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:: Il punto B – Memorie da una città del Nord di Annalisa Scaglione

6 ottobre 2020

Si parte.

Piove da settimane, che al mare fa triste, e anche l’idea di una “due giorni” al gelo di una città straniera  mai visitata pare allettante, soprattutto se siamo quasi vicini a Natale e ci si aspetta quel clima nordico così suggestivo e romantico da scaldare il cuore. Il corpo no. Per quello ci sarebbero le Maldive, ovvio, e non per 48 ore, per almeno una settimana.

Per fortuna ho il colbacco. Quello di mio padre, in pelo di volpe, una vera volpe provvista di coda che, grazie al senso estetico di mia madre, è stata tagliata tempo fa, rendendo il copricapo un po’ più prêt à porter, per così dire. Forse papà, spirito mai tramontato di giovane marmotta, se ne fregava appieno. Ma, effettivamente, presentarmi all’aeroporto di Milano con una lunga coda di pelo dalla nuca al sedere … beh, forse forse potrebbe crearmi qualche problemino di inadeguatezza. Mon dieu, lungi l’idea di competere con il continuo e abituale viavai di splendide figliole che animano ogni angolo del capoluogo lombardo ma, ecco, quel minimo di autostima che ancora sopravvive in me sconsiglia il look marmotta. Meglio il taglio netto e passare inosservate.  

La pioggia al mare dissocia. La nebbia a Milano ha la magica prerogativa di farti sentire al posto giusto. La vedi – non vedi – e sai dove sei. Anche quei pinguini che cercano di abbracciarmi nel tragitto dal parcheggio al terminal sanno il fatto loro: confondo il gelo con le loro beccate che  magicamente mi guidano alle porte automatiche. Il gate è lì, l’aereo parte fra due ore.

Vi ringrazio, signori.

Destinazione: Berlino.

E questo è il primo punto. Lì fa ancora più freddo. E nevica! Ma dai che bello, che cosa dolce questa neve sulla faccia. Pizzica un po’ per il venticello che soffia a 80 km orari, ma che vuoi, l’ebbrezza di due giorni di svago, una città da esplorare, l’alberghetto tanto carino sono prospettive che mi riempiono di sano entusiasmo. Sì, certo, sono stanchina, perché sono le 21.30 ora locale, che poi è quella di Genova dove piove e quella di Milano dove non si vede a un metro, sono sveglia dalle cinque di questa mattina, ho fatto su le ultime cose e la mattinata complicata in ufficio non ha giovato… taxi! Ne vedo solo uno, bello pronto. L’albergo è vicino, in cinque minuti ci sono. E già assaporo quei bei piumotti nordici, quelli che non si capisce dove siano le lenzuola perché è tutta una cosa sola, tanto soffice e delicata, tanto da pubblicità di gente beata che salta e si tuffa in pigiama su lettoni che sembrano nuvole di panna montata. Ora che ci penso ho anche fame, dopo la doccia ci starebbe benissimo una bella salsiccia con i crauti. Tanto con questo freddo il mio corpo consuma, nel disperato tentativo di mantenere la temperatura su quei 37 gradi che mi assicurano la sopravvivenza.

Taxi! L’autista esce dall’auto e apre il portabagagli, sporge la testa in fuori e mi sorride. Gli manca un incisivo superiore. È turco. “ Guten abend”, lo approccio nel mio improvvisato tedesco. Risponde, è fatta, ci capiamo.

E lì, in quel momento quasi perfetto, non sai, non puoi sapere che la bella sensazione che stai provando può rovinosamente precipitare. Non sai che quella semplice, banale certezza – ora salgo sul taxi e in un lampo arrivo a destinazione – si sta trasformando in un incubo.

Il turco storce il naso. Ripeto il nome dell’albergo – Berlin, santi numi, è facilissimo! Berlin! ...

Non sa dove sia.

Come?!?!? Ecco, lo sapevo, non ti puoi fidare di internet, lo dice anche mia nonna. Tiro fuori il foglio stropicciato, la conferma della mia prenotazione con tanto di figurina in bianco e nero di Google Maps e glielo sbatto sul muso. Sai leggere? Hotel Berlin, solo 1,3 km da qui. Uno scherzetto!

Mi guarda allibito  – santi numi che cosa ho detto.  Mi guarda dritto negli occhi e in un perfetto inglese parte nella risata più crassa e sguaiata che abbia mai visto. Mi sento stupida. Perché mi tratta così? Me lo dice subito, è chiaro e diretto, il classico uomo che sa fare male. Non mi porterà. Per un chilometro punto tre di distanza lui non si muove, lui il motore nemmeno lo accende. Un signore, il principe che ho sempre sognato, il poeta della mia anima stanca. Rimango senza parole. E questa è una cosa grossa, perché non è da me restare a bocca aperta, al gelo, di notte, con le valigie, davanti a un uomo senza un dente. Ma questo maschio, evidentemente, è diverso. Il turco mi spiazza. Mi osservo da fuori, ho lo sguardo da ebete e l’espressione pure. Mi sembro innamorata all’istante. Eh no, da dentro mi vedo meglio e niente è così lontano dal concetto di amore come quello che provo ora. Mi incammino, incredula, verso la mia sconosciuta destinazione.

Ed ecco il secondo punto: qual è la mia disperata destinazione? Quello laggiù, grandissimo palazzone anonimo, ha sopra una scritta rossa, molto luminosa, ma il lieve strato di ghiaccio che si sta formando tra la lente a contatto e il mio globo oculare non aiuta nella corretta percezione dei caratteri …hotel….Berlin? Certo che no. Quindici minuti per trovare l’uscita dal parcheggio dei taxi, sette per attraversare la tangenziale che appena intuisco e oltrepasso senza pensare, con un urlo silenzioso auto incoraggiante, idiota come un manager sui carboni ardenti. Si chiama City. Non è il mio. E in effetti non corrisponde a quello della foto che ho portato con me. Torno indietro. Due punkabbestia – non capisco il sesso ma fa niente – sembrano gestire il parcheggio dell’aeroporto, o forse si sono messi un attimo al riparo dalla tempesta atmosferica in corso, perfettamente in linea con quella del mio animo (a distanza di tempo posso affermare che la simbiosi con la natura è una vera stronzata, in certe circostanze). Non importa perché siano lì, l’importante è che ci siano, che parlino almeno un yes e un no in inglese e che sappiano, di grazia, verso quale rotta mi tocca lanciarmi per raggiungere il mio hotel. Faccio la domanda, con il tono più perentorio di cui sono capace, sicura, decisa. O mi rispondete o vi stacco il piercing, ma questo lo lascio solo intuire. L’uomo, credo sia l’uomo, lo sa: un chilometro e mezzo sulla tangenziale maledetta, girando alla sinistra del semaforo, quello che avevo già attraversato circa venti minuti prima nella speranza di aver individuato subito l’albergo.

Bene, ora ho una meta. Perché, effettivamente, quello che mi più mi infastidisce, così, in generale, è non avere uno scopo ben preciso nella mia quotidianità. Questo senso di vuoto io proprio non riesco a reggerlo.

E mi sento vicina ad Amundsen, con il trolley al posto della slitta e i miei pensieri che abbaiano come i suoi cani. Per fortuna il colbacco resiste.

Nella via a veloce scorrimento di cui sopra, uno stradone talmente triste che il cuore quasi si conforta al ricordo delle tangenziali milanesi, sento che non devo demordere. E poi, che cosa dovrei temere? Sono adulta, in forze e mi sono fatta, in gioventù, ben due interrail e una decina di viaggetti da sola. Parlo cinque lingue, tedesco e turco a parte si capisce, e da sempre sono pervasa da un profondo sentimento cosmopolita che mi identifica con “la sorella gemella del mondo”.

Ecco, a questo proposito, in questo preciso momento, vorrei rivedere questa mia posizione.

Il suggerimento in tal senso mi è presto fornito dalla sorte nell’unico locale pubblico aperto nel deserto di cemento e capannoni che sto attraversando. Sono abbastanza esausta, infreddolita e disorientata, dopo venticinque minuti di marcia forzata senza incontrare anima viva. Decido di varcare quella soglia che mi separa dalla realtà, di affacciarmi per un attimo in un locale pieno di esseri umani. Entro. L’odore di montone infilzato e cotto per ore e ore me lo fa capire subito: sono umani, sì, ma turchi, e parlano fra di loro in maniera incomprensibile. In altre occasioni avrei ordinato al volo un sano kebab “only onions”, la mia passione gastronomica delle estati in Inghilterra. Ma ora sono in Germania e, a quanto pare, l’impero Ottomano mi perseguita. Mi avvicino al banco ma non ordino il sacro montone. Ruoto gli occhi intorno, con la rapidità della fase rem. Sono l’unica donna, ma il capo è coperto, provvidenziale colbacco! E azzardo la domanda – l’Hotel… – che esce più come un’invocazione, una sorta di preghiera a tutte le divinità del cielo. Avranno pietà di me? Si avvicinano in quattro o cinque, ma io l’ho chiesto al ragazzo del banco, non incrocio gli sguardi, tieni giù gli occhi, parlano inglese con me grazie al cielo, turco e tedesco fra di loro, alzano le voci, muovono le braccia in varie direzioni, sud, nord, forse sud-est, io lì che prego per una risoluzione pacifica del conflitto che proprio non volevo creare. «Three kilometers from here, back», sentenzia perentorio il ragazzo del banco con il grembiule macchiato di strutto e, troncando ogni discussione, sbatte sul banco un boccale di birra da tre litri. Che non è per me.  

Ringrazio ed esco. La tensione è alle stelle. Il vento incalza e la mia rabbia pure. Tre chilometri da qui, opposto senso di marcia? Devo tornare indietro, rifare tutto daccapo, anche i punkabbestia saranno andati a dormire (nel delirio li immagino arrotolati nel mio piumotto, nella mia stanza, nel mio hotel). Non posso, non voglio credere a quanto mi hanno detto. D’accordo, la verità fa sempre molto, molto male quando è completamente divergente dalle tue aspettative, e quando sei snervato dentro è proprio insopportabile. Non cedo al pianto e mi convinco che i turchi mi abbiano mentito. Davanti al locale si è fermato un taxi che prima non c’era. Un piccolo accenno di speranza. L’autista è seduto dentro, e io busso al finestrino. Un ometto piccino, biondiccio con gli occhi azzurri. Bene, forse è un taxista più del luogo, altezza a parte, e ciò mi può finalmente aiutare, fornire la chiave di questa assurda caccia al tesoro. Mi preparo psicologicamente a offrirgli una corsa doppia, tripla se è il caso, e gli indico sul foglio bagnato zuppo della prenotazione il nome del mio hotel. Un secondo di silenzio e lui, senza nemmeno avvisare, mi vomita sulla faccia una valanga di parole durissime, cattive, tedesche. Esce dalla macchina, sbatte la portiera e, con un grugnito che suona come il più popolare degli inviti a viaggiare, se ne entra per un kebab.

Rimango lì, ancora una volta basita.

Spirito cosmopolita? Sorella gemella del mondo? Qui no, qui non vale. Secondo me sono alieni.

E ora il punto è che vorrei chiamare a casa, i miei, gli amici, le persone che amo e anche quelle che amo così così, per avvisare tutti immediatamente. Chiudete le finestre, sbarrate le porte, non comunicate e non pensate! L’invasione è cominciata e, se tanto mi dà tanto, questi possono arrivare fin là… Ma sono sfinita, l’ho già detto, e riesco a pensare soltanto a me stessa. Prendo il cellulare e digito il numero dell’hotel, l’ho stampato per sicurezza. È un rischio, ne sono consapevole, perché non so come potrebbero reagire al mio disperato bisogno di aiuto.

Al terzo squillo mi aspetto un banalissimo Hallo, Hotel Berlin, Guten Abend, ma no. La risposta della fräulein dura circa due minuti di parole incomprensibili – e di euro di chiamata che per me è ovviamente internazionale, senza contare l’obolo aggiuntivo di € 1,00 che il mio implacabile gestore si trattiene. Non riesco a fingere, la mia voce trema nell’approccio telefonico in inglese. Calma e concentrati. Respira forte. Va tutto bene, ma il training autogeno non funziona, quando torno mi faccio restituire i soldi del corso. Purtroppo è con tono disperato e confuso che cerco di spiegare l’incresciosa condizione in cui mi trovo e non commuovo, com’è da aspettarsi. Alla voce metallica della receptionist descrivo minuziosamente tutto quello che vedo intorno, nel tentativo disperato che capisca dove sono, che chiami i soccorsi, una muta di San Bernardo, che mandi un elicottero! Ma nei paraggi non ci sono segni particolari, nessuna macchia di colore nella desolazione che mi circonda.

Mi chiede se ho una bussola.

?

E spasmodicamente comincio, con le mani assiderate – i guanti sono nel trolley, in aereo si schiattava dal caldo – a scavare nelle mie tasche. Wait a moment, please, che ora la trovo ‘sta bussola. Fazzoletti, biglietto del treno Chiavari – Genova Brignole che è qui dall’anno scorso, scontrino del parrucchiere, cinque centesimi e un mezzo pacchetto di chewing-gum ghiacciati, talmente duri che non oso metterli in bocca, pena mutuo immediato per sostenere l’ennesima seduta dal dentista che da anni alimento e mantengo (pare che ultimamente si sia comprato una Porsche e mi sento dannatamente responsabile di questo suo avventato acquisto). C’è un buco nella tasca del piumino e lo chiarisco alla fräulein: la bussola mi è scappata da lì.

Non ride, e francamente adesso nemmeno io.

E a questo punto, all’improvviso, il punto di vista cambia, mi si riaccende la fiammella della speranza. Alzo gli occhi e la vedo, come per miracolo. La pompa di benzina! Sì, vai, ci siamo! Ora glielo dico, la fräulein avrà fatto il pieno almeno qualche volta, dico, se lavora qui vicino l’avrà fatto, no?!? E allora sa dove sono e mi aiuta… sì, forse… ecco… proprio adesso mi assale un’ansia assurda. E cado, cado rovinosamente sul particolare, il dettaglio che può fare la differenza e salvarmi. Io-non-mi-ricordo-come-si-dice-pompa di benzina- in-inglese.

Vuoto assoluto, buio completo. Sono finita.

Per inciso apro un inciso, piccolo, solo una parentesi tonda, per mettere nero su bianco il mio attuale bisogno di certezze. La situazione è complessa e io sono stufa. Non si può passare dalla disperazione alla speranza con questa velocità. Mi scopro a pensare, con maggiore intensità, a un’idilliaca condizione di pace esistenziale. Magari nel mio albergo. Starò crescendo.

Avrò detto qualcosa di significativo, anche se non me ne sono accorta, perché la ragazza, all’improvviso, smette di farmi domande sul mio essere qui o e lascia i punti interrogativi per il più rassicurante dei punti. Quello fermo, fisso, il punto classico, insomma.

Left.

È risoluta e la cosa mi dà coraggio. Devo stare sulla sinistra del vialone e proseguire solo per altri quattrocento metri, una sciocchezza dopo i chilometri fatti, e, sempre secondo lei, trovo l’hotel.

Non mi posso sbagliare, dice. Non mi devo sbagliare, penso.

Il punto, un altro, è che io non so contare i metri.

Non perché io non sappia contare fino a quattrocento – chiaro che mi rompo ma ce la faccio – quanto perché proprio la misurazione dello spazio con i suoi parametri annessi e connessi mi è incomprensibile. Tutto quello che riguarda numeri e conti mi è oscuro. È come se una parte del mio cervello fosse assolutamente spenta, o mai stata creata, o che ne so. Il bello è che non me ne importa assolutamente niente, questione di forma mentis, la mia, e non mi sono mai buttata giù per questo. Il brutto è che questo mi ha sempre creato qualche problemino, sia con la matematica di cui non ho mai capito l’utilità, sia di comunicazione in certi casi (certo signora, la lanterna è famosissima, guardi è poco più in là, saranno…cinquanta metri, però non so se a quest’ora la fanno visitare. Ma lei vada, provi, tanto è qui vicino… Giusto quei tre chilometri dalla piazza del centro, dedalo di vicoli dove non batte il sole. I più bei quartieri del mondo per me, ma non so se la malcapitata turista, un po’ troppo ben vestita per la casbah da attraversare, l’avrà pensata così).

Comunque, a occhio – il mio! – e croce, secondo me sui quattrocento metri ci sono. L’albergo no. Tristezza assoluta, palazzoni di uffici ovviamente vuoti a quest’ora, buio sconfortante.  Mi siedo sul trolley, in silenzio, nella speranza che un angelo mi venga in soccorso. Si sa, gli angeli con Berlino vanno a nozze, fatto che francamente non mi spiego, e allora perché mai non dovrebbero aiutare me? Perché sono straniera?

Un sussulto di disperazione occupa momentaneamente il mio stomaco vuoto. La temperatura della faccia rasenta i – 10°C che, sempre per il problema di misure a cui sopra ho accennato, potrebbero anche essere meno. Di più no. Se solo mi esce una lacrima mi ritrovo un solco al primo disgelo e non conviene, perché in questo momento il chirurgo plastico si colloca tremendamente fuori dal mio budget.  

Dall’altro lato della strada intravedo una casa tanto carina, una specie di miraggio nel deserto dell’orrido. Sembra quella delle favole, ha mille lucine di tutti i colori e tende rosse alle finestre. Intuisco un bel camino acceso, sicuro che dentro fa caldo. Ha un aspetto così gentile! Certo non può essere la mia meta perché quel bonbon di casa è senz’ombra di dubbio a destra, e la mia meta si trova left, left, left.

E a questo punto mi sento guidata, saranno gli angeli, mi hanno ascoltata? e mi lancio senza nemmeno arrivare al semaforo verso quella visione provvidenziale. Apro la porta e mi ritrovo nel ristorante più tipico che potessi immaginare, candele accese, atmosfera rassicurante. C’è anche un presepe per terra e rimango male per il mio involontario calcio al bue che sta egregiamente svolgendo il suo compito. La ragazza in abito tradizionale, grembiulone e maniche a sbuffo, mi sorride, vedendomi entrare. Sorride? Fisso lo sguardo al cartellino appuntato sul decolleté bello pienotto: Heidi. E come potrebbe chiamarsi altrimenti?

Heidi guarda, mi vedi? io sono davvero disperata non so dove sono che cosa faccio ho anche un filo di crisi esistenziale ma questo non è il momento di parlarne lo so … vedi Heidi tu mi hai sorriso e ora è logico che mi aiuti perché non so quanto posso andare oltre sto vivendo un incubo e mi sento stanchissima sola vuota ho fame e voglia di dormire sai Heidi anche di farmi una doccia se posso concedermi un piccolo lusso ma non chiedo di più va bene così ecco… se solo tu cortesemente potessi dirmi se sai… «DOV’È L’HOTEL BERLIN?».

Mi dice che siamo nel ristorante dell’albergo, che devo solo attraversare il corridoio, aprire la porta, attraversare il cortile, entrare da un’altra porta che mi trovo di fronte, ecco vede, quella dove c’è l’insegna dell’albergo, e lì trovo la reception.

Mi viene quasi da ridere, ma ho la consapevolezza che si tratti di una reazione isterica.

Grazie Heidi, sono arrivata.

Annalisa Scaglione è nata nel 1970. Laureata in Giurisprudenza, vive e lavora in Liguria. Nel 2020 è stato pubblicato il suo primo romanzo, “La partita va giocata” (Ed. Scatole Parlanti).