Shanmei legge: Il Fermaglio di Giada

9 novembre 2018 by

L’edizione 2018 del Pisa Book Festival

8 novembre 2018 by

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Torna per l’edizione 2018 il Pisa Book Festival, nato nell’ormai lontano 2003 e diventato uno degli appuntamenti più attesi per l’editoria indipendenti, portando ogni anno in autunno all’ombra della celebre torre pendente editori, scrittori, traduttori, illustratori e artisti italiani e stranieri. La sede è il prestigioso Palazzo dei Congressi.
Un festival cresciuto nel corso degli anni: nel 2003 gli editori partecipanti erano solo 56, l’anno scorso erano 162, attivi nei settori più disparati, saggistica, narrativa, fumetti. Del resto il festival rappresenta un modo unico per farsi conoscere e creare sinergie, ma il grande protagonista è il pubblico, che può incontrare i suoi autori e autrici preferiti.
Accanto allo spazio commerciale, il Pisa Book Festival ospita ogni anno più di duecento eventi, tra presentazioni, incontri con gli scrittori, convegni, laboratori di scrittura, seminari per professionisti, spettacoli, reading. Tutto è organizzato secondo vari filoni, come le anteprime degli editori, il focus del Paese ospite, gli autori del Repubblica Caffè, lo spazio Junior, la sezione Made in Tuscany. Quest’anno si aggiungono la rubrica  Alla ricerca del canone perduto, curata dallo scrittore Luca Ricci, la sezione Scienza e Fantascienza, il focus sulla poesia e il Chinese Corner.
Il Paese ospite quest’anno è la Spagna, luogo vicino ma diverso dall’Italia per cultura e lingua, per un programma che si preannuncia intenso. Tra gli ospiti si segnalano i nomi di Rosa Montero, Ester Garcìa, Lorenzo Silva, Massimo Polidoro, Roberto Cotroneo, Teresa Ciabatti, Tiziano Scarpa, Francesco Barbi, Giulio Giorello, Marco Malvaldi, Vanni Santoni, Serena Venditto.
Venerdì ingresso gratuito per tutti, sabato e domenica per i minori di 18 anni mentre gli altri pagano sei euro. Per il programma completo visitare il sito ufficiale.

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018 by

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018 by

Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Review Party – Inquisizione Michelangelo di Matteo Strukul (Newton Compton, 2018)

8 novembre 2018 by

inquisizione michelangelo

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Roma, autunno 1542. All’età di sessantasette anni, Michelangelo è richiamato ai suoi doveri: deve completare la tomba di Giulio II, opera ambiziosa ma rinviata per quasi quarant’anni. Guidobaldo II, erede dei Della Rovere, non accetterà altre scuse da parte dell’artista. Ma Michelangelo si trova nel mirino dell’Inquisizione: la sua amicizia con la bellissima Vittoria Colonna non è passata inosservata. Anzi, il cardinale Gian Pietro Carafa, capo del Sant’Uffizio, ha ordinato di far seguire la donna, con lo scopo di individuare il luogo in cui si riunisce la setta degli Spirituali, capeggiata da Reginald Pole, che propugna il ritorno alla purezza evangelica in una città in cui la vendita delle indulgenze è all’ordine del giorno. Proprio la Roma divorata dal vizio e violata dai Lanzichenecchi sarà il teatro crudele e magnifico in cui si intrecceranno le vite di Malasorte, giovane ladra incaricata di spiare gli Spirituali, di Vittorio Corsini, Capitano dei birri della città, di Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, e dello stesso Michelangelo Buonarroti, artista tra i più geniali del suo tempo. Tormentato dai committenti, braccato dagli inquisitori, il più grande interprete della cristianità concepirà la versione finale della tomba di Giulio II in un modo che potrebbe addirittura condannarlo al rogo…

Lasciata la Firenze dei Medici, teatro della sua ultima saga di successo, Matteo Strukul ci porta nella Roma sontuosa e decadente di Papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, il Papa fondatore della Compagnia di Gesù e del Concilio di Trento. Il Papa mecenate. Protettore e finanziatore dei più grandi geni dell’ Italia rinascimentale, tra cui il genio assoluto: Michelangelo Buonarroti.
E proprio Michelangelo, autore de la Pietà e de Il Giudizio Universale, è il protagonista di Inquisizione Michelangelo, appena edito da Newton Compton. Un romanzo che se vogliamo arricchisce l’affresco composito che Strukul fa ispirandosi alla storia italiana nel suo periodo di massimo fulgore. Le luci e le ombre del Rinascimento si fanno infatti ispirazione per plot in cui l’avventura, il mistero, la fede, l’amore diventano tutt’uno con le sue trame, sì ispirate da fatti storici realmente accaduti, ma impreziosite da uno stile moderno e scorrevole, che svecchia se vogliamo il genere per certi versi ancora troppo paludato.
Strukul ha avuto infatti il merito di avvicinare molti lettori al romanzo storico, forte anche di una grande esperienza nel noir e nel romanzo d’azione, che traspare nelle pagine, sebbene abbia adottato uno stile di scrittura piuttosto classico e equilibrato. Strukul ha sì infatti una scrittura semplice e immediata, ma non si nega l’utilizzo di un linguaggio ricercato fatto di termini precisi e storicamente esatti, dalle armi, al vestiario, all’arredamento.
Il Michelangelo che conosciamo attraverso il suo libro è quello della vecchiaia, del tormento di una vita spesa ad acquistare fama e denaro per poi accorgersi di aver tradito l’essenza stessa della sua arte e della sua umanità. Un’ ultima occasione di riscatto sembra farsi strada grazie all’amicizia con la poetessa e marchesa di Pescara, Vittoria Colonna, che lo avvicina a un gruppo di intellettuali e religiosi attenti a una sorta di rinascita spirituale e guidati dall’ intento di ricomporre la frattura con l’ala protestate della cristianità.
Al centro di intrighi, congiure, maneggi Michelangelo si troverà a fare delle scelte, anche pericolose, che potrebbero mettere a repentaglio la sua stessa vita.
Tra i personaggi spicca senz’altro quello della giovane Malasorte, bellissima ladra finita nell’orbita di una ricca cortigiana, ancora affascinante ma ormai sul viale del tramonto. Incaricata di spiare Michelangelo e il suo gruppo di congiurati, finirà per fare amicizia con Michelangelo stesso e questo fatto sarà l’inizio di imprevedibili sviluppi. Un po’ figlia delle sue eroine del passato, Malasorte si contende il ruolo di protagonista femminile con Vittoria Colonna, la donna angelicata se vogliamo, una sorta di “Beatrice” per Michelangelo.
Personaggi storici dunque si confondono con personaggi di pura invenzione, portando il lettore a parteggiare anche per i personaggi diciamo più negativi, che forse non lo sono del tutto. E l’amore tra Malasorte e Vittorio Corsini, Capitano dei birri, accresce questo paradosso.
Riuscirà Michelangelo a sfuggire alle strette maglie dell’Inquisizione? Dovrete leggere il libro per saperlo, quello che posso dirvi, è che lati della sua vita e personalità non conosciuti da tutti saranno messi in luce. Verità o finzione? Come in ogni romanzo storico sta nella abilità dell’autore non fare riconoscere la differenza. Buona lettura!

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in Giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in quindici lingue e opzionati per il cinema. Con I Medici. Una dinastia al potere ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica e ha vinto il Premio Bancarella 2017. La saga sui Medici (che prosegue con Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Turchia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Serbia, Slovacchia e Corea del Sud. È stata pubblicata anche nel volume unico I Medici. La saga completa. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Inquisizione Michelangelo è il suo ultimo libro. Il suo sito internet è matteostrukul.com.

Source: pdf inviato dall’editore scopo Review Party.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Nicola Vacca, a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2018 by

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Grazie Nicola di aver accettato questa intervista, sarà un’ intervista speciale, dedicata alla poesia, che non sempre ha spazio nei blog letterari, o nelle riviste non settoriali. Parleremo di poesia, poeti e di un libro che hai appena ripubblicato, “Almeno un grammo di salvezza”, con il preciso intento di aiutare la piccola editoria indipendente. Iniziamo dal titolo, “salvezza” una parola impegnativa se non ingombrante, la salvezza generata dall’arte, dalla poesia stessa? Una salvezza escatologica, filosofica, morale? C’è ancora spazio per concetti come “salvezza” e “dannazione” nella società contemporanea?

Ho deciso di ridare alle stampe questo libro del 2011 perché fuori catalogo e da più parti mi è stato richiesto. Sono contento di averlo affidato a L’Argolibro, una piccola casa editrice indipendente che vive e lotta nel cuore del Cilento e che è molto attenta alla qualità. Francesco Sicilia e Milena Esposito stanno facendo un ottimo lavoro. L’editoria indipendente va sostenuta e il mio libro fa parte di questo progetto. Il mio invito all’acquisto va in questa direzione.
Hai ragione quando definisce la parola salvezza “impegnativa e ingombrante”. Più volte ho scritto e ho detto che la letteratura e la poesia non salvano nessuno. Penso sia così. La poesia, in modo particolare, non salva la vita ma offre infinite possibilità in un tempo che non concede alcuna via di scampo. Detto questo penso che ognuno di noi non dovrebbe rinunciare alla ricerca di almeno un grammo di salvezza. Se ci arrendiamo, se non cerchiamo, se rinunciamo il nichilismo avrà definitivamente vinto.

Versi densi di una religiosità laica, di una esigenza di verità che supera gli steccati ideologici e le pastoie del contingente. Ho notato che i non credenti usano parole sublimi e a volte splendenti per avvicinarsi al sacro, al trascendente anche quando lo negano. E molta irreligiosità da parte di chi si professa credente e non rispetta l’umano. Non è un paradosso? Come lo interpreti da poeta?

Almeno un grammo di salvezza è il mio viaggio da laico nel mondo biblico. Il mio rapporto con il sacro e il religioso ha uno scopo: rendere immanente il più possibile quella trascendenza che spesso ci sfugge. A volte chi si professa credente è accecato dalla fede e dà per scontato il suo rapporto con Dio. Personalmente riesco a dialogare con quei credenti che hanno una fede ma sono macerati dal dubbio. Stando alla larga da chi va ogni domenica a messa e poi nella vita di tutti i giorni non mette in pratica nemmeno una sillaba del Vangelo.
Almeno un grammo di salvezza, come scrive Gianfrancesco Caputo nella prefazione, offre spunti per un ripensamento esistenziale con riflessioni che vanno oltre la mistica dei devoti e di ogni forma di ateismo fanatico.

Leggendolo non ho potuto non pensare a David Maria Turoldo, un poeta che so che anche tu ami molto. Hai riletto la sua produzione poetica ultimamente?

Hai fatto bene a citare David Maria Turoldo. Un credente armato di dubbi. Ci manca la sua poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
“Anche Dio scrive poesie perché è molto infelice” mi disse anni fa.

I Salmi, il Cantico dei Cantici, poeticamente raggiungono vette altissime, dense di ispirazione e meraviglia. “Mi baci con i baci della sua bocca”, sono versi che si prestano a pochi fraintendimenti, tra l’amore umano e quello divino non c’è frattura, non c’è disarmonia. Come la loro lettura ha ispirato i tuoi versi?

In almeno un grammo di salvezza le parole si posano sulla pagina dopo una lettura attenta della Bibbia. Dico questo perché ogni verso che fa parte della raccolta si nutre della parola delle Sacre Scritture. Ma quando il poeta inizia a farne poesia penso che le fratture si notino.
Penso che tra amore umano e amore divino ci siano enormi fratture e le disarmonie sono fatali. Il Cantico dei Cantici è un libro perfetto, poesia pura che canta l’amore sublime. L’amore che noi uomini viviamo ogni girono non sempre lo è. Il più delle volte è malato e criminale.
Almeno un grammo di salvezza denuncia dell’oggi l’assenza dell’amore che dovrebbe essere armonia necessaria.

La tua opera è una rilettura e una rivisitazione poetica di parte del Nuovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Il libro di Giobbe soprattutto sembra averti ispirato versi che rispecchiano il dramma dell’ uomo contemporaneo, di fronte al mistero del dolore e della morte. Giobbe era un giusto, e Dio accettò che il male entrasse nella sua vita togliendogli tutto tranne che la vita. Figura anticipatrice del Cristo, anche Giobbe avrà la sua risurrezione, Dio gli restituirà moltiplicato tutto quello che aveva perso. C’è risurrezione per l’uomo contemporaneo vessato da egoismo, avidità, falsità, disperazione, povertà, disoccupazione, ingiustizia?

Di fronte al silenzio di Dio, noi siamo condannati all’estinzione. Proprio per questo non dovremmo rinunciare alla ricerca di Almeno un grammo di salvezza. La strada da percorrere è difficile, gli scenari apocalittici sono a noi sempre più vicini. E noi mastichiamo Apocalisse, non mangiamo altro che distruzione. Dovremmo avere un sussulto di coscienza per meritarci quel grammo di salvezza.

La poesia è dialogo, il verbo, la parola è l’essenza stessa ultima di Dio. Quali responsabilità ha un poeta, che appunto vive di parole, vissute nella loro essenza?

Il poeta deve essere guardiano dei fatti. Scrivere in stato perenne di vigilanza perché la poesia è una forma di lotta e di resistenza.
Il poeta deve tenere gli occhi aperti sul mondo e attraversarlo con coscienza e responsabilità.
Il poeta non può tacere e non deve essere omertoso. Deve testimoniare lo scandalo con i suoi versi e non deve mai avere paura di chiamare le cose con il loro nome.

Grazie.

Link dedicato all’acquisto del libro.

:: Cyberbullismo, in Vaticano l’Osservatorio mondiale voluto da Papa Francesco

7 novembre 2018 by

1 xcAlla luce del dilagante fenomeno del bullismo, con particolare riferimento alla dimensione digitale, la Fondazione Pontificia Scholas Occurrentes, voluta da Papa Francesco per garantire a tutti i ragazzi il diritto all’educazione, e la Fondazione Carolina, dedicata a Carolina Picchio, presentano agli operatori dell’informazione il primo Osservatorio internazionale sul cyberbullismo, con sede in Vaticano.

Appuntamento alle ore 12,30 di giovedì p.v. 8 novembre, presso la Sala Marconi -Radio Vaticana – Piazza Pia 3. – 00120 Città del Vaticano.

Nasce Ico, International Cyberbullying Observatory e avrà sede in Vaticano. Il progetto, studiato per rispondere all’appello più volte lanciato da Papa Francesco per il benessere dei ragazzi nel web, sarà presentato nell’ambito del primo congresso mondiale sul rapporto tra minori e web, organizzato a Castel Gandolfo nella prossima primavera 2019.
Tutti i dettagli saranno illustrati dai promotori dell’iniziativa, la Fondazione Scholas – fondata da Papa Francesco per promuovere il diritto all’educazione grazie alle rete di oltre 440 mila scuole in tutto il mondo – e dalla Fondazione Carolina, impegnata nella tutela dei minori sul web in memoria della prima vittima di cyberbullismo, Carolina Picchio, divenuta simbolo per tutti i ragazzi.

Durante la conferenza stampa, con la partecipazione dei rappresentanti della Congregazione per l’educazione Cattolica, dei presidenti di Fondazione Scholas, José Maria del Corral, e di Fondazione Carolina, Paolo Picchio, sarà lanciata la prima indagine globale sull’esperienza digitale degli studenti.
I dati, elaborati dal Comitato scientifico di ICO, saranno restituiti ai rappresentanti istituzionali e alle delegazioni di studenti di circa 30 Paesi durante il grande evento di aprile, organizzato in collaborazione con iDea Congress, società specializzata nel fundraising e nell’organizzazione di congressi.

:: Niente è come credi di Helen Callaghan (Corbaccio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

6 novembre 2018 by

Niente è come credi di Helen CallaghanNessuno è chi dice di essere, comincia così Niente è come credi (Everythings is Lies, 2018), il secondo romanzo della scrittrice inglese Helen Callaghan, edito in Italia da Corbaccio e tradotto da Chiara Brovelli, un psicothriller teso e claustrofobico che fa leva sulla paura più atavica di ciascuno di noi: non conoscere davvero le persone che vivono sotto il nostro tetto. Mariti, mogli, figli, genitori, parenti vari, amici. In questo caso Sophia, la protagonista, avrà una violenta doccia fredda quando inizierà a indagare sul passato dei suoi genitori, ma andiamo con ordine.
Sophia torna a casa dopo una notte passata a Londra e trova la madre impiccata a un grande castagno del giardino e il padre in fin di vita. Classico omicidio suicidio secondo gli inquirenti, e a parte il trauma e lo shock, Sophia non riesce proprio a credere che sua madre, timida e gentile, abbia tentato davvero di uccidere il compagno per poi suicidarsi. Non ci riesce proprio, il suo intuito le dice che è successo qualcosa di molto più terribile, se ancora fosse possibile, in quella villetta georgiana circondata dal verde e non lontana dal mare. E così inizia a indagare, per conto suo, e scopre un manoscritto: la madre aveva scritto nero su bianco dei quaderni per poi prendere contatto e accordi con un editore perché venissero pubblicati.
Non l’avesse mai fatto, si scoperchia un vero e proprio vaso di Pandora, dalle conseguenze inimmaginabili.
Chi erano davvero i suoi genitori? Cosa nascondevano nel loro passato? Si erano mai amati sul serio? E soprattutto l’avevano mai amata? Particolari che prima sì le parevano bizzarri, ma su cui c’era sempre passata su, acquistano di colpo sinistre implicazioni, e unendoli il quadro si fa terrificante. La sua vita cade in pezzi, ma sa che deve scoprire la verità, e andare fino in fondo, perché è la sola strada per fare i conti con il passato e sperare in un futuro.
Il punto di partenza è molto interessante, ricco di possibili implicazioni e futuri colpi di scena, ed è il motivo stesso per cui ho deciso di leggere questo libro. Per scoprire quale era il mistero sotteso. Per capire dove la scrittrice sarebbe andata a parare. La narrazione è in prima persona, noi scopriamo passo passo quello che scopre Sophia, partecipiamo ai suoi dubbi, alle sue esitazioni, ai suoi rimpianti, ai suoi sensi di colpa, al suo “se l’avessi saputo, l’avrei potuto evitare”. Ma sì sa i segreti sono custoditi gelosamente, e la bolla di illusione di normalità e tranquillità forse siamo i primi noi a non volere che esploda. Comunque immaginatevi il peggio, alla povera Sophia non sarà risparmiato assolutamente niente, non voglio spoilerare, ma c’è di tutto proprio. Anche, se vogliamo, sempre sul tono di una puntata dell’Ispettore Barnaby. Insomma la provincia inglese è oscura e pericolosa, non fatevi mai ingannare dalle apparenze.
Un buon thriller per passare qualche serata in tutto relax. Se non siete troppo impressionabili, naturalmente.

Helen Callaghan vive a Cambridge insieme a Aleister, il suo criceto e a una montagna di libri. Autrice di racconti, è rappresentata dalla prestigiosa agenzia Green and Heaton che ha autori come Sarah Waters e Katherine Webb. Il suo primo romanzo, L’indizio, è stato un bestseller nelle classifiche inglesi e ha venduto 100.000 copie, Niente è come credi è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore. Si ringrazia Velentina dell’unfficio stampa Corbaccio.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Gabriele Dolzadelli

6 novembre 2018 by

1“1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del Nuovo Mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.”

Esatto, parliamo di bucanieri, in particolare di quelli raccontati nella saga “Jolly Roger”, di Gabriele Dolzadelli, pubblicata a partire dal 2014 e giunta al suo quinto volume.
Pubblicata o, per meglio dire, autopubblicata. Dolzadelli è infatti uno scrittore indie (per avere un profilo dei self-publisher, vi rimando a un ottimo articolo, datato 2017, del sito Extravergine d’autore: https://www.extraverginedautore.it/blog/2017/04/28/chi-sono-gli-autori-indie/) ovvero un autore che, secondo una certa vulgata, “fa tutto da sé”. Ma sarà poi vero?

Ringraziamo Gabriele per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partirei proprio da quello a cui accennavo nella premessa, il fare tutto da soli. Ritengo sia un falso mito che rischia di danneggiare gli stessi self-publisher meno esperti. La trasformazione di un manoscritto in un libro consta di vari passaggi che l’autore, in taluni casi, deve delegare ad altri. Mi riferisco per esempio all’editing per il quale è necessario l’intervento di un professionista esterno.
Cosa ne pensi? Credi che si sia maturata questa consapevolezza?

Buongiorno Ilaria e un saluto a tutti quanti. Grazie a voi per il vostro spazio. Credo che la consapevolezza in merito alla necessità dell’editing stia prendendo sempre più piede. Questo perché vedo un crescente numero di prodotti indie di qualità, molto competitivi nel mercato editoriale. Penso che siamo sulla strada giusta, ma bisogna farne molta. Purtroppo noto ancora molti dibattiti sul web creati da autori che credono al falso mito dell’editor che stravolge l’opera, la snatura o le toglie personalità. Qualcuno pensa sia un nemico dell’arte e questa ingenuità può solo fare del male a chi ci crede. Spero che venga col tempo completamente debellata. C’è anche da dire, inoltre, che una quantità enorme di persone si improvvisano editor, portando molti autori ad avvalersi di una figura impreparata che, pur correggendo l’opera, non ha le competenze per accompagnare lo scrittore in un percorso di crescita. Perché credo che l’editor sia proprio questo: un maestro che ti aiuta ad affinare lo stile e a sfruttare al meglio le tue capacità. 

A prescindere dai numeri, buoni anche per alcuni scrittori made in Italy, nel mercato del self si trova di tutto, dal lavoro curato in ogni particolare al testo acerbo e non ancora pronto per incontrare i lettori. Proprio l’assenza del filtro editoriale può portare a ritenere il self-publishing come una terra di nessuno dove, in nome di una malintesa democratizzazione del sapere, chiunque può pubblicare qualunque cosa.
Come stanno le cose secondo te allo stato attuale? E come ritieni che si evolveranno nei prossimi anni? 

La democratizzazione non è un aspetto che riguarda solo l’autopubblicazione. Oggi la si vede in tutti i campi. Se ci pensiamo, chiunque può suonare, recitare o creare contenuti sul web, mettendoli a disposizione del pubblico. Grazie a internet ci si può improvvisare in qualunque ruolo. In questo c’è sia del bene che del male. Da un lato la possibilità di incappare in prodotti scadenti, dall’altro la completa libertà che permette una sperimentazione sganciata dalle regole del mercato. Io credo che la meritocrazia farà il suo corso. I lettori stroncano subito sul nascere i prodotti poco curati e chi non prende seriamente ciò che sta facendo finisce per non avere nessuna possibilità di sbocco. Vedo una sorta di selezione naturale, dove chi diventa editore di sé stesso fa parlare di sé e rompe il muro del pregiudizio arrivando a un gran numero di lettori. Tutti gli altri finiscono nel dimenticatoio. D’altronde, è la legge dei grandi numeri. Su decine di migliaia di opere pubblicate e autopubblicate ogni anno è evidente che ben poche possono essere lette. Queste regole non muteranno. Quello che deve mutare è la testa del singolo individuo. Vuoi vendere solo due copie a parenti e amici? Allora puoi anche non curare il tuo testo. Vuoi arrivare a qualche centinaio di lettori? Allora devi investire tempo, energie e denaro. Non ci sono altre vie. A ognuno la sua scelta.  

Un altro luogo comune, simile a quello che voleva l’ebook contrapposto al libro cartaceo, considera il self-publishing nemico dell’editoria tradizionale. Ritengo che i due ambiti possano lavorare fruttuosamente in sinergia e, come ho sempre pensato che l’ebook fosse una possibilità in più che non avrebbe soppiantato il libro di carta, ritengo che le case editrici siano un bene primario e non sacrificabile della nostra società come lo sono le case di produzione e di distribuzione cinematografica. Allo stesso modo penso che il self-publishing, se scelto con consapevolezza, possa rappresentare una risorsa e, perché no, anche una vetrina o un trampolino, per chi lo desidera e si muove in questo senso.
Cosa pensi che possa imparare l’editoria tradizionale dal self e cosa invece il self potrebbe apprendere dall’editoria tradizionale? 

L’editoria tradizionale può imparare dal self il coraggio di certe scelte. Ho conosciuto autori che avevano in cantiere opere di un determinato genere che l’editoria considerava poco “commerciabile” ma che, al contrario, ha fruttato molto a questi scrittori indie che hanno voluto osare. Dall’altro lato, penso che il self possa imparare dalle linee e le scelte dei grandi editori per comprendere al meglio dove stia spingendo la massa (o dove la si stia dirigendo). Ad ogni modo, sono d’accordo con te. Ci sono diversi autori che sono “ibridi”, forse perché vengono dal self e con altri testi hanno trovato un editore che ha voluto investire su di loro o forse sono autori già pubblicati che per alcune delle proprie opere hanno preferito fare da soli. Una cosa non esclude l’altra. 

Hai creato un gruppo facebook che parla di self-publishing (il gruppo si chiama Self Publishing Italia, N.d.R.). Nel tuo gruppo, come si chiarisce nella descrizione, lo spam è severamente vietato. Eppure, al di fuori, molti autori, non per forza indie, pubblicizzano i propri lavori contando principalmente su questa modalità, probabilmente molto poco fruttuosa.
Ci sono dei consigli che daresti, sulla base della tua esperienza, per promuovere il proprio lavoro? 

Se devo dare un consiglio, direi di essere avvicinabili, amici dei lettori o potenziali tali. Questo lo si fa attraverso i gruppi Facebook, per esempio, dove è facile l’interazione. Bisogna approcciarsi ad essi più come lettori che come autori. Questo porta col tempo ad avere persone fidelizzate e ad acquisire anche una certa autorevolezza sul genere trattato. Ho visto molte persone seguire questa strada e ho notato che ha sempre portato ottimi frutti, considerando anche che i gruppi organizzano giornate autore o letture condivise. Aggiungo, inoltre, il puntare più alla diffusione dell’opera che al guadagno, almeno all’inizio. Una promozione gratuita può creare un bacino di lettori che possono poi generare passaparola o leggere altre tue opere. Risultati che non si possono ottenere impuntandosi sul volere a tutti i costi valorizzare il proprio lavoro con un prezzo più alto. Infine, bisogna stare al passo coi tempi, perché i metodi di promozione variano di volta in volta. Oggi Instagram ha un bacino di utenza crescente, rispetto a Facebook. Le live o le stories sono strumenti che arrivano a più persone rispetto ai post statici. Insomma, bisogna metterci la testa.

Senza contare i riferimenti più scontati, come l’”Isola del tesoro” di Stevenson, un classico per ogni generazione, mi viene in mente “La vera storia del pirata Long John Silver”, di Björn Larsson, pubblicato in Italia da Iperborea. E poi, per passare al cinema e alle serie tv, la celebre saga “Pirates of Caribbean” o la splendida “Black Sails”, storia di quella sorta di convitato di pietra di “Treasure Island” che è il capitano Flint.
Come sono nate la tua passione per i pirati e la voglia di scrivere questa saga?

Può sembrare strano ma non è una passione che ho avuto o che mi ha spinto a scrivere questa storia. Prima di fare la stesura del primo volume della saga, per esempio, di romanzi sulla pirateria avevo letto solo “L’isola dei pirati” di Michael Crichton. Solo negli anni a seguire lessi Stevenson, Tim Severin o Larsson (a Salgari non mi sono ancora approcciato). La mia idea, infatti, era quella di scrivere una storia corale dotata di un intreccio fatto a regola d’arte, con diversi punti di vista e una serie di messaggi molto forti. Il mio primo progetto fu un thriller moderno, che però non portai mai a termine. Mi sono così scervellato a lungo nel trovare la giusta collocazione di quello che avevo in mente. Così, un giorno mi venne l’ispirazione di tentare con il periodo della pirateria. Ho visto che la cosa poteva funzionare e da lì ho cominciato a informarmi e approfondire la tematica e il periodo storico. Piano piano la cosa ha preso forma, ma chi ha letto la saga ha ben capito come l’ambientazione piratesca, pur essendo suggestiva, non è il fulcro di questa saga. Piuttosto, lo sono le vicende umane dei diversi protagonisti, le loro ossessioni e sentimenti. 

Un’ultima domanda: se i tuoi romanzi diventassero un film e avessi carta bianca sugli interpreti, chi sceglieresti per i ruoli principali?  

Per Sid, ci vedrei bene Eddie Redmayne, per Isaac, Aidan Turner e per Yan lo Sfregiato ho sempre pensato a Benicio Del Toro. Mi fermo qui perché i personaggi sono davvero tanti e dovrei fare una lista lunghissima. 

Gabriele Dolzadelli, “Jolly Roger”, https://gabrieledolzadelli.com/

:: L’intruso di Luigi Bernardi (DeA Planeta 2018) a cura di Nicola Vacca

5 novembre 2018 by

coplbLuigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Luigi, come accade ai coraggiosi uomini liberi, ha pagato in vita questa sua scelta corsara.
Nell’ ottobre 2013 un cancro ai polmoni se lo è portato via.
Da De Agostini esce postumo L’intruso, un libro toccante e denso di grande letteratura in cui lo scrittore e l’uomo si raccontano con la consapevolezza che la luce sta per spegnersi.
Luigi ha lasciato in bella vista un file, incluso in una cartella dal titolo Andandomene, sul desktop del suo Mac.
Poi tutto è diventato L’intruso, il libro che a leggerlo fa molto male e in cui Bernardi incontra il male che lo sta consumando e lo guarda in faccia chiamandolo con il suo nome.
In questo diario lungo un anno, lo scrittore e l’uomo sono lucidi e spietati nei confronti dell’intruso malefico, come lo sono stati occupandosi nella vita delle questioni letterarie e culturali.
Luigi si mette a nudo e mette a nudo tutte le sue fragilità e sa che ogni cosa, persino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome a una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza, è un gesto letterario prima ancora che una questione medica.
Il cancro è indicibile per questo Luigi lo affronta e ne scrive, sentendosi come Lovercraft uno scrittore infetto senza possibilità di guarigione. «Scrittore indicibile morto di cancro all’intestino, proprio lì, vicino al pancreas».
L’intruso come tutti i libri di Luigi Bernardi è un libro controverso, forse il più controverso dei suoi libri.
In queste istantanee di malessere l’autore fa della sua vita letteratura nella consapevolezza che la letteratura non serve a niente e non salva nessuno.
Bernardi, affrontando l’intruso di petto, è entrato nella sua morte a occhi aperti. Ha voluto lasciare sul suo computer l’ultimo messaggio senza tradire il suo stile schietto e sincero, quindi scrivendo sempre quello che gli passava per la testa:

«Cosa vuoi da me cancro di merda? Perché devi distruggermi, oltre ad ammazzarmi? Non ti basta fare un lavoro pulito, così come fai sempre? Evidentemente no, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che devo capire prima di prendermi l’ultima parola».

Luigi se n’è andato senza lasciare conti in sospeso e ci ha lasciato in eredità questa lucida presa di coscienza. Di fronte al cancro, che consuma e fa sparire gli esseri umani, lo scrittore non rinuncia a trovare le parole per raccontare come il dolore scompiglia le carte, rovescia gli assiomi, capovolge la verità.
«Il cancro sarebbe potuto nascere in un mondo sano?». Questa è una delle ultime domande che Luigi si pone prima dell’attacco finale e definitivo dell’intruso. È vero, non è mai troppo tardi per scoprire un grande scrittore.
Vi invito alla lettura di Luigi Bernardi. Magari partendo da questa ultima preziosa testimonianza.
Soltanto da morto Luigi ha avuto l’onore di essere pubblicato da un editore grande. Questo mi fa davvero incazzare.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Un’ intervista con Kara Lafayette a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2018 by

karaKara Lafayette, benvenuta su Liberi di scrivere. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi in Trentino in questo momento? E come nasce il tuo simpatico nickname?

R: Ciao Giulia, grazie di avermi ospitata. Dunque, innanzitutto no, non vivo in Trentino, ma in Alto Adige, in una piccola frazione di un paese in provincia di Bolzano, che recentemente Salvini ha definito splendido. Avrei giusto qualcosa da ridire in proposito, ma tralasciamo. Mi guadagno da vivere come educatrice nella scuola dell’infanzia, un lavoro duro e complicato, ma che mi piace sempre. Il mio nickname nasce dalla fusione di due personaggi appartenenti a due serie televisive, ai quali sono molto legata. Il primo è Kara Thrace di Battlestar Galactica (l’attrice è Katee Sackhoff) e il secondo è Lafayette Reynolds di True Blood (Nelsan Ellis, l’attore, è morto poco più di un anno fa). Sono entrambi dei personaggi forti, particolari, sui generis, se vogliamo. Puri nel loro essere autentici, anche – se non soprattutto – grazie alle loro imperfezioni. E poi sono bellissimi, carismatici. Non dico che mi ci riconosco, non voglio apparire presuntuosa. Semplicemente li amo e mi piace l’idea di averli uniti.

Da educatrice, a contatto con i bambini, pensi che faccia differenza avvicinarli anche molto piccoli ai libri, colorati, con bei disegni, con storie semplici e divertenti? Pensi che la mancanza cronica di voglia di leggere degli adulti, perlomeno in Italia, sia dovuta anche a una scarsa educazione alla lettura ricevuta? Che consigli daresti in questo senso? La scuola fa abbastanza?

R: Questo è un tasto dolente. Il compito principale di un educatore è quello di trasmettere ai bambini gli strumenti per vivere all’interno dei contesti sociali. Per stare in comunità, tra la gente, consapevoli delle proprie emozioni. Spesso mi sbalordisco di come questi strumenti non vengano suggeriti attraverso il fantastico. La magia della fantasia, in soldoni, è l’arma vincente per non soccombere ai problemi della vita. L’aumento delle famiglie disfunzionali, che faticano sempre di più a gestirsi autonomamente, dovrebbe far riflettere noi insegnanti sull’importanza di donare a questi bambini (sempre più soli, più insicuri, più fragili) dei salvagenti. La lettura di storie, delle fiabe specialmente, che si è un pochino persa, è imprescindibile per la formazione di un individuo. Qualche giorno fa, insieme alla mia collega, ho deciso di leggere ai bambini la versione di Hansel e Gretel di Neil Gaiman (che consiglio a tutti i tuoi lettori di acquistare), creando un’atmosfera adeguata. La storia di Hansel e Gretel, come tutti sanno, è una storia dell’orrore. E come tutte le storie dell’orrore che si rispettino, attraverso l’immaginazione affronta tematiche di vario genere. La versione di Gaiman, illustrata da Lorenzo Mattotti, è abbastanza lunga, le immagini sono in bianco e nero, a tratti quasi difficili da decifrare. Temevo fosse troppo per loro. L’hanno ascoltata tutti in assoluto silenzio, completamente rapiti. È stato un esperimento interessante, che ha avvalorato ciò di cui ti ho parlato all’inizio. Le emozioni non si devono descrivere, abbellire, edulcorare. E certamente non millantare. Emozioni, emozioni… Provocatele, piuttosto. Vivetele. E decifratele. Mi chiedo come possano riuscirci i bambini se gli adulti hanno smesso di farlo. E allora insisto: leggete, leggete storie fantastiche. Leggete Neil Gaiman, visto che l’ho menzionato, che ha molto più da dirvi di tanti altri serissimi autori. Leggete romanzi, fumetti, racconti. Non temete l’horror, il fantasy o la fantascienza. E se non sapete da dove iniziare, chiedete, informatevi. I bambini hanno bisogno di adulti che li capiscano e la via di comunicazione è il fantastico. Sarei anche stanca di dirlo, dopo quindici anni di lavoro.

Sei anche un’autrice indipendente, hai pubblicato su Amazon Il regalo, Cosa fare in città mentre aspetti di morire e Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici? Ce ne vuoi parlare?

R: Volentieri. Il Regalo è un racconto ispirato a Perfection, di Germano Hell Greco. Mi sono divertita a cimentarmi con la fantascienza (che per me è un genere estremamente complesso, per il quale nutro una sorta di reverenza), immaginando una storia nelle terre desolate inventate da Germano. La protagonista è una bambina speciale, che si ritrova catapultata nella cittadina di Little Wonder (sì, come la canzone di David Bowie), costretta a vivere con uno strano vecchio e una replicante adolescente. Quest’ultima è un personaggio presente anche in Starlite, il seguito di Perfection, scritto da Germano. Il Regalo è autoconclusivo (anche se in tanti mi hanno chiesto di proseguire, chissà), si può leggere tranquillamente senza conoscere Perfection e Starlite. Chiaramente io consiglio di leggere tutto lo stesso, che male non fa.
Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici è, invece, un racconto horror, uno slasher ambientato a Bolzano. Ho cercato di mischiare humor nero e horror, raccontando una storia di amicizia, vera e presunta, di umana miseria. Con ironia. O almeno, ci ho provato.
Cosa fare in città mentre aspetti di morire è la mia prima antologia, contenente sette racconti dell’orrore sempre ambientati nella mia fantasmagorica regione. Una regione un po’ emarginata, come se non fosse italiana, ché qui sono tutti tedeschi, ma non è così. Sento proprio l’esigenza di ambientare le mie storie qui, nell’ambiguità di una terra descritta come l’Eden, ma che è un agglomerato di contraddizioni. La raccolta presto sarà disponibile anche in versione cartacea, con un bonus track per chi desidera avere il libro da sfogliare e annusare. Ci sono molto affezionata, è stata la mia prima pubblicazione e devo ammettere che ne vado particolarmente fiera.

Hai mai valutato l’editoria tradizionale? Se un buon editore ti proponesse un contratto serio, con anticipo e tutto, lo prenderesti in considerazione?

R: Non ho mai preso in considerazione l’editoria tradizionale, un po’ per disincanto e un po’ perché adoro essere un’autrice indipendente. Se un editore mi facesse una proposta seria e fruttuosa, perché no. Ma dovrebbe vedersela con Amazon, in quanto a serietà e fruttuosità.

Oltre che autrice, sei anche blogger, Secondo Kara Lafayette è il tuo blog. È importante per un giovane autore avere un blog? Ti aiuta a conoscere meglio i tuoi lettori?

R: Certo che è importante. Comunicare è importante. Attraverso il blog, la pagina Facebook e Instagram, cerco di divulgare ciò che faccio e ciò che amo, con articoli, disegnini (perché il disegno è il mio primo amore), foto. Non mi piace molto mettermi in mostra, come fanno molti colleghi (e colleghe), il rischio secondo me è quello di creare un personaggio a discapito di ciò che si crea. Un po’ come finire nel minestrone di un grande fratello vip, dove tutti ti conoscono per il semplice fatto che appari, ma nessuno sa cosa fai realmente e quindi nessuno compra i tuoi libri, nessuno ti legge. Purtroppo questa è la tendenza, oggi. Se proprio decido di mostrarmi, preferisco farlo con autoironia, piuttosto che atteggiarmi a guru tracotante serietà, sparandomi le pose. Ti dirò, la vera invasione è questa, altro che migranti.

L’horror, con sfumature ironiche e bizzarre, è il genere che ti attrae di più?

R: Diciamo che è il genere che preferisco scrivere. Non so se riesco nell’intento, ma è sicuramente la linea creativa che prediligo.

Quali sono gli autori che ami di più, e quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo?

R: Ti parrà bislacco, ma Pennac e i suoi Malaussène mi hanno influenzata moltissimo. È quel tipo di storia piena di personaggi strampalati e interessanti di cui vado matta. Per quanto riguarda il mio genere preferito, non so se mi hanno influenzato, ma sicuramente mi hanno arricchito: Clive Barker, Dan Simmons, Brian Keene, Shirley Jackson, Agota Kristof, Neil Gaiman. Tanti, tantissimi, non finirei più. Da qualche anno mi sono innamorata di Gillian Flynn, autrice che mi ha sconvolto letteralmente.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

R: È nata grazie (o per colpa, dipende dai punti di vista) a Germano. La scrittura ci ha fatti conoscere, incontrare e, pensa un po’, innamorare. Prima di incontrarlo mai avrei pensato di pubblicare una mia storia. Mi ha aiutata a credere in me stessa, migliorandomi giorno per giorno a suon di correzioni. Lui è un editor bravissimo, perché ti pone davanti ai tuoi difetti, senza ruffianaggini. Ho imparato molto da lui e dai nostri colleghi.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, e con chi?

R: Mi piacerebbe scrivere un libro con Lucia Patrizi. Perché mi misurerei con un’autrice che scrive romanzi eccezionali, oltre che con un’amica. Una grande amica.

Donne che scrivono horror non è raro trovarle all’estero, mi viene in mente la grande Shirley Jackson, in Italia lo è un pochino meno. Come te lo spieghi? Esiste una Stephen King donna, in Italia?

R: In Italia si è perso il rispetto del genere, se dici apertamente che ami l’horror ti guardano storto e ti rispondono che leggi “quelle robe lì, quelle cagate”. Non sanno di cosa parlano, ovviamente, e per me è triste questa abissale ignoranza culturale. Se leggessero Shirley Jackson, visto che l’hai menzionata, probabilmente si sentirebbero delle nullità. L’horror è il genere di cui vergognarsi, il compagno di classe cretino da bullizzare, il fratello storpio da segregare in soffitta. Non esiste nessuna Stephen King donna, in Italia, ma nemmeno uomo, se è per questo. Non c’è nessun autore italiano o autrice di tale portata che può permettersi di vivere di scrittura dell’orrore, con una bella casa sul lago, che sforna libri in serenità e il cui nome viene scritto a caratteri cubitali. Sarebbe bello, darebbe perlomeno speranza a tutti noi che aspiriamo a una carriera in questo campo.
Però abbiamo Michele Mari, che è un grande autore, che consiglio di recuperare. Di donne non me ne vengono in mente, ma se tu ne conosci ti prego, illuminami.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici letterari a recensire, o anche solo leggere, autoprodotti? O noti che è in atto un cambiamento. Cioè un “se il fenomeno non lo possiamo arrestare, almeno governiamolo”?

R: Più che ritrosia direi che è una questione di snobismo malcelato. Io non sono nessuno, ho scritto davvero poco e non faccio testo. Ma tantissimi miei colleghi autoprodotti, con all’attivo tantissimi titoli di qualità e che sono nel settore da anni e anni, meriterebbero di essere osannati dalla critica. Penso a un Alessandro Girola (ecco, lui dovrebbe essere a tutti gli effetti lo Stephen King italiano), che scrive tanto e bene, e ha, tra l’altro, sdoganato alcuni sottogeneri, essendo stato il primo in Italia a scrivere di kaiju. Ma siccome non ha il marchio di una casa editrice (anche microscopica, che magari non conosce nessuno e con la quale non si guadagna un tubo), allora non esiste. Il bello è che invece esiste e ha un seguito di lettori affezionati. Girola è solo un esempio. Io sono agli inizi, ma mi ci metto dentro con orgoglio: esistiamo, siamo in gamba e non molliamo. Per buona pace di chi ci vuole male.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

R: Un sacco di volte, cara Giulia, lo sconforto ha cercato di sopraffarmi. Non sono tanto le critiche che, se costruttive, possono essere degli ottimi feedback per crescere e migliorare, ma piuttosto l’indifferenza generale. E poi aggiungici lo stress e la stanchezza della vita quotidiana che, inevitabilmente, ti spezzano le gambe (io già le ho corte, figurati). Il trucco è amare quello che si fa e circondarsi di amici che ti capiscano. E continuare a progettare.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

R: Ho da poco iniziato Grotesque di Natsuo Kirino, l’autrice di Quattro casalinghe di Tokyo. Contemporaneamente sto rileggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello (se la Jackson fosse viva oggi le fischierebbero le orecchie), perché dopo la visione della splendida serie tv The Haunting of Hill House, mi è venuta voglia di rileggere tutti i suoi scritti. Poi toccherà a Buscafusco di Davide Mana, che ho avuto la fortuna di acquistare in italiano prima che lo ritirasse. Mi sento una privilegiata.

Per concludere, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando?

R: Ho preparato le illustrazioni di una storia per bambini scritta da Laura Stenico, interamente autoprodotta, il cui ricavato andrà in beneficenza. Come ti accennavo all’inizio, farò uscire su Amazon il cartaceo della mia raccolta Cosa fare in città mentre aspetti di morire con un racconto bonus e, se l’editor approva, pubblicherò un nuovo racconto horror ambientato, guarda un po’, in una scuola. E potrei anche non fermarmi qui. Nel frattempo collaboro con la rivista online dedicata al fantastico, Melange, e invito tutti i tuoi lettori a farci un salto e a seguirla (esistono anche la pagina Facebook e Instagram). Siamo un gruppo di loschi individui, ma pieni di sentimenti.

Spero di non aver ammorbato te e i lettori di Liberi di scrivere. Ti ringrazio infinitamente per l’inaspettata intervista, che mi ha lusingata e imbarazzata allo stesso tempo. ^^

:: Jungle Rudy, Jan Brokken, (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

5 novembre 2018 by

Jungle Rudy“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, e Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa Iperborea e a tutto lo staff editoriale.