Tornano i due protagonisti dei romanzi di Maurizio Blini. Alessandro Meucci, Sezione Omicidi e Maurizio Vivaldi ex poliziotto e investigatore privato. Il primo ha dedicato la vita al lavoro in un mix di esperienza, capacità e intuito. L’altro si è ritirato in solitaria sulle colline astigiane con il suo cane Jago; alle spalle un lutto che lo ha devastato e la permanenza in un carcere militare. I due sono amici fraterni, si completano, provano stima reciproca, sono distanti ma si raccontano nel profondo attraverso le email.
Da febbraio a maggio Torino viene travolta da un’indagine che segue percordi diversi, complicati e ingarbugliati. Meucci è chiamato a condurla, sul luogo di omicidi raccapriccianti. Sulla stessa scena del crimine, con lo stesso modus operandi. Più volte si interroga su quale sia la pista giusta da seguire per risolverli. Torino vive una strana primavera, lasciandosi alle spalle un rigido inverno. Torino è cambiata, cresciuta, in un difficile cammino fra le varie etnie che la popolano. Il tempo passa e Meucci sta iniziando a fare un bilancio della propria vita: la tecnologia che avanza prepotente, la città che si trasforma di notte rispetto al giorno, i turni massacranti, i mezzi a disposizione della polizia che scarseggiano, il vecchio che deve lasciare il passo al nuovo, la responsabilità in un’indagine di commettere un errore fatale, il lavoro di squadra che dovrebbe prevalere su tutto, nel rispetto dell’altro.
Questi sono alcuni degli interrogativi di Meucci. Questi sono i mesi che lo incastrano nella morte di tre persone, fra il Questore pressato dal Ministero degli Interni e polizia e carabinieri che faticano a lavorare in parallelo. Che fare? Come riuscire a mettersi nei panni dell’assassino quando ormai la stampa grida al “mostro”? L’istinto di Meucci conta per risolvere questi casi?
Conta moltissimo perché permette di attraversare una strada alternativa, inaspettata, a tratti assurda. Dall’altro lato, una giustizia che non è uguale per tutti, una colpa gravissima che viene trasformata in un vantaggio personale, porte sbattute e occhi chiusi da parte del Procuratore Capo, giustificazioni da dare in pasto all’opinione pubblica.
Coscienza e destino messi a confronto. Vizi e paure che si scontrano, inesorabili.
Buona lettura.
Maurizio Blini è nato a Torino nel 1959. Ex poliziotto. Nel 2009, si è congedato dalla Polizia di Stato con il grado di Commissario. E’ co-fondatore dell’associazione di scrittori subalpini Torinoir. Negli anni accademici 2013-14 e 2014-15 è stato docente di letteratura gialla e poliziesca all’Università della terza età di Torino con il corso: Torino criminale. Tutti i colori del giallo. http://www.unitretorino.it Il suo sito è http://www.maurizioblini.it. Pubblicazioni: Giulia e altre storie Ennepilibri Editore (2007), Il creativo Ennepilibri Editore (2008), L’uomo delle lucertole A&B Editrice (2009), Il purificatore A&B Editrice (2011), Unico indizio un anello di giada Ciesse Edizioni (2012), R.I.P. (Riposa in pace) Ciesse Edizioni (2013), Fotogrammi di un massacro Ciesse Edizioni (2014), Figli di Vanni (con G.Fontana) Golem Edizioni (2015) si è laureato in Scienze dell’investigazione all’Università degli Studi dell’Aquila.
Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.



Frank Gold è il protagonista de “L’età d’oro”, romanzo di Joan London, libraia e scrittrice australiana. La storia è ambientata nella terra dei canguri dopo la Seconda guerra mondiale e ha per protagonista Frank, un ragazzo ebreo ungherese, scampato al conflitto bellico e trasferitosi con la sua famiglia nel nuovo continente. Fin qui tutto bene ma, purtroppo, non sempre le cose vanno bene e allora, scopriamo che Frank è ricoverato al The Golden Age, un sanatorio nel quale ci sono molti ragazzi affetti da poliomielite. Frank, vive in ospedale, perché le sue gambe non sono come tutte quelle degli altri, ma questo non gli impedisce di godere di una sana curiosità che lo spinge a voler conoscere la realtà nella quale si trova. I problemi di salute accomunano Frank a Sullivan e a Elsa. Il primo è un altro paziente ricoverato nella casa di cura anche se, rispetto a Frank, le sue condizioni sono molto più gravi (lui proprio non cammina). I due ragazzi entrano in empatia, perché entrambi hanno una passione comune: la poesia. Per loro creare versi poetici è una sorta di mezzo di salvezza per aver un contatto (anche se solo immaginato) con la realtà esterna che non possono vedere e vivere. Poi c’è Elsa, una ragazzina con la quale Frank lega subito, poiché tra loro c’è empatia e anche una profonda complicità che li unirà sempre più. Sarà proprio la trasformazione della loro amicizia in qualcosa di più simile all’amore a scombinare per sempre le loro esistenze. “L’età d’oro” della London è un romanzo di vita che affronta il senso di spaesamento determinato dalla malattia e il titolo del libro non è solo il nome del sanatorio dove stanno i personaggi principali. È anche la fase dell’età nella quale Frank ed Elsa vivranno esperienze e sentimenti così intensi, da volerli custodire come se fossero dei beni preziosi. Nel caso di Frank e di Elsa, è vero entrambi si rendono contro di essere “diversi” e di vivere in una dimensione tutta loro, ma con la fantasia e con l’immaginazione riescono ad andare avanti giorno per giorno. In verità, la malattia grava molto di più sulle loro madri. Ida, mamma di Frank e pianista, non solo non riesce ad accettare quello che ha il figlio. No. Lei non ce la fa ad amalgamarsi con la nuova casa e nemmeno con la nuova terra nella quale si è trasferita. Dall’altra parte Margaret, la mamma di Elsa, pure lei completamente incapace di accettare la sindrome della figlia e di sperare in una possibile guarigione. La London prende il lettore per mano e lo trascina nell’Australia degli anni Cinquanta, dove ci sono molto immigrati sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, dove arriva la Regina d’Inghilterra a fare visita alle sue gente e dove impera –purtroppo- la poliomielite. La famiglia di Frank rappresenta il Vecchio continente arrivato in quello Nuovo del tutto sconosciuto (l’Australia con la sua gente). Un mondo del passato che prova, a fatica, a dimenticare e superare i ricordi della sofferenza scatenata dal conflitto. La sfera adulta presente del libro è minata da una sorta di pessimismo che le impedisce di capire che per molti ostacoli esistono i mezzi giusti per superarli. Frank ed Elsa sono sì separati dalla vera realtà, ma la loro capacità di osservare il mondo con curiosa attenzione e sincera meraviglia, saranno gli elementi che daranno a loro, protagonisti di “L’età d’oro”, la forza, il coraggio e la speranza per affrontare il domani e provare a fare ciò che davvero desiderano.
Einaudi continua la pubblicazione dei libri di Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura 2014.
Il libro di cui vi parlerò oggi è un libro prezioso che davvero può risolvere un problema, molto diffuso, e spesso purtroppo sottovalutato, specialmente se è lieve, ancora nella forma iniziale. Di cosa parlo? del Reflusso Gastroesofageo e dei sintomi ad esso legati. Diagnosticarlo non è semplicissimo, spesso i sintomi sono così vari e insidiosi che difficilmente portano medici e pazienti a intraprendere i giusti passi per curarlo e arginare un problema dalle connotazioni di male sociale. Se soffrite di questo problema, o avete il sospetto di soffrirne, i consigli e le indicazioni di questo libro fanno al caso vostro. Non prescrive medicine, ma anzi tutti gli strumenti necessari sono nelle vostre mani, da un corretto stile di vita, a una corretta somministrazione dei pasti (quando, quanto frequentemente etc…), alla dieta stessa, che eliminando o sospendendo alcuni alimenti per un tempo determinato potrebbe davvero salvarvi la vita.

Prova a fermarmi, (Make Me, 2015) del maestro indiscusso del thriller d’azione Lee Child, uscito in Italia per Longanesi nella collana La Gaja Scienza (volume 1273) scritto in terza persona e tradotto da Adria Tissoni, è il ventesimo romanzo della serie che vede protagonista assoluto l’iconico Jack Reacher, eroe americano sui generis, qui più cattivo del solito (quando accelera la morte di un cattivo agonizzante ho detto ohibò!) e quando spara in faccia a un criminale ucraino senza un attimo di tentennamento ho detto (ohibò un’ altra volta). Anzi Prova a fermarmi, è un romanzo più cattivo del solito non solo per un incattivimento del protagonista. Innanzitutto quando scoprirete il mistero che tiene solidamente in mano la struttura narrativa del romanzo (per metà vagherete spiazzati senza immaginare letteralmente niente), capirete di cosa parlo.
Leonardo Sciascia è stato uno scrittore con un grande rispetto per la verità è questo gli procurò molti nemici sia nel mondo politico che in quello della cultura del suo tempo.
Nel romanzo d’esordio Non respirare, edito da Frassinelli nel 2016, segnalato dal Premio Calvino nel 2014, Elisabetta Pastore cela dietro la triste vicenda di Veronica, una trentenne spezzata a metà tra la vita diurna -durante la quale veste i panni di avvocato in un notissimo studio legale della Capitale- e quella notturna -durante la quale si spoglia per vestire i panni di Jasmine, centralinista in un call-center a luci rosse- la narrazione della tristezza del quotidiano, così tragico nella sua banalità, così vuoto nella pienezza dei suoi ritmi, così intenso nell’assenza dei sentimenti. Un quotidiano che si impone come assoluto protagonista della scena, limitando i personaggi a divenire mezzi attraverso i quali esso si manifesta. La protagonista, unica voce narrante, si adagia a vivere un susseguirsi di giorni privi di alcuna evoluzione, uno immagine dell’altro. L’autrice rifiuta uno sviluppo nel racconto, lo rigetta parola dopo parola, così come fa la sua protagonista con il cibo. Ogni qual volta che potrebbe liberarsi di una situazione scomoda e umiliante, Veronica vomita per reimmergersi nell’istante dopo all’interno dell’incompiutezza dell’azione stessa. Finanche nel finale, quando sembra che la donna abbia deciso di lasciare la tragicità degli eventi alle proprie spalle insieme a tutti quegli uomini che l’hanno stuprata nel corpo e nella mente, proprio quando potrebbe vendicarsi di loro sferrando l’ultimo colpo punitore, lei rinuncia, abbandonando ogni cosa sospesa nella routine giornaliera, fuggendo da una Roma squallida e indifferente in cui si è trasferita per tornare nel profondo Sud d’Italia nel quale l’attendono le braccia della madre. Pastore si serve di un linguaggio tanto più violento quanto più piegato a descrivere situazioni di stallo, destinate a non mutare mai, a restare appiattite tra lo scorrere delle ore. La resa stilistica altro non è che la resa della banalità del quotidiano, sebbene carico di violenza, concretamente portata sulla pagina da una scrittura semplice e colloquiale, ricca di espressioni gergali. È forse questo il messaggio che l’autrice vuole lasciare, l’irrisolvibile incompiutezza dei tempi moderni.
Pensare di scrivere un romanzo sul senso della vita deve far paura. Paura perché il tema trattato rischia di essere così immenso da non portare da nessuna parte. Paura perché c’è la seria possibilità di diventare pesanti e autoreferenziali. Paura, soprattutto, di andare in cerca di una risposta fenomenale, che apra a tutti gli occhi, ma di non riuscire a trovarla e doversi così arrendere all’idea che niente, nella vita, ha senso. Scusate il gioco di parole, ma questo non è il caso di Niente.
Su Torino si è detto e scritto tanto, ma ci sono epoche e fatti della Storia della città sabauda che non hanno avuto molto spazio nella letteratura, e dire che non avrebbero niente da invidiare a quelli di Parigi o Londra.

























