Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La danza dei veleni – Il ritorno di Blanca di Patrizia Rinaldi (Edizioni EO 2019) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2019

Patrizia RinaldiIl ritorno di Patrizia Rinaldi e della sua Blanca, detective ipovedente, è nelle parole scritte in questo libro. Ma anche in quelle che l’autrice permette al lettore di percepire, di sentire, di immaginare. A partire dall’incipit, che apre uno scenario di emozioni, sensazioni, di luci e ombre. Perché Blanca è così, un mondo a sé, da scoprire. Un mondo complesso, che nemmeno i colleghi Carità, Martusciello, Liguori e Micheli capiscono.
Blanca non si accontenta di sapere che qualcuno sta morendo avvelenato o che qualcun’altro sta commerciando animali in maniera illegale. No. Lei deve scavare, annusare, ascoltare. Deve amplificare i sensi che ha a disposizione. Ha bisogno di tempo e di spazio vitale per mettere tutto in ordine in un’indagine che è incasinata e non coordinata a dovere. Le serve fiducia e silenzio, pazienza e forza.
Nel frattempo chi le sta intorno ha un timore particolare, la tratta con rispetto ma non con compassione. Blanca non lo sopporterebbe. C’è chi le descrive il mare, la natura in generale o più nello specifico la scena di un crimine. La vita privata di ogni protagonista ruota intorno alla vicenda, intorno a Blanca e al quotidiano di ciascuno. Questo sembrerebbe allontanarli dal lavoro in commissariato. Sarà così?
Blanca affronta tutto custodendo le informazioni in un contenitore sigillato. Perché? Sta respingendo qualcuno o vuole proteggersi ad ogni costo? Blanca è una donna eccezionale che sa donare a modo suo e sa estraniarsi quando le serve. Ha solo una grande fatica da gestire, il limite dell’amore, il limite fra corpo e cuore …
La passione per il suo lavoro la contraddistingue, anche a costo di stare male, anche quando scoprire la verità provoca sofferenza. Blanca vive ogni attimo sentendoselo addosso e dentro, ed è capace di sospendere un’impressione o un giudizio se può ferirla nel profondo. Ha bisogno di dare ordine alle sue emozioni.
Di animali si parla in questo libro, e non solo a quattro zampe. Si parla di uomini e donne che seguono un loro percorso, più o meno in modo consapevole; che si lasciano usare o maltrattare; che desiderano emergere ma lo fanno utilizzando i mezzi peggiori. Si parla anche di sentimenti e ragione. Di tradimento e fedeltà. Di segreti e verità.
Dovete leggerlo, non posso dirvi di più. Solo che la vita di Blanca entrerà a far parte della vostra.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Mi­glior Scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La compagnia dei soli, illustrato da Marco Paci, (Sin­nos 2017), vincitore del Premio An­der­sen Miglior Fumetto 2017, Un grande spet­tacolo (Lapis 2017), Federico il pazzo, vincitore del premio Leggimi Forte 2015 e finalista al pre­mio Andersen 2015 (Sinnos 2014), Mare giallo (Sinnos 2012), Rock senti­men­tale (El 2011), Piano Forte (Sinnos 2009). Per le Edizioni E/O ha pubblicato Tre, nu­mero imperfetto (tradotto negli Stati Uni­ti e in Germania), Blanca, Rosso caldo, Ma già prima di giugno (Premio Alghero 2015) e La figlia maschio (2017).

Source: omaggio dell’autore al recensore.

L’ombra di Allende di Jorge Gonzalez e Olivier Bras (001 Edizioni, 2019) a cura di Elena Romanello

5 giugno 2019

allende-001-670x948001 Edizioni continua a guardare con attenzione e interesse al fumetto sudamericano presentando una riflessione su una ferita mai chiusa nel continente, quella legata al presidente cileno Allende, in appunto L’ombra di Allende, un lavoro a quattro mani di Jorge Gonzalez e Olivier Bras.
Il fumetto non è un racconto biografico sull’uomo politico ma una riflessione oggi da parte di chi appartiene ad un’altra generazione rispetto a quella che credette in un’utopia socialista e fu oppressa da un regime totalitario, fuggendo all’estero in dolorosi esili. La storia viene raccontata per immagini, con vari stili, a volte con pochi tratti a volte prendendo ispirazione da giornali e foto.
Il Cile è rimasto ferito dagli eventi di un altro 11 settembre rispetto a quello diventato più famoso oggi, quello del 1973, quando al Palacio de la Moneda ci fu un colpo di stato che cambiò la storia dell’America latina ed ebbe una profonda influenza sulla politica mondiale, la deposizione e la morte del presidente della Repubblica Salvador Allende, deposto dalla giunta militare guidata dal generale Augusto Pinochet.
La storia di due protagonisti è raccontata dal punto di vista di Leo, figlio di immigrati cileni, che ha sempre sentito raccontare la vicenda in casa dai genitori ma non ha mai voluto schierarsi, forse perché non l’ha mai sentita una cosa non sua, una memoria di un altro mondo e di un’altra generazione.
Finché il generale Pinochet non viene arrestato a Londra nei primi anni del Duemila e a questo punto Luis deve ricercare le proprie radici, ricostruire cosa è successo ai suoi genitori e ai loro coetanei quando avevano più o meno la sua età e anche interrogarsi sulla sua identità morale, su da che parte vuole stare.
L’ombra di Allende racconta quindi, in parallelo e senza retorica, le vite di Allende e di Pinochet, le loro opposte visioni politiche e anche il loro approccio diverso alla vita, due rivali forse per caso e al centro comunque di una tragedia capace ancora oggi di dividere e far riflettere.
Una graphic novel interessante dal punto di vista tecnico e della realizzazione, una pagina di Storia ricostruita ma anche una riflessione sul destino e sull’importanza della memoria, che spesso tende a rimuovere fatti ed eventi che non andrebbero cancellati. Il ricordo di un’utopia per un mondo migliore e di una terribile sconfitta, ricostruito in maniera secca, asciutta ma implacabile, per chi c’era allora e per chi è arrivato dopo e deve capire cosa è successo e cosa ha significato.

Jorge González è un artista argentino, spagnolo d’adozione, classe 1970, che ha lavorato per la pubblicità come illustratore e storyboard artist e come illustratore di graphic novel. Ha collaborato con il quotidiano El País e disegnato alcune storie per Horacio Altuna. I suoi libri sono pubblicati in tutta Europa. Con Fueye ha vinto nel 2008 il Premio internazionale per il romanzo grafico FNAC-Sinsentido, e nel 2009 il Premio Junceda Iberia. Con Hate Jazz nel 2010 si aggiudica il Premio Tiza al  primo Salone del fumetto di Navarra. Tra le sue altre opere ricordiamo Ritorno al Kosovo, un reportage su una terra martoriata dalla guerra e Cara Patagonia, entrambi pubblicati da 001 Edizioni.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa, che ringraziamo.

:: La vicevita. Treni e viaggi in treno di Valerio Magrelli (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

5 giugno 2019

cop magrelliLa vicevita. Treni e viaggi in treno è un piccolo e prezioso libro scritto da Valerio Magrelli, uno dei pochi poeti italiani contemporanei che vale la pena leggere.
Prose e frammenti in cui lo scrittore romano si cimenta con il tema del viaggio, in mondo particolare con quello lento e contemplativo che si fa utilizzando il treno.

«Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte. Il suo scopo, cioè risiede altrove. È ciò che chiamerei: la vicevita».

La vicevita, scrive Magrelli nella nota introduttiva, allude al tempo morto dell’attesa, un tempo morto che le sue parole provando a rianimare annotando sul suo personale diario quotidiano di viaggio in treno impressioni e osservazioni per disegnare la mappa di un’antropologia culturale e umana dell’essere in movimento tramite le rotaie dell’esistenza.
Magrelli parla dei suoi viaggi in treno, delle persone che incontra, scrive una piccola enciclopedia del mettersi in viaggio.
Racconti brevi, anzi brevissimi, in cui l’uomo e il poeta si mettono a nudo raccontando le esperienze autobiografiche di una vita che corre sulle rotaie.
Il treno è una chiusura lampo che fila sui binari. Ma è anche il luogo dove accade tutto o non accade niente, dove il viaggiatore scopre a proprie spese che le coincidenze non servono a nulla.
Tra cuccette, stazioni, errori di destinazione, freni d’allarme tirati, Magrelli disegna una stravagante geografia del viaggio in treno. La sua vice – autobiografia di viaggiatore e di uomo che osserva la commedia dantesca di tutti i giorni, condividendo la sorte con gli altri che come lui si sono messi in cammino per andare.

«In effetti, tutti noi continuiamo a viaggiare come se, da un momento all’altro dovessimo venire deportati».

La nostra condizione umana è il tema fondamentale degli appunti di viaggio in treno di Valerio Magrelli.

«Ma come si fa a viaggiare in treno? Da quando ho letto che le pupille si strappano, si scollano, si sfilacciano, a forza di guardare troppo dal finestrino, per me è diventa un inferno».

Anche il treno è un condominio di carne e Magrelli quando scrive non smette di ascoltare il suo cuore di poeta.
Queste prose si illuminano di lampi di poesia: il viaggio in treno è la vita che va, è la vita che viene. Ma soprattutto è la vita che accade.

Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è scrittore, traduttore e professore ordinario di Letteratura francese all’Università Roma Tre. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il commissario Magrelli (2018). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013), La vicevita (Einaudi 2019) e Sopruso: istruzioni per l’uso (Einaudi 2019). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Ha pubblicato per Einaudi anche due raccolte di poesie: Il sangue amaro (2014) e Le cavie (2018). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog il Reportage.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa.

:: Il nero è un colore di Grisélidis Réal (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

3 giugno 2019

web-07-nero-frIl nero è un colore” è il romanzo autobiografico di Grisélidis Réal, autrice nata a Losanna nel 1929 e scomparsa a causa del cancro nel 2005. La storia narrata dalla Réal è una vicenda autobiografica che ha al centro la fuga della narratrice con un amante pazzo di origine afroamericana (Bill), che lei è riuscita a far dimettere da una clinica psichiatrica. Con la coppia ci sono i due figli della donna e tutti e quattro si dirigono a Monaco per sfuggire alla miseria, alla fame e alla povertà. Per il quartetto comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza per poter mangiare qualcosa e per avere un tetto da riparo sulla testa. Pagina dopo pagina ci addentriamo nella vita della scrittrice svizzera che ci trascina nel suo mondo, complicato sì, ma dove l’amore per i figli è quello che domina e che la spinge la Réal a fare il possibile per tenere unita la famiglia. Ed ecco che nelle pagine, al tanto amore materno, si alternano momenti più cupi dove la protagonista conosce da vicino il male, la violenza, lo spaccio per droga, la fame, il carcere e quella sensazione di vita vissuta sempre sul filo del rasoio. Dalla strada, ad un certo punto, la protagonista finirà a lavorare come attrice in piccoli film, come modella per la scuola di pittura e nella Casa Rossa, un bordello gestito da Mamma Shakespeare. Non mancherà nemmeno un altro amante che la trascinerà in un losco giro di traffico di droga e tante altre dure prove che renderanno l’esistenza di Grisélidis una lotta per la sopravvivenza, la sua, per garantire quelle dei suoi bimbi. “Il nero è un colore” è una vicenda autobiografica di forte impatto emotivo, nella quale il sopruso, la violenza, il cinismo umano sono qualcosa di impressionante, perché la protagonista incontra persone con atteggiamenti così meschini, cattivi e brutali da sembrare usciti da un film, mentre in realtà sono la nuda e cruda verità vissuta in prima persona dall’autrice. Chi racconta parla di sé, e lo fa con dolcezza alternata a rabbia e furore, ponendo però al centro di tutto, e sempre, quell’ amore profondo per i figli, un legame così intenso da indurla a vendere il suo copro pur di dare loro un po’ di tranquillità e cibo. Nelle pagine di “Il nero è un colore” si susseguono depravazione e le richieste più assurde di clienti che possiamo mettere tra il sadico e il feticista, ai quali la donna si sottomette per avere qualche spicciolo, ma la Réal ci fa conoscere anche qualcosa di davvero speciale nel suo vissuto: le sue passioni potenti. Oltre ai due figli, Girsélidis ha una profonda e palpitante attrazione per gli uomini dalla pelle color ebano, in particolare per i militari presenti nelle caserme americane in Germania. Quei soldati che attirano la protagonista per la loro prestanza fisica, per quella pelle così liscia e levigata da sembrare scolpita e per le loro automobili luccicanti. Altro elemento importante della vita della Réal sono i suoi amici zingari, quell’etnia che per lei è una vera e propria famiglia, che la ama e accudisce, senza pregiudizi, come se fosse una figlia, anche se figlia loro non lo è. “Il nero è un colore”, Grisélidis Réal è un libro lucido, nel quale l’autrice ripercorre passo dopo passo la sua vita, le sensazioni e le emozioni che l’hanno caratterizzata, in un ritratto chiaro di sé nel quale ogni singola cosa o gesto compiuto è portato avanti, nonostante le difficoltà, dalla forza e dal sentimento dell’amore. Traduzione dal francese Yari Moro.

Grisélidis Réal è nata a Losanna nel 1929. Ha trascorso la sua infanzia in Egitto e in Grecia, prima di intraprendere gli studi in Arti decorative a Zurigo. Presto madre di quattro figli, si prostituisce in Germania nei primi anni Sessanta, poi diventa la famosa “puttana rivoluzionaria” dei movimenti delle prostitute nel decennio che segue e cofondatrice di un’associazione di tutela nei loro confronti (ASPASIE). È morta il 31 maggio 2005.

Source: inviato dall’editore. Grazie a tutto lo staff di Keller Editore.

Le colpe della notte di Antonio Lanzetta (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

3 giugno 2019

Cover-leCOLPEdellaNOTTE-RGB-307x429Torna Antonio Lanzetta, ormai affermato autore di thriller riconosciuto anche all’estero, con una nuova storia che viaggia negli abissi dell’animo umano, Le colpe della notte, legato da vari riferimenti ai due precedenti e da divorare tutto d’un fiato.
Cristian è quello che oggi viene definito un hikikomori, sempre attaccato al PC e perso in un mondo virtuale: la cosa non piace ai suoi genitori, suo padre tra l’altro è uno stimato commissario di polizia, e una sera, dopo l’ennesimo litigio, il ragazzo esce di casa per un paio d’ore. Quando torna a casa trova i genitori morti, in quello che sembra un omicidio suicidio del padre di cui si sente responsabile.
Cristian viene spedito al sud, a Castellaccio, nella casa famiglia di Flavio, che continua ad occuparsi di salvare ragazzini e ragazzine da da drammi familiari di vario genere, e qui si scontra con il bullismo di alcuni compagni di scuola, ma trova anche alcuni improbabili ma simpatici amici.
Damiano, lo Sciacallo, non è convinto che la morte dei genitori di Cristian sia stata come ha concluso l’indagine ufficiale e inizia a indagare per conto suo, scoprendo legami insospettabili con fatti delittuosi dietro ai quali si nascondono poteri forti di vario tipo e sinistramente presenti dietro a tanti fatti dalla Storia italiana degli ultimi decenni.
Cristian cercherà nel frattempo di rimarginare la sua vita, con i nuovi amici e nuovi scopi, e con l’incontro anche con Girolamo, un maresciallo dei carabinieri gattaro e in pensione, ossessionato dall’Uomo del Salice e dalla scomparsa di una bambina avvenuta trent’anni prima e mai risolta.
Antonio Lanzetta torna quindi sui suoi personaggi iconici e sulla loro lotta contro l’Uomo del Salice, tra passato e presente, non dimenticando le tematiche che gli stanno a cuore sull’adolescenza e la ricerca di sé, oltre al bisogno di verità e giustizia per fatti accaduti anni prima, i famosi cold case che non passano mai per il dolore che lasciano con loro.
Stavolta il legame con il passato è duplice, e mescola il fatto locale dell’Uomo del Salice, già ombra nera dei primi due libri, con altri fatti legati ad un attentato che ricorda tanto quello reale del 1993 di via dei Georgofili a Firenze, oltre che altre vicende vere degli ultimi decenni, da non dimenticare anche se c’è chi, tra eversioni varie, terrorismo di casa nostra e poteri mafiosi e non solo, vorrebbe che sparissero con i loro morti.
Una storia sul crescere e sul dolore che questo comporta, sul lutto, sui drammi mai risolti, sul fatto che bisogna provare ad andare avanti ma come questo a volte sia impossibile, quando si sono visti i peggiori abissi e non si è riusciti ad uscirne.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Antonio Lanzetta è uno scrittore salernitano che, dopo aver iniziato la sua carriera come autore di romanzi fantasy (sempre per La Corte Editore ha pubblicato Warrior e Revolution), vira verso il thriller prima con il racconto breve Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo Cattolica, e poi con i romanzi conIl Buio Dentroe conI figli del male.
Il Buio Dentro gli permette di valicare i confini nazionali venendo tradotto da Bragelonne, una delle più prestigiose case editrici d’oltralpe, in Francia, Canada e Belgio; lo stesso romanzo viene anche citato dal Sunday Times come uno dei cinque thriller non inglesi migliori del 2017.
Lanzetta è anche opinionista di cronaca nera per Rai Uno.

Tosca dei boschi di Teresa Radice e Stefano Turconi (Bao Publishing, 2019) a cura di Elena Romanello

1 giugno 2019

Dopo i successi de Il porto proibito Non stancarti di andare, torna per Bao il duo artistico formato da Teresa Radice e Stefano Turconi, autori Disney e non solo, con Tosca dei boschi, una favola tra Medio Evo e Rinascimento per tutte le età, che mostra la voglia di raccontare e sperimentare dei due artisti, portando stavolta in un nuovo universo narrativo tra realtà e leggenda.
Alla base di tutto c’è la rivalità, realmente presente allora e magari latente oggi, tra Firenze e Siena, con una storia romanzata per tutte le età, dove Lucilla, duchessina della nobile famiglia dei Fieramosca, conosce Tosca, Robin Hood in gonnella che ruba ai ricchi per dare ai poveri, e Rinaldo, un menestrello, fratello e sorella, entrambi girovaghi.
Malgrado le differenze, o forse proprio grazie alle differenze, i tre ragazzi diventano inseparabili e si alleano per evitare un matrimonio combinato ma anche contro intrighi di palazzo che potrebbero portare ad una nuova guerra. Anche perché Lucilla vede in loro nuove possibilità di vita, libera da costrizioni e capace di costruire il proprio destino, ma ci saranno sorprese anche per Tosca e Rinaldo legate al loro passato. E in ogni caso Firenze deve essere salvata, insieme a qualcuno molto vicino a Lucilla.
Dalle prime pagine si viene immerse in un Medio Evo da fiaba, con un omaggio ai classici Disney, che si aprivano con libri antichi vergati da miniature e da una scrittura arzigogolata e tavole che possono riecheggiare le atmosfere de La Bella Addormentata nel Bosco e Robin Hood.  Stefano Turconi ama sperimentare sempre, qui privilegia le matite, creando un mondo pieno di vita e di colore in tavole che portano in una Firenze variopinta ma con lati oscuri, e tra foreste e monasteri in una campagna da fiaba.
Tosca dei boschi ha toni fiabeschi anche nel disegno dei personaggi, ma alla base c’è una fedele ricostruzione grafica e storica del mondo reale in cui è ambientata la storia, con una cura minuziosa anche dei dettagli della vita di tutti i giorni, tra abiti e oggetti. Il tutto è completato da citazioni di grandi autori italiani medievali, in un’opera godibile quindi a più livelli, per puro svago ma anche per cercare un omaggio ad un mondo e ad un momento fondamentale per la Toscana e per la cultura europea in generale.
Una conferma quindi del talento di due autori che amano raccontare e illustrare sempre delle belle storie, spesso diverse, ma capaci sempre di appassionare.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi.
Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve.
Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”: arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015).
Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi.
Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare.
Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud: Prix Jeunesse a Bédécine Illzach 2015 e Sélection Jeunesse a Angouleme 2016).
Il Porto Proibito, pubblicato nel 2015 per BAO Publishing e ristampato nel 2016 in una Artist Edition di prestigio, ha vinto il Gran Guinigi come “Miglior graphic novel” a Lucca Comics 2015 e il Premio Micheluzzi come “Miglior fumetto” a Napoli Comicon 2016. Sempre per i tipi di BAO, pubblicano Non stancarti di andare nel 2017 (graphic novel che riscuote in brevissimo tempo un grande successo di pubblica e critica), due volumi della serie per i più piccoli Orlando Curioso (Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone e Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati) tra il 2017 e il 2018, Tosca dei Boschi (inizialmente edito da Dargaud in Francia e poi portato in Italia) nel 2018.
I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie.
I loro nomi sono Viola e Michele.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Lupa a Gennaio di Massimo Scrignòli (Book Editore nella collana Serendip 2019) a cura di Nicola Vacca

31 Maggio 2019

cmsDi tutte le acque chiare, la poesia è quella che meno indugia ai riflessi dei suoi ponti.
Poesia, vita futura nell’intimo dell’uomo riqualificato.

È indegno del poeta mistificare l’agnello,
investirne la lana.

(René Char)

Massimo Scrignòli è un poeta unico, riconoscibile e appartato che ama la sofisticata eleganza del dire. Ma soprattutto scrive e pubblica quando ha qualcosa da dire.
Giovanni Raboni, che firmò la prefazione all’opera prima di Massimo Scrignòli (Notiziario tendenzioso, 1979), scrive che la sua poesia è coraggiosamente priva di simboli e forse di immagini, una trascrizione pura, quasi àfona per bisogno e desiderio di esattezza, completezza e onestà di cose pensate.
Le parole di Raboni fanno centro, meglio di molte altre inquadrano l’essenza della poesia di Scrignòli che nella sua fisiologica evoluzione non ha perso mai questa caratteristica individuata dal poeta e critico milanese.
A dieci anni da Vista sull’ Angelo, il poeta ferrarese pubblica Lupa a Gennaio. Ancora una volta Massimo torna alla poesia scavando nell’infinito delle parole e con un essenziale gioco a sottrare elabora un distillato per frammenti, che è il frutto tormentato di una ricerca poetica che copre dieci anni.
Questa volta il poeta si cimenta con la prosa poetica. Il volume ne contiene con ventotto.
Scrignòli è un poeta che nella sua scrittura non ha smesso di dialogare mai con i maestri e gli autori da lui amati.
In questo libro ci sono tutti (Kafka, Eliot, Pound, Apollinaire). Sono due i nomi che in questi frammenti occupano un posto di rilievo: René Char e Paul Celan.
Scrignòli alla maniera di Char scrive queste brevi e intense prose cariche di una straordinaria vocazione oracolare attraverso cui il poeta si tuffa nel vizio infinito delle parole per ascoltare e nominare in attesa di avere fiducia in una lingua che ci parla.
Il poeta cerca nelle parole una ipotetica fioritura, trattiene sul taccuino la notte per

«essere nelle povere piccole cose, dove si arriva sempre poco prima di riprendere fiato».

Lupa a Gennaio è l’esperimento unico di un poeta vero. Un breve e intenso viaggio nel mondo della poesia.
Ventotto brevi frammenti da leggere senza respiro e da meditare come l’opera matura di un poeta che come pochi ha saputo spingersi oltre i confini di una narrazione metafisica intuendo l’oltre di un oltre da cui scaturisce un alfabeto in cui fare i conti ogni giorno con la semina dei freddi, con la conquista del gelo.

«Eppure dorme, questo secolo: è un sonno senza sogni, adagiato sul fondale di un tempo tuttora indifeso dalle antiche profezie di Vulcano.
E noi non abbiamo ancora messo in salvo la cenere».

Solo i grandi poeti sanno scrivere parole di rara bellezza. Massimo Scrignòli lo è.
Con Lupa a Gennaio si conferma una voce fertile di intuizioni. Un poeta che ha il coraggio di ritrovare una parola estrema, che prepara la pioggia, ma anche il nostro riparo.
Una parola che ci avvicina (nella poesia come nella vita) al valore indiviso della verità.

:: Lievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai di Silvino Gonzato (Neri Pozza 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2019

Lievito madreLa crisi, i dissidi societari, la concorrenza, varie coincidenze sfavorevoli possono portare verso la chiusura un’azienda centenaria un tempo prospera e rinomata nel mondo? È quello che è successo alla Melegatti, azienda dolciaria di Verona produttrice del famoso Pandoro Melegatti.
Ma la storia che Silvino Gonzato, giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona ci racconta nelle pagine di Lievito Madre, che ammettiamolo poteva essere solo un triste fatto di cronaca con dipendenti licenziati, famiglie sul lastrico, competenze disperse, o imprenditori che arrivano anche ai gesti più estremi, ha il sapore delle favole antiche, di quelle storie che sfiorano la leggenda per l’eccezionalità dei fatti narrati.
E invece è tutto vero, la caparbietà, il senso di responsabilità, l’altruismo di un gruppo di operai ha davvero contribuito a salvare un’azienda e Silvino Gonzato ci spiega nel suo libro dettagliatamente come, senza tralasciare l’eroismo e la fantasia di questi uomini e donne (e c’è pure un gatto che anche solo con la sua presenza ha contribuito a migliorare l’umore e la coesione del gruppo).
Ma andiamo con ordine nel 2017 la Melegatti era stata costretta a chiudere i suoi stabilimenti per alcuni investimenti sbagliati e mancati pagamenti dei fornitori. Se la chiusura di qualsiasi altra azienda, pur con le sue ripercussioni negative, è pur un fatto senza conseguenze dirette, non così per la Melegatti perché c’era a rischio il centenario lievito madre, l’impasto con cui Domenico Melegatti nel 1894 aveva creato il primo pandoro della storia. Una creatura viva, un prodigioso reperto di archeologia alimentare, che grazie all’aggiunta quotidiana di farina e acqua è giunto fino a noi. E se la storia ufficiale parla di passaggi di proprietà, capitali e finanza, questo libro è il reportage del presidio dei lavoratori che nel loro gazebo davanti alla fabbrica hanno tenuto viva la speranza e materialmente Matteo, Michele e Davide il lievito madre stesso. Senza stipendio, senza che nessuno glielo dicesse, nel caos che è seguito alla chiusura non hanno perso la testa e hanno salvato il cuore di una delle aziende italiane più conosciute al mondo, tanto che anche il New York Times si è interessato alla vicenda.
Proprio la eccezionalità della storia e la bravura di Silvino Gonzato, che con sensibilità e partecipazione parla dei fatti, hanno permesso al libro Lievito Madre di aggiudicarsi il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, che sarà consegnato il 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella. Tra tanto pessimismo, crisi, lettere da Bruxelles, un premio che dà risalto a storie che hanno al centro modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza. E ditemi se non ce ne è bisogno?

Silvino Gonzato è giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona. Ha pubblicato tre romanzi tra i quali, con Neri Pozza, Il chiostro e l’harem (1997); raccolte di reportage e libri di satira del costume. Massimo biografo di Emilio Salgari, è autore di numerosi saggi sul romanziere, tradotti all’estero. I suoi ultimi lavori per Neri Pozza sono stati: La tempestosa vita di Capitan Salgari (2011), Esploratori italiani (2012), Briganti romantici (2014), Venezia libertina (2015) e Lievito madre (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

Indomite volume 2 di Penelope Bagieu (Bao Publishing, 2019) a cura di Elena Romanello

30 Maggio 2019

trasferimentoDopo il successo ottenuto con il primo volume, Bao Publishing continua a proporre le strisce della fumettista francese Penelope Bagieu dedicate a donne fuori dall’ordinario, con il secondo volume di Indomite.
Chi ha amato il libro precedente amerà anche questo, comunque legato all’altro solo come progetto grafico e culturale e incentrato su figure forse meno note e per questo tutte da scoprire e conoscere, qualsiasi età si abbia mentre si sfogliano queste pagine non certo banali, capaci davvero di far scoprire esistenze e mondi.
Si parte con Temple Gradin, etologa affetta dalla sindrome di Asperger, grazie alla quale oggi gli animali da allevamento sono considerati e allevati con maggiore cura, poi è la volta di Sonita Alizadeh, rapper afghana che con le sue canzoni ha dato voce alla ribellione delle ragazze contro costumi retrogradi e bigotti, come i matrimoni combinati. Si procede quindi con Cheryl Bridges, atleta e maratoneta che ha rivoluzionato le regole dello sport, con Thérèse Clerc, attivista sociale e utopista che ha creato nuove prospettive per le donne anziane, con Betty Davis, cantante rock afroamericana pronta a rivoluzionare la musica negli anni Sessanta.
Si visita poi l’Ottocento con Nellie Bly, prima giornalista investigativa recentemente riscoperta dai media, si torna quindi oggi nella contraddittoria India con Phoolan Devi, regina dei banditi che si ribellò contro patriarcato e tradizioni ancestrali e si scoprono altre icone musicali, il gruppo di rockstar The Shaggs.
Donne e scienza sono rappresentate da Katia Krafft, una delle maggiori esperte di vulcani morta sul campo, mentre una recente pagina sui diritti civili negli Stati Uniti rivive grazie alla storia dell’avvocatessa Jesselyn Radack. C’è spazio anche per Hedy Lamarr, per troppo tempo ricordata come bellissima diva del cinema, quando in realtà era una scienziata e inventrice della tecnologia del GPS e degli smart phones che usiamo oggi, per la femminista siriana Naziq al-Abid, per la collaboratrice della polizia nell’Ottocento Frances Glessner Lee, prima studiosa delle scene del crimine, per Mae Jemison, prima astronauta afroamericana, e per Peggy Guggenheim, una delle maggiori collezioniste d’arte del Novecento.
Un panorama quindi vasto e poliedrico, di tante carriere possibili, per ispirare le più giovani ma anche per dare nuovi spunti a chi ha qualche anno in più, con il mezzo efficace delle vignette, essenziali e esaurienti, capaci di raccontare ogni donna nello spazio di sei pagine.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Pénélope Bagieu, nata nel 1982 a Parigi da genitori corsi e baschi, è un’illustratrice e fumettista francese. Nel 2007 crea il blog a fumetti Ma vie est tout à fait fascinante (www.penelope-jolicoeur.com), in cui racconta episodi della sua vita quotidiana con humour e grazia accattivanti. La successiva pubblicazione dell’omonimo libro riconferma il successo del blog anche sulla carta stampata. In seguito illustra le avventure di Joséphine e si cimenta in varie collaborazioni con la stampa, l’editoria e la pubblicità. Nel 2010 pubblica il suo primo racconto di largo respiro, Cadavres exquis, per la Casa editrice Gallimard. Due anni dopo, per Delcourt, disegna con Boulet La Page blanche. Nel 2013, nel corso del Festival Internazionale del fumetto di Angoulême, viene nominata Cavaliere delle Arti e delle Lettere. Lo stesso anno collabora con Joann Sfar per il libro Stars of the Stars, sempre pubblicato con Gallimard. Con lo stesso editore pubblica nel 2015 California Dreamin’, che nel 2017 viene portato in Italia dalla Casa editrice BAO Publishing. Negli ultimi anni ha lavorato e sta lavorando al progetto di Indomite.

:: I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Nord Editore, 2019) a cura di Eva Dei

30 Maggio 2019

I leoni di Sicilia di Stefania AuciUn violento terremoto scuote le viscere della Calabria, lasciando al suo passaggio morte e distruzione. Siamo alla fine del 1700 e anche a Bagnara Calabra si piangono le proprie vittime e si fa la conta dei danni, ma c’è qualcuno che rientrando nella propria casa prende una decisione risolutiva: si tratta di Paolo Florio e la sua scelta di abbandonare il paese natale alla volta di Palermo non cambierà per sempre solo la vita della sua famiglia, ma segnerà anche la storia d’Italia.
Al bordo dello schifazzo (tradizionale imbarcazione a vela siciliana) salgono Paolo, la sua riluttante moglie Giuseppina, il piccolo Vincenzo, la nipotina Vittoria e il fratello e socio, Ignazio. Da umili commercianti calabresi i Florio arrivano a Palermo per far rifiorire una vecchia putìa, una bottega di spezie. Ma se a bordo dello schifazzo Palermo si è offerta a loro in tutta la sua bellezza, cupole di maiolica, torri merlate, un porto in piena attività, una volta toccata terra i Florio si rendono conto che per loro la Sicilia sarà una terra ricca di promesse, ma anche ostile, dove saranno sempre degli stranieri, dei facchini arrivisciuti. Paolo e Ignazio non si danno però per vinti e, rimboccandosi le maniche, danno inizio al loro riscatto, trasformando quella che era una lurida e buia stamberga in una delle botteghe più floride ed eleganti di Palermo.
Le vicende familiari si alternano all’ascesa commerciale e politica dei Florio, che negli anni allargano la loro attività non solo al commercio e alla vendita delle spezie, ma anche alla lavorazione e al commercio del tonno (prima sotto sale e poi sott’olio) e alla produzione e alla vendita del Marsala, solo per citarne alcune, fino a diventare una delle famiglie più potenti della Sicilia. I leoni di Sicilia attraversa di fatto la storia d’Italia: dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, fino alla nascita del Regno d’Italia, concludendosi nel 1868 alla morte di Vincenzo Florio.
Dopo Florence (Baldini & Castoldi, 2015), la Auci torna in libreria con un nuovo libro. L’opera si configura a metà tra romanzo storico e saga familiare mantenendo probabilmente gli aspetti migliori di entrambi i generi. Dal primo la Auci riprende sicuramente un’accurata attenzione all’ambientazione e ad avvenimenti e meccanismi storici che hanno segnato la Sicilia e il nostro Paese. La stessa autrice ha dichiarato infatti di aver condotto numerose ricerche, leggendo saggi e cronache giornalistiche dell’epoca riguardanti i Florio, ma anche visitando numerosi negozi antiquari e soprattutto quelli che erano i possedimenti della famiglia, in modo da calarsi al meglio nell’atmosfera del romanzo. Detto questo, nonostante ogni capitolo si apra prima con un proverbio siciliano e in seguito con una breve trattazione storica oggettiva dei fatti, pregio dell’opera della Auci è sicuramente quello di non appesantire la narrazione o rallentarne il ritmo narrativo. Infatti, dopo l’introduzione al capitolo, le vicende storiche si inseriscono in maniera fluida nella narrazione ed emergono solo in relazione a come influiscono nella vita dei protagonisti. Si lascia quindi spazio alla cronaca familiare: i dissidi, le storie d’amore, la nascita dei figli.
La Auci sceglie una scrittura formata da numerosi episodi, alcuni che ricordano quasi la tecnica del montaggio alternato, ma nulla si perde, anzi i personaggi sono ben delineati e spesso alcuni episodi tralasciati ritornano in seguito sotto forma di ricordo. Tutto il resto non compare perché probabilmente non è funzionale alla storia: la saga dei Florio a mio avviso è prima di tutto la storia di un riscatto, poi una saga familiare o un romanzo storico.
L’unico scoglio si può rilevare effettivamente nell’uso abbastanza costante, ma non preminente, del dialetto che se da un lato sicuramente riesce a rendere più vivida nel lettore sia l’ambientazione, sia l’enfasi di certi dialoghi, dall’altro potrebbe rivelarsi leggermente ostico.

Stefania Auci è una scrittrice e insegnante di sostegno. Tra i suoi libri ricordiamo: Florence (Baldini + Castoldi, 2015) e La cattiva scuola (Tlön, 2017) scritto con l’amica e collega Francesca Maccani.
Nel 2019 esce per Nord I leoni di Sicilia. La saga dei Florio.

Source: libro del recensore.

Stra-Ordinarie di La Elleni (Becco Giallo, 2019) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2019

Donne-Straordinarie_Copertina_webContinuano ad uscire graphic novel e libri illustrati che raccontano la vita di donne del passato più o meno remoto che si sono distinte per pensieri, azioni, attività fuori dal comune: un qualcosa che non è mai retorico o scontato  e che questa volta ci porta nel mondo di Stra-Ordinarie, scritto e disegnato da Elleni per Becco Giallo.
Il sottotitolo del libro è Vita e imprese di 30 donne decisamente fuori dagli schemi e presenta una bella galleria di ritratti di destini fuori dal comune, alcuni abbastanza noti, altri meno, per un romanzo grafico che si rivolge ad un pubblico di varie età, non solo infantile, e che nelle pagine troverà ispirazione, cultura, spunti.
Stra-Ordinarie si apre con la storia di Ipazia, filosofa e scienziata, tornata alla ribalta qualche anno fa grazie al bel film Agorà e prima martire del libero pensiero e dell’integralismo religioso. Trova poi spazio, Cristina di Belgioioso, una delle protagoniste del nostro Risorgimento, per troppo tempo dimenticata, e Ada Lovelace, figlia di lord Byron e prima programmatrice della Storia.
Meno nota ma molto interessante è l’afroamericana Harriet Tubman, schiava nelle piantagioni del Sud e poi attivista per l’abolizione di quella che era una vergogna, così come da scoprire è l’epopea di Matilde Serao, giornalista e scrittrice. Nelle pagine successive si incontrano la suffragetta Emmeline Pankhurst, la giornalista investigativa Nelly Bly, protagonista anche di un recente romanzo uscito per La Corte editore e di uno spettacolo teatrale, la scienziata Marie Curie e la pedagogista Maria Montessori, ispiratrice dell’omonimo metodo.
Ma la storia di queste donne non si esaurisce qui e comprende l’imprenditrice Luisa Spagnoli, dietro ad una delle più note fabbriche dolciarie italiane, l’icona della pittura e non solo Frida Kahlo, la spia degli alleati Nancy Wake, l’attivista del movimento dei diritti civili Rosa Parks, l’attrice Hedy Lamarr, per troppo tempo famosa per la sua bellezza da diva, ma in realtà una scienziata inventrice della tecnologia alla base degli smart phone oggi.
C’è spazio anche per donne del Novecento italiano, come la politica Nilde Iotti, l’astronoma Margherita Hack,  amatissima fin da anziana, Tina Anselmi, partigiana e primo ministro del lavoro donna, la giornalista Oriana Fallaci, Franca Viola, ragazza simbolo del femminismo per aver rifiutato un vergognoso matrimonio riparatore e la popolarissima astronauta Samantha Cristoforetti, prima italiana a volare nello spazio come sognava fin da bambina guardando Star Trek.
Il libro comunque ha uno sguardo internazionale e presenta anche Simone Veil, sopravvissuta alla Shoah e femminista,  Nawal Al-Sa’dawi, attivista egiziana per i diritti delle donne, Dian Fossey, studiosa morta per le sue battaglie a favore dei gorilla, Junko Tabei, alpinista capace di salire sulle montagne più alte, Wangari Marthai, attivista contro la distruzione dell’Africa, Vera Caslavska, atleta in prima linea per i diritti umani nella Repubblica Ceca, Rigoberta Menchù Tum, anima della resistenza degli indigeni in Guatemala, Sonita Alizadeh, capace di dar voce al desiderio di libertà delle donne afghane con le sue canzoni rap, Malala Yousafzai, sostenitrice del diritto allo studio per le bambine e premio Nobel per la pace, Yusra Mardini, nuotatrice siriana e profuga, membro della prima squadra olimpica di rifugiati.
Tante storie, raccontate in alcune vignette  colorate e essenziali, attraversi i passaggi essenziali di destini fuori dal comune, scelti e portati avanti in nome della libertà. Un libro per immagini da leggere e rileggere, per scoprire o riscoprire storie sempre interessanti.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

La Elleni Nata nel 1980, già prima di parlare scarabocchiava i compiti di scuola del fratello maggiore. Per 13 anni ha imbrattato i muri di casa, esauriti i quali ai genitori è sembrato opportuno comprarle un album A3 e iscriverla a una scuola di grafica. Ancora adesso, quando i suoi gatti non le camminano sulla tastiera o sui fogli da disegno, ama creare fumetti e illustrazioni.

:: Molto difficile da dire di Ettore Sottsass (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

27 Maggio 2019

etEttore Sottsass è stato un grande architetto e soprattutto una delle figure più importanti del design contemporaneo.
Artista di molteplici interessi, Sottsass propone il design come strumento di critica sociale.
È davvero interessante, oltre a vedere quello che realizzava, leggere gli articoli che scriveva.
Esce da Adelphi Molto difficile da dire, una raccolta di scritti di Sottsass.
La sua scrittura colta e divertente, sempre attenta alla cura dei dettagli. È davvero un piacere e un arricchimento leggere i pensieri di questo grande architetto che con le sue intuizioni ha dato lustro alla nostra cultura.
Figlio d’arte, anche suo padre era un grande architetto, Sottsass con molta ironia amava dire: «Mi arrabbio quando mi dicono che sono un artista; cioè, non mi arrabbio ma sono fondamentalmente un architetto».
Da quel grande genio eclettico che è stato, Sottsass quando scriveva non rinunciava mai a essere leggero e ironico. Si prenda per esempio le bellissime pagine che egli dedica allo humor:

«Il tipo di uomo che detesto di più è quello senza humor, quello che prende tutto sul serio, anche le stupidate, che sono il più delle cose che succedono e delle cose che ci circondano. Da prendere sul serio c’è pochissimo, quasi niente, ma meno che non si prenda sul serio il fatto che quasi tutto è una stupidata».

Autobiografico è lo scritto da cui prende il titolo il libro. L’uomo e l’artista si raccontano. L’architettura come la vita, l’architettura è la sua vita, ma soprattutto tutta la sua esistenza è un viaggio nella vita delle persone che incontra, un meraviglioso gioco da cui è imprescindibile l’essere umani.

«Ormai è un affare molto difficile uscire da questa ruota del condizionamento, perché la gente non è più capace di cercarsi, non cerca più se stessa, non va più a cercare cose che ha voglia di avere per il gusto che ha dentro, per un gusto che è una emozione privata, un atto creativo, una scoperta trovata, ma va a cercare le cose che le impongono di cercare, che le impongono con discorsi sempre più insistenti, con bugie sempre più sofisticate, con allodole sempre più luccicanti, con polizie sempre meglio organizzate, con eserciti sempre meglio mimetizzati».

Parole malinconiche di un architetto umano troppo umano, considerazioni amare che calzano a pennello a questo nostro tempo in cui abbiamo smesso di essere persone che cercano il vero e l’essenziale.
Ettore Sottsass non è stato soltanto un architetto geniale. Leggendo i suoi scritti ci rendiamo conto che è stato anche un attento e profondo umanista che voleva risolvere per sempre il problema mondiale dell’architettura e intanto pensa e scrive, progetta e sperimenta senza mai ignorare che al centro i ogni cosa ci sta sempre l’uomo.