:: Il punto B – Memorie da una città del Nord di Annalisa Scaglione

6 ottobre 2020 by

Si parte.

Piove da settimane, che al mare fa triste, e anche l’idea di una “due giorni” al gelo di una città straniera  mai visitata pare allettante, soprattutto se siamo quasi vicini a Natale e ci si aspetta quel clima nordico così suggestivo e romantico da scaldare il cuore. Il corpo no. Per quello ci sarebbero le Maldive, ovvio, e non per 48 ore, per almeno una settimana.

Per fortuna ho il colbacco. Quello di mio padre, in pelo di volpe, una vera volpe provvista di coda che, grazie al senso estetico di mia madre, è stata tagliata tempo fa, rendendo il copricapo un po’ più prêt à porter, per così dire. Forse papà, spirito mai tramontato di giovane marmotta, se ne fregava appieno. Ma, effettivamente, presentarmi all’aeroporto di Milano con una lunga coda di pelo dalla nuca al sedere … beh, forse forse potrebbe crearmi qualche problemino di inadeguatezza. Mon dieu, lungi l’idea di competere con il continuo e abituale viavai di splendide figliole che animano ogni angolo del capoluogo lombardo ma, ecco, quel minimo di autostima che ancora sopravvive in me sconsiglia il look marmotta. Meglio il taglio netto e passare inosservate.  

La pioggia al mare dissocia. La nebbia a Milano ha la magica prerogativa di farti sentire al posto giusto. La vedi – non vedi – e sai dove sei. Anche quei pinguini che cercano di abbracciarmi nel tragitto dal parcheggio al terminal sanno il fatto loro: confondo il gelo con le loro beccate che  magicamente mi guidano alle porte automatiche. Il gate è lì, l’aereo parte fra due ore.

Vi ringrazio, signori.

Destinazione: Berlino.

E questo è il primo punto. Lì fa ancora più freddo. E nevica! Ma dai che bello, che cosa dolce questa neve sulla faccia. Pizzica un po’ per il venticello che soffia a 80 km orari, ma che vuoi, l’ebbrezza di due giorni di svago, una città da esplorare, l’alberghetto tanto carino sono prospettive che mi riempiono di sano entusiasmo. Sì, certo, sono stanchina, perché sono le 21.30 ora locale, che poi è quella di Genova dove piove e quella di Milano dove non si vede a un metro, sono sveglia dalle cinque di questa mattina, ho fatto su le ultime cose e la mattinata complicata in ufficio non ha giovato… taxi! Ne vedo solo uno, bello pronto. L’albergo è vicino, in cinque minuti ci sono. E già assaporo quei bei piumotti nordici, quelli che non si capisce dove siano le lenzuola perché è tutta una cosa sola, tanto soffice e delicata, tanto da pubblicità di gente beata che salta e si tuffa in pigiama su lettoni che sembrano nuvole di panna montata. Ora che ci penso ho anche fame, dopo la doccia ci starebbe benissimo una bella salsiccia con i crauti. Tanto con questo freddo il mio corpo consuma, nel disperato tentativo di mantenere la temperatura su quei 37 gradi che mi assicurano la sopravvivenza.

Taxi! L’autista esce dall’auto e apre il portabagagli, sporge la testa in fuori e mi sorride. Gli manca un incisivo superiore. È turco. “ Guten abend”, lo approccio nel mio improvvisato tedesco. Risponde, è fatta, ci capiamo.

E lì, in quel momento quasi perfetto, non sai, non puoi sapere che la bella sensazione che stai provando può rovinosamente precipitare. Non sai che quella semplice, banale certezza – ora salgo sul taxi e in un lampo arrivo a destinazione – si sta trasformando in un incubo.

Il turco storce il naso. Ripeto il nome dell’albergo – Berlin, santi numi, è facilissimo! Berlin! ...

Non sa dove sia.

Come?!?!? Ecco, lo sapevo, non ti puoi fidare di internet, lo dice anche mia nonna. Tiro fuori il foglio stropicciato, la conferma della mia prenotazione con tanto di figurina in bianco e nero di Google Maps e glielo sbatto sul muso. Sai leggere? Hotel Berlin, solo 1,3 km da qui. Uno scherzetto!

Mi guarda allibito  – santi numi che cosa ho detto.  Mi guarda dritto negli occhi e in un perfetto inglese parte nella risata più crassa e sguaiata che abbia mai visto. Mi sento stupida. Perché mi tratta così? Me lo dice subito, è chiaro e diretto, il classico uomo che sa fare male. Non mi porterà. Per un chilometro punto tre di distanza lui non si muove, lui il motore nemmeno lo accende. Un signore, il principe che ho sempre sognato, il poeta della mia anima stanca. Rimango senza parole. E questa è una cosa grossa, perché non è da me restare a bocca aperta, al gelo, di notte, con le valigie, davanti a un uomo senza un dente. Ma questo maschio, evidentemente, è diverso. Il turco mi spiazza. Mi osservo da fuori, ho lo sguardo da ebete e l’espressione pure. Mi sembro innamorata all’istante. Eh no, da dentro mi vedo meglio e niente è così lontano dal concetto di amore come quello che provo ora. Mi incammino, incredula, verso la mia sconosciuta destinazione.

Ed ecco il secondo punto: qual è la mia disperata destinazione? Quello laggiù, grandissimo palazzone anonimo, ha sopra una scritta rossa, molto luminosa, ma il lieve strato di ghiaccio che si sta formando tra la lente a contatto e il mio globo oculare non aiuta nella corretta percezione dei caratteri …hotel….Berlin? Certo che no. Quindici minuti per trovare l’uscita dal parcheggio dei taxi, sette per attraversare la tangenziale che appena intuisco e oltrepasso senza pensare, con un urlo silenzioso auto incoraggiante, idiota come un manager sui carboni ardenti. Si chiama City. Non è il mio. E in effetti non corrisponde a quello della foto che ho portato con me. Torno indietro. Due punkabbestia – non capisco il sesso ma fa niente – sembrano gestire il parcheggio dell’aeroporto, o forse si sono messi un attimo al riparo dalla tempesta atmosferica in corso, perfettamente in linea con quella del mio animo (a distanza di tempo posso affermare che la simbiosi con la natura è una vera stronzata, in certe circostanze). Non importa perché siano lì, l’importante è che ci siano, che parlino almeno un yes e un no in inglese e che sappiano, di grazia, verso quale rotta mi tocca lanciarmi per raggiungere il mio hotel. Faccio la domanda, con il tono più perentorio di cui sono capace, sicura, decisa. O mi rispondete o vi stacco il piercing, ma questo lo lascio solo intuire. L’uomo, credo sia l’uomo, lo sa: un chilometro e mezzo sulla tangenziale maledetta, girando alla sinistra del semaforo, quello che avevo già attraversato circa venti minuti prima nella speranza di aver individuato subito l’albergo.

Bene, ora ho una meta. Perché, effettivamente, quello che mi più mi infastidisce, così, in generale, è non avere uno scopo ben preciso nella mia quotidianità. Questo senso di vuoto io proprio non riesco a reggerlo.

E mi sento vicina ad Amundsen, con il trolley al posto della slitta e i miei pensieri che abbaiano come i suoi cani. Per fortuna il colbacco resiste.

Nella via a veloce scorrimento di cui sopra, uno stradone talmente triste che il cuore quasi si conforta al ricordo delle tangenziali milanesi, sento che non devo demordere. E poi, che cosa dovrei temere? Sono adulta, in forze e mi sono fatta, in gioventù, ben due interrail e una decina di viaggetti da sola. Parlo cinque lingue, tedesco e turco a parte si capisce, e da sempre sono pervasa da un profondo sentimento cosmopolita che mi identifica con “la sorella gemella del mondo”.

Ecco, a questo proposito, in questo preciso momento, vorrei rivedere questa mia posizione.

Il suggerimento in tal senso mi è presto fornito dalla sorte nell’unico locale pubblico aperto nel deserto di cemento e capannoni che sto attraversando. Sono abbastanza esausta, infreddolita e disorientata, dopo venticinque minuti di marcia forzata senza incontrare anima viva. Decido di varcare quella soglia che mi separa dalla realtà, di affacciarmi per un attimo in un locale pieno di esseri umani. Entro. L’odore di montone infilzato e cotto per ore e ore me lo fa capire subito: sono umani, sì, ma turchi, e parlano fra di loro in maniera incomprensibile. In altre occasioni avrei ordinato al volo un sano kebab “only onions”, la mia passione gastronomica delle estati in Inghilterra. Ma ora sono in Germania e, a quanto pare, l’impero Ottomano mi perseguita. Mi avvicino al banco ma non ordino il sacro montone. Ruoto gli occhi intorno, con la rapidità della fase rem. Sono l’unica donna, ma il capo è coperto, provvidenziale colbacco! E azzardo la domanda – l’Hotel… – che esce più come un’invocazione, una sorta di preghiera a tutte le divinità del cielo. Avranno pietà di me? Si avvicinano in quattro o cinque, ma io l’ho chiesto al ragazzo del banco, non incrocio gli sguardi, tieni giù gli occhi, parlano inglese con me grazie al cielo, turco e tedesco fra di loro, alzano le voci, muovono le braccia in varie direzioni, sud, nord, forse sud-est, io lì che prego per una risoluzione pacifica del conflitto che proprio non volevo creare. «Three kilometers from here, back», sentenzia perentorio il ragazzo del banco con il grembiule macchiato di strutto e, troncando ogni discussione, sbatte sul banco un boccale di birra da tre litri. Che non è per me.  

Ringrazio ed esco. La tensione è alle stelle. Il vento incalza e la mia rabbia pure. Tre chilometri da qui, opposto senso di marcia? Devo tornare indietro, rifare tutto daccapo, anche i punkabbestia saranno andati a dormire (nel delirio li immagino arrotolati nel mio piumotto, nella mia stanza, nel mio hotel). Non posso, non voglio credere a quanto mi hanno detto. D’accordo, la verità fa sempre molto, molto male quando è completamente divergente dalle tue aspettative, e quando sei snervato dentro è proprio insopportabile. Non cedo al pianto e mi convinco che i turchi mi abbiano mentito. Davanti al locale si è fermato un taxi che prima non c’era. Un piccolo accenno di speranza. L’autista è seduto dentro, e io busso al finestrino. Un ometto piccino, biondiccio con gli occhi azzurri. Bene, forse è un taxista più del luogo, altezza a parte, e ciò mi può finalmente aiutare, fornire la chiave di questa assurda caccia al tesoro. Mi preparo psicologicamente a offrirgli una corsa doppia, tripla se è il caso, e gli indico sul foglio bagnato zuppo della prenotazione il nome del mio hotel. Un secondo di silenzio e lui, senza nemmeno avvisare, mi vomita sulla faccia una valanga di parole durissime, cattive, tedesche. Esce dalla macchina, sbatte la portiera e, con un grugnito che suona come il più popolare degli inviti a viaggiare, se ne entra per un kebab.

Rimango lì, ancora una volta basita.

Spirito cosmopolita? Sorella gemella del mondo? Qui no, qui non vale. Secondo me sono alieni.

E ora il punto è che vorrei chiamare a casa, i miei, gli amici, le persone che amo e anche quelle che amo così così, per avvisare tutti immediatamente. Chiudete le finestre, sbarrate le porte, non comunicate e non pensate! L’invasione è cominciata e, se tanto mi dà tanto, questi possono arrivare fin là… Ma sono sfinita, l’ho già detto, e riesco a pensare soltanto a me stessa. Prendo il cellulare e digito il numero dell’hotel, l’ho stampato per sicurezza. È un rischio, ne sono consapevole, perché non so come potrebbero reagire al mio disperato bisogno di aiuto.

Al terzo squillo mi aspetto un banalissimo Hallo, Hotel Berlin, Guten Abend, ma no. La risposta della fräulein dura circa due minuti di parole incomprensibili – e di euro di chiamata che per me è ovviamente internazionale, senza contare l’obolo aggiuntivo di € 1,00 che il mio implacabile gestore si trattiene. Non riesco a fingere, la mia voce trema nell’approccio telefonico in inglese. Calma e concentrati. Respira forte. Va tutto bene, ma il training autogeno non funziona, quando torno mi faccio restituire i soldi del corso. Purtroppo è con tono disperato e confuso che cerco di spiegare l’incresciosa condizione in cui mi trovo e non commuovo, com’è da aspettarsi. Alla voce metallica della receptionist descrivo minuziosamente tutto quello che vedo intorno, nel tentativo disperato che capisca dove sono, che chiami i soccorsi, una muta di San Bernardo, che mandi un elicottero! Ma nei paraggi non ci sono segni particolari, nessuna macchia di colore nella desolazione che mi circonda.

Mi chiede se ho una bussola.

?

E spasmodicamente comincio, con le mani assiderate – i guanti sono nel trolley, in aereo si schiattava dal caldo – a scavare nelle mie tasche. Wait a moment, please, che ora la trovo ‘sta bussola. Fazzoletti, biglietto del treno Chiavari – Genova Brignole che è qui dall’anno scorso, scontrino del parrucchiere, cinque centesimi e un mezzo pacchetto di chewing-gum ghiacciati, talmente duri che non oso metterli in bocca, pena mutuo immediato per sostenere l’ennesima seduta dal dentista che da anni alimento e mantengo (pare che ultimamente si sia comprato una Porsche e mi sento dannatamente responsabile di questo suo avventato acquisto). C’è un buco nella tasca del piumino e lo chiarisco alla fräulein: la bussola mi è scappata da lì.

Non ride, e francamente adesso nemmeno io.

E a questo punto, all’improvviso, il punto di vista cambia, mi si riaccende la fiammella della speranza. Alzo gli occhi e la vedo, come per miracolo. La pompa di benzina! Sì, vai, ci siamo! Ora glielo dico, la fräulein avrà fatto il pieno almeno qualche volta, dico, se lavora qui vicino l’avrà fatto, no?!? E allora sa dove sono e mi aiuta… sì, forse… ecco… proprio adesso mi assale un’ansia assurda. E cado, cado rovinosamente sul particolare, il dettaglio che può fare la differenza e salvarmi. Io-non-mi-ricordo-come-si-dice-pompa di benzina- in-inglese.

Vuoto assoluto, buio completo. Sono finita.

Per inciso apro un inciso, piccolo, solo una parentesi tonda, per mettere nero su bianco il mio attuale bisogno di certezze. La situazione è complessa e io sono stufa. Non si può passare dalla disperazione alla speranza con questa velocità. Mi scopro a pensare, con maggiore intensità, a un’idilliaca condizione di pace esistenziale. Magari nel mio albergo. Starò crescendo.

Avrò detto qualcosa di significativo, anche se non me ne sono accorta, perché la ragazza, all’improvviso, smette di farmi domande sul mio essere qui o e lascia i punti interrogativi per il più rassicurante dei punti. Quello fermo, fisso, il punto classico, insomma.

Left.

È risoluta e la cosa mi dà coraggio. Devo stare sulla sinistra del vialone e proseguire solo per altri quattrocento metri, una sciocchezza dopo i chilometri fatti, e, sempre secondo lei, trovo l’hotel.

Non mi posso sbagliare, dice. Non mi devo sbagliare, penso.

Il punto, un altro, è che io non so contare i metri.

Non perché io non sappia contare fino a quattrocento – chiaro che mi rompo ma ce la faccio – quanto perché proprio la misurazione dello spazio con i suoi parametri annessi e connessi mi è incomprensibile. Tutto quello che riguarda numeri e conti mi è oscuro. È come se una parte del mio cervello fosse assolutamente spenta, o mai stata creata, o che ne so. Il bello è che non me ne importa assolutamente niente, questione di forma mentis, la mia, e non mi sono mai buttata giù per questo. Il brutto è che questo mi ha sempre creato qualche problemino, sia con la matematica di cui non ho mai capito l’utilità, sia di comunicazione in certi casi (certo signora, la lanterna è famosissima, guardi è poco più in là, saranno…cinquanta metri, però non so se a quest’ora la fanno visitare. Ma lei vada, provi, tanto è qui vicino… Giusto quei tre chilometri dalla piazza del centro, dedalo di vicoli dove non batte il sole. I più bei quartieri del mondo per me, ma non so se la malcapitata turista, un po’ troppo ben vestita per la casbah da attraversare, l’avrà pensata così).

Comunque, a occhio – il mio! – e croce, secondo me sui quattrocento metri ci sono. L’albergo no. Tristezza assoluta, palazzoni di uffici ovviamente vuoti a quest’ora, buio sconfortante.  Mi siedo sul trolley, in silenzio, nella speranza che un angelo mi venga in soccorso. Si sa, gli angeli con Berlino vanno a nozze, fatto che francamente non mi spiego, e allora perché mai non dovrebbero aiutare me? Perché sono straniera?

Un sussulto di disperazione occupa momentaneamente il mio stomaco vuoto. La temperatura della faccia rasenta i – 10°C che, sempre per il problema di misure a cui sopra ho accennato, potrebbero anche essere meno. Di più no. Se solo mi esce una lacrima mi ritrovo un solco al primo disgelo e non conviene, perché in questo momento il chirurgo plastico si colloca tremendamente fuori dal mio budget.  

Dall’altro lato della strada intravedo una casa tanto carina, una specie di miraggio nel deserto dell’orrido. Sembra quella delle favole, ha mille lucine di tutti i colori e tende rosse alle finestre. Intuisco un bel camino acceso, sicuro che dentro fa caldo. Ha un aspetto così gentile! Certo non può essere la mia meta perché quel bonbon di casa è senz’ombra di dubbio a destra, e la mia meta si trova left, left, left.

E a questo punto mi sento guidata, saranno gli angeli, mi hanno ascoltata? e mi lancio senza nemmeno arrivare al semaforo verso quella visione provvidenziale. Apro la porta e mi ritrovo nel ristorante più tipico che potessi immaginare, candele accese, atmosfera rassicurante. C’è anche un presepe per terra e rimango male per il mio involontario calcio al bue che sta egregiamente svolgendo il suo compito. La ragazza in abito tradizionale, grembiulone e maniche a sbuffo, mi sorride, vedendomi entrare. Sorride? Fisso lo sguardo al cartellino appuntato sul decolleté bello pienotto: Heidi. E come potrebbe chiamarsi altrimenti?

Heidi guarda, mi vedi? io sono davvero disperata non so dove sono che cosa faccio ho anche un filo di crisi esistenziale ma questo non è il momento di parlarne lo so … vedi Heidi tu mi hai sorriso e ora è logico che mi aiuti perché non so quanto posso andare oltre sto vivendo un incubo e mi sento stanchissima sola vuota ho fame e voglia di dormire sai Heidi anche di farmi una doccia se posso concedermi un piccolo lusso ma non chiedo di più va bene così ecco… se solo tu cortesemente potessi dirmi se sai… «DOV’È L’HOTEL BERLIN?».

Mi dice che siamo nel ristorante dell’albergo, che devo solo attraversare il corridoio, aprire la porta, attraversare il cortile, entrare da un’altra porta che mi trovo di fronte, ecco vede, quella dove c’è l’insegna dell’albergo, e lì trovo la reception.

Mi viene quasi da ridere, ma ho la consapevolezza che si tratti di una reazione isterica.

Grazie Heidi, sono arrivata.

Annalisa Scaglione è nata nel 1970. Laureata in Giurisprudenza, vive e lavora in Liguria. Nel 2020 è stato pubblicato il suo primo romanzo, “La partita va giocata” (Ed. Scatole Parlanti).

:: Premio Nobel per la Letteratura 2020 – dite la vostra: Louise Glück

6 ottobre 2020 by

Giovedì 8 ottobre alle 13 sarà annunciato il Premio Nobel per la Letteratura 2020. Chi fareste vincere? quali sono i vostri candidati? Lo potete scrivere nei commenti a questo post poi scopriremo l’8 ottobre se qualcuno di noi c’è anche andato vicino. Io propongo Don DeLillo so che non vincerà ma ormai voto per lui da vent’anni. E proprio quest’anno di pandemia sarebbe una buona scelta. Ora dite la vostra.

:: Arrivano parole dal jazz di Nicola Vacca (Oltre Edizioni 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020 by

Esce domani, 6 ottobre, Arrivano parole dal jazz raccolta poetica che l’autore Nicola Vacca dedica agli artisti che hanno fatto grande questa musica nata nei primi del Novecento come diramazione del Blues. Ma più che un mero omaggio in versi alle stelle più fulgenti di questa nobile arte è un viaggio come lo stesso jazz è, un viaggio nelle parole, nelle emozioni che il jazz suscita nell’autore, nel mondo che queste note sanno ricreare, un mondo malinconico, sporcato di pioggia e di screpolato spleen. Proprio la quarta parte della silloge “Perchè amo il jazz” ci porta nel cuore vero di questo volume e ci aiuta a dare una chiave di lettura per comprendere la profondità di questo amore per questa musica maudit, che trae le radici più profonde dai canti degli schiavi afroamericani d’America. Un dolore universale sembra sgorgare da questa musica senza tempo, che come tutte le arti eterne è stata amata e elaborata non solo da artisti afroamericani lasciando inciso nell’anima il senso vero di questa musica che travalica appunto le barriere etniche e sociali. Nicola Vacca trova le parole per esprimere tutto ciò e lo fa con semplicità e immediatezza, carismi della sua voce poetica autentica e sincera. Leggo tra le righe tanta sofferenza sublimata in bellezza, da vite molto spesso tormentate, precipitate negli inferni artificiali, o lasciate troppo presto alla deriva e condannate all’autodistruzione. E nonostante questi lati oscuri il jazz tocca le corde tese dell’anima, quasi non sporcandosi con le contingenze del mondo ma infondendo quel senso di meraviglioso che abbaglia e stordisce. Lasciarsi trasportare in questo mondo è appunto un viaggio nell’altrove, nel mitico e nel meraviglioso, nell’eternità rarefatta di un assolo, di un virtuosismo o di una voce sincopata e unica. Riuscire a trasmettere in parole cosa il jazz è, cosa rappresenta per tantissime persone nel mondo è la preziosa qualità di questo testo forse più destinato ad essere recitato in parole e musica che semplicemente letto. Ma anche nell’intimo di una lettura in solitudine trasmette quelle vibrazioni che scaldano il cuore e uniscono in una sorta di fratellanza universale le persone più diverse e complesse. Da segnalare la playlist finale a cura di Tommaso Tucci e le essenziali illustrazioni di Alfonso Avagliano che impreziosiscono il volume oggetto d’arte di per sè. Prefazione di Vittorino Curci.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog “Zona di disagio”. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa e l’autore.

:: Helgoland di Carlo Rovelli (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

5 ottobre 2020 by

La nascita della fisica quantistica e le conseguenze sul mondo di oggi, tutto raccontato come in un romanzo di formazione.
Un’ impresa degna della grande intelligenza di Carlo Rovelli che in Helgoland con la sua scrittura convincente e sobria ci conduce per mano in una avventura straordinaria che decifra le carte della realtà.
Un saggio in cui il noto fisico oltre a manifestare la sua passione per la fisica quantistica racconta la stagione irripetibile di una generazione di pensatori cresciuti nel mito di Albert Einstein.
Tutto ha inizio nel giugno 1925 quando un giovane fisico di nome Werner Heisenberg si ritira in un’isola nel Mare del Nord e in quel luogo ha trovato che ha permesso di rendere conto di tutti i fatti recalcitranti e di costruire la struttura materica della meccanica quantistica. In quei giorni nacque la più grande rivoluzione scientifica: la teoria dei quanti che permise di vedere la realtà dentro un interno di stana bellezza.
Rovelli inizia con lui il suo viaggio nel mondo della fisica quantistica, facendoci innamorare con le sue narrazioni contaminate di questo mondo affascinante che è alla base della vita, della realtà e delle nostre umane relazioni.

«Ho scritto queste pagine in primo luogo per chi non conosce la fisica quantistica ed è curioso di comprendere, cosa sia e cosa implichi».

Nel libro il fisico non si parla addosso ma viene incontro ai lettori con autentica chiarezza, essendo coinciso nella trattazione degli argomenti e con molta umiltà afferma: «Più che spiegare come capire la meccanica quantistica, forse spiego solo perché è così difficile capirla».
Carlo Rovelli accetta la sfida: tuffare lo sguardo nell’abisso della teoria dei quanti, senza temere di sprofondare nell’insondabile.
La meccanica quantistica è un’esperienza psichedelica e Rovelli con i suoi racconti ci porta nel cuore di questa vicenda dove la scienza incontra la conoscenza e dove l’esperienza va a braccetto con la filosofia.
Il compito della scienza è quello di non aver paura di ripensare il mondo. Tutto passa per il coraggio di reiventare in profondità il mondo, questo è il fascino sottile della scienza e Carlo Rovelli ritiene necessaria una conoscenza immanente sempre dedita al dubbio che sia sempre in grado di scavare nella realtà.

«La fisica mi sembrava il luogo dove l’intreccio fra la struttura della realtà e le strutture del pensiero fosse più stretto, il luogo dove questo intreccio fosse messo alla prova incandescente di un’evoluzione continua. Il viaggio intrapreso è stato più misterioso di quanto mi aspettassi».

Il viaggio di Helgoland ci conduce in un mondo ricco di relazioni che comprende la nostra mente, i nostri pensieri, tutta la nostra vita.

«Scoprire nuove mappe per pensare la realtà, che ci mostrano il mondo un poco meglio. Questa è la teoria dei quanti».

Grazie a Carlo Rovelli per questo nuovo e indimenticabile viaggio nella prospettiva stupefacente della meccanica quantistica che parla di noi.

Carlo Rovelli (1956), fisico italiano, si è laureato all’Università di Bologna ed ha poi svolto il dottorato all’Università di Padova. Ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh, prima di rientrare in Europa presso il Centro di Fisica teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Insieme a Lee Smolin e Abhay Ashtekar ha introdotto la cosiddetta Teoria della gravitazione quantistica a loop. Lui e Smolin hanno successivamente perfezionato la teoria sulla base degli studi di Penrose. Attualmente la teoria della gravitazione quantistica a loop è considerata la teoria quantistica della gravità più accreditata e trova tentativi di applicazione nella cosmologia quantistica e nella fisica quantistica dei buchi neri. Rovelli ha inoltre sviluppato una formulazione della meccanica classica e quantistica che non fa riferimenti espliciti alla nozione di tempo. In collaborazione con Alain Connes, ha proposto l’ipotesi del tempo termico, nella quale il tempo emerge solo in un contesto termodinamico o statistico. Infine, ha introdotto una interpretazione relazionale della meccanica quantistica basata sull’idea che lo stato quantistico di un sistema deve sempre essere interpretato come relativo in un altro sistema fisico (ad es. la velocità di un oggetto è sempre relativa ad un altro oggetto). Rovelli si è dedicato anche alla storia e alla filosofia della scienza con un libro sul filosofo greco Anassimandro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Review Party: La corona del potere di Matteo Strukul (Newton Compton 2020) a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2020 by

1494. L’ombra di Carlo VIII  si al­lunga come una maledizione sulla penisola italica. Intanto Ludovico il Moro ha da tempo usurpato il ducato di Milano. A Roma Ro­drigo Borgia, eletto papa, alimenta un nepotismo sfrenato e colleziona amanti. Venezia osserva tutto grazie a una fitta rete di informatori, magi­stralmente orchestrata da Antonio Condulmer, Maestro delle Spie del­la Serenissima, mentre il re francese valica le Alpi e, complice l’alleanza con Ludovico il Moro, giunge con l’esercito alle porte di Firenze. Piero de’ Medici, figlio del Magnifico, la­scia passare l’invasore, accettandone le condizioni umilianti e venendo in seguito bandito dalla città che si of­fre, ormai prostrata, ai sermoni apo­calittici di Girolamo Savonarola. Mentre il papa si rinchiude a Castel Sant’Angelo, Carlo marcia su Roma con l’intento di saccheggiarla, per poi mettere a ferro e fuoco Napoli e reclamare il regno nel nome del­la sua casata, gli Angiò. L’inesperto Ferrandino non ha alcuna possibi­lità di opporsi. In un’Italia sbranata dal “mal francese”, che dilaga come un’epidemia mortale, convivono lo splendore del Cenacolo di Leonardo da Vinci e l’orrore della battaglia di Fornovo; le passioni e la deprava­zione del papa più immorale della Storia e le prediche apocalittiche di un frate ferrarese che finirà bruciato sul rogo…

Matteo Strukul, dopo un esordio molto noir si è dedicato al romanzo storico con notevole successo, sua è infatti la saga bestseller I Medici, tetralogia di romanzi storici con protagonista la celebre dinastia fiorentina, il cui primo libro I Medici. Una dinastia al potere (Newton Compton) è risultato vincitore del Premio Bancarella 2017. Con La corona del potere, in uscita oggi 5 ottobre per Newton Compton, prosegue la saga inaugurata da Le sette dinastie e ci porta nell’Italia tragica e meravigliosa del Rinascimento in cui convissero il genio di Leonardo da Vinci, la tragica dinastia dei Borgia, gli eredi di Lorenzo il Magnifico, re, spie, papi e un umile predicatore domenicano Girolamo Savonarola, originario di Ferrara, impiccato e poi arso sul rogo a Firenze con l’accusa di eresia. Quello che abbiamo studiato sui banchi di scuola però acquista nei romanzi di Strukul una patina avventurosa e sanguigna che rende la storia, con spruzzate di sana fantasia, interessante, vivida e ricca di pathos. Strukul è riuscito a trovare una formula innovativa che ha reso il romanzo storico capace di attrarre i più variegati lettori, non solo gli amanti del romanzo storico classico molto fedele storiograficamente, ma anche coloro che non disdegnano tinte noir e thriller. Di omicidi, guerre, tradimenti, congiure il Rinascimento è ricco ed è diventato l’humus giusto per permettere a Strukul di sbizzarrire la sua fantasia molto cinematografica se vogliamo. I capitoli sono brevi quasi quadri allegorici, finestre che si aprono sul lontano passato e ci permettoto di sbirciare in castelli assediati, nelle alcove dei potenti, nelle stanze del potere dove si giocarono grandi fortune e grandi tragedie. L’animo di Strukul resta fondamentalmente noir, e forse proprio questo l’aiuta a vedere i lati oscuri delle luci del Rinascimento che non dimentichiamoci seppure diede vita a grandiose opere artistiche resta a tutti gli effetti un’epoca sanguinosa e ben poco tranquilla. La sua visione corale di quegli anni aggiunge un tocco personale a storie che bene o male conosciamo anche attraverso gli scritti di altri autori, ma leggendole in questo libro sembrano nuove e inattese. Colpi di scena compresi.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973.  È laure­ato in Giurisprudenza e dottore di ricerca in Diritto europeo. Le sue opere sono in corso di pubblicazio­ne in diciotto lingue, pubblicate in quaranta Paesi e opzionate per il ci­nema. Il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, ha vinto il Premio Bancarella 2017. La serie (che comprende anche Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia) è in corso di pubblicazione in dodici lingue e in più di venticinque Paesi. La Newton Compton ha pubblica­to anche Inquisizione Michelangelo e Le sette dinastie, il primo romanzo della nuova saga che continua con La corona del potere.

La casa sull’argine di Daniela Raimondi (Nord Editore, 2020) a cura di Eva Dei

3 ottobre 2020 by

All’inizio del XIX secolo a Stellata, paesino lungo il corso del Po vicino Ferrara, arriva una carovana di gitani. Le forti piogge e un’altra serie di eventi portano gli zingari a fermarsi più del dovuto nel borgo e se questo prima scombussola non poco la quotidianità dei suoi abitanti, non passa molto tempo prima che entrambi i gruppi si adattino.

Senza che gli abitanti quasi se ne rendessero conto, il loro astio verso i nuovi arrivati si trasformò in abitudine. I vecchi morivano, i bambini nascevano e i giovani s’innamoravano senza badare troppo alle differenze. Fatto sta che, in poche generazioni, un terzo degli abitanti di Stellata si ritrovò nelle vene sangue zingaro.

Succede così anche per la famiglia Casadio, che in quegli anni vive poco fuori dal paese, in una località chiamata “La Fossa”, a causa del canale che segna il confine tra le province di Ferrara e di Mantova.
Giacomo, uomo solitario e malinconico, inguaribile sognatore, sposa Viollca, zingara dal fare spavaldo. I due non potrebbero essere più diversi; Viollca non rinuncia alle sue gonne colorate, ad ornarsi i capelli corvini con piume di fagiano, né ad alcune credenze gitane, come per esempio quella di lasciare fuori dalla porta un po’ di latte per il serpente buono, dalla pancia bianca, che protegge gli abitanti della casa. Giacomo accetta tutto di buon grado, tranne il ricorso alle pratiche divinatorie, obbligandola a riporre i tarocchi in una scatola in fondo all’armadio. Ma la nascita di Dollaro, il loro unico figlio, da avvio a una mescolanza di geni e caratteristiche che nemmeno Giacomo può fermare. Un destino più forte si compirà in seno alla famiglia Casadio. Viollca ne coglierà i segni alcuni anni dopo, consultando i tarocchi abbandonati.

Sentì che il messaggio si faceva più chiaro…Un’unione sbagliata…un matrimonio in seno a quella famiglia di sognatori…e una sventura enorme, una morte tragica…forse più di una, e legate a un bambino, o a una gravidanza.

Daniela Raimondi ci racconta la storia dei Casadio nel suo romanzo La casa sull’argine.
Già dal primo impatto (la grafica della copertina) il libro ricorda senza dubbio I leoni di Sicilia di Stefania Auci. Si tratta in effetti di due cronache familiari inserite in una cornice storica, ma una volta immersi nella lettura saltano agli occhi le prime differenze. Se i Florio sono una famiglia nota e storicamente conosciuta, non si può dire lo stesso dei Casadio, creazione di fantasia dell’autrice che solo per alcuni spunti si è ispirata a fatti storici o alla propria biografia familiare.
Anche la ricostruzione storica non ha la stessa rilevanza: più particolareggiata e centrale quella della Auci, meno predominante quella della Raimondi.
Lo sviluppo totalmente creativo della storia dei Casadio permette una maggiore libertà narrativa, alla quale segue una maggiore scorrevolezza nella lettura. La Raimondi inizia la sua narrazione nell’800 fino ad arrivare ai giorni nostri. La profezia di Viollca serve a creare un legame, una continuità tra le varie generazioni della famiglia, ma a suscitare anche mistero e interesse nel lettore. I fatti storici raccontati si inseriscono quasi sempre come agenti che modificano la vita dei personaggi e servono a raccontarci in maniera più fedele le loro vicende. Sono sicuramente secondari rispetto ai personaggi. A questo si affianca poi una sorta di “realismo magico”, dato dalla profezia e dalla ripartizione della discendenza: uomini e donne dai capelli biondi, l’incarnato chiaro e i capelli azzurri, i sognatori, provenienti dal ramo di Giacomo Casadio, e uomini e donne dalla carnagione più scura, capelli e occhi neri, con le doti divinatorie del ramo gitano.
A chiudere il cerchio e la storia possono essere solo due cose: l’avverarsi della profezia o l’unione dei due rami della famiglia in un’unica persona.

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna.
Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine è il suo primo romanzo.

Source: richiesto dal recensore all’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

Un viaggio italiano. Storia di una passione nell’Europa del Settecento, Philipp Blom (Marsilio, 2020) a cura di Viviana Filippini

2 ottobre 2020 by

Questa è la storia di un’ossessione. Una caccia all’uomo, un viaggio alla scoperta di un mondo dal quale ci separano trecento anni. Un’indagine sulle orme di una persona la cui vita e la cuimorte, spazzate via dalla risacca degli eventi, non sembrano avere lasciato alcuna traccia. Nessuna fonte, nessun autore hanno serbato il benché minimo ricordo della sua esistenza: rimane solo lo strumento che le sue mani hanno creato, e che ora vibra nelle mie”.

Il punto di partenza del libro di Blom, “Un viaggio italiano. Storia di una passione nell’Europa del Settecento” edito da Marsilio (collana I nodi), è un antico violino ritrovato (un po’ per caso) in un atelier di uno dei più grandi esperti del settore della liuteria. Uno strumento- a quanto sembra- prodotto in Italia, ma da un liutaio tedesco. Da cosa si deduce questo? Dal fatto che le forme del violino sono di chiara fattura teutonica, mentre il legno, la bombatura e la verniciatura sono del tutto italiani, anzi richiamano lo stile cremonese. Da questi indizi e dalla cittadina – solo in apparenza un luogo qualunque- di Füssen, in Algovia, ai piedi delle Alpi bavaresi, l’autore parte per una ricerca che lo porterà ad attraversare diverse località nella speranza di trovare maggiori informazioni su chi realizzò lo strumento a corde. Quello che traspare dalla lettura è la competenza di Blom nello svolgere un’indagine e ricerca storica che conduce i lettori a viaggiare attraverso il tempo, la storia (dalla Guerra dei Trent’anni si arriva ai giorni nostri) e i luoghi (dalla Baviera, ai Paesi Bassi, da Vienna a Parigi, fino a Venezia e Napoli) seguendo le rotte di uomini e merci in migrazione e in cerca di fortuna. Sì, perché leggendo le pagine dello scrittore nato ad Amburgo si scopre come molti liutai bavaresi (e non solo loro) cominciarono a spostarsi dai propri luoghi nativi per sopperire alla mancanza di lavoro, a causa di pestilenze, delle guerre, delle carestie o di catastrofi naturali che spingevano in passato le persone a migrare. Il lasciare la propria terra da parte di questi uomini è da vedere come un gesto necessario e, in un certo senso, obbligato per la sopravvivenza. Un partire per andare altrove in cerca di fortuna e di una nuova possibilità di vita e attività commerciale. Altro elemento centrale nella narrazione è la musica della quale Blom è un grande appassionato e con la quale ci racconta la trasformazione della composizione musicale avvenuta nel tempo, attraverso i grandi autori. Provate – se vi va- a leggere il libro dello storico giornalista ascoltando Mozart, Vivaldi e Beethoven (aggiiungerei anche Pachelbel) e vi renderete conto di come le note sì sono sette, ma è la creatività del compositore a fare di ogni brano un pezzo meravilgioso e unico. Altra particolarità del libro di Blom è che il suo viaggio mi ha ricordato un po’ il Grand Tour di Goethe, quel viaggiare alla scoperta delle bellezze d’Europa e d’Italia con l’aggiunta – in questo caso-, della ricerca dell’identità del liutaio per restituirlo alla Storia e farne memoria. Certo è che più ci si addentra in “Un viaggio italiano. Storia di una passione nell’Europa del Settecento” più si entra in contatto con usi, costumi, tradizioni e lavori artigianali (l’arte della liuteria) lontani ma, allo stesso tempo, ancora vicini, perché oggi chi realizza violini lo fa con la stessa passione, attenzione e dedizione del passato, mantenendo vivi insegnamenti, procedimenti e movimenti delle mani che si tramandano da secoli nel corpo, nella mente e nell’anima dei liutai. Traduzione Francesco Peri.

Philipp Blom (Amburgo, 1970) ha studiato filosofia, storia moderna e cultura ebraica a Vienna e a Oxford. Storico, giornalista, autore e traduttore, scrive per riviste e quotidiani europei e americani, tra cui il «Financial Times», «The Indipendent» e «The Guardian». I suoi libri, variegate e appassionanti ricostruzioni di storia culturale tra Europa e Stati Uniti, sono tradotti e recensiti in tutto il mondo, e gli sono valsi numerosi riconoscimenti. Per Marsilio ha pubblicato, nel 2018, Il primo inverno. La piccola era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700) e, nel 2019, La grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio editore.

Regine, draghi e guerrieri, la guida non ufficiale a Game of Thrones, di Elena Romanello

1 ottobre 2020 by

Sono appassionata di fantasy e di serie TV da anni per non dire da decenni, e ovviamente non potevo mancare di vedere nell’ultimo decennio uno dei cult, Game of Thrones, o Il trono di spade, ispirata alla saga di George R. R. Martin, di cui aspetto con spasmodica attesa gli ultimi libri, anche se comincio a perdere ogni speranza.
Nella mia ormai continua attività di scrittura sulla cultura nerd, geek e otaku, non potevo non occuparmi di Game of Thrones; avrei voluto aspettare che uscissero gli ultimi due libri e magari il prequel televisivo, ma visto che i tempi si dilatavano, ho preferito concentrarmi comunque su otto stagioni uniche e sul mondo ad esse collegate.
Ho intrapreso quindi un bel viaggio nel mondo di Westeros, senza dimenticare gli altri libri di Martin, molto interessanti, e i precedenti del fantasy in letteratura, cinema e soprattutto televisione. Ovviamente la guida alle otto stagioni, con episodi, interpreti, personaggi e tematiche, ha la parte del leone.
Ho apprezzato di Game of Thrones la costruzione di un mondo complesso con richiami a varie epoche storiche della vita reale, i personaggi, dove nessuno è un eroe assoluto, e i colpi di scena, oltre allo stile di realizzazione, davvero cinematografico: non sono molte le serie che hanno cambiato la televisione, Twin PeaksX-FilesLostBuffy, ma credo che a questa galleria bisogna aggiungere Game of Thrones.
La mia casata preferita è quella Stark, di cui amo in particolare Arya, una Lady Oscar in erba più spietata, ma apprezzo anche vari altri personaggi, come Tyrion, Brienne, Jorah Mormont e Petyr Balish, detto Ditocorto.
Riguardo al finale, io, da brava fan storica di Riyoko Ikeda, temevo un’ecatombe in stile Lady Oscar che non c’è stata, che non avrebbe risparmiato Tyrion e una sorella Stark. La morte di Daenerys era prevedibile, così come quelle di Jaime e Cersei, che avrei però voluto più eroiche e tragiche.
Ovviamente, adesso aspetto i prossimi libri e il prequel e chissà che poi non torni a scrivere qualcosa in tema, per ora mi sto occupando di streghe, di fantasy organizzato in maniera enciclopedica e di serie televisive fantascientifiche.

Addio a Terry Goodkind, autore fantasy di culto, a cura di Elena Romanello

1 ottobre 2020 by

Questo 2020 non certo fortunato si porta via anche Terry Goodkind, autore fantasy tra i più famosi e discussi della sua generazione, che ha creato il mondo de La spada della verità, una saga che l’aveva impegnato per oltre venticinque anni, con anche un prequel e uno spin-off.
Nato nel 1948, Terry Goodkind aveva avuto un’infanzia e un’adolescenza segnate dalla dislessia, cosa che non le aveva impedito di appassionarsi alla lettura prima e alla scrittura poi,nonostante avesse lasciato il college dopo anni di bullismo da compagni e insegnanti.
Nel corso della sua vita aveva lavorato come carpentiere, liutaio, artista e restauratore. Da una vita viveva al largo della costa del Maine, sull’isola di Mount Desert con la moglie Jeri, ed era proprio mentre costruiva la loro casa che aveva avuto la prima idea per la sua saga, piena di magia, scontri, personaggi indimenticabili e con una morale interna ad ogni volume.
Il mondo de La spada della verità è molto interessante, complesso, avvincente, ma anche molto crudo e violento, e l’autore aveva provocato polemiche e discussioni per questo, soprattutto per la compiacenza con cui descriveva crudeltà e stupri, oltre che per le sue idee politiche di destra, ispirate al movimento filosofico dell’oggettivismo, che in realtà mescola varie posizioni e idee.
In ogni caso i suoi libri sono comunque importanti nella narrativa fantasy contemporanea, e ispirarono la non fortunata ma simpatica serie La spada della verità, ideata da Sam Raimi, che edulcorava non poco la trama originale, in onda dal 2008 al 2010.
In Italia Terry Goodkind è stato pubblicato da Fanucci, in varie edizioni, e ultimamente con lo spin off da Newton Compton. Il suo sito ufficiale è Terry Goodkind.net

:: Segnalazione: Review Party di Matteo Strukul – 5 ottobre

25 settembre 2020 by

Liberi di scrivere partecipa al Review Party dedicato al libro La corona del poteredi Matteo Strukul in uscita per Newton Compton lunedì 5 ottobre, vi segnalo il banner dell’iniziativa che potete diffondere nei vostri canali:

:: Tre maestri di Goffredo Fofi (Marietti 1820, 2020) a cura di Nicola Vacca

25 settembre 2020 by

Goffredo Fofi, uno degli ultimi intellettuali liberi e veri, in un piccolo libro pubblicato in versione digitale da Marietti nella collana i Rèfoli, rende omaggio al Novecento ricordando quelli che per lui sono stati tre grandi maestri.
Tre maestri è l’omaggio a alcune grandi figure del Novecento italiano: Aldo Capitini, Renato Panzieri, Elsa Morante.
Aldo Capitini, filosofo e educatore sostenitore della nonviolenza, un pensatore che è stato un punto di riferimento per intere generazioni.

«Ho conosciuto molto da vicino Aldo Capitini, sono stato suo amico e a tratti collaboratore, e Capitini è stato indubbiamente una delle persone che più hanno influito sul mio modo di vivere e di ragionare. Non per questo mi sento in grado di poter offrire, sul suo pensiero, qualcosa di più che una testimonianza, e quel tanto di riflessione teorica cui ogni pratica sociale e ogni scelta individuale di intervento costringono. Non mi sono mai preoccupato di definire le mie posizioni rispetto a Capitini o alla nonviolenza, né credo di aver da dire molto in proposito. L’unico modo in cui ho creduto di poter render conto dell’insegnamento capitiniano è stato semplicemente quello di continuare ad agire culturalmente e politicamente, nella realtà italiana del nostro tempo, mettendo in pratica alcune delle cose apprese da Aldo».

Fofi con entusiasmo e tanta umiltà scrive del suo maestro e racconta in questo breve scritto la grandezza della sua umanità e l’attualità del suo pensiero.
Capitini insieme a Guido Calogero nel 1940 firma il Manifesto del liberal –socialismo, che influenzerà la nascita del Partito d’azione.
Fofi scrive che Aldo Capitini è stato l’unico personaggio di statura europea che abbia teorizzato la nonviolenza in anni in cui queste tematiche erano emarginate e soffocate.


«Quelli delle contrapposizioni tra democrazie borghesi, dittatura fascista e stalinismo, e poi quelli della polarizzazione post-bellica tra mondo borghese e mondo comunista, e in Italia tra mondo comunista e mondo cattolico negli anni in cui la situazione internazionale era di “guerra fredda”, lo scontro era tra un predominio democristiano ideologicamente molto duro e un partito sottoposto alle direttive staliniane».

L’utopia di Aldo Capitini non è stata compresa dalla cultura del suo tempo. Capita spesso ai grandi uomini abituati a ragionare con la propria testa e lottano sempre da uomini liberi contro le ortodossie del pensiero.
Raniero Panzieri, politico e scrittore, è considerato uno dei fonatori dell’operaismo.
Fofi lo incontra a metà degli anni cinquanta nella redazione di Mondo Operaio, la storica rivista socialista.

«Ma forse la “qualità” di Panzieri che più di tutte, nel tempo, mi ha affascinato era la sua ostinazione, la sua incrollabile e allo stesso tempo apparentemente svagata, non enfatica attenzione a mettere insieme, cucire e ricucire, aiutare a muovere, formare e riformare, in momenti non facili, gruppi che non scindessero mai tra loro teoria e pratica. Anche dopo le tante sconfitte di quel movimento operaio nel quale aveva così fortemente creduto, questo rimane il suo insegnamento fondamentale».

Ecco chi era il maestro Renato Panzieri per Goffredo Fofi, una delle intelligenze più vive della sua generazione, morto troppo giovane, a 43 anni, nel 1964. Come sempre accade, se ne vanno prima sempre i migliori.

«Elsa sapeva assai bene di essere uno «scrittore» e non uno «scrivente», un «poeta» e non un «letterato»; ma conosceva altrettanto bene i limiti della sua possibile azione quale scrittore e poeta – pure se quella era la «sua» vocazione, accettata e rivendicata, e considerata tra le altissime se non la più alta. La tensione che s’instaurava nelle sue idee – per esempio nei saggi fondamentali di quella raccolta – era quella tra un’analisi esigente e spietata, senza paraocchi di sorta, tutta verso l’estremo, l’essenza delle cose, e un progetto che non poteva che essere enorme, nella sua semplicità, conseguentemente all’importanza delle richieste che da quell’analisi scaturivano: la lotta contro il «sistema della disintegrazione», contro «l’irrealtà». Essere poeti non bastava. Bisognava fare di più, individuare altra presenza, altra azione nel mondo che non quella della parola. La poesia non era sufficiente a salvare gli Useppi e le Iduzze, a consolare i Davidi. Questa constatazione rende più alta la sua poesia, perché più grave ed esigente è la sua contraddizione».

Goffredo Fofi chiude il suo breve omaggio ai suoi maestri scrivendo di Elsa Morante e della sua lucidità nei confronti delle parole che metteva nei suoi grandi romanzi, diventati un pezzo importante della nostra coscienza di italiani.
La Storia, in quel dialogo straordinario con il suo tempo, la scrittrice cercava se stessa e la dimensione di un popolo e di una Nazione.
Fofi vede in Elsa Morante «una scrittrice più ricca, più densa, più originale di quella dei maggiori della letteratura italiana del secolo, si chiamino pure Verga, Svevo, Rebora o Pirandello o Gadda».
Una fuoriclasse con un grande fiuto sociologico, intelligenza politica e una franchezza crudele nel guadare attraverso i suoi libri in faccia la storia del nostro tempo.
Grazie a Goffredo Fofi per queste pagine sul Novecento che ci manca. Quello dei maestri la cui lezione non bisogna mai dimenticare.

Goffredo Fofi si è occupato di critica cinematografia e letteraria, ha diretto e fondato riviste di rilievo culturale e politico – da Linea d’ombra a Gli asini – e ha partecipato a molte esperienze di intervento sociale ed educativo dalla metà degli anni Cinquanta a oggi.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa.

Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo, Chae Strathie (Edizioni Lapis,2020) A cura di Viviana Filippini

25 settembre 2020 by

Chissà come vivevano i bambini nell’antica Roma. Cosa mangiavano, che giochi facevano, che rimedi usavano quando erano malati e cosa facevano a scuola. A raccontare tutto questo ai piccoli lettori ci pensa “Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo”, di Chae Strathie con le simpatiche e divertenti illustrazioni realizzate da Marisa Morea. Il volume edito da Lapis è suddiviso per sezioni: l’istruzione, i giochi, la casa, la medicina, gli animali domestici, gli imperatori, i gladiatori, la scuola. Un insieme di immagini e parole grazie alle quali il piccolo lettore di oggi è portato non solo a confrontarsi con i bambini dell’età di epoca romana, ma a scoprire quanto fosse diverso vivere nella città ai tempi degli Imperatori. Tra le cose curiose ci sono interessanti notizie relative all’igiene personale per esempio, perché si scoprirà che i bambini dell’antica Roma non usavano della carta igienica, ma una spugna spesso e volentieri condivisa. A scuola, in quei tempi si andava tutti i giorni, sette su sette, e non c’erano i quaderni con stampato sopra i volti dei cantanti o attori preferiti, ma venivano usate delle tavolette sulle quali si doveva incidere per scrivere. Altro aspetto interessante considerato dal libro è il tema del cibo, perché oggi molti bambini (a volte anche gli adulti) non amano mangiare la verdura, ma leggendo questo libro si scoprirà quanto fosse diversa l’alimentazione dei romani rispetto alla nostra e che forse è meglio mangiarsi un forchettata di spinaci o broccoli. Volete un esempio? Oltre al fatto di mangiare sdraiati su triclini, i romani apprezzavano la carne di ghiro o la salsa di pesce. Non manca nemmeno una sezione dedicata i giochi e ai gladiatori che scendevano a combattere nel Colosseo, resi diversi uno dall’altro dal copricapo che indossavano e dall’arma che usavano. Il libro è divertente, simpatico e molto piacevole alla lettura, perché utilizza una narrazione a tratti comica e scanzonata (mai banale però) per raccontare la storia del passato ai lettori del presente. Da ricordare che oltre al volume dedicato all’antica Roma, ci sono altri due libri di Strathie che hanno avuto al centro la vita dei bambini nell’antico Egitto e nell’antica Grecia. “Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo” è un libro interessante che aiuta ad imparare la storia in modo divertente e che accompagna il lettore bambino con semplicità e simpatia alla scoperta della vita nell’antichità aiutando chi legge a comprendere quanto fosse diverso il modo di vivere, vestire, studiare, mangiare e di curarsi nei dei bambini della Roma di 2000 anni fa. Partner del progetto di questo libro il British Museum. Traduzione Alessandra Valtieri.

Chae Strathie è un autore e giornalista per bambini pluripremiato, cresciuto in Scozia in un minuscolo villaggio circondato da una foresta. Vive a Dundee con tre gatti fastidiosi e un pesce rosso molto vecchio di nome Lazarus.

Marisa Morea è un’illustratrice freelance con sede a Madrid, in Spagnacon un diploma in un Master in Illustrazione alla Eina School di Barcellona nel 2009. Dopo alcuni anni  di lavoro come Art Director in diverse agenzie pubblicitarie, ha deciso di smettere e provare come illustratrice a tempo pieno.

Source: grazie all’ufficio stampa Lapis.