I Kill Giants di Joe Kelly e J. M. Kelly Niimura (Bao Publishing, 2018) a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2018 by

63345867-39d6-46d7-9c64-4df42d093062Dopo il successo del film distribuito su Netflix, torna in una nuova edizione, la Titan Edition, sempre per Bao Publishing la graphic novel I kill Giants, storia di formazione nascosta sotto una vicenda urban fantasy, dove in una cittadina sul mare forse succedono cose terribili ad opera dei giganti del titolo. O forse no.
L’opera, scritta da Joe Kelly e disegnata da JM Ken Niimura, ritorna con una copertina che richiama alla locandina del fim e racconta la storia di Barbara Thorson, ragazzina che fa la quinta elementare, amante del fantasy e dei giochi di ruolo, vittima di bullismo a scuola e con un qualcosa di grave in casa che incombe. Barbara ha un super potere, come le protagoniste delle storie che ama tanto, perché è la custode del martello incantato Coveleski, il distruttore dei giganti, ma c’è anche un’altra stranezza nella sua vita:  a casa dorme in cantina, perché al primo piano c’è un orrore che non riesce ad affrontare.
Tutto questo succede mentre una psicologa comincia ad interessarsi a lei e sta per arrivare un uragano, ma sarà un uragano o un gigante? Joe Kelly racconta una storia dove la quotidianità si tinge di fantastico, sospesa tra due mondi, dove alla fine si parla di dolore, incertezza, lutto da elaborare e dove forse i giganti non sono gli esseri peggiori che si possono incontrare e dove comunque la forza per affrontare qualsiasi problema e minaccia va trovata in se stessi.
Una storia non solo per ragazzi, disegnata con richiami allo stile manga, usando il bianco e nero in modo nuovo e creativo da JM Ken Niimura, per un viaggio fantastico ma anche dentro al proprio animo, tra rifiuto delle cose brutte e accettazione della convivenza anche con gli aspetti meno belli della vita, non i giganti, ma qualcos’altro. Tra le righe viene in mente un’altra opera, letteraria e cinematografica, su un tema simile, Sei minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, sia pure con varie diversità e con il gigante metafora sempre di qualcosa di insormontabile da affrontare ma con cui bisognerà fare i conti.
La nuova edizione è stata arricchita da una art gallery dei personaggi, da interviste ai due autori e da stralci di sceneggiatura e storyboard originali, per capire come quest’opera è stata pensata.

Joe Kelly ha debuttato sulla scena fumettistica americana a metà degli anni Novanta, ai testi di Deadpool per la Marvel, ma ha poi scritto di tutto, da X-Men a Superman, dalla Justice League of America a Spider-Man. Nel 2000 ha fondato il collettivo creativo Man of Action, che ha all’attivo la creazione delle serie animate televisive Ben 10, Generator Rex, Ultimate Spider-Man, Big Hero 6: The Series e tante altre. In quanto sceneggiatore di fumetti, ha scritto I Kill Giants, titolo Image disegnato da JM Ken Niimura e pubblicato in Italia da BAO Publishing. Nel 2011, il graphic novel ha vinto il premio Gran Guinigi nella categoria “Migliore sceneggiatura” e nel 2018 è diventato un film Netflix su sceneggiatura dello stesso Joe Kelly.

JM Ken Niimura è nato a Madrid, ma ha origini giapponesi. Laureato in arte, ha contribuito a numerose campagne pubblicitarie in Spagna, oltre ad aver partecipato a pubblicazioni collettive per i principali editori di fumetti iberici. I kill giants, fumetto sceneggiato da Joe Kelly e pubblicato in Italia dalla Casa editrice BAO Publishing, nel 2011 ha vinto il Premio Gran Guinigi come “Miglior Sceneggiatura” e nel 2012 è valso a Niimura il prestigioso International Manga Awards. Nel 2014 Niimura ha pubblicato Henshin, un manga costituito da diverse storie brevi collegate tra loro. L’opera, pubblicata originariamente in Giappone, viene poi edita nel 2015 dalla Casa editrice americana Image. Attualmente è al lavoro sul webcomic Umami, edito dalla piattaforma online Panel Syndicate.

Provenienza: libro del recensore.

Lucca Comics and Games 2018, la cultura della fantasia in tutte le sue forme a cura di Elena Romanello

24 ottobre 2018 by

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Ormai è iniziato il conto alla rovescia è iniziato: dal 31 ottobre al 4 novembre torna Lucca Comics and Games, una delle più importanti fiere dedicate al fumetto e alla cultura nerd a livello europeo e mondiale e la più importante italiana.
Come capita ormai dal 2006 (prima la kermesse si svolgeva nel Palazzetto dello Sport in una zona periferica, ormai troppo piccolo per le esigenze di un fandom in crescita) il centro storico dentro le mura della città medievale toscana si animerà di case editrici, fumetterie, disegnatori, scrittori, cosplayer, bancarelle dell’usato, gadget, artigianato e tanto altro ancora, per una festa condivisa e amata da tutta la cittadinanza.
Come sempre, il programma è denso e citare tutto è impossibile, ma ecco alcuni punti fermi interessanti da tener d’occhio.
Torna nello spazio Carducci l’editoria libraria in tema fantastico, con nomi sia grossi che indipendenti, con novità e autori, per parlare dei successi degli ultimi anni ma anche per scoprire nuove voci e storie. Tra gli altri si segnala la presenza di Mondadori, Fanucci, Runa edizioni, Plesio, Rizzoli. E’ confermata la presenza dei principali editori di graphic novel, come Beccogiallo e le sue opere di graphic journalism, Bao con le sue proposte tra realtà e fantasia, Magic Press, Coconino, Bonelli, e due spazi a parte in due diverse piazze cittadine, uno per Panini Comics e l’altro per Star Comics, a raccontare due realtà che hanno cresciuto varie generazioni attraverso varie linee editoriali, come per esempio Kappalab, che da anni propone libri ispirati alla cultura dei manga e degli anime.
Confermato lo spazio della Japan Town, per gli amanti di manga, anime e cultura nipponica, con tante iniziative, incentrate in particolare sul quarantennale di Goldrake, ma anche sulla presenza a Lucca di Leiji Matsumoto, autore di Capitan Harlock, a cui verrà dedicata una mostra.
Tantissimi gli ospiti, provenienti dal mondo dei fumetti, del doppiaggio, del cinema, della letteratura. Tra i tanti, alcuni ormai fissi all’evento, spiccano per quello che riguarda la narrativa Pierdomenico Baccalario, Paolo Barbieri che presenta il suo nuovo art book sugli Unicorni per Lo Scarabeo, Barbara Cantini con la sua Mortina, Edoardo Stopacciaro, doppiatore e con il nuovo libro della sua saga fantasy in anteprima per La Corte editore, l’illustratore di romanzi fantasy Ciruelo, Alessia Mainardi con la nuova edizione della serie di Avelion, Benjamin Lacombe che avrà una mostra dedicata alle sue tavole con cui ha illustrato copertine e fiabe, Michael J. Sullivan ospite con i suoi fantasy dello stand Armenia, Licia Troisi con l’ultimo romanzo della Saga del Dominio e ovviamente l’attesissima Robin Hobb, uno dei nomi di punta dell’attuale narrativa fantastica, grazie alla Serie dei Lungavista.
Tra gli altri ospiti, si spazia da fumettisti del calibro di Zerocalcare, Mirka Andolfo, Arthur e Neal Adams, Vittorio Giardino, Trevor Hairsine, Leo Ortolani a personalità dello spettacolo come i registi Ruggero Deodato e Paolo Virzì, l’interprete della serie cult Buffy the vampire slayer Nicholas Brendon, il pilota di Formula uno Jean Alesi, il doppiatore di Capitan Harlock Gianni Giuliano, i musicisti Enzo Draghi e Lacuna Coil, e altri ancora che si aggiungeranno.
Per ulteriori informazioni, soprattutto quelle pratiche sull’accesso alla fiera e sui vari eventi, visitare il sito ufficiale della manifestazione.

:: Del tempo e dell’esistenza di Angela Nese (L’Argo libro editore, 2018) a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2018 by

copertina neseMarguerite Yourcenar considerava il tempo un grande scultore capace nel tutto scorre di visitare le nostre menti e condizionare le nostre azioni.
Per Jorge Luis Borges il tempo è la sostanza di cui siamo fatti. Il tempo è il fiume che ci trascina, e noi siamo il fiume. Il tempo è una tigre che ci sbrana e un fuoco che ci divora, e noi siamo la tigre e il fuoco.
Questi due grandi scrittori e le loro osservazioni sul tempo mi sono venuti in mente leggendo Del tempo e dell’esistenza (L’Argo libro editore, pagine 110, euro 12), un libro di racconti scritto da Angela Nese.
Racconti filosofici e esistenziali in cui l’autrice con una scrittura solida e scorrevole si perde insieme ai suoi personaggi, surreali e fisici allo stesso tempo, nei meandri delle infinite proiezioni ontologiche che il concetto di tempo suggerisce.
La condanna di H, di fronte al tribunale del tempo, il primo racconto che apre il libro, sembra uscito dalle congetture visionarie e oniriche di Borges. Un uomo condannato all’immortalità davanti al tribunale del tempo si accorge alla fine che nulla mai nell’esistenza è come sembra, e che il tempo nel bene e nel male ci condanna sempre. La pena da scontare è proprio l’esistere e la sua fine.
Angela Nese in questi racconti fa venir fuori tutta la sua passione per le questioni filosofiche. Sul tempo e sull’esistenza, anche se sotto forma di storie, scrive pagine suggestive in cui incontriamo Heidegger, Nietzsche, ma anche un mondo infinito di scrittori che si sono scontrati con il tema del tempo e con i suoi molteplici dilemmi.
Sette risvegli è un vero e proprio gioiellino di narrazione. L’autrice conduce il lettore nelle forme labirintiche del tempo e attraverso una serie di incontri tra personaggi che vengono da contesti e situazioni diverse crea legami e accadimenti che solo la paziente trama del tempo con tutte le sue prepotenti tirannie può costruire, realizzando quella serie di incontri che determina il corso delle nostre esistenze.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, questo è il filo conduttore delle riflessioni di Angela Nese, e tutti i personaggi da lei inventati sono fatti della stessa sostanza del tempo e dell’essere
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Nelle storie raccontate da Angela Nese, il tempo è un mistero che si nutre di vita. Con le sue contraddizioni e i suoi buchi neri è una condizione necessaria per l’essere e per l’esserci, anche se il paradosso e l’assurdo sono sempre in agguato.
Ogni personaggio che troveremo nelle pagine di questi racconti, scritti davvero con molta grazia, entra nelle pieghe intime del dilemma del tempo. Quel mistero dei misteri che continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Nota: http://www.largolibro.blogspot.it

:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018 by

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

Berlin in 1945 1

In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

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La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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Un’ intervista con Ben Pastor

Il tramonto birmano. La mia vita da principessa Shan di Inge Sargent (Add Editore, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

20 ottobre 2018 by

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Quando nel 1953 Inge arriva a Rangoon insieme a Sao non immagina neanche lontanamente che il bel giovane conosciuto in Colorado e suo neo-sposo sia un principe Shan. In queste bellissime pagine edite da Add Editore, Inge racconta in terza persona gli anni in cui è diventata Thusandi, Mahadevi di Hsipaw, e, mettendo a nudo il bianco e il nero dei suoi sentimenti, meticolosamente ridà vita alle sue memorie più care.

Gli Shan rappresentano una minoranza nell’Unione Birmana e sono governati da prìncipi ereditari con poteri feudali. Sao Kya Seng, principe di Hsipaw, è un liberale e, dopo il soggiorno di studio negli Stati Uniti come ingegnere minerario, in lui si accende il desiderio di trasformare democraticamente gli Stati Shan. Non sopporta di avere un potere assoluto sui suoi sudditi, le riverenze alla sua presenza lo affliggono, vuole trasformare l’agricoltura e creare un’industria mineraria shan. 

Gli Shan avevano diritto di esprimersi e di prendere parte alle decisioni che riguardavano la loro vita. E lui era deciso a dare loro quest’opportunità.

Per queste ragioni e per il suo governo illuminato, il popolo shan ama moltissimo il suo principe ed è pronto ad amare con la stessa forza la sua principessa austriaca. Sposando Sao e andando a vivere nel nord dell’Unione Birmana, Inge rivoluziona completamente la sua vita: deve governare un Paese, rispettare le responsabilità e i doveri di una principessa, imparare tradizioni e lingue totalmente diverse dalle proprie. Eppure Thusandi non fugge spaventata, decide di restare accanto all’uomo che ama e proprio da questo suo amore prende forza ogni volta che sente la terra tremare sotto i suoi piedi.

Quando si guardò nello specchio a tre ante, Thusandi stentò a riconoscersi. L’abito rosa, giallo e bianco, fittamente ricamato con l’emblema del pavone d’oro, avvolgeva la sua figura alta e sottile. La fusciacca rosa e la collana di diamanti incastonati in oro riprendevano il motivo del pavone. I lunghi capelli castani, raccolti nella pettinatura tradizionale di corte, le facevano da corona naturale, cui davano risalto un pettinino tempestato di diamanti e un solitario di cinque carati. Il luccichio degli orecchini, dei braccialetti e degli anelli di diamanti dava il tocco finale a quell’immagine da libro illustrato. Thusandi si domandò sbigottita che cosa avesse in comune quell’apparizione esotica con la semplice ragazza austriaca che scalava le montagne e andava a scuola sulla bicicletta del padre.

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Inge diventa una vera principessa, la Mahadevi di Hsipaw, e si impegna a sfruttare la sua posizione privilegiata per dare forma ai progetti democratici del marito. Infatti, l’obiettivo numero uno di Thusandi è prendersi cura delle donne e dei bambini di Hsipaw e per realizzarlo la principessa fonda la Maternity and Child Welfare Society. Questa associazione assume il controllo della clinica poco attrezzata del Paese, rinnovandone le strutture e portando le proprie iniziative nelle strade dei villaggi. Grazie all’impegno di Thusandi il tasso di mortalità natale diminuisce radicalmente e le donne si sentono meno sole nei mesi precedenti e successivi al parto. Thusandi fonda anche una scuola trilingue, permettendo così l’educazione locale dei bambini shan, tra cui le sue due figlie.

Inge Sargent racconta una storia vera della quale chiunque sia a corrente delle vicende politiche dell’Unione Birmana conosce già il triste epilogo; chi non è informato sulla recente storia birmana può comunque percepire fin dalle prime pagine che tutti i colori della famiglia di Thusandi e di Sao sono destinati a sbiadire. Infatti, nel 1962 il generale marxista Ne Win si fa leader di un colpo di Stato e Sao è tra i numerosi prigionieri politici del reazionario regime di terrore.

Si maledisse per la sua cecità, per non aver capito che il Paese scivolava verso la dittatura militare. Se fosse stato più realista, se avesse capito meglio l’ambizione di Ne Win, ora non sarebbe stato in prigione. E l’angoscia per la moglie e per le figlie non l’avrebbe tormentato in quel modo. Non temeva per sé, il pensiero della tortura e della morte non lo preoccupava più. Ma se pensava al destino di Thusandi e delle figlie, si trovava a fare i conti con la disperazione più nera. 

Dopo due anni senza vedere Sao né avere sue notizie, Thusandi e le sue bambine riescono a lasciare l’Unione Birmana in viaggio verso un nuovo futuro, libere. Inge nel 1968 sposa Howard Sargent e sarà proprio il suo secondo marito a spronarla a raccontare in un libro la verità su Sao. Nella dedica di questa autobiografia si legge: “Questo libro è dedicato alla memoria di Sao Kya Seng, principe di Hsipaw”. Inge continua ancora oggi a cercare la verità sulla morte di Sao e ogni anno scrive al governo birmano perché ammetta di essere coinvolto nella sparizione del principe di Hsipaw. Ogni anno non riceve risposta ma non si è ancora data per vinta e leggendo Il tramonto birmano è chiara la motivazione di questa strenua resistenza: l’amore vero non conosce resa. Thusandi e Sao hanno vissuto una storia d’amore intensa e autentica, una relazione le cui fondamenta erano costituite da fiducia, rispetto e ascolto, oltre che da attrazione, passione e affetto.

Attraverso quest’autobiografia Inge Sargent racconta la sua scoperta dei colori, degli odori e dei sapori di un Paese tanto lontano e diverso dall’Occidente e mediante una narrazione in terza persona si pone sullo stesso livello del lettore, come lei occidentale e ignorante di tradizioni e costumi comunemente definiti “esotici”. Mano nella mano con chi legge, Inge per la prima volta gusta i migliori piatti shan, si avvicina al buddismo e alla meditazione, si diverte alla Festa dell’acqua, conosce da vicino leopardi e cobra; l’autrice ha però vissuto realmente ogni attimo descritto e ogni sensazione, dalla più piacevole a quella più dolorosa.

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Elisa Talentino impreziosisce l’edizione italiana attraverso bellissime tavole dal segno minimalista, illustrazioni di grande effetto che rendono con successo paesaggi e atmosfere birmane: decisamente un tocco in più alla grafica del libro.

Leggendo queste pagine così importanti per la storia birmana e per la diffusione della democrazia, conoscendo così da vicino la vita che Sao e Inge hanno vissuto insieme, è impossibile non lasciare una parte di sé a Hsipaw. 

Inge Eberhard Sargent nasce in Austria nel 1932. Negli anni Cinquanta grazie ad una borsa di studio si reca negli Stati Uniti dove conosce e sposa Sao Kya Seng senza sapere che è un principe regnante. La coppia si trasferisce a Hsipaw, capitale dell’omonimo Stato Shan in Birmania e ha due figlie. Nel 1962 il giorno del colpo di stato Sao viene fatto prigioniero e Inge perde completamente sue notizie. Due anni dopo lascia la Birmania e si trasferisce con le figlie negli Stati Uniti. Qui nel 1968 sposa Howard Sargent con il quale nel 1999 fonda un’organizzazione di soccorso per i profughi birmani, Burma Lifeline. L’anno successivo riceve il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Source: libro comprato dal recensore.

:: La diffusione dei social network sta omologando il nostro modo di scrivere?

19 ottobre 2018 by

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Omologazione: Processo culturale per il quale una cosa o una persona va perdendo le proprie caratteristiche e i comportamenti peculiari, uniformandosi alle tendenze dominanti.

Scriviamo, scriviamo tanto, ma scriviamo male, sempre più male. Errori grammaticali, refusi, mancanza di concordanza tra verbo e soggetto, tempi dei verbi ballerini. Non perché non si conosca le regole del gioco, ma per la fretta, la disattenzione, la pigrizia.
Non solo la gente comune, ma anche gli scrittori, i giornalisti, gli addetti ai lavori. Tutti. Ne discutevamo con una psicologa che si occupa di tematiche legate al lavoro, e si evidenziava questa decadenza culturale, inarrestabile.
Tutta colpa dei Social Network? I grandi imputati.
Bella domanda, che meriterebbe una seria riflessione.
Innanzi tutto c’è la fretta.
Sui social si scrive in modo sempre più veloce. Si deve rispondere in tempo reale nelle discussioni e questo pregiudica poi successivamente il nostro modo di scrivere anche quando siamo soli, a tu per tu con il foglio bianco.
Alcuni agenti infatti addirittura vietano ai loro scrittori di stare sui social, un po’ perché c’è il rischio di incamminarsi in polemiche sterili, di perdere tempo, ma anche perché la scrittura ne risente. E significativamente.
Ci stiamo tutti omologando, conformando a schemi fissi di pensiero? Utilizziamo tutti le stesse parole? Pensiamo tutti le stesse cose? Parliamo delle stesse cose a flussi regolari, fissi?
Anche questo è vero e non si discosta troppo da quello che denuncia Paolo Sordi ne La macchina dello storytelling Facebook e il potere di narrazione nell’era dei social media, agile volumetto edito da Bordeaux Edizioni, che se non avete letto vi consiglio di recuperare.
L’allarme non è ancora generalizzato, ma percepito soprattutto nella scuola, dagli insegnanti che si trovano classi sempre più ingestibili. Un professore di lettere in una scuola superiore mi diceva che si è arreso. Scrivano come vogliono, tanto sui social nessuno se ne accorge degli errori.
Ma come diceva James Lee Burke, si scrive male, perché si pensa male. La scrittura non è che un accidente, un tratto successivo.
Quindi che fare? Ci sono dei rimedi? Sicuramente limitare i social, e darsi più tempo quando si scrive su di essi, non farsi coinvolgere in dibattiti vorticosi che necessitano di un botta e risposta quasi ossessivo. Meditare su quello che si scrive, rileggerlo, correggerlo. Anche io non sono immune da tutto questo, perché non lo faccio. Finisco di scrivere una cosa e penso subito ad altro. E non bisognerebbe, bisognerebbe respirare e concedersi il lusso di non farsi sopraffare dalla fretta, anche se il tempo è quello che è, e le esigenze sono spesso altre. Insomma la vita vera chiama e non si può ignorarla. Ma anche la scrittura è una priorità.
Ecco riflettiamo su questo, questo penultimo weekend di ottobre.

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018 by

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: La ragazza di stelle e inchiostro di Kiran Millwood Hargrave (Mondadori, 2018) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2018 by

978885208499HIG-628x965Crescere vuol dire confrontarsi con l’ignoto, un qualcosa che la narrativa per ragazzi ha spesso raccontato, in maniera più o meno riuscita, anche spesso per quello che riguarda le ragazze, l’altra metà del cielo, alle quali da un certo punto in poi sono state dedicate le storie forse più riuscite, con toni più realistici o fantastici.
La ragazza di stelle e inchiostro è ambientata in quelle che sembrano le isole Canarie viste in una prospettiva fantastica, con toni presi dalle fiabe dark alla Grimm, e racconta un mondo che ha paura di misurarsi con quello che c’è oltre la foresta e con chi abita i Territori dimenticati, in un ricordo abbastanza evidente di quando anche nel mondo reale c’erano luoghi che non si conoscevano.
Isabella è la figlia del cartografo che ha mappato la misteriosa isola di Joya fin dove lo spietato governatore Adori permette di andare e sogna da sempre di disegnare in una cartina la risposta a queste domande. Un giorno Lupe, sua migliore amica nonché figlia di Adori, scompare nei territori dimenticati e allora Isabella decide di guidare la spedizione di ricerca, anche perché sa che non può essere morta. Le mappe della sua famiglia la guidano attraverso villaggi deserti, lande desolate, foreste oscure, fiumi prosciugati, facendole incontrare nuove forme di vita, mentre dall’alto le stelle la accompagnano.
Ma mentre la ricerca continua, appare il vero pericolo: nelle viscere bollenti delle profondità della terra si sta svegliando Yote, un demone del fuoco e i pericoli diventeranno man mano sempre più grandi.
La ragazza di stelle e inchiostro presenta alcune ottime idee di partenza, in un universo non particolarmente ben delineato ma affascinante, confrontandosi con il potere dei miti, con la voglia di conoscere l’ignoto e di ampliare i propri orizzonti e le proprie conoscenze. Il problema è che a tratti il libro sembra essere troppo sbrigativo, e se gli aspetti dark e cupi sono indubbiamente interessanti e ci stanno in una storia che si vuole rifare anche alle fiabe meno politically correct, la storia in generale soffre di un po’ di approssimazione, e il tema della ricerca di qualcosa o di qualcuno che si è perso non funziona come dovrebbe. Alla fine ci sono tanti fatti in non molte pagine, per una storia che avrebbe meritato un altro spessore e uno svolgimento più ampio.
Un libro non privo di interesse ma a tratti un’occasione non sprecata ma che sarebbe dovuta essere stata sfruttata meglio.

Provenienza: libro del recensore.

Kiran Millwood Hargrave è nata a Londra nel 1990 e ha studiato a Cambridge e Oxford. Ha scritto la sua prima raccolta di poesie a vent’anni, con cui ha vinto numerosi premi. Le ricerche per i suoi libri l’hanno portata in giro per il mondo, dal Canada incontaminato alle montagne del Giappone. Vive vicino al fiume, a Oxford, insieme a suo marito e a un gatto di nome Luna. La ragazza di stelle e inchiostro è il suo primo volume.

:: Il pranzo della domenica, di Paolo Panzacchi (Laurana editore 2018) a cura di Federica Belleri

18 ottobre 2018 by

imagesBologna, 2016. L’azienda della famiglia Arienti sta decadendo, dopo anni di solidità. Il Cavaliere Giovanni, che ne è a capo, ha le mani legate e cerca con disperazione di giocarsi tutto. Non può e non vuole perdere ciò che ha costruito con impegno. Sara così?
La storia della sua famiglia è aggrappata alla tristezza e al dolore, al tradimento e a torbidi segreti. Al di là dell’amicizia e dell’amore ci sono affari da concludere o denaro da buttare dalla finestra. Prevalgono l’egoismo e il protagonismo.
Il pranzo della domenica ha le sfumature del noir all’interno di una trama adrenalinica. I personaggi creati dall’autore rincorrono il tempo che sfugge, sperando di lasciarsi alle spalle qualcosa di terribile. Scappano dal rancore e dall’odio, fiduciosi in una risoluzione. Vengono spiati e controllati a vista, senza esserne consapevoli.
Sono pedine in un gioco di orrore senza limite. Rimangono soli davanti all’inevitabile.
Sullo sfondo il terrorismo e il traffico di armi fra Iraq, Siria e Giordania. La corruzione, ad alti livelli.
Paolo Panzacchi ci racconta della privazione, che buca il cuore. Della paura, quando si guarda in faccia la morte. Del ricatto, ad ogni costo.
Perché in piedi, deve rimanere solo una persona. A torto o a ragione.
Buona lettura.

Fonte: omaggio dell’autore al recensore.

La regina del silenzio di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo, 2018) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2018 by

rumiz-regina-del-silenzioLa narrativa di genere fantastico è sempre meno di nicchia e sempre più mainstream, e inevitabilmente sta attirando anche autori e autrici soliti a scrivere altri tipi di libri, magari molto diversi, ma che in generi che si rifanno ad antichi archetipi fiabeschi trovano un modo nuovo e intelligente di esprimersi.
Ne è un esempio La regina del silenzio di Paolo Rumiz, fiaba nordica sul potere della musica e della fantasia, con una stazza non da romanzo fantasy classico, stile Pagine Gialle per intenderci, ma non per questo meno interessante e incisivo. E’ anche auto conclusivo quindi può essere un ottimo modo di avvicinarsi ad un genere nuovo senza impegnarsi troppo.
L’autore immagina un mondo alternativo abitato da più popolazioni, dove il malvagio re Urdal scende da Nord invadendo con il suo esercito la pianura dei Burjaki , proibendo loro ogni forma di musica, con l’aiuto dei suoi tre mostri Antrax, Uter e Saraton. Il mago Eco che suscita i suoni della terra viene fatto prigioniero e su quella terra cala il silenzio più assoluto.
Ma Urdal non ha fatto i conti con Mila, la figlia del valoroso cavaliere Vadim, e con il suo dono innato per la musica: lei cresce ascoltando la melodia della natura e con il suono della sua voce sfida il divieto del tiranno e parte a cercare il bardo Tahir, l’uomo che le ha insegnato li canto, per poter guidare insieme una battaglia in nome della musica e della libertà.
Vietare la musica non è qualcosa da storia fantastica, nell’Afghanistan sotto i talebani è successo e anche in altre parti del mondo, perché la musica è vista comunque e sempre come qualcosa di libertario e sovversivo e questo romanzo racconta come metafora un qualcosa che è successo davvero. Del resto il fantasy e la fantascienza di qualità raccontano in una cornice diversa fatti e paure del nostro mondo e dell’attualità e la scelta di Paolo Rumiz si pone in questa linea.
La regina del silenzio riprende inoltre due importanti archetipi del fantastico, la lotta contro un tiranno, metafora di quelli che la Storia ha periodicamente riproposto, e l’importanza dei personaggi femminili, che in quegli universi hanno iniziato un percorso di affermazione che poi ha influenzato anche il mondo reale. Un libro comunque con una sua originalità, adatto sia agli amanti del fantasy che troveranno pane per i loro denti che per chi non segue il genere ma dove scoprirà che ci sono tanti modi interessanti per raccontare una storia.

Provenienza: libro del recensore.

Paolo Rumiz è giornalista per “la Repubblica” e “Il Piccolo” di Trieste. Ha pubblicato, tra l’altro, La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan, 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe (2009), La cotogna di Istanbul (2010), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (2016).

:: Attesa: Frammenti di pensiero a cura di Brunella Caputo (Homo Scrivens, 2018) a cura di Federica Belleri

17 ottobre 2018 by

1Brunella Caputo torna con una piccola ma ricca antologia dedicata all’attesa, a tutto tondo. Raccoglie poesie, racconti, brevi scritture teatrali in grado di emozionare e scaldare il cuore. Quattro sono gli atti di questo libro e innumerevoli le sfumature che il lettore riesce a percepire.
Perché l’attesa ha un colore, profuma, si vive. È personale, molto intima e si lega agli arrivi ma anche alle partenze. Ogni attesa è musica o rumore. È silenziosa o disturbante. È un salto nel vuoto o un pericolo quasi quotidiano. È un inganno o una speranza. È esperienza e capacità di scegliere. È l’opportunità di una vendetta.
Gli autori inseriti in questo progetto puro ma ambizioso, hanno lasciato la loro storia, la loro personale opinione sull’attesa. Mescolandola con il passare del tempo, con un viaggio che sa di sopravvivenza.
Azioni e reazioni che rimangono impresse.
Complimenti alla curatrice. Lettura delicata, che vi consiglio.

Brunella Caputo è nata a Salerno e vive tra l’Italia e il Brasile. È regista, attrice, autrice di testi teatrali.
È vice presidente dell’associazione noir Porto delle nebbie, con cui organizza eventi letterari.
Scrive racconti per lo spazio “La lettura” del quotidiano “La città” di Salerno.
È ideatrice del progetto letterario/ fotografico/ teatrale “Scritti di Luce – Autori in immagini e parole” in collaborazione con lo studio fotografico Cerzosimo di Salerno; del progetto “Letture d’autore – la musicalità della lingua italiana” con il quale promuove e insegna, attraverso l’utilizzo di testi teatrali e di narrativa, la lingua italiana in diverse città dello stato di San Paolo in Brasile; del progetto “Teatro Passione” con il quale insegna, insieme a Davide Curzio, attività teatrali, in lingua portoghese, presso la città di Guaratinguetà in Brasile.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Il nostro caro Lucio: Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana di Donato Zoppo (Hoepli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

17 ottobre 2018 by

lucio battistiA vent’anni dalla scomparsa di un genio musicale, quale Lucio Battisti, avvenuta il nove settembre del 1998, a soli cinquantacinque anni di età, Donato Zoppo scrive “Il nostro caro Lucio”, edito dalla Hoepli, costo al pubblico Euro 17,90.
Qui vengono ripercorse in modo pedissequo ed assai nostalgico le tappe fondamentali della carriera fulminante del cantautore di Poggio Bustone.
Gigante indiscusso della musica leggera italiana, è stato indubbiamente capace di lasciare ai contemporanei e ai posteri un segno tangibile ed inviolabile nella cultura del suo stesso Paese.
Grazie a lui si può tranquillamente affermare, senza esagerazione e facili trionfalismi, che la canzonetta è salita di rango, divenendo nobile arte!
Battisti ha dunque firmato brani musicali indimenticabili, che, ancora oggi, grazie alla loro forza e modernità, sono in grado di emozionare e di far venire la pelle d’oca per l’intensità dei medesimi contenuti.
Con il paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol, ha costituito uno dei sodalizi più clamorosi e riusciti della storia della musica leggera nostrana!
Il suo talento cristallino e la sua innata sensibilità ha fatto sì che quest’artista riuscisse a prevedere quelle nuove tendenze e quei nuovi movimenti che avrebbero poi fatto breccia nel suo pubblico.
Di indole e timida e assai riservata ha fatto della sua vita privata un baluardo da proteggere a tutto tondo; poche sono state nella sua lunga carriera le interviste intimistiche concesse ai mass-media, centellinati perfino i suoi concerti!
È grazie quindi a Mogol i suoi successi stratosferici, quali “Acqua azzurra acqua chiara”; “Un’avventura”; “Dieci ragazze”; “Io vivrò senza te”; “Fiori rosa fiori di pesco”; “Emozioni” e moltissimi altri, uno più emozionante dell’altro.
Lucio, come lo stesso autore di questo meraviglioso libro-ricordo afferma, è stato anche capace di trovare sempre l’appeal più giusto per declinare tutte le più piccole sfumature della forma canzone, trovando stimoli e forza nuova per esplorare, con grande umiltà e convinzione, altrettanti spazi musicali. Infatti la sua stessa vasta produzione va dal melodico, al rock; dal blues al folk; attraversando anche mondi paralleli, quali progressive e disco music ; fino a toccare con estrema delicatezza un pop elettronico di assai rara eleganza.
Donato Zoppo oltre al racconto delle peripezie artistiche di Battisti, ci offre anche un’indagine sul privato dell’uomo cercando di individuare quelle motivazioni scatenanti che lo hanno portato a condurre una vita riservata, quasi monacale.
Dalle bellissime e sentite pagine di questo libro si avvince così una personalità complessa, ma al contempo stesso affascinante; per certi versi si può tranquillamente affermare che ci si imbatte in un ribelle, in un conclamato anticonformista; un mito indistruttibile che anche oggi al suo peso ed il suo perché!
Da leggere per ricordare, da leggere per conoscere.

Donato Zoppo, giornalista e conduttore radiofonico, scrive per “Audio Review” e “Jam”. Ha all’attivo libri su King Crimson, PFM, Area, Genesis.

Source: libro del recensore.