Graphic Novel il fumetto spiegato a mio padre di Nicola Andreani (NPE, 2014) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2018 by

7043486Andando a Lucca Comics ci si rende conto della complessità e varietà del mondo del fumetto, e le idee possono confondersi ancora di più se si visita una delle tante, belle fumetterie che ci sono nelle nostre città.
Come muoversi in un mondo poliedrico e multiculturale? Ci prova questo simpatico, agile e esauriente saggio di Nicola Andreani, Graphic novel il fumetto spiegato a mio padre edito da NPE qualche tempo fa ma ancora attuale, utile sia per i neofiti che vogliono saperne di più, sia per gli appassionati che vogliono fare il punto della situazione.
L’autore parte ricordando le origini letterarie di ogni tipo di fumetto, compreso quello seriale, e poi esamina la produzione di Paesi come l’Argentina, l’Italia, la Francia, il Belgio, gli Stati Uniti e il Giappone, citando opere e autori ormai classici come L’eternauta del compianto Osterheld, Corto Maltese di Hugo Pratt, Persepoli di Marjane Satrapi, Sin City di Frank Miller, Watchmen di Alan Moore, La storia dei tre Adolf di Osamu Tezuka, Akira di Katsuhiro Otomo.
Il libro è arricchito da immagini di copertine e tavole, per capire le differenze contenutistiche e culturali tra le varie correnti di fumetti, o meglio di graphic novel, e fornisce una guida preziosa e interessante ad un mondo sempre in evoluzione ma che non dimentica le sue radici. L’autore approfondisce anche la differenza tra fumetto seriale e graphic novel, con il carattere di maggiore crescita e cambiamento dei protagonisti di quest’ultima.
Infatti il romanzo, se lo si schematizza, è una narrazione autoconclusiva che racconta un crisi che porta il protagonista a cambiare: il graphic novel si attacca alla letteratura anche nell’iconografia, inglobando vari stili artistici e stimolando la riflessione, raccontando metafore della società di oggi o storie del passato e inventate ma vivide e vivaci.
Un libro quindi con tanti suggerimenti per integrare e ampliare le proprie letture e magari per capire come diventare anche autori di graphic novel.

Nicola Andreani (1984) è stato assistente di Manuele Fior, Alessandro Tota e Sualzo. Del 2014 il suo primo saggio sul fumetto, Graphic Novel. Il fumetto spiegato a mio padre (Edizioni NPE), e nello stesso anno ottiene un dottorato in fumetto alla Sorbonne di Parigi con una tesi sulle origini del fumetto. Da anni collabora con la Biblioteca delle Nuvole, la biblioteca di fumetto e illustrazione del Comune di Perugia, e realizza corsi di fumetto per tutte le età. Dal 2015 collabora con la rivista «The Mag» come illustratore.

Provenienza: libro del recensore.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018 by

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)

Il grande ritorno de Le nebbie di Avalon a cura di Elena Romanello

17 novembre 2018 by

Le-nebbie-di-Avalon-vol.1_hm_cover_bigPer molti cultori di oggi del fantasy, soprattutto donne, Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley è stato il primo libro del genere letto, nel lontano 1986 per Longanesi nella collana La Gaja Scienza, con una copertina indimenticabile.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, negli anni sono usciti molti altri libri dell’autrice, molti antecedenti come quelli del celebre ciclo di Darkover, altri curati da lei come le varie antologie: Marion Zimmer Bradley è morta nel 1999, quasi vent’anni fa, ancora relativamente giovane, il ciclo di Avalon è stato continuato dall’amica Diana L. Paxton, e in tempi più recenti la figlia ha dato della madre un ritratto non certo lusinghiero, causando prese di posizione anche di rifiuto tra gli appassionati.
In questi ultimi mesi si è segnalato il saggio di presentazione di Michela Murgia L’inferno è una buona memoria edito da Marsilio in cui l’autrice ha omaggiato uno dei suoi libri preferiti di sempre, e adesso Le nebbie di Avalon, da tempo reperibile in varie edizioni solo per il mercato dell’usato torna per HarperCollins in un’edizione integrale in due volumi, perché all’epoca furono molte le parti tagliate per motivi di budget.
Quindi, al di là di polemiche, rancori e gossip (ricordiamo che arte e artisti non sono necessariamente la stessa cosa, basti pensare che il grande Caravaggio nella vita era uno sbandato e un assassino) forse è proprio giunto il momento di riprendere e prendere in mano un libro interessante e fondamentale nella costruzione del fantasy moderno.
Le nebbie di Avalon racconta la notissima storia di Re Artù dal punto di vista delle donne, in particolare di una donna, sua sorella Morgana; è un romanzo femminista ma non solo, è anche una ricostruzione antropologica di un mondo realmente esistito presso i Celti, una società matriarcale che non ha mai cessato di affascinare e che ispirò il moderno movimento femminista.
Un libro complesso e appassionante, che si può leggere a più livelli, oltre che ormai un classico alla pari de Il signore degli anelli La storia infinita, e che merita quindi di essere preso in mano, approfittando di questa nuova edizione, in attesa magari di un adattamento al cinema o per la TV degno di questo nome.

:: I felici, Kristine Bilkau (Keller, 2018) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2018 by
I felici

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“I felici” è il romanzo d’esordio di Kristine Bilkau e quella felicità del titolo si scoprirà essere un qualcosa di costantemente ricercato dai due protagonisti. Loro sono Isabell e Georg, una violoncellista e un giornalista. La loro vita è fatta di musica, parole, concerti, articoli di giornale e di una casa che sperano di rendere dolce e calorosa, proprio come le abitazioni dei loro vicini. La situazione per i due cambia in modo improvviso quando diventano genitori del piccolo Matti. Il frutto del loro amore li conforta, ma la pace e l’armonia in famiglia comincia a vacillare in modo irreparabile. A mettere la crisi nella coppia non ci sono amanti o spasimanti, ma arrivano una serie di eventi esistenziali che destabilizzeranno la tranquillità, per altro già fragile, dei due. Isabell ad un certo punto smetterà di suonare perché minata da un tremore che la colpisce ogni volta che prende tra le mani il suo violoncello per fare prove o concerti. La giovane si prenderà del tempo per riposarsi e curarsi dal disturbo, ma esso sembrerà non volerla lasciare. La situazione non va molto meglio a Georg, in quanto il giornale per il quale lavora, con molta probabilità, sarà venduto e per lui, come per i suoi colleghi, il futuro diventerà qualcosa di molto incerto, nel senso che Georg e gli altri non sanno se avranno ancora il posto di lavoro o se saranno obbligati a cercare qualcosa d’altro da fare. Le incertezze relative al lavoro avranno una ricaduta nella vita di coppia e unite anche all’aumento dell’affitto e delle spese di gestione dell’appartamento dove la famiglia vive, porteranno Isabell e Georg a vivere con tormento. Il domani diventerà sempre più incerto e Isabel e Georg si renderanno conto che anche le cose più scontate- bersi un caffè o fare una passeggiata al parco- rischiano di diventare impossibili da fare senza una stabilità economica. Ecco che la coppia si incrina, nel senso che i due giovani vivono sotto lo stesso tetto sviluppando due esistenze dove la solitudine, la paura del domani, il sentirsi incompresi e incapaci lo sperimentano in modo del tutto personale, isolandosi nei loro mondi dove pensano e progettano cosa mettere in atto per trovare la vera felicità. “I felici” della Bilkau sono due giovani-adulti dell’era contemporanea le cui vite incarnano lo specchio di una parte della generazione di oggi chiamata a confrontarsi con precarietà lavorativa, alla quale si collega spesso quella esistenziale. Isabell e Georg sono quindi felici solo in apparenza, nel senso che nella vita che stanno cercando di creare arrivano intoppi vari, i quali allontaneranno sempre più la felicità da loro tanto desiderata. La crisi crea nella coppia incomunicabilità, incomprensioni, profondi stati di malinconia per qualcosa perso per sempre e difficoltà a parlarsi in modo chiaro e deciso per trovare una soluzione. Nonostante tutto questo, non mancano momenti di speranza, durante i quali il rimuginare e il riflettere su cosa fare evidenzia come Isabell e Georg siano pronti a mettersi in gioco per il figlio Matti, per loro stessi, per essere davvero, e forse per la prima volta, felici. Traduzione dal tedesco Fabrizio Cambi.

Kristine Bilkau è nata nel 1974. È stata finalista all’Open Mike nel 2008 e ha ricevuto numerose borse di studio letterarie e premi come la borsa di studio per la letteratura del Colloquium Berlin, l’Hamburger Föderpreis für Literatur, il Franz- Tumler- Prize e il Klaus-Michel- Kühne- Prize. Vive ad Amburgo con la sua famiglia.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Helena Cornell

14 novembre 2018 by

21Norwich, Mississippi. La prestigiosa cittadina universitaria si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, incurante della scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti.
Catherine O’Bryan, giovane studentessa della Ole Lady, ritornata alla città natale per lasciarsi alle spalle gli spiacevoli eventi del suo recente passato, si imbatte nello spavaldo Tristan, unico erede dell’antica famiglia Averhart, che dimostra da subito interesse per lei, tanto da infrangere ogni regola e divieto si fosse imposto pur di farsi notare. Oltre il sorriso sprezzante del ragazzo, però, si celano ferite molto più profonde di quelle che la sua pelle mostra con fin troppa assiduità. Nel suo sangue si nasconde l’ira di un predatore, una maledizione che nessun Averhart può sciogliere, nemmeno dopo secoli di sofferenza e molte vite spese in tributo.
Fiamme nella notte, riti sciamanici, cannibalismo, corpi che bruciano occultando agli Umani uno dei più grandi segreti della Storia, ma questa è solo routine per gli Averhart e gli altri Cacciatori.
Il nemico li attende nell’ombra, pronto a ucciderli non appena abbasseranno la guardia. I suoi occhi d’ambra non smetteranno mai di fissarli, fino a quando non li avrà eliminati. Tutti.
Solo la Morte potrà placare la sua terribile Vendetta.

Eccoci dunque a scambiare quattro chiacchiere con Helena Cornell, co-autrice, insieme a Julia Sienna, di “Death is not the Worst”, edito da Gainsworth Publishing.

Ciao Helena e grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima riguarda lo pseudonimo: perché hai scelto di pubblicare con un nome diverso dal tuo? E perché hai scelto proprio Helena Cornell? Be’, a me il cognome fa pensare al grande Chris, ma è probabile che le ragioni siano da ricercare altrove!

Ciao Lady Euphonica, guarda ho scelto di pubblicare con uno pseudonimo perché sono una persona, anche se non si direbbe, abbastanza schiva. Helena perché non solo è il mio nome in lingua inglese, ma per la magnifica Helena Bonham Carter. Il cognome, in parte l’ho scelto per Chris Cornell, ovviamente, e perché richiama il nome delle “Cornelle”, adorando la montagna, e lo “sturm und drang”.
Questo nome mi sembrava un ottimo modo per unire diverse passioni in uno pseudonimo, quella per il cinema, la musica, i paesaggi da sublime e pittoresco. Il tutto usando un nome molto simile al mio. Sono distratta, mi sarei dimenticata di essere la tizia nello pseudonimo se scelto troppo lontano da quello originale. Non girarsi quando ti chiamano è parecchio brutto, non vi pare?

Veniamo poi al titolo del vostro romanzo: “Death is not the Worst”.

Viene in mente Platone. Ci sono altri riferimenti, più o meno espliciti? A cosa è dovuta la scelta dell’inglese?

Platone è la citazione corretta. I riferimenti sono per tanti tra cui la costante fame di vendetta, presente specialmente in opere come il “ Titus Andronicus”, una tra le più sanguinolente e “gore” del beneamato William Shakespeare. Ad alcuni protagonisti succedono cose ben peggiori della morte, esattamente come nel nostro romanzo. In inglese, be’, essendo io anglofila e Julia esterofila, vista l’ambientazione, abbiamo valutato che in inglese dava più il senso di ciò che volevamo comunicare. In italiano sembrava il titolo di una commedia alla Oscar Wilde, ma non era quella la sensazione che volevamo ottenere nel lettore.

Dovendo avventurarsi nelle definizioni, il vostro romanzo potrebbe rientrare nella categoria Young Adult Urban Fantasy. Come avete lavorato su questo genere, tanto amato quanto oggetto di discussioni?

Sono due categorie che preferirei lasciare divise. Il nostro è un Urban Fantasy che strizza l’occhio alla categoria New Adult, ma per una questione prettamente di nostra goliardia personale. Abbiamo voluto giocare con certi cliché: il ragazzo bello e ricco, la nuova arrivata, il cattivo bel tenebroso… ecco abbiamo preso questi brutti “archetipi”, tanto sfruttati e utilizzati, per creare qualcosa di realistico, di nuovo, un azzardo se vuoi. Ma, ragazzi, ha funzionato! In Italia il genere Urban Fantasy è poco pubblicato e anche conosciuto. Come molto meglio di me potrebbe spiegarti il mio caro amico e collega Luca Tarenzi, si fa una gran confusione su cosa sia davvero Urban Fantasy. Il Paranormal Romance, per esempio, non rientra in questa categoria. L’Urban Fantasy non solo porta i mostri nelle nostre città, ma li rende anche “umani”, donando loro una scelta. La mostruosità esteriore non coincide sempre con quella interiore.

Il romanzo “Death is not the Worst” lascia presagire un sequel. È già in cantiere? Cosa puoi anticiparci?

Sì ha un seguito, uno solo, è una dilogia. Il romanzo è già in cantiere e posso dirti che ne vedrete delle belle. Faremo di tutto per dare a questa storia che ci ha viste unite, il degno finale che aspettano i nostri lettori. Vi anticipo che ci saranno molti colpi di scena e che ci faremo perdonare il cliffhanger del primo libro.

Recentemente sei stata ospite al Lucca Comics & Games insieme a Julia Sienna e a Sara Benatti (in arte Aislinn, autrice, sempre per Gainsworth Publishing, di “Né a Dio né al Diavolo”). Il tuo intervento, in particolare, verteva sull’analisi psicanalitica del mostro vittoriano. Puoi riassumerci i punti salienti?

Grazie di questa domanda. Inizierò con una provocazione bella e buona.
I mostri vittoriani, ma ma più precisamente i mostri gotici e le loro influenze letterarie, altro non sono che un branco di sfigati.
Sono persone frustrate, incapaci di vivere le loro vite senza paturnie, o catastrofi dovute principalmente dal fatto di vivere in una società che non si occupava dei suoi malati di mente, ma che li lasciava soli a sé stessi, quando non li rinchiudeva nei manicomi, autentici e spaventosi lager.
Le categorie analizzate nella conferenza sono essenzialmente tre: il narcisista psicopatico, il figlio rifiutato e il Doppelgänger.
Di solito lo svolgimento dei romanzi di fine settecento di questo genere era basato su canovacci che parlavano sempre di misteri da deus ex machina, cattivissimi senza una motivazione valida che volevano sposare la protagonista, eroine narcolettiche ed eroi factotum che salvavano la situazione senza sapere come. Senza contare che l’elemento sovrannaturale era sempre tenuto soffuso, al minimo, quasi come se si rischiasse di scombussolare troppo la mentalità dell’epoca.
Uno dei pochi cattivi interessanti del romanzo gotico puro è Ambrosio di The Monk, personaggio del romanzo di Matthew Gregory Lewis. Monaco bellissimo e molto devoto che cade “ vittima” delle macchinazioni del demonio che lo sedurrà, portandolo a diventare un assassino, stupratore e ad avere rapporti incestuosi, in una spirale di violenza e devianza psicologica mai vista prima. Il protagonista così finisce, da bravo narcisista psicopatico, a non avere alcuna colpa per le nefandezze che compirà.
Prendiamo Dorian Gray. La sua cattiveria diventa estrema perché non era lui a subire le conseguenze fisiche di ciò che metteva in atto ma era il dipinto. Egli è l’incarnazione dello psicopatico narcisista poiché rifiuta ogni responsabilità collegata alle sue azioni.
Come per il serial killer Ted Bundy, di bell’aspetto, piacevole, simpatico con tutti, tranne che con le sue vittime di cui faceva scempio in maniera orribile.
Ambrosio, Dorian e Ted hanno tratti sadici sessuali molto simili, se analizzati nello specifico.
Ogni cosa, nella vita di Dorian, gli ha sempre urlato che l’unica sua dote fosse la bellezza, così ha venduto l’anima per ottenere questa immortalità, rimanendo solo con quella, una scia di sangue e un suicidio finale annunciato.
Passiamo alla categoria del figlio rifiutato: Frankenstein.
Ho preso a esempio le due figure letterarie che secondo me hanno avuto maggiore peso nella sua creazione: Caliban della Tempesta, (si torna sempre a Shakespeare) e al magnifico canto disperato sulla privazione di libertà che è il Satana di Milton. Caliban (che altri non è che la fusione di Jago di Othello e Aronne dal Tito Andronico) e Satana hanno in comune l’essere sibillini, non agire per mano loro, schiavi di un padre padrone che non li ha mai accettati per la loro natura, rendendoli schiavi dei loro desideri e bisogni. Sappiamo che Milton parlava per metafora della sua delusione politica, ma, rimanendo alla pura psicologia, qui si parla di figli rifiutati. Il serial killer del nostro tempo che meglio incarna questo spirito è Charles Manson: lui ha persuaso i suoi seguaci a fare cose terribili, a causa della sua visione distorta della realtà, ma altro non era che un bambino solo, abusato e reietto. La società crea i mostri, difficilmente essi lo fanno da soli, questo mi preme molto ricordarlo.
Per quanto riguarda il Doppelgänger, di solito si tratta di un individuo castrato a livello sociale e familiare: educazione religiosa, codici morali e sociali opprimenti, abusi ecc. ecc. Il massimo esempio di un mostro del genere lo troviamo ne “Lo strano caso del Dr Jeckyll e Mr Hyde” che è stato ispirato da un’opera precedente di James Hogg, “The private memories of a Justified Sinner”, il cui protagonista è Rober Wringhim, cresciuto da una madre calvinista molto bigotta e senza un vero padre. Porta infatti il nome del pastore che l’ha educato, non certo del laird che l’ha messo al mondo (il padre di Robert, dopo aver deciso di non riconoscerlo, gli preferirà sempre il fratello George). A un certo punto, dopo che il suo padre putativo l’ha investito nel ruolo di prescelto per guidare le masse di peccatori verso la luce di Dio, spunta nella sua vita Gil-Martin, uno spirito maligno, un mostro, talvolta descritto come un demonio, che pare essere responsabile di delitti terribili, tra cui l’uccisione del tanto invidiato fratello.
La cosa affascinante di questo libro è che non capiamo nemmeno nel finale se Gil-Martin sia stato o meno artefice di tali crimini o se sia Robert il vero serial killer.
Il Dr Jeckyll invece è un medico rispettabilissimo, ma stanco di doversi castrare nella società vittoriana, tanto perbenista quanto ipocrita. In realtà la sua storia e quella del suo affascinante doppio, quella sorta di folletto piccolo e ritorto che è Mr Hyde (che diventa più grande ogni volta che il buon dottore prende la pozione) ci viene raccontata dal protagonista Gabriel John Utterson, notaio, occhio vigile e vittoriano che indagherà sulla natura del mostro, fino alla sua fine.
Robert e il Dottr Jeckyll sono entrambi due suicidi, spaventati dall’Es che smuoveva il loro doppio “malvagio”
Il dottore però, tra i due, è quello ad avere la razionalità per comprendere il fenomeno, mentre il povero Robert altri non è che la vittima designata.
Due serial killer da prendere in considerazione, Ed Gein (ispiratore di masterpiece come Psycho o di opere gore come “Non aprite quella porta”), figlio di una madre castrante e bigotta che aveva imposto a lui e al fratello un’educazione morigerata e violenta al tempo stesso. Era considerato un po’ un bambinone innocuo, ma, dopo la morte della madre, iniziò a depredare cimiteri e a uccidere donne per creare un vestito in pelle umana che l’avrebbe trasformato in qualcos’altro, una donna, forse.
Il secondo che analizzerò brevemente è Ed Kemper, anche lui cresciuto in un ambiente soffocante. La madre non era bigotta ma una virago che l’ha portato a odiare tutto il genere femminile. Kemper viveva una doppia vita, a contatto anche con le forze dell’ordine, a cui sembrava solo un simpatico chiacchierone da bar, mentre sfogava le sue pulsioni decapitando studentesse.
Sto lavorando a un progetto carino sull’argomento e presto spero di poter dirvi di più. Ma come potete vedere i serial killer non sono così diversi dai mostri gotici e vittoriani.

Oltre che scrittrice, sei anche editor, un lavoro talvolta misconosciuto o frainteso. Puoi raccontarci cosa fa un editor? Quale percorso è opportuno intraprendere per avvicinarsi a questa professione?

Io lo faccio per la casa editrice, ho avuto brutte esperienze con i privati. L’editor è una sorta di impietoso critico: vede quali sono gli errori in una trama, dove il racconto non fila. È colui che analizza le falle nel character building e mostra con un impietoso specchio gli errori dello scrittore, siano essi buchi di trama o deus ex machina, dopo che il suo lavoro è passato già dal correttore di bozze e dal copy editor. Avvicinarsi al mestiere di editor non è facile: bisogna leggere molto, studiare le trame, capire cosa ci piace e cosa no nelle opere altrui e perché. Purtroppo, ci vuole anche una sorta di talento naturale, ma che va nutrito con lo studio e la costanza.

L’ultima domanda è la cifra della rubrica!

Se “Death is not the Worst” diventasse un film e tu potessi scegliere gli interpreti, chi vorresti nei ruoli principali?

Questa domanda mi piace moltissimo! Ovviamente ho già la lista pronta. Per Xander vorrei Woody Harrelson, per Julius Samuel, L Jackson. Per il malvagio William, Tom Hiddleston, mentre la sensuale e latina Reina la vedrei bene interpretata da Salma Hayek. Tristan potrebbe essere Bill Skarsgård e la sua innamorata, Cat, Madison Davemport.

“Death is not the Worst”, Helena Cornell e Julia Sienna, Gainsworth Publishing http://www.gainsworthpublishing.com/index.html#

Se volete incontrare Helena Cornell, Julia Sienna, Aislinn e Luca Tarenzi, potete farlo alla Libreria Cultora di Milano, il 23 novembre, alle ore 18, in occasione di una tappa della loro “Urban Witches on Tour”.

:: Servi della gleba di Gerardo Magliacano (erre Edizioni, 2018) a cura di Nicola Vacca

13 novembre 2018 by

cop magliacanoMario Vargas Llosa, grande scrittore e premio Nobel per la letteratura, in un articolo sui libri, recentemente pubblicato su Robinson, si è rivolto ai giovani nella speranza che loro siano capaci di capire la straordinaria importanza che ha la buona letteratura, non solo per la vita degli individui ma anche per la società.
Perchè questo avvenga c’è sempre più bisogno di buona letteratura che sia in grado di contrastare il dilagante diffondersi di libri – svago. Capire una volta per tutte che questi ultimi ci distruggono, ci distraggono e ci abituano a non pensare, proprio come vuole il potere in modo che possa agire indisturbato.
Poi mi capita tra le mani Servi della gleba (erre Edizioni, pagine 197, euro 10), il nuovo libro di Gerardo Magliacano. Per fortuna che esistono ancora scrittori liberi e resistenti che nei loro libri hanno scelto prima di tutto di ascoltare la voce libera della propria coscienza.
Gerardo, prima di essere uno scrittore, è un uomo in rivolta. E come tutti quei coraggiosi uomini in rivolta che si rispettano è consapevole nel pronunciare il suo deciso no.
Servi della gleba è un romanzo (o un romaggio come ama definirlo il suo autore, perché qui la narrativa si contamina con la forma del saggio) di un uomo che prende consapevolezza della radice marcia del suo tempo e decide di scrivere le sue storie perché mai come in questo momento c’è bisogno di uomini di penna e di pensiero che siano in grado di suonare l’allarme.
Un professore d’italiano che dialoga con Sossio, un suo allievo diciasettenne, uno di quei giovani che porta dentro di sé l’ospite inquietante del nichilismo del proprio tempo.
Il professore e il ragazzo danno vita a un dialogo serrato che allo stesso tempo si trasforma in un viaggio letterario e esistenziale nel cuore delle questioni spinose del nostro tempo.
Il professore sequestra volutamente Sossio che si è precipitato a casa sua per vomitargli addosso tutto il suo malessere.
Il ragazzo sarà ostaggio del suo insegnante, che per quattro giorni lo accompagnerà in un percorso di formazione, scomodando la letteratura e la vita, con lo scopo di metterlo nudo davanti alla propria coscienza e allo stesso tempo portarlo a ragionare sulla decadenza del nostro tempo in cui sì è persa ogni ragione dell’umano.
Servi della gleba è il racconto della prima giornata. Magliacano nei prossimi anni ne scriverà altri tre, un tetralogia di romaggi che andranno a comporre le quattro giornate di Sossio.
La prima giornata è dedicata al rapporto dell’uomo con la terra e ai servitori, che in questo nostro tempo sono davvero pochi, visto che in ogni dove spadroneggia la figura viscida del servo.
La differenza tra uno schiavo e un servo è un fatto grammaticale: schiavo è un sostantivo, servo è un verbo. Nel primo caso è una condizione cui si è ridotti, nel secondo è l’agire che lo determina. La schiavitù la si subisce, la servitù è un donarsi.
Questa è la tesi di Gerardo Magliacano e del suo alter ego professore che nel dialogo con il giovane Sossio si preoccupa di trasmettere conoscenza, invitando il ragazzo a aprire la mente perché solo la cultura ci rende tutti liberi.

«Servire qualcosa o qualcuno– spiega il professore – o meglio servire a qualcosa o a qualcuno, a un’idea, a un principio, a una zolla di terra, a un amico, a un amore, alla famiglia, a un popolo, a… ecco, questo ci rende esseri migliori e dà un senso alla propria esistenza.
Essere schiavo di un padrone e di un idolo, del dio denaro, degrada l’essere umano ad essere oggetto, merce, un mero conto corrente».

Servi della gleba è un viaggio resistenziale ed esistenziale. Gerardo Magliacano è uno scrittore vero perché fa letteratura ascoltando la coscienza e il cervello che non vanno mai in vacanza.
Egli è un servo delle parole e soprattutto è al servizio della cultura. In questo libro coraggioso, davanti ai ciarlatani di presunte libertà, l’autore elogia tutta l’intelligenza del cuore del servo della gleba. Dovremmo avere il buon senso di servire la collettività, esseri servitori con una coscienza pulita per mettere in atto una rivolta che ci conduca nuovamente a essere padroni della nostra terra e destinatari dei suoi frutti.
Ma gli schiavi e i servi sono sempre in servizio permanente effettivo e sulle rovine fumanti come corvi si aggirano uomini senza una coscienza.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: La dea di Morgantina. Il ritorno della madre terra (Bonfirraro, 2015) di Emilio Sarli a cura di Daniela Distefano

12 novembre 2018 by

La dea di Morgantina - BonfirraroIl plot di questo libro ci parla di un nostos singolare: il ritorno a casa della dea di Morgantina, di un mitologico capolavoro sganciato dal castone di terra, costretto in mani furtive, peregrino per le botteghe d’oltralpe e d’oltreoceano.
Dopo aver vagato per il mondo, la statua – dal 2011, nel Museo archeologico di Aidone- incanta di nuovo la Sicilia. Attraverso le vicende del protagonista Alfeo Rosso, prende corpo la parabola della dea di pietra. Il lettore si ritrova così catapultato nel tempo di Ducezio da Mineo e del suo sogno di dominio e libertà, duemilacinquecento anni prima. E la narrazione si trasforma in fiaba, un favola triste ma anche destinata a sovvertire i limiti e lacci del Tempo.

Una mattina di primavera sotto i portici dell’agorà (Ninfodoro)incontrò l’amore. Le chiese il nome, si chiamava Castalia, come la figlia del dio fiume; i primi raggi del sole erano gradevoli e nello zéfiro svolazzava la chioma d’oro della fanciulla, scapricciata, col sorriso dolce sulle labbra e tanta luce negli occhi. Si guardarono intensamente, si abbracciarono con passione, si baciarono a lungo”.

Erano felici Ninfodoro e Castalia. Ma una febbre letale s’impadronì del corpo di Castalia e, pian piano, si spense la luce dei suoi occhi. Il suo amato Ninfodoro vorticò nel precipizio, della mente e del corpo. Fu in una di quelle nottate nelle quali l’assillo fa male e graffia il cervello, le voglie sono trafitte e uccise dagli abissi del cuore, che un tarlo s’insinuò, come un chiodo fisso, nella sua testa: una statua per Castalia, perenne ricordo di un amore bello e fugace. Non perse tempo e si mise subito all’opera.

Allora, se Castalia non tornerà più, voglio fare per lei il monumento più bello del mondo, dev’essere la prova della bellezza del nostro amore!”.

Nella valle di Morgantina echeggiavano gli schiocchi delle mazzuole, il picchettio delle martelline di Demetrios, Kalistos e Philippos accompagnati dalla poesia di Alexandros. La statua doveva essere alta come dieci palmi di mano e ancora più. La testa doveva essere di marmo e così i piedi e le mani.
Gli abiti dovevano aderire bene al corpo, quasi fossero bagnati, la figura poteva essere ammirata da ogni parte. La scultura assunse così le sembianze della madreterra che – abbandonato l’Olimpo, arrabbiata con Zeus e tutti i numi – si fa donna calata sull’ecumène per trovare la Kore. La dea di Morgantina divenne e resta il simbolo di un amore immortale, carico di quel magnetismo che allontana ogni bizzarro schiaffo della sorte.
E incarna anche quel bisogno di ‘leggenda personale’ insito nel cuore di ogni essere umano. Forse per questo ne siamo così affascinati,oggi più di ieri, e smuoviamo mari e monti per andare a vedere se davvero quei panneggi, quelle pieghe, quel corpo di moderna eternità, sono in grado ancora di intrecciare l’anima. Un libro dallo stile sostenuto, posto ad un livello superiore di narrazione, lingua, immaginazione. Volutamente aulico, per affondare le incertezze che circondano i misteri, gli enigmi, i rebus della Sicilia, una terra attraversata da quadrati bianchi e neri come un cruciverba.

Emilio Sarli (Padula, http://www.emiliosarli.it) è avvocato, componente del Centro Studi e Ricerche Pietro Laveglia del Vallo di Diano e presidente del Caffè Letterario Il Meridiano. Segue tematiche giuridiche, storiche e ambientali, ha collaborato con riviste di diritto e ha pubblicato opere di narrativa e saggisitica.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Alberto Bonfirraro della casa editrice “Bonfirraro”.

:: I cercatori di pace di Laura Costantini (Dei Merangoli Editrice 2018) a cura di Federica Belleri

9 novembre 2018 by
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Laura Costantini, giornalista Rai e scrittrice, ci propone un romanzo avvincente. Particolare nella forma e nella stesura, che ricorda Avatar, ma anche La storia infinita. Oppure Dune o Waterworld. Così pure Il signore degli anelli o Alien. Di cosa stiamo parlando? Dei cercatori di pace. Ghillean, donna dalla bellezza affilata che porta con tranquillità sia la spada che la pistola; è una storica della biblioteca del suo regno. Litia, futura regina guerriera; preparata e colta, perché solo alle femmine è permesso studiare. Kimen, un generale che non ama la guerra anche se vorrebbe essere a capo di un esercito come si deve. Tarnell, un disertore; ha lasciato tutto, famiglia compresa, e ora guida una banda di amici e ha una donna bellissima al suo fianco.
Perché si incontrano e cosa stanno cercando? Forse un Mutato, forse un’arma di distruzione, forse il mondo che hanno perduto …
O forse stanno tentando di fermare una guerra iniziata 518 anni prima. I regni da dove provengono si tengono d’occhio, sono sospettosi, non si fidano. Lo stesso fanno questi quattro giovani eroi. Eroi, sì. Perché vivranno un’avventura unica, da non poter replicare. Un’avventura che li costringerà a guardare le città distrutte del vecchio mondo, a meravigliarsi con nostalgia per aver ritrovato una radio ancora funzionante o un orologio che ticchetta ancora, a seguire un cammino pericoloso e difficile scontrandosi con gli elementi della natura: acqua, terra, aria e fuoco. Elementi da venerare, ma devastanti.
I cercatori di pace contro la guerra, contro le ferite provocate dall’amore, contro guerrieri artificiali e popoli evanescenti. Osservatori della magia ma attirati da una tecnologia ormai dimenticata. Il loro passato che si schianta contro il futuro.
I cercatori di pace affronta la solitudine di chi sa leggere la mente ma non il cuore, di chi è destinato a rimanere solo perché non ha potuto vivere come avrebbe voluto.
I cercatori di pace hanno la forza e il coraggio di affrontare il colore del sangue così come il bisogno disperato di un abbraccio.
I cercatori di pace viaggiano nella memoria da tramandare e custodire, a costo di morire.
Il romanzo è arricchito e completato dalle tavole a china e acquarello di Niccolò Pizzorno.
Non mancano descrizioni accurate e sentite del mondo “fantastico” creato, mi sia concessa l’espressione.
Editing preciso. Lettura davvero interessante. Buoni gli spunti sui quali riflettere.
Assolutamente consigliato.

Laura Costantini, scrittrice e giornalista Rai, è nata a Roma e si definisce timida e introversa, ma in realtà è vulcanica e solare quando scrive. La sua scrittura è fertile e vigorosa e ha iniziato a scrivere da adolescente. Alcune sue opere sono frutto di lunga gestazione come I cercatori di pace. Per anni ha scritto a quattro mani con la sua socia di penna Loredana Falcone con la quale ha pubblicato numerosi libri, tra i quali Il puzzle di Dio (goWare, 2014), secondo classificato nella prima edizione del Premio Letterario Amarganta e scelto come miglior edito 2014 dai lettori del blog letterario “Liberidiscrivere”, e Contrabbandieri d’amore (HarperCollins Italia, 2016). Nel 2017, goWare ha iniziato la pubblicazione della serie Diario vittoriano, che Laura Costantini ha scritto a due sole mani, quattro romanzi storici a tema Lgbt, ambientati tra il 1881 e il 1901 per narrare un’epoca luminosa e oscura, come Lord Kiran di Lennox e il suo amore per Robert Stuart Moncliff.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Shanmei legge: Il Fermaglio di Giada

9 novembre 2018 by

L’edizione 2018 del Pisa Book Festival

8 novembre 2018 by

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Torna per l’edizione 2018 il Pisa Book Festival, nato nell’ormai lontano 2003 e diventato uno degli appuntamenti più attesi per l’editoria indipendenti, portando ogni anno in autunno all’ombra della celebre torre pendente editori, scrittori, traduttori, illustratori e artisti italiani e stranieri. La sede è il prestigioso Palazzo dei Congressi.
Un festival cresciuto nel corso degli anni: nel 2003 gli editori partecipanti erano solo 56, l’anno scorso erano 162, attivi nei settori più disparati, saggistica, narrativa, fumetti. Del resto il festival rappresenta un modo unico per farsi conoscere e creare sinergie, ma il grande protagonista è il pubblico, che può incontrare i suoi autori e autrici preferiti.
Accanto allo spazio commerciale, il Pisa Book Festival ospita ogni anno più di duecento eventi, tra presentazioni, incontri con gli scrittori, convegni, laboratori di scrittura, seminari per professionisti, spettacoli, reading. Tutto è organizzato secondo vari filoni, come le anteprime degli editori, il focus del Paese ospite, gli autori del Repubblica Caffè, lo spazio Junior, la sezione Made in Tuscany. Quest’anno si aggiungono la rubrica  Alla ricerca del canone perduto, curata dallo scrittore Luca Ricci, la sezione Scienza e Fantascienza, il focus sulla poesia e il Chinese Corner.
Il Paese ospite quest’anno è la Spagna, luogo vicino ma diverso dall’Italia per cultura e lingua, per un programma che si preannuncia intenso. Tra gli ospiti si segnalano i nomi di Rosa Montero, Ester Garcìa, Lorenzo Silva, Massimo Polidoro, Roberto Cotroneo, Teresa Ciabatti, Tiziano Scarpa, Francesco Barbi, Giulio Giorello, Marco Malvaldi, Vanni Santoni, Serena Venditto.
Venerdì ingresso gratuito per tutti, sabato e domenica per i minori di 18 anni mentre gli altri pagano sei euro. Per il programma completo visitare il sito ufficiale.

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018 by

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018 by

Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

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