:: Il ragazzo invisibile – Seconda generazione di Alessandro Fabbri Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (Salani 2018) a cura di Elena Romanello

15 marzo 2018 by
Il ragazzo invisibile

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Da sempre si pensa che il fantastico e l’Italia siano incompatibili, anche se negli anni ci sono stati autori e autrici di romanzi e fumetti che sembrerebbero contraddire questo, senza contare alcuni film insoliti usciti in questo ultimo periodo, che hanno parlato di fiabe e super eroi partendo dalla nostra penisola.
Uno di questi film è Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, di cui all’inizio del 2018 è uscito il doveroso secondo capitolo, Seconda generazione, nuove avventure per Michele Silenzi, cresciuto rispetto al primo film e alle prese con la tragica scomparsa dell’amata mamma adottiva Giovanna e con l’arrivo improvviso della sua vera madre, la speciale Yelena, che però potrebbe riservare sorprese non gradite, come la sorella ritrovata Natasha, pirocinetica con alle spalle una vita ben diversa dalla sua.
Il film è stato accompagnato da varie iniziative editoriale, come l’uscita sotto forma di romanzo della sceneggiatura del film, scritta a sei mani da Alessandro Sardi, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, una cosa comune all’estero dove le novelizzazioni di film e serie tv sono diffusissime, insieme a storie inedite in libro e ancora tutta da esplorare qui da noi se si escludono saghe celebri come Star Wars.
Il ragazzo invisibile Seconda generazione immerge nelle atmosfere del film, raccontando su carta la storia vista sullo schermo, e si rivolge sia a chi è andato al cinema sia a chi non l’ha fatto ma vuole scoprire un universo in salsa italiana che non ha nulla da invidiare a quelli stranieri. La storia del ragazzo invisibile mescola elementi degli X-Men, con una punta di mitologia sulla Guerra fredda con X-Files, raccontando anche la storia di un adolescente che cerca di superare il suo lato oscuro e i suoi problemi esistenziali, e quindi una metafora della realtà.
Il secondo capitolo cinematografico e libresco de Il ragazzo invisibile lascia una porta aperta per almeno una conclusione della trilogia, e si spera anche per una presenza di fantasy e fantascienza fatti in Italia in vari media.

Alessandro Fabbri nato a Ravenna nel 1978, è scrittore e sceneggiatore. Ha pubblicato i libri Mai fidarsi di un uomo che indossa un trench blu, con cui ha vinto il premio Campiello giovani, Mosche a Hollywood, Quell’estate di sangue e di luna scritto a quattro mani con Eraldo Ballini e Il re dell’ultima spiaggia. Tra la sue sceneggiature ricordiamo quelle dei due film de Il ragazzo invisibile e dei serial tv 1992 e 1993.

Ludovica Rampoldi, romana, classe 1979, è sceneggiatrice di film come La kriptonite nella borsa, Il giolellino, La ragazza del lago e i due capitoli de Il ragazzo invisibile.

Stefano Sardo, di Bra, classe 1972, è sceneggiatore e musicista. Tra i suoi lavori ricordiamo i serial 1993, In treatment, La nuova squadra e Il tredicesimo apostolo.

Source: omaggio dell’editore, si ringrazia Simona Scandellari dell’ufficio stampa Salani.

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:: La bottega dei sogni di Mariangela Camocardi (Mac Books Dreams 2017) a cura di Marcello Caccialanza

14 marzo 2018 by

La bottega dei sogni“La bottega dei sogni” ultima fatica della scrittrice Mariangela Camocardi, edita dalla Mac Books Dreams, rappresenta un vero e proprio esempio di romanzo di tensione costruito con grande precisione e meticolosità di intento. Il tessuto della stessa trama presenta infatti una ben ponderata e ragionata concatenazione di situazioni e meccanismi narrativi che si coagulano in modo esemplare tra loro, senza creare quei fastidiosi vuoti di narrazione o peggio ancora quelle orrende inesattezze spazio-temporali che lasciano davvero perplessi i veri lettori.
Il soggetto principe di questo apprezzabile romanzo di genere è costituito da una sorta di “triunvirato” al femminile, formato da tre amiche per la pelle: Rossella, Nora e Penny; le quali per un capriccio del destino ereditano una bottega di libri, ma soprattutto un mare di guai.
Attorno a questo piccolo mondo al femminile ruotano dei personaggi alquanto curiosi e ben funzionali alla stessa economia della storia: il poliziotto sexy e piacione che ama ballare il tango e far cadere ai suoi piedi ogni preda che gli si fa incontro; uno chef tombeur de femme che ama sedurre con la realizzazione di gustosi piatti afrodisiaci ed infine uno stalker che vuole vendicarsi della sua ex, rea, secondo lui, di averlo lasciato ingiustamente.
Questo a mio avviso è un romanzo da non perdere perché è appassionante, ricco di amore e nello stesso tempo carico di ferocia ed odio, di sapori e di colori vicini e lontani, proprio come la nostra stessa esistenza.

Mariangela Camocardi è nata a Verbania nell’immediato dopoguerra e ha sempre vissuto nella sua bella e amata Intra. Decide di cimentarsi nella scrittura, che rappresenta una sua grande passione, quando resta priva di occupazione a causa della grave crisi industriale che colpisce l’alto novarese nel 1983.
Mariangela Camocardi ha dato alle stampe circa 50 tra romanzi e racconti spaziando dal genere storico all’horror, women’s fiction e steampunk, favole e commedia romantica.
Tra i suoi titoli più apprezzati, Tempesta d’amore, Sogni di vetro, Talismano della dea, La vita che ho sognato, Lo scorpione d’oro, Ciribalà, Un segreto tra noi. L’autrice è stata direttore della rivista Romance Magazine.

Source: libro del recensore.

:: Eravamo felici di Tiziana Iaquinta (Algra Editore 2018) a cura di Floriana Ciccaglioni

14 marzo 2018 by

Eravamo feliciLo scorso febbraio Algra Editore manda alle stampe il secondo romanzo della calabrese Tiziana Iaquinta “Eravamo felici”, il racconto che la piccola protagonista Caterina fa dei tre giorni successivi all’improvvisa e inaspettata morte del padre.
Grazie agli studi pioneristici condotti sul tema della pedagogia del dolore, per prima la studiosa mette nero su bianco il modo migliore per affrontare un’assenza irreversibile nella vita dell’uomo, quella della morte.
Passa quindi da una scrittura saggistica (usata nei lavori precedenti “La fragilità, il silenzio, la speranza. Una pedagogia del dolore per insegnare a costruire la felicità” edito da Aracne nel 2014 e in “Generazione tvb. Gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso” edito dal Mulino nel 2017) a quella romanzata (che il lettore ha già trovato in “Ciao Caterina. Lettera sulla soglia” edito da Armando nel 2011 e Pellegrini nel 2014).
Il libro racconta la morte attraverso lo sguardo di una bambina. Uno sguardo che si posa sui dettagli più semplici eppure invisibili agli occhi di un adulto. Attraversare la strada con la mano stretta dentro quella della mamma non la potrà proteggere dalle macchine che arrivano dal lato opposto della strada, quello da cui era solito proteggerla il papà; la notte rimane sveglia perché il papà, da un momento all’altro potrebbe tornare; se fosse stata avvisata della morte improvvisa che avrebbe -di lì a poco- sconvolto la sua vita, avrebbe pregato Gesù, perché Lui ascolta sempre i bambini.
Sebbene in alcuni momenti della scrittura la resa del punto di vista della bambina viene meglio realizzata dalla penna della scrittrice piuttosto che in altri (nei quali emergere la voce dell’adulto che sta dietro la realizzazione del romanzo), nel complesso l’operazione risulta riuscita.
Sul finire della narrazione si concentrano i momenti più belli del racconto, perché carichi di quel dolore sincero capace di tramutarsi in speranza per i giorni che verranno. Quella speranza che l’autrice vuole lasciare al suo lettore. A quest’altezza appare chiaro che, più che per le parole di Caterina, le lettere si posizionano una accanto all’altra per descrivere le aspettative che la scrittrice poggia sulle spalle della sua giovane protagonista.
Parole che risultano un inno alla potenza della scrittura, perché la vita è come un libro e la morte il vento che ne agita le pagine fino a chiuderlo. L’unico modo per fargli un <> è scrivere, disegnare, scarabocchiare le pagine. Scrivere diventa, quindi, il modo per esorcizzare il dolore provocato dalla morte. Scrivere diventa il centro della pedagogia del dolore.
Con l’appendice “Aver cura di chi resta. Pensieri a margine” l’autrice regala alcune di quelle nozioni tecniche che hanno abitato le pagine dei suoi saggi e che aiutano il lettore a meglio comprendere quelle dinamiche che Caterina vive durante il racconto.

Tiziana Iaquinta insegna Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro. La sua attività di ricerca è relativa alla metodologia dei laboratori e alla pedagogia del dolore. Tra i saggi più recenti: La fragilità, il silenzio, la speranza. Una pedagogia del dolore per insegnare a costruire la felicità (Aracne, 2014); Generazione TVB. Gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso (con A. Salvo, il Mulino, 2017). Tra le opere di narrativa, Ciao Caterina. Lettera sulla soglia (Armando 2011; Pellegrini, 2014).

Source: libro del recensore.

:: Inevitabile di Deborah P. (Selfpublishing 2017) a cura di Micol Borzatta

14 marzo 2018 by

hfghDorian è un ragazzo molto particolare.
Da quando ha otto anni viene picchiato dal padre, ma il vero dolore lo sente quando è costretto ad andare da uno psichiatra perché ritenuto pazzo.
Dorian infatti ha la capacità di vedere la gente morta.
Capacità che ha imparato con gli anni, e grazie al fantasma della nonna, a tenere nascosta, vincendo così una borsa di studio, diventando il migliore nello sport e a essere ammirato da tutte le donne.
Dorian però è solo. Il suo cuore batte solo per Raylai.
Una ragazza amante dei libri e dello studio, che sta sempre in disparte, quasi fosse invisibile.
La vita di Dorian però è pericolosa e dovrà affrontare ogni sua paura per farla entrare nella sua vita e dichiararsi a lei.
Inevitabile è il primo volume di una trilogia.
Formato da un insieme di generi possiamo vivere un’atmosfera rosa/erotica, paranormal thriller e young adult.
I due personaggi principali sono un pochino un cliché: lui bello, ricco e campione di basket e lei anonima, studiosa che si crede una di tante e invece è una bellezza mozzafiato.
Nonostante questo sono molto ben descritti, come ben descritti sono i personaggi e le ambientazioni che compaiono in tutta la storia.
Molto ben trattato l’argomento della violenza sui bambini tra le mura domestiche, che viene trattato con delicatezza e conoscenza, senza mai diventare banale o troppo sentimentale.
Unico vero difetto sono i refusi presenti nel testo, ma purtroppo è una cosa normalissima in un self publishing.
Nel complesso un bel romanzo che mette curiosità sul continuo della storia.

Source: pdf inviato dall’autore al recensore.

:: Invisibili di Vincenzo Soddu (Arkadia Editore 2018) a cura di Federica Belleri

14 marzo 2018 by
Invisibili

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Alessandro insegna a Cagliari. I giorni gli sembrano tutti uguali. Sua moglie ha chiesto e ottenuto divorzio e casa. Dorme poco e ha incubi frequenti. L’impatto con i suoi alunni è una continua lotta, fatica a comprenderli e ad entrare in sintonia con loro. Prova a preparare lezioni alternative, ma i suoi tentativi sono timidi e impacciati. È in grado di provare empatia? Riesce a dare la giusta importanza ai suoi ragazzi? Cosa sente davvero per la sua professione?
Si costringe a osservare meglio la sua classe e comprende di dover catturare i loro interessi. Nell’epoca dei social, del digitale a tutti i costi, Alessandro affronta il suo status di professore approcciando in modo diverso ogni singolo alunno. Ascolta le loro storie, le loro impressioni di adolescenti fragili. Cosa chiedono i giovani agli adulti?
Essere invisibili a volte è utile. Essere problematici può trasformarsi in una risorsa per gli altri. Perché spesso la responsabilità aiuta a crescere, e scontrarsi con la realtà è doveroso.
Invisibili è una pagina di registro scolastico, è la sensibilità di giovani che si nascondono dietro alle maniere forti. Due generazioni a confronto che in qualche modo si completano.
Insegnare e apprendere, un gioco di ruolo in una sorta di andata e ritorno. Per dare nutrimento a giovani meravigliosi ma complicati. Per risvegliare nei professori il desiderio di essere davvero parte della loro classe, senza pregiudizi o false aspettative. Uno spaccato di vita attuale e concreto. Una lettura molto interessante.
Ve lo consiglio.

Vincenzo Soddu, nato a Cagliari nel 1962, laureato in Lettere, nel 1987 inizia a lavorare nel mondo della scuola. Contemporaneamente si dedica a ciò che ama di più: scrivere. Spazia dai brevi saggi storici ai racconti della memoria. Nel 2011 ha pubblicato il saggio storico-narrativo “Una pergamena in sardo e latino”, in Templari, crociate, giudicati e ordini monastico-cavallereschi nella Sardegna medioevale, a cura di Massimo Rassu (Arkadia Editore). Dal 2012 gestisce il blog libriedintorniblog. Nel 2013 esordisce nella narrativa con La neve a Gaza (Caracò), libro incentrato sui difficili temi della guerra e dell’integrazione, romanzo che lo ha portato a lavorare a stretto contatto con le associazioni di volontariato. Nel 2015, per Cuec, ha pubblicato Un’isola da bere, sesto numero della Rivista “Mieleamaro”, un’avventura letteraria accompagnata dal profumo del vino, scritta insieme a Gianni Stocchino. Vive e lavora a Cagliari come insegnante in un Liceo.

Source: inviato dall’ editore al recensore.

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:: I bambini di Escher di Paolo Pedote (Todaro editore 2017) a cura di Viviana Filippini

13 marzo 2018 by
I bambini di Escher

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Il romanzo di Paolo Pedote – I bambini di Escher– pubblicato da Todaro editore è un giallo e allo stesso tempo un thriller mozzafiato. Già dalle prime pagine il lettore si troverà catapultato in una Milano torbida e violenta nella quale una serie di omicidi si susseguiranno uno dietro l’altro. Per compicciare incontriamo Alicia, una giovane che ha perso tutto giocando alle slot. La donna, alla quale hanno tolto pure l’ultima dose di droga, torna a casa, ma la sua esistenza subirà una battuta d’arresto quando la aggrediranno con l’acido. E sulla scena compare Nerone Crespi. Pedote sposta la narrazione su un giovane barista che vorrebbe fare carriera nel mondo dell’hip hop. Tutto per lui cambia quando portano cibo e bevande in un ufficio e gli tagliaeranno la gola. Ancora una volta compare Nerone Crespi. Chi è costui che aleggia sempre nei luoghi dove accadono tremendi assassini? Il presunto colpevole? Uno testimone? O, una persona qualunque che si trova sempre nei paraggi della scena del delitto? No Nerone Crespi, un emarginato, è un uomo che non ha memoria e che non riesce a ricordare il proprio passato. Nerone è in cura in una comunità e a seguirlo c’è una dottoressa che lo accudisce con tutte le attenzioni possibili e immaginabili. La vita di Nerone si incrocia con quella di Angela Delfino, soprannominata “La Sbirra”, una donna a capo della Squadra Mobile che però ha rassegnato le dimissioni, perché disgustata della giustizia e della propria funzione in Polizia. I due si incontrano dopo che Nerone rischia di finire investito dalla “Sbirra” stessa. Motivo: lo smemorato Nerone è sotto shock dopo essere stato spettatore di una scena impressionante. Lui ha visto un uomo nudo, completamente ricoperto di sangue, in corsa per le strade di Milano. Da sospettato a testimone, per Nerone, grazie anche all’empatia con Angela Delfino, ci sarà un cambiamento di ruolo, perché sì è vero che l’uomo ha dei vuoti di memoria spiazzanti ma, allo stesso, tempo ha un fine intuito che porterà alla luce realtà scioccanti per le indagini. “I bambini di Escher” è un giallo con venature piscologiche, perché Pedote ha creato una vasta gamma di personaggi delusi dalla vita o rifiutati dalla società, coinvolti in una scia di brutali omicidi all’apparenza inspiegabili. La narrazione di Pedote sembra una grande vetrina dove scorrono le tipologie umane più disadattate, quelle che hanno maggiore difficoltà a stare nelle società e che, se guardiamo la realtà vera del quotidiano, non sono così finte come vorremmo credere. Certo è che l’indagine compiuta dalla “Sbirra” con l’aiuto di Nerone porterà alla luce aspetti del genere umano del tutto impensabili. Sarà un cammino pieno di insidie e di scoperte che lasceranno segni indelebili in quei personaggi letterari che animano “I Bambini di Escher” di Paolo Pedote. Creature della finzione non troppo lontane da quello che i tanti fatti di cronaca nera ci raccontano ogni giorno, a dimostrazione di come il confine tra realtà e finzione sia molto più labile di quello che potremmo pensare.

Paolo Pedote (Milano 1966) ha collaborato con Radio Popolare, Radio Città Fujiko e diverse riviste. Tra le sue pubblicazioni: Storia dell’omofobia, prefazione di Gian Antonio Stella, Odoya; L’apocalisse secondo Pier Paolo Pasolini, Stampa Alternativa 2013. Questo è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Un’ intervista con Elisa Nicoli – autrice di “Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici”

13 marzo 2018 by

Bolle in libertàBenvenuta Elisa su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Classe 1980, sei nata a Bolzano. Sei una regista di documentari e una scrittrice. Tuoi i libri “L’erba del vicino”, “100 cult in padella”, “L’Italia selvaggia”,Pulizie creative”, “Questo libro è un abat jour”, “Senza pesare sulla terra”. Tuoi siti di riferimento elisanicoli.it e autoproduco.it. Parlaci di te, presentati ai lettori del nostro blog.

Ciao a tutti, grazie a voi di avermi contattata! Se conto il numero dei libri che ho scritto mi impressiono da sola: 7 libri in 7 anni. Ho iniziato a scrivere per puro caso, anche se mi è sempre piaciuto scrivere, non avevo mai pensato di farlo diventare un lavoro. Ho studiato comunicazione e mi sono specializzata in cinema documentario. Ho sempre pensato alla regia come al mio lavoro dei sogni. E poi mi son ritrovata a scrivere il primo articolo, nel 2007, per il mensile Terra Nuova. Avevo conosciuto il direttore ad una fiera, con la scusa di chiedergli se avesse intenzione di distribuire documentari assieme ai libri che pubblicava. Chiacchierando, è venuto fuori che facevo detersivi in casa. Mi ha quindi chiesto di scrivere un articolo con questo argomento. Mi sono divertita, a loro è piaciuto… e ho continuato a scrivere, finché, sempre per caso, Altreconomia, la mia attuale casa editrice, non mi ha chiesto di realizzare un libro. Tutta un’altra dimensione temporale e tutto un altro tipo di lavoro. Ma quando l’ho visto tra le mie mani, appena stampato, mi ha dato una tale soddisfazione che non ho più potuto smettere. Scrivere libri è una specie di droga. Al mio lavoro di regista di documentari si è quindi affiancato quello di scrittrice.

E ora per Altreconomia è uscito il tuo nuovo libro Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici. Seguito naturale di Pulizie creative. Ce ne vuoi parlare?

La prima edizione di “Pulizie creative” risale al 2011. Erano passati circa 4 anni dall’inizio delle mie sperimentazioni sull’autoproduzione di detersivi e saponi. Ancora poco sapevo di cosmesi. All’epoca in Italia si trovava ancora scarso materiale su queste tematiche e il mio libro ebbe un successo incredibile, che si è protratto negli anni. In tutto saranno state vendute quasi 10mila copie. Era un libro piccino, completo per la parte dei detersivi, ma un po’ scarso sulla parte della cosmesi. Dal 2011 son passati 7 anni di ulteriori esperimenti e approfondimenti e studi scientifici e contatti con chimici di professione. Sentivo l’esigenza di scrivere qualcosa di più articolato e complesso. Un nuovo libro che colmasse una nuova lacuna in Italia: un libro serio e professionale di autoproduzione di cosmetici e detersivi, sia per persone alle prime armi, sia per coloro che volessero ampliare le proprie competenze in materia di “spignattamento”. E così, più di 10 anni dopo l’inizio delle mie prime autoproduzioni ho pubblicato un nuovo libro.

È un manuale che raccoglie decine e decine di ricette fai da te per la cura della bellezza e della casa. Ogni ricetta da te formulata è frutto della tua pluriennale esperienza nella composizione di cosmetici e detersivi eco e biologici. Tutto questo studio nasce essenzialmente per difendere la salute dei consumatori e del pianeta. Come hai acquisito questo spirito green?

Con una spiccata sensibilità ambientale credo di esserci nata. Ne ho parlato approfonditamente nel mio libro autobiografico “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo editore). Mia madre viene da una famiglia di 10 persone, in un ambiente dove era scontato non sprecare. È stata probabilmente lei a farmi sentire forte l’esigenza di rispettare questo nostro pianeta. E poi probabilmente anche il mio amore sconfinato per la natura, cioè per tutto quello che non è stato creato dall’essere umano. I boschi, le rocce, le cime delle montagne. Amo tutto questo talmente tanto, che è naturale per me averne un profondo rispetto.

Il volume è diviso in due parti: una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, saponi, deodoranti, creme, tonici, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. Un vero e proprio manuale dalla a alla z?

Sì, rispetto al mio “Pulizie creative” questo è un manuale (quasi) completo, che finalmente risponde a (quasi) tutti i bisogni di una persona che vuole prendersi cura di sé, della propria casa e dell’ambiente in cui vive. Certo… quel “quasi” mi permetterà di fare una nuova edizione con nuove ricette… ci sto già lavorando… almeno sulla parte della cosmesi.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’uso continuativo di detergenti chimici aggressivi oggi in commercio per la pulizia della casa può procurare reali danni alla salute delle donne che svolgono lavori di casa o lavorano per imprese di pulizia. Hai la percezione che questi pericoli siano efficacemente segnalati?

Oddio. Il concetto di “detergenti chimici” è un po’ troppo vago. Anche i detergenti per la casa che propongo nel mio libro sono chimici. Senza chimica… non c’è detergenza. Quello che può procurare problemi alla salute di chi ne fa largo impiego (e non a livello casalingo, ma a livello professionale) sono prodotti con una forte azione antibatterica e prodotti con profumazioni di sintesi eccessive (e non garantite ipoallergeniche). I detergenti, insomma, più aggressivi. A livello casalingo è più probabile incorrere in dermatiti da contatto, soprattutto per quel che riguarda i detersivi per la lavatrice. Dal primo giugno 2017 è obbligatoria in tutta l’Unione Europea una nuova etichettatura dei prodotti chimici (detergenti inclusi), che rende molto più evidente in fase d’acquisto i rischi che incorriamo se usiamo quel dato prodotto.

La coscienza ecologica e l’attenzione per l’ambiente sono temi di stretta attualità, non così diffusi nonostante gli allarmi anche delle organizzazioni internazionali. Spesso le persone vicine a queste tematiche vengono ancora considerate eccentriche o perlomeno delle persone che esagerano il problema. Nel tuo ambito, nella tua esperienza, le persone che si rivolgono a te, comprano i tuoi libri, ti chiedono consigli magari tramite i tuoi siti, vivono il tutto come una moda o percepisci delle esigenze più profonde?

Da quando mi occupo di autoproduzione e di educazione ambientale, cioè dal 2006-2007, le cose sono sensibilmente cambiate. In meglio. Molte più persone si sono avvicinate ai temi dell’autoproduzione, non considerando più il farsi le cose in casa come “eccentricità”, ma come necessità. Molte persone che ho incontrato nei miei corsi (terzo lavoro che faccio…) sono interessate a questi argomenti soprattutto per un’aumentata sensibilità ambientale. Molte persone ci si avvicinano al primo figlio. È lì che cominciano a porsi domande rispetto a ciò che utilizzano quotidianamente. Non ho mai conosciuto nessuno personalmente che facesse scelte di rispetto dell’ambiente per moda. Quello è più legato secondo me al settore alimentare.

L’autoproduzione casalinga è in netto aumento. Hai dei dati di riferimento su questo tema?

Dati non credo esistano. Non ho mai cercato. Sicuro è che c’è stato un aumento esponenziale di blogger, canali YouTube, pubblicazioni da quando ho cominciato ad oggi. E sicuro va di pari passo con un’aumentata domanda di queste tematiche.

Metti anche in guardia dalle fake news e da tutto quello che circola su internet che a volte può davvero essere pericoloso. Come difendersi?

Come per le altre fake news per difendersi serve la testa e il buonsenso. Non si può prendere come oro colato tutto quello che si trova su internet (e per la verità anche su alcuni libri ho trovato degli strafalcioni enormi). È necessario un giusto senso critico rispetto a tutto quello che si legge. La ricerca delle fonti è fondamentale: chi ha fatto quell’affermazione? Su quali basi? Ci sono dei dati oggettivi a supporto di quello che scrive? Che autorevolezza ha chi scrive? Ha le competenze necessarie per scrivere? Si pone con un approccio scientifico o sensazionalistico? Porsi domande, non cercare disperatamente risposte.

Insegni poi come leggere un’etichetta e interpretare l’INCI International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Vero?

Non è un’impresa semplice, ma cerco di dare un orientamento rispetto ad una lettura critica dell’etichetta di un cosmetico (e di un detersivo). Non è semplice, perché la lista degli ingredienti ammessi e codificati con l’INCI è lunghissima, quindi è impossibile anche per chi fa il formulatore di professione conoscere tutti gli ingredienti. Ciò che offro è una classificazione di massima, in cui considero i più recenti dati scientifici (e attendibili) rispetto alle componenti più diffuse.

In termini di risparmio, quanto conviene utilizzare detersivi e detergenti eco e biologici? Hai fatto delle stime anche generiche?

Sebbene io abbia iniziato a realizzare detersivi per risparmiare (rispetto all’acquisto di detergenti bio-ecologici) non mi sono mai più posta il problema della spesa effettiva. Le mie priorità sono altre e le ho chiaramente dichiarate nel libro. Non sempre con l’autoproduzione si va a risparmiare: se si vogliono detergenti che funzionino almeno quanto quelli bio-eco, occorre utilizzare delle materie prime che a volte possono essere piuttosto costose. Dipende da dove si riesce a recuperare ciò che ci serve. Un esempio: se avete amici che vanno a Livigno fatevi portare dell’alcol a 95° (invece di 15€ ne spenderete 3€ a litro) e in questo modo avrete dei prodotti altamente performanti ad un prezzo ridicolo (come lo spray per vetri sgrassante e il disinfettante per WC).

Grazie del tuo tempo, e stato un piacere parlare con te. C’è un indirizzo che vuoi segnalare dove i tuoi lettori ti possano contattare?

I miei siti che hai segnalato vanno benissimo! Mi potete anche contattare su Messenger (sperando che Facebook non filtri troppo le richieste). Grazie a voi per la stimolante intervista!

:: Il tiranno (e Scena) di Heinrich Mann curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni 2018) a cura di Daniela Distefano

13 marzo 2018 by
IL TIRANNO di H. Mann

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Lei mi rende triste, altezza. Ma è davvero così convinto di quel che dà ad intendere? Io sono una donna e in questo preciso istante la vedo in tutto e per tutto come un bambino, esattamente come noi donne vediamo gli uomini; la vedo proprio come se fosse il mio bambino. Quindi non credo che lei si diverta”.

Due pezzi di virtuosismo letterario, una sapiente miscela di toni forti e assordanti. Parlo di questi due inediti narrativi in Italia – “Il tiranno” e “Scena” – di Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas, e autore del romanzo “Il professor Unrat”, noto come “ L’angelo azzurro”, dall’adattamento cinematografico. A pubblicarli la casa editrice “Via del Vento Edizioni”, la traduzione è affidata a Claudia Ciardi. Nel primo racconto,viene esposto il dilemma di un uomo segnato da un destino implacabile. Potrebbe essere un tiranno di oggi, potrebbe suscitare la medesima viltà:

Quando cominciai a regnare, tutto era già accaduto (..) La protervia che è nella solitudine mi indurì e compresi la natura ingannevole di ciò che prova per la vita colui che si riduce a uccidere. Imparai a farmi beffe dei traditori(..) Io sono come la chimera tra le rocce del deserto. Sotto di me striscia il vermicaio degli uomini (..) Si crederebbe al tiranno pentito?”

Questo tiranno fuori posto, cerca una fuga improbabile e ridicola nella passione per una giovane cabarettista di facili costumi, rimanendo invischiato in una spirale di eventi negativi. Si avverte una profondità analitica acuta e sottile. C’è nel cuore dell’essere umano un ineluttabile verbo, uno scansare la fede, un riconoscersi bilancia del proprio equilibrio. Penso ai dittatori di ieri e di oggi, avvinti, avviluppati tra le spine che soffocano il fiorire del vero grano. Hanno tutto eppure possiedono solo il proprio orgoglio, la fortuna è il loro credo, il resto è teatralità, è invidia, è morte, è solitudine. Quando si diventa insensibili ai nostri difetti, quando le nostre manchevolezze, le vituperate debolezze, non ci scoraggiano anche se vorremmo la perfezione di una vita dorata, ecco che nascano le inimicizie, i tradimenti, i coltelli, i deliri, il veleno, e la punizione. Il tiranno di ogni epoca non perdona, mai.
Nel secondo racconto, “Scena”, assistiamo a due spettacoli, quello reale di una coppia in crisi, e quello recitato con maestria dalla protagonista che si riscatta dopo essere stata abbandonata dall’uomo che ama, in procinto di sposare un’altra donna. Un testo assolutamente attuale, vivo, delizioso. Questi due lavori fanno parte del cosiddetto ‘ Spielmaterial’, materiale di impianto teatrale. Si respira un’affilata critica sociale, si tocca con mano una falsificazione del reale, diviene necessario l’istinto di potere. Le tensioni che si riflettono sullo scenario politico dopo il 1914 sono rivelatrici di un impulso a uscire dalla realtà. Un opuscoletto da leggere e serbare nell’anima, coinvolgente, esperenziale, semplicemente da incorniciare.

Heinrich Mann – Scrittore tedesco (Lubecca 1871 – Santa Monica, California, 1950), fratello maggiore di Thomas. Sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia, offrì nei suoi romanzi (Im Schlaraffenland ,1900; Professor Unrat ,1905) un quadro critico, dai toni talvolta aspri, della società guglielmina. VITA. Dal 1893 visse a Monaco, con lunghi soggiorni in Italia e in Francia, poi a Berlino, dove nel 1930 divenne presidente della sezione letteraria dell’Accademia prussiana delle belle arti. All’avvento del nazismo si rifugiò in Cecoslovacchia, e fu quindi per otto anni in Francia, dove, insieme a Gide, Bloch, Aragon e altri, fu a capo di movimenti intellettuali antifascisti e dove, nel 1938, fu eletto presidente del Fronte popolare tedesco. Nel 1940 riuscì a fuggire in Spagna e di lì in America. OPERE. Esordì con il romanzo In einer Familie (1894) confermando la sua vocazione di scrittore satirico, impegnato nella critica della società guglielmina nei successivi Im Schlaraffenland (1900), Die Jagd nach Liebe (1905), Professor Unrat (1905: da cui fu tratto il famoso film di J. von Sternberg Der blaue Engel del 1930), e più tardi nella trilogia Das Kaiserreich (Der Untertan, 1914, il suo romanzo più famoso; Die Armen, 1917; Der Kopf, 1925). Alle suggestioni dannunziane della triade Die Göttinnen (1903) e alle istanze moralistiche di Zwischen den Rassen (1907) e Die kleine Stadt (1909) seguì la felice vena intimista dei romanzi scritti tra la fine dell’impero e l’avvento del nazismo (Mutter Maria, 1927; Eugenie oder/”>oder die Bürgerzeit, 1928; Die grosse Sache, 1930; Ein ernstes Leben, 1932). Il romanzo storico Heinrich IV. von Frankreich (1935-38) si pone come una parabola del buon governo. M. fu anche novelliere e saggista; fra le novelle, assai note Pippo Spano (1905), Die Bösen (1908), Kobes (1925); fra i saggi, quelli raccolti in Geist und Tat (1931) e Ein Zeitalter wird besichtigt (1945), in cui si fondono autobiografia e riflessione politica.

Source: Libro inviato dall’Editore all’autore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

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:: Mi manca il Novecento – Stig Dagerman e Il nostro bisogno di consolazione a cura di Nicola Vacca

13 marzo 2018 by

Stig DagermanStig Dagerman ha attraversato il Novecento con la velocità di una cometa. Morto suicida a soli trentuno anni, è stato uno dei più importanti scrittori svedesi e ancora oggi possiamo considerarlo un gigante della letteratura, leggendo i libri che ci ha lasciato.
Dagerman è stato un uomo in rivolta, in molti lo hanno paragonato a Camus e a Kafka.
È un anarchico inquieto e sempre in lotta contro se stesso e con un’angoscia lucida come pochi è riuscito a stare dento la catastrofe bellica del suo tempo, lasciandoci con i suoi libri una testimonianza unica.

«La scelta anarchica è, – scrive Fulvio Ferrari nella postfazione a Il nostro bisogno di consolazionenella formazione di Dagerman, un momento fondamentale da cui non si può prescindere se si vuol comprendere la sua persona e la sua opera».

Come non si può prescindere da Il nostro bisogno di consolsazione, che tra i suoi libri è quello che più lo rappresenta, e soprattutto mette in evidenza il dramma dell’uomo e le contraddizioni esistenziali di un grande scrittore di fronte al peso enorme del male di vivere.
Proprio questo piccolo libro verrà considerato il testamento letterario di Dagerman.
In queste pagine lo scrittore scava nel fondo del suo abisso di uomo a cui manca la fede e afferma di non essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa.
Inizia così Il nostro bisogno di consolazione, un viaggio di uno scrittore nel tormentato inferno della sua coscienza. Pagine intense, di disperazione e di sconforto, ma anche attraversate da un grande amore per la letteratura di cui Dagerman si avvale per scavare nella consumazione terribile della sua tormentata interiorità, sempre interrogando quella vita che sta stretta ai suoi anni.
Sono queste riflessioni che lo conducono a riflettere su quel concetto di consolazione spaventosa che riesce solo a fargli vedere le cose con intensità cinque volte maggiore.
Stig Dagerman scrive sempre in preda al dubbio e all’incertezza, mentre lo sconforto lo assale in ogni istante. L’unica cosa che gli importa è proprio quella che non ottiene mai:

«l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo».

Il mondo è più forte di lui, al suo potere non ha altro che opporre se stesso. Così non gli resta altro che la scrittura e la letteratura. Finché avrà la forza di resistere, si sentirà dotato del potere di opporre le sue parole a quelle del mondo.
Questa è la sua unica consolazione che non gli salverà la vita.

«Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione».

Il nostro bisogno di consolazione è un monologo di un uomo che scrive perché combattuto tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità di esserlo. È un libro la cui lettura non lascia indifferenti. Le parole di Stig Dagerman scorticano, fanno male, sanguinano. Solo come i grandi scrittori sanno fare.

:: Un’ intervista con Emma Piazza a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2018 by

piazzaBenvenuta Emma, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo a rompere il ghiaccio. Sei un’ esordiente, L’isola che brucia è il tuo primo romanzo, ma non sei nuova nel mondo editoriale. Ho letto nelle scarne note biografiche che lavori a Barcellona come scout letterario. Parlaci del tuo lavoro principale, hai letto tanti libri di esordienti che hai provato il desiderio di scrivere anche tu? O la scrittura ti accompagna da lungo tempo?

Ciao Giulietta e grazie per avermi proposto questa intervista. No, non sono nuova nel mondo editoria, infatti lavoro da quattro anni come scout letterario. Il mio lavoro consiste nel leggere i libri che stanno per essere pubblicati in Italia e Spagna e consigliare i titoli più forti ai clienti dell’agenzia, che sono editori internazionali di tutto il mondo. Negli ultimi anni ho letto tanti libri interessanti di esordienti, come il recentissimo libro di Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, per citarne uno, ed è sempre una soddisfazione enorme scoprire un nuovo talento e fare in modo che viaggi per il mondo. Però è vero che la scrittura mi accompagna da sempre, da quando sono piccola, è sempre stato un modo di rielaborare la realtà e conoscermi meglio.

Sei nata a Pavia nel 1988, fai parte dei tanti giovani che si sono trasferiti all’estero principalmente per lavoro. Parlaci della tua esperienza, cosa ti ha spinto a partire?

Sono nata a Pavia e a 18 anni mi sono spostata a Milano per studiare, poi mi sono trasferita a Londra, dove sono rimasta tre anni e ho iniziato a lavorare in editoria. Dopo tre anni, duri, a Londra avevo voglia di sole e ho deciso di trasferirmi a Barcellona. Lavoro da casa, quindi il mio piano era continuare a spostarmi, ma poi Barcellona mi ha rapita e sono quasi quattro anni che vivo lì. Mi ha spinta, originariamente, la mie ambizione: volevo lavorare in editoria e non c’era posto migliore di Londra per farmi le ossa. Poi, una volta iniziato a spostarmi, la curiosità mi ha incitata a continuare.

Come ti sei trovata al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro? La gente, i colleghi come ti hanno accolto?

A Barcellona benissimo. Non conoscevo nessuno, quindi pensavo sarebbe stata dura all’inizio, ma avevo una bella sensazione. Infatti, tra amici di amici e una ragazza con la quale ho fatto le elementari che ho scoperto vivere affianco a me, mi sono ritrovata circondata da persone. Anche l’ambiente editoriale è molto amichevole e frizzante, infatti mi sono subito ambientata.

Come è la vita culturale di Barcellona? Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici? Trovi differenze con l’ambiente italiano?

Come dicevo nella domanda precedente, Barcellona è una città molto attiva culturalmente anche dal punto di vista editoriale. C’è Sant Jordi, la festa del libro, ad esempio, e tante presentazioni. Non posso fare un vero e proprio paragone con l’Italia perché non vivo più qui da molti anni e quando me ne sono andata ero ancora una studentessa. Sicuramente a Barcellona l’ambiente è attivo e stimolante.

Dopo aver parlato di te, per presentarti ai nostri lettori, parliamo del tuo libro, L’isola che brucia, uscito da pochissimo per Rizzoli, un libro molto particolare, anomalo, selvatico se vogliamo. Mi ha ricordato, pensa, Cime tempestose. Intendo per l’atmosfera per certi versi opprimente. Ce ne vuoi parlare, da dove hai tratto ispirazione per scriverlo?

Woow, che bel complimento, grazie! Volevo scrivere un libro che parlasse delle mie origini francesi (corse), ma che avesse una trama avvincente che potesse intrattenere il lettore. L’ultima volta che sono stata in Corsica a trovare mio padre ammiravo la bellezza selvaggia dell’isola, il suo fascino ambiguo, e ho pensato che fosse l’ambientazione perfetta per un thriller.

L’ambientazione credo abbia un ruolo determinante, è un po’ lo specchio dell’animo dei personaggi, c’è un legame profondo e sotterraneo tra Therese e la Corsica. Conosci l’isola, fa parte della tua vita? O è solo l’ambientazione scelta per il romanzo?

La Corsica ha decisamente un ruolo fondamentale nella mia vita, infatti, mio padre è corso e tutt’ora vive lì, arroccato in una casa nel Cap Corse. Per me è un’isola decisamente speciale. Da un lato mi ricorda l’infanzia, dall’altro un lato selvaggio e recondito della mia personalità che mi porto sempre dietro.

Therese, la protagonista, è un personaggio che quasi eclissa gli altri. Aspetta un bambino, che all’inizio non si capisce se voglia far nascere davvero, è un’artista, ama la pittura, ha un rapporto piuttosto difficile con la sua famiglia, perlomeno dal lato paterno. Hai creato un personaggio molto sofferto e spigoloso. Come è nato? Non è la tipica eroina da romanzo. All’inizio mi era quasi antipatica, poi pian piano ne ho colto le sfaccettature. Si è sviluppato durante la scrittura il personaggio e ce l’avevi subito in mente?

Bene, mi fa molto piacere che tu abbia colto l’anima di questo personaggio. No, non è la solita eroina, volevo, infatti, che fosse una donna reale, a volte dura, a volte arrabbiata, e a volte invece positiva e dolce. È un personaggio che ha tanto di me, ma anche tanto di inventato. È nato durante un pomeriggio di luglio, quando l’idea del romanzo si sviluppava nel mio cervello. Ho iniziato a scrivere le prime pagine e pensavo a una donna incinta, delusa, arrabbiata, ma anche in grado di affrontare un incubo come quello che vive la portagonista. Ed è venuta fuori Teresa.

Ho riflettuto a lungo al genere a cui potere accostare il tuo romanzo. Tu come lo definiresti?

Io lo definirei un thriller, anche se soft, e con una punta di femminile.

L’isola che brucia è un romanzo visto e filtrato attraverso gli occhi di un personaggio femminile molto forte e determinato, pur nella sua apparente debolezza. Cerca di raggiungere una certa indipendenza, non si fa abbattere dalle avversità, lotta contro chi la vuole distruggere. Pensi che i personaggi femminili nel romanzo contemporaneo siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Certo che sono femminista, ma non credo che questo sia necessariamente collegato al fatto che Teresa sia forte e determinata. Un personaggio femminista (che lotta per un mondo nel quale donne e uomini abbiano gli stessi diritti) può essere anche dolce e delicato. La letteratura contemporanea è molto varia, quindi penso ci sia di tutto. Per rispondere alla domanda, no, in generale penso che i personaggi femminili inizino a essere sganciati da modelli obsoleti. D’altronde, la letteratura riflette la società…

Ti piace presentare in libreria i tuoi libri? Raccontaci qualche aneddoto divertente legato a queste presentazioni.

Sì, mi piace molto il contatto con il pubblico, anche se sono sempre un po’ agitata! Aneddoto propriamente divertente non ce l’ho, ma mi sono commossa quando ho visto alla mia prima presentazione la mia maestra di italiano delle elementari 🙂

Progetti di traduzione per l’ estero? Come pensi accoglieranno il romanzo i tuoi futuri lettori stranieri?

Sì, L’isola che brucia verrà pubblicato anche in Germania, Francia e Svezia. Beh, spero bene! In Germania in particolare, penso (spero) che potrebbe piacere, sia il setting, sia il personaggio di Teresa. Sono un popolo di grandi lettori che accolgono volentieri gli esordienti.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare. Da lettrice cosa deve contenere un libro per coinvolgerti?

L’ultimo libro che ho letto è una stupenda raccolta di racconti, Tutto quello che è un uomo di David Szalay, il prossimo penso sarà L’isola di Arturo di Elsa Morante. Un libro, per coinvolgermi, deve avere uno stile che parla al cuore (e proviene dal cuore) e personaggi solidi, che riesco a vedermi davanti.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? Progetti per il futuro?

Grazie a te! Ho iniziato un nuovo romanzo, il nucleo è un gruppo di ragazzini, ma è ancora a uno stadio embrionale, quindi aspetterei a parlarne. Progetti per il futuro tanti e vari, mi piacerebbe sperimentare generi nuovi, personaggi nuovi, ambientazioni nuove. Insomma, scrivere, scrivere, scrivere!

:: Come leoni di Brian Panowich (NNEditore 2018) a cura di Fabio Orrico

12 marzo 2018 by
Come leoni

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Brian Panowich continua a raccontarci le gesta di Clayton Burroughs, sceriffo della contea di McFalls County nella Georgia del nord, già conosciuto nel (giustamente) fortunato Bull Mountain. Come personaggio seriale Burroughs è decisamente poco convenzionale. Certamente non un cavaliere dall’armatura immacolata, ma nemmeno l’antieroe di tanta narrativa hard boiled con una moralità ferrea a rosicchiare il cinismo di facciata, piuttosto un uomo che fa il possibile per scrollarsi di dosso i demoni che lo perseguitano. Burroughs proviene da un clan criminale, sorta di famiglia Barker dei nostri giorni, stanziato sulla montagna che dava il titolo al precedente libro. I rapporti con questa problematica famiglia, risolti nel modo più tragico che si possa immaginare, erano alla base della sua prima avventura. Come leoni inizia esattamente dove finiva Bull Mountain e ci mostra un Burroughs provato nel fisico e nel morale, assediato dai sensi di colpa, in crisi con la moglie dalla quale ha da poco avuto un figlio. L’orizzonte umano che circonda Burroughs è puro white trash, un sottoproletariato naturalmente incline a cercare fuori dalla legge le proprie occasioni di sopravvivenza, per molti versi consonante ai personaggi che popolano un altro bellissimo libro da poco approdato nelle nostre librerie, Nelle terre di nessuno di Chris Offutt. La differenza con quest’ultimo autore la fa la fedeltà di Panowich a un genere codificato come il noir. L’impressione però è che lo scrittore americano, più che ai classici letterari del genere, guardi a certa serialità televisiva, almeno per quanto riguarda il ramificarsi labirintico della trama che si muove di pari passo con lo sviluppo e il rivelarsi di personaggi che, fino all’ultima pagina, sanno riservare sorprese. A rafforzare quest’impressione ci sono poi le connessioni tra Come leoni e Bull Mountain, quasi come se i libri fossero da intendere alla stregua di due stagioni della stessa serie (ed è facile nonché auspicabile supporre che ce ne sarà una terza). Ovviamente questa non è di per sé una considerazione negativa ma solo la constatazione di quanto sia diventato pervasivo il paradigma della serialità anche nella letteratura.
Come leoni, in ogni caso, funziona benissimo anche se preso singolarmente. Il milieu raccontato, esattamente come in Offutt (o, perché no, come nel bellissimo documentario Louisiana di Roberto Minervini), trasmette l’impressione di una terra senza tempo, un presente fermo al secolo precedente; uno scenario in cui tecnologia e progresso scientifico non scalfiscono valori che non è difficile intendere come distorti. Questa è anche la carta vincente di un personaggio come Clayton Burroughs, un uomo di legge intimamente persuaso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità ma allo stesso tempo riluttante dall’emanciparsi da una logica criminale così radicata da influenzare anche valori burocratici e normativi. Per un uomo come Burroughs, sembra dirci Panowich, il retaggio sarà sempre più importante del distintivo. Un po’ come nel miglior western, sia esso cinematografico o letterario, anche in Panowich abbiamo la messa in scena di storie degne dell’antico testamento: stessa intransigenza e stesso impianto valoriale.

Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Bull Mountain, il suo
romanzo d’esordio, è stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow.
Il sequel del romanzo, di prossima uscita per NN, mantiene la stessa ambientazione. Ruoterà attorno alla figura di Kate, la moglie dello sceriffo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Storie di vampiri di AA.VV. a cura di Sebastiano Fusco e Giovanni Pilo (Newton Compton 2018) a cura di Elena Romanello

12 marzo 2018 by
Storie di vampiri

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Torna in libreria uno dei testi fondamentali per gli amanti del gotico, le Storie di vampiri edite da Newton Compton, una raccolta di storie più o meno brevi di autori e autrici che dal Settecento ad oggi si sono cimentate con quella che è una delle figure cardine dell’immaginario gotico, oggi forse un po’ rovinata dai vampiretti che luccicano ma a maggior ragione da scoprire e riscoprire in tutta la loro complessità, con suggestioni che toccano vari aspetti del fantastico, non solo il gotico.
Dentro al libro ci sono storie note ma sempre da rileggere, come Il vampiro di Polidori, L’ospite di Dracula di Bram Stoker (prova generale del più noto Dracula) e Carmilla di Le Fanu che fissarono la figura carismatica del succhiatore di sangue tra terrore e seduzione, storie di esperti del fantastico come E.T. A. Hoffmann e Théophile Gautier, ma si scopre che anche autori noti per altri tipi di storie come Alessandro Dumas padre, Arthur Conan Doyle, Guy de Maupassant e Nikolaj Gogol si sono confrontati con una figura iconica, presente già in molte tradizioni tra la leggenda metropolitana e il folklore partendo dal mondo classico ma che nell’Ottocento trovò una sua definizione tra leggenda e modernità, con quelli che poi sarebbero diventati i personaggi più famosi di sempre.
Venendo verso il Novecento, in cui il vampiro sarà celebrato al massimo dal cinema prima e dai serial tv poi, si scopre che molti maestri del fantastico, noti per altre opere tra fantascienza e fantasy, hanno scritto di vampiri, da Robert E. Howard a Clark Ashton Smith, da William Hope Hodgston a Lester del Rey, da Catherine L. Moore a Seabury Smith, da Robert Block a A. E. Van Vogt, con storie pressoché inedite nel nostro Paese, appartenenti spesso alla gloriosa tradizione delle riviste pulp anglosassoni.
Il libro, curato da Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, traccia quindi un ritratto ampio e variegato della figura del vampiro, tra storie più note e altre tutte da scoprire, e non può mancare nella biblioteca dei cultori del fantastico, per appunto tutti gli spunti che contiene e lo spazio dato alla narrativa gotica e pulp, in questo momento di eterno presente quasi dimenticate e invece alla base del moderno immaginario scientifico.
Il libro è integrato da saggi sui vampiri nell’antichità e sul loro rapporto con magia e scienza e da una filmografia completa fino ai titoli più recenti.

Sebastiano Fusco giornalista e direttore di riviste scientifiche, è da oltre trent’anni uno dei maggiori esperti di fantastico a livello europeo.

Gianni Pilo è considerato uno dei maggiori esperti di letteratura fantastica e gotica. Tra i molti volumi da lui curati per la Newton Compton vanno ricordati quelli dedicati alle diverse figure dell’immaginario orrorifico (vampiri, mummie, lupi mannari ecc.) e l’opera completa di Lovecraft.

Source: acquisto personale del recensore.

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