:: Le sette dinastie di Matteo Strukul (Newton Compton 2019) a cura di Federica Belleri

22 novembre 2019 by

le-sette-dinastie-la-lotta-per-il-potere-nel-grande-romanzo-dellitalia-rinascimentale-x1000Dal 1418 al 1476 Matteo Strukul ripercorre la storia. Attraverso sette dinastie che hanno  cambiato il corso di alcuni eventi. Parliamo dei Visconti e degli Sforza a Milano. Dei Condulmer a Venezia. Degli Estensi a Ferrara. Dei Medici di Firenze. Dei Colonna e dei Borgia a Roma. Degli Aragonesi a Napoli. Parliamo di guerra, di tradimento e di piani per conquistare il prestigio. Parliamo di scontri sanguinari consumati nel fango e dell’odore del sangue che infetta l’aria.
Matteo Strukul torna in libreria dimostrando ancora una volta di saper miscelare fatti storici ad altri verosimili. Dimostrando nuovamente la fruibilità della sua scrittura. Le sette dinastie è un romanzo che unisce le armi alla bellezza prorompente delle donne, la loro sofferenza alla capacità di farsi guardare negli occhi e sostenere il loro sguardo. Cosa non facile. È un romanzo di corruzione e intrighi che vengono smascherati. Di favori in cambio di un momento di passione. È anche un romanzo dove l’arte e la bellezza vengono messe in risalto come dei piccoli camei fra una sciagura e l’altra. È la storia delle discendenze nobili, che hanno alle spalle responsabilità e molto denaro. Non sempre si incontreranno personaggi puliti e irreprensibili, e il lettore dovrà fare i conti con l’onore calpestato senza ritegno.
Una buona lettura, che vi consiglio.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. È laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo. Le sue opere sono in corso di pubblicazione in sedici lingue, pubblicate in trenta Paesi e opzionate per il cinema. Il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, ha vinto il Premio Bancarella 2017. La serie (che comprende anche Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in 12 lingue e in più di 25 Paesi. La Newton Compton ha pubblicato anche Inquisizione Michelangelo, tra le sue altre opere si segnalano il fantasy I cavalieri del Nord per Multiplayer, Giacomo Casanova per Mondadori e la graphic novel Vlad le lame nel cuore per Feltrinelli Comics. Il suo sito internet è matteostrukul.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Newton Compton.

L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón (Oscar Draghi, 2019) a cura di Elena Romanello

22 novembre 2019 by

978880471906HIG-333x480A quindici anni dalla prima edizione italiana di quello che è ancora oggi uno dei romanzi, spagnoli e non, più amati di sempre, arriva per Oscar Draghi una nuova edizione de L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, con una nuova prefazione dell’autore, reduce da altri successi con i capitoli successivi del libro, e sopratutto con una bella cornice iconografica in tema con la storia narrata.
Le pagine di quest’edizione celebrativa sono infatti illustrate dalle suggestive fotografie di Francesc Catalá-Roca, artista della macchina fotografica catalano riscoperto di recente dopo decenni di oblio, che ritrasse la Barcellona del dopoguerra, in immagini evocative che si sposano perfettamente con la storia narrata da  Carlos Ruiz Zafón.
Ci sono città reali che diventano luoghi dell’anima anche per chi non le ha ancora visitate, o acquisiscono nuova vita grazie ai libri, e quello che ha fatto su Barcellona L’ombra del vento, un romanzo intriso di realismo magico ma che ha fatto fare i conti ad un Paese con un passato tra i più oscuri e troppo in fretta rimosso è uno di questi.
La storia e le foto portano nella Barcellona del 1945, dove vivono il giovane Daniel e suo padre, proprietario di una libreria di volumi usati: il ragazzo non ricorda più il volto della madre, una delle tante vittime della guerra civile per il colera non curabile per i tagli alle medicine, e il padre lo porta al Cimitero dei libri dimenticati, una gigantesca biblioteca dove vengono conservati libri sottratti all’oblio. Daniel deve scegliere un libro da adottare per tutta la vita ed è conquistato da L’ombra del vento dello sconosciuto autore Julián Carax. Daniel ama talmente quel libro che cerca le altre opere dello stesso autore, ma scopre che quel libro che ha in mano potrebbe essere l’unico ancora esistente dello scrittore, anche perché sulle tracce di quei libri c’è un uomo misterioso e mostruoso, che cerca i libri di Carax per bruciarli, che si fa chiamare Laín Coubert, personaggio presente anche nei libri dello scrittore, dove rappresenta il Diavolo in persona.
Daniel non si fa scoraggiare e ricostruisce, in una Barcellona ferita dalla guerra civile e dalla dittatura franchista, dove piove sempre e dove non ci sono certo le atmosfere estive e calde che si associano alla capitale catalana, tutta la vicenda dello scrittore, tra follie, amori, tragedie, amicizie, fino a scoprire il segreto di Carax.
Un’occasione per rileggere e riamare il libro, se lo si è già fatto, con un tocco di atmosfera in più grazie alle foto, o di scoprire quello che è ormai un classico contemporaneo, un libro che porta in un viaggio fantastico e macabro per parlare di crescita, morte, rinascita, rielaborazione del lutto, memoria e saper andare avanti malgrado tutto.

Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964) ha raggiunto il successo nel 2002 con L’ombra del vento, l’inizio della saga del Cimitero dei Libri Dimenticati. Le sue opere sono tradotte in più di 40 lingue.

Provenienza: libro del recensore.

Fuoco e sangue di George R. R. Martin (Oscar Draghi, 2019) a cura di Elena Romanello

21 novembre 2019 by

978880471678HIG-333x480In attesa degli ultimi due volumi della saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che gli appassionati di tutto il mondo aspettando spasmodicamente da anni e che continuano ad essere rinviati dall’autore, un’attesa ancora più desiderata da quando la conclusione della serie TV non ha soddisfatto le aspettative, anche se alcune cose dovrebbero tornare nei libri, arriva nella collana Oscar Draghi la nuova edizione del libro che dovrebbe ispirare il prequel annunciato da HBO.
Fuoco e sangue, presentato in una nuova veste con i disegni di Doug Wheatley che mancavano nell’edizione italiana precedente, racconta infatti l’antefatto della storia che tutti gli appassionati conoscono, la storia della carismatica e folle famiglia Targaryen secoli prima della madre dei Draghi Daenerys, attraverso una serie di storie che ricostruiscono una vicenda complessa, affascinante e cruda.
Secoli prima degli eventi de Il Trono di Spade, casa Targaryen, l’unica famiglia di signori dei draghi sopravvissuta al disastro di Valyria provocato da eruzioni vulcaniche e maremoti, si stabilì a Roccia del Drago, sotto la guida di Aegon il conquistatore, creatore del Trono che tante guerre scatenerà fino alla fine, ambito da tutti e nello stesso tempo una maledizione per tutti.
Nelle pagine del libro rivivono poi le altre generazioni di Targaryen, fino alla guerra civile che quasi distrusse la loro dinastia, con la ricostruzione di eventi solo accennati prima come la Danza dei Draghi, la devastazione di Valyria, i crimini di Maegor detto il Crudele, ma anche il ricordo di Westeros quando era piena di draghi, prima che venissero creduti estinti.
Certo, forse sarebbe meglio poter leggere gli ultimi capitoli delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma anche Fuoco e Sangue, una storia inventata rigorosa come la Storia vera, paragonata da qualcuno a saggi su eventi reali come Declino e caduta dell’Impero romano di Gibbon, è un libro di grande interesse, scritto con lo stile di un erudito maestro della Cittadella, con una metaletteratura che immerge quindi in un universo fantasy come se parlassero i diretti protagonisti.
Chi segue i romanzi di Martin ha già letto qua e là qualcosa di questa storia, in particolare nel volumone Il Mondo del Ghiaccio e del Fuoco, ma qui ha la possibilità di scoprire tutta la vicenda con il suo arazzo di morte, sangue, fuoco e distruzione. In attesa a questo punto del prequel, le cui riprese dovrebbero cominciare presto ma su cui finora c’è il silenzio più assoluto.

George R.R. Martin (Bayonne, New Jersey, 1948) è l’autore delle celebri “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. Sceneggiatore per il cinema e la televisione, ha pubblicato racconti e romanzi di fantascienza, vincendo numerosi premi, tra cui l’Hugo, il Nebula, il Bram Stoker e il Locus. Mondadori ha pubblicato tutti i libri delle “Cronache” compreso il recente prequel Il Cavaliere dei Sette Regni (2014) e La Principessa e la Regina (contenuto in La Principessa e la Regina e altre storie di donne pericolose, antologia curata da Martin stesso assieme a Gardner Dozois, 2015), e il volume Il Mondo del Ghiaccio e del Fuoco: la storia ufficiale di Westeros e del Trono di Spade (2014, con Linda Antonsson e Elio M. García Jr.), le raccolte di racconti Le Torri di Cenere (2007) e I re di sabbia (2008), il romanzo Il Pianeta dei Venti (2012, con Lisa Tuttle), i due volumi di racconti I Canti del Sogno (2015) e la serie di romanzi a mosaico da lui coordinata Wild Cards.

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche civiche torinesi.

:: 800 mila visualizzazioni!

21 novembre 2019 by

cake

Grazie! Non so che altro dire. Liberi di scrivere nacque quasi per caso nel 2007, non certo come rivista online, ma molto in sordina, senza mezzi, come un’archivio in cui raccogliere le interviste fatte. Poi da quel momento ha quasi iniziato a vivere di vita propria. Quindi grazie di leggerci ogni giorno. Spero che un giorno diventi anche una rivista letteraria, di carta con racconti, interviste, recensioni, contributi dei lettori, presentazioni e una rubrica di poesia. Ma anche come blog non ce la caviamo male, e tali resteremo. E finchè ci leggerete avremo un motivo per essere online tutti i giorni. Grazie!

:: Francesca Fichera (Napoli 1988 – Napoli 2019)

20 novembre 2019 by

Francesca

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini, vincitrice della sezione Premio Confindustria del Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

18 novembre 2019 by

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitrice del Premio Confindustria, bentornata Rossana Balduzzi Gastini su Liberi di scrivere. Un premio prestigioso, un omaggio per l’Alessandria di Borsalino, e un riconoscimento personale per il suo lavoro. Deve essere stata una grande soddisfazione. Cosa ha provato quando ha saputo della vittoria?

Buongiorno a lei Giulietta e a tutti i lettori del suo interessante blog. Vincere il Premio Confindustria per la letteratura e essere annoverata tra i cinque finalisti del famoso Premio Biella Letteratura e Industria e anche del premio Acqui Storia è stato motivo di grande appagamento per il faticoso ma anche emozionate lavoro svolto. Felicità personale ma anche gioia perché finalmente Giuseppe Borsalino è stato riconosciuto come l’inventore del Made in Italy. Anche a me come a Giuseppe Borsalino importa “mettere le cose a posto”: Giuseppe Borsalino è tornato a vivere. I suoi tormenti, le sue gioie, le sue passioni e la sua generosità ora possono essere condivisi.

Motivazione del Premio: “Molto coinvolgente e convincente questo romanzo che induce a immaginare il mondo interiore di un uomo che con la sua creazione “ha fatto la Storia”; un uomo di umili origini che ha deciso di cambiare in meglio il suo futuro, con grande coraggio ed inseguendo il suo sogno, un precursore del Made in Italy nel mondo, una vita illustre a cui è doveroso rendere omaggio. Il testo celebra un imprenditore il cui nome è sinonimo di stile, un imprenditore che ha sempre avuto a cuore i diritti e il benessere di chi lavorava con e per lui, in un’epoca in cui si dava poca importanza alla tutela dei lavoratori. Un vero imprenditore.” Parole importanti, rispecchiano lo spirito del suo libro?

Sì, rispecchiano del tutto lo spirito del libro perché denotano che si è ben compreso chi fu Giuseppe Borsalino. Un uomo illuminato, vissuto alla fine del 1800, che seppe riconoscere nel suo animo la morale primigenia. Un uomo che ha sempre messo davanti a ogni cosa il rispetto per sè e per gli altri. Si può dire senza timore di smentita che egli fu l’incarnazione più pura della morale kantiana quella innata che è patrimonio di ogni uomo e che si riassume appunto nel non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te o come altrimenti viene detto fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Un uomo che ha sempre agito su questa terra consapevole del fatto che tutti ci apparteniamo. Un imprenditore illuminato che non ha esitato un secondo a ridistribuire le ricchezze ottenute dalla sua azienda e a condividerle con i suoi operai cosa rara anche al giorno d’oggi in cui spesso, governati dall’ego, si tende a condividere solo le perdite. Egli è riuscito a superare la “Scelta Razionale” ben nota a economisti e sociologi secondo la quale gli interessi personali vengono prima degli altri è questa la filosofia malata che causa il collasso di una società e il mal di vivere umano. Egli ha fatto della sua città, non solo della sua fabbrica un’utopia “reale”, un’isola felice perfettamente funzionante nella quale si produceva e si viveva in un’ottica di perfetto equilibrio ed eguaglianza, soddisfacendo le esigenze di tutti. Lui era il proprietario ma anche il primo operaio e i suoi lavoratori erano la sua famiglia al punto che, preoccupato di come avrebbero vissuto una volta terminato il rapporto di lavoro, istituì una cassa pensioni interna alla fabbrica quando ancora nemmeno si parlava di una legislazione in materia pensionistica.

Tornando al Premio Biella Letteratura Industria, un premio unico nel suo genere, un’altra eccellenza del Piemonte, che valorizza la letteratura e il mondo del lavoro. In che misura pensa iniziative simili migliorino la vita della gente e soprattutto siano di stimolo e modello per i giovani?

Il Premio Biella Letteratura Industria per come è organizzato per la grande quantità di energie che vi vengono spese è un raggio di luce nel panorama nebuloso della cultura di questi ultimi anni. Esso fa capire come operando con coscienza nella cultura e nel lavoro, ambiti che toccano tutte le fasce della popolazione si può trasformare e fare evolvere positivamente la società. La misura in cui questo tipo di iniziative incidono nel migliorare la vita della gente e nel formare i giovani è incommensurabile data la sua fondamentale importanza.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Certamente sono già all’opera nel creare un romanzo storico filosofico e da pochi mesi è uscito La ragazza di madreperla un romanzo di formazione con risvolti metafisici.
Perla, la protagonista, agisce su questa terra consapevole del fatto che tutti ci apparteniamo.
lei rappresenta la metafora della trasformazione spirituale cui ogni uomo dovrebbe tendere. La felicità sulla Terra può essere vissuta solo seguendo una vita senza eccessi e nella giusta Misura. E questo non è un qualcosa di irraggiungibile basta avere la volontà di farlo.

:: Mamma cerca casa, Guia Risari (Paoline Editoriale Libri 2019) a cura di Viviana Filippini

17 novembre 2019 by

Mamma cerca casa, Guia RisariC’è una mamma, c’è un papà, c’è un bambino. C’è una mamma che ha un bisogno importante: trovare la casa perfetta per la propria famiglia. Questo è il cuore di “Mamma cerca casa” della scrittrice Guia Risari. La mamma che cerca casa, ricerca una casa bella, non tanto grande, calda in inverno e fresca in estate. Cerca una casa vicina alle montagne e con il mare a portata di mano. Una casa dove ci sono vicini che non urlano, ma parlano in modo pacato, che non bisticciano, che si comportano bene e che ti rispettano. La casa che la mamma del protagonista desidera sembra un sogno irrealizzabile, ma la donna è tenace e farà di tutto pur di trovare l’abitazione giusta per la sua famiglia. Il libro di Guia Risari, con le simpatiche e colorate illustrazioni di Massimiliano di Lauro è una storia avvincente, dalla quale emerge il profondo bisogno di una madre di trovare la casa perfetta per il suo nucleo familiare. A raccontarci tutto c’è un buffo e simpatico bambino/figlio, che la osserva e scruta nel compiere quella che è a dir poco un’impresa titanica. La mamma del protagonista infatti non è solo alla ricerca di una casa ideale per lei e la sua famiglia, ma anche di un mondo nel quale i conflitti, i pregiudizi, le separazioni tra persone e le incomprensioni non esistono più. Quello che la mamma cerca di fare assomiglia a un sogno da realizzare a tutti i costi e, allora, pensi alla frase dedica messa da Guia Risari all’inizio del libro:

Ai migranti di ogni luogo e al Paese di Utopia

e rifletti. Pensi che la mamma del protagonista è animata da una potente speranza che è quella che le permette di andare avanti a sognare la casa migliore possibile per lei e per i suoi cari. Pensi che il paese di Utopia è quel sogno ideale di posto dove abitare, che ogni essere umano, adulto, bambino, migrante o no, desidera nella sua vita. Pensi che forse migranti lo siamo un po’ tutti, perché anche se si viviamo in contesti e situazioni diverse, tutti siamo alla ricerca di un posto migliore nel mondo. “Mamma cerca casa” di Guia Risari è un libro di una sensibilità profonda, che bambini e adulti dovrebbero leggere assieme, perché il suo messaggio – quel bisogno di un posto perfetto ideale dove vivere in armonia con i propria cari e con il mondo- è un sogno universale, una speranza da coltivare sempre. Lettura dai 7 anni in su.

Guia Risari è nata nel 1971 a Milano, dove ha compiuto studi classici e si è laureata in Filosofia Morale all’Università Statale con una tesi su Jean Améry, lavorando come educatrice e giornalista per “L’Unità”. Si è specializzata in Modern Jewish Studies alla Leeds University. Ha vissuto in Francia, dove, oltre a scrivere e tradurre, ha insegnato e svolto ricerche in socio-critica, storia, letteratura orale e comparata delle migrazioni.
Ha tenuto conferenze in varie università sulla filosofia morale, la letteratura concentrazionaria e delle migrazioni. Ha tradotto saggi e romanzi dal francese e dall’inglese per Feltrinelli, e/o, Alet, Giuntina, White Star. Ha curato testi di poesia ed ecologia. È autrice di racconti, pubblicati su riviste e antologie. Per l’infanzia, e non solo, ha pubblicato diversi libri che potete trovare al seguente https://www.guiarisari.com/ITALIANO/pubblicazioni.html.

Source: inviato dall’autrice. Grazie Guia Risari.

Il diario della mia scomparsa di Hideo Azuma (J-pop, 2019) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2019 by

Shissou_nikki-coverHideo Azuma, recentemente scomparso, è stato uno degli autori di manga più amati tra gli anni Settanta e Ottanta, ideatore di icone come Nanà Super Girl e soprattutto l’irresistibile Pollon, trasposti anche in animazione. In tempi più recenti raccontò invece un episodio della sua vita reale, quando nel 1989, stressato dai ritmi di lavoro e dalla mancanza di ispirazione, oltre che con problemi di alcolismo, mollò moglie, amici, lavoro e contatti, scegliendo volontariamente di fare una vita da senza fissa dimora, dormendo all’aperto, spesso sotto la pioggia, raccogliendo cibo e soldi di fortuna e svolgendo a tratti lavoretti saltuari.
Il diario della mia scomparsa racconta questo periodo, a cui l’autore tornò poi per un certo periodo dopo aver ripreso a lavorare come mangaka: lo stile è buffo come è solito, anche quando parla di vagabondaggio, di interrogatori della polizia, di lavori saltuari come operaio, di ubriachezza, di fatica per trovare da mangiare, di ricoveri in ospedale.
In Giappone i senza fissa dimora esistono ma vengono ignorati più ancora che in Occidente e sono considerati un tabù e una vergogna: nei manga si può parlare liberamente di sesso in tutte le sue sfumature, anche quelle più scabrose e scomode, ma non del ritrovarsi a vivere per strada, e lo dimostra anche lo scalpore che suscitò qualche anno fa il bel film d’animazione Tokyo Godfathers.
Hideo Azuma aveva un buon lavoro e una famiglia, ma il disagio esistenziale, aggravato dai suoi problemi di alcolismo e depressione, anche questi argomenti di cui si parla a fatica e come una vergogna nel Paese del Sol levante, lo spinse a fare una scelta comunque non isolata in Giappone, Paese dove si può sparire molto facilmente per la mancanza di un’anagrafe centralizzata.
Il diario della mia scomparsa non vuole essere un’opera militante e di critica sociale, ma solo raccontare un’avventura di vita che può succedere, quella di una persona che poi in fondo è stata anche fortunata a trovare qualcuno che l’ha aiutata, perché Hideo Azuma era comunque famoso e noto anche per esempio anche ai poliziotti che lo trovarono, stupendosi, per strada. I toni sono ironici, ma c’è da riflettere sui meccanismi spietati delle nostre società verso chi rimane indietro e anche sul male di vivere che si insinua in molte persone e con cui diventa difficile convivere.
Il volume è completato da un’intervista all’autore, serena, pacata ma efficace, in cui Hideo Azuma riflette sul concetto di normalità e come sia spesso oggetto di fraintendimenti.
Il diario della mia scomparsa è un manga interessante per chiunque abbia amato questo autore che purtroppo ci ha lasciati, ma è anche un modo per riflettere, in maniera magari insolita, su problemi e tematiche attuali e su cui anche qui da noi non ci si interroga abbastanza.

Hideo Ozuma (1950-2019) è diventato famoso con i manga conosciuto in Italia per essere l’autore dei manga Pollon e Nanako SOS. I suoi lavori sono apparsi in varie riviste giapponesi, quali Weekly Shōnen Champion e ha realizzato anche storie hentai e di fantascienza, oltre che umoristiche, come  Futari to Gonin (Due ragazzi e cinque vicine di casa), Yakekuso tenshi (Un angelo disperato), Parallel kyoshitsu (La pazza aula parallela), Methyl-Metaphysik, Fujôri Nikki (Diario assurdo) che nel 1979 vinse il premio Seiun come miglior manga di fantascienza.
Nella seconda metà degli anni ottanta e negli anni novanta, dopo aver iniziato ad avere seri problemi di alcolismo, è scomparso due volte per periodi di diversi mesi fino a più di un anno, abbandonando i suoi lavori e la famiglia, facendo una vita da senzatetto, e ha tentato almeno una volta il suicidio. Dopo aver ripreso in mano la sua vita ed essere passato attraverso un trattamento di riabilitazione per alcolisti ha disegnato questa storia in una delle sue opere più premiate, Il Diario della mia Scomparsa. Azuma è deceduto a 69 anni il 13 ottobre 2019 a causa di un cancro all’esofago, la famiglia ha svolto funzioni private e la notizia della morte è stata diffusa solo alcuni giorni dopo.

Provenienza: libro del recensore.

Costruire il festival Loving the Alien al Mufant di Torino a cura di Elena Romanello

17 novembre 2019 by

loving-the-Alien-Fest_page-0001-1024x576

Il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza di Torino in via Reiss Romoli 49 bis organizza dal 5 al 7 giugno del prossimo anno il festival Loving the Alien, un evento dentro e fuori i locali per parlare di fantascienza, fantasy, horror declinati tra letteratura, fumetti, cinema, serie TV, giochi, videogiochi e cosplay.
Il festival Loving the Alien dovrebbe diventare un evento annuale e l’argomento dell’edizione 2020 sarà l’alieno e l’altrove, partendo da due argomenti al centro dell’attività del Mufant e del loro partner principale, la cooperativa Altra Mente, attiva nell’aiuto di soggetti con problemi di disagio mentale: inclusione sociale e rigenerazione urbana delle periferie.
Per raccogliere i fondi per le prime spese logistiche del festival è stata lanciata una campagna di crowfunding sulla piattaforma Kickstarter, che scade il 10 dicembre: sono previsti dei premi diversi secondo quanto si dona, come un segnalibro a tema UFO, delle cartoline di protofantascienza, un astuccio, uno zaino, un gioco memory, una stampa del copertinista di Urania Franco Brambilla, avere il proprio nome su una delle statue del Parco del fantastico o proporre e erigere una statua propria, ma anche avere già assicurato lo stand come editore, scrittore, fumettista. Le donazioni possono essere fatte come singolo ma anche come associazione o azienda.
Il programma del festival Loving the Alien è ancora in via di definizione, ma si sa già che ci saranno mostre, presentazioni di libri, sessioni di illustrazioni dal vivo, performance teatrali, e che interverranno scrittori, fumettisti, giornalisti, editori, cosplayer, gamer. Si parlerà di tanti argomenti, due dei più importanti saranno la fantascienza cinese e i videogame legati al fantasy, e in parallelo ci sarà una mostra sulle due icone di manga e anime Sailor Moon e Goldrake, i due protagonisti di un combattuto confronto per decidere che statua mettere nel Parco del fantastico. Ha vinto la combattente che veste alla marinaretta.
Quasi tutti ad argomento letterario i workshop previsti: si parlerà degli archetipi della narrativa gotica con Franco Pezzini, uno dei massimi esperti italiani sull’argomento, Franco Brambilla racconterà come si realizza una copertina di Urania, lo sceneggiatore Bonelli Andrea Cavaletto parlerà di fumetti seriali e non di genere fantastico, lo scrittore Dario Tonani illustrerà come ha progettato la sua saga di Mondo9 e Massimiliano Supporta, fondatore del TOHorror Film Fest, spiegherà come si realizza un festival cinematografico in tema.
In occasione dei tre giorni di Loving the Alien arriveranno tutte le statue che animeranno il Parco del Fantastico nel piazzale antistante il Museo, che sarà intitolato nei mesi prossimi all’esperto di fantastico Riccardo Valla. Oltre alle già esistenti Creatura di Frankenstein con i tratti di Boris Karloff, il Lupo Mannaro americano a Londra e Capitan Harlock inaugurata in onore di Leiji Matsumoto, ci saranno anche Sailor Moon appunto, Alien, ET e il drago cinese Fucanglong.
Per ulteriori informazioni e aggiornamenti sul modo di fare donazioni e sulla costruzione del programma visitare il sito del Mufant www.mufant.it

:: Save the Date – Premio Biella Letteratura e Industria 16 novembre 2019

15 novembre 2019 by

Locandina cerimonia-5

Sissi. Imperatrice, ribelle, donna di Giorgia Marras (Diabolo edizioni, 2019) a cura di Elena Romanello

13 novembre 2019 by

sissi-diabolo-670x946Ci sono personaggi storici affascinanti e interessanti che però non vengono conosciuti come meriterebbero: uno di questi è senz’altro l’imperatrice Elisabetta d’Austria, che malgrado le due ottime biografie uscite nel secolo scorso e ancora oggi pubblicate di Brigitte Hamann e Joan Haslip e l’immagine sua emersa dal film Ludwig di Luchino Visconti, continua ad essere ricordata tramite i tre filmetti in stile fotoromanzo realizzati negli anni Cinquanta con la allora giovanissima Romy Schneider (che li odiò per tutta la vita) e che continuano a passare in TV periodicamente.
Per questo motivo non si può che essere felici per la nuova versione, stavolta in graphic novel, fatta della vita di Sissi da Giorgia Marras per Diabolo edizioni, un volume prezioso, realizzato tutto in toni seppiati, per ricordare le prime foto in cui fu ritratta  proprio l’infelice ma affascinante imperatrice, una delle prime sovrane ad essere sia ritratta come si usava fino a quel momento sia fotografata.
Questa Sissi, imperatrice, ribelle e donna, rivive in queste pagine nelle sue disavventure non certo da fotoromanzo, dal matrimonio per capriccio di Francesco Giuseppe agli anni della vecchiaia e alla morte assassinata da un anarchico che voleva colpire qualcuno di regale, attraverso i suoi lutti, le sue poche gioie, i suoi figli, a cominciare dall’infelice Rodolfo che avrebbe voluto diventare naturalista e morirà suicida a Mayerling,  le sue passioni, le sue inquietudini, come la sua ossessione per la bellezza, in un mondo che stava cambiando.
Giorgia Marras inserisce infatti la vita di Sissi nella Storia dell’Ottocento, non dimenticando eventi come la questione ungherese o il Risorgimento italiano, in cui gli austriaci erano gli oppressori, anche se se oggi la cosa è stata dimenticata e anche gli italiani applaudono sulle note della Marcia di Radetzy di Strauss.  Il libro è completato da una serie di schede dei personaggi apparsi nella graphic novel, con la loro storia e cosa è successo loro dopo, per avere un quadro chiaro di un personaggio affascinante e raccontato in maniera realistica e di un periodo storico in cui è nata la modernità in cui viviamo ancora oggi.
Sissi. Imperatrice, ribelle, donna è una romanzo a fumetti, o meglio una biografia a fumetti per chiunque voglia scoprire o riscoprire una storia reale, iniziata come una fiaba e finita in tragedia, di una donna senz’altro in anticipo sui suoi tempi e sempre fuori posto, nella sua ricerca di una felicità impossibile.

Giorgia Marras, genovese, classe 1988, illustratrice e fumettista, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Genova e all’Università di Parigi 8. Ha vissuto presso l’Atelierhaus Salzamt di Linz (Austria), e poi presso la Maison des Auteurs di Angoulême, dove vive tutt’ora.
La sua prima graphic novel, Munch before Munch ha raccontato la giovinezza del pittore Edward Munch ed è stata tradotta in Francia e Spagna. Sissi è uscito in francese, tedesco e italiano ed è in uscita in spagnolo.

Provenienza: libro del recensore.

:: Un’intervista con Maurizio Gazzarri, vincitore della sezione Giuria dei lettori del Premio Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2019 by

Maurizio Gazzarri insieme a Luca Murta di Fondazione CRB bis

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitore del Premio Giuria dei Lettori, benvenuto Maurizio Gazzarri su Liberi di scrivere. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzitutto, grazie a Liberi di scrivere per questa opportunità. Sono nato e cresciuto a Volterra, la città toscana di origini etrusche. Una città isolata, che ha fatto di questo isolamento sia il suo elemento di forza sia il suo punto debole. Mi piace pensare che il mio carattere derivi da questa contraddizione: mi piace stare dietro le quinte e allo stesso tempo un po’ ne soffro. A 14 anni, era il 1985, ho messo per la prima volta le mani su un computer, grazie a un progetto sperimentale delle mie scuole superiori. E da quel giorno non me ne sono staccato praticamente più. Mi sono laureato in informatica a Pisa, città nella quale mi sono trasferito e attualmente vivo. Dopo la laurea, in realtà, non ho svolto lavori direttamente connessi con l’informatica: mi sono occupato di politica e poi di amministrazione pubblica. Dal 2008 al 2018 ho svolto il ruolo di capo di gabinetto del sindaco di Pisa e credo che la mia formazione “tecnica e tecnologica” mi sia stata molto utile per affrontare i mille problemi quotidiani. Attualmente sto concludendo un master in Big Data Analytics and Social Mining e sono consulente per pubbliche amministrazioni e società private per progetti innovativi, digitalizzazione, comunicazione e partecipazione. Inoltre, collaboro con il quotidiano La Nazione con una rubrica dedicata al 50° del primo corso di laurea italiano in Informatica, attivato a Pisa nel 1969.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare uno scrittore?

Nel 2020 si festeggeranno i 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari. Io sono cresciuto con i suoi libri, i suoi racconti, le sue favole e le sue poesie. “Favole al telefono” è stato il primo libro che ho letto. La scintilla è scoccata lì. Mio padre (o, meglio, il mio babbo) assecondava ogni mia richiesta d’acquisto di libri; le sue parole le ho ancora impresse: “se mi chiedi i soldi per un libro non ti dirò mai di no”. L’ho preso un po’ troppo alla lettera, riempiendo la casa di romanzi, saggi e fumetti. Ma dalla lettura alla scrittura c’è un abisso. Per molti anni ho litigato con la scrittura e con i temi scolastici. Adesso, non farei altro che scrivere. Ma non oso definirmi uno scrittore, bensì un autore di un romanzo.

Ora parliamo di I ragazzi che scalarono il futuro (Edizioni ETS). Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante il mio lavoro presso il Comune di Pisa ho avuto modo di interloquire con le tre università cittadine, con i centri di ricerca, con molti dei protagonisti dell’informatica pisana e italiana. Ho accumulato dentro di me conoscenze ed emozioni. Che, non appena aperto il “rubinetto”, si sono riversate nella redazione del romanzo. C’era un pezzo della storia di Pisa non del tutto conosciuto, seppur molto recente; ho pensato che fosse un episodio cruciale e non affatto secondario non solo di Pisa ma dell’Italia intera. L’opportunità mi è stata offerta dalla casa editrice ETS che ha organizzato un corso di scrittura, tenuto dai due responsabili della loro collana di narrativa Pierantonio Pardi e Daniele Luti. Quest’ultimo mi ha seguito passo passo, insegnandomi le tecniche giuste, i metodi, le “regole” da osservare. Mi sono liberato dell’idea che scrivere un romanzo fosse improvvisazione. No, è metodo, è criterio, sono regole e principi, è applicazione e dedizione. È, anche e soprattutto, mettersi in discussione.

Il libro racconta, romanzandola, la nascita dell’informatica italiana e la costruzione della CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) e dell’ELEA (Elaboratore Elettronico Aritmetico), i primi computer progettati e realizzati in Italia. Ci parli dell’humus culturale e umano che favorì il raggiungimento di questo importante traguardo, tra Pisa e Barbaricina, in Toscana, tra Università e ricerca scientifica privata.

Le vicende del romanzo iniziano nell’estate del ’54. Era l’estate della conquista del K2, ma anche della morte di De Gasperi. Era l’anno dell’inizio delle trasmissioni della RAI, ma anche di un’Italia ancora alle prese con il dopoguerra. C’era voglia di futuro e di benessere, contrastata dalla situazione economica di molte regioni e da una arretratezza culturale talvolta disarmante, vista con gli occhi di oggi. Voglia di futuro e zavorre del passato. Anche a Pisa si viveva questo dualismo. Ma con ingredienti diversi da molte altre città, che consentirono di far partire proprio a Pisa i progetti per i primi computer italiani. La politica e le istituzioni locali misero da parte divisioni partitiche e di campanile, l’Ateneo accantonò le resistenze di quella parte del corpo accademico più legato alle antiche abitudini, l’impresa – in questo caso la Olivetti di Ivrea – capì che valeva la pena rischiare un investimento innovativo, piuttosto che rimanere nelle acque tranquille delle macchine per scrivere o delle calcolatrici meccaniche. Questo intreccio tra istituzioni, università e impresa, unito al protagonismo di tanti giovani neolaureati, portò a risultati eccezionali. A me piace pensare che ci sia un filo che lega la storia di Pisa con quella della scienza e della tecnologia. Da Leonardo Fibonacci, che portò nel XIII secolo in Europa lo zero e le cifre arabe, a Galileo Galilei nato nella città della Torre. Dal primo congresso degli scienziati italiani tenuto a Pisa nel 1839, a Guglielmo Marconi, che a Coltano – a due passi da Pisa – realizzò i suoi esperimenti sulla radio. Dal suggerimento di Fermi per la realizzazione della calcolatrice elettronica, al primo nodo Internet italiano, attivato a Pisa nel 1986. Fino alle attuali ricerche sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sulle onde gravitazionali. E si potrebbero aggiungere altri mille nomi, progetti e scoperte fatte all’ombra della torre pendente!

La visione della famiglia Olivetti di Ivrea, parte delle grandi famiglie industriali e imprenditoriali italiane, ha contribuito a buona parte di questo successo. C’è ancora secondo lei, nel mondo imprenditoriale d’oggi, questa visione di insieme che unisce iniziativa privata e contributi statali?

Adriano Olivetti, assieme al fratello Dino e al figlio Roberto, dovettero contrastare non poco all’interno dell’azienda per far apprezzare il lavoro del Laboratorio di Ricerche Elettroniche aperto nel quartiere pisano di Barbaricina. Non è un caso che tale Laboratorio sia stato aperto non a Ivrea o a Milano, ma a Pisa. Non solo per il rapporto con l’Università, ma anche per far sì che non venisse assorbito e fagocitato dalle logiche aziendali dell’epoca. Buona parte del merito dei risultati va ascritto a un ingegnere italo cinese, Mario Tchou, purtroppo scomparso a soli 37 anni in un incidente stradale. Tchou diceva che “le cose nuove si fanno solo con i giovani”: con questo principio reclutò ragazzi dal grande potenziale e con tanta voglia di fare. Ma Olivetti non era solo impresa e profitto, era comunità, sociale, cultura, architettura, integrazione, urbanistica. Una visione olistica dell’impresa, nella quale il profitto e i valori non sono scindibili. Purtroppo, fu avversato per molte ragioni. E di contributi statali ne vide ben pochi: lo Stato non fece niente né prima, né dopo la sua morte per dare il giusto sostegno alla Olivetti. Fino al 1964, quando fu smembrata l’azienda con la cessione della sua Divisione Elettronica. A Pisa furono le istituzioni locali e non lo Stato a contribuire alla realizzazione del progetto, con ben 150 milioni di lire.
Tra i grandi imprenditori attuali credo che siano veramente pochi quelli che sono definibili Olivettiani. Adesso il margine di profitto è l’unica cosa che conta. I benefit e gli stipendi degli amministratori delegati a volte superano le 500 volte quelle di un dipendente della stessa azienda. Una cosa inconcepibile per Adriano Olivetti. Lo Stato, troppo spesso, viene usato come limone da spremere, senza restituire davvero alla collettività quello che si è ricevuto in termini di contributi, agevolazioni fiscali e benefit. Bisogna scendere fino alle piccole start up per trovare quel clima di apertura e collaborazione che contraddistingueva Adriano Olivetti.

Il suo libro è anche un affresco corale dell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, prima del boom degli anni Sessanta, giusto?

Mi sono divertito molto a inserire nel racconto riferimenti a oggetti, fatti e personaggi dell’epoca. La 600 Fiat e la Lettera 22. Il cinema, con i film prodotti negli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, e la televisione. I viaggi spaziali, con lo Sputnik e Gagarin. La nascita del Mercato Comune Europeo e l’ingresso dell’Italia nell’assemblea dell’ONU. Lo sport, con il giro d’Italia, il cavallo Ribot e le partite di calcio del Pisa. Ho inserito anche tanta politica e sindacato, con le lotte per l’emancipazione delle donne affrontate dalla protagonista Angela, la fidanzata di Giorgio, impegnato invece nella realizzazione delle calcolatrici elettroniche. Un dualismo, quello di Giorgio e Angela che mi è piaciuto molto scrivere e descrivere.

Una storia di giovani, soprattutto, che ce la misero tutta, con sacrificio, studio e grande forza di volontà. Un modello di impegno anche per i giovani d’oggi?

All’epoca si aveva la netta percezione che il futuro non poteva che essere migliore del passato. I giovani sapevano che studiando avrebbero sicuramente migliorato la propria condizione. All’impegno messo negli studi corrispondeva il giusto successo. Adesso, sembra che l’impegno, lo studio, la dedizione non servano più; che si possa ottenere “successo” soltanto per caso, per raccomandazione o per un’idea brillante ma estemporanea. Non è così e provo ogni giorno a farlo capire a mio figlio Dario che sta frequentando la seconda liceo. A me piace riassumere tutto questo in cinque parole d’ordine, le cinque “C”: coraggio, costanza, comunità, curiosità, creatività. I nuovi ragazzi che stanno provando a scalare il futuro sono quelli che manifestano nelle nostre città per assicurare un domani al pianeta: ragazzi e ragazze che hanno piena consapevolezza che la loro età adulta può essere completamente compromessa dal cambiamento climatico in atto. Non vanno solo ascoltati, vanno messi nelle condizioni di cambiare le cose, dando loro responsabilità e poteri. Come ha scritto Rodari, “certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

C’è anche un sapore agrodolce in questa vicenda, poi pochi anni dopo la Olivetti e l’Italia perderanno i grandi elaboratori elettronici. Perché successe?

È una domanda alla quale molti hanno provato a rispondere. Certamente le morti, prima, di Adriano Olivetti e, poi, di Mario Tchou, cambiarono il corso della storia. Ma nessuno può dire che la crisi economica della Olivetti non sarebbe comunque avvenuta, dopo i grandi investimenti fatti per l’acquisizione della Underwood e il mancato aiuto da parte dello Stato. Mentre all’estero, negli USA e in Gran Bretagna, lo Stato sosteneva le aziende informatiche, in Italia si preferì osteggiarle. La politica ebbe le sue responsabilità. Ma ne ebbe anche la classe imprenditoriale italiana, che messa alla prova di una crisi aziendale acuta, dette la risposta più scontata e meno lungimirante possibile: la cessione della Divisione Elettronica, impropriamente definita “ramo secco”. Il modello Olivetti stava stretto a molte persone. Persa la sfida dei mainframe, dei grandi calcolatori, la Olivetti ebbe un grande sussulto con la Programma 101: il gruppo di Perotto, scampato alla cessione alla General Electric, riuscì nell’impresa di realizzare e mettere in commercio il primo personal computer della storia. Venduto in larghissima parte negli Stati Uniti (compresa la Nasa!), segno che chi pensa ai complotti esteri quando parla della storia della Olivetti, a mio parere, ha torto.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria, i libri in concorso, quest’anno soprattutto, hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria, dalla storia unica di Borsalino agli operai della Melegatti. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro ha vinto il Premio Giuria dei Lettori?

Il Premio Biella è stato per me un susseguirsi di emozioni. “I ragazzi che scalarono il futuro” è il mio primo libro e non ho idea se ce ne saranno altri. Per un esordiente come me, ricevere la lettera del presidente Gasparetto che mi annunciava di essere entrato nella cinquina finalista, è stato emozionante. L’evento al Salone del Libro, poi le presentazioni a Biella e a Torino, infine la comunicazione del Premio “Giuria dei lettori”: momenti che non scorderò. Durante l’estate ho letto gli altri quattro romanzi finalisti. Sono tutti libri scritti benissimo, che raccontano storie personali o collettive di riscatto, di difficoltà o di successo. Sapere che il Circolo dei Lettori di Biella ha preferito il mio romanzo mi riempie di orgoglio: un sentimento che non mi capita di provare spesso. Un’ultima cosa a cui tengo è ringraziare tutti coloro che portano avanti il premo Biella: a chi lo presiede, lo organizza e lo promuove va espressa riconoscenza per la passione e la dedizione.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Sono io che vi ringrazio per questa opportunità! Diciamo che ho in mente una manciata di idee, alcune più strutturate, altre ancora in embrione. La maggior parte finirà la sua esistenza in poche righe di incipit o di soggetto. Nel frattempo, sto accumulando libri, riferimenti e suggestioni. Non so, davvero, se ci sarà mai un secondo romanzo. Se lo sentissi come un dovere, sono certo che il risultato sarebbe mediocre. Fuori dalla forma romanzata, ho due progetti in cantiere. Il primo è un volume con la ricostruzione storica di 65 anni di informatica a Pisa, conseguenza della collaborazione con il quotidiano La Nazione. Il secondo vorrei dedicarlo al rapporto tra la Olivetti e Pisa, raccontando nei dettagli l’esperienza del Laboratorio di Barbaricina. Per la redazione del romanzo ho raccolto molte testimonianze e corpose documentazioni che solo in minima parte sono ovviamente finite nel racconto. Adesso vorrei riordinarle e strutturarle, per non disperdere questa conoscenza e per valorizzare queste bellissime storie di eccellenza.