dicendo sempre più competitor al posto di competitore, o mission, vision… Controllavo le frequenze di pusher sui giornali e ho visto che ormai ha rimpiazzato abbondantemente spacciatore. Parole come tesserino al posto di badge arrancano, e mi chiedo se oggi si possa ancora parlare di un completo al posto di un outfit, o di trucco e di truccatrice, invece che di make up e make up artist o se non siano ormai termini da “vecchie signore cotonate”, come mi è stato fatto notare.

Per fare il punto sull’ invasione degli anglicismi nell’ italiano hai scritto da poco un libro: Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (prefazione di Annamaria Testa), Hoepli 2017. Raccontaci la sua genesi, cosa ti ha spinto a scriverlo?

Volevo pubblicare uno studio sull’italiano del nuovo Millennio, alla ricerca di come stia cambiando la nostra lingua ed era quello il mio scopo, ma arrivato a scoperchiare il problema degli anglicismi, che rappresentano solo una parte di questo cambiamento, mi sono fermato perché mi sono reso conto di qualcosa che non era mai stato conteggiato. Paradossalmente, sono partito dalla convinzione che gli anglicismi non fossero affatto un problema, seguendo le teorie di De Mauro e di illustri studiosi “negazionisti”, ma approfondendo e contando mi sono reso conto che le cose non erano così. Se nel 1980, secondo lo stesso De Mauro, c’erano solo una decina di anglicismi che facevano parte delle parole di base, oggi sono decuplicati, e nell’aggiornamento dello stesso dizionario se ne contano 129. Quelli che un tempo erano tecnicismi di bassa frequenza, nella bocca degli addetti ai lavori (benchmark, spread…) oggi sono nelle orecchie di tutti. E allora ho approfondito e pubblicato nuovi numeri e dati, e ritengo che dopo questo libro le tesi dei negazionisti, che avevano un perché sino a 30 anni fa, non siano più sostenibili.

Tutte le lingue hanno origini meticce, molte parole derivano dal francese, dal tedesco, dall’arabo, dalle lingue slave. Studiando queste origini si può studiare le influenze che alcune culture hanno avuto sulle altre, si possono studiare le migrazioni dei popoli, si può studiare la storia dell’umanità. Non è affascinante, non è un arricchimento, invece che una mera forma di colonialismo culturale? E’ solo proprio l’inglese che ha una massività fuori controllo?

Questo che tocchi è un argomento fondamentale su cui però si fa spesso molta confusione. La lingua di Dante è stata influenzata dalla lingua d’oc e d’oïl, e includeva latinismi, gallicismi, parole ebraiche, arabe e di altre origini ancora, che sono state tutte italianizzate. È sull’adattamento che va spostata la questione. Sulla necessità sacrosanta di “accattare” parole di altre lingue, per dirla con Machiavelli, hanno insistito linguisti e pensatori di ogni epoca, da Ludovico Muratori fino ad Alessandro Verri, che nella sua solenne “rinunzia”, pubblicata sul Caffè, al vocabolario della Crusca (che voleva ingessare l’italiano alla lingua del Trecento e dei classici) scriveva che avrebbe usato qualunque parola, francese, tedesca, inglese, turca, greca, araba o sclavone, se se italianizzandola fosse servita. Lo stesso concetto che si trova in Leopardi. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca? Il fatto che nessuno si è mai sognato di fare entrare nel nostro lessico migliaia e migliaia di forestierismi non adattati. Oggi, in gioco, non c’è una questione di principio, non c’è alcun opporsi all’inglese per purismo o antipatia. È un problema di numeri e di sproporzioni preoccupanti che hanno snaturato il nostro lessico. I francesismi non adattati sono meno di 1.000, nei dizionari, e il francese ci ha influenzati attraverso substrati linguistici secolari, dal provenzale ai tempi di Dante, sino all’epoca delle invasioni, l’Illuminismo, l’età napoleonica e la Belle époque. Anche i substrati secolari dello spagnolo hanno lasciato poco più di un centinaio di parole non adattate. Tutte le altre sono state perfettamente assimilate e integrate nel nostro sistema senza traumi. Dallo spagnolo ci arrivano i tanti nomi che terminano in –iglia (bottiglia, pastiglia, maniglia, quadriglia) oppure caramella, torrone, appartamento, borraccia, dispaccio, cordigliera, mattanza… Il francese ci arricchiti con quasi tutte le parole che terminano in -zione (emozione, precisazione, rivoluzione), in –ismo, –ista, –aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio…). Ecco, questo è l’arricchimento: parole nuove che si adattano alla nostra fonetica, alle nostre regole, ai nostri suoni. L’inglese sta invece colonizzando il nostro lessico con suoni estranei, parole che si scrivono e pronunciano in modi che snaturano e scardinano il nostro sistema, e soprattutto con una pervasività che cresce esponenzialmente e che ha già portato all’itanglese in certi ambiti e che porterà all’itanglese anche nel linguaggio comune, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi e adattamenti, e se non la smettiamo di pensare che l’inglese sia una lingua superiore alla nostra. Stiamo attuando quella che ho chiamato la “strategia degli etruschi”, che si sono sottomessi spontaneamente alla cultura romana sino a scomparire.

Ricordo che ci sono paesi molto “campanilisti” lessicalmente, soprattutto mi viene in mente la Francia, parole come computer, ormai comunemente usata anche da chi non è un cultore sfegatato degli anglicismi, è l’ordinateur. Solo in Italia non c’è questo spirito di difesa del proprio patrimonio linguistico? E’ finito il tempo in cui l’italiano era per esempio la lingua della lirica?

L’italiano è stato il modello culturale dominante durante il Rinascimento, la nostra epoca d’oro, quando ci siamo imposti in tutto il mondo anche linguisticamente non solo nella musica (fuga, sonata…), ma anche nell’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Ma quei tempi sono passati e lontani e oggi esportiamo marchi come Eataly o Slow food. Molti dei nostri antichi termini internazionali oggi rientrano nell’italiano dall’inglese, ma purtroppo solo dopo un adattamento linguistico che li trasforma in suoni d’oltreoceano. Pensiamo a una delle nostre eccellenze: il design. Il termine deriva dal nostro disegno, che però non possiamo più utilizzare in questo senso. E lo stesso si può dire di schizzo, che è diventato sketch e ci ritorna così nel suo significato di scenetta teatrale invece che dipinta; maschera ha generato mascara e ci ritorna così, persino novella, che entra nell’inglese grazie al Boccaccio con il significato di romanzo, oggi ritorna nelle graphic novel all’inglese, mentre in spagnolo si dice novela gráfica, e in francese roman graphique. Nella Costituzione francese c’è scritto che il francese è la lingua istituzionale, e nessun politico potrebbe varare act invece di leggi o introdurre spendig review, ministeri del welfare o garanti della privacy, da loro. In Spagna operano almeno 20 accademie per mantenere l’uniformità linguistica dello spagnolo in tutti i Paesi dove si parla, e tra le loro attività c’è proprio la diffusione e la circolazione delle alternative autoctone agli anglicismi. Il dizionario panispanico dei dubbi è un manuale che ogni giornalista tiene sulla scrivania e consulta, e alla sua presentazione ufficiale erano presenti tutti i mezzi di informazione, che, consapevoli dell’enorme responsabilità che hanno nella diffusione della lingua, si sono impegnati a non abusare degli anglicismi, per citare Gabriele Valle. Da noi i giornali e la televisione, che un tempo hanno contribuito all’unificazione della lingua, oggi la stanno distruggendo, e sono considerati da molti studiosi i maggiori “untori” delle parole inglesi.

Mio fratello mi faceva notare, ne è nato un dibattito in famiglia, che hai usato molti numeri e dati statistici. Hai utilizzato un rigoroso criterio scientifico? Quanto tempo hai impiegato a raccogliere tutti i tuoi dati?

Nel 1992 ho curato il riversamento elettronico del primo dizionario digitale italiano, il Devoto Oli 1990, la prima opera che consentiva un’analisi linguistica automatizzata. Sono partito dall’estrazione dei circa 1600 anglicismi dell’epoca, e poiché questo primo prototipo ha avuto scarsa circolazione, i dati in mio possesso erano praticamente inediti, nessuno li ha mai analizzati prima. Ho confrontato questi dati con quelli di Devoto Oli e Zingarelli 2017, e così ho potuto non solo quantificare l’aumento degli anglicismi, ma anche smontare la tesi dei negazionisti che sostengono che gli anglicismi siano soggetti ad obsolescenza rapida e passino di moda. Questi argomenti però non sono basati su alcuno studio basato sui numeri. Confrontando gli anglicismi del 1990 e quelli del 2017 e ho scoperto che mentre ne sono entrati quasi 2.000 nuovi, quelli usciti sono solo 87! Ma poi le mie ricerche si basano anche sui dizionari delle parole di base di De Mauro, sui grafici di Ngram che permettono di vedere le frequenze delle parole nei libri indicizzati da Google, e anche sugli archivi digitali dei giornali. Ho usato tutti gli strumenti attualmente a disposizione, e l’ho fatto in modo rigoroso, visto che un tempo ho avuto la fortuna di conoscere e di lavorare con il padre mondiale della linguistica computazionale, Roberto Busa, e che mi occupo di analisi linguistiche digitali dagli anni Novanta. In sintesi, la mia ricerca e i miei conteggi si sono svolti in circa 6 mesi di ricerche, ma alle spalle avevo decenni di esperienze pregresse. Sulla “scientificità” e il rigore dei numeri che ho presentato sto aspettando che qualcuno si faccia avanti per smontarli, se ne è capace. Sarei ben lieto di discuterne e di difendere le mie ricerche, ma per il momento nessun negazionista mi ha affrontato su questo terreno. Li invito a farlo. I miei dati sono pubblici e controllabili, e sono scientifici proprio perché sono in teoria falsificabili.

A un certo punto dici che gli anglicismi spesso arrivano propagati dai media, e in molti casi scompaiono perché non riescono ad acclimatarsi e entrare nei dizionari. Dunque la lingua è un’entità viva, in costante movimento, giusto?

Certo che la lingua è un’entità viva, ma proprio per questo si può ammalare e anche morire se non si sa adeguare ai cambiamenti storici. Se l’adeguamento di fronte alla modernità e alla tecnologia significa usare l’inglese non c’è futuro, e l’italiano di domani sarà l’itanglese. Comunque non bisogna confondere gli anglicismi incipienti e circolanti con quelli che si attestano ed entrano nei dizionari. In realtà noi viviamo in una nuvola di anglicismi che ci avvolge e che viene propagata dagli apparati mediatici, molto superiore ai numeri che si ricavano dai dizionari. Molte di queste parole sono però occasionalismi, e quindi non sempre si affermano e si stabilizzano. L’unica obsolescenza dell’inglese è qui, nelle migliaia di parole che usiamo con una frequenza bassa o passeggera, e che talvolta non si affermano. Ma quando invece entrano nel dizionario, poi è molto difficile che escano o regrediscano.

Molti politici ostentano l’inglese nella loro comunicazione. Da cosa deriva secondo te? Oltre alla sudditanza culturale di cui parlavamo prima. Ci sono parole in inglese che restano più in mente, che condizionano più incisivamente l’uditorio. L’uso dell’inglese è anche strumentale?

L’ostentazione dell’inglese è una moda, e secondo me è da mettere in relazione con il fatto che l’inglese non lo sappiamo: solo il 34% degli italiani è in grado di sostenere una conversazione e solo il 40% ha una conoscenza di base più bassa, dai dati ISTAT 2012. Dunque, meno si conosce l’inglese e più si vuole fare gli americani come nella canzone di Carosone o nel film Un americano a Roma con Alberto Sordi. I politici che si riempiono la bocca di anglicismi e che li introducono nel linguaggio istituzionale, quando devono parlare l’inglese vero risultano imbarazzanti.
Ma a questo proposito bisogna fare una distinzione tra gli anglicismi. Ci sono quelli che piacciono nel parlare, la lingua dell’ok, qualcuno l’ha chiamata. Per esempio diciamo preferibilmente weekend, happy hour, part-time, o usiamo espressioni non nei dizionari come my dear, please, oh my God... Ma questo è un problema marginale, se non altro queste espressioni sono comprensibili a tutti. Gli anglicismi del Nuovo millennio sono invece quelli “difficili”, imposti dall’alto, che non arrivano a tutti e spesso non risultano comprensibili. Si tratta di un linguaggio che evoca modernità e internazionalismo, ma è solo un’apparenza. E su questo effetto che dà una maggiore scientificità a espressioni per esempio come trend al posto di tendenza, ci sguazzano i giornali, le multinazionali (che sono impregnate di customer care o di limited edition invece che di assistenza clienti o di offerte limitate) e soprattutto i politici. Il nuovo politichese punta all’anglicismo, che suona come moderno, per mascherare eufemisticamente come stanno le cose. Meglio parlare di gig economy o di jobs act invece che di sfruttamento dei lavoratori e di abolizione dell’articolo 18. Ribattezzare job center le agenzie di collocamento serve per far credere che sia stato fatto qualcosa di nuovo, anche se nella sostanza non è cambiato nulla. Il linguaggio della pubblicità e della politica deve evocare per convincere, e questo si fa seguendo una precisa strategia commerciale (o forse di marketing suona a molti più moderno?) che è una scelta voluta e funzionale che va a scapito della trasparenza e della chiarezza.

Progetti per il futuro?

Preferisco parlare di progetti presenti, che spero di concretizzare in un futuro molto prossimo. Dopo i numeri che ho pubblicato, il secondo passo è quello di creare un dizionario delle alternative agli anglicismi, per farle circolare. In Italia non esiste molto in proposito. La gente ripete quello che sente e pensa che certi anglicismi come budget, range, welfare, privacy… siano ormai insostituibili, mentre si può dire perfettamente stanziamento o tetto di spesa, divario, stato sociale, riservatezza… Ognuno parla come vuole, questo deve essere chiaro, ma per potere scegliere è necessario che le alternative circolino. E per avere idea dei numeri vi rimando per esempio alla lettera C del mio dizionario in costruzione (LINK ): ho trovato più di 300 alternative agli anglicismi solo con questa lettera. Basta fare i conti per capire meglio quello che sta succedendo al nostro lessico. Quando avrò terminato questa impresa, mi piacerebbe tentare il terzo passo: provare a creare un movimento di opinione e di consumatori che passino dalla protesta all’azione. Molta gente non ne può più dell’abuso degli anglicismi, e se questa fetta di consumatori e di elettori si organizzasse e protestasse, forse le cose potrebbero cambiare. In Germania i consumatori hanno esercitato pressioni per esempio sulle ferrovie dello Stato obbligandole a ripensare la loro comunicazione anglicizzata e a tornare a un linguaggio fatto di parole tedesche. Da noi invece la prima classe è diventata business o premium, e la terza si chiama economy, si aprono le aree kiss and ride, ci si vanta di aprire help center invece di punti di informazione… Per passare a questa terza fase ho però bisogno di creare una comunità di persone disposte a collaborare, non posso essere da solo. È un’impresa difficile, ma punto molto nella possibilità di aggregazione della rete. In ogni caso ci voglio perlomeno provare.

Grazie, è stato piacevole chiacchierare con te, poi facciamo un gioco, contiamo tutti gli anglicismi che ho usato io nelle domande e tu nelle risposte. Ora ti saluto, alla prossima.  

:: 3000 chicchi di riso di Alberto Girotto (Compagnia Editoriale Aliberti 2017) a cura di Davide Mana

23 novembre 2017 by

3000 chicchi di risoMolti rimangono sorpresi nello scoprire che l’Italia è il maggior produttore di riso in Europa, e uno dei maggiori nel mondo, al punto che il nostro riso viene esportato in Estremo Oriente, ed apprezzato per la sua qualità .
In “3000 Chicchi di Riso” Alberto Girotto non ci offre solo una collezione di ricette, ma una vera e propria esplorazione del riso, alimento fondamentale per miliardi di persone, fondamento diculture e non solo di tradizioni culinarie.
In fondo è questa la differenza sostanziale fra un libro di cucina e un ricettario – quest’ultimo è una lista di formule, mentre il primo non ci parla solo di calorie e porzioni, tempi di cottura e condimenti, ma va oltre, e ci offre lo spaccato di una o più culture. Ci insegnanon solo a cucinare, ma anche ad apprezzare ciò che sta dietro a quello che mettiamo in padella.
Il libro di Girotto è suddiviso per capitoli, ciascuno dedicato ad un’area geografica, e corredato di una nota introduttiva storica e culturale. Alle ricette si alternano note sulle varietà  di riso disponibili sul mercato, sul loro uso e sulle loro caratteristice peculiari.
Scopriamo intanto la storia degli spaghetti di riso e altre curiosità .
Dall’Estremo Oriente (che fa comprensibilmente la parte del leone) si passa all’Asia Centrale e al Medio Oriente, all’Europa, alle Americhe, all’Africa e infine all’Oceania.
Ogni ricetta è accuratamente descritta e accompagnata da una fotografia particolarmente attraente.
“3000 Chicchi di Riso” (il titolo si riferisce alla quantità  che quasi ovunque nel mondo costituisce una porzione di riso, circa 95 grammi) è un volume intelligente, che interesserà  sia chi è alla ricerca di qualcosa di nuovo da mettere in pentola, ma anche chi è semplicemente interessato a scoprire quanto sia versatile il riso, e quanta varietà  storica e culturale questo semplice ingrediente esprima in tutto il mondo.

ricettaAlberto Girotto è nato a Biella. Viaggiatore del mondo per promuovere commerci, è da sempre un buongustaio goloso e curioso, oltre che appassionato di storia, etnologia, gastronomia e soprattutto di riso. In questo campo ha collezionato oltre 4.200 ricette con il riso di più di 170 Paesi del mondo. Ha un blog in quattro lingue, 3000 chicchi di riso, che presenta curiosità sul riso, ricette, notizie storiche e etnografiche dei paesi produttori di riso e viaggi.

Source: pdf inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Compagnia Editoriale Aliberti”.

#Libriinarrivo #Novità #InLettura #N°3

22 novembre 2017 by

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:: L’uomo di casa di Romano De Marco (Piemme 2017) a cura di Nicola Vacca

22 novembre 2017 by

l'uomo di casaIn occasione del Premio dei Lettori come romanzo più votato sul sito del Premio Scerbanenco 2017, in cui è rientrato nella cinquina finale, (il vincitore sarà proclamato il 4 dicembre), publichiamo questa recensione di Nicola Vacca già edita su Satisfiction.

Romano De Marco con L’uomo di casa scrive un thriller accattivante. L’ambientazione americana è impeccabile.
L’autore ricostruisce perfettamente i luoghi in cui si svolge la storia. Tra Richmond e Vienna, cittadina della Virginia, De Marco costruisce una storia mozzafiato dagli intrighi e colpi di scena infiniti che inchiodano i lettori al libro.
Su diversi piani temporali si svolgono le vicende narrate: un passato da incubo che riporta alla memoria il caso della misteriosa Lilith di Richmond, una donna che mai nessuno è riuscita a identificare ed è ricercata per il sequestro e l’assassinio di numerosi bambini.
Poi c’è il presente con il barbaro assassino di Alan, trovato morto nella sua auto in un parcheggio, e la storia di Sandra Morrison, sua moglie, che dopo la morte del marito si chiede chi fosse davvero l’uomo con cui ha condiviso un pezzo importante della sua vita.
Alan sempre premuroso e attento, appunto un perfetto uomo di casa, professionista stimato che non trascurava nulla adesso si scopre che aveva dei segreti e una doppia vita che lo ha portato a essere assassinato brutalmente.
Sandra precipita in un incubo quando apre i cassetti segreti dell’esistenza di suo marito che credeva di conoscere bene. Comincia a indagare, vuole conoscere la verità.
La vita segreta di suo marito si incontra per una serie di circostanze con il vecchio caso irrisolto dei delitti commessi dalla Lilith di Richmond.
Alan era ossessionato da quella oscura vicenda e lei non riesce a capire il perché.
Accade di tutto: il passato e il presente nella loro tragicità sono uniti da un filo comune di sangue. I delitti di Richmond sono legati alla strana e violenta morte di Alan.
Sandra nella ricerca della verità si accorgerà che molte delle persone a lei vicine hanno qualcosa da nascondere e sono coinvolte nella storia anche se sembrano al di sopra di ogni sospetto.
Un thriller in piena regola quello scritto da Romano De Marco. Una scrittura coinvolgente e soprattutto attenta a soffermarsi sull’introspezione e sulla caratterizzazione dei personaggi è la cornice perfetta che trascina il lettore negli abissi di questa storia nera fino al colpo di scena finale che lascerà tutti senza parole, con la consapevolezza che al male non c’è nessuna risposta ed è per questo che ci illudiamo di fingere che il mondo è un luogo di pace e di amore.

Romano De Marco, classe 1965, è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco, ripubblicato in libreria nel 2012 da Pendragon. Nel 2011 esce il suo Milano a mano armata (Foschi, Premio Lomellina in Giallo 2012). Con Fanucci pubblica nel 2013 A casa del diavolo e con Feltrinelli Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere (gli ultimi due finalisti al Premio Scerbanenco-La Stampa nel 2014 e nel 2015). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Piemme”.