Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Review Party: Due cuori in affitto di Felicia Kingsley (Newton Compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2019

Due cuori in affitto - KingsleySummer ha ventisette anni ed è californiana. Blake ne ha quasi trentatré ed è un vero newyorkese. Lei aspira a diventare una sceneggiatrice di successo, ma per ora è solo assistente del direttore di produzione di una serie tv. Lui è uno scrittore da svariati milioni di copie e i suoi bestseller sono sempre nella classifica dei libri più venduti. Summer è fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mentre Blake è single per vocazione. Lei è una persona ordinata, precisa e mattiniera, fa yoga e beve tè verde; lui fa colazione con un Bloody Mary e due sigarette, vive nel caos e non si sveglia mai prima delle due del pomeriggio. Summer e Blake non hanno proprio niente in comune, a parte una casa delle vacanze negli Hamptons, che per un mancato passaggio di informazioni è stata affittata a entrambi. Qualcuno se ne deve andare, ma tutti e due hanno ottime ragioni per restare. E le ragioni potrebbero aumentare con il passare dei giorni…

Il romanzo rosa salverà l’editoria? Bella domanda, e sembra che se la siano fatti seriamente alcuni editori tra cui Newton compton, tanto che al Salone del Libro, che si svolge in questi giorni a Torino, ci sarà un dibattito Sabato 11 Maggio alle 13,30 che vede ospiti Martina Donati e Anna Premoli e Felicia Kingsley, quest’ ultima autrice proprio di Due cuori in affitto, libro di cui vi parlerò oggi.
Di Anna Premoli lessi È solo una storia d’amore e iniziai un discorso che mi piacerebbe continuare oggi.
I romanzi rosa vendono, le lettrici li leggono gli editori li pubblicano. Allora perché sono considerate ancora opere di serie B? Di questo si discuterà al dibattito a cui accenno sopra, tra le altre cose, e quando penso a questo non posso non pensare a un autore italiano che scriveva su riviste femminili, pubblicava romanzi sentimentali (per giunta belli, provate a leggere Mio adorato nessuno) ed è famoso per opere noir, naturalmente sto parlando di Giorgio Scerbanenco.
Quindi come in tutti i generi letterari è la qualità dell’autore a fare la differenza, e anche il romance, o il rosa ha autori e autrici di tutto rispetto.
Innanzitutto scrivere romanzi rosa non è facile, essere originali senza cadere nei cliché più triti e abusati diventa una sfida ben ardua e infatti emergere è una scommessa. Sia la Premoli che Felicia Kingsley sono riuscite a conquistare l’affetto delle lettrici (ma sorprendentemente esistono anche lettori).
Cosa hanno di particolare i loro romanzi? Naturalmente parlano d’amore, e lo fanno in modo moderno, inserendo le loro storie nella vita di oggi, utilizzano un linguaggio attuale, spigliato, parlano di donne con i problemi, le aspirazioni, le difficoltà delle stesse lettrici che leggono questi romanzi. Risolvono situazioni complesse (quasi sempre è scontato il lieto fine) e lo fanno perché come insegnava Jane Austen già 200 anni fa la fantasia ha questo privilegio, dare un lieto fine a storie che nella vita vera non è detto che ce l’abbiano. Dando ragione d’essere alla speranza.
E a queste lettrici piace sognare, piace un tocco di leggerezza e di dolcezza, piace che il lui e la lei con caratteri diversi, storie personali diverse, trovino alla fine il modo di essere felici. Perché l’amore rende felici, e in questo non c’è nulla da ridere.
Dopo questo lungo preambolo parliamo del romanzo Due cuori in affitto di Felicia Kingsley. È un capolavoro? Forse no, ma ha tutti gli ingredienti di cui parlavo sopra capaci di rendere una storia piacevole da leggere. I battibecchi, le incomprensioni, diventano ben presto schermaglie amorose, e sia il lui che la lei della storia riescono alla fine a vedere l’altro, oltre l’apparenza, e la superficialità. Perché l’amore fa questo svela il vero noi stessi, privandolo delle incrostazioni delle delusioni, delle durezze, dei fallimenti sedimentati negli anni. Dunque che dire oltre, buona lettura.

Felicia Kingsley è nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Matrimonio di convenienza, il suo primo romanzo inizialmente autopubblicato, ha riscosso grande successo in libreria con Newton Compton ed è diventato il secondo ebook più letto del 2017. Stronze si nasce e Una Cenerentola a Manhattan sono stati nella classifica dei bestseller per settimane. Due cuori in affitto è il suo quarto libro. Per saperne di più: www.feliciakingsley.com

Source: pdf inviato dall’editore.

L’uomo delle rune di Peter V. Brett (Oscar Fantastica, 2018) a cura di Elena Romanello

8 Maggio 2019

44396-peter-v-brett-l-uomo-delle-runeA quasi dieci anni dalla sua uscita in lingua originale arriva in italiano il primo capitolo del Ciclo del demone, saga fantahorror che inizia appunto con L’uomo delle rune, scritta da Peter V. Brett, già uscito tempo fa con un altro titolo, Il guardiano di demoni, e adesso presentato in una nuova traduzione che proseguirà con gli altri volumi
In un futuro remoto la Terra è regredita ad un livello di vita di tipo medievale, perché gli esseri umani sono preda dei coreling, demoni assassini dotati di poteri soprannaturali, padroni della notte durante la quale nessuno può uscire, pena la morte. L’unica possibilità di salvezza, abbastanza labile, è quella di rimanere a casa protetti da magie non sempre molto efficaci, che si stanno affievolendo nel corso del tempo, perché legate a incantesimi e simboli ormai persi nelle nebbie del passato.
C’è stato un tempo in cui il genere umano poteva ribellarsi, ma ora nessuno più osa, finché due ragazzi e una ragazza non decidono di affrontare l’ignoto, lasciare il loro villaggio e andare a cercare un uomo che forse può ricordare un passato perduto e aiutarli a cambiare il mondo e a trovare una possibilità di salvezza migliore per loro e le loro famiglie.
L’idea di un futuro post apocalittico è molto diffusa in tante storie, che siano romanzi, fumetti, cartoni animati, così come l’idea che una razza minacciosa possa invadere il nostro mondo comportandosi alla fine in maniera non tanto diversa da quella di tanti invasori molto umani. Nonostante questo, il libro ha una sua originalità, è avvincente, ricostruisce un mondo più vicino al dark fantasy che alla fantascienza catastrofista, con echi che non spiaceranno ai fan di The Walking Dead, ma anche a chi ama i mondi senza eroi di George R. R. Martin. E ci sarà anche chi ci troverà echi di anime classici come Ken il guerriero.
Tra le righe, il libro rivisita un altro archetipo, quello del viaggio dell’eroe, stavolta in un mondo particolarmente inquietante, senza speranza, tranne quella portata avanti da tre amici uniti da uno scopo, tre outsider neanche così amati dal loro villaggio, ribelli, ma forse per questo essenziali.
Un modo per rivisitare archetipi in maniera fresca, un primo capitolo chiaramente non conclusivo che racconta l’eterno tema di un gruppo di eroi per caso, giovani ma il libro non è certo solo per ragazzi, che devono provare a salvare un mondo che forse non è proprio così da salvare. Il tutto in attesa ovviamente dei prossimi capitoli, e magari anche di una serie TV, visto che L’uomo delle rune possiede molte delle qualità che oggi incatenano alla sedia gli amanti del binge watching su Netflix e piattaforme simili.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Peter V. Brett (New Rochelle, New York, 1973), dopo la laurea in Letteratura e Storia dell’arte, ha lavorato per un decennio nel campo dell’editoria farmaceutica, prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Da sempre appassionato di fantasy, è l’autore dei romanzi del ciclo del Demone, oltre che di alcune raccolte di racconti – The Great Bazaar (2010), Brayan’s Gold (2011), Messenger’s Legacy (2014) e Barren (2018) – e di un graphic novel, Red Sonja (2014).

Daisy di Marco Barretta e Lorenza di Sepio (Tunué, 2019) a cura di Elena Romanello

8 Maggio 2019

daisy_cover_ISBN_500w-1Daisy è una bambina che vive con il padre scrittore, che non ha mai superato il dolore per la morte della moglie e mamma della piccola e si è chiuso in se stesso. La vita di Daisy è quindi abbastanza solitaria, in una casa strana e a tratti inquietante. Un giorno, la ragazzina trova uno dei romanzi del padre, un fantasy avventuroso che racconta di un mondo che bisogna salvare, e sprofonda tra le pagine, diventando lei l’eroina. Per uscirne dovrà arrivare alla fine della storia, facendo lo stesso percorso dell’eroe che ha sostituito, e saranno tanti i pericoli da affrontare, anche fuori dal libro, con la disperazione di suo padre.
Il nemico principale da affrontare è la Regina Cattiva, ma forse alla fine riserverà delle sorprese, forse questa antagonista è diversa da come la si pensava, in un viaggio iniziatico in un mondo da fiaba che cambierà Daisy.
Un fumetto tutto italiano, con echi nel disegno dei manga ma anche delle opere di Noelle Stevenson e di Teresa Radice e Stefano Turconi, che presenta il tema eterno del viaggio in un altro mondo, oltre che l’importanza dei libri, della fantasia e della forza delle storie che fanno crescere e cambiano.
Ci sono echi di storie di ieri e di oggi, a cominciare da La storia infinita, cult di più di una generazione, senza dimenticare Il Mago di Oz, universo narrativo che sta per ridiventare protagonista con nuove storie in TV e al cinema, e il serial Once upon a time.
Daisy è un’eroina curiosa, in cerca della felicità, in un mondo reale che si schiude alla fantasia, per una storia che forse è conclusa ma forse no, senza anticipare niente ci sono vari livelli di lettura, come del resto in tutte le fiabe, rileggendo vecchie storie ma riuscendo sempre a dire qualcosa di nuovo, mescolando l’importanza della fantasia con temi come la solitudine e l’elaborazione del lutto.
Con questo titolo Tunué conferma il suo interesse per il fumetto di casa nostra, per i nostri talenti emergenti o meno, con alle spalle lunghi anni di studio e una creatività eclettica, capaci di proporre nuove storie che pescano da archetipi e attualità, con stili che mescolano varie suggestioni. Daisy è una storia che entra bene nella linea che l’editore propone ad un pubblico più giovane (gli appassionati vanno coltivati fin da piccoli!) ma è godibile anche per chi ha qualche anno in più e riconoscerà tutte le citazioni e i rimandi, ricordando che magari in qualche momento lontano o vicino della propria vita si è sognato tutti di perdersi in un altro mondo, magari contenuto in un libro.

Provenienza: libro del recensore.

Marco Barretta è un videografo, gira il mondo grazie al suo lavoro. È sceneggiatore di Procrastination, ultimo volume della serie Simple&Madama, disegnato da Lorenza Di Sepio.

Lorenza Di Sepio Disegnatrice nel campo dell’animazione 2D, dove lavora come character design e storyboard artist. Ha collaborato a diverse serie cartoon prodotte dalla RAI, video musicali e spot. Autrice di Simple&Madama, progetto virale nato sui social network e poi trasformato in progetto editoriale.

:: Calafiore di Arturo Belluardo (Nutrimenti 2019) a cura di Viviana Filippini

7 Maggio 2019

CalafioreCalafiore è un uomo dalla fame atavica e costante. Lui mangerebbe qualsiasi cosa e in qualsiasi momento della giornata. Per lui il cibo è una vera e propria ossessione. “Calafiore” è il protagonista, nonché il titolo, del nuovo romanzo di Arturo Belluardo edito da Nutrimenti. Il protagonista, che ha fatto del suo cognome il nome effettivo con il quale tutti lo chiamano, fa l’archivista bancario, ha quarantanove anni, una compagna e una figlia (quella di lei) a cui vuole bene. Calafiore vive però una vita che lo annienta, nel senso che subisce in modo passivo tutto quello che gli accade. Dalle angherie dei colleghi di lavoro, alle capricciose amanti, fino ai tentativi –vani- di dimagrire. Sì, perché Calafiore è affetto da obesità fin dai tempi dell’università, anche se quel suo continuo bisogno di ingollare cibo è un qualcosa che lui ha vissuto fin da piccolo, quando il padre lo obbligò a mangiare quella “cosa” con la quale aveva insozzato la macchina paterna. Da quel momento per Calafiore comincia una ricerca spasmodica di cibo che lo porterà a ingurgitare alimenti su alimenti per stare in pace e a diventare oggetto di scherno di molti. Poi, quella vita che Calafiore vive, complicata da ostacoli, da screzi, da amore e da incomprensioni, scompare, perché per un tragico disegno del destino Calafiore perde tutto. Sarà proprio la mancanza delle persone che ama a spingere l’archivista bancario a iniziare una lunga corsa contro il tempo per cercare di rimediare le cose. Il protagonista è lanciatissimo, anche se sempre tormentato dalla sua fame, ed è pronto a tutto, ma sulla sua strada arrivano Marta e Federico. E con questi due ventenni il piano perfetto di Calafiore vacilla. L’uomo e la sua enorme massa corporea sono presi di mira dai due ragazzi che lo sequestrano non per chiedere un riscatto – alla coppia i soldi non interessano-, loro vogliono quell’enorme ammasso di carne e adipe noto come Calafiore. “Calafiore” di Belluardo colpisce perché è un romanzo nel quale si mescolano atmosfere diverse. Non a caso si passa dal registro comico (vedi i diversi tentativi che il protagonista mette in atto per perdere peso, stuzzicato dalla compagna Serena e le battaglie perse contro i tubetti di maionese), a quello drammatico (quando il protagonista è messo alle strette dai superiori o scopre che la sua amata lo ha abbandonato) e anche un po’ splatter (quando Calafiore si trova con i due fidanzatini e assiste alle macabre azioni che la coppia attua per soddisfare i loro viscerali piaceri). Interessanti sono i temi messi in scena da Belluardo, perché la fame che tormenta Calafiore, proprio quella che lo spinge a mangiare in modo ossessivo, è una fame cronica necessaria a colmare i vuoti affettivi che hanno caratterizzato la sua vita fin da quando era bambino. In opposizione a Calafiore che ingurgita cibo (bulimia), Belluardo mette Mauro, il cugino del protagonista, e pure lui vive una situazione di disagio grave che lo porta a ripudiare il cibo fino all’anoressia. Marta e Federico invece, con la loro scelta di vita, rappresentano la coppia che ha optato per la via dell’estremo eccesso per sentirsi viva. Altro argomento affrontato è la “fame” di fama che caratterizza il mondo contemporaneo, rappresentata nel libro dalla sfida a chi mangia più tramezzini in un’ora per entrare nel Guinness dei primati. “Calafiore” di Arturo Belluardo si sviluppa in una dimensione narrativa caratterizzata da una quotidianità vorace, ammantata da un crescendo di atmosfere surreali, nelle quali ogni cosa e ogni persona ad un certo punto fagocitano loro stesse. Questo raccontare permette all’autore siracusano, da un lato, di narrare la drammatica vicenda esistenziale di un singolo (Calafiore) ma, allo stesso tempo, dall’altro, pone all’attenzione del lettore problematiche attuali che non sempre riusciamo, o forse vogliamo, accettare e analizzare perché troppo scomode e dolorose.

Arturo Belluardo è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe‑Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succedeoggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa Nutrimenti.

:: Chiedi alla notte di Antonella Boralevi (Baldini+Castaldi 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 Maggio 2019

Chiedi alla notteChiedi alla notte di Antonella Boralevi, titolo che vagamente riecheggia Chiedi alla polvere di Fante, ci riporta nelle vite di Emma e Alfio già conosciuti ne La bambina nel buio, edito l’anno scorso sempre da Baldini +Castoldi.
Siamo a Venezia durante il 75° Festival del Cinema e un delitto se vogliamo riavvicina i due protagonisti: la luce della bellissima eterea Vivi Wilson brilla una sola sera, quella dell’inaugurazione del Festival. Il giorno dopo infatti viene trovata morta sulla spiaggia degli Alberoni, nel Lido di Venezia. Ad indagare sul delitto naturalmente il bel commissario Alfio Mancuso aiutato da Emma Thorpe, avvocato di Netflix, coproduttori del film di cui la Wilson, la Regina delle fate, era la star.
Continua così l’insolito mix di thriller, romanzo sentimentale, e affresco sociale, iniziato con il precedente romanzo. La scrittura è patinata, effervescente, l’ambiente internazionale, si sprecano i marchi di lusso, gli status symbol che decretano il tanto ambito successo sociale (l’essere accettati nel gotha che conta), ma in tutto questo apparente splendore sembra che la superficie smaltata nasconda un terribile vuoto. Mondanità, ricchezza, fascino non sembrano sufficienti a dare un senso alle vite dei personaggi, se non per l’amore che unisce Emma e Alfio, unica vera luce in un profondo e feroce buio.
La Boralevi è brava nel accentuare questo stridente contrasto, che se vogliamo incarna la vera anima noir del libro (affatto edulcorato se analizziamo bene sotto le apparenze). E le apparenze sono la chiave di volta dell’intero libro. Tutti mentono in questo mondo, in questo effimero gioco di specchi, dice una notte il regista Bob Miller a Emma.
Mondanità, ricchezza, privilegi non bastano insomma sembra dirci l’autrice tra le righe per raggiungere se non la felicità anche solo una certa pace. Il male, la sofferenza toccano tutti, anche i più privilegiati e apparentemente fortunati.
Naturalmente ci chiediamo chi abbia ucciso la bella Vivi Wilson, (lo si scoprirà alla fine in un gioco di maschere e disvelamenti) ma forse è il quadro sociale la parte più interessante del romanzo e la capacità della Boralevi di vedere le pieghe più oscure in tanto ostentato luccichio di gioielli, borse, vestiti, motoscafi, champagne, auto di lusso, ville antiche, locali alla moda, feste e cene esclusive.
Lo stile è semplice, cadenzato, fatto di frasi brevi, ritmate, impreziosite in alcuni tratti da accostamenti semantici più poetici che prosastici, certamente insoliti. Cosa abbastanza singolare per un thriller.
Poi naturalmente la bellezza di Venezia con il suo fascino crepuscolare e antico, sebbene siamo a fine estate, accresce il lirismo della storia.
Venezia con la sua luce, le sue calli, la polvere dorata che si muove nell’aria è sempre capace di evocare quel gusto decadente che racchiudono le cose in via di decomposizione. Quel fascino un po’ innaturale e straniante che molti artisti hanno da sempre accentuato.
Ricordo il bellissimo romanzo di Fruttero e Lucentini, L’amante senza fissa dimora, che seppur per molti versi diverso, racchiudeva anche esso un amore senza tempo, e il fascino nobile di questa città che è stata scelta anche come location di romanzi e film ben più inquietanti come tra tutti il bellissimo A Venezia un dicembre rosso shocking, film del 1973 diretto da Nicolas Roeg, che se non avete visto vi consiglio di recuperare. Ma numerosi altri sono gli esempi.
Interessante.

Antonella Boralevi (Firenze, 18 giugno 1953) è una scrittrice, conduttrice televisiva, autrice televisiva e personaggio televisivo italiana, ed è autrice di romanzi, racconti, saggi e sceneggiature.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Baldini+Castoldi.

:: Un soffio di vita di Clarice Lispector (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2019

cl(2)Clarice Lispector, nata in Ucraina nel 1920, approdò successivamente in Brasile dove si formò e diventò scrittrice.
Una voce inquieta che fu accolta con grande favore. La sua è una scrittura particolare che scava nell’indicibile e che si risolve in un flusso di parole che decostruisce il senso.
Adelphi pubblica Un soffio di vita (nella traduzione di Roberto Francavilla), il libro più difficile della scrittrice.
Clarice Lispector ci stava lavorando quando le è stata diagnosticata una malattia mortale.
Il libro è uscito postumo ed è stato curato e riordinato da Olga Borelli, l’amica e assistente che le è stata vicina fino alla morte.
Un soffio di vita può considerarsi il testamento letterario di Clarice Lispector.
Un libro definitivo in cui la sua autrice si avventura, sotto il peso tragico dell’idea della fine imminente, nelle ragioni intime e esistenziali della sua scrittura.
Scrive per frammenti perché anche la sua vita è fatta di frammenti e mette in scena nella trama un dialogo serrato tra l’autore e Ângela, il personaggio inventato dall’autore stesso che sta scrivendo le pagine del libro.
L’autore inventa il suo personaggio perché confessa di essere stato sempre alla ricerca di una persona che vivesse per lui.
Dalla loro conversazione emergono intuizioni, osservazioni e riflessioni sul ruolo della scrittura. Ângela per il suo inventore è una nota acuta, è un grido nell’aria. Entrambi commettono il grave errore di pensare e danno vita a un dialogo fra sordi:

«uno dice una cosa e l’altro risponde di sì ma a una cosa diversa, e io dico di no, e mi accorgo che Ângela non mi contraddice neppure. Ognuno di noi segue il proprio filo, senza ascoltare davvero l’altro. È la libertà»,

Dallo scrivere, che è un agire senza preavviso, l’autore e il suo personaggio si avventurano, con un forte carico di ansia e di inquietudine, sui sentieri pericolosi del linguaggio che dissemina trappole nel labirinto intricato della scrittura.
Nella parole c’è tutto e l’autore afferma di voler scrivere movimento puro. Per Ângela scrivere vuol dire strappare le cose via da lei, a pezzi come l’arpione che si conficca nella balena e le squarcia la carne.
Clarice Lispector sfida le parole e la su stessa scrittura. Un soffio di vita è il suo libro più estremo, l’ultimo e il conclusivo.
Senza preoccuparsi di non essere capita, la scrittrice mette insieme il frammenti di questo stravagante dialogo interiore tra l’autore e il suo personaggio per ribadire, prima di chiudere gli occhi, che la scrittura è qualcosa di importante che ha a che fare con la necessità e l’urgenza.

«Io non scrivo certo perché lo desidero. Scrivo perché ne ho bisogno. Altrimenti cosa farei di me?».

Clarice Lispector non poteva non affidare alla volontà di potenza della parola il destino del suo cammino fra le tenebre.
Arrivata alla fine della sua vita, si sente come una domanda inesistente che non ode risposta.
Lei sa bene che Un soffio di vita non è un libro facile, però non può rinunciare a scriverlo come un libro di sangue, pus, escremento, cuore tagliuzzato, nervi a brandelli, scossa elettrica.
Un libro ermetico accessibile a pochi. Composto da antiparole straordinarie, disordinate per frammenti.
Scrivere, per Clarice Lispetor ma anche per i due personaggi di questo libro silenzioso di vita, significa trasformare tuto in un sogno a occhi aperti e cercare per ogni parola lo schiocco incosciente di un sentimento tormentato
Solo così l’autrice di queste pagine (scritte con parole attaccate le une alle altre) si libererà di se stessa e potrà riposare per sempre.

Clarice Lispector è stata una scrittrice, giornalista e traduttrice ucraina naturalizzata brasiliana. Nata in Ucraina e naturalizzata brasiliana – per quanto riguarda la sua “brasilidade” affermava di essere pernambucana – ha scritto romanzi, racconti e saggi, ed è considerata una delle scrittrici brasiliane più importanti del XX secolo nonché la più importante scrittrice ebrea dai tempi di Franz Kafka.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: La Campagna di Russia 1941-1943 di Maria Teresa Giusti (il Mulino, 2016) a cura di Daniela Distefano

30 aprile 2019

LA CAMPAGNA DI RUSSIA -Maria Teresa GiustiLa guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.

La campagna militare italiana in Russia durante la Seconda guerra mondiale è stata oggetto di pubblicazioni sin dal momento in cui i soldati italiani partirono per il fronte.
I primi scritti sull’argomento – quelli di regime – risalgono al 1941, con il giornale “L’Illustrazione Italiana” che dedicò diversi numeri al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Da allora, tra monografie, raccolte di atti, diari e memorie, articoli su giornali e riviste, film, relazioni e tesi di laurea, sono stati realizzati oltre 1.700 documenti divulgativi.
L’autrice di questo testo compatto ha integrato la principale bibliografia esistente con una portentosa ricerca archivistica: Archivio Centrale dello Stato, Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, quello diaristico di Pieve Santo Stefano e quello dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, solo per quanto concerne la parte di ricerca svolta in Italia, per passare poi al National Archives di Londra, ma soprattutto all’Archivio Statale della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Ministero della Difesa russo per quanto riguarda la parte di ricerca svolta fuori i confini nazionali. Le fonti russe sono state fondamentali per far luce su particolari inediti e per comprendere il punto di vista dei sovietici, il loro atteggiamento verso la guerra e i nemici, nonché verso il regime di Stalin. La scrittrice, conoscendo la lingua russa, ha potuto tradurre personalmente la documentazione analizzata, interpretandola con gli occhi di una storica.
Maria Teresa Giusti parte da lontano, dalla descrizione della situazione politica post-Grande Guerra, per immergere il lettore negli avvenimenti dei mesi precedenti al patto Molotov-Ribbentrop che il ministro degli esteri Galeazzo Ciano descrisse come “un colpo da maestri” dei tedeschi. Come si arrivò allora alla strappo fatale? Alla guerra disastrosa per l’Italia al fianco dei nazisti e contro il colosso russo?
Lo studio minuzioso e i commenti dell’autrice si spingono oltre le già note problematiche della mancanza di materiali ed equipaggiamenti idonei per affrontare il clima russo, facendo trasparire le inefficienze e le responsabilità di alcuni uomini di vertice, come quelle del generale Cavallero.

Il 28 gennaio 1943, mentre si consumava la tragedia del corpo degli alpini sul Don, “Il Duce continua a vedere abbastanza ottimisticamente la situazione in Russia. Crede che i tedeschi hanno uomini, mezzi, energia per dominare gli eventi e forse per capovolgerli”. Tale visione errata era frutto di un’illusione e anche la conseguenza delle informazioni che arrivavano al duce da Cavallero.(..). Questi fu sostituito il 30 dello stesso mese da Vittorio Ambrosio come capo di Stato Maggiore generale”.

Le vicende del CSIR prima e dell’Armata Militare Italiana in Russia (ARMIR) poi non furono limitate a ciò che accadde sul Don o attorno alla città di Stalingrado. Come messo in evidenza da Maria Teresa Giusti, la campagna di Russia si svolse anche lontano dai campi di battaglia.
Una figura molto presente in questo volume è quella del generale Giovanni Messe. Assieme a Mussolini, Hitler e Stalin, è il nome più ricorrente e con il suo La guerra sul fronte russo e il fondo Messe presso l’Archivio Storico dello Stato Maggiore Esercito, costituisce un valido punto di riferimento per la storia non solo militare della campagna di Russia. “La Campagna di Russia 1941-1943” (il Mulino) è un libro succoso, documentatissimo, che aiuta il lettore nell’analisi di eventi tragici e ancora oggi imperscrutabili e fornisce anche interessanti osservazioni della storiografia russa permettendo di considerare gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Maria Teresa Giusti insegna nell’Università “Gabriele D’Annunzio” a Chieti. Ha conseguito i seguenti titoli:
– Dottorato di Ricerca in “Storia politica comparata dell’Europa. XIX e XX sec.”, XIV ciclo, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna il 10 febbraio 2003, con la tesi dal titolo Italiani e tedeschi nei campi di prigionia militare in Unione Sovietica. 1941-1946.
– Laurea in Materie letterarie (indirizzo storico), conseguita il 9 luglio 1998 presso l’Università degli Studi dell’Aquila con la tesi dal titolo Rapporti tra Italia e Unione Sovietica. I prigionieri italiani nell’URSS durante la seconda guerra mondiale: dalla propaganda antifascista nei campi al rimpatrio.
– Laurea in Lingue e letterature straniere (I lingua russo, II lingua inglese), conseguita l’11/03/1988 presso l’Università degli Studi dell’Aquila, con la tesi dal titolo Garšin e la letteratura del dolore.

Source: Libro inviato dall’Editore. Rngraziamo Cristina e Cinzia dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

:: Figli dello stesso fango. Un romanzo sul disagio giovanile di Daniele Amitrano, (13 Lab Milano 2016) a cura di Viviana Filippini

29 aprile 2019

coverAndrea è un giornalista e vive a Milano. Ha la sua famiglia, un lavoro che gli piace, poi, un giorno, gli arriva una telefonata strana che gli annuncia la morte per overdose di un suo amico d’adolescenza. Andrea, protagonista di Figli dello stesso fango si insospettisce e torna, dopo dieci anni, a casa. Arrivato nella terra di un tempo, a Formia, non solo cercherà di capire come l’amico è morto, ma ci sarà un vero e proprio confronto con quello che è stato il suo – anzi il loro- passato. Nel romanzo di Amitrano, dal presente si fa quindi un balzo nel passato grazie ad un sapiente utilizzo del flashback, che permette ai lettori di comprendere l’adolescenza, un po’ travagliata, di Andrea e dei suoi amici. Non mancano le fughe segrete dalla provincia verso la grande città per divertirsi un po’ e sentirsi grandi. I primi amori e le prime schermaglie amorose, ma anche le scazzottate per salvare l’onore dell’amata e la ricerca dell’eccesso per sentirsi esperti. Il libro di Amitrano è un romanzo di formazione nel quale si pone luce sulle diverse sfaccettature che il disagio giovani può assumere. Dai conflitti tra amici, a quelli generazionali tra genitori e figli, fino alla “caduta” nel tunnel della droga dal quale, come accadrà ad alcuni amici del protagonista, è molto difficile uscire. Tornando al paese d’infanzia Andrea fa un balzo nella sua gioventù passata e questo rivivere la vita di un tempo sarà il giusto elemento che gli permetterà di trovare una soluzione per la morte del caro amico. Pagina dopo pagina, il lettore resta con il fiato sospeso, perché Andrea ci porta a zonzo con i suoi compari, le difficoltà a parlarne e a vivere spensierato quella che è la sua giovane vita. Per lui l’andare via, l’aver abbandonato gli amici, la famiglia e il fratello gli ha permesso sì di trovare una nuova stabilità esistenziale, ma certi spettri del passato sono quelli che gli daranno tormento anche nel presente. Il romanzo è carico si suspense che aumenta pagina dopo pagina, perché con Andrea il lettore si fa un’idea su chi o cosa possa aver fatto fuori l’amico, ma la fine della storia lascia di stucco perché c’è un ribaltamento dei piani e delle situazioni imprevisto e imprevedibile. Amitrano, come indica il titolo completo del libro, crea un romanzo sul disagio giovanile, nel quale però non si narrano solo le difficoltà dei giovani ad avere ben chiare le idee per la vita e per il futuro. È un libro che evidenzia quanti possono essere i pericoli nei quali un ragazzo o una ragazza in fase di crescita potrebbero incappare (droga, violenza, il brando, ignoranza, pregiudizio, malattia mentale, solitudine ed esclusione). In realtà, c’è un altro aspetto interessante che emerge dalle pagine di Figli dello stesso fango. Un romanzo di disagio giovanile, ed è il fatto che spesso ci si fida e affida troppo alla propria mente e alla prima impressione che abbiamo delle persone e delle cose e Amitrano, nel suo romanzo, evidenzia come in molti casi gli individui, le cose e le situazioni che ci compaiono davanti non sempre sono quello che cercano di far credere d’essere.

Daniele Amitrano nasce a Formia (LT) il 14 febbraio 1982. Ha conseguito due lauree: la prima in Scienze Organizzative e Gestionali e la seconda in Scienze Politiche. Ha pubblicato due raccolte di poesie tra il 2005 e il 2007 e ha vinto tre premi letterari nazionali con componimenti singoli. Figli dello stesso fango (13Lab Editore, 2016) è il suo romanzo d’esordio. La bambina che urlava nel silenzio. Un’indagine dell’ispettore Lorenzi è il suo secondo romanzo (13Lab Editore, 2018).

Source inviato dall’editore.

Il trono di spade graphic novel di George R. Martin, Daniel Abraham e Tommy Patterson (Mondadori, 2019) a cura di Elena Romanello

24 aprile 2019

57234011_2604721806421224_2367975788529057792_nIn contemporanea con la trasmissione in TV dell’ultima, attesa stagione di Game of thrones, in attesa degli ultimi due romanzi di George R. R. Martin, Oscar Ink ripropone, in una nuova, sontuosa edizione, la graphic novel uscita tempo fa in volumi spillati per Italycomics ed oggi praticamente introvabile, se non sul mercato dell’usato.
La vecchia edizione era uscita in spillati, su modello statunitense, e poi in volumi rilegati. Si tratta di un adattamento della prima stagione della serie, e quindi è anche un modo per fare un buon ripasso di come tutto è iniziato, seguendo le varie storie dei protagonisti, dal compianto Nerd Stark alla giovanissima Daenerys in cerca di un cambiamento della sua vita, dalla perfida Cersei all’eroe per caso Jon Snow. Il volume, primo di due, è arricchito di schede, schizzi e approfondimenti, per raccontare l’inizio di un mondo in un altro universo, quello delle nuvole parlanti, che da anni si incontrano con successo con le serie TV, dando vita ad una vita plurimediale sempre molto interessante. La graphic novel è sceneggiata da Daniel Abraham, disegnata da Tommy Patterson e colorata da Ivan Nunes.
Oscar Ink propone anche una nuova tradizione, basandosi su quella di Sergio Altieri, a cura di Teresa Albanese.  Il gioco di troni è stato poi seguito in patria da un’altra graphic novel, A clash on kings, che forse potrebbe entrare nei progetti anche nostrani, tutto dipende dal successo di questa prima proposta, comunque da tenere d’occhio e di sicuro interesse per chi è rimasto affascinato dal mondo di Westeros, dalle sue violenze, dalle sue passioni, dai suoi intrighi, per una storia che ha saputo rinnovare il genere fantasy e porlo all’attenzione di un pubblico vasto e anche non di appassionati.
La vicenda è nota ma non per questo meno interessante da riscoprire, del resto ormai sono passati tanti anni anche sullo schermo e certi giochi di potere cominciarono proprio nel primo capitolo della saga. Il mezzo fumettistico rispetta fattezze degli attori e atmosfere, ma non ripercorrendo senza immaginazione la serie TV, ma raccontandola di nuovo con un altro mezzo.

George R.R. Martin, nato a Bayonne, nel New Jersey, nel 1948, è autore di numerosi racconti e romanzi, con cui ha vinto numerosi premi fra cui l’Hugo, il Nebula, il Bram Stoker e il Locus, ed è sceneggiatore per cinema e la televisione. Ha scritto tutti i libri di Le Cronache del giaccio e del fuoco compresi i prequel Il Cavaliere dei Sette Regni (2014) e La principessa e la regina, contenuto ne La Principessa e la Regina e altre storie di donne pericolose, antologia curata da Martin stesso con Gardner Dozois uscita nel 2015. Sempre sul mondo di Westeros è uscito anche  Il Mondo del Ghiaccio e del Fuoco: la storia ufficiale di Westeros e del Trono di Spade, scritto con Linda Antonnson e Elio M. Garcia Jr. e uscita nel 2014 e Fuoco e Sangue del 2018. E’ anche autore di libri di genere fantascientifcfico, romanzi e racconti, come Le Torri di Cenere (2007), I re di sabbia (2008), I canti del sogno (2016), Il drago di ghiaccio, Il pianate dei venti,La luce morente, Il battello del delirio, Armageddon rag, Nella casa del verme, Nightflyers e Wild Cards.

Daniel Abraham è romanziere e sceneggiatore per il cinema, la televisione e di graphic novel. Come romanziere ha pubblicato la tetralogia The Long Prince Quartet, di cui in Italia è arrivato solo il primo romanzo, La città dei poeti. E’ coautore, insieme a George R.R. Martin e Gardner Dozois, di Fuga impossibile ed è uno degli autori che collabora alla serie condivisa Wild Cards.  Con lo pseudonimo di James S. Corey, insieme a Ty Franck, è uno degli autori dei romanzi su cui è basata la serie TV The Expanse. Ha anche realizzato la sceneggiatura di  Fevre Dream, graphic novel basato sul romanzo di Martin Il battello del delirio.

Tommy Patterson è un illustratore che ha disegnato, fra le altre cose, Farscape per Boom! Studios, l’adattamento del film I guerrieri della notte per la Dynamite Entertainment, e Tales from Wonderland: The White NightRed Rose e Stingers per la Zenescope Entertainment.

:: Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

24 aprile 2019

Il silenzio dei satellitiClemens Meyer lo avevamo conosciuto con Eravamo dei grandissimi, il romanzo del 2016 con protagonista la squattrinata combriccola adolescente a Lipsia. Ora il narratore tedesco torna in libreria con un nuovo lavoro letterario che Keller ha pubblicato per noi in Italia. Il silenzio dei satelliti è un raccolta di racconti (12) ambientai in Germania, nei quali la protagonista è una umanità varia, ritratta nelle sue diverse sfaccettature. O meglio, nel libro si trovano nove racconti intervallati da tre momenti (uno-due-tre). Tre sezioni di storie dove l’importanza è quella di mantenere vive le reazioni umane, dove c’è la paura ad accettare e a manifestare i sentimenti che animano il cuore e i desideri umani, uniti al passato che torna per non essere dimenticato. Ogni racconto è poi una storia a sé, dove sono messi in gioco valori esistenziali, ricordi, emozioni, gioie, dolori e paure che rendono le creature letterarie di Meyer tipi narrativi molto simili alle persone reali. Queste diverse tipologie di esseri umani e di storie si muovono in grandi architetture e appartamenti che hanno il ruolo integrante di scenari di ambientazione. Tanti racconti, per tanti individui che danno vita ad un’opera corale della quale Meyer diventa uditore-testimone, che rendiconta a noi lettori queste esistenze frammentate, fatte di sconfitte e di piccole rivincite, diverse e, allo stesso tempo, anche simili alle nostre. C’è allora il poliziotto guardiano che si innamora della ragazzina che vive nel campo profughi. La donna ossessionata dai nocciolini delle ciliegie e la sua amicizia con un’altra anima solitaria come la sua. I due amici che prendono il padre malato di uno di loro e lo portano sulla ruota panoramica. Accanto al trio, il sottoufficiale che torna a casa a trovare la nonna. Con lui, in un’altra storia, il gestore di un chiosco innamorato della fidanzata musulmana del migliore amico e del tutto incapace di accettare tale sentimento. Ci sono fantini che vanno a cavallo e quelli che sognano di gareggiate a St. Moritz e poi arrivano i sopravvissuti ai campi di concentramento, che pensano a quante ne hanno passate e sopportate. La scrittura di Meyer è dinamica, veloce e denota una volontà precisa di mettere in scena alcuni temi attuali come il contrasto fra culture, fra usi e costumi differenti che convivono in uno stesso spazio anche in modo forzato e sulle contrapposizioni generazionali. Non mancano l’amore provato e non ricambiato, la povertà, la sofferenza e la solitudine che annientano alcuni dei protagonisti presenti nella narrazione. Non tutto è perduto, perché poi arriva lei, è non è un persona vera e propria, ma è la Speranza e la ritroviamo in molte delle creature che, nonostante tutte le ammaccature e imprevisti della vita, sono pronte a non mollare mai e a guardare avanti per un domani migliore. Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, edito da Keller, è una sorta di grande condominio nel quale ogni finestrella illuminata è la storia di vita di ognuno dei personaggi in esso presenti. Frammenti di vissuto che ci vengono incontro, che si raccontano per quello che sono e che chiedono di rivivere grazie alla lettura e all’ascolto. Traduzione, sapiente e ben fatta, di Roberta Gado e Riccardo Cravero.

Clemens Meyer è uno scrittore tedesco nato a Halle, in Germania, nel 1977 e residente a Lipsia. Il suo esordio è stato segnato nel 2006 con Eravamo dei grandissimi (Als wir träumten) dal quale, nel 2015, è stato tratto anche il film di Andreas Dresen, presentato alla 65esima Berlinale. In seguito ha pubblicato altri due romanzi e una raccolta di racconti ed è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea tedesca. Tra i premi ricevuti il Premio Salerno Libro d’Europa 2017. Finalista al Premio Gregor Von Rezzori 2017. Longlist Man Booker International Prize 2017. Bremer Literaturpreis 2013. Premio della Leipziger Buchmess 2008 e Clemens – Brentano- Preis der Stadt Heidelberg 2007.

Source: inviato dell’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa e staff Keller.

La leggenda del libro sacro L’Ondembrah di Teresa Maria Desiderio (Fanucci, 2019) a cura di Elena Romanello

20 aprile 2019

3453239Fanucci editore tiene a battesimo una nuova voce italiana con il primo volume di una nuova saga, La leggenda del libro sacro L’Ondembrah, rivolta in teoria ad un pubblico di giovanissimi ma in realtà piacevole per tutte le età, cosa poi non così frequente, soprattutto ultimamente, se si escludono fenomeni letterari come la saga di Harry Potter e quella di Hunger Games.
L’autrice, da sempre interessata al fantastico e con fonti di ispirazione che spaziano da Lewis Carroll a Leiji Matsumoto. da Tolkien a Rumiko Takahashi, da J. K. Rowling a Sailormoon, porta nel mondo di Sannoth, universo alternativo dove vivono ben nove razze differenti, in rapporti più o meno amichevoli, tra di loro, metafora della difficoltà ad accettare la diversità presente nel nostro mondo.
Ogni abitante del luogo possiede una scintilla di magia dentro di sé chiamata Shinpa: gli Shannobrah,, una delle stirpi del mondo, iniziano ad usarla dopo aver compiuto dieci anni, dopo aver festeggiato il Phatiobrah, la festa che consacra per ogni piccolo abitante l’ingresso nella vita magica, una specie di bar mitzah o di cresima magica.
Goshda e Fadfra sono gemelli, compiono dieci anni e si accingono a celebrare questo evento e  a rompere il Grongo, il sigillo blocca magia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, oscuri presagi emergono, come l’apparizione di una piuma, tutto tranne che innocua. I due ragazzi vengono divisi: Fadfra viene rapita da Yonah, il re degli Elfi, che nasconde un segreto  inimmaginabile, mentre Goshda deve imbarcarsi in un compito ancora più difficile.
Sui due ragazzi si staglia una profezia, perché uno o una di loro potrebbe essere  il leggendario Ondembrah, il detentore del tanto atteso ‘nono dono’ magico, che dovrà risvegliare i dormienti e portare ad un cambiamento cruciale e forse non positivo per il mondo conosciuto: quindi i due ragazzi non dovranno solo crescere ma capire anche le conseguenze della loro crescita e di scelte che possono non essere facili, univoche e positive.
A tratti ci sono degli archetipi che tornano, il ruolo del prescelto (o prescelta), il viaggio dell’eroe in cerca di sé, la coesistenza di diverse razze, il mistero da risolvere, ma tutto è trattato in maniera fresca e originale, con una narrazione incalzante, due personaggi magici che come età strizzano l’occhio ai coetanei, ma l’insieme è interessante anche per i fan del fantasy di lunga data, che giocheranno con le citazioni ma scopriranno un nuovo mondo in cui si viene trasportati e in cui si tornerà.
Fa piacere vedere comunque che si sta tornando a proporre storie fantasy per i più giovani basate su avventure in mondi alternativi, non a storielle più da Harmony dove di fantastico ce ne è ben poco, con la costruzione quindi di un mondo che sa essere nuovo senza dimenticare il passato di storie che si sono succedute, da Tolkien a Terry Brooks.
A questo punto, non resta che aspettare il secondo capitolo della saga, come è già successo con due nuove voci italiane recenti, Helena Paoli e Rebecca Moro.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Teresa M. Desiderio è mamma di tre splendidi bambini e grande sognatrice, e fin da piccola ha avuto una predilezione per la magia e il fantastico in generale. Letture e interessi avevano sempre un unico filo conduttore, e oggi le idee che l’hanno accompagnata per anni si sono riassunte in un mondo narrativo originale e complesso che prende il nome di Sannoth. Con Ondembrah, il primo capitolo della saga fantasy La leggenda del Libro Sacro, fa il suo ingresso nel catalogo Fanucci.

:: Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore 2019) a cura di Nicola Vacca

19 aprile 2019
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Attendevo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, il primo libro di sideKar, una nuova collana di narrativa pubblicata da Arkadia editore.
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questi racconti, che in un certo senso formano un romanzo, mi sono venute in mente alcune parole di Cioran in merito ai libri che devono frugare nelle ferite e che devono allargarle fino a diventare essi stessi un pericolo.
La scrittura di Alessandro Zannoni è arrivata come un colpo d’ascia che mi ha spaccato virtualmente il cranio.
Non abbandonando mai la letteratura, l’autore compie un indagine intorno al male, osando sempre chiamarlo per nome con tutto il suo sangue che ogni giorno versa nelle nostre esistenze.
Ogni racconto ha per titolo il nome del protagonista e inizia con un delitto efferato che egli commette in seno alla propria famiglia.
L’autore usa una tecnica di montaggio a ritroso e una scrittura crudele, asciutta e essenziale, che arriva diretta come una pugnalata che squarcia la carne, per ricostruire le cause che hanno portato il protagonista a compiere il gesto insano e omicida.
Le storie crudeli di Alessandro Zannoni si consumano tutte in famiglia e nei suoi racconti estremi troviamo rappresentato tutto il male che oggi la cronaca ci sbatte davanti agli occhi con tutto il suo carico di ferocia.
Mariti che picchiano e uccidono le mogli, donne che la fanno finita insieme ai loro figli perché non reggono più la violenza familiare, figli che massacrano i genitori perché hanno completamente perso la ragione, padri che sterminano l’intera famiglia.
Zannoni in questi racconti brevi, senza nessun filtro e a colpi di machete, ci rappresenta il nostro mondo familiare massacrato dalla violenza degli esseri umani.
Noi lettori lo percepiamo come un pugno allo stomaco perché la scrittura del suo autore si avvale del sanguinamento. Zannoni scrive per svegliare e quindi è consapevole che c’è un solo modo per raccontare il male che siamo capaci di fare.
Guardarlo in faccia e descriverlo con la stessa crudeltà con cui lui arma la nostra follia.
Lucio, il protagonista dell’ultimo Stato di famiglia, colpisce a morte Silvia, sua moglie. Lei, inciampando si rivolge al marito e chiede perché. Lui si spaventa e la colpisce ciecamente fino a che non smettere di dire perché.
Questo è uno dei brani del libro che più mi è rimasto impresso.
Alessandro Zannoni vuole dirci che al male che coviamo dentro non c’è un perché. Siamo maledettamente sedotti dal suo fascino sinistro e abbagliati dalla sua luce perversa non siamo mai lucidi da considerare i suoi effetti collaterali devastanti.
Stato di famiglia è un libro riuscito perché la scrittura nera e appuntita di Alessandro Zannoni si conficca come un chiodo nella nostra carne viva di uomini che (anche in chiusura il pensiero va a Cioran) sappiamo essere solo il cancro della terra.

Alessandro Zannoni scrive romanzi per adulti e per ragazzi, pubblica racconti su antologie e riviste di settore. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino” disegnato da Lorenzo Palloni. Nel 2002 ha dato vita al FestivalNoir di Lerici, che si è trasformato negli incontri letterari “Leggere fa male”. Nel 2018 ha organizzato “Mi piace corto”, primo festival Italiano dedicato al racconto. Dal 2017 scrive per il cinema. Conduce “Senzafiltro” un programma in diretta radioweb su www.radiorogna.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Tania Murenu dell’Ufficio Stampa Arkadia Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.