:: Lady Chevy di John Woods (NN Editore, 2021) a cura di Fabio Orrico

22 gennaio 2021 by

Amy Wirkner ha diciotto anni, vive a Barnesville, una piccola città dell’Ohio, militarmente occupata da un’azienda petrolifera che, per poter praticare il fracking, ha preso in affitto i terreni di quasi tutti gli abitanti, famiglia di Amy compresa. Le conseguenze, seppure non affrontate in tribunale, sono terribili, nascono bambini deformi (il fratellino della nostra protagonista, per esempio), la gente muore di cancro. Non è tutto: Amy ha pochi amici, è costantemente bullizzata dai compagni di scuola perché è obesa e infatti sulla copertina del bell’esordio di John Woods campeggia come titolo il suo soprannome: Lady Chevy. L’epiteto, non proprio lusinghiero, è dovuto al suo fondoschiena, ingombrante e massiccio come una Chevrolet.
Ennesimo spaccato dell’America profonda? Anche, ma non solo. Woods dimostra al primo romanzo una maturità di stile e una fluidità di racconto impressionanti. Da un lato accetta passivamente i cliché che un determinato contesto sociale si porta dietro, nel nostro caso i bifolchi tutti bibbia e fucili, razzisti e fortemente tentati da folli teorie del complotto (e la cronaca dei nostri giorni è lì a ricordarci che non sono clichè innocui, anzi, forse non sono nemmeno clichè in senso stretto), dall’altro se ne fa forza, riposizionandoli in una prospettiva antropologica. Alternando la prima persona di Chevy, credibilissima e piena di sfumature, con il resoconto parallelo delle vicende di Hastings, un poliziotto dalla cupa e oscura morale, Woods dipana un racconto di formazione nerissimo, inscritto in una tradizione di sangue e violenza.
Chevy, dicevamo, ha pochi amici, sostanzialmente due: Sadie, la ragazza più popolare della scuola, praticamente il suo esatto contrario, e Paul, bellissimo e idealista, amore non corrisposto ma presenza costante nella vita della ragazza e occasionalmente spalla cui appoggiarsi nei momenti duri. Il padre di Paul sta morendo di cancro a causa del fracking e il ragazzo vuole vendicarlo con un atto di ecoterrorismo ma ha bisogno di un complice: Amy, naturalmente. Andrà malissimo. E qui è bene fermarsi perché trama e sviluppi meritano di essere goduti leggendo, abbandonandosi al presente storico usato da Woods con tanta sapienza che, quasi, potremmo pensare che la storia si stia mano a mano costruendo sotto i nostri occhi.
Amy ha una sorta di mentore, suo zio Tom, reduce dall’Iraq, suprematista bianco con bunker sotterraneo di serie, in caso che gli Stati Uniti, ormai percepiti come una nazione in decadenza, razzialmente compromessa, dichiarino guerra. Ma il vero incontro che cambierà la vita della ragazza e getterà una luce nera sul suo futuro è quello con Hastings, amico dello zio, meno vistoso nell’enunciare le sue filosofie deviate ma più dolorosamente estremo nel metterle in pratica. La scena del dialogo tra i due, a un terzo dalla fine, è semplicemente magistrale, così come splendido è il lungo, ritmato capitolo, in cui Woods elenca i fatti di cronaca nera di una normale settimana a Barnesville, la follia che sembra pervadere ogni angolo della contea, tanto da renderla una succursale della kinghiana Castle Rock. Con una differenza: Barnesville esiste e la scorciatoia del soprannaturale non è prevista.
Il retaggio di violenza che informa la vita di Amy d’altra parte ha un suo patriarca, il nonno materno del quale circolano inquietanti fotografie negli album di famiglia: sfogliandoli ti imbatti in una normale riunione familiare, un picnic, una gita al luna park, cose del genere, poi volti pagina ed ecco il vecchio abbracciato alle due figlie e alle loro spalle una croce incendiata che illumina un uomo di colore impiccato. Il tutto ordinatamente messo in serie accanto alle immagini più banali. L’orrore: una dimensione che Woods riesce a rendere così tremendamente quotidiana da inabissare il suo romanzo dentro correnti di pensiero metafisiche, pure astrazioni. Probabilmente il segreto della riuscita del libro è proprio la capacità di mostrare crudeltà, deviazioni, bontà e capacità di cura tutte fuse insieme, senza frizioni, con inaspettata coerenza. Una soluzione che, si indovina, non è suggerita dalla voglia di sorprendere ma dalla conoscenza profonda della propria materia di indagine. Il male, sembra volerci dire l’autore, non riesce a scalfire quanto di tenero c’è in un amore adolescenziale o nella lealtà che si instaura tra i reietti della società. Woods è bravissimo a raccontare entrambi i lati del cuore umano, le parti presentabili della nostra personalità, così come quelle di cui ci vergogniamo, lo fa senza moralismi o gerarchie, con la consapevolezza che l’essere umano è una macchina complessa, in cui c’è posto per la grazia e per la ferocia. Come nella vita.

John Woods è uno scrittore americano. È cresciuto in Ohio e si è laureato all’Ohio University. Suoi racconti sono stati pubblicati su Meridian,Midwestern Gothic, Fiddleblack e The Rag. Lady Chevy è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa NN editore.

La mia riscossa delle nerd di Elena Romanello

22 gennaio 2021 by

riscossaUna delle poche cose positive che mi ha aiutata in questo brutto periodo è stata ed è la scrittura, ed è per questo che sono contenta di annunciare che il 2021 inizia con l’uscita per NPE Edizioni del mio saggio La riscossa delle nerd, dedicata alla cultura del fantastico al femminile, infatti ha come sottotitolo La storia del girl power nell’era dell’intrattenimento.
Il libro nasce come risposta amichevole al simpaticissimo I nerd salveranno il mondo di Fulvio Gatti, uscito per Las Vegas edizioni, dove l’autore citava icone e storie, ma tralasciava il fandom otaku, quello legato a manga e anime, fondamentale per tantissimi e tantissime di noi, e l’apporto dato da noi donne agli universi del fantastico.
Conoscevo Edizioni NPE da tempo per l’ottimo lavoro di divulgazione che ha fatto sulla cultura legata ai fumetti e quindi sono onorata di far parte della loro squadra. Il libro tra l’altro è anche illustrato con varie immagini interne, che ho contribuito a cercare e rielaborare, facendo quindi un lavoro a tutto tondo di tipo editoriale.
Sono partita dall’idea che l’immaginario fantastico ha contribuito a scardinare gli stereotipi di genere e a creare nuovi modelli di protagonismo, creando poi anche un fandom al femminile creativo, influente e sempre più ampio. Questo è successo a me e tante altre bambine e ragazze, che abbiamo scoperto che c’erano mondi fantastici da scoprire e esplorare e protagoniste molto intriganti di cui seguire le avventure.
I personaggi di cui parlo sono tanti, di epoche diverse, da Alice nel paese delle meraviglie a Wonder Woman, da Ellen Ripley a Sailor Moon, da Lady Oscar a Scully, da Lamù a Buffy, da Leia a Clarice Sterling, da Xena a Daenerys, da Jolanda la figlia del corsaro nero di Salgari alla Doctor Who donna, senza dimenticare però le tante autrici del fantastico e chi sta cercando oggi una strada nei settori del fantastico partendo dalla propria passione e creatività. Per la cronaca mi metto dentro anch’io a questo giro, mi spiace solo non essermi data da fare anni prima.
In attesa che torni il mondo nerd nella vita reale, con fiere ed eventi, io propongo questo libro, che va ad aggiungersi agli altri due usciti nell’ultimo anno, la guida ad Once upon a time per Yume e quella per Game of  Thrones di Ultralit. Sto già lavorando a nuovi progetti, entro l’anno uscirà un saggio sulle streghe nell’immaginario fantastico sempre per Yume, sto proponendo in giro la mia Enciclopedia del fantasy e ho già cominciato a scrivere tre nuove cose, un saggio sulle serie TV di genere urban fantasy, uno sui serial di fantascienza e uno sulle donne guerriere. Tutte, ovviamente, cose da nerd.

:: Lo sguardo avanti – La Somalia, l’Italia, la mia storia di Abdullahi Ahmed (Add Editore 2020)

21 gennaio 2021 by

“Sono Abdullahi Ahmed, sono nato a Mogadiscio, in Somalia. Voglio raccontarvi una parte della mia storia che a me piace definire “la ricerca della felicità”, perché non si può essere stranieri per sempre.”

Quando Abdullahi parte da Mogadiscio ha 19 anni. Alle spalle si lascia una nazione nel pieno di una guerra civile in cui è difficile capire le forze in campo e vedere una speranza oltre agli attentati e alla distruzione. La sua idea è raggiungere un posto in cui poter studiare e mettere da parte qualche soldo che serva a dare un futuro a lui e ai suoi fratelli. Il viaggio che affronta passa attraverso l’inferno del Sahara, la Libia e un attracco a Lampedusa dove verrà accolto e caricato su un aereo per la destinazione che qualcuno ha pensato per lui: la provincia di Torino. Comincia da qui la nuova vita di Abdullahi, a Settimo Torinese, dove diventa un cittadino attivo dedicandosi al lavoro di mediatore culturale e impegnandosi nelle scuole dove ha incontrato migliaia di studenti per parlare di migrazioni, accoglienza, culture, popoli, diritti. Nel 2016 diventa cittadino italiano.

Tra gli obiettivi più importanti raggiunti da Abdullahi, ci sono il Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene e l’associazione Generazione Ponte con la quale fa dialogare i ragazzi somali con quelli italiani, per scambiare punti di vista ed esperienze, guardando all’Europa come luogo del possibile. Dopo tredici anni, Abdullahi si sta preparando a tornare in Somalia con alcune borse di studio per i ragazzi di Mogadiscio che ancora devono costruire il proprio mondo.

Il libro è una storia e un punto di partenza, pensato anche come strumento didattico, che unisce il racconto di un viaggio e la bellezza di un approdo, la paura per un futuro difficile da immaginare e la gioia di lavorare per migliorare la vita degli altri.

Abdullahi Ahmed, nato a Mogadiscio nel 1988, è arrivato in Italia nel 2008. Oggi è cittadino italiano e ideatore del Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene, un racconto collettivo di pratiche vincenti per superare il razzismo e la discriminazione e promuovere una cultura europea fondata sui valori della pace e dell’accoglienza. Uno degli obiettivi del Festival è portare sull’isola la voce di rifugiati e richiedenti asilo.

:: Un’intervista con Barbara Panetta a cura di Giulietta Iannone

20 gennaio 2021 by

Benvenuta Barbara, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua famiglia.

Amo viaggiare e conoscere altre culture. I miei studi sono prettamente linguistici. Vivo con la mia famiglia a Londra, e le mie figlie sono cresciute trilingue. Prima che loro nascessero, lavoravo nel marketing internazionale, ora mi dedico alla scrittura.

Che tipo di capacità si sviluppano nelle persone che parlano contemporaneamente due o più lingue, magari apprese nella primissima infanzia?

Apprendere una lingua da piccoli è un processo spontaneo e naturale. Invece se si impara da grandi diventa un vero e proprio studio. Conoscere una o più lingue straniere significa aprire la propria mente in tutti i sensi, anche ad altre culture. Ricordo che, in un corso di linguistica, l’insegnante descrisse l’interno del cervello di chi conosce più lingue come un fuoco d’artificio, pieno di stimoli.

L’interesse per la psicoanalisi ti ha portata a dedicarti alla scrittura, è vero? Sei più freudiana o junghiana?

A livello culturale, il mio interesse per la psicologia e la psicanalisi ha influenzato senz’altro il mio modo di scrivere, con riferimento ai simbolismi e ai parallelismi quindi anche alla psicologia analitica. Diciamo che Freud e Jung sono due letture diverse della psicopatologia che mi hanno sempre molto affascinato.

Sei autrice di un libro illustrato per bambini dal titolo La Promessa di Chloe, in versione bilingue italiana e inglese. Come è nato il tuo interesse per la narrativa per l’infanzia?

Quando le miei figlie erano piccole, dedicavo tanto tempo alla lettura di storie per bambini e il più delle volte erano libri illustrati in inglese che traducevo per loro in italiano, per farle crescere bilingue. Alcune storie le inventavo, e una di queste è La Promessa di Chloe che, a suo tempo, non aveva un titolo. Alle mie figlie la storia era piaciuta molto, tanto da condividerla con le loro amichette e con le maestre dell’asilo, che mi chiesero in prestito il libro per leggerlo in classe, ma non era ancora un libro, era appunto, solo una storia inventata. Forse quella è stata una motivazione.

Come è nata la creazione e la storia del tuo libro, La Promessa di Chloe?

Ero in giardino, osservavo delle formichine lavorare duramente. Ho pensato: che bello sarebbe se potessero prendersi una pausa! Poi ho associato questo pensiero ai bimbi di oggi che crescono in un mondo competitivo e di corsa e, secondo me, dovrebbero essere più spensierati e più bambini. Così è nata la storia di Chloe e dei suoi fratellini.
La creazione del libro è nata invece dall’esigenza di aiutare i bambini bisognosi. Ho deciso di pubblicare la versione cartacea di La Promessa di Chloe durante il periodo del primo Lockdown e destinare il ricavato delle vendite a un’associazione di beneficienza britannica che supporta bambini molto malati, la Momentum Children’s Charity. Questo libro è anche il mio contributo a tutti i bambini del mondo. Per questo esiste un video libro gratuito sul canale YouTube di Ant Chloe con i sottotitoli in diverse lingue in modo che tutti i bambini possano vederlo.

Anche gli acquarelli sono tuoi?

I disegni sono miei, ho illustrato il libro ad acquarello, senza troppi interventi digitali, usando una prospettiva elementare e alla portata dei bambini per favorire una comunicazione immediata tra i piccoli e il mondo degli adulti. La scelta dell’acquarello non è casuale, l’acquarello riproduce dei colori tenui e piacevoli per i bambini.

Che storia racconta questo libro? C’è una morale sottesa?

Come dicevo prima, in un’era molto competitiva, dove si fa a gara per primeggiare, ho ritenuto di grande importanza trasmettere sia il valore della disciplina sia quello del rispetto e in un mondo che ci corre dietro e non si ferma mai, l’importanza di una pausa, quindi di un momento di riflessione è fondamentale. Mantenere una promessa e rispettare un impegno sono valori molto importanti che ogni bambino dovrebbe acquisire nella propria educazione. La morale di questa storia è stata studiata insieme alla psicologa infantile Dottoressa Giovanna Campolo, per assicurarmi che fosse idonea per i bambini.

I bambini imparano a leggere e scrivere in inglese sui libri come il tuo. Che sensazione ti dà questa consapevolezza?

Bellissima! L’iniziativa è partita dall’Istituto Comprensivo Alvaro Gebbione di Reggio Calabria e poi si è estesa ad altre scuole. Vorrei proporlo anche alle scuole di altre città in Italia.

I testi bilingue facilitano anche l’apprendimento dell’inglese, nelle scuole inglesi sono giustamente valorizzati?

Assolutamente. Soprattutto se la traduzione del testo è interlineare e accompagnata da un audio per ascoltare la pronuncia originale, come nel caso del mio libro. Come dicevo, sul canale YouTube di Ant Chloe si trova il video libro con sottotitoli in diverse lingue incluso italiano. La voce narrante è di Ben Shephard, un presentatore inglese molto noto scelto per la sua perfetta intonazione e pronuncia impeccabile.

Che responsabilità ha un autore di libri per l’infanzia? È necessaria una preparazione specifica? Si possono commettere errori?

Uno scrittore che decide di scrivere per un pubblico infantile certamente affronta problematiche diverse da quelle di un autore che scrive romanzi. Il linguaggio per i bambini deve essere semplice e con parole chiavi, le illustrazioni devono parlare prima ancora del testo che deve essere fedele alla pagina illustrata. I contenuti devono trasmettere una morale profonda e dei valori importanti e al contempo devono divertire. Credo siano proprio questi gli ostacoli che un autore e un illustratore incontrano e che devono superare. Errare è umano ma senz’altro bisogna stare attenti e usare un forte senso di responsabilità e sensibilità prima ancora di una preparazione specifica.

Il musicista Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe, ci vuoi parlare della colonna sonora? È un’opera dunque multimediale: immagini, suoni, parole si uniscono per trasmettere un messaggio educativo ai giovani lettori, giusto?

Sono molte le arti raccolte in questo progetto educativo. La musica ha un valore importante soprattutto per un bambino che impara una lingua straniera. La realizzazione della musica è stata studiata per aiutare il bambino a memorizzare le frasi in inglese, oltre a essere un ascolto piacevole.
Questo è stato un processo lungo e impegnativo.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve. Puoi dirci di più?

Il secondo uscirà a marzo, prima in versione inglese e poi in altre lingue, italiano compreso. La protagonista sarà sempre la formichina Chloe. Per rimanere aggiornati la cosa pmigliore è iscriversi al canale YouTube di Ant Chloe. Oltre al nuovo arrivo, ci saranno diverse sorprese!

Grazie della disponibilità, come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro?

Ho tanti progetti in corso di realizzazione, ma di questi tempi, è meglio non pianificare troppo. Grazie a voi per l’opportunità.

:: Un’intervista con Mario Biondi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2021 by

Benvenuto Mario su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, per cui non ho potuto perdere questa sua nuova traduzione. Dopo quella del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi. Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore. Ha consultato queste traduzioni mentre lavorava alla sua, o ha preferito non farsi influenzare? Come ha progettato il suo lavoro?

Io l’Ulisse ho sempre cercato di leggerlo in inglese. Come del resto faccio per tutti i testi in quella lingua, sia da tradurre, sia da recensire, commentare eccetera. Ho un passato più che trentennale di recensore e lettore di lingua inglese per diversi editori. Se leggessi i testi già tradotti, che traduttore sarei? Assoluto e totale rispetto per le altre traduzioni, ma io volevo fare la mia, ed ero già abbastanza occupato a leggere l’originale, che è notoriamente un testo di una certa complicazione. Come ho progettato il lavoro? Ho aspettato anzitutto di essere convinto della mia adeguatezza in quanto traduttore, e poi che la legislazione sul diritto d’autore rendesse possibile pubblicare una nuova traduzione — fino al 2011 non lo era —, dopo di che mi sono messo concretamente all’opera.

La sua nuova traduzione integrale, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo in lingua italiana che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni che è il testo joyciano. Cosa ha fatto scattare nella sua mente il desiderio di iniziare questa, forse anche temeraria, impresa?

Lo spiego nella mia prefazione, che ho intitolato “Prolegomeni” e configurato in modo da richiamare scherzosamente uno dei maestri riconosciuti di Joyce, Sterne, con il suo Tristram Shandy gentiluomo. Sono arrivato all’Ulisse prima ancora che fosse pubblicato in italiano, tra il 1959 e il 1960, attraverso le poesie di Dylan Thomas (una vera passione), seguite dal Ritratto dell’artista da cucciolo (da giovane cane, traduco io) dello stesso Thomas, che mi ha automaticamente portato al Ritratto dell’artista da giovane (uomo) di Joyce e poi all’Ulisse. Ho cominciato allora a pensare che prima o poi avrei provato a tradurlo, ma c’è voluto il tempo necessario. Come si dice: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

L’Ulisse si svolge nel giugno del 1904 e narra lo scorrere della vita di un uomo Leopold Bloom, di sua moglie Molly e del figlio ‘acquisito’ Stephen in una Dublino labirinto di inizio secolo scorso. Ogni capitolo ha la particolarità di seguire uno specifico genere narrativo e questa forse è la difficoltà maggiore e la sperimentazione più estrema. Conoscere l’Odissea aiuta?

L’Ulisse si svolge in un solo giorno, quello che poi è diventato il famoso “Bloom’s day”, il 16 giugno del 1904. Anche se mi sono permesso di far notare che in realtà si tratta di due giorni: la vicenda dura dal mattino del 16 all’alba del 17, ben dopo la mezzanotte. Nel contorto immaginario di Bloom, Stephen Dedalus non è un “figlio acquisito” ma caso mai un “figlio acquisendo”. E Bloom è a sua volta per Stephen una confusa sorta di “padre acquisendo”, o perlomeno un suo “doppio” adulto”. Ma a conti fatti il meccanismo non scatta, Stephen se ne va abbastanza infastidito: quello che sta davvero cercando non è un sostituto del suo complicato padre vero, ma se stesso, e l’idea che Bloom possa rappresentare un suo “doppio adulto” si rivela inconsistente. Per quanto riguarda Bloom, personalmente lo vedo tirare un gran respiro di sollievo. Tutto sommato quella veramente dispiaciuta è Molly, che nelle sue pasticciate proiezioni sentimental-erotiche già vedeva in Stephen un possibile amante giovane. Sempre nei “Prolegomeni” spiego che trovo molto labili i collegamenti tra l’Ulisse di Joyce e quello di Omero. Non ne ho tenuto nessun conto.

È riuscito a trovare il segreto della lingua joyciana? Capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo?

Ogni autore ha il suo “segreto della lingua”, e dovere del traduttore è proprio cercare di individuarlo e presentarlo al lettore. Io ho cercato di farlo, e per il mio orecchio credo di esserci riuscito. Sta poi al lettore, con il SUO orecchio, giudicare se questo è avvenuto o meno. Un lettore di lingua italiana che vive ad Aosta o Bolzano ha lo stesso “orecchio” linguistico di uno che vive a Venezia, a Bari, a Palermo?

Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena. Lo pensa anche lei?

Tanto per cominciare si può se non altro affrontarlo, ciascuno in base alle sue coordinate culturali e di gusto. Dopo di che, sempre in base a quelle coordinate, si può terminarlo o piantarlo in asso. Io ho più volte suggerito la possibilità di leggerlo “a tappe”, anche non continuative. Nel senso che ci sono parti che davvero sembrano gridare a gran voce “NON LEGGERMI! NON LEGGERMI!”. Si può tranquillamente saltarle, come quando guardando il dvd di un film che “sembra” noioso si può usare con maggiore o minore generosità il tasto di scorrimento veloce. È proprio quello che Joyce voleva: che sia il testo a suggerire — a imporre — di tornare indietro e leggere con  attenzione le parti saltate, che a quel punto si chiariranno in tutta la loro importanza. Soltanto allora si può cominciare a giudicarlo e a parlarne: a lettura avvenuta, anche con salti. C’è fin troppa gente che si spolmona a parlare dell’Ulisse senza essere mai andata oltre il titolo.

L’Ulisse fu accolto come un romanzo sperimentale, una vera e propria decostruzione del romanzo tradizionale, un atto di fede nella modernità, nella psicanalisi, nel futuro. È attuale ancora oggi? Cosa può trasmettere all’uomo del 2021?

L’Ulisse è stato accolto come tutto e come il contrario di tutto da parte di legioni di lettori-lettori, lettori-parziali e non-lettori. La psicoanalisi ce l’hanno ficcata dentro loro. Joyce aveva una singolare disistima degli psicoanalisti, in particolare di Jung. Secondo me l’Ulisse ha segnato il limite estremo del grande romanzo moderno. Sperimentale, senza dubbio, ma nell’ambito di quel genere. Più oltre viene Finnegans Wake, che temo non si sappia ancora bene che cosa (e se) abbia segnato e/o iniziato. L’Ulisse è un grandissimo libro, e ha senso discutere dell’attualità di un grande libro? Si può domandarsi se siano attuali, che so, l’Iliade, la Divina Commedia, Robinson Crusoe, Papà Goriot, Guerra e pace? La stessa Bibbia? Qualche tempo fa un tale che percepisce lo stipendio di direttore editoriale di un’importante casa editrice mi ha spiegato tutto compunto che non poteva pubblicare un mio romanzo perché gli aveva ricordato Quo vadis, mentre lui aveva bisogno di ROBETTA FACILE, da vendere. Robetta facile? È un modo per definire l’ “attualità”?

In cosa secondo lei Joyce fu davvero rivoluzionario? E soprattutto è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo tutto quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica?

Joyce con l’Ulisse non ha scardinato e smontato proprio un bel niente. Ha caso mai messo in fila e cercato di illustrare al meglio quelli che secondo lui erano stati gli stilemi della letteratura in lingua inglese, dai remoti post-latini ai suoi quasi contemporanei. Finnegans Wake è tutta un’altra storia, ma non rientra nel nostro argomento.

Il monologo finale di Molly poi merita una lettura a parte, è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Come è stato entrare nella mente femminile? È stata la parte più difficile da tradurre?

Nella mente femminile non sono dovuto entrare io, ci è entrato Joyce. E in maniera molto brillante, pare, se è vero che a sostenerlo più strenuamente sono state proprio le donne, da Sylvia Beach a Harriet Shaw Weaver eccetera. Persino Santa Nora Barnacle, maritata (tanto tardi!) Joyce. E zia Josephine Murray. Non so se il monologo sia stata la parte più difficile, a parte l’assenza di punteggiatura e i finti strafalcioni da individuare. Ma no, non lo è stata. Ben più difficile l’episodio della maternità.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il “suo” Ulisse, edito per La Nave di Teseo, traduzione ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), e concludendo, come è da tradizione del mio blog, le chiedo: quali sono i suoi progetti per il futuro?

Progetti? A 82 anni? Uhm…

:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021 by

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Liberi di scrivere Award undicesima edizione: i vincitori

17 gennaio 2021 by

Vince la unicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Centro” di Amalia Frontali e Rebecca Quasi

Secondo classificato:

“Ulisse” di James Joyce

“Blind Spot” di Novelli Zarini

Terzo classificato:

“Prima di noi”, di Giorgio Fontana

Menzione speciale per la migliore traduzione

Mario Biondi (Ulisse)

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati

La nave di Teseo

Ink Edizioni

Sellerio

L’invenzione dell’isteria.Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, Georges Didi-Huberman, Marietti 1820 (2020) A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2021 by

Charcot. Di certo sarà capitato di sentire almeno una volta il nome di Jean-Martin Charcot in rapporto all’ospedale psichiatrico parigino della Salpêtrière e dell’isteria. Il libro “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman edito da Marietti 1820, porta il lettore all’interno dell’ospedale parigino dove erano rinchiuse tra le 4 e 5mila donne e dove Charcot divenne direttore nel 1862. Fu in questo istituto che Charcot trovò materia prima per la definizione di quel disagio femminile conosciuto come isteria. Quello che emerge dal libro di Didi-Huberman è che per Charcot, oltre ai gesti concreti compiuti dalle donne ricoverate, per comprendere i sintomi e le manifestazioni della sindrome, fu importante documentare con la fotografia gli attacchi delle pazienti, per avere un vero e proprio dossier su di esse. Considerando la definizione di isteria, essa identifica “una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali”. Alla Salpêtrière tutto venne quindi accuratamente documentato, passo dopo passo, per ogni singola paziente, poiché Charcot creò un vero e proprio metodo che aveva nella fotografia e nella partica dell’induzione all’attacco isterico gli strumenti fondamentali per individuare la malattia. Un aspetto interessante del testo edito da Marietti 1820 è comprendere anche quanto le donne protagoniste degli scatti fossero, spesso e volentieri, costrette ad assumere determinati atteggiamenti per creare il perfetto “effetto fotografico”.  Si accende nel lettore una riflessione, perché durante la lettura ci si domanda non solo quanto siano realistiche le immagini arrivate a noi nel corso del tempo, ma quanto davvero fossero malate di isteria (secondo Charcot diversa dall’epilessia) le donne fotografate. Durante le sedute fotografiche si creava una situazione nella quale nasceva una sorta di gioco di seduzione tra le parti coinvolte (paziente, medico, fotografo) dove le donne erano in un certo senso spinte a dare sfogo in modo più accentuato a specifici comportamenti (espressioni del viso, spasmi rapidi e movimenti del corpo) per arrivare a identificare l’isteria e le sue quattro fasi. Dettagli che si scorgono osservando le vecchie fotografie riportate nel libro dove ci si accorge, e lo confermano poi le parole, che le pose delle ritratte non appaiono così naturali, ma sono un po’ impostate per la buona riuscita dell’immagine ad effetto. Il lettore può conoscere questo, perché nel libro di Didi-Huberman sono presentate le documentazioni fotografiche (108 immagini d’archivio) di quello che accadeva alle donne ricoverate durante un attacco isterico. L’accuratezza delle immagini fa capire a chi legge di essere davanti ad una vera e propria indicizzazione, catalogazione della psiconevrosi e delle sue modalità di manifestazione. Tanti sono gli interrogativi attorno all’isteria ai quali non sempre si è riusciti a dare risposta. Certo è che “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman aiuta a comprendere non solo la figura di Charcot e i suoi studi sull’isteria, ma ad avere anche un approfondimento attorno alla nevrosi e alle sue modalità di manifestazione. Traduzione Enrica Manfredotti.

Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte, insegna all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021 by

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

Morte di una sirena di Thomas Rydhal e A. J. Kazinski (Neri Pozza, 2020) a cura di Elena Romanello

16 gennaio 2021 by

sirenasmallAnna è una delle tante ragazze che erano giunte a Copenhagen, la capitale della Danimarca, in cerca di un futuro migliore, insieme alla sorella Molly, ma come tante si è persa ed è finita con Molly a fare la prostituta, anche perché c’è la sua bambina, la Piccola Marie, di soli sei anni.
Tra i suoi clienti il più anomalo era quello strano aspirante scrittore, che non faceva niente con lei se non guardarla e tagliare delle bambole di carta, Hans Christian Andersen: ma in una sera del 1834 Anna viene portata in una casa lussuosa e uccisa: il suo corpo verrà recuperato nel canale dove si raccolgono tutti i rifiuti della città, simile a quello di una sirena, con le conchiglie nei capelli e la pelle color dell’acqua.
Molly non ha dubbi, è stato quello strano Andersen, e punta il dito su di lui, mentre altri fatti strani e delittuosi accadono in città: tutti sarebbero pronti a darle ragione, quell’aspirante scrittore è troppo strano per essere innocente, ma Andersen è protetto dall’influente signor Collin, che l’ha fatto studiare credendo in un talento che non è ancora emerso. Il questore, che non vedrebbe l’ora di vedere Andersen legato alla ruota e decapitato, gli dà tre giorni di tempo per trovare l’assassino.
Andersen troverà un’alleata inaspettata in Molly, che si convince della sua innocenza, e inizierà una caccia contro il tempo, mentre l’assassino è ancora attivo, in cerca di un modo per portare a termine un piano folle, un sogno senza senso, mentre man mano rimangono coinvolti altri personaggi, come un medico ebreo all’avanguardia nello sperimentare tecniche nuove, il suo bambino e lo scapestrato erede al trono, che dà scandalo con il suo comportamento libertino verso dame e popolane.
L’idea per il libro è venuta ai due autori partendo dal fatto che Andersen tenne per tutta la vita un diario, tranne che per un periodo del 1834: il risultato è un thriller insolito, a sfondo storico, con come grande protagonista sullo sfondo la città gelida e spietata di Copenhagen, ma dove emerge innanzitutto il celebre favolista.
Hans Christian Andersen, diverso in un mondo in cui non era accettato ma che poi seppe riconoscere un talento senza fine, diventò un cantore della diversità e dell’emarginazione, e nelle pagine del libro emerge una possibile fonte di ispirazione per le sue fiabe, ancora oggi toccanti e commoventi. Ci sono anche echi di un altro classico della letteratura, Frankenstein di Mary Shelley, in una ricerca senza speranza e spietata di una vita nuova e impossibile.
Morte di una sirena è un thriller insolito e appassionante, con vari colpi di scena e capovolgimenti di prospettiva, e un finale capace di stringere il cuore, proprio come le storie di Andersen, da La Sirenetta La piccola fiammiferaia.

Thomas Rydhal è uno dei più noti scrittori danesi. Tra le sue opere L’eremita, romanzo apparso in oltre 15 paesi, vincitore dello Harald Mogensen Award e del Glass Key, il premio per il miglior romanzo poliziesco scandinavo.
A. J. Kazinski è lo pseudonimo di Anders Rønnow Klarlund, autore, regista e sceneggiatore danese, e di Jacob Weinreich, scrittore danese. Tra le loro opere L’ultimo uomo buono, pubblicato in 26 paesi.

Provenienza: libro del recensore.

Le diecimila porte di January di Alix E. Harrow (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

16 gennaio 2021 by

978880472864HIG-333x480 (1)January Scaller vive fin da piccola sotto la tutela del facoltoso signor Locke, in un’antica dimora del Vermont, ai primi del Novecento. Suo padre lavora per il ricco Locke, girando per il mondo a raccogliere oggetti insoliti e preziosi, che già riempiono la casa dove vive January, una villa suggestiva ma piena di reperti e cose strane che inquietano e affascinano la ragazza.
Del resto, nel suo passato è successo qualcosa, oltre alla perdita prematura dell’amata mamma: a sette anni aveva trovato una porta, anzi la Porta, attraverso cui si accedeva a mondi altri, fantastici, diversi dal Vermont, e le era stato detto che era tutto un sogno, niente di reale.
Ma un giorno January trova uno strano libretto consumato, con su scritto LE DIECIM POR, e leggendolo scopre che quei mondi erano e sono reali, ci hanno vissuto persone forse molto vicine a lei: in parallelo suo padre si perde in uno dei suoi tanti viaggi, forse è morto, e forse no, e il signor Locke si dimostra di colpo molto diverso e molto pericoloso, e non è l’unico a minacciarla, perché lei ha in mano un potere che fa gola a molti, come suo padre e anche sua madre.
Con l’aiuto di un paio di amici fidati, January partirà per un viaggio, sul libro e non solo, in cerca di se stessa e della verità sui suoi genitori, prima che sia troppo tardi per tutti e tutto.
Spesso si sente dire come la letteratura di genere fantastico tenda a replicare se stessa, riproponendo intrecci noti e di maggiore successo, magari grazie ad un classico o al best-seller del momento, magari supportato al cinema o in televisione. Non è questo il caso di Le diecimila porte di January, con cui in Italia scopriamo una nuova voce del genere.
Certo, l’archetipo delle dimensioni parallele non è nuovo,  basti pensare ad un’altra protagonista femminile, Alice di Lewis Carroll, così come quello della caccia ad un tesoro, personificato qui da oggetti insoliti, ma tutto è raccontato comunque in maniera originale e nuova, e comunque non sono poi intrecci che erano stati così frequentati ultimamente, ed è bello ritrovarli.
Una quest è al centro di tutto, una ricerca di se stessi e di un mondo perduto, con antagonisti e amici, ambientata in un altro momento storico che non l’attuale, affascinante, dove non manca un riferimento alla realtà, e cioè come venivano trattate le persone che non si uniformavano al sistema, rinchiuse in un ospedale psichiatrico, in uno dei capitoli più angoscianti ma anche più riusciti della vicenda.
Le diecimila porte di January è un romanzo autoconclusivo, ma il mondo delle dimensioni parallele e delle Porte è talmente bello e intrigante che non sarebbe male se l’autrice decidesse, in un futuro, di raccontare altre storie ambientate tra questi viaggi dimensionali, in una specie di multiverso espanso. Per ora bisogna accontentarci dei viaggi di January, con in mano i compagni più fedeli, i libri, che da sempre aprono nuovi orizzonti, in una nuova loro celebrazione.

Alix E. Harrow è nata nel 1989 negli Stati Uniti ed è cresciuta nel Kentucky.  Si è laureata in Storia, conseguendo anche un master nella stessa disciplina, all’Università del Vermont. Ha iniziato scrivendo racconti, nominati per il Nebula Award, il World Fantasy Award e il Locus Award e nel 2019 ha vinto un premio Hugo per la sua storia, A Witch’s Guide to Escape: A Practical Compendium of Portal Fantasies.
Attualmente vive nel Kentucky con la sua famiglia e prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno ha insegnato Storia africana e afroamericana.
Oltre a Le diecimila porte di January ha pubblicato da poco il romanzo The once and future Witches, ambientato in un Ottocento alternativo, tra streghe e suffragette.

Provenienza: libro del recensore.

Thunderhead di Neal Shusterman (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2021 by

14296336Oscar Fantastica propone il secondo e atteso capitolo della saga di Falce di Neal Shusterman, Thunderhead, che riprende più o meno da dove si era concluso il primo. 
In un mondo di un futuro non si sa quanto remoto non esistono più fame, guerra e malattie, ma per tenere sotto controllo la popolazione ci sono le Falci, che decidono chi deve morire ogni anno. Tutto il resto, con ogni altro aspetto delle vite individuali,  è gestito dal Thunderhead, una potente intelligenza artificiale.
Le strade dei due protagonisti, Citra Terranova e Rowan Damisch, si sono divise dopo il comune apprendistato: Rowan si è ribellato ed è fuggito, diventando Mastro Lucifero, un giustiziere che mette fine alle vite delle Falci corrotte: infatti, come ha avuto modo di vedere, molti suoi compagni di ventura agiscono mossi non da un desiderio di ordine e giustizia, ma per vendetta, sadismo o pura voglia di uccidere. E se quelle Falci trovano Mastro Lucifero sulla loro strada non hanno certo vita lunga. 
Citra si chiama ora Madame Anastasia, ma è una Falce anomala, le sue spigolature sono guidate dalla compassione e dalla giustizia, e sfida l’ordine costituito, creando non pochi problemi e mettendo a repentaglio la sua stessa vita.
Alla vicenda si aggiunge un nuovo personaggio: Greyson Tolliver, un altro giovane, cresciuto con genitori ringiovaniti che hanno sempre avuto poco interesse per lui, da sempre grande ammiratore del Thunderhead, l’intelligenza artificiale quasi onnipotente, tanto da voler diventare un agente Nimbus e poter interagire con lui. Ma le cose andranno in maniera diversa, e Greyson si troverà bollato come Losco, uno di quegli individui non affidabili contro cui si scatena peggio una caccia alle streghe.
Ma forse Greyson è una pedina in mano al Thunderhead, a cui sono affidati gli stacchi della narrazione oltre che il titolo, sempre più una coscienza di una società spietata, che forse vuole o può cambiare tutte le cose.
Dopo un primo capitolo adrenalinico e efficace nel raccontare un futuro inquietante metafora però anche del presente, la saga delle Falci non delude, in un seguito non più affidato solo a Citra e Rowan e alla loro ricerca di giustizia, ma anche a nuovi personaggi, con un’intelligenza artificiale che non può non ricordare Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.
Anche il secondo capitolo della trilogia di Falce ripresenta gli interrogativi del primo, su cosa è la giustizia, se ci sono vite meno degne di altre e soprattutto se esiste davvero un mondo perfetto, tra vari colpi di scena, con tre storie parallele più il Thunderhead come oracolo, fino al colpo di scena finale. Una conferma quindi per una storia intrigante, appassionante e capace di far pensare, in attesa della vera conclusione per un mondo a questo punto condannato.

Neal Shusterman è nato a New York nel 1962 ed è autore di libri per ragazzi e young adult di grande successi, ed è vincitore del National Book Award per Il viaggio di Caden. Tra le sue opere, oltre alla saga di Falce, ci sono anche DownsidersFull Tilt e Unwind La divisione. E’ anche autore di sceneggiature per il cinema e la televisione, oltre che di libri game, di racconti, saggi e novelizzazioni di serie TV come The X-Files.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.