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:: Un’intervista con Giuseppe Culicchia a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2019

Il cuore e la tenebraBenvenuto Giuseppe sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo principalmente del tuo ultimo libro, Il cuore e la tenebra, edito da Mondadori, che ti confesso mi ha notevolmente colpito. Ma lascio a te la parola. Descrivici in breve la trama, e parlaci del momento in cui l’hai ideato, proprio come è nato il processo creativo.

Il cuore e la tenebra è un romanzo che nasce dal mio primo soggiorno berlinese, avvenuto vent’anni fa. Berlino fu per me sconvolgente. Camminavi per strada e vedevi le ferite di tutto il Novecento, i vuoti e le cicatrici che aveva lasciato, e allo stesso tempo percepivi una vitalità incredibile, una capacità di risorgere dalla proprie ceneri davvero non comune. Per tutti questi anni ho desiderato scrivere un romanzo berlinese. E infine ho capito che quella era la città perfetta per una storia che avese a che fare con la colpa e il perdono, con la morte del padre e con il viaggio alla scoperta del suo lato oscuro: Mark Twain diceva che in tutti noi c’è la faccia nascosta della luna, quella che nessuno vede mai. Giulio, il figlio di Federico che va a seppellirlo, parte dall’Italia per Berlino senza sospettare che il suo viaggio lo porterà in quel territorio sconosciuto.

Protagonista del romanzo è un figlio che per la morte del padre si reca a Berlino per provvedere alla sua cremazione. Segue l’ordine delle cose, di solito i padri vanno via prima di figli, e spetta ai figli elaborare il lutto e mantenere viva la loro memoria. Ma Giulio si trova a scoprire del padre cose che mettono in crisi la sua memoria, dell’infanzia soprattutto, il suo attaccamento per questo padre assente ma molto amato. Come hai reso questa discordanza, questa usando un termine musicale dissonanza?

Nel momento in cui Giulio trova ciò che ha lasciato scritto il padre è come se dovesse imparare di nuovo a camminare: si tratta di un mondo nuovo, in cui da principio non sa orientarsi. Più va avanti questo suo viaggio nella memoria e nelle memorie più viene spiazzato da ciò in cui s’imbatte. Disorientato, a tratti deve staccarsi da ciò che ha trovato, si perde per Berlino, si ubriaca. Il peso è troppo grande. Ma infine riesce a farsene carico.

Il padre di Giulio e Pietro (c’è anche un altro fratello), Federico Rallo, era un grande musicista, un’artista ossessionato dalla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler. Questa ossessione lo porta ad essere allontanato, a perdere il suo lavoro e il suo status. Ma proprio un fallimento esistenziale precedente porta quest’uomo ad avvicinarsi all’ideologia nazista, giusto?

Ciò che colpisce Federico dell’hitlerismo è la determinazione a non arrendersi di fronte alla sconfitta ormai certa. Federico è un vinto: ha fallito sia professionalmente sia umanamente. E forse proprio la consapevolezza di questo fallimento lo porta a stare dalla parte dei vinti, o se non altro a solidarizzare con loro, malgrado l’orrore.
Sempre parlando dell’esecuzione di Furtwangler, la fascinazione, l’attrazione per quel mondo, sul punto di crollare (la guerra sembra ormai persa e forse anche i musicisti ne hanno consapevolezza), è molto probabilmente puramente estetica. Ci puoi spiegare meglio questo concetto?
La perfezione assoluta di quella Nona Sinfonia diretta da Furtwängler è figlia del tempo e delle condizioni in cui è stata eseguita. Questa è la molla che fa scattare in Federico l’interesse nei confronti di Hitler. E il dittatore si dimostra capace di sedurre anche post-mortem. Come musicista, Federico ama profondamente la stessa musica amata dal Führer. E come artista rimane affascinato dalla perfezione estetica dei film della Riefenstahl. Ma davanti alle foto di Album Auschwitz resta senza parole.

Fascismo, nazismo, antisemitismo che fino anche solo a pochi anni fa sembravano capitoli chiusi, idee con le quali si era venuti a patti, attualmente si stanno ripresentando anche con grande virulenza. Come te lo spieghi? Covavano come cenere sotto la brace come si suol dire?

Quello che cova sotto la cenere è la crescente consapevolezza delle diseguaglianze che sono frutto del capitalismo liberista e della globalizzazione. In nome del profitto stiamo assistendo alla distruzione della biosfera e in prosepttiva alla trasformazione del nostro Pianeta, destinato a diventare sempre più inabitabile dalla nostra Specie. Non credo a un ritorno delle ideologie che hanno segnato il Novecento: ho semmai la sensazione che sia in corso una trasformazione radicale del nostro essere gettati nel mondo, come diceva Heidegger, complici non solo i mutamenti climatici ma anche quelli antropologici dovuti agli sviluppi nelle nuove tecnologie. Molto presto dovremo fare i conti con le conseguenze del nostro volerci sostituire a Dio, tra intelligenza artificiale, clonazione, riduzione dell’essere umano a monade priva di memoria e di identità, da libero cittadino a schiavo consumatore, una sorta di codice a barre ambulante dominato da algoritmi e narcotizzato da un arsenale in costante evoluzione di armi di distrazione di massa. È questo a occupare i miei pensieri, non i nazisti dell’Illinois.

Scrivendo questo libro non hai avuto paura di essere frainteso? Che qualcuno ti avvicinasse al nazismo? Non hai avuto paura dello stesso effetto su cui Nietzsche mette in guardia?

Il fraintendimento è un problema innanzitutto per chi e di chi fraintende.

Seguendo questo disvelamento il lettore si chiede e adesso? Il figlio casa farà? Giulio spiazza tutti alla fine con il perdono. L’amore verso il padre è superiore al disprezzo, non giustifica, non assolve né il padre, né la storia, ma il sentimento viene prima della ragione. È esatto?

Se il sentimento non venisse prima della ragione ci saremmo già estinti. Credo che esistano forme di amore assoluto in cui cui tutto infine si perdona, perché al giudizio subentra la pietà.

Il tuo libro in sintesi parla di amore, dell’amore che lega un genitore al figlio, e delle sue regole. Citi nel tuo libro figli di nazisti, che a guerra finita, emerse le azioni dei padri hanno continuato ad amarli, non li hanno mai rinnegati. L’amore è quindi superiore del giudizio etico e morale? È al di la del bene e del male?

L’amore, se è vero amore, è sempre al di là del bene e del male.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandoti ancora del tempo che ci hai concesso mi piacerebbe ancora chiederti se stai attualmente scrivendo, e di cosa ti stai occupando.

Sto scrivendo, sì. E si tratta di un libro molto lontano da Il cuore e la tenebra.

:: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Il cuore e la tenebraStamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.

Così inizia Il cuore e la tenebra, ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana di narrativa Scrittori italiani e stranieri. Titolo che rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e nella narrazione allo stesso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, film di Francis Ford Coppola.
La trama è semplice: un figlio alla morte del padre, grande direttore di orchestra, si reca a Berlino per la cerimonia di cremazione. Guardando nel suo computer trova poi dei file con farneticanti affermazioni legate alla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler e a una sua apparente adesione al nazismo, ovvero al nazionalsocialismo, il termine nazista è un termine dispregiativo introdotto dagli inglesi, e alla sua concezione dell’esistenza.
In realtà tutto sembra legato a un discorso meramente estetico, senza il nazismo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Furtwangler non avrebbe potuto essere tale, di tale potenza, e anche solo tentare di riprodurla si rivela infatti impossibile, ma l’effetto è perturbante.
Il figlio, che narra in prima persona la vicenda, si interroga come è possibile, si chiede addirittura cosa avrebbe fatto suo padre se fosse vissuto ai tempi di Hitler, tra sgomento e incredulità. Per poi concludere che è un discorso sterile, poichè noi siamo anche quello che siamo in relazione all’ambiente, al momento in cui viviamo.
Durante la narrazione poi arriva a fare i conti con questo padre assente, e da morto così ingombrante, e alla fine cerca di comprendere come abbia potuto trovare rifugio dal suo fallimento personale in un’ ideologia così atroce (non arrivando però mai ad abbracciare l’antisemitismo e provando orrore per l’uccisione di donne e bambini). Per arrivare inaspettatamente al perdono, a un catartico e liberatorio ti perdono tutto papà.
Romanzo anomalo si può dire, lunga riflessione sul nazismo e su cosa resta di questa ideologia oggi, e sul rapporto che lega genitori e figli (anche i figli dei nazisti amavano i loro genitori) in un mondo complesso e privo di reali punti di riferimento.
Quello che Culicchia fa è rendere visibile in modo molto efficace il male insito in questo credo politico sconfitto dalla storia, che sa ancora affascinare oggi così tante menti, questo potere corrosivo di attrazione a cui è sempre legato un senso di orrore, ma come scrisse Nietzsche, a guardare nell’abisso anche l’abisso scruterà dentro di te, e avverte che chi lotta contro i mostri deve guardarsi bene dal non diventare mostro a sua volta. Questo è senz’altro il senso profondo del romanzo che tocca il suo apice quando fa sembrare ragionevoli e rassicuranti addirittura le farneticazioni di un nazista contemporaneo (amico del padre del protagonista) dal piano Kalergi all’antisemitismo finanziario e cospirazionista.
Agghiacciante nella sua essenza, prova di estrema bravura da parte dell’autore che naturalmente non abbraccia e non difende il credo nazista, ma ne denuncia le derive e il male che continua a fare ancora oggi. Forse un campanello di allarme, un libro sicuramente da leggere con i giusti anticorpi.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, è figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese. Ha pubblicato 24 libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo long seller Tutti giù per terra, ristampato da oltre vent’anni, presente nelle antologie scolastiche e incluso da Mondadori nella collana 900 Italiano, è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è il titolo di maggiore successo della collana Contromano di Laterza. Di Einaudi il recente Mi sono perso in un luogo comune. Tra gli altri titoli pubblicati: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metrò (2012), E così vorresti fare lo scrittore (2013). Ha tradotto tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

:: Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Giuseppe Culicchia (Einaudi, 2016)

28 maggio 2016
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Esiste il preconcetto che noi torinesi non abbiamo il senso dell’umorismo. Sì, esiste non è il caso che tu, proprio tu con la t-shirt blu con Batman e gli occhiali di tartaruga, nicchi. Siamo falsi e cortesi, ma senso dell’umorismo nisba. E invece ce l’abbiamo, particolare certo, un po’ british se vogliamo, pronto a ridere più di se stessi che degli altri, pronto a fare più una parodia della realtà che a essere cattivo davvero come l’umorismo dei fiorentini, per esempio.
E un esempio di questo umorismo ce lo dà Giuseppe Culicchia, torinesissmo, classe 1965, con il suo Mi sono perso in un luogo comune. Sottotitolo: Dizionario della nostra stupidità. Me l’ ha passato mio fratello, come merce di contrabbando, manco fosse della mariagiovanna, ma di quella buona. Un po’ per dirmi: smettila di prenderti così sul serio, ridici su, infondo un po’ di stupidità ci contagia tutti, e il linguaggio è il veicolo privilegiato per diffonderla e espanderla.
Nessuno è immune, tutti abbiamo usato frasi fatte, autentiche come il cellophane che avvolge i carciofi (ormai vecchiotti) al supermercato, magari distratti da un jingle in tv. Viviamo nell’era del conformismo e dell’omologazione, c’è poco da fare, tra tv, internet, social network, si gioca sempre a fare gli spiritosi, (magari senza riuscirci) riciclando battute dette da altri, o rubandole ai comici in tv (che a loro volta le rubano dal cinguettio di Twitter).
Dove è finito il sano sarcasmo, nobile e ruspante, di un Calvino o di un Buzzati? Vivessero oggi forse scriverebbero anche loro aforismi su Facebook, o assocerebbero alla parola aborrire il Mughini. Va beh, forse no. Comunque il sistema stesso in cui vegetiamo ormai è caratterizzato da un appiattimento, anche del linguaggio, che non costa fatica, che è rassicurante, che non è infestato da parole difficili o metafore complesse. Ci sarebbe da scrivere un trattato di sociologia sul testo di Culicchia, e magari lo faranno davvero.
Stereotipi, cliché, modi di dire, motti di spirito, riuniti dalla a alla zeta, un po’ inquietano, un po’ esaltano il senso del grottesco di questa nostra società gravata dalla crisi, e molto dal senso del ridicolo. Va avanti tu che mi viene da ridere. La situazione è disperata ma non seria.
Ho scelto alcune voci, le più spiccatamente associabili al mio precario ambito, la cultura. So che mi ringrazierete. Già vi vedo con il sorriso sulle labbra.

K Fattore. Evocarlo di tanto in tanto sulle pagine di cultura senza interrogarsi su quanti siano coloro che sanno di che cosa si tratta.

Jovanotti Maître à penser e intellettuale di riferimento del Partito Democratico. Vedi PARTITO DEMOCRATICO.      

Hemingway Noto inventore di cocktail.

Gaffe Ricordare quelle di Mike Buongiorno associando la signora Longari a una presunta caduta sull’ uccello. Anni fa, un tipo che doveva presentarmi in pubblico esordì così: “Ed eccoci finalmente con l’autore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. E’ anche per questo che non faccio più presentazioni, ma solo reading comici. Certo non così comici, Però sto migliorando.

Non sono in ordine alfabetico, e forse neanche le voci più divertenti, ma che devo fare, trascriverle tutte? Poi quelli di Einaudi me li trovo sotto casa, e sanno il mio indirizzo.

Source: prestito dalla Biblioteca Civica di Givoletto.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.