:: La Battaglia Suprema – Un’avventura Fortnite non ufficiale di Alberto Forni (ElectaJunior 2019) a cura di Davide Mana

1 aprile 2019 by

1Il fenomeno della gamelit è forse il primo “genere letterario” del ventunesimo secolo.
Prima non esisteva nulla di simile. Alcuni pensano ai vecchi tie-in prodotti a corollario di popolari giochi di ruolo, La Saga di Dragonlance  è un bestseller ed il capofila di quello specifico sotto-gnere del fantastico.
Ma con i vecchi romanzi di Dragonlance, o di Forgotten Realms, o con la colossale produzione di cicli narrativi legati a Warhammer 40.000, il meccanismo era semplice: si trattava di romanzi che esploravano un’ ambientazione che era stata sviluppata, all’origine, per essere lo sfondo di un gioco di società . E se è vero che l’azione nei romanzi emulava le situazioni che i giocatori potevano trovarsi ad affrontare, la realtà ludica era lasciata in ellissi. Forse con la sola eccezione di Azure Bonds e dei suoi seguiti (Kate Novak & Jeff Grub, 1988), in nessuno dei romanzi si faceva riferimento esplicito al gioco, alla nostra realtà .
Era possibilissimo leggersi uno qualunque dei romanzi di una delle serie citate (o di molte altre), senza aver mai giocato una sola partita al gioco relativo, e senza perdersi per strada alcunchè.
La gamelit è qualcosa di diverso. Sono storie di giocatori scritte da giocatori per un pubblico di giocatori.
Raccontano di personaggi che giocano all’interno di un certo gioco – di solito un videogioco – e quindi gioco e narrativa diventano indissolubili.
Un non giocatore si trova perso, disorientato, davanti a queste narrative che usano il gergo – dei giocatori in genere e del gioco specifico – e che riversano sul lettore continui riferimenti alla gamer culture ed al “mythos” del gioco specifico.
E in effetti sembra quasi che in questo risieda anche la differenza “ideologica” fra i vecchi tie-in dei giochi di ruolo e la moderna gamnelit. I vecchi romanzi miravano ad esplorare ed espandere l’ambientazione, ampliandone il mito, alimentando l’immaginazione dei lettori/giocatori. La gamelit sembra tesa soprattutto a rafforzare e canonizzare il mito, e a confermare gli iniziati nella loro fede.
Questo per dire che La Battaglia Suprema, di Alberto Forni, è un libro con un target molto specifico.
Giovani lettori, certo (pubblica ElectaJunior), ma anche e soprattutto fan e giocatori di “Fortnite”, uno dei più popolari giochi online degli ultimi anni.
Col videogioco, il romanzo di Forni condivide i ritmi sincopati, il linguaggio spezzato e frenetico, l’azione “in soggettiva” che il lettore può sperimentare attraverso quattro personaggi impegnati ciascuno nella battaglia più attesa dai fan, nel 2012 – un altro frammento del “mythos” di “Fortnite” che potrebbe destare una certa perplessità  in un non-iniziato. Ciascun protagonista ha una sua serie di caratteristiche e fornisce in capitoli alternativi il proprio punto di vista sull’avventura. Molto opportunamente i capitoli sono stampati su pagine dai colori diversi a seconda del personaggio.
Non c’è dubbio che un appassionato del gioco si riconoscerà  in almeno uno dei protagonisti, e si appassionerà  alle avventure, all’azione, alle sfide superate nelle sei ore al cardiopalma della Battaglia Suprema.
Per un lettore che non abbia idea di cosa sia “Fortnite”, il romanzo potrebbe risultare quantomeno ermetico. Molte delle scelte grafiche potrebbero risultare irritanti.
Perchè ci sono frasi in evidenza?
Che senso hanno quei personaggi presi dalla cultura pop e spiattellati a illustrare le pagine?
Ma esiste davvero il rischio che un non-iniziato acquisti o legga questo libro?
È abbastanza improbabile.
E se dovesse succedere, è possibile, anzi probabile, che i non iniziati accusino un forte mal di testa per il sovraccarico di stimoli, e tornino a leggersi i loro romanzi sulla Horus Heresy o le avventure di Gotrek e Felix. Questo, dopotutto, non è un libro per loro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa ElectaJunior.

:: Sotto il cielo dell’Australia. Tra città e deserti del continente down under di Mauro Buffa (Ediciclo 2018) a cura di Daniela Distefano.

1 aprile 2019 by

AUSTRALIA“Uno scossone mette il treno in movimento. Sento nella pancia quel piacevole formicolio che annuncia l’inizio del viaggio. Non importa se mi trovo a Perth e mi attende una lunga traversata, capita anche che se devo andare dalla mia città a quella più vicina. Una partenza è sempre un inizio, la promessa di trovare qualcosa”.

“Conversiamo e guardiamo dal finestrino un paesaggio a volte coperto da una bassa vegetazione a volte completamente spoglio ma sempre dai colori intensi. Giallo, ocra e bianco sotto l’azzurro di un cielo senza nuvole”.

Queste sono parole ed impressioni di Mauro Buffa che ha intrapreso un viaggio singolare (ma in compagnia) con l’obbiettivo di raggiungere il cuore dell’Australia. Ha attraversato così il Nullarbor Plain (uno dei più vasti deserti australiani) a bordo dell’Indian Pacific, il treno che va dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico percorrendo la seconda ferrovia più lunga del mondo dopo la Transiberiana. E’ approdato nelle grandi città dove ha incontrato emigranti di ieri e giovani lavoratori di oggi in cerca di un’alternativa alla crisi europea. Ha fatto tappa in cittadine anonime dove si comprende il concetto di “no culture land”. E infine è arrivato nel red centre del continente a Uluru, il luogo simbolo sacro agli aborigeni. Una volta a Melbourne ha fatto un bilancio su quanto visto e vissuto: città costiere modernissime e con alta qualità della vita, territori interni isolati e desolati, il triste declino del popolo aborigeno.
A Sydney, Mauro si è reso conto che:

L’Australia è una terra che dalla sua prima colonizzazione ha accolto gente da tutto il mondo. Nei quartieri periferici di Sydney le nazionalità, la cui prima lingua non è l’inglese, sono parecchie decine. I nuovi immigrati oggi provengono principalmente dai vicini paesi asiatici e passeggiando proprio dietro al Wesley College in King Street, la via che delimita la zona universitaria, lo si nota dai negozi e dalle facce dei passanti”.

Una vecchia questione è se L’Australia sia in Asia o in Occidente:

Niente fusione o melting pot all’americana, ma piuttosto un salad bowl, un’insalata dove gli elementi, pur se bene mescolati, mantengono la loro individualità”.

L’autore si è chiesto poi se

Negli ultimi anni il modo di sentire il viaggio è cambiato. La tentazione di raccontare se stessi attraverso i social network è forte. Come lo è comunicare via Skype. Condividere immagini ed emozioni può essere generosità o snobismo, superficialità o racconto in presa diretta. L’esperienza esclusiva e intima del viaggio ne esce impoverita, ma è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che fa sentire ognuno come un inviato speciale nel mondo”.

Infine, uno speranzoso Epilogo:

L’Australia mi suscita sentimenti contrastanti soprattutto sotto l’aspetto umano. E’ la terra sottratta agli aborigeni, ma anche il nuovo mondo per uomini affrancati dalle catene e immigrati in cerca di fortuna. E’ un grande esperimento sociale e forse la speranza che genti di lingua, razza e cultura diverse possano convivere in pace. Se ha funzionato in Australia, magari funzionerà anche in Europa”.

Sotto il cielo dell’Australia” (Ediciclo) è un volumetto accattivante che possiede misura, equilibrio ed un pizzico di verve (soprattutto quando racconta la disavventura di essere punto da un ragno, fortunatamente innocuo), lo consiglio vivamente perché tralascia cliché e altre convenzioni geografiche per farci esplorare una Regione della Terra ancora oggi per noi misteriosa, affascinante ed immensa.

Mauro Buffa è nato e vive a Trento. Ha lavorato come giornalista e ha scritto reportage di viaggio. Ha compiuto viaggi in bicicletta attraverso l’Europa. Dirige un istituto culturale. Con Ediciclo ha pubblicato “Sulla Transiberiana. Sette fusi orari, 9200 km, sul treno leggendario da Mosca al mar del Giappone (2010)” e “Sulla Transmongolica. Oltre 9000 km in treno da Mosca a Pechino sulle orme di Gengis Khan (2012).” Nel 2015 è uscito “Usa coast to coast. Da New York a San Francisco in Greyhound attraverso quindici stati, quattro fusi orari e un uragano“.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo”.

:: Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso (Morellini Editore 2019) di Sara Pupillo a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019 by
Felice e freelance

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Il mondo del lavoro sta cambiando, stati e governi faticano a capirlo e a creare leggi e regolamenti ad hoc, ma i giovani (e anche i meno giovani anagraficamente, ma giovani in spirito) sanno che le nuove tecnologie, la diffusione di internet, la crisi economica globale e tutte le problematiche che la società di oggi deve affrontare hanno modificato non solo la vita quotidiana delle persone ma anche la dimensione lavorativa e produttiva. Se una volta il mito del posto fisso resisteva, oggi è tutto più fluido, più settoriale. Il segreto è specializzarsi, fare qualcosa meglio e più professionalmente degli altri, questo ti dicono gli esperti motivatori dei centri per l’impiego. Quindi studiare, leggere, osare. Buttarsi in campi insoliti, creare professioni che un tempo non c’erano, seguire i propri sogni per quanto folli. E l’esercito dei freelance ha preso questi consigli alla lettera. Sempre più giovani aprono Partita Iva e diventano datori di lavoro di sé stessi. Imprenditori, artisti, creatori, esperti di marketing, web writer pubblicitari, fotografi, l’esercito dei freelance è variegato e agguerrito. Tutti possiamo diventare freelance? Forse no, ci vogliono alcune doti e caratteristiche caratteriali che rendono possibile sopravvivere in un mondo molto competitivo, e privo di grandi certezze. Ogni mese si costruisce qualcosa che per quanto lo si pianifichi non è mai scontato. Un mondo difficile, dove è molto raro trovare bussole affidabili, stelle polari che ci guidino verso l’agognata indipendenza economica. Ben vengano dunque i manuali che ci danno qualche lume, e ci raccontano la vita e le problematiche di chi ce l’ha fatta. Di chi è diventato freelance, magari lasciando il celebre posto fisso, e ora non tornerebbe più indietro. Manuali come Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso di Sara Pupillo edito nella collana Pinkgeneration di Morellini editore. Un prezioso vademecum che leggendolo magari ci darà il coraggio di spiccare il volo, motivandoci come è meglio di molti corsi disponibili oggi. Sara Pupillo trova parole molto efficaci, innanzitutto partendo con il piede giusto e dicendoci molto chiaramente che lavorare in autonomia sì è un lavoro vero, possiamo rassicurare babbi e mamme preoccupati per il nostro futuro. I freelance sono seri professionisti, con problematiche diverse da quelle degli impiegati che possono contare su un fisso al mese ma hanno meno benefit legati all’autonomia, alla creatività, al potere decidere del proprio tempo, al potere lavorare in casa, in pigiama se se ne sia ha voglia (anche se è sconsigliabile, è sempre meglio avere una tenuta da lavoro, influisce anche sul nostro abito mentale). Sarà poi difficile dividere riposo e lavoro, perché la vita del freelance è fatta di aggiornamento continuo, di specializzazioni sempre più raffinate, di caccia ai clienti praticamente ininterrotta. Ma si può fare cosa si ama fare, viaggiare, fotografare, scrivere, cose che i nostri genitori ci hanno involontariamente dipinto come hobby. E invece possono diventare fonti di reddito e di indipendenza. Basta crederci, credere in sé stessi, nelle proprie capacità di adattamento, nella propria unicità. Sara Pupillo ci parla della sua esperienza, del tipo di percorso che ha iniziato, dell’utilità di una stanza tutta per sé quando si vuole creare il proprio ufficio in casa, introduce il termine co-working, ci parla dei benefici della libertà di essere soli, del come si trova lavoro e degli strumenti della promozione. Nel settimo capitolo poi affronta il tema più delicato, i soldi, e lo fa in modo informale e non paludato. Poi la formazione che non finisce mai, quindi studiare, leggere riviste specialistiche interviste ai guru del settore, libri, opuscoli, tutte occasioni di crescita. L’importanza di un lavoro extra come ammortizzatore e paracadute per i tempi bui, e soprattutto ci dà una lezione davvero preziosa, gli ostacoli che ci sono adesso è probabile che non ci saranno in futuro, noi stiamo costruendo il mondo del lavoro di domani. Tante storie vere, reali, esperienze di vita vissuta concludono i capitoli, e danno tanta fiducia. Loro ce l’hanno fatta, noi perché no? Tanti consigli di gente che crede davvero in quello che fa ed è felice di avvicinare a questo mondo chi ancora tentenna, o aspetta solo una piccola spinta. Dunque se state meditando anche voi di diventare freelance magari questo volumetto vi potrà essere di aiuto, o alla peggio dissuadervi per sempre. Il gioco vale sempre la candela. Se avete esperienze in merito, sono curiosa di conoscerle, scrivetele nei commenti. E se lo leggete e vi cambia la vita, venite a raccontarmelo 🙂 .

Sara Pupillo (Roma, 1972), è una lavoratrice dipendente pentita. Dopo aver lavorato nel mondo della musica per molti anni, dal 2011 ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno all’attività di autrice freelance, specializzata in turismo. Milanese, tutte le settimane scrive anche sui suoi blog Un cicinin de Milan e PupiAdvisor e nel tempo libero insegna lingua italiana come volontaria in una scuola per stranieri. Tra i suoi libri, i più recenti sono: “Chic Low Cost” (2012, Aliberti) e “FICO!” (2016, Effequ), scritti con l’amica stylist/costumista Sabrina Beretta.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini Editore by Enzimi srls.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli (Mondadori, 2019) a cura di Eva Dei

29 marzo 2019 by

l'inverno di GionaVincitore lo scorso 22 maggio del Premio Calvino 2018, è uscito da circa un mese nelle librerie per Mondadori L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli. La giuria, composta da Teresa Ciabatti, Luca Doninelli, Maria Teresa Giaveri, Vanni Santoni e Mariapia Veladiano, ha premiato il romanzo d’esordio dello scrittore veronese

per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento”.

Giona vive con il nonno Alvise in un paese arroccato su una montagna. Un paese dove il cielo è sempre grigio perché la luce del sole non riesce a filtrare, dove le case sono di pietra viva, umida. Per qualche ragione inspiegabile tutti lì sembrano avere timore del vecchio Alvise, che si erge quasi a capo dell’intero paese.

Il paese funziona così e lo capisci solo se ci sei nato o se sei stato chiamato ad abitarci. Non è un luogo crudele. Non vi albergano malvagità, felicità o qualsiasi altro sentimento. Il paese si comporta come i suoi abitanti: elimina tutto ciò che non è utile o necessario alla sopravvivenza. Dalla morte di don Giovanni il paese non ha più avuto un prete. Ora è mio nonno a guidare tutto e tutti. Un pastore senza dio e senza rimorsi.

Un posto ai limiti dell’onirico, specchio e immagine dei suoi abitanti, ai cui destini sembra inesorabilmente legato. Un luogo, ma allo stesso tempo un personaggio della narrazione dal cuore pulsante, cupo, spietato e che per questo un po’ ci ricorda Le Case di Sacha Naspini.
Qui Alvise da sempre esercita con violenza il suo controllo su Giona, convinto che solo con il dolore si impara. Un’educazione instillata a suon di punizioni, ma soprattutto di pugni, calci, ferite e sangue. Ma un giorno, davanti all’ennesima sfida, qualcosa nella testa di Giona si risveglia. All’inizio è solo una voce, qualcuno con cui si confronta, qualcuno che lo spinge a riprendersi la sua libertà, la sua vita. Mettendo da parte per la prima volta la paura, quella paura che lo ha sempre accompagnato, Giona scopre qualcosa che era convinto di non avere, qualcosa di prezioso: i suoi ricordi.

“Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure deve essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose che faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.”

I ricordi dell’infanzia arrivano come i lampi prima di un temporale: improvvisi, scollegati, non del tutto chiari, si rivelano e prendono forma solo con il tempo. Sono però sufficienti per mettere in discussione l’autorità di Alvise, ma anche l’esistenza stessa di quel paese che sembra bloccato nel tempo; non è un caso che con la loro comparsa la montagna inizi a spaccarsi e a sgretolarsi.
Solo una resa dei conti con Alvise può essere risolutiva, solo in questo modo Giona, può uscire da questo mondo che lo imprigiona (così come il Giona biblico era imprigionato nel ventre del pesce) per tornare nel mondo reale e ritrovare il vero sé stesso.
Dopo questo confronto, il registro cambia completamente; al capitolo tredici passiamo da una narrazione in prima persona a una in terza, abbandoniamo qualsiasi ambientazione simbolica e onirica e ci ritroviamo nella concretezza di un mondo reale, ma non per questo meno angosciante o claustrofobico.
Tapparelli ci regala un capovolgimento inaspettato e ben congeniato, ma proprio quando siamo convinti di avere in mano la verità, qualcosa ci spiazza ancora. Da leggere fino all’ultima pagina.

“La realtà è migliore della malattia, dottore? E cos’è la pazzia, se non aver guardato in faccia la realtà senza mentirsi? Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.”

Filippo Tapparelli (Verona, 1974) lavora in un’azienda veronese. In passato è stato istruttore di scherma, pilota di parapendio e artista di strada. Ha studiato letteratura inglese e russa all’università. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.

:: Tutti i nomi di un padre di Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019 by

vaccapadreLa perdita di un genitore non credo la si superi mai, nemmeno se avviene in età adulta, quando i legami di dipendenza, emotiva e materiale, sono più fluidi, quando a volte una certa lontananza, anche fisica, sembra aver reciso quell’invisibile cordone ombelicale che tiene indissolubilmente legati genitori e figli. Sì sa i figli prendono la loro strada, magari si trasferiscono all’estero per studio o lavoro, decadono spesso la coabitazione, la dipendenza economica, la necessità di continue rassicurazioni dell’infanzia.
Ma mai si avverte quanto sia potente questo legame come quando li perdiamo, quando facciamo l’esperienza dell’assenza, della mancanza, del vuoto irreversibile che queste morti propagano come onde concentriche nelle nostre vite.
Un poeta è tentato di elaborare questo lutto con le parole, e così fa Nicola Vacca con il suo “Tutti i nomi di un padre”, un’opera sofferta, piena di autentico dolore, che gronda sangue da ogni verso, un atto di amore per entrambi i suoi genitori, persi nell’arco di poco tempo.
I genitori sono le nostre radici, ci hanno dato la vita, ci hanno educato, ci hanno donato non solo cose materiali, ma valori, qualità, convinzioni profonde, sono stati potenti modelli su cui abbiamo forgiato il nostro essere più profondo.
Nicola Vacca si espone, parla in pubblico di questo oscuro dolore, questo grumo di sangue nero, e usa parole forti, dense anche di rabbia, quella rabbia esistenziale coltivata dallo studio dei suoi grandi maestri Camus, Cioran su tutti, che in un certo modo disciplina un dolore che altrimenti non avrebbe sfogo, non avrebbe dimensione. La rabbia in questi casi aiuta, attenua la disperazione, fa intravedere come scintille lampi di bene, di pace. Perché quando siamo arrabbiati confidiamo che ci sia qualcuno che avverta la nostra rabbia, la divida con noi, ci ascolti. Questo è umano, è ciò che unisce l’umanità in una nuova fratellanza, che superi le singole solitudini.
Non stupisce la scelta dei versi di Pasolini della citazione in esergo “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Il tempo presente conta, l’ora e l’adesso, l’amore vivente. Eco laico dell’inno all’amore di San Paolo. “Dà angoscia il vivere di un consumato amore”.
Tanti i versi che mi hanno colpito, tra tutti forse questo: “Bisogna essere folli d’amore/ per diventare poeti” racchiude in sé il cuore autentico della poetica di questo autore complesso, anche se usa parole semplici e immediate, tormentato, che non imbocca la strada della superficialità per soffrire meno, per sfuggire il dolore di cui la vita sembra essere inseparabile compagna.
Teniamoci stretti/ perché la storia dei baci finisce”. Quel teniamoci stretti è tutto quello che ci resta, quella solidarietà fra naufraghi che sembra la grande lezione che il padre gli ha trasmesso, lui socialista, lui che la libertà, la giustizia e il bene li aveva nel dna.
Con due interventi di Paolo Fiore e Donato Di Poce.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Mi manca il Novecento – Antonicelli, il Novecento e la lezione di un uomo libero a cura di Nicola Vacca

28 marzo 2019 by

Franco-Antonicelli

Franco Antonicelli è stato uno dei protagonisti di spicco della cultura italiana della seconda metà del Novecento.
L’intellettuale piemontese di origine pugliese (il padre era originario di Gioia del Colle) ha avuto come compagni di viaggio intellettuali come Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore e Piero Gobetti.
Proprio quest’ultimo può considerarsi il suo maestro da cui ha imparato lo stretto rapporto tra etica e politica.
Antonicelli diverrà uno dei più accreditati rappresentanti della nostra cultura.
Nel 2014, per il quarantennale delle sua morte, l’Unione culturale, che venne fondata da un gruppo di intellettuali antifascisti tra cui lo stesso Antonicelli, organizzò a Torino un convegno a lui dedicato. «Franco Antoncelli, il coraggio della cultura», tre giornate di studio, con presente la figlia Patrizia che vive negli Stati Uniti e importanti esponenti della nostra cultura come Goffredo Fofi e Marco Revelli e nomi autorevoli della storiografia come Giovanni De Luna, che fornirono elementi validi per tornare a parlare di uno degli intellettuali più importanti della nostra cultura.
Franco Antonicelli nasce a Voghera il 15 novembre 1902 da Donato, ufficiale di origini pugliesi, e Maria Balladore che apparteneva alla borghesia vogherese.
Franco trascorse i primi anni dell’infanzia a Gioia del Colle.
Nel 1908 si trasferì a Torino dove frequentò lo storico liceo classico D’Azeglio e successivamente si laureò in lettere e in giurisprudenza.
Nel 1929 fu arrestato per aver firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce. Inizia così il suo impegno antifascista.
La figura e l’opera di Franco Antonicelli meritano una sincera riscoperta. Sono numerosi gli aspetti della complessa personalità di Franco Antonicelli: intellettuale eclettico, editore raffinato, giornalista superbo, interprete in senso gobettiano della religione della libertà di crociana memoria.
L’incontro con Gobetti ha in un certo senso cambiato la sua vita. Un incontro avvenuto quasi per caso, dettato dalla curiosità di Antonicelli di conoscere l’ingegno di questo pensatore liberale di cui sentiva parlare bene già dai tempi del liceo.
Gobetti, per Franco Antonicelli, diventerà l’esempio da seguire.

«Il crociano Antonicelli dovrà attendere il ’68 per chiarirsi intimamente il senso di quella “terribile parola” – rivoluzione – che il giovane Gobetti “accoppiava” all’aggettivo liberale».

Antonicelli è stato il fondatore del giornale liberale “L’Opinione”. Foglio che ha anche diretto negli anni della clandestinità. Dopo la laurea in lettere si dedicherà a un’intensa attività culturale, intrattenendo rapporti con Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino. Con la sua intelligenza si impose nel mondo culturale torinese Cesare Pavese, infatti, scrisse:

«Franco era divenuto uno dei tipi culturalmente più significativi di Torino… uomo onestissimo e sinceramente democratico … un fine umanista».

Dal 1932 al 1935 Antonicelli dirigerà la Biblioteca Europea per conto dell’editore Frassinelli.
In quell’occasione incaricherà Cesare Pavese di scoprire nuovi scrittori americani. Basta ricordare Mody Dick di Melville tradotto dall’autore de Il mestiere di vivere. Nel 1947 Franco Antonicelli con la sua casa editrice De Silva pubblica Se questo è un uomo di Primo Levi che Einaudi rifiutò
Nei mesi del confino ad Agropoli, dove fu inviato in seguito alla lettera di solidarietà a Croce, Antonicelli maturerà la coscienza di un intervento politico in prima linea.
Il suo dissenso al regime fascista gli costò caro: quattordici anni di arresti a singhiozzo e il confino.
Nel 1944 fu nominato responsabile del partito liberale nel C.L.N. Ma successivamente si allontanerà dal suo partito perché non condivide soprattutto l’avversione alla Repubblica.
Entra nelle liste del Movimento democratico repubblicano, impegnandosi in prima persona per la svolta repubblicana.
Nel 1948 collabora con il quotidiano “La Stampa” e diventa presidente dell’ Unione Culturale.
Diventato un intellettuale di riferimento, Franco Antonicelli si candida al Senato come indipendente di sinistra nelle liste del Pci- Psiup. Il 19 maggio 1968 viene eletto e si iscriverà al gruppo della Sinistra indipendente di cui facevano parte Parri , Ossicini, Levi e Anderlini.
Franco Antonicelli muore il 6 novembre 1974.
La sua grande passione per l’intelligenza l’ha vissuta e trasmessa alla sua generazione da intellettuale eclettico, da poeta, da editore, da saggista, da politico.
Oggi la sua lezione che dovremmo imparare a memoria è quella del rigore morale intellettuale, necessario per un risveglio delle coscienze.
La sua capacità di indignarsi e di reagire, come scrive De Luna, di fronte alle ingiustizie sociali e politiche e la sua spiccata tensione morale per la libertà e la dignità degli individui.
Questo è stato Franco Antonicelli, uomo di pensiero e di azione che con sempre rinnovata passione e umanità non ha mai fatto mancare al suo paese il contributo di italiano liberale e libertario e repubblicano. Insomma, un modello di intellettuale vero da prendere come punto di riferimento. Soprattutto oggi che questa categoria si è eclissata e ha smesso di lottare se non esclusivamente per se stessa.

:: A bocca chiusa di Stefano Bonazzi (Fernandel 2019) a cura di Federica Belleri

28 marzo 2019 by

A bocca chiusaUna nuova edizione per questo libro d’esordio di Stefano Bonazzi, pubblicato nel 2014. È la storia di una famiglia dove nessuno viene identificato da un nome proprio, quasi la si volesse proteggere dagli estranei, che invece vengono chiamati per nome. È la storia di un luogo qualsiasi, perché potrebbe svolgersi ovunque. È la storia di un bambino costretto a vivere durante i mesi estivi a casa dei nonni. Costretto, a rimanere solo con il nonno, mentre nonna esce per andare a lavorare. Il nonno ha smesso di guidare il camion, la salute non glielo permette più, quindi … perchè permettere al suo unico nipote di crescere sereno e di fare esperienze?
Non voglio svelare troppo di questo libro, va scoperto pagina dopo pagina. Ci si deve sentire immersi nell’angoscia e nell’orrore. Si deve provare fastidio per l’egoismo sbattuto in faccia con prepotenza, celato dietro a un velo di protezione. Ci si trova a porsi mille domande e a provare rassegnazione e frustrazione. Si viene travolti e affondati dalla vita di questo bambino. Si capisce quanto sia necessario iniziare a odiare, per sopravvivere.
A bocca chiusa, quando parlare non serve più. Una muta e allucinante richiesta d’aiuto. Una scrittura fatta di immagini e parole crude, nella quale è impossibile non immedesimarsi. A bocca chiusa è diversità, paura, disagio, desiderio di essere come gli altri. È la voglia di fermare il tempo, di sentirsi importante per qualcuno, di avere finalmente un obiettivo. È amore allo stato primitivo, è un respiro rabbioso, è l’occhio furioso di chi ha perso la ragione.
Bellissima lettura, terribile ma necessaria.
Fatemi sapere.

Stefano Bonazzi è nato a Ferrara, dove vive e lavora. Di professione grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Zhengzhou, Miami, Seul e Monaco. A bocca chiusa è il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2014 da Newton Compton; nel 2017 ha pubblicato per Fernandel il romanzo L’abbandonatrice, molto apprezzato dal pubblico e dalla critica.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 marzo 2019 by
Brisa

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In un panorama piuttosto asfittico, conformista, quasi banale, dove leggi una storia e ti sembra di averle lette tutte, si differenzia per originalità l’opera di Paola Rambaldi, con “Brisa” al suo primo romanzo. Ma riflettevo che proprio i piccoli editori possono ancora permettersi il lusso di tradire le leggi ferree del mainstream e osare qualcosa di diverso e insolito. Che poi non è detto che non sia anche benedetto dal successo commerciale, e noi glielo auguriamo.
Tornando all’autrice è dunque un’esordiente, anche se definirla così non è proprio un termine appropriato, innanzitutto si è dedicata per anni alla critica cinematografica e letteraria, grazie alla quale ha affinato come dire i ferri del mestiere, poi ha vinto dei premi con i suoi racconti ed è già uscito di suo un bellissimo libro sempre di racconti, nel 2015 mi pare, Tredici storie d’Adriatico che ho anche avuto modo di recensire, se non li avete letti recuperateli, meritano, già allora ne parlai in tono abbastanza entusiasta con alcuni addetti ai lavori, anche se la critica ufficiale non mi pare le abbia dato grande spazio almeno fino adesso, e questo è un vero peccato.
Ma comunque la Rambaldi è una tosta, e si vede che ama proprio scrivere, e raccogliere storie, aneddoti dalla gente e questa sua passione si trasmette anche al lettore.
Allora Brisa, la protagonista di questo romanzo, è una stria come la chiamano in paese, una donna con un occhio di un colore e uno di un altro, con poteri paranormali: vede il futuro (e anche i morti). E questo dono- maledizione in un certo senso la isola; sì ne fa una persona speciale, ma nello stesso tempo un’emarginata, una donna che sembra avere tutto contro, a cui il destino sembra non volere donare un amore, una famiglia, dei figli, come era la norma per le donne della bassa ferrarese degli anni ’50.
La storia infatti è ambientata in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, tra il settembre e l’ottobre del 1956.
In realtà è una storia nerissima, tutte le peggiori efferatezze e perversioni arriveranno all’improvviso, ma l’inizio è allegro: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, insomma la dura vita dei contadini e dei pescatori della zona avrà come dire una pausa, e invece niente, il destino implacabile tesse le sue trame e quando scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento in poi preparatevi al peggio.
Comunque già un articolo di giornale posto all’inizio tratto dal Resto del Carlino, vi dà una idea di cosa potete aspettarvi, poi come è collegato ai fatti che leggerete lo scoprirete alla fine.
Più di questo della trama non vi dico, ma mi preme evidenziare in cosa questo noir è così originale. Sappiamo tutti che di solito i noir hanno ambientazioni metropolitane, (tanto cinema noir ci ha educato in questo senso) invece in Brisa abbiamo la provincia italiana del dopoguerra, (al centro di molta letteratura narrativa o di tanto cinema neorealista ma non di noir); poi i personaggi son gente semplice, si chiamano per soprannome, sembrano innocui, dei bonaccioni, non ti immagineresti mai che possano nascondere tali oscuri segreti, se non proprio bestialità inaudite. E questo gioca molto a favore della suspense e dello straniamento che proverà il lettore una volta scoperti moventi, colpevoli e retroscena.
La bravura della Rambaldi e di ricreare quel mondo con spontaneità, anche con l’uso sapiente di termini dialettali locali senza risultare astrusa o incomprensibile, e quindi ha fatto proprio un approfondito lavoro sul testo, poi anche evocando nomi di detersivi, di medicine, di canzoni, di riviste.
Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, anzi son proprio dei posapiano che invece di indagare sui vari casi preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona.
Brisa è il cuore dell’azione, e lei che cerca (perquisendo la stanza di Lucianino, cosa che le forze dell’ordine non fanno convinti che sia solo una bravata e torni presto con le sue gambe) e lei che risolve in un certo senso il “caso”. Rischiando molto in prima persona ma vincendo l’amore di Primino, quindi riappropriandosi di tutto quello che la vita sembrava averle tolto. È un personaggio femminile molto forte, vincente, la scarsa avvenenza è compensata da un carattere ruvido ma dolce e sensibile, molto altruista, io non so voi ma io me la immaginavo come Rossy de Palma, la musa di Almodóvar, con i suoi occhi bellissimi. E se mai ci sarà una trasposizione cinematografica trovare un’attrice adatta sarà veramente complicato.
Allora che altro, è un libro che vi consiglio, poi mi saprete dire. Disegno di copertina Pompeo de Vito.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo l’ Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Imperfetta di Andrea Dorfman (Einaudi ragazzi 2019) a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2019 by
Imperfetta-Dorfman-Einaudi-Ragazzi

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La storia di Andrea Dorfman, non è fiction, ma è vera, perché in “Imperfetta”, edito da Einaudi Ragazzi, l’autrice affronta un problema del tutto personale. Andrea si occupa del rapporto conflittuale che ha sempre avuto con il proprio naso. Un naso non proprio piccolo, ma “importante”, fin da quando l’autrice era bambina. Poi un giorno Andrea conosce un ragazzo –Dave-, i due iniziano una relazione a distanza, perché Andrea vive in Canada, mentre il suo ragazzo sta dall’altra parte del mondo. I due si scambiano lettere dove si raccontano le loro vite, i rispettivi lavori e anche le loro paure. Andrea ama il suo ragazzo, ma è un po’ in crisi perché lui di lavoro fa il chirurgo plastico e per Andrea e il suo naso, ecco è un rapporto un po’ sofferto, nel senso che la ragazza accetta sì il fatto che ci siano persone che si rivolgono al suo fidanzato per risolvere problemi di salute. Quello che Andrea non comprende sono coloro che invece si rivolgono a Dave per farsi modificare occhi, bocca o altre parti del corpo perché non le amano. Andrea si sente imperfetta e, come narra lei pagina dopo pagina, avrà nella sua vita di bambina e adolescente un rapporto molto complesso con il suo prominente naso, però non modificherà mai il suo aspetto. Andrea capisce che è proprio in quella che potrebbe essere considerata un’imperfezione, un difetto, che sta la sua perfezione. Nel senso che è proprio quel naso così evidente che rende Andrea unica, con un’identità specifica e del tutto personale. Il libro della Dorfman fa riflettere su quanto a volte il sentirsi “diversi” non dipende tanto e solo da noi, ma anche da coloro che ci circondano e dal mondo dove viviamo, nel quale non fanno altro che farci notare quello che, secondo loro, non va in noi. A rendere ancora più chiaro il messaggio di accettazione di sé, di rispetto per il prossimo per come è, ci sono le colorate tavole illustrate fatte dalla stessa Andrea. Esse donano alla storia tratta dal cortometraggio “Flawed”, candidato a un Emmy Award, una graphic novel ironica e garbata che fa anche un invito a sfidare quelli che sono gli stereotipi spesso imposti dai media e dalla della società di oggi, dove sembra contare più l’apparire, che l’essere vero e profondo delle persone. “Imperfetta” di Andrea Dorfman è un libro dove si chiama il lettore al rispetto di sé, del prossimo e delle diversità che si pongono, non come difetti, ma come caratteristiche e peculiarità che rendono ognuno di noi unico al mondo. Illustrazioni Andrea Dorfman. Traduzione Michele Piumini.

Andrea Dorfman è una premiata animatrice e regista cinematografica. Adattato dal film Flawed, candidato a un Emmy Award, Imperfetta è il primo libro pubblicato a suo nome. How to Be Alone, la video-poesia da lei realizzata insieme a Tanya Davis, ha totalizzato oltre otto milioni di visualizzazioni su Facebook ed è uscita come libro nel 2013. Vive a Halifax, Nuova Scozia, Canada.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni e all’ufficio stampa Einaudi Ragazzi.

:: Gennaio di sangue di Alan Parks (Bompiani 2019) a cura di Federica Belleri

26 marzo 2019 by
Gennaio di sangue di Alan Parks

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Primo romanzo di una serie, scritto da Alan Parks, scrittore scozzese. Bompiani Editore ha aderito a questo progetto ambizioso con grande interesse. Progetto dall’ottimo esordio con “Gennaio di sangue”. L’autore ci racconta la Glasgow del 1973, in particolare i primi undici giorni del mese di gennaio. Una Glasgow demolita in buona parte e ricostruita con palazzi enormi e grandi vie di comunicazione quasi sconosciute. L’ispettore Harry Mc Coy fatica a riconoscerla e a integrarsi nel nuovo contesto urbano. Per lui esiste solo il lavoro, fatica a stabilire rapporti umani e la bottiglia sembra essere il suo più grande sollievo. Lo aiuta a dimenticare il passato, come sempre spaventoso e doloroso. Una giovane donna viene uccisa alla stazione degli autobus, freddata davanti a tutti. Il suo assassino si suicida sul posto, pochi istanti dopo. Mc Coy viene chiamato e si precipita tra questi due eventi orribili, ma non può fare nulla. O forse sì? Perché un criminale rinchiuso in carcere gli aveva parlato di un omicidio, della morte di una donna … Perché proprio a Mc Coy? Come faceva quel delinquente a sapere certe cose?
Da qui si apre lo scenario del giallo, che ha le sfumature color seppia, anche se è ambientato negli anni settanta. Una catena di omicidi si srotola ai piedi dell’ispettore e del suo aiutante Wattie, nei suoi primi giorni di lavoro. Mc Coy si ritrova a combattere con la feccia violenta di Glasgow, a scendere a patti con gli individui peggiori, in nome di una giustizia che non sarà mai pulita fino in fondo. Anzi, il fondo potrebbe toccarlo proprio lui, di fronte ai potenti e ai ben pensanti.
La scrittura di Parks è serrata, oscura, potente. Non fa sconti e non abbandona il lettore. Mai. Lo scrittore ci parla di sesso, di contrabbando, di droga, di strozzinaggio e di una criminalità che fa a botte con il dio denaro. I vizi vengono portati alla luce, il sangue continua a scorrere. La falsità e il doppio gioco diventano la normalità. Ce la farà l’ispettore Mc Coy a vincere questa battaglia?
Buona lettura.

Alan Parks è nato in Scozia e ha lavorato per oltre vent’anni nel mondo della musica. Vive e lavora a Glasgow. Gennaio di sangue è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo Federica e Marta dell’Ufficio Stampa Bompiani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Afrodita di Isabel Allende (Universale Economica Feltrinelli, 1998) a cura di Elisa Napoli

25 marzo 2019 by

afrodita imageAfrodita, un viaggio tra i sensi, tra le fantasie più perverse e goderecce della tavola e della vita, un mémoire di ricordi e racconti personali condito da ricette succulente e gustose. L’amore e la cucina si uniscono in un mélange perfetto nel quale erotismo e cibo sono per la Allende un binomio prelibato ed irrinunciabile, il cui confine è talmente labile da confondersi. Afrodita vuole essere un viaggio guidato dal piacere del palato e dalle tre guide che hanno accompagnato la stesura dello stesso: Isabel, straordinaria e divertente nella sua inclinazione ciceronica, Panchita, fantasiosa ed intuitiva cuoca nonché madre dell’autrice, e Robert, amico e abile disegnatore di ninfe e satiri baccanti protagonisti del libro. Non è un ricettario ma un qualcosa di unico, di atipico, un testo nel quale la lussuria e l’erotismo accompagnano questa interessante lettura, sapientemente indirizzata dalla sensualità e dall’autoironia di una scrittrice che, per la prima volta, si mostra per come è. Non solo una delle autrici latinoamericane di maggior successo ma la regina della cucina che, rifuggendo dall’archetipo domestico, spazia nelle perversioni e nei piaceri risvegliando nella nostra mente desideri voluttuosi sapientemente accostati a succulenti piatti. Ciliegie civettuole, pere ubriache, sospiro di carciofi, mele stregate, salse ed entrées sono dei veri e propri inviti al peccato che noi tutti aneliamo volendone cibarci. Ma il vero piatto forte è l’amore, vissuto senza paracadute, senza freni, regole, con una buona dose di romanticismo e, perché no, di simpatia. Isabel Allende è estremamente esilarante, cinicamente divertente, capace di risvegliare primitivi istinti, ridestando ad uno ad uno i nostri sensi conducendoci verso il peccato originale che, a ben pensarci, altro non è che la disobbedienza di cui possiamo servirci in piccole dosi, in amore ed in cucina.

Isabel Allende è nata a Lima nel 1942, vivendo poi in Cile fino al 1973. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. È una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola.

Source Acquisto personale.

:: Happy birthday to me!

24 marzo 2019 by

Oggi occupo il mio blog per biechi fini personali e festeggio con voi miei lettori i miei primi 50 anni. Lo so sono tanti! Ma è una spendida giornata di sole e sono moderatamente felice.

Dunque, Happy birthday to me!

FESTA-50-ANNI