Secondo romanzo edito da Longanesi e scritto dall’autrice Ilaria Tuti. Anche questa volta la storia è ambientata in Friuli, terra della scrittrice, illuminata dai colori primaverili e dai profumi legati al risveglio della natura. L’inverno è passato e il commissario Teresa Battaglia deve ricostruire una morte misteriosa, antica, legata a un disegno di una bellissima donna. Che sembra pulsare, uscire dal foglio ed è in grado di catturare lo sguardo di tutti. Lei è la Ninfa Dormiente. Non è facile per Teresa contattare l’autore del disegno e non è facile comunicare con lui. La sua capacità di entrare in empatia con l’altro, la ripagherà. E sarà il punto di partenza.
Non è affatto semplice per me scrivere di questo libro, la paura di svelare è tanta. Mi limiterò all’essenziale che, credetemi, è già immenso. Perché correrei il rischio di aggiungere particolari che invece vanno scoperti man mano. Come la vita e la salute di Teresa, il suo rapporto bellissimo con l’ispettore Marini, la simbiosi avvolgente con la sua squadra. Come i nuovi personaggi creati da Ilaria Tuti, in grado di affascinare e stupire, anche in senso negativo. Come un popolo unico, da proteggere. Come i morti, che forse andrebbero trattati con rispetto.
Ninfa Dormiente parla soprattutto di donne, di tradizione. Di amore e odio, di possesso e gelosia. Di vita e di morte. Di culto e di elementi naturali. Del buio che sta intorno, che ci abbraccia e ci nasconde ciò che non si dovrebbe mai trovare. È una storia completa nei sentimenti, visti da varie angolazioni, anche da lontano. È una storia di segreti ed è ricca di colori e sfumature. Esprime la forza destabilizzante di qualcosa da tramandare, di un’eredità antica, di un dolore che strazia fino ad ammutolire, di una guerra impossibile da dimenticare. Prende il lettore sotto braccio verso una vita nuova, o la fine della vita stessa. Ci fa capire il vero significato della parola “affetto” e del “silenzio”.
In corso di lettura ci si commuove per l’intensità e la cura delle parole usate dall’autrice. Non è sufficiente essere curiosi e desiderare di voltare pagina per sapere come procede il racconto, bisogna farsi portare nel bosco, per mano. Nessuna luce a illuminare il sentiero o il groviglio dei rovi. Ci saranno occhi che vedranno al posto nostro, con una sensibilità incredibile. Bisogna ricucire pian piano il tessuto lacerato e bruciacchiato di chi ha sofferto come non mai, ed è stato succube di qualcosa di troppo grande e difficile da governare. Perché qualcuno osserva Teresa, osserva la Ninfa. Custodisce e protegge. Spaventa quando si mostra. Dal 1945 o forse da prima. Perché il tempo in alcuni luoghi chiusi, non è mai davvero trascorso.
Editing perfetto, trama che non presenta nessun cedimento. Il mio personale complimento alla scrittrice.
Buona lettura.
Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Da ragazzina voleva fare la fotografa, ma ha studiato Economia. Ama il mare, ma vive in montagna. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il suo romanzo d’esordio, Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018), è stato un vero e proprio caso editoriale in Italia e all’estero, selezionato come Crime Book of the Month dal Times nel marzo 2019. Tra i punti di forza, un’ambientazione suggestiva e inquietante, uno stile fresco e maturo allo stesso tempo, un meccanismo narrativo impeccabile e una protagonista, Teresa Battaglia, da subito indimenticabile.
Fonte: acquisto personale del recensore.
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(..) Io voglio avere in pugno tutti quelli che mi si oppongono, voglio possedere la gran folla del mondo. Stasera a teatro ci riuscirò. Già lo vedo. Aspettano, se ne stanno lì, sonnolenti, da loro spira un gelo spettrale. Allora io sferro un calcio dentro questa roccia. Faccio saltare le barriere del silenzio. E da lì scendo a estrarre il mio oro: occhi lucidi, e poi un sospiro, un grido, una lacrima. Io li scuoto: sveglia, sveglia! E come una grandinata che si abbatte sul loro torpore, la mia febbre li contagia. In quell’attimo si aprono i mille occhi della loro anima, vorrebbero parlare, dare risposte ed ecco, infine, il loro sentire divampa. E io lo sollevo in altro, in trionfo, e questo poi torna a me in fragorose cascate”.
Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco (Vienna 1881 – Petrópolis, Rio de Janeiro, 1942). Ebreo, emigrò in Inghilterra nel 1924, poi (1940) in Brasile, dove morì suicida. Dopo un primo volume di liriche (Silberne Saiten, 1901), pubblicò novelle, traduzioni (in genere dal francese) e saggi critici (Drei Meister: Balzac, Dickens, Dostojewsky, 1920; Der Kampf mit dem Dämon: Hölderlin, Kleist, Nietzsche, 1925; ecc.). L’origine viennese, il suo ebraismo, la raffinata educazione, contribuirono molto a creare quell’atmosfera d’intellettualità cosmopolita, spregiudicata e aperta a ogni influsso, in cui si muovono sia le sue notissime biografie romanzate (Marie Antoinette, 1932; Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam, 1935; Magellan, 1938; Balzac, 1946), sia le sue seducenti opere narrative (Amok, 1922; Verwirrung der Gefühle, 1927; Schachnovelle, 1942), o quelle di rievocazione storico-autobiografica (Die Welt von Gestern, 1941). Della sua produzione teatrale è notevole Jeremias (1917), dramma corale e fortemente antibellicista che risente dell’influenza dell’amicizia con R. Rolland.
Ultra edizioni ha riproposto in una nuova edizione aggiornata e ampliata il saggio con cui ha inaugurato la collana Shibuya, Hayao Miyazaki un mondo incantato di Valeria Arnaldi, anche se forse non sarà ancora quella definitiva perché il maestro tornerà presto all’animazione.
Dopo il primo volume di Jacopo Nacci dedicato ai robottoni animati giapponesi, arriva sempre per Odoya quello che è forse il suo seguito ideale, scritto da Jacopo Mistè e dedicato ai giganti d’acciaio di seconda generazione, quelli considerati realistici, non più guerrieri mistici che si ergevano da soli contro il male ma macchine da combattimento in un futuro spaziale.
Uno scrittore degno di questo nome deve essere prima di tutto un uomo in rivolta. Filippo Violi, già con il precedente Cronache da un campo di battaglia (pubblicato da Imprimatur nel 2014), ha dimostrato di avere entrambi i titoli.
Piergiorgio Pulixi ci porta nella sua terra, la Sardegna. Lo fa evitando il turismo e la costa, per accompagnare il lettore nella parte più arcaica dell’isola. In Barbagia per esempio, nei siti nuragici, sugli altipiani o in montagna. Dove la natura è selvaggia e predominante, e impone il silenzio. Qui, la cultura primitiva è massiccia e per la modernità risulta incomprensibile. Qui si tramandano riti pagani legati al culto della Dea Madre, di padre in figlio. Si fugge dalla civiltà, e rispetto e obbedienza sono un obbligo al quale non si può trasgredire. Mai.
Fitzroy Foster è il protagonista di “I fantasmi di Darwin”, di Ariel Dorfman. Fitzroy Foster si troverà a vivere un’esistenza tra l’adolescenza e l’età adulta segnata da un evento che ne condizionerà il vissuto. Da subito il romanzo di Dorfman porta il lettore in una dimensione che rasenta l’impossibile e l’irreale. Sì perché per il protagonista il giorno del quattordicesimo compleanno, l’11 settembre del 1981, accade qualcosa di fuori dalla norma. Nella foto scattata, non compare lui, ma un’altra persona. E così in ogni altra polaroid fatta, il volto presente non è quello di Fitzroy, ma quello di uno strano individuo del quale non conosce nulla. Per il protagonista e la sua famiglia sarà un incubo che influenzerà il loro esistere. Il ragazzo vivrà segregato, non farà più fotografie in pubblico e sarà costretto a limitare al massimo gli spostamenti proprio perché sui suoi documenti, il viso che compare (nonostante le ripetute sedute fotografiche che il padre gli fa lontano da occhi indiscreti) non è il suo, ma quello di una altro che non solo non è lui, ma –visti i caratteri del volto- sembra venire proprio da secoli prima. A parte la famiglia, Fitzroy perde ogni amico, solo Cam Wood, la sua fidanzatina di un tempo, tornerà nella vita del protagonista e per lui sarà un vero e proprio faro nella nebbia, una guida verso una meta che c’è, ma che gli ostacoli e imprevisti impediscono di raggiungere. Fitzroy comincerà una propria ricerca nel passato basandosi sulle indagini cominciate dalla madre e proseguite poi da Cam intenta a compiere le investigazioni all’estero (in Europa), dove Fitz non va per ovvi motivi. Il tutto nella speranza di dare un senso a quella strana e assurda realtà della quale anche lei è entrata a far parte. “I fantasmi di Darwin” è una storia di famiglia, corale, perché Fitzroy partendo dal suo vissuto personale avrà modo di dipanare il passato oscuro dei suoi avi, scoprendo che nel suo albero genealogico si nascondono donne e uomini che hanno mercificato e sfruttato le popolazioni indigene, per fare studi, esperimenti e anche guadagnare soldi con forme di spettacolo con al centro queste popolazioni indigene trattate come fenomeni da baraccone. L’emergere di questo passato, di maltrattamenti e sfruttamento renderanno le cose molto più chiare a Fitzroy, che comincerà a vedere in quell’individuo che compare al suo posto nelle foto, una delle vittime del tempo trascorso, che ha qualcosa in sospeso con lui. Fitzroy diventa consapevole di essere il capro espiatorio per errori, violenze e sofferenze causate da altri e farà il possibile per sistemare il complicato puzzle di tale situazione. Il romanzo del cileno americano Dorfman è avvincente, a tratti appare pure surreale ma, allo stesso tempo, fa profondamente riflettere sul comportamento non corretto che i bianchi ebbero nei confronti delle popolazioni indigene, trattate come delle vere e proprie cavie da laboratorio, perché “diverse” e sconosciute e, per tale ragione, potenzialmente pericolose. “I fantasmi di Darwin” di Ariel Dorfamn è un romanzo dove thriller, giallo, realtà storica, fantasia e avventura si mescolano dando forma ad una storia che invita il lettore a riflettere, a conoscere e comprendere se stessi e quel lato oscuro – come aveva già evidenziato Conrad in “Cuore di tenebra”- presente in ognuno di noi. Una volta compiuto questo passo di presa di coscienza di sé, la speranza è che anche il pregiudizio che spesso porta a vedere il prossimo come nemico, venga sconfitto. Traduzione Fabio Cremonesi e Micaela Uzzielli.

La casa editrice Odoya dedica un libro ad una delle figure più carismatiche dell’immaginario fantastico, il drago, presentando appunto una Storia dei draghi, scritta dall’autore Martin Arnold.
Ormai l’attesa è finita, è giunta sugli schermi Netflix l’attesa terza stagione di Stranger Things, serie che ha riunito davanti alla televisione più generazioni, gli ex ragazzi cresciuti negli anni Ottanta di cui hanno ritrovato le atmosfere e i loro figli conquistati da una storia avvincente e non banale, con giovanissimi protagonisti come non accadeva appunto da tanti anni.
























