:: Autobiografia di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino 2011) a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2018 by

AUTOBIOGRAFIA di F.A. von Hayek“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).

Friedrich A. von Hayek ha studiato a Vienna e a New York. Ha insegnato in Austria, a Londra, Chicago, Friburgo. Ha vissuto in territorio britannico per quasi vent’anni, gli “anni d’oro” della “London School of Economics and Political Science”. Hayek aveva le idee chiare su quale curva l’economia del Novecento stesse prendendo. Però non ebbe una moltitudine di seguaci quando predisse l’ascesa del criterio di “competizione”e l’idea che “Il mercato utilizza un ammontare di informazioni che le autorità non possono mai avere”. Gli Stati del pianeta allora facevano una gara a chi avesse lanciato più lontano la lenza per fare abboccare i contribuenti di ogni classe sociale. La parola d’ordine nell’Ordine mondiale post Secondo conflitto mondiale era “distribuzione”, “pianificazione centalizzata”, “collettivismo”. Hayek credeva che questa fosse una strada disastrata, quasi un vicolo cieco. E lo disse senza remore, forte della sua esperienza di accademico che non si mescola con l’establishment.

“Un’esperienza con il governo corrompe gli economisti” –affermava– “Il governo trasforma un economista in un uomo dell’apparato statale”.

Leggere il presente attraverso le delusioni del passato è stata la sua ambizione principale. Parliamo di socialismo.

Sostengo che è stata la tendenza verso il socialismo la ragione principale per cui sempre maggiori poteri, riferiti a tutte le attività, sono stati concentrati nelle mani del governo. Di conseguenza, l’intervento governativo è passato dal controllo delle nostre attività materiali al controllo dei nostri ideali e delle nostre credenze”.

Una parabola discendente, quando si concentra ogni risorsa nelle mani rapaci del governo che dà per poi prendersi tutto. Lo studioso di economia, psicologia teorica, teoria della conoscenza, filosofia politica, diritto e storia delle idee, nonché Premio Nobel per l’economia nel 1974,era ben cosapevole dei limiti umani di fronte ad una conoscenza globale che ci sfugge come vapore tra i pori della pelle.

Le previsioni specifiche che può fare l’economia sono molto limitate: al massimo è possibile arrivare a quelli che chiamo modelli predittivi o spiegazioni in via di principio”.

Fervente sostenitore di una Civiltà liberale, fu per lungo tempo considerato l’avversario più agguerrito di Keynes, anche se di lui conservava un ricordo non in linea con questa opinione. Keynes morì prima di revisionare il suo pensiero, acclamato in toto dagli espansionisti di ogni grado e foggia. Il destino ha voluto biforcare le loro idee ulteriormente, oggi possiamo dire di essere debitori ad entrambi, anni fa questo era impensabile. Curioso e intrigante il pensiero di Hayek sull’economia del nostro Belpaese.

La situazione italiana è per me molto confusa”- diceva – “Ho la crescente impressione che l’Italia abbia oggi due economie: una ufficiale, protetta dalla legge, dove la gente passa le mattine senza fare nulla; e una non ufficiale, nel pomeriggio, quando viene svolto un secondo lavoro in modo illegale. E l’economia reale è quella sommersa”.

Il libro è arricchito da una conversazione con James M. Buchanan, mentre la postfazione è affidata a Lorenzo Infantino.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. Hayek ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, Hayek giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Un’ intervista con Davide Mana: Patreon è un’ opportunità per gli scrittori?

3 novembre 2018 by

DavideConoscete Davide Mana come collaboratore di questo blog, blogger a sua volta (lo trovate su Strategie Evolutive), scrittore, divulgatore culturale, bene, gli ho chiesto oggi di parlarci di un progetto a cui aderisce (con successo) da poco più di un anno, e che dovrebbe interessare molti artisti (in qualunque campo operino) che cercano entrate regolari per praticare in maggiore autonomia e libertà la loro arte. Si chiama Patreon. Per chi non conoscesse Patreon è una piattaforma internet, con sede legale a San Francisco, che consente ai fan di un artista, ai lettori per uno scrittore, di aiutarlo concretamente con un contributo regolare mensile, (che va da 1 dollaro del classico caffè, a qualche centinaia o migliaia di dollari in alcuni casi), a creare le sue opere. Il supporter o patrono è dunque una sorta di mecenate che apprezza così tanto i disegni, i video, gli scritti, la musica di qualcuno da dirgli: ehi io sono qua, ti supporto, sono dalla tua. E non solo a parole, ma coi fatti. Ma per saperne di più chiediamo appunto a Davide Mana che ha avuto il coraggio di buttarsi nell’ impresa.

Innanzitutto grazie Davide di essere qui, e grazie di averci concesso questa intervista per parlare di un tema che sicuramente interesserà parecchi creativi, parlo di creativi in senso lato perché nessuna arte è discriminata. Iniziamo col fare chiarezza, che differenza c’è tra Patreon e un tradizionale crowdfunding

R: Grazie per l’ospitalità.
La fondamentale differenza fra Patreon e un crowdfunding “tradizionale” (Kickstarter, Indiegogo, Produzioni dal Basso ecc.) è che mentre il crowdfunding si focalizza su un progetto, Patreon si focalizza sull’autore.
In altre parole, quando lancio un crowdfunding, chiedo ai miei fan (e a tutte le persone interessate) di aiutarmi a finanziare un progetto specifico: un romanzo, un disco… La Humphrey Bogart Foundation ha finanziato un eccellente film noir, ad esempio, usando un crowdfunding. In cambio del loro supporto, i finanziatori hanno ricevuto una copia del film in anteprima, come scarico digitale. La ricompensa per chi partecipa a un crowdfunding è sempre legata al progetto specifico: una copia del disco, una edizione limitata del romanzo, ecc. Possono esserci ricompense extra, se si superano certi traguardi, ma di base il crowdfunding dice: “mi serve la cifra X per produrre il mio libro/film/disco/fumetto/gadget tecnologico, versami almeno Y e ne avrai una copia.”
Il fuoco del progetto è un prodotto specifico e ben definito, e i fondi raccolti vanno a coprire le spese vive del prodotto stesso: i costi di revisione, editing, stampa ecc per un romanzo; i costi di incisione e produzione per un disco, e così via.
In un crowdfunding io aderisco, viene prelevata una certa cifra dalla mia carta di credito, e a tempo debito ricevo la mia ricompensa.
Patreon è invece uno strumento che permette ai fan (chiamati “Patrons” o sostenitori) di aiutare l’autore o l’artista (chiamato “Creatore”) a continuare a produrre le sue opere. Il modello è quello classico del mecenatismo: pago l’artista perché continui a fare ciò che mi piace. Lo scopo non è quello di coprire le spese di un determinato progetto, ma generare un fisso mensile che l’artista possa usare per pagarsi le spese mentre crea le sue cose. Di base, perciò, il Creatore su Patreon dice ai propri fan: “Aiutatemi a pagare le bollette di casa, in modo che io possa continuare a scrivere/a dipingere/a fare ciò che vi piace. Per ringraziarvi vi darò delle cose che non darò a nessun altro.”
Con Patreon io aderisco, una cifra fissa viene prelevata ogni mese dalla mia carta di credito, e io ricevo mensilmente, o settimanalmente, le mie diverse ricompense.
E infatti il sistema di ricompense di Patreon è molto più flessibile e divertente: conosco una disegnatrice che condivide coi suoi sostenitori su Patreon tutti gli schizzi preliminari dei propri dipinti, che normalmente nessun altro vede. Ci sono musicisti che regalano ai loro fan su Patreon incisioni alternative delle loro canzoni e brani inediti, o che li premiano con inviti dietro le quinte ai concerti. I miei supporter su Patreon ricevono delle storie esclusive scritte apposta per loro, possono sbirciare da sopra la mia spalla mentre scrivo, vedere scene tagliate e appunti, assistere a sessioni di editing… Il rapporto su Patreon non è finalizzato a un progetto, ma è continuativo, ed è molto più personale.

Come sei venuto a conoscenza di questa realtà, e quali casi di successo ti hanno dato la spinta per provare anche tu?

R: Patreon è stato messo in piedi da un giovane musicista americano che si chiama Steve Conte, metà del duo Pomplamoose, che avevo scoperto a suo tempo su YouTube. Seguendo i Pomplamoose venni a sapere dell’esistenza di Patreon, e ben presto la voce cominciò a circolare fra gli scrittori indipendenti: Patreon sembrava funzionare, e bene, per i musicisti, per gli Youtuber, per i podcaster. Persino per i cosplayer. Si poteva adattare anche agli scrittori? Qualcuno ci aveva provato?
Il primo caso di successo in cui mi sono imbattuto, poi, è stato quello di Caitlin R. Kiernan, una brava e popolare autrice horror americana che da anni opera come indipendente, e che è stata una delle prime ad adottare Patreon. Poi sono venuti altri. Con alcuni autori che stavano sperimentando questo nuovo strumento ci si conosceva e frequentava da tempo. Feci domande, sentii cosa ne pensavano. Tutti parevano decisamente soddisfatti. Cominciai allora a pianificare un esperimento.
Poi qualcuno si premurò di spiegarmi in dettaglio che all’estero funzionava, ma per un italiano non avrebbe mai funzionato. E allora decisi di provare.
In fondo, se aveva funzionato per Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, poteva funzionare anche per me, no?

Dunque è una piattaforma americana, i creatori di contenuti in lingua in inglese saranno favoriti. È possibile partecipare anche in altre lingua che non siano appunto l’inglese, mi dicevi?

R: La piattaforma Patreon è aperta a tutti, e serve solo a facilitare e automatizzare gli scambi fra artisti e fan. Ma alla fine, sei tu che entri in contatto con i tuoi fan, e quindi la lingua è quella che tu e i tuoi fan condividete. E sei tu a fornire contenuti e premi ai tuoi supporter, quindi anche in questo caso, sei tu che controlli ogni aspetto dell’interazione.
Io ad esempio, che sono complicato – e ho fan in Italia e all’estero – devo fornire contenuti in italiano e in inglese, per accontentare tutti. Ma non è un grosso sacrificio.

Il difficile è allargare la cerchia dei supporter a quanto ho capito, ma ci sono diversi premi modulati si può dire per tutte le tasche. Tu come ti orienti e ti muovi per cercare nuovi sostenitori? Che tipo di autopromozione fai? Patreon aiuta in questo senso o bisogna fare tutto da sé?

R: Procediamo con ordine.
L’artista su Patreon ha piena libertà nella scelta del tipo di donazioni e ricompense.
Di solito si procede a livelli. Nel mio caso, tutti coloro che mi versano un dollaro al mese ricevono l’accesso a un blog esclusivo sul quale posto almeno una volta alla settimana, più l’accesso al “dietro le quinte” del mio lavoro: appunti, schede e schemi, scene tagliate, materiale raccolto facendo ricerca. Hanno insomma la possibilità di vedere come lavoro. Il livello successivo è la Five Bucks Brigade, i coraggiosi che mi versano 5 dollari al mese. Queste persone hanno accesso a tutto ciò che rendo disponibile al livello precedente, e in più ricevono un racconto in esclusiva al mese. Hanno inoltre uno sconto su tutti gli ebook che mi autoproduco, e compatibilmente con gli orari, una volta al mese ci si vede in videoconferenza per chiacchierare. Il terzo livello è per coloro che mi versano dieci dollari al mese, e che ricevono tutto il materiale dei due livelli precedenti, e hanno gratis tutti i miei ebook, di solito una settimana prima che escano su Amazon.
Ma questo è il mio schema, e per ora pare funzionare. Posso cambiarlo, ampliarlo o ridurlo. Si possono adottare sistemi diversi. Lo scrittore Thobias Buckell, ad esempio, ha un solo livello secco a 1 dollaro, e tutti gli iscritti (ne ha svariate centinaia) ricevono un racconto in esclusiva al mese. Il mio amico Ari Ragat fa la stessa cosa, ma il suo livello unico è a 5 dollari. E Caitlin Kiernan ha una decina di livelli diversi.
Come trovare supporter: si spera di avere dei fan, che ci sia insomma qualcuno disposto a rischiare almeno un dollaro al mese per aiutarci ad andare avanti, sulla base della promessa che così potremo creare di più.
Patreon offre una serie di strumenti molto semplici (bottoni per iscriversi, badge, mailing list ecc), ma il grosso del lavoro tocca a noi. Sono i nostri fan, siamo noi a dover sapere come raggiungerli e come spiegargli cosa significa supportarci su Patreon.
Statisticamente, i creativi “di successo” su Patreon hanno dai trenta ai cinquanta supporter, mentre le superstar ne hanno oltre il centinaio. Far crescere il numero di supporter è un grosso sforzo, certamente, ma è anche un aspetto della piattaforma che ci obbliga a pensare a ciò che stiamo facendo, e al nostro pubblico: ci sono persone che mi sostengono, ma ora cosa devo fare di meglio, o di diverso, perché gli altri miei fan si decidano ad aiutarmi?

Se uno poi vuole uscire è semplice, ci sono penali?

R: Per poter entrare su Patreon, prima di essere titolari di una pagina, è necessario essere fan di due artisti già registrati. In altre parole, è necessario versare almeno un dollaro al mese ciascuno ad almeno due artisti. Io al momento ne supporto quattro (due scrittori, una pittrice e un vlogger). E nel momento in cui si desidera uscire da Patreon, basta cancellare la propria pagina e, se lo si vuole, sospendere il supporto ai due (o più) artisti che stiamo sponsorizzando. Non mi risulta ci siano penali di alcun tipo.

In un certo senso Patreon ti responsabilizza?

R: Estremamente.
In primo luogo ti obbliga a mantenere una certa tabella di marcia. La mia Five Bucks Brigade (devo disegnare un logo apposta per loro, tra l’altro, per Natale) si aspetta un racconto nuovo al mese, in Italiano e in Inglese, e io glielo devo—perché loro i soldi li hanno versati per davvero, mi hanno dato la loro fiducia, non posso deluderli.
Ma è anche una grossa spinta per la fiducia in se stessi—perché c’è gente là fuori che crede nel nostro lavoro abbastanza per rischiare 1, 5 o 10 dollari al mese. E perciò quando hai una giornataccia, e ti trovi a domandarti se ciò che stai facendo valga la pena, se a qualcuno importi qualcosa di ciò che scrivi, o disegni o fai, beh, con Patreon tu SAI che quelle persone ci sono, le conosci per nome, ci scambi anche qualche parola di tanto in tanto. Fa bene all’anima, e aiuta a restare focalizzati.

Come premi si possono mandare anche audiolibri, quali altri scrittori anche in lingua inglese l’hanno fatto con successo? Patreon è attrezzato per caricare file audio?

R: Sì. Patreon ha uno strumento integrato che permette di condividere file audio coi propri sostenitori, per cui è possibile caricare audiolibri, o podcast. Uno degli autori che seguo e supporto usa i file audio per condividere delle anteprime dei propri racconti con i suoi fan, brani del proprio lavoro che lei legge e commenta in audio.
Allo stesso modo, Patreon integra anche Discord—uno strumento per chattare e giocare in gruppo online—e Reddit, per cui è possibile condividere coi propri sostenitori delle discussioni su quella piattaforma.

È una comunità coesa? Ci si aiuta tra colleghi o ognuno opera per conto suo?, c’è un forum?

R: Ciascun artista ha la propria comunità di sostenitori, ma Patreon non ha uno strumento specifico per favorire la comunicazione fra creatori. Alla fine ci si conosce e ci si scambia idee e suggerimenti privatamente, e di propria iniziativa, se succede. Da quel che ho visto, esiste una sorta di filosofia che porta chi è dentro da più tempo ad aiutare chi è appena arrivato, una specie di spirito di frontiera come ai vecchi tempi di internet. In fondo è un po’ ciò che io sto facendo qui, e che altri hanno fatto per me un anno fa e più.
Ciò che Patreon fornisce è un blog che settimanalmente offre consigli su come promuovere il proprio lavoro, come dare nuove ricompense ai sostenitori, e esamina casi di successo. C’è anche una ricca biblioteca di esempi e di articoli su vari aspetti della piattaforma e del suo uso.

Nella tua esperienza i tuoi sostenitori sono un pubblico difficile, o li hai trovati ben disposti a venirti in contro nei vari momenti della tua attività? Partiamo dal presupposto che è gente che crede in quello che fai, che vuole sostenerti.

R: Potrei cominciare col dire che i miei sostenitori sono persone fantastiche—è vero, ma suonerebbe sospetto. Perciò mettiamola in questo modo: i sostenitori su Patreon sono le persone alle quali il tuo lavoro piace abbastanza da volerti versare un mensile perché tu possa continuare a farlo. Sono i “superfan”, quelli che credono in te. Sono quelli che fanno la coda col sacco a pelo davanti alla biglietteria per essere i primi ad avere il biglietto del concerto. Quelli che hanno la maglietta col tuo logo. Che preordinano il tuo libro un mese prima che esca, e che vengono a farselo autografare.
Se sono “difficili” è perché da te si aspettano il meglio—ma di fatto sono persone fantastiche, e si fidano di te. O non sarebbero su Patreon a sostenerti.

Ora sembra tutto fantastico, parlando dei lati bui, quali sono state le maggiori difficoltà? a parte trovare supporter, di cui ne abbiamo già parlato.

R: Io in un anno lati bui non ne ho trovati. È necessario imparare a organizzarsi, avere un calendario, ricordarsi di mantenere i contatti con i sostenitori, dargli ciò che si è promesso. Ma non è una cosa difficile. Può capitare di arrivare in ritardo—i supporter lo capiranno, ma dobbiamo dirglielo. Può capitare che qualcosa vada a gambe all’aria—dobbiamo dirgli anche questo. Magari potrebbero addirittura darci dei consigli utili per salvare il salvabile.
L’onestà e la chiarezza sono indispensabili—penso a Holly Lisle, un’eccellente scrittrice e insegnante di scrittura, che è sbarcata su Patreon pochi mesi or sono dicendo chiaramente che era lì perché con l’ultimo uragano sul Golfo del Messico aveva perso la casa, e avrebbe ricompensato con racconti, consigli di scrittura e sessioni di editing chiunque l’avesse aiutata a rimettersi in piedi.
E davvero, in un anno di attività, Patreon è l’unico aspetto del mio lavoro che non mi abbia dato problemi e non mi abbia causato periodiche crisi di sconforto. Anzi, aiuta a uscire dalle crisi di sconforto.

Perché secondo te da un punto di vista psicologico è così difficile per un italiano partecipare al progetto?

R: La domanda da un milione di dollari. Perché ci hanno insegnato a diffidare, probabilmente. E perché la filosofia dell’ottenere l’intrattenimento gratis è penetrata a fondo nella nostra cultura. A questo, io credo, si aggiunge una certa inerzia nell’adottare soluzioni tecnologiche: conosco persone (e non ottantenni) che non usano PayPal o la carta di credito, e che non si fidano a fare acquisti online. Figurati chiedere a costoro di inserire i propri dati e poi versare in automatico un dollaro al mese a fronte della promessa di gratitudine e di chissà che altro.

Dal punto di vista fiscale?

R: Fa tutto Patreon, che trattiene la percentuale dovuta al fisco di ciascuna nazione da cui arrivano le donazioni, e la versa in automatico.

Da un punto di vista tecnico come funziona? È l’artista che deve mandare i “premi” promessi ai vari sostenitori o fa tutto Patreon, almeno la gestione possiamo dire della fase di smistamento?

R: Di base, Patreon è come un blog. Se sai aggiornare un blog su WordPress o su Blogspot, sai anche usare Patreon. Il Creatore aggiorna periodicamente la propria pagina, programma la data di uscita dell’aggiornamento, e i contenuti vengono condivisi in automatico con i sostenitori. È possibile selezionare a quale fascia di pubblico arriveranno i contenuti. Nel mio caso, io di solito condivido contenuti pubblici (un assaggio gratis, almeno una volta al mese, anche per chi non mi sostiene), contenuti per tutti i sostenitori (i vari dietro le quinte e così via), contenuti per i membri della Five Bucks Brigade (i racconti in esclusiva, i post per concordare quando vederci, gli sconti), e i contenuti per il Terzo Livello (gli ebook gratis ecc). Patreon si premura di informare via mail tutti gli interessati quando un contenuto è disponibile per loro, e altrettanto mi comunica eventuali loro commenti o richieste o cose.
Ogni aggiornamento è dotato di tag, per cui è possibile rintracciare anche vecchi post, ed è possibile condividere testi, immagini, file audio, video e immagini, condurre sondaggi. È uno strumento semplice, a volte persino troppo spartano, ma anche molto completo.

Bene è tutto, se dopo questa tua intervista qualcuno fosse curioso o volesse sostenerti, quale è il link diretto per diventare tuo sostenitore?

R: Detto, fatto: https://www.patreon.com/davidemana

Sono giusto sul punto di caricare un nuovo aggiornamento per tutti i miei supporter…

Guida alla letteratura gotica di Fabio Camilletti (Odoya, 2018) a cura di Elena Romanello

1 novembre 2018 by

Camilletti_GoticoLa letteratura gotica è stata la madre, o meglio la nonna, di tutti i generi letterari, creando la prima affezione del pubblico mentre nasceva l’editoria moderna come industria creativa che doveva comunque fare affari per andare avanti, non potendo più contare sul sostegno di principi e prelati.
A questo filone è dedicata la guida Odoya Guida alla letteratura gotica, che racconta una stagione imperdibile, una settantina d’anni fra il 1764, quando esce a Londra Il castello di Otranto di Horace Walpole al 1831 quando esce l’edizione definitiva di Frankenstein di Mary Shelley, l’ultimo romanzo gotico ma anche il primo di fantascienza, nato dalla famosa scommessa di Villa Diodati durante un’estate distrutta da un’eruzione vulcanica agli antipodi per creare una storia che facesse davvero paura.
La letteratura gotica ha portato con sé una serie di romanzi ambientati, curioso, per lo più in Italia, vista allora come terra di mistero e di pericolo, quando invece in seguito si è identificato il mondo anglosassone come perfetto per certe storie e certe figurazioni, scritti spesso da donne, alle prese con fantasmi, insidie, fanciulle in pericolo, misteri dal passato, maledizioni e tanto altro ancora. Libri nati come prodotti di intrattenimento, diventati poi classici, che spesso tutti citano senza averli mai letti e che è senz’altro interessante ricominciare a scoprire grazie a questo libro, perché anche se a tratti oggi molti di questi romanzi possono sembrare obsoleti, tra le righe contengono qualcosa che ha continuato ad affascinare fino ad oggi e che ad allora non ha più lasciato pubblico e scrittori.
Nei romanzi gotici nascono molti archetipi e incubi che continuano ancora oggi ad esserci, nei libri, nei film, nei telefilm, nei fumetti, e dall’impatto che hanno avuto sull’editoria si capirà l’importanza dei generi letterari nella narrativa di consumo, da proporre a lettori avidi e che portano soldi agli editori comprando e leggendo storie avvincenti, magari non auliche e di gran qualità, ma capaci di fondare la modernità.
Il gotico nasce in un’Inghilterra affascinata dall’Italia, durante la prima rivoluzione industriale, riflette un mondo vecchio che sta andando a pezzi, con l’avvento di un nuovo modo di vivere mentre Oltremanica scoppia la rivoluzione francese, con troni e teste che cadono, e riflette a suo modo incertezze e paure, oltre a creare un’evasione, inquietante ma sempre evasione, tra meraviglia e orrore, proprio mentre si celebra la ragione come guida di tutto, e si mette il soprannaturale in letteratura, dove diventerà immortale.
Un libro interessante per cultori e appassionati, con tante curiosità e spunti di lettura, arricchito da varie immagini e da trame delle opere più importanti, per scoprire percorsi e mondi che alla fine non ci hanno mai lasciato.

Provenienza: libro del recensore

Fabio Camilletti è professore associato di Letteratura italiana all’Università di Warwick, in Inghilterra. Specialista di letteratura gotica e romantica, si è formato fra Pisa, Oxford, Parigi e Birmingham, e dal 2008 al 2010 è stato fellow in Letterature comparate, Storia dell’arte e Psicoanalisi all’Institute for Cultural Inquiry di Berlino.
Tra le sue pubblicazioni recenti: The Portrait of Beatrice: Dante, D.G. Rossetti, and the Imaginary Lady e Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto in uscita nel 2018. Nel 2015 ha curato la prima edizione completa di Fantasmagoriana (Nova Delphi).

Dave Duncan, 1933-2018

1 novembre 2018 by

Avatar di Davide Manastrategie evolutive

30279Novembre comincia malissimo.
Ho appena saputo cheil 29 di Ottobre se ne è andato Dave Duncan, certamente uno dei miei autori preferiti.
Aveva ottantacinque anni.
Canadese, era stato un geologo del petrolio ed era quindi “un collega” – iniziò a pubblicare nel 1986, all’età di 53 anni. Due settimane prima era stato lasciato a casa per via della contrazione del mercato petrolifero, e perciò si inventò un altro mestiere.
Nei trentadue anni successivi pubblicò una sessantina di volumi, prevalentemente fantasy, con qualche sporadica incursione nella fantascienza.

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Figli di sangue e di ossa di Tomi Adeyemi (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2018 by

4292857-9788817105354-285x424Sembra davvero che la nuova terra del fantastico sarà l’Africa, continente su cui si è detto tutto e il contrario di tutto, spesso in prima pagina per ben altre vicende, alcune di tragica attualità. Dopo il successo di Nnedi Okorafor arriva una nuova voce, Tomi Adeyemi, con il fantasy atipico Figli di sangue e di ossa, basato sulla mitologia del Continente nero, in particolare su quella yoruba, su cui si sa poco ad essere buoni, meglio dire niente così si fa una figura migliore.
Un tempo si veneravano i maji, esseri dalla pelle d’ebano e i capelli candidi,  nelle lussureggianti terre di Orïsha, ma quando il loro legame con gli dei si spezzò e la magia scomparve, furono trucidati dal malvagio re Saran. Zélie non ha dimenticato la notte in cui vide le guardie del palazzo uccidere sua madre, impiccandola ad un albero del giardino, e decide di partire per rivendicare l’eredità dei suoi antenati. Con lei c’è il fratello Tzain, pronto a tutto pur di proteggerla e per portare avanti la loro missione, ma quello che i due giovani non hanno previsto è che il giorno che incontrano i figli di Saran tra loro si instaura una strana alchimia.
Il viaggio sarà lungo, attraverso una terra pericolosa, dove si aggirano le temibili leopardere delle nevi e dove gli spiriti sono in agguato nell’acqua, e il ridare voce ad un popolo che era stato messo a tacere sarà un’impresa ardua e non certo semplice.
Occorre chiarire una cosa: c’è chi vuole presentare il libro come il nuovo Harry Potter, e no, non lo è, e non solo per la diversa ambientazione, ma perché qui i toni sono da subito forti e per un pubblico adulto, con al centro una variante sul tema del viaggio dell’eroe che salva, con il ricordo tra le pagine dei tanti genocidi reali perpetrati nel Continente nero, non ultimo quello del Ruanda, di cui la storia narrata sembra una metafora. Un nuovo, affascinante modo di raccontare il fantasy, che ha già ispirato un fandom on line e non solo, tra fan art, cosplayer e altro ancora.
La magia è vista come un qualcosa che salva, con un richiamo al ritorno dell’animismo, alla base della cultura africana, e non è un caso che al centro di tutto ci sia un personaggio femminile, simbolo dell’antico legame tra donne e forze della natura, mentre oggi è stato detto da più parti che solo le donne possono salvare l’Africa.
Un libro complesso e fantastico, crudo, da leggere e riflettere, un apologo contro il razzismo e per la libertà dei popoli, che avrà presto un seguito e di cui si parla già di un adattamento cinematografico.

Provenienza: libro del recensore.

Tomi Adeyemi, laureata in letteratura ad Harvard e appassionata di mitologia nord-africana, a soli 24 anni è già sulle pagine della stampa internazionale per l’originalità e il clamoroso successo del suo primo romanzo. Un caso editoriale internazionale subito schizzato in testa alle classifiche americane, verrà pubblicato in 27 Paesi e diverrà un film per Fox 2000.ChildrenofBloodandBone.com

:: Dal 2 al 4 novembre a Chiari torna la XVI Rassegna della Microeditoria a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2018 by

microeditoria_logoInventare il futuro, il digitale, la cultura locale, i viaggi e il fare editoria oggi tra innovazione e tradizione sono alcuni degli spunti che caratterizzeranno la XVI edizione della Rassegna della Microeditoria, kermesse dedicata alla piccola editoria indipendente che tornerà a Chiari (Brescia) dal 2 al 4 novembre. Set del tutto la storica cornice Liberty di Villa Mazzotti con protagonisti libri e parole digitali. Saranno 85 in totale i piccoli e medi editori provenienti da ogni zona d’ Italia presenti alla tre giorni dedicata ai libri. Accanto agli espositori più di 80 eventi tra laboratori, incontri con autori, letture animate e convegni dedicati al mondo della lettura. Ad aprire la sedicesima edizione, venerdì 2, alle 20.30, ci sarà Bianca Pitzorno, una delle più amate autrici di libri per bambini, che in questa occasione presenterà “Il sogno di una macchina da cucire”, un romanzo per adulti. Domenica 3, nel pomeriggio toccherà a Toni Capuozzo e Mauro Corona e tanto altro ancora che troverete in dettaglio sul sito: http://www.microeditoria.it. Ecco qualche dritta su alcune curiosità che potrete trovare in questo 2018: ci saranno le Edizioni Le Assassine, che pubblicano solo libri di donne, la FaLvision, editore pugliese di libri in braille. Non mancherà il ritorno dell’arte tipografica con Pulcinoelefante, Disegnograve, Il Buon Tempo, Enrico Damiani e Rottecontrarie. Saranno presenti editori per audiolibri come Voce in capitolo e tanti editori di qualità per i bambini, che puntano a valorizzare la storia locale o precisi generi letterari (fantasy, letteratura straniera, poesia, ecc.). Presenti anche gli editori Marcos y Marcos e Altreconomia. La rassegna della Microeditoria è organizzata dall’associazione culturale L’Impronta, con la collaborazione del Comune di Chiari e della Fondazione Cogeme Onlus, con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia e dalla Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, sotto l’auspicio del Centro per la promozione della lettura. Alla Microeditoria ci sarà inoltre il primo incontro tra il presidente di ADEI (la neonata Associazione degli Editori Indipendenti) Marco Zapparoli, fondatore della casa editrice Marcos y Marcos, con il sottosegretario all’editoria Vito Crimi. La Rassegna della Microeditoria è sostenuta da: Vivigas; Fondazione Cogeme onlus; Chiariservizi; Farco; Itas Piccolo Valerani Assicurazioni Chiari; Valledoro; Cattolica Assicurazioni. Ingresso libero a tutti gli eventi.

La Microeditoria che non si esaurirà il 4 di novembre perché il 18 novembre a Orzinuovi ci sarà una rassegna dedicata agli editori indipendenti del fumetto.

Rassegna della Microeditoria dal 2 al 4 novembre
Villa Mazzotti, in viale Mazzini 39, Chiari (Brescia)
Venerdì 2 dalle 20.30
Sabato 3 e domenica 4 novembre dalle 10 alle 20
Ingresso libero
• info@rassegnamicroeditoria.it • + 39 339 6073551

:: Atto d’amore, di Leonardo Franchini

31 ottobre 2018 by

Paris

Il dottor Remigio passò impercettibilmente dal leggero sonno che gli era abituale alla veglia e subito tese l’orecchio per ascoltare il respiro di sua figlia Giannina, nella stanza accanto. Lui si svegliava sempre prestissimo, e comunque ad ogni minimo rumore inconsueto. A quell’ora di solito la donna dormiva dopo una notte trascorsa immutabilmente a piangere. Il dottor Remigio lo sapeva bene, così come era consapevole di non poter fare assolutamente nulla. A ottant’anni passati, con una figlia di quarantatré anni, non era ancora riuscito a stabilire con lei un rapporto umano, se non da genitore.
Eppure soffriva con lei. Si rendeva conto di essere stato un padre pressoché inesistente, da quando sua moglie era stata portata via nel giro di tre mesi da un male che nessuno aveva potuto curare. La bambina aveva dodici anni, a quel tempo; ed era già insignificante. Una faccia che nessuno notava su un corpo che non prometteva nulla di buono. Persino al funerale quasi tutti i clienti e conoscenti che si erano avvicinati a lui per le condoglianze di rito, avevano ignorato la piccola donna che piangeva silenziosa un passo indietro, guardando a terra, con le mani allacciate davanti a sé.
Crescendo lei non era cambiata quasi in nulla; taciturna, nascosta, aveva terminato le scuole superiori rinunciando a frequentare l’università. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il padre, che aveva trovato del tutto normale l’affaccendarsi di lei per tenere in ordine la casa e lasciare che la vita le scivolasse addosso. Non gli era mai venuto in mente di chiederle se avesse qualche progetto per il proprio futuro. Aveva solo proseguito cupamente ad esercitare la professione – medico di base con una vaga specializzazione in pediatria – un anno dopo l’altro. Tornava regolarmente a casa dall’ambulatorio o dal giro di visite nelle ore dei pasti; scambiava le minime parole indispensabili, leggeva un giornale o qualche pubblicazione scientifica. Ogni tanto prendeva in mano un libro della sua biblioteca di classici e si annoiava in silenzio sfogliando qualche pagina.
Giannina era arrivata a quarant’anni senza che nessuno dei due avesse mai notato le stagioni. Non andavano in chiesa e quindi nemmeno il succedersi delle festività liturgiche aveva qualche influenza sulla loro vita. Soltanto a Natale, per una abitudine conservata come eredità della madre, mettevano dei piccoli, anonimi regali accanto ad un presepe prefabbricato sul tavolino del tinello: unico segno che alterava una volta all’anno l’impersonale ordine della casa.
Il dottor Remigio era conscio di possedere un patrimonio abbastanza considerevole; a cominciare dalla abitazione, un edificio a due piani più la soffitta, del quale occupavano la parte centrale, mentre il pianoterra era riservato al garage, ad uno studio-ambulatorio che usava raramente ed a qualche altro locale di servizio. Dietro c’era un giardino con l’erba rasata e tre o quattro alberi che d’estate disegnavano un’inutile ombra. Nel garage era ferma ormai da anni una berlina scura che il dottor Remigio aveva smesso di usare quando aveva rilevato su sé medesimo i primi sintomi della demenza senile. Giannina, per parte sua, non aveva mai chiesto di imparare a guidare, né a lui era in venuto in mente di offrirle questa possibilità.
Il problema era nato poco dopo che lei aveva compiuto quarant’anni.
Il dottor Remigio si rese conto all’improvviso di non udire alcun rumore nella stanza. Preoccupato, si alzò rapidamente per quanto gli consentiva il fisico in decadenza, indossò una vestaglia ed andò verso la camera della figlia. La porta era aperta. Dalle finestre entrava una grigia luce mattutina che cadeva sul letto, vuoto. Si guardò attorno, cercando di capire. In tanti anni non aveva mai osservato come Giannina sistemasse le cose nella propria stanza, sia durante il giorno che quando andava a riposare; perciò non sarebbe stato in grado di comprendere se mancasse qualcosa, e che cosa. Se potesse essere vicina o lontana.
Guardò in bagno e poi vagò per le altre stanze sempre con il medesimo risultato: il vuoto. Allora la preoccupazione che aveva cercato di tenere a bada si fece strada nel suo cuore, come una punta acuta e rovente.
Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.
Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.
Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.
Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.
Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.
Il dottor Remigio si vestì in fretta. Si guardò per un attimo nello specchio del bagno decidendo di lasciar perdere la barba, che d’altra parte si vedeva appena. Mentre stava per uscire si accorse che l’agitazione gli aveva provocato un improvviso e forte stimolo. Quindi si avvicinò al vaso per liberare la vescica. D’improvviso ricordò quando, non molti anni prima, aveva trovato una leggera traccia di sangue sul bidet. Per un attimo si era chiesto se Giannina si fosse ferita – mai una malattia nella vita, per quella ragazza, almeno niente che lui non avesse potuto risolvere con un distratto “prendi un paio di aspirine” – poi si era reso conto con sorpresa che doveva trattarsi di sangue mestruale. Non gli era mai venuto in mente che sua figlia potesse avere i periodi mensili; e lei era sempre stata attentissima a non lasciare alcuna traccia.
Il dottor Remigio avvertì una stretta al cuore ancora più violenta e le lacrime gli salirono agli occhi. Si pulì rapidamente e chiuse i pantaloni. Un attimo dopo era in strada e camminava con passo rapido, tanto che dovette quasi subito fermarsi per riprendere fiato. Era un medico, si disse, sapeva perfettamente cosa poteva chiedere al proprio fisico usurato. Ormai anche i pazienti che gli erano rimasti avevano superato i settant’anni. Lo ascoltavano intenti, mentre parlava, anche se erano consapevoli che forse non avrebbero potuto terminare la cura che lui prescriveva e comunque l’effetto sarebbe stato pressoché ininfluente sul loro destino.
Riprese a camminare, un po’ più lentamente, stavolta, e si avviò verso il ponte sopra il magro corso d’acqua. Lo attraversò quasi senza accorgersene, sommerso da pensieri che arrivavano alla sua mente come onde di un mare infuriato. Non riusciva a ragionare con chiarezza. Sapeva tuttavia che i brandelli di ricordi e di riflessioni erano impietosamente veri: aprivano porte che riteneva chiuse per sempre, spalancavano brecce su abissi che lo angosciavano. La strada che saliva poco dopo il ponte arrivava al villaggio montano dove per tanti anni aveva condotto la moglie e la figlia in vacanza e dove, morta la moglie, aveva spesso lasciata sola la figlia durante l’estate. Sola. Qualche volta, ma raramente, lei aveva cercato di ribellarsi, aveva mormorato un timido “fermati…”, ma lui se n’era andato, convincendosi di essere preso dal lavoro, scuotendo la testa come per cancellare anche il lieve rumore di quella parola.
Si guardò attorno. Non si vedeva anima viva. Eppure non doveva essere troppo lontana. La mattina non era quasi iniziata, una caligine triste e grigia toglieva ogni colore al giorno. Alla prima curva dopo l’abitato si fermò un istante. Vedeva la propria casa, le imposte aperte della camera di Giannina e tutte le altre chiuse. Come una saetta, un pensiero gli attraversò la mente: avrebbe voluto, in quel momento, alzarsi dal proprio letto, andare nella camera della figlia ed abbracciarla strettamente.
Giannina continuava a salire, lenta, con frequenti pause, come se volesse imprimersi nella mente immagini che aveva visto decine di volte. A sinistra i boschi di alberi sottili, carpini bianchi e neri, e noccioli, interrotti da qualche terrazzamento dove, anni prima, la fame aveva indotto a coltivare legumi, patate, cavoli e qualche ostinata pergola di vite. A destra, verso il torrente, filari più curati di alberi da frutta ed ancora righe di viti. Distanti fra loro, alcune case. Una la conosceva bene, era insieme l’abitazione di un fabbro e la sua officina, che aveva funzionato usando l’acqua come forza motrice. Un sistema antichissimo che tutti gli scolari venivano portati ad ammirare ed anche Giannina l’aveva esplorata, a suo tempo. Il fabbro, un uomo che sembrava avere mille anni, raccontava il proprio lavoro con voce sommessa, toccando, quasi accarezzando gli strumenti che usava ogni giorno, messi in ordine con infinito amore.
“È un atto d’amore” le aveva detto il pittore, standole sopra e forzando le sue gambe ad aprirsi. Lei aveva chiuso gli occhi per l’improvviso dolore, poi li aveva riaperti vedendo il sorriso soddisfatto di lui, con i denti coperti di una patina scura, a causa del fumo.
Andò avanti, passo dopo passo finché giunse all’unico tratto pressoché pianeggiante della strada, che in quel punto attraversava un piccolo gruppo di case dominate da una chiesetta. Un’altra immagine di antica fame, ancora terreni scoscesi lavorati e costruzioni aggrappate l’una all’altra e al fianco della montagna. Ogni pezzetto di terra coltivato ad ortaggi che cominciavano a spuntare dal suolo, mentre ai bordi i colori di fiori diversi cercavano di vincere il grigiore del giorno. Vide un gruppo di margherite che sembravano offrirsi a lei, cresciute fuori dalle recinzioni che circondavano ogni proprietà. Probabilmente semi portati dal vento, o caduti al di là del piccolo solco tracciato da chi li aveva posati. Ma i fiori erano belli, bianchissimi, innocenti e sembravano sorriderle fiduciosi, in attesa. Si chinò e li prese, dolcemente, un piccolo mazzo che profumava solo d’erba. In giro continuava a non esserci nessuno.
Riprese a camminare, faticando sulla strada che si impennava repentinamente costringendo tutti, esseri viventi o mezzi meccanici, a rallentare. Per uno scherzo della natura era anche l’unico tratto diritto del percorso, facendo sembrare ancora più lunga la salita che in realtà non superava il centinaio di metri. Poco dopo la cima del dosso il cammino si faceva più agevole. Qualcuno, chissà quando, quasi come un ringraziamento aveva appeso al tronco di un albero una minuscola edicola di legno, chiusa da un vetro, dentro la quale c’era una immagine: Gesù Cristo con il cuore che sanguinava e risplendeva allo stesso tempo. L’ignoto fedele aveva aggiunto a carboncino la preghiera: “Signore Gesù, pregate per noi”.
Giannina cercò di immaginare quali grazie si fosse aspettata la persona che aveva posato quel segno di fede su una strada secondaria, nel mezzo del nulla. Non c’erano campi vicini, né prati dove far pascolare le bestie, né boschi che valesse la pena di tagliare. No, non doveva essere qualcosa di materiale lo scopo di quelle preghiere, ma un desiderio di vita.
Il ventre le era cresciuto lentamente. Il pittore aveva smontato i suoi ponteggi ed era andato a lavorare altrove. Ma tornava di tanto in tanto cercando di invitarla ad altre gite. Aveva avuto più occhio di suo padre, accorgendosi presto che le forme di lei stavano cambiando. Quasi allegro le aveva accarezzato il corpo dicendo: “Ti sposo.” Lei non aveva saputo rispondere. Non riusciva ad immaginare una vita con quell’uomo.
Il dottor Remigio cercava di vincere la fatica. Sapeva che di lì a poco la strada sarebbe stata pianeggiante, attraverso un gruppo di case. Grondava sudore nel suo cappotto scuro, ma non osava toglierlo per paura della temperatura che era ancora troppo fresca. Nell’abitato, vicino alla chiesetta, c’era una fontana. Avrebbe potuto bere e riposarsi un po’.
Finché c’era stata sua moglie, lui non aveva mai pensato di doversi prendere cura di Giannina; e poi, semplicemente, non ne era stato capace. Si rese conto con disperazione che non le aveva nemmeno parlato, al di fuori dell’essenziale. Ora gli salivano dalle viscere, persino dai piedi doloranti nelle scarpe da città, migliaia di parole che avrebbe dovuto dirle. Che avrebbe voluto dirle. Frasi con le quali le restituiva in un momento quarant’anni di silenzi.
Giannina non aveva nulla di bello, non era nemmeno brutta, non era niente. Ma era sua figlia. Se l’avesse osservata davvero, si sarebbe accorto delle mani lunghe, eleganti. Dei capelli fini, dell’inatteso fascino che assumevano i suoi occhi quando guardava lontano, quando sembrava che sognasse. Invece non si era accorto di nulla se non, quando ormai doveva essere evidente a tutti, del fatto che Giannina aspettava un bambino.
Non aveva avvertito indignazione, né gelosia, né gioia, né qualsiasi altro sentimento sia dato di provare in questi casi nei confronti dei propri figli. Gli erano soltanto venute in mente con prepotenza le pagine di un testo universitario di ginecologia sui rischi che correvano le “primipare attempate”, cioè le donne che concepivano un figlio quando erano vicine alla menopausa. Si andava dai parti difficili alla nascita di bambini affetti da sindrome di Down, con varie complicazioni, ciascuna delle quali prevedeva sofferenze per la madre e per il figlio – destinate a durare nel tempo. Non si era tenuto molto al corrente ed ormai aveva perduto i contatti con quel settore della medicina, ma una telefonata lo aveva ragguagliato circa l’attuale situazione in materia.
Senza chiederle altro, le aveva parlato della necessità di incontrare specialisti e della possibilità di abortire.
“Lui ha detto che vuole sposarmi” – la voce di lei era appena un sussurro.
“Cosa?”
Lei non aveva risposto.
“Tu vuoi?” – la domanda era suonata sarcastica.
Giannina era rimasta zitta anche questa volta.
Non c’ era voluto molto al dottor Remigio per individuare il pittore. Non girava nessuno per casa.
“Io la amo e voglio sposarla. So affrontare le mie responsabilità.” Mentre lo diceva il pittore sorrideva con i denti scuriti e batteva la mano sulle pareti che aveva tinteggiato da poco. Per dar forza alla sua affermazione, forse, ma sembrava piuttosto che volesse stabilire un segnale di proprietà.
Altrettanto rapidamente il pittore si era convinto a lasciar perdere: un assegno, la promessa di non essere denunciato, l’impegno a non farsi mai più vedere.
Giannina aveva rifiutato le visite e qualsiasi discussione sull’aborto:
“È mio. Mi vorrà bene. Gli parlerò. È un atto d’amore.”
Il padre non le disse che il pittore era sparito per sempre e lei non chiese nulla.
Il dottor Remigio si alzò dalla fontana e riprese a camminare. Faticava, ma non poteva fermarsi. Affrontò la ripida salita dopo il villaggio con la sensazione che il cuore gli scoppiasse. Si fermò davanti all’edicola con il Cristo, lesse la scritta e la ripeté ad alta voce: “Signore Gesù, pregate per noi.”
Giannina vide sulla destra la croce di pietra. Molti anni prima era accanto alla strada, forse per avvertire del pericolo, forse per fermare, con la potenza divina, la montagna, che da quel punto franava a valle. Ancora poche centinaia di metri e sarebbe arrivata alla casa dove aveva trascorso tante stagioni estive. Affrettò il passo.
La fontana continuava a buttare con un tenue rumore il suo piccolo rivolo d’acqua. Quante volte Giannina aveva imitato le donne del paese, lavando a mano i vestitini della bambola, facendosi prestare una molletta per appenderli ad asciugare sul filo del cortile. Sua madre, seduta al sole sul balcone di legno, leggeva un libro e di tanto in tanto alzava gli occhi per sorriderle. Giannina si sentiva felice, serena; il mondo era sua madre e sua madre le voleva bene. Dopo la sua morte, quando rimaneva, spesso, sola in quella casa, si metteva sul balcone, allo stesso posto, e guardava giù verso la fontana ed il filo nel cortile. Cercava di sorridere e fissava intensamente i luoghi della memoria, forse sperando di vedere una bambina che lavava i vestiti delle bambole.
Dopo la nascita del piccolo c’era tornata una sola volta, e si era messa, con la creatura in braccio, nel solito posto sul balcone. Ora vedeva chiaramente l’immagine presso la fontana; temeva solo che scomparisse. Il bimbo la guardava adorante, con i suoi piccoli occhi vagamente a mandorla, dalle palpebre spesse e la boccuccia semiaperta, come per sorriderle e baciarla. Con amore e gioia. Il dottor Remigio era dentro la grande stanza che fungeva da cucina e soggiorno; seduto a un tavolo, vicino alla porta del balcone. Leggiucchiava una pubblicazione medica, ma ogni pochi momenti alzava gli occhi e guardava fuori osservando in controluce il quadretto di sua figlia con il bambino in braccio.
Con angoscia si rendeva conto di non poter ricordare quella scena, quattro decenni prima. La demenza senile non ne aveva alcuna responsabilità. Semplicemente, non aveva mai visto sua moglie, con la figlia in braccio che l’attendeva sul balcone.
Giannina cullava dolcemente il bambino che sembrava respirare a fatica. Di tanto in tanto lanciava una rapida occhiata al padre, come per chiedere aiuto.
La donna non sapeva che ore fossero. Non aveva mai portato un orologio. Sia dalla casa in valle che da questa, in montagna, si udivano chiaramente i rintocchi del campanile, che scandivano la giornata. Molti mesi prima era salita fino alla chiesa; qualcuno l’aveva detto che don Emilio, il vecchissimo prete del paese, stava morendo. Aveva attraversato lo stretto viottolo, anch’esso in salita, che conduceva al cimitero. La porta della canonica era aperta. Il prete, sparuto e bianco, guardava la parete di fronte a sé; appena l’aveva vista si era aperto in un caldo sorriso:
“Sei tornata.” Lei aveva sorriso a sua volta, assentendo. Si era messa su una sedia accanto al letto. Lui, con un po’ di fatica, le aveva preso la mano. Erano rimasti qualche minuto di silenzio. Non era abituale, fra loro. Don Emilio era l’unico con il quale riuscisse a parlare, che la ascoltasse a lungo; non rispondeva mai direttamente. Raccontava episodi della sua lunga vita, con sentimento e partecipazione. In quella narrazione erano contenute tutte le risposte. Stavolta l’aveva guardata negli occhi, e il suo sorriso appariva pieno di luce. Poi, finalmente, aveva mormorato:
“È un dono d’amore.” Niente altro. Lei era rimasta ancora un po’, tenendogli semplicemente la mano e poi era tornata a casa.
Don Emilio era morto un mese prima che nascesse il bambino. L’avevano sepolto vicino all’entrata del cimitero, subito a destra del cancello, quasi a fare la guardia ed a proteggere tutti gli altri che riposavano in quel rettangolo di terra.
Giannina si scosse da propri pensieri e riprese il cammino. C’era un altro tratto da fare.
Il dottor Remigio era stato seduto immobile, come di marmo, nel salottino in fondo al corridoio dove c’era la sala parto. Il pediatra era un giovane collega che il dottore conosceva bene, e che, iniziando la sua attività, aveva collaborato con lui per alcune stagioni prima di ottenere il posto in ospedale. Gli aveva parlato francamente, con gentilezza, prospettandogli tutto quello che il vecchio medico già sapeva ed aggiornandolo sugli sviluppi della materia. La maggior parte dei quali non erano per nulla incoraggianti. Terminato il parto, al quale avevano assistito tre sanitari, per rispetto al vecchio collega, il pediatra era tornato fuori e gli aveva detto:
“Sua figlia sta bene. Il bambino, purtroppo, ha la sindrome di Down. Per ora non posso dire di più. Dovremo fare analisi ed esami approfonditi.” Il vecchio lo aveva ringraziato, comprendendo solo ora fino in fondo quanto dolore potessero provocare poche, semplici, ragionevoli parole. Poi era entrato nella sala parto, dove Giannina si stava riprendendo con straordinaria rapidità, tenuto conto della situazione. Aveva già in braccio il piccolo, che dormiva, rivolgendo un timido sorriso al padre:
“Vorrà bene anche a te.”
Il dottor Remigio era dovuto uscire, cercando un luogo dove trovare un po’ di sollievo. Lì dentro, in tutto quel bianco che gli era così famigliare, gli sembrava di essere in un deserto. Non vedeva nessuno.
Camminando, si accorse che ora faceva meno fatica, come se i suoi organi si fossero rassegnati a quella violenza inattesa, ed ora lavorassero più disciplinatamente per aiutarlo a fare quello che doveva. Arrivò alla croce di pietra e guardò la valle, molto al di sotto, dove scorreva il torrente. Tutto sembrava così lontano. Guardò l’orologio e si rese conto che stava muovendosi da più di tre ore. Avvertì di nuovo il bisogno di urinare. Si avvicinò ad un albero, guardandosi intorno, ma non c’era anima viva. Dopo dieci minuti era alla casa, nel cortile, alla fontana.
Tutto come allora – ma stavolta era passato poco tempo dall’ultima visita.
Giannina era voluta tornare in montagna, dove si era sentita protetta dalla madre, forse pensando che questo avrebbe aiutato anche il piccolo. L’aveva accompagnata, i pazienti potevano aspettare, rivolgersi a qualcun altro, morire, non importava. Sua figlia aveva tenuto il bimbo in braccio più che poteva, facendogli godere raggi di sole, leggere brezze d’aria pulita, dandogli medicine, baciando e lasciandosi baciare dal piccolo, che sembrava non esaurire mai l’affetto. A volte lo portava in cortile e gli faceva bere l’acqua della fontana a piccole gocce; il figlio sorrideva felice. Ma respirava sempre più a fatica.
Era morto in silenzio, in braccio alla madre. L’avevano sepolto lì, nel cimitero di montagna, subito dietro la tomba di don Emilio, perché lei voleva che fossero vicini, che si potessero parlare. Il prete aveva tante storie da raccontare. Poi erano tornati a casa, in valle. Erano cominciate le notti di lacrime.
Una donna scese in cortile e gli disse:
“È passata sua figlia, forse un quarto d’ora fa. Si è fermata poco ed è ripartita. Saliva. Forse andava… al cimitero.” Disse l’ultima parola in fretta, come se bruciasse. Poi si allontanò con un cenno di saluto, scuotendo la testa.
Il dottor Remigio assentì e si rimise in moto. Ora si rendeva conto che il sollievo di poco prima era stata una illusione. Le gambe pesavano come piombo. Continuò a camminare, trascinando un passo dopo l’altro, finché arrivò davanti alla chiesa, allo stretto viottolo che la separava dalla canonica e conduceva al cimitero. Si fermò un istante e si guardò attorno. Davanti ad una casa vicina c’era un vecchio, fermo. Forse aveva visto Giannina. Il dottor Remigio fece per chiedergli qualcosa quando avvertì un dolore fortissimo al petto. Sapeva di cosa si trattava. Cadde lentamente a terra. Il vecchio lo guardò per un attimo, sorpreso, poi gli si avvicinò per vedere se potesse fare qualcosa. Ma ormai gli occhi del medico stavano rovesciandosi.
Sentendo la presenza umana vicina, il dottore mormorò, in un soffio: “Dite a mia figlia… dite… che le voglio bene…”
Giannina era dentro al cimitero. Salutò don Emilio con un cenno della mano, come se si fossero lasciati da poco. Posò alcune delle margherite davanti alla lapide, e fece un cenno con la testa verso la tomba di suo figlio. Il sorriso del prete sembrò comprendere.
Si avvicinò all’angelo di gesso – aveva voluto un angelo di gesso, bianco, sorridente – lo baciò e lo abbracciò. Posò le altre margherite a terra, disponendole come una piccola coperta. Poi affondò la mano in tasca e ne trasse la boccetta di pillole che al mattino aveva preso dall’ambulatorio del padre. La guardò. Girò il coperchio, aprendolo.
“È un atto d’amore” disse, a nessuno che l’ascoltasse.
Inghiottì le compresse, abbracciò di nuovo l’angelo, e cominciò ad attendere.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Vittorio Cotronei

31 ottobre 2018 by

cotroneiVittorio Cotronei è un autore (col)legato alla terra: quella di cui parla in “Passato remoto” (2018) e anche quella di “Andalù” (2015), sorta di prequel ideale – i due romanzi possono anche essere letti indipendentemente l’uno dall’altro – del romanzo pubblicato nel 2018.
Proprio quando affonda la scrittura nella descrizione dei luoghi naturali, Cotronei tocca le sue personali vette: la prosa si fa materica e allo stesso tempo immaginifica, in quel collegamento ideale fra Apollo e Dioniso che rappresenta un afflato stilistico dell’autore. In un certo senso, tra immanente e trascendente, si colloca anche il personaggio di Marino Maltese, di professione ufologo, già conosciuto proprio in “Andalù” e di nuovo protagonista di “Passato remoto”.

Sulla quarta di copertina leggiamo:

“Il Modesti”, pensionato della Solvay e noto bracconiere, si getta dalla rocca di Poggio Primo Marittimo apparentemente senza una ragione. Unico interessato a far luce sul mistero di quella morte sembra essere Marino Maltese, un ufologo, che torna così nei luoghi della sua giovinezza: un antico borgo dell’entroterra toscano. Nella casa del suicida rinviene dei fogli scritti in alfabeto etrusco che lo indirizzano verso il mondo dei tombaroli e del mercato nero di reperti archeologici. L’indagine lo condurrà in un luogo misterioso che pare legato al mito di Tagete, il ‘Saggio dalle sembianze di fanciullo’ che leggenda vuole abbia insegnato agli Etruschi la scienza sacra dell’aruspicina. Scavare nel passato, nel proprio e in quello del territorio che lo ospita, non è sempre facile per Marino Maltese che si trova costretto a condurre la propria surreale indagine tra mille ostacoli, pericoli e personaggi bizzarri fino a un imprevedibile finale.

Ringraziamo Vittorio Cotronei per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima curiosità riguarda l’ambientazione delle tue due ultime storie, “Andalù” e “Passato remoto”: la provincia, in particolare la provincia toscana. Come riesci a mantenere equilibrio tra lo stereotipo – in qualche modo utile per fare breccia nell’immaginazione di lettori anche molto distanti da quei luoghi – e la non genericità dei luoghi e delle situazioni?

In realtà cerco sempre di essere molto sincero e schietto nel descrivere la provincia. Riporto semplicemente ciò che vedo, ciò che ascolto nei bar, impregnandolo del mio punto di vista. Quasi sempre ne emerge un rapporto di amore-odio che potrebbe riassumersi nell’amore incondizionato, quasi estatico, per i luoghi intesi come “terre” e una critica per la mentalità di chi vi abita. Una mentalità spesso omologata, conformista e ipocrita, a volte meschina, dove non sembra esservi spazio per il diverso.

Quali sono gli autori che più ami e quelli a cui magari ti ispiri, almeno un po’? E quali sono invece gli scrittori (fuori i nomi!) o i generi letterari, se preferisci, con i quali, da lettore, non riesci ad avere un buon rapporto?

Autori che amo sono sicuramente Buzzati, Garcia Marquez, Dostoevskyij, Checov, Orwell … Potrei andare avanti all’infinito. La letteratura è grande quasi quanto l’universo, gli autori sono stelle. Tu me lo avessi chiesto qualche anno forse sarebbero stati altri, magari se me lo chiedi tra qualche anno saranno altri ancora. Mi ispirano molto Fred Vargas e Tristan Garcia: due autori francesi contemporanei. La prima è una giallista a tinte fosche, noir, il secondo un filosofo che scrive racconti dal carattere surreale. Forse per questo i miei romanzi sfuggono a ogni definizione di genere: mi ispiro a generi diversi.
Da lettore non capisco i cosiddetti “romanzi di formazione” di autori italiani; esulano totalmente dal mio concerto di arte. Un nome? Lorenzo Marone, per fare un esempio: ho letto un suo romanzo e mi è sembrato totalmente inutile.

A proposito di genere: sia “Passato remoto” che “Andalù” sono noir ibridi. Sono convinta che esistano buoni libri e libri meno buoni e che, specie per la prima categoria, la collocazione in un genere serva più per allestire le librerie che ad altro. C’è però chi ritiene che la cosiddetta letteratura di genere militi nel campionato di serie B. Tu cosa ne pensi? Ci sono distinzioni che faresti?

No, i romanzi sono come le persone (in realtà sono migliori. Almeno a me, invecchiando, piacciono molto di più). Ci sono romanzi strepitosi e altri illeggibili, e questo indipendentemente dal genere.

Recentemente mi hai accennato di Fernando Nannetti, alias NOF4, e di come l’incontro con l’arte di questo pittore e graffitista, scomparso nel 1994, ti abbia impressionato. Hai voglia di parlarcene?

Una vera e propria epifania. Sono stato in visita guidata al manicomio di Volterra e la storia di questo degente che un giorno dal nulla si toglie la cintola e con la fibbia inizia a incidere sul muro del Manicomio frasi all’apparenza indecifrabili, ma dai significati profondi e profetici, mi ha profondamente colpito. Scriverà centottanta metri di muro in dieci anni per poi un giorno fermarsi e dire “Basta, quello che volevo dire l’ho detto”. Quei “pezzi di muro” adesso sono esposti nei musei di mezza Europa, considerati tra le opere principali dell’Art Brut. Il prossimo romanzo sarà ambientato a Volterra, un’indagine di Marino Maltese proprio su Nannetti. Nella stesura mi aiuterà il figlio dell’infermiere che per primo capì l’importanza del personaggio e che ha decifrato le sue frasi da una scrittura quasi cuneiforme.

Qual è il rapporto di Vittorio Cotronei con la scrittura? E con l’editoria?

Più passa il tempo e più la scrittura diventa centrale nella vita, impregna ogni singolo momento della mia giornata, anche quando non scrivo. Quando lavoro, quando parlo con qualcuno, penso sempre a come poter riportare su carta quella conversazione, quel paesaggio, quel pensiero.
Ho perduto amicizie per colpa della scrittura, ne ho acquistate altre grazie a lei. Potrei rinunciarvi solo per i miei figli.
Per quanto riguarda l’editoria posso solo parlare della mia esperienza: ho la fortuna di pubblicare con MdS Editore, una casa editrice indipendente molto valida, seria, professionale, che a mio avviso, ma è solo un’opinione, con un po’ di fortuna e di coraggio in più (che spesso si autoalimentano) potrebbe veramente fare il grande salto. Tuttavia esiste una miriade di piccole case editrici che di serio e professionale non hanno veramente nulla e per uno scrittore esordiente è facile cadere nella trappola dell’editoria a pagamento, visto che le grandi case editrici, se non sei un personaggio pubblico o non hai fatto la scuola Holden, è difficile che ti prendano in considerazione.

Un’ultima domanda che sarà un po’ la firma di questa rubrica: se potessi curare il casting per un ipotetico film tratto da “Passato remoto”, chi sceglieresti nei ruoli principali?

L’ufologo Marino Maltese me lo immagino con il volto di Elio Germano, il Lucumone quello di Jean Reno, il matto del paese Paolo Cioni, perché un Christian Bale magro e sconvolto come in The Fighter mi sembrerebbe troppo esotico, per Matilde vorrei Kristen Stewart e il Sindaco interpretato da James Gandolfini oppure, dato che ci ha lasciati, da Paolo Giommarelli.

Vittorio Cotronei, Passato remoto, MdS Editore
(http://www.mdseditore.it/catalogo/passato-remoto.php)

:: Una ragazza cattiva di Alberto Beruffi (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

30 ottobre 2018 by

imagesPrimo romanzo per Alberto Beruffi, scrittore mantovano. Esordio di tutto rispetto con un thriller ambientato a Mantova. Una storia che va da settembre ad aprile, su due piani narrativi. Una trama legata al vissuto, alla cultura musicale e all’arte. Ma non solo.
L’ispettore Marco Pioggia si trova ad affrontare un’indagine complessa e completa che ricorda le ambientazioni cinematografiche de “Il nome della rosa” o “Harry Potter”.
Una serie di delitti mettono in serio dubbio la tranquilla cittadina di provincia, turbano, inquietano. L’ispettore cerca di far fronte come gli è possibile alla curiosità morbosa dei giornalisti e all’ansia assolutamente giustificata del Questore. Ad aiutarlo una criminologa italo-americana esperta di serial killer. Perché di questo si tratta. Qualcuno uccide, e lo fa seguendo un preciso copione. Perché?
Una ragazza cattiva ripercorre il filo dell’amore e del rancore, di chi è privilegiato e chi arriva dai sobborghi. La vicenda nasconde un orribile segreto legato a un collegio ormai chiuso negli anni ’80.
Il thriller di Alberto Beruffi è ben costruito e gioca con la mancanza di empatia, provocata dalla solitudine, dal desiderio di prevalere, ad ogni costo. I personaggi sono ben costruiti e mai banali. Tanti i protagonisti: Mantova, con le sue bellezze artistiche e la foschia che si appoggia ovunque come ovatta; il lago di Garda, visto come un luogo di riflessione e riposo; il tempo, che scorre ma non si arresta, medita, valuta e pianifica; l’oggi, con la nostalgia di ieri. In particolare dei mitici anni ’80, dove tutto andava bene, si godeva di molteplici possibilità e tutto poteva essere stravolto in un attimo.
Il romanzo è arricchito da omaggi a cantautori italiani e a gruppi stranieri che hanno dato un imput particolare a quegli anni e a questa storia davvero intrigante. L’autore non dimentica però l’immensità della musica e della cultura classica.
Una ragazza cattiva. Perché nulla è così prevedibile. Perché chi esagera paga. Perché le vie del “dio denaro” sono infinite, o quasi. Perché molte strade diverse possono ricondurre allo stesso percorso.
Leggetelo, vi piacerà.

Alberto Beruffi Esperto di informatica e appassionato di giochi di ruolo, è nato a Castel Goffredo, in provincia di Mantova. Gandalf, Hari Seldon e Sherlock Holmes gli hanno instillato, fin da ragazzo, la passione per la scrittura; Vasco Rossi e i Depeche Mode quella per la musica. Dopo diverse canzoni e alcuni racconti, pubblica con Newton Compton il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

 

:: Un’ intervista con Ben Pastor, autrice de “La notte delle stelle cadenti” a cura di Giulietta Iannone

30 ottobre 2018 by

9294-3Bentornata Ben su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Sei in Italia per un tour letterario che toccherà diverse città. Quante tappe ancora mancano? Puoi raccontare ai nostri lettori come si svolgeranno gli incontri: ci sono attori che leggeranno stralci del tuo libro?, domande dirette del pubblico in sala?, firmacopie?, spazi in cui sarà possibile vedere foto o filmati d’epoca?

R. In effetti sono impegnata in un tour promozionale piuttosto articolato: Milano, Torino, Novara, Firenze, Bologna, Piacenza, Roma, Pescara etc. Sarò su e giù per l’Italia fino ad almeno metà dicembre. Ecco le prossime date:
7 novembre VERONA (Feltrinelli h. 18)
8 novembre BOLOGNA Libreria Coop Zanichelli h.18
16 novembre BERGAMO (Ponte Ranica, biblioteca comunale, rassegna Sellerio h. 20:45)
17 novembre MILANO Bookcity h. 17
18 novembre PIACENZA Palazzo Farnese Festival Profondo Giallo – h. 16:00
23 novembre VOGHERA – Festival Le forme dell’anima h 18
30 novembre PESCARA (Premio Flaiano)
8/9 dicembre ROMA (Più libri più liberi)
I luoghi delle presentazioni sono tra i più vari: librerie, biblioteche, fondazioni, circoli privati (ma aperti al pubblico) e persino un castello medievale. Quel che maggiormente mi piace è l’interplay coi lettori. Se appena posso, mi fermo a chiacchierare con gli astanti mentre firmo copie, e rimango sempre colpita dall’affetto inossidabile che dimostrano nei confronti dei miei personaggi. Ormai ci sono parecchi lettori (e lettrici) che su Martin Bora praticamente ne sanno più di me!

I tuoi romanzi, mi riferisco alla serie legata al personaggio di Martin Bora che conosco, sono opere molto particolari, da alcuni critici addirittura definite vicine al postmodernismo, sicuramente sperimentali per struttura narrativa, per circolarità (non andando in senso cronologico hai modo di utilizzare il tempo come un ulteriore personaggio), per il lavoro di ricerca nel confronto delle fonti più simile a quello dello storico che del romanziere, per la scrittura alta, letteraria, tridimensionale, polifonica, sebbene il personaggio di Bora predomini tra le tante voci. Di lui conosciamo i pensieri, gli scritti del diario, e lo vediamo dall’esterno filtrato da una narrazione in terza persona. Tutta questa complessità come si armonizza con l’apparente semplicità, freschezza, spontaneità che le tue storie trasmettono? In sintesi, come fai?

R. Come dico di frequente, confido nel “brodo primordiale”. I miei romanzi nascono spesso da un’immagine, una sensazione, o persino da un dialogo immaginario. Tutto apparentemente caotico. Ma poi questa materia magmatica inizia lentamente a ruotare, a raffreddarsi, a solidificarsi. Così, comincio a scorgere la statua nella pietra. Il resto, per citare Edison, è 10% ispirazione e 90% traspirazione, cioè un duro lavoro di ricerca, documentazione e ripetuta stesura. E se essere postmoderni significa abbattere steccati di genere che ormai non hanno più senso, perseguendo una contaminazione narrativa che però non sia gratuita e badi anche alla qualità stilistica, allora sì, sono postmoderna. Quanto al mio rifiutare l’ordine cronologico, è perché non credo nella linearità del tempo, tanto più che, per citare Freud, nell’interiorità dell’essere umano il tempo non esiste.

Sempre tornando alla documentazione, al lavoro di confronto delle fonti, ti sei mai trovata davanti a  fatti o circostanze, importanti per l’economia del tuo romanzo, narrate o interpretate in modo contrapposto o antitetico da testimoni d’epoca, storici, scrittori. Come ti sei regolata?

R. La contradditorietà delle fonti è un fenomeno piuttosto frequente nella ricerca storica. Naturalmente è necessario un forte senso critico per vagliare e valutare qualunque informazione; tuttavia occorre anche una certa dose di quel quid impalpabile che si chiama “fiuto”. Talvolta anche le fonti più accreditate e in apparenza super partes nascondono reticenze e manipolazioni dei fatti di cui bisogna tener conto. Dopo qualche decennio di pratica storiografica (come nel mio caso), non è però difficile intuire dove la fonte voglia andare davvero a parare, e regolarsi di conseguenza.

È uscito il 4 ottobre, La notte delle stelle cadenti, il tuo ultimo libro, un libro bellissimo che ho avuto modo di leggere e che mi ha fatto venire voglia di ricominciare la serie da La canzone del cavaliere. Cosa ti ha ispirato a scriverlo?, quale è stato il lampo creativo che ti ha portato a volere far incontrare Martin Bora e Claus von Stauffenberg, capo della cosiddetta “Operazione Valchiria”?

R. Be’, è presto detto. Dopo quasi un ventennio di vita editoriale del personaggio (Lumen uscì per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999), era giunto il momento che la fonte primaria di ispirazione per Martin Bora incontrasse il suo alter ego finzionale. Certo, nel romanzo Bora e Stauffenberg, pur rispettandosi, non vanno poi molto d’accordo, ma ritengo che questo dissidio fosse assolutamente necessario. Prima o poi bisogna dire addio ai propri maestri e incamminarsi sulla strada di una piena autonomia esistenziale, pur non dimenticandosi delle lezioni che questi ci hanno impartito.

Bora e Claus von Stauffenberg si incontrano (accenni a un precedente incontro a una gara ippica) un’unica volta nel romanzo, per pochi minuti. Bora vuole conferme e Claus von Stauffenberg anche (di non essere tradito). Bora non crede all’utilità di questo colpo di stato. Né pensa che abbia grandi possibilità di andare a buon fine. Come sei arrivata a far pensare questo al tuo personaggio? Una pace separata con gli Alleati non avrebbe potuto anche solo evitare l’invasione della Germania, e quindi altre morti e dolore per il popolo tedesco? Bora pensa che gli Alleati non avrebbero mai accettato, anche morto Hitler, per una colpa ormai collettiva, slegata dalla follia del Cancelliere del Reich?

R. Temo (e Martin Bora con me, oltre a parecchi storici) che la congiura del 20 luglio non avrebbe mai potuto avere successo. Questo per svariati motivi. Cito i principali: i congiurati erano divisi tra loro sulle prospettive future; non esisteva alcuna sponda politica presso gli Alleati; quest’ultimi non avevano alcun interesse ad accordarsi con un eventuale governo post-nazista (ormai era questione di qualche mese per vincere la guerra); non pochi dei cospiratori avevano fatto carriera grazie al regime hitleriano, sicché il loro tardivo risveglio anti-dittatoriale era scarsamente credibile. No, era davvero troppo tardi per tutto, sotto ogni punto di vista. Sicuramente resta l’esempio morale di Stauffenberg e compagni, ma tale esempio, purtroppo, non è servito assolutamente a nulla sul piano storico e politico.

Siamo nel luglio del 1944. Bora, lasciato il fronte italiano, è a Berlino, una città di macerie non solo fisiche ma anche morali, una città devastata dai bombardamenti alleati, dagli incendi frequenti che ne seguono, dalla penuria di beni e prodotti di prima necessità. Quando anche solo un pezzo di sapone diventa un bene di lusso. Come ti sei documentata per ricrearla? Hai visto anche documentari o film d’epoca come Germania Anno Zero di Rossellini?

R. Non sono andata a Berlino (città che peraltro conosco piuttosto bene), perché ormai non è rimasto praticamente nulla che risalga a quel periodo. Dopo un bel po’ di ricerche presso archivi e librerie specializzate, mi sono avvalsa di cartine topografiche risalenti all’estate del 1944, cercando di capire con la massima precisione cosa era ancora in piedi e cosa no, cosa funzionava ancora e cosa no. Ho sfruttato anche le cognizioni di alcuni storici della città, che ho doverosamente citato nei ringraziamenti. Devo però ammettere che è stato tutt’altro che facile. Sono occorsi mesi di lavoro per ricreare quella Berlino con la dovuta esattezza storica e documentaria.

L’amore in tempo di guerra ha valenze sue proprie: la precarietà della vita la si tocca con mano, come la provvisorietà, l’incertezza, la paura, i disagi, e tutto ciò fa sì che ci si aggrappi anche a persone incontrate per caso, che non si conoscono neanche bene. Penso al legame tra Bora e Emmy Pletsch e al loro folle progetto, che solo le circostanze renderà impossibile da realizzare. Bora ancora soffre per l’abbandono della moglie e vuole disperatamente ritornare ad amare, anche se alla fine bolla il tutto come un atto di egoismo maschile. Che importanza ha nell’economia del romanzo questa avventura?

R. Un’importanza fondamentale. Il mondo in cui Bora è nato e cresciuto sta cadendo a pezzi; il suo disgusto nei confronti del nazismo ha ormai toccato l’apice; i suoi principi morali sembrano non interessare più a nessuno; la sua fede nel cattolicesimo è vicina al grado zero. Date queste premesse, in lui si è fatalmente insinuato un istinto di morte; un fantasma nichilista che gli suggerisce che forse la soluzione migliore è farla finita una volta per tutte. Saranno proprio sua madre e la giovane Emmy Pletsch a trattenerlo da questo lato della barricata, dandogli almeno un barlume di speranza. In parole molto semplici, quando tutto ti crolla addosso l’unica ancora a cui puoi aggrapparti è l’affetto che gli altri provano per te.

Una domanda che ho sempre voluto farti è: perché scrivi questi romanzi in inglese? Hai un traduttore in italiano fantastico (Luigi Sanvito), ma non hai mai avuto la tentazione di scrivere una storia di Bora nella tua lingua madre?

R. Dopo oltre trentacinque anni di quotidianità negli Stati Uniti, la mia vera lingua madre è l’inglese, che oltretutto preferisco stilisticamente all’italiano. Detto questo, non mi auto-traduco per un motivo molto importante. È che mi conosco: se lo facessi, fatalmente mi metterei a riscrivere il romanzo, immergendomi in un mare di dubbi, incertezze e ripensamenti: questo passaggio funziona bene in inglese, ma in italiano lascia a desiderare… questo capitolo mi piace in inglese, ma mi sembra zoppicare in italiano… questa frase in inglese suona benissimo, ma in italiano la devo spezzare almeno in due… e così via. Il risultato sarebbe un romanzo diverso rispetto alla versione inglese, forse nel bene ma più probabilmente nel male. E poi i tempi di consegna all’editore si allungherebbero a dismisura! Ho ottimi traduttori non solo in italiano ma anche in altre lingue. Mi fido di loro, del loro sguardo esterno, della loro capacità di calare il mio inglese in un’altra lingua assai meglio di come potrei fare io, riducendo ai minimi termini (l’inevitabile) tasso di “tradimento” rispetto al dettato e allo spirito originali.

Ci sono progetti cinematografici all’orizzonte?

R. Allo stato attuale c’è un certo interesse in Paesi non italiani (Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada). Parlo soprattutto della possibilità di una miniserie televisiva. All’estero, il fatto che Martin Bora sia un’antinazista che però milita fedelmente nell’esercito del Reich non desta alcun problema. In Italia, per motivi di ordine storico e culturale, ci sono ancora molte resistenze ad eleggere ad “eroe” un ufficiale della Wehrmacht. Il fatto è che il mio Martin Bora è… come dire… caratterialmente piuttosto lontano da Don Matteo, come pure da quel cinema “ombelicale” e campanilistico – senza offesa per nessuno – che sembra piacere in sommo grado ai produttori della Penisola.

Un’ultima domanda, ringraziandoti della tua disponibilità: stai scrivendo un nuovo romanzo con Martin Bora protagonsita? o anche solo puoi farci qualche anticipazione, in esclusiva, almeno sul periodo in cui si svolgerà?

R. Sì, ho iniziato la stesura di un nuovo romanzo con Bora. Il titolo provvisorio è “La sinagoga degli zingari” e l’azione si svolge nel 1942 sul fronte del Don, non lontano da Stalingrado. La storia è divisa in tre parti, con quella centrale situata durante l’assedio della città e un epilogo collocato qualche mese più tardi in territorio non sovietico. Accanto all’intreccio giallo e alle dinamiche del mondo privato di Bora (la madre, il patrigno, la moglie che non l’ha ancora lasciato), largo spazio verrà riservato ai rapporti problematici tra i principali “attori” presenti su quel fronte: tedeschi, italiani e romeni. Scherzando, potrei dire che per qualche verso si tratterà di un romanzo… multietnico!

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Recensione de “La notte delle stelle cadenti”

Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno (Bompiani, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

29 ottobre 2018 by

pitzorno

Cara Bianca, ci sei tanto mancata.

Bianca Pitzorno è tornata in libreria con il suo ultimo titolo edito da Bompiani, Il sogno della macchina da cucire, ambientato nella piccola città di L. tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

La protagonista del libro è una sartina della quale il lettore non conosce il nome e che narra tutte le vicende in prima persona. Nelle pagine iniziali racconta la sua infanzia in compagnia della sola nonna, in quanto il resto della famiglia è rimasto ucciso durante l’epidemia di colera. La nonna di mestiere fa la sartina, è una donna forte, risoluta e indipendente. Consapevole della differenza sociale che separa i ricchi dai poveri, desidera per sua nipote il meglio che la sua condizione possa garantirle nonostante la povertà. Per questo da quando la piccola ha sette anni le insegna a cucire: stoffe, ricami, asole e merletti le avrebbero garantito un’indipendenza che altri lavori, come quello di domestica, non le avrebbero concesso. La nipote sarebbe rimasta padrona di sé stessa. Le famiglie più importanti della città commissionano alla nonna lavori semplici, soprattutto di biancheria. 

Di solito in quelle case ricche ed eleganti c’era come ho detto una stanza apposta per il cucito, ben illuminata, con un grande tavolo da stiro dove stendere la stoffa da tagliare, e spesso c’era anche, meraviglia delle meraviglie, una macchina da cucire. Mia nonna sapeva usarla, non so dove l’avesse imparato, e io la guardavo affascinata mentre faceva andare su e giù il pedale con ritmo costante e la stoffa avanzava velocissima sotto l’ago. “Se potessimo averne una in casa”, sospirava lei “quanto lavoro in più potrei accettare!” Ma sapevamo entrambe che non ce la saremmo mai potuta permettere, e oltretutto non c’era posto dove sistemarla.

Quando anche la nonna muore, la protagonista rimane davvero sola al mondo ma è forte di tutti gli insegnamenti ricevuti dall’anziana parente, non solo perché è padrona di un mestiere ma anche perché dalla nonna ha assimilato valori importanti, quali l’onestà, la generosità e il rispetto. La giovane sartina prende il posto della nonna nelle stanze da cucito delle famiglie altolocate ed entra in contatto con la strana vita dei ricchi e con i loro segreti più nascosti, ricordandosi sempre di restare al suo posto.

Gli episodi narrati dalla sartina offrono uno spaccato di vita del tempo e descrivono tante personalità, la maggior parte femminili. Fuori dagli schemi della società ci sono la signorina Ester e Miss Lily Rose. Ester, figlia del ricco signor Artonesi rimasto vedovo dopo il colera, ha tre anni più della protagonista e viene accontentata dal padre in quelli che le compaesane chiamano “capricci”, ovvero nel suo desiderio di studiare le lingue straniere e le lingue morte, le scienze, la chimica, la geografia, di andare a cavallo e di suonare il pianoforte, disinteressandosi di ogni “dovere di femmina” concernente il governo della casa. Ester è ribelle e indipendente, vuole sinceramente bene alla giovane protagonista e le due diventano amiche, nonostante il divario sociale. La miss americana, Lily Rose Briscoe è giornalista, pittrice e critica d’arte, una personalità molto generosa ed eclettica che si tira dietro tutte le maldicenze di L. solo perché non è sposata, è ricca e osa andare in bicicletta. In questo romanzo altre donne sono forti e determinate e, pur rimanendo entro le regole imposte dalla società, le combattono dall’interno: la signorina Gemma, cugina lontana dell’avarissimo avvocato Provera, abilissima sarta e dall’animo imprenditoriale, non si sottomette davvero alla tirannia del suo parente; Zita, la stiratrice, poverissima e malata che anche in fin di vita non smette mai di lavorare con dignità e di sacrificarsi per sua figlia Assuntina, una bambina magrissima con un bel caratterino e quella forza d’animo che solo i bambini sanno avere nelle situazioni in cui la vita si dimostra crudele; la centenaria Donna Licinia Delsorbo, che fiera del suo status sociale farebbe di tutto pur di preservarlo dallo scandalo; la ex maestra che, dopo essere stata illusa dal direttore della sua scuola, sceglie di prostituirsi per mantenere suo figlio. Sono tutte donne che tengono alla propria autonomia e che, nonostante le fragilità, le umiliazioni, il dolore e le delusioni, continuano a lottare ogni giorno per sé stesse e per coloro a cui vogliono bene.

Ovviamente una di queste donne è sicuramente la giovane sartina protagonista che, nutrita degli insegnamenti di sua nonna, rimane sempre fedele ai suoi valori, onesta, generosa e laboriosa, senza mai cedere a facili maldicenze. La sartina è diversa dalle altre ragazze del suo rango non solo perché ha in mano un mestiere che non la rende di proprietà dei ricchi ma anche perché sa leggere. Da ragazzina, infatti, dimostra subito sete di conoscenza.

Quando a casa aprii il pacco e ne sparsi il contenuto sul letto, mi mancò il respiro. Non avevo mai visto niente di così bello in vita mia. Alcuni disegni erano colorati, altri in bianco e nero, ma tutti mi affascinavano. Cosa avrei dato per potere anche leggere quello che c’era scritto sotto! La notte, col lenzuolo tirato sulla testa, piansi un poco, cercando di non farmi sentire dalla nonna. Ma lei mi sentì.

La nonna analfabeta sente sua nipote piangere e si mette d’accordo con una maestra perché possa imparare a leggere dalle basi. La giovane sartina continua da autodidatta leggendo i libretti dell’Opera e poi romanzi su romanzi e altri libri delle materie più disparate. La cultura, che rende più indipendenti e più liberi,  rappresenta un punto di forza anche delle altre donne intraprendenti e moderne del libro, come Ester e Miss Lily Rose.

Nei romanzi la sartina conosce un amore idilliaco che non combacia con le vicende di cuore delle donne che frequenta e con i loro mariti ubriaconi o interessati solo ad avere un erede. Finché non incontra lei stessa l’amore nelle “guance di rosa e negli occhi di gazzella” di Guido,  la sartina rimane scettica e si concentra solo sul suo lavoro. L’amore ha tante facce e in questo libro vengono mostrate quasi tutte: tra nonna e nipote, tra uomo e donna, tra padre e figlia, tra madre e figlia, tra sorelle e tra amiche; per ognuna di esse vale la pena sacrificarsi.

Il sogno della macchina da cucire racconta la vita e il punti di vista di una sartina ma fa molto di più, spingendo il lettore ad uscire dagli stereotipi, dalle categorie pre-costruite, dalle regole sociali scritte da altri. È un inno alla libertà e all’unicità di ogni persona perché ognuno possa cucire per sé un abito su misura, fatto della stoffa che preferisce, lungo quanto vuole e del colore che più gli piace, un abito che gli appartenga e che gli calzi a pennello, invece di indossare vestiti taglia unica, fatti per tutti e quindi per nessuno.

Per i tanti adulti cresciuti con i libri di Bianca Pitzorno, leggere questo romanzo sarà come tornare indietro nel tempo perché lo stile è sempre lo stesso, cambiano solo le vicende narrate. Rimane la stessa anche l’insoddisfazione del lettore perché il libro è già finito, è troppo corto, doveva raccontarci di più e ancora altro.

Cara Bianca, ci sei tanto mancata e ci mancherai di nuovo fino al tuo prossimo romanzo.

Bianca Pitzorno è nata a Sassari nel 1942. Ha pubblicato dal 1970 a oggi circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copie vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi.

Source:  libro comprato dal recensore.

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29 ottobre 2018 by

Narrano gli antichi che gli eroi non sempre sono facili da individuare, spesso si nascondono nelle ombre del passato, negli anfratti più reconditi delle leggende, sfuggono alla narrata popolare, che preferisce vedere protagonisti delle loro storie mandarini malvagi, imperatori sfortunati, o guerrieri celebri e valorosi.
Questa volta i protagonisti della nostra storia saranno infatti un contadino e una ragazza, due ombre sullo sfondo della grande storia fatta dai potenti, ma se presterete attenzione anche ai minimi dettagli, alle inezie, al comico e al burlesco, che dopo tutto fa parte della vita di tutti noi, vi accorgerete che anche loro hanno dignità, anche loro sono capaci di gesti eroici, e soprattutto imprevedibili.
E forse proprio perché sottovalutati da tutti, vi sorprenderanno.

Il contadino in questione si chiamava Chou Jiao.
Non che questo fosse il suo vero nome, certo, chi utilizzerebbe questo irriverente nomignolo per il proprio bambino? Ma così era conosciuto, per cui col tempo aveva smesso di protestare e l’aveva accolto come un titolo onorifico, dimenticandosi, forse davvero, il nome con cui era stato registrato nel libro degli atti pubblici della provincia.
Chou Jiao proveniva da un povero e sfortunato villaggio la cui maggiore attività era la coltivazione del sorgo rosso. Non ci si stupisce troppo perciò che fosse rozzo, sboccato, ubriacone, ma infondo un brav’ uomo, come testimoniavano le varie donne con cui negli anni si era accasato.

PARTIRE

Siamo in Cina, nella seconda metà dell’Ottocento. Un contadino e una nobile ragazza fuggita di casa si incontrano sulla strada verso Pechino, diretti a una Scuola di Arti Marziali, che non è per niente detto che raggiungeranno mai.
Troveranno invece mille avventure ad attenderli.

Un “wuxia” comico, dal sapore picaresco, senza magia, in cui tutta la storia si regge sulle profonde differenze tra il lui, un contadino rozzo, sboccato, ubriacone, amante delle donne ma infondo un brav’ uomo, dal soprannome alquanto buffo “Piedi Puzzolenti” (in cinese pressapoco Chòu jiǎo), e la lei bellissima, aristocratica, volitiva, divertente, esile come un giunco ma tagliente come una lama, per nulla decisa ad accettare il ruolo di donna sottomessa che la società le impone.

I battibecchi saranno all’ordine del giorno, e le scintille assicurate. Ma quando c’è da menare le mani i due saranno uniti e potranno contare l’una sull’altro.

Dopo “Il Fermaglio di Giada”, ” Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco“, “Le Diecimila Lame della Vendetta“, “Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo” e “Luna Crescente Vento d’estate” un nuovo racconto dell’ Antica Cina, tra storia e suggestioni fantasy.