Atlanta: Celestial e Roy sono una giovane coppia, sposati da più di un anno, manager in carriera lui, artista in ascesa lei, alle spalle due percorsi personali e familiari diversi. Sono innamorati, convinti dei propri sentimenti e della solidità della loro relazione, tanto da provare ad avere un figlio; se una discussione sembra poter destabilizzare il perfetto equilibrio della coppia, basta che uno dei due pronunci “17 novembre” (la data del loro primo appuntamento) per lanciare una sorta di break time. Alcune volte però gli eventi sono talmente forti da trascinare in un vortice da cui è difficile uscire. È quello che accade mentre i due alloggiano in un hotel di Eloe, cittadina della Louisiana da cui proviene Roy. Entambi afroamericani, Celestial e Roy fino a quella notte non hanno provato sulla loro pelle, a differenza dei loro genitori, cosa voglia dire essere discriminati in quanto neri. Ma quando la polizia sfonda la porta della loro camera e accusa Roy di aver stuprato una donna è subito chiaro che lui è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Da quel momento niente sarà più come prima.
“Avevamo pensato che saremmo riusciti a parlarne, a venirne fuori ragionando. Ma qualcuno avrebbe pagato per quel che era successo a Roy, proprio come Roy aveva pagato per quel che era successo a quella donna. C’è sempre qualcuno che paga.”
Tayari Jones confeziona un romanzo dal ritmo incalzante da cui è difficile staccarsi. Complice la narrazione che alterna registri diversi: si passa dalle voci dei tre protagonisti principali, Roy, Celestial e Andre (l’amico comune che li ha fatti conoscere) ai carteggi che Roy intrattiene principalmente quando è in carcere. L’autrice dipinge il sogno americano attraverso i personaggi di questo romanzo, ma decide di farlo crollare proprio a partire da uno dei legami su cui si fonda storicamente la nostra società: il matrimonio.
“Sapeva molto bene quel che volevo facesse. Non era poi così complicato. Volevo che fosse una moglie come si deve e provvedesse a farmi posto in casa mia. Volevo che mi aspettasse come fanno le donne sin da prima di Gesú.”
Sicuramente uno dei temi è la discriminazione razziale, evidente in tutto il caso giudiziario di cui è protagonista e vittima Roy, ma anche in altri episodi.
L’intera vicenda serve però anche a scoperchiare una sorta di vaso di Pandora. Infatti, se nelle prime pagine Roy e Celestial sembrano convinti di avere un rapporto solido, indissolubile, andando avanti nella narrazione diventa evidente che tra loro esistono numerosi segreti e non detti. La distanza fisica si dilata, alimentata dall’incomprensione e dall’impressione di non conoscere più la persona dall’altra parte. La penna della Jones sembra voler scavare a fondo nelle dinamiche relazionali nel momento stesso in cui queste vengono maggiormente destabilizzate e messe alla prova. Non si parla soltanto di amore o matrimonio, ma anche del senso di famiglia e amicizia, forse più in generale di appartenenza e lealtà.
“Ad Atlanta ho imparato le regole e le ho imparate in fretta. Nessuno mi ha mai dato dello stupido. Ma casa tua non è il posto dove atterri; è quello da cui decolli. Non è possibile scegliersi una casa, come non lo è scegliersi una famiglia. Nel poker ti toccano cinque carte. Tre le puoi scambiare, ma due te le devi tenere: la famiglia e la terra in cui sei nato.”
Complessi e sfaccettati i personaggi, risulta difficile per il lettore scegliere per chi parteggiare. Forse perché chiunque come Roy avrebbe voluto che il mondo si fermasse davanti a un’ingiustizia subita, o magari ciascuno di noi si è sentito libero e padrone della propria vita come Celestial, per poi restare immobile e lasciar scegliere ad altri…
Tayari Jones è laureata presso lo Spelman College, l’Arizona State University e l’Università dell’Iowa. Docente di scrittura creativa presso l’Emory University, collaboratrice del Believer e del New York Times, vincitrice di numerosi premi letterari, è autrice dei romanzi Silver Sparrow, The Untelling e Leaving Atlanta.
Source: libro del recensore.
I manga sono una realtà editoriale in Italia da quasi trent’anni e molti editori si sono cimentati portando nel nostro Paese titoli di generi e epoche diverse. Nessuno aveva mai pensato di portare uno dei capostipiti degli shojo manga, anzi il titolo che ha stravolto il genere aprendo la strada a nuove sperimentazioni, Kaze to ki no uta, Il poema del vento e degli alberi di Keiko Takemiya.
Estate nella tranquilla cittadina di Flint City in Oklahoma: il signor Ritz sta portando a spasso il suo cane quando si imbatte nel cadavere orrendamente martoriato e seviziato di un bambino di soli undici anni. La sua sarà la prima testimonianza che la polizia ascolterà in una concitata caccia all’uomo, perché chi ha commesso un delitto così efferato non può restare in giro libero, come decide il detective Ralph Anderson, sempre in cerca di giustizia per i colpevoli ma soprattutto per le vittime innocenti, questa volta più che altre volte.
La lezione di questo libro è che non vi può essere alcun compromesso tra la libertà e i diritti “sociali” degli individui. La libertà è un a priori etico e antropologico, un valore non negoziabile. E’ il fondamento stesso della “Grande Società”, che equivale alla “società aperta” di Popper, in quanto sostenuta dal mercato e dalla competizione. L’alternativa alla “pianificazione” è la “sovranità della legge” (rule of law). Come perviene a questa conclusione Friedrich A. von Hayek? Lo studioso – che è stato per definizione l’antagonista più illustre di Keynes – non era devoto del laissez faire; egli credeva in uno schema o impalcatura per un sistema di libera impresa. Schema che è compatibile con standard di salario minimo, standard di assistenza sanitaria, un minimo di assicurazione sociale. Ed anche compatibile con certi tipi di investimenti statali. Ma il punto è che l’individuo deve conoscere in anticipo esattamente come le regole funzioneranno. Egli non può pianificare i suoi affari, il suo futuro, persino le sue vicende familiari, se il “dinamismo” di una autorità pianificatrice centrale sta sospeso sopra la sua testa.
Marta Telatin. Scrittrice, poetessa, artista curiosa e sorridente. Una vita difficile la sua, che ci racconta in questo libro “In tutti i sensi“. La sua storia legata a una malattia e alla voglia di rinascere. La sofferenza frantumata dall’ironia e dall’amore di chi ha saputo starle vicino. Il suo rapporto con i colori e i laboratori scolastici o nelle carceri. L’importanza di accettarsi, senza sfidare troppo il destino. La forza di cambiare e di amare …
Valentina Orsini è una scrittrice appassionata ed eclettica.

Mi piace definire Dominique De Roux il Karl Kraus francese. Scrittore e intellettuale fuori dal comune, cavaliere delle lettere in territorio nemico, fa parte degli irregolari e degli impresentabili del Novecento.
“La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.
La collana Oscar Fantastica vuole dare voce alla narrativa fantasy e di fantascienza di oggi e di ieri, non dimenticando le voci italiane, a cominciare da Dario Tonani, inventore di Mondo 9, microcosmo tra steampunk e apocalittico, già presente in altre sue storie, e capace di conquistare anche pubblici lontani e esigenti, come quello giapponese.
























