Il buio a luci accese è il libro d’esordio dell’irlandese David Hayden. Ora, grazie all’editore Safarà al quale dobbiamo proposte e recuperi non meno eccentrici (dal classico contemporaneo Alasdair Gray all’americana Helen Phillips), il libro è disponibile anche per noi lettori dello stivale.
Il buio a luci accese è composto da venti racconti per i quali è forse banale ma comunque appropriato spendere la definizione di surreali. La surrealtà di Hayden però non passa attraverso il linguaggio che è preciso fino a sembrare meticoloso, trasparente e intensamente comunicativo. Le descrizioni di Hayden, che si tratti di un paesaggio o di una casa, si conformano a un dettato rigoroso, secondo il quale una parola di troppo spezzerebbe l’eleganza dell’insieme. Ma, naturalmente, quello che succede, il plot se così vogliamo chiamarlo, ammesso che in un libro come questo abbia senso rifarsi al concetto di plot per come viene comunemente inteso, si muove in tutt’altra direzione. A cominciare dal quasi buzzatiano racconto di apertura Sortita che narra gli ultimi istanti di vita di un suicida o meglio ancora di qualcuno che si è gettato da un palazzo perché in effetti, fedele al rigore di cui si diceva, Hayden non perde tempo a spiegare i motivi del gesto. Nel tempo contratto di una caduta si dispiega la possibilità di una vita intera con tanto di decisioni prese troppo in fretta, indecisioni, incertezze e brutte figure. Il mistero è una delle voci, forse la più cospicua, cui rimandano questi testi. Non per forza di cose sappiamo immediatamente chi parla, chi agisce, le sue motivazioni o semplicemente il suo genere sessuale, le informazioni vengono abilmente dosate dall’autore forse anche con una punta di sadismo. La fabula prende forma senza fretta (per quanto la foliazione dei singoli racconti raramente superi le quindici pagine) e ci pone quasi subito in situazioni da incubo, trattate col massimo grado di disinvoltura. Prendiamo ad esempio il bellissimo I resti del mondo che fu, dal taglio postapocalittico, storia che letteralmente si svolge dentro la testa di un uomo. Hayden ha ben chiaro quanto siano sterminate le possibilità della letteratura, il suo grado estremo e incontrollato di sperimentazione e ne approfitta da par suo. O ancora Una mela in biblioteca dove la betise della condizione umana è ritratta con tale impietosa lungimiranza da arrivare all’equivalenza tra uomini e oggetti.
Naturalmente, seppure originalissimo, il talento di Hayden non nasce solitario. In effetti l’ombra del grande conterraneo Samuel Beckett sembra stendersi su più di una pagina e in particolare l’apertura di Dick non può non richiamare alla memoria il Beckett di Giorni felici. Ma è un modello, quello beckettiano e del teatro dell’assurdo, perfettamente metabolizzato e che quindi non viene gestito secondo una logica citazionista ma restituito al lettore con naturalezza, con lo spirito di un classico senza tempo.
Dopo questa raccolta d’esordio pare che Hayden stia lavorando a un romanzo e questo incuriosisce non poco perché la natura del suo talento, fulminante e concentratissimo, sembra sposarsi perfettamente con la forma breve, dalla quale è in grado di cogliere i massimi vantaggi. Lo straniamento e la quotidianità, se fatte cozzare funzionano magnificamente in una decina di pagine, ma è anche vero che la consapevolezza dei suoi mezzi è tale che Hayden saprà sicuramente adattare le sue idiosincrasie a una narrazione più ampia. E noi non vediamo l’ora di scoprire come farà.
David Hayden è nato a Dublino e ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia. Autore di racconti, ora vive in Norvegia e nel Regno Unito, dove sta attualmente lavorando a un romanzo.
Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Serena dell’Ufficio Stampa Safarà.
Stamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.
Torna Alessandro Berselli con un nuovo libro. Piccole dimensioni, grande contenuto. La vicenda che ci racconta è centrata su Ivan Cataldo, trainer aziendale specializzato in marketing partitico. Uomo piacente, abbigliamento ricercato, amante della cucina raffinata e alternativa. Una moglie, una figlia vicina alla maggiore età e una in arrivo. Cosa gli manca? In apparenza nulla. È realizzato, i soldi non sono un problema, tutto sta procedendo al meglio. Finché … gli viene fatta una proposta lusinghiera, legata a nuove e ambiziose idee politiche. La sua curiosità si accende, i suoi equilibri diventano incerti. Superare o no la sottile linea che ha curato giorno dopo giorno in modo quasi maniacale? Non vi svelo altro.
Tornano le avventure e le indagini del Brigadiere del Carmine, nato dalla penna di Enrico Mirani, giornalista e scrittore. La città di ambientazione è la Brescia del 1915, un luogo che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, edito da Liberedizioni, sente l’incombere della guerra -la Prima-, dove ci sono manifestazioni pubbliche tra interventisti e neutralisti, dove cominciano ad attrezzarsi ospedali e caserme militari per essere pronti al prossimo conflitto bellico, e dove, le incursioni aeree diventano, giorno dopo giorno, una routine che getta nel panico la popolazione. La nuova avventura del Carabiniere Francesco Setti sradica il protagonista delle intricate maglie della città di Brescia e lo costringe, per esigenze lavorative, a trasferirsi nella campagna locale, dove l’atroce misfatto si è compiuto. In un piccolo paesino di provincia, in un campo, è stato ritrovato il corpo abbandonato e martoriato di una ragazzina, assassinata senza pietà. Chi l’avrà uccisa? Perché? Francesco Setti cercherà di trovare una soluzione, ma le indagini si riveleranno molto più complesse del previsto. Tanto per cominciare il protagonista dovrà affrontare un senso di spaesamento determinato dal fatto che lui è abituato a acciuffare criminali per le vie del Carmine a Brescia e nel quartiere delle Pescherie (quando ancora c’era, visto che nel 1927 venne demolito per lasciare spazio a Piazza della Vittoria), mentre questa caccia all’assassino si svolgerà in piena campagna, un ambiente sconosciuto, misterioso, tutto da scoprire, perché le cose non sono mai quello che sembrano a prima vista. Setti non sarà solo, con lui l’inseparabile Mario Serafini. Il duo avrà una “bella gatta da pelare”, nel senso che nel piccolo centro campagnolo, gli imprevisti pronti ad ostacolare le indagini arriveranno inaspettati. Tra di essi ci saranno la profonda omertà e la poca disposizione a collaborare della popolazione locale. Setti dovrà lavorare duro per conquistare la fiducia della gente di paese, persone umili, ma molto diffidenti, che lo vedono come l’elemento estraneo, lo straniero arrivato dalla città per passare alla lente d’ingrandimento le loro vite e trovare il responsabile dell’atroce morte della piccola e innocente vittima. Non solo, perché il protagonista avrà un altro bel grattacapo che gli darà un po’- tanto- tormento: la nuova fidanzata. Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915 è un giallo avvincente, che richiama la struttura narrativa del giallo tradizionale, con un l’aggiunta dell’analisi della dimensione psicologica del protagonista e degli altri attori narrativi. Un elemento che rende il Carabiniere Francesco Setti e gli altri personaggi delle creature letterarie simili ai tanti tipi umani che caratterizzano la realtà della vita quotidiana. Altro aspetto interessante, come nel precedente lavoro, è il fatto che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, l’ambientazione nel passato permetta al lettore di scoprire o riscoprire aspetti della città di Brescia e del suo territorio mutati per sempre nel corso di un secolo.
Daniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante
Una storia vera. Una diagnosi difficile che cambia completamente la vita del protagonista. Da Bologna al Niguarda di Milano per fare accertamenti specifici. Dalla casa in cui convive con la sua donna al reparto di oncologia, in pochi giorni. I ricordi lo confondono, riemergono e lo spiazzano. Tutto viene rimesso in discussione, anche il sesso. La depressione si fa sentire, prepotente. Cosa si aspetta da una diagnosi che non lascia spazio all’equivoco? Deve affrontarla a muso duro o nascondersi per essere coccolato e capito? Quanto conta per lui avere abitudini, sognare, desiderare? Cosa vuol dire stordirsi pur di non provare dolore? Che significato acquistano in un percorso come questo la vita e l’amore? E la morte?

Gli appassionati l’hanno atteso in maniera spasmodica, ma finalmente è arrivato il secondo e non conclusivo capitolo della saga fantasy di Mondo in fiamme, scritta dal doppiatore e non solo Edoardo Stoppacciaro, legato a doppio filo con il mondo del fantastico, viste le sue numerose partecipazioni a serie TV e film di questo genere.
Ieri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pensavo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.

























