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L’impero del sogno di Vanni Santoni (Mondadori, 2018) a cura di Elena Romanello

25 settembre 2018

978880468079HIG-313x480Vanni Santoni si è già fatto notare per come ha saputo rileggere i generi del fantastico e riflettere sul mondo del fandom ad essi collegato, collezionando una candidatura al premio Strega per La stanza profonda, romanzo saggio sul mondo dei giocatori di Dungeons and Dragons, visti come emblema di una generazione e del passare del tempo.
Ne L’impero del sogno, sua ultima per ora fatica, costruisce una sorta di antefatto alla saga fantasy di Terra Ignota, uscita per Mondadori alcuni anni fa inserendo il personaggio di Federico Melani già comparso ne Gli interessi in comune, in una storia comunque godibilissima anche da sola, senza conoscere gli altri libri dell’autore.
La vicenda si svolge in dodici giorni ed è stata ispirata all’autore da un’esperienza che può capitare, quella di vivere dei sogni notturni collegati tra di loro, come una sorta di racconto a puntate. Nel libro troviamo Federico Melani, detto Mella, un ventenne toscano senza progetti, iscritto fuori corso all’Università, in rotta con la madre, interessato a vivere tra giochi di ruolo, fumetti e immaginari vari, come capita oggi in questo nostro Paese con il record di neet e di giovani che non arrivano alla laurea.
Vanni Santoni però non è interessato a scrivere un romanzo di denuncia, ed ecco che Federico inizia a fare uno strano sogno, che prosegue ogni volta che si addormenta, in cui incontra varie creature di mondi fantastici, fin quando arriva ad una riunione dove bisogna decidere il destino di una bambina prescelta, tra suggestioni in cui trovano spazio La Storia infinita e i film di genere fantastico anni Ottanta, i manga e i videogiochi, con una profondità comunque maggiore rispetto a quella del pur simpaticissimo Ready Player One.
Infatti Vanni Santoni, nerd da una vita e dentro lui per prima agli universi del fantastico, più che alla citazione fine a se stessa è interessato a prendere dagli universi del fantastico, che siano giochi di ruolo, fumetti, anime, cinema, libri, serie TV, gli archetipi e le strutture narrative, non dimenticando le origini spesso colte e antichissime di tante moderne mitologie che appassionano le ultime generazioni oggi.
Il risultato è un universo complesso e affascinante, un viaggio in tanti mondi, del resto basta vedere le letture che Mella fa leggere alla piccola prescelta (altro archetipo fortissimo), dove trovano spazio i manuali di Dungeons & Dragons, l’Orlando Furioso, Neil Gaiman, Vladimir Propp, il manga Berserk, i poemi nordici, Calvino e altro ancora. Il risultato è un libro con più livelli di lettura, un fantasy atipico, metanarrativo, che invita a fare altre letture, un racconto di formazione e di riscatto, senza retorica e senza morale, un modo per mettere insieme realtà e fantasia.
Scoperta di mondi alternativi, omaggio a decenni di cultura che non si può più definire di serie B, disanima della condizione giovanile oggi (oltre a Mella c’è anche il personaggio di Livia, emblema della condizione delle ragazze nerd), omaggio ad archetipi a cominciare da quello delle esplorazioni legate al sogno, inno psichedelico al potere della fantasia: L’impero del sogno è tutto questo e forse anche di più.
Un libro consigliabile ai cultori del genere fantastico, soprattutto a quelli che cercano qualcosa che vada oltre schemi e storie già sentite, ma anche un libro da leggere per chi vuole scoprire di più universi e riflessioni sui giovani e diversamente giovani, su sogni e immaginari, in una prospettiva comunque innovativa e interessante.

Provenienza: libro del recensore.

 Vanni Santoni (Montevarchi, 1978) vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2008), Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza, 2011), In territorio nemico (minimum fax, 2013, da coordinatore), Muro di casse (Laterza, 2015), La stanza profonda (Laterza, 2017, candidato al Premio Strega). Per Mondadori è autore di Terra ignota (2013) e Terra ignota 2. Le figlie del rito (2014). Scrive sul “Corriere della Sera” ed è direttore della collana di narrativa della Tunuè.

:: La Madonna e Benedetta Rencurel – 54 anni di apparizioni di Vincenzo Mercante (Edizioni Segno, 2017) a cura di Daniela Distefano

23 settembre 2018

1“Ebbe il privilegio del viaggio in paradiso. Il 15 agosto 1698, giorno dell’Assunzione, la veggente sta recitando le litanie lauretane, quando fra le 19 e le 20, accompagnata da 4 angeli con il volto da bambini, le viene a far visita la Madonna che la inviata a seguirla: “Figlia mia, oggi voglio mostrarti delle cose che non hai mai visto e ti riempiranno di grande felicità”.

Questo libro racconta la vita di una veggente, la storia di una povera pastorella che ebbe in dono la comunicazione con l’aldilà. Benedetta Rencurel nacque nel settembre 1647 a Saint-Etienne- le- Laus. Una popolare leggenda fissa la nascita il giorno della festa di San Michele, quasi presagendo il suo forte legame con gli angeli. L’esistenza è dura sin dai primi anni di vita, gli stenti aumentano a dismisura con la morte del padre nel 1654, e la fame diviene pungente e quotidiana, ma i biografi annotano un’affermazione di Benedetta: “Il buon Dio e la sua Madre non possono lasciarci soli”. Non imparerà mai a leggere e a scrivere e fino al termine della vita firmerà con la consueta croce. Era un’ umile fanciulla, venne iniziata fin da bambina a zappare i campi altrui, a portare sulle spalle legna per il focolare, ad attingere l’acqua. Ne sortì un fisico tarchiato e resistente alla fatica e alle malattie.

Il poveraccio solitario e reietto – afferma l’autore del libro, Vincenzo Mercante – sortisce solitamente un carattere chiuso, ottusamente fissato sui piccoli beni materiali. La roba, per chi ne ha un pugno, diventa sacra, intoccabile, da custodirsi con gelosia. Ma l’animo di Benedetta, reso sensibilissimo dalla miseria che l’attorniava, la spingeva invece a gesti di generosità”.

Dagli occhi di quella giovane traspariva qualcosa di strano, di non definibile a prima vista e i più si astenevano da ogni giudizio nell’attesa di qualcosa che sapeva di mistero. A 14 anni le nasce dentro un desiderio fortissimo: “Ho provato, ridirà più volte negli interrogatori, un bisogno insaziabile di sofferenza”. Un giorno le appare San Maurizio che le dice: “Dirigiti verso la vallata sopra Saint-Etienne, e lì ti sarà concesso di vedere la Madre di Dio”. Ai margini di un bosco, in una grande cava di gesso, si apriva una piccola grotta chiamata le Fornaci, è qui che alla umile pastorella appare una bella Signora che tiene amorevolmente per mano un bimbo di rara bellezza. Nelle successive apparizioni, la Madonna si presenta: “Io sono Maria, la Madre di Gesù. Recati a Laus e cerca un’angusta cappella da cui si sprigionano profumi celestiali; lì mi vedrai molto spesso ed io ti comunicherò i miei desideri”. Dal 1673 fino alla morte, la vita di suor Benedetta (ha infatti preso il velo nell’ordine di San Domenico) si svolge in maniera armoniosa illuminata dalla presenza della Vergine e del suo Angelo che la spingono a chinarsi su una dolente umanità, desiderosa di sollievo nel corpo e nello spirito, bisognosa di pace interiore. Tra accanimenti del maligno, persecuzioni fisiche e morali, trascorrono 54 anni di apparizioni e fede senza interruzioni. Suor Benedetta muore il 28 dicembre 1718, nel pieno della gioia per la comunione con il Cielo.

Vincenzo Mercante (San Vito di Leguzzano, 2 agosto 1936) è uno scrittore e presbitero italiano. Vive ed opera a Trieste. Laureato in lettere moderne all’Università di Padova, già insegnante di materie letterarie nei licei scientifici statali, diplomato in Sacra Scrittura a Roma, ha frequentato corsi in psicologia, cinematografia e biblioteconomia conseguendone attestati di merito. In qualità poi di giornalista-pubblicista ed esperto di comunicazione massmediale collabora con vari settimanali, riviste di argomento storico-letterario e numerosi periodici. Fondatore del Centro Culturale David Maria Turoldo, organizza incontri musicali,  storici e letterari, sia di prosa che di poesia, nonché dibattiti cinematografici. Il Centro, gemellato con la missione don Bosco di Diamond Harbour nella provincia di Calcutta (Bengala – India), offe un costante aiuto per la realizzazione di  opere socialmente utili come scavo di pozzi di acqua dolce ed istallazioni di apparecchiature per fornire luce e gas a persone bisognose; infine mediante le adozioni a distanza incrementa la scolarizzazione di ragazzi volonterosi. Particolarità del Centro Turoldo è l’apertura alla mondialità e al dialogo interculturale aderendo alle iniziative del Centro Interdipartimentale di ricerca sulla Pace “Irene” dell’Università di Udine e del Centro interreligioso di Trieste. Il 25 maggio 2008 Vincenzo Mercante ha ricevuto una Menzione Speciale da parte dell’Associazione Altamarea nell’ambito del Premio Letterario Internazionale  Trieste “Scritture di Frontiera dedicato ad Umberto Saba 2007”. Precedentemente, oltre ad una segnalazione nel Concorso Nazionale Ibiskos Città di Salò per la narrativa, il 28 aprile 2008 gli è stato assegnato il secondo premio internazionale di letteratura Portus Lunae città di La Spezia per il saggio sul popolo  ebraico intitolato Il dolore bimillenario.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la signora Miriam dell’Ufficio Stampa “Edizioni Segno”.

Mary e il mostro di Lita Judge (Il Castoro, 2018) a cura di Elena Romanello

19 settembre 2018

Mary-e-il-mostro_cover-346x540Questo è l’anno di Frankenstein, il primo romanzo di fantascienza di tutti i tempi, e della sua autrice, perché fu una donna la prima a cimentarsi con questo genere, anzi un’adolescente, Mary Shelley, e accanto a riedizioni e film, trova spazio una biografia insolita e agile, uscita per Il Castoro in italiano ad opera di Lita Judge.
La vicenda umana di Mary Shelley, o meglio Mary Wollstonecraft Godwin, ragazza ribelle, in anticipo sui suoi tempi, ripudiata dalla sua famiglia di origine per la sua relazione illecita con Percy Shelley che sposò in un secondo tempo, toccata dalla morte fin dalla sua nascita che causò la morte di sua madre, antesignana del femminismo e sempre ombra incombente sulla sua vita, vittima anche di un marito narcisista ed egoista oltre che di una società bigotta e patriarcale, capace di creare un romanzo agghiacciante ma nello stesso tempo metaforico della solitudine e del dramma di non essere amati, rivive sotto forma di libro illustrato.
Lita Judge organizza infatti il libro in una serie di tavole in bianco e nero, che raccontano la vita di Mary fino alla morte tragica di Shelley, con sopra sotto forma di versi i vari capitoli della sua vita, spesso con le parole della diretta interessata, in un viaggio agli inferi di un animo tormentato che trovò nella scrittura un modo per esorcizzare drammi e passioni e di dare un senso ad una vita segnata da sempre.
Il libro è poi completato da alcuni approfondimenti sulla vita e le opere di Mary Shelley, sui personaggi della storia e sul loro destino, spesso tragico, da Byron alla sorellastra Fanny, morta suicida, e sulla sua fortuna successiva, visto che il libro, grandissimo successo sin da subito, uscì anonimo e solo dopo si seppe che era stata la scandalosa Mary a scriverlo.
In teoria Mary e il mostro vorrebbe rivolgersi ad un pubblico di ragazzi dai dieci ai tredici anni, in realtà è un libro per qualsiasi età, per scoprire e riscoprire la donna che ha dato origine ad un intero genere, considerato a torto roba da uomini, visto che le voci femminili hanno continuato ad esserci fino ad oggi, basti pensare a Ursula K. Le Guin, a Margaret Atwood, a Nnedi Okorafor.
Tra l’altro, per chi ha visto il recente buon film su Mary Shelley, il libro fornisce un’ottima guida di accompagnamento, approfondendo ulteriormente la storia dell’autrice e della sua avventura umana, straziante e lirica, capace di scuotere ancora oggi per aver tra l’altro toccato con il filtro del fantastico temi e archetipi fondamentali della condizione umana.

Lita Judge, nata in Alaska, è autrice e illustratrice di oltre venti libri, tra narrativa e non fiction, per i quali ha ricevuto numerosi premi. Prima di dedicarsi ai libri, Lita era una geologa e lavorava sui fossili di dinosauro. Ma un viaggio a Venezia con suo marito l’ha convinta a dedicarsi con tutta se stessa all’arte, la passione di una vita. Adesso, quando non è nel suo studio, è in giro per l’Europa con taccuino e matita. Mary e il mostro è nato dalla lettura dei diari di Mary e Percy Bysshe Shelley, mentre visitava i luoghi on cui la coppia aveva vissuto. Anche scrivere questo libro è stato un viaggio per Lita, durato cinque anni. Vive negli Stati Uniti.

Source: libro del recensore.

:: I Maigret 14 (Adelphi 2016) di Georges Simenon a cura di Daniela Distefano.

17 settembre 2018

I MAIGRET 14“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.

“Maigret a Vichy”: Maigret non era il solo a tentare con tutte le sue forze, e da tempo, di conoscere il carattere delle vittime. Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi,arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità. Che cosa c’era nella vita, nel comportamento di Hélène Lange, che la predestinava in qualche modo a una morte violenta?.

“Maigret e l’omicida di Popincourt”: “Pure dopo quarant’anni di mestiere, un uomo che ha ucciso mi fa sempre impressione..”. “Perché?”. “Perché ha oltrepassato un limite…”. Chi uccide, è come se si tagliasse fuori dalla comunità degli esseri umani. In un attimo cessa di essere un individuo come gli altri. Anche gli assassini veri, i professionisti, che si mostrano aggressivi, sarcastici, in realtà hanno bisogno di fare i gradassi, di autoconvincersi che esistono ancora come uomini.

Le inchieste del commissario Maigret, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono il frutto della spumeggiante invenzione di Georges Simenon che in questi cinque racconti – “Il ladro di Maigret”, “Maigret a Vichy”, “Maigret prudente”, “L’amico d’ infanzia di Maigret”, “Maigret e l’omicida di rue Popincourt” – mette su carta le proprie idiosincrasie, la deriva alcolica dei suoi personaggi, il tasso di interesse delle proprie manie. Tralasciando plot, trame, e riassunti vari, colpisce in queste storie l’analisi psicologica, quasi patologica, degli attori di drammi comuni a tutta l’umanità. E Maigret di volta in volta si trova coinvolto un microcosmo che somiglia sempre di più ad un acquario. Come pesci, ignari di essere costretti a vivere dentro un’ampolla, i protagonisti che spingono Maigret alla soluzione di rebus esistenziali sono in uno stato di negazione perpetua della normalità. Maigret entra in apnea per capirli, per spogliarli dei loro paraocchi, per ridare loro la vista della realtà. Non è un’operazione facile, richiede mente chirurgica, cuore allenato, e coscienza del male che attacca chiunque, a caso, senza risparmiare cartucce di orrore. La mente umana è un labirinto che non sconvolge il celebre Commissario, ma talvolta lo fa sobbalzare: dove potrà mai arrivare l’uomo con i suoi tentacoli mentali? La risposta non la dà nessuno, neanche lo scrittore Simenon che con queste sue creature letterarie dà voce agli abissi della nostra anima, alterata da un triplo salto carpiato. Un volume che svela le strategie delle contorte fobie umane.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adeplhi”.

:: Promessa di sangue (Hugo Marston #3) di Mark Pryor a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2018

1Dopo Il libraio di Parigi e Il mistero della cripta sepolta, già recensiti sul nostro blog, esce in Italia Promessa di sangue di Mark Pryor (The Blood Promise, 2014), tradotto da Barbara Cinelli e pubblicato nella collana TimeCrime di Fanucci Editore.
Nuova indagine per Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana a Parigi, ex profiler dell’ FBI, americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, mente perspicace e sempre pronto a sbrogliare le matasse più ingarbugliate che possono creare grattacapi al suo capo, il placido e bonario ambasciatore Taylor.
Oltre a Taylor ritroviamo anche i personaggi delle scorse avventure: Tom Green agente della CIA, eccezionalmente sobrio, la bella giornalista Claudia Roux, di cui Hugo è sempre innamorato, anche se lei preferisce una simpatica amicizia, l’amico poliziotto Raul Garcia sempre in lite con la moglie che lo vorrebbe più a casa e meno in giro alla caccia di criminali, e soprattutto Parigi, la città più bella del mondo, con i suoi caffè e i suoi croissant al burro (i veri croissant francesi sono senza marmellata o cioccolato), il lungo Senna popolato di bouquiniste, i suoi parchi, le sue strade affollate di automobili, i suoi palazzi antichi, i cimiteri carichi di storia, i suoi castelli in periferia.
Era da tanto che aspettavo questo libro, il terzo, Il mistero della cripta sepolta era uscito in Italia nel 2014, che prosegue la serie che vede protagonista Hugo Marston (simpatico cowboy alla Cary Grant) e soprattutto unisce alle indagini poliziesche fatte con gli strumenti di ultima generazione, sempre un particolare bizzarro che ci porta al passato, prima alla Seconda Guerra Mondiale, poi alla Belle Epoque, e questa volta addirittura alla Rivoluzione Francese.
Pryor ama costruire trame che intrecciano presente e passato, da americano sempre ammirato della storia europea, mettendo sempre quel tocco di avventura e di mistero che trasforma dei semplici thriller d’azione in vere e proprie cacce al tesoro.
Tesoro questa volta racchiuso in un baule da marinaio della fine del XVIII secolo, pieno di doppi fondi e scomparti segreti, che appare quasi per caso in un castello di campagna dove si tengono i colloqui per dirimere una delicata faccenda territoriale tra Francia e Stati Uniti. Hugo Marston ci finisce in mezzo perché incaricato di proteggere Charles Lake, senatore in missione a Parigi per conto del suo governo e ospite del castello dei Tourville, dove si tengono appunto le trattative.
Una storia complessa, intricata, comunque dove tutto combacia come i meccanismi di un orologio svizzero, che si complica ancora di più quando nella stanza al castello di Charles Lake vengono rinvenute alcune impronte rinvenute a loro volta in una scena del crimine di una rapina-omicidio avvenuta nei pressi di Troyes. Raul Garcia verrà a dar man forte e inizierà una sciarada di difficile risoluzione.
Da segnalare la presenza di Camille Lerens, abile poliziotta francese transgender, che collaborerà non poco con Hugo Marston e Tom Green nella risoluzione del caso.
A voi la lettura nell’attesa di un nuovo episodio, che si spera di non dover aspettare troppo a lungo.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D.A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con la sua serie di thriller aventi come protagonista Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana a Parigi. Di questa serie, nella collana Timecrime, Fanucci Editore ha già pubblicato Il libraio di Parigi (2013), Il mistero della cripta sepolta (2014) e Promessa di sangue (2018).

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani dell’ Ufficio stampa Gruppo Editoriale Fanucci.

Il guardiano della diga -Volume 1, Robert Kondo – Daisuke “Dice” Tsutsumi, Bao Publishing 2018 A cura di Viviana Filippini

16 settembre 2018

Guardiano digaArriva in Italia grazie a Bao Publishing il primo volume- “Il guardiano delladiga”- di una trilogia a fumetti creata da Robert Kondo e Daisuke “Dice” Tsutsumi, fautori dello studio di animazione, Tonko House, che ne ha fatto anche un cortometraggio nominato agli Oscar nel 2015. I protagonisti nel libro sono animali. Maiale è un giovanotto che fa il guardiano alla diga costruita tempo prima dal padre. La chiusa è gigante e separa la Valle dell’Aurora dal resto del mondo. Il fatto che il padre di Maiale le abbia dato forma è perché oltre ad essa c’è un pericolo – la nebbia nera- che porta scompiglio e morte in chiunque si imbatta in lei. Maiale, che ha perso il padre e  ha ereditato da lui il ruolo di guardiano della diga, non è del tutto solo nell’ importante missione dove sarà coinvolto. Accanto a Maiale, i suoi amici, anche loro giovani e animali, Volpe e Hippo. I tre  si troveranno catapultati in strane situazioni, a tratti reali, a tratti degli incubi allucinati, che li porteranno a doversi rimboccare le maniche per agire in modo tale da salvare la Valle dell’Aurora e la sua gente. La storia è caratterizzata da un ritmo incalzante che crea suspense e lascia nel lettore la curiosità di capire, e scoprire, se il piccolo Maiale e i suoi compagni di avventura riusciranno a compiere la loro impresa. Di certo, facendo un’analisi del personaggio principale – Maiale- ci si rende conto che il suo essere e agire richiamano la figura classica dell’eroe delle fiabe. Maiale, non a caso, dovrà compiere ogni azione per salvare il suo mondo dal pericolo, dovrà rispettare l’impegno e il compito che ha ereditato dal padre (fare il guardiano della diga) e dovrà portare a termine una missione per ristabilire la pace e armonia. Accanto a lui ci saranno Volpe e Hippo, amici, compagni di avventura e aiutanti. Oltre ad un piccolo eroe, Maiale si dimostra da subito coinvolto in un percorso di prove e ostacoli che lo metteranno a dura prova, ma che fanno dedurre il processo di formazione che lo aiuterà a crescere. Perfette e molto curate sono le immagini realizzate Robert Kondo e Daisuke “Dice” Tsutsumi, le quali  rendono il libro elegante e accattivante, nel senso che arrivati alla fine del primo volume de “Il guardiano della diga”, si resta in attesa nella speranza che arrivi presto il seguito, per scoprire il destino di Maiale, dei suoi amici e della Valle dell’Aurora. Traduzione Caterina Marietti.

Dice Tsutsumi è nato e cresciuto a Tokyo. Laureatosi alla School of Visual Art a New York, ha lavorato come disegnatore ai Blue Sky Studios su L’era glaciale, Robots e Ortone e il mondo dei Chi e come art director per Pixar su Toy Story 3 e Monsters University. Nel frattempo, ha portato avanti progetti di beneficenza come Totoro Forest Project e Sketchtravel.

Robert Kondo è nato e cresciuto a Los Angeles. Da bambino, ha imparato a disegnare dalla madre, esperta fashion designer, e ha poi studiato illustrazione all’Art Center College di Pasadena. Per dodici anni, ha lavorato per i Pixar Animation Studios come art director per film come Ratatouille, Toy Story 3 e Monsters University.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Bao Publishing e Chiara Calderone dell’ufficio stampa.

:: Rebel love di Erin Watt (Sperling & Kupfer 2018) a cura di Marcello Caccialanza

12 settembre 2018

Rebel love di Erin WattRebel love di Erin Watt, edito dalla Sperling & Kupfer, costo al pubblico euro 17.90, è un delizioso romanzo di genere per quanti nell’epoca dei social possono ancora definirsi romantici.
Protagonista dell’intera vicenda è la liceale Beth, la quale è costretta, suo malgrado, a smettere di vivere e di brillare di luce propria, da quando l’amata sorella è deceduta in un incidente.
La sventurata teen-ager è così costretta da genitori, sconfitti dalla vita, a rinchiudersi in una sorta di prigione dorata, dove viene protetta morbosamente, dove ogni sua mossa è attenzionata fino alla nausea!
Una sera però, stanca di tutta quella negativa pressione su sé stessa, riesce a trovare la via di fuga e a darsi alla macchia, ripudiando quel pericoloso ed asfissiante controllo genitoriale.
E come in ogni favola di genere che si rispetti c’è sempre una festa imprevista, dove si ha la reale possibilità di togliersi la maschera e di mostrarsi per quello che realmente si è !
Quindi va da sé che anche per la Beth di questo romanzo … c’è dunque la svolta!
Imbucata ad una festa incontra un coetaneo, naturalmente non il bravo ragazzo della pubblicità del Mulino Bianco, bensì una specie di James Dean terzo millennio, dal passato turbolento … che le farà letteralmente perdere la testa e la coinvolgerà in un amore ribelle;naturalmente ostacolato con grande vigore da mamma e papà.

Erin Watt è lo pseudonimo di due autrici bestseller americane, unite dalla grande passione per i libri e per la scrittura. Entrambe sono scrittrici di grande successo nel settore YA e New Adult. La trilogia The Royals è il loro primo progetto insieme.
http://www.authorerinwatt.com

Source: libro del recensore.

Laguna di Nnedi Okorafor (Zona 42, 2017) a cura di Elena Romanello

12 settembre 2018

Laguna-Cop-663x900L’archetipo dell’invasione aliena, come metafora della paura che un giorno arrivi sulla Terra qualcuno di più forte di noi che tratti il genere umano come lui si è sempre comportato con gli animali e le culture concepite come inferiori, è presente da sempre nel genere della fantascienza, e ha attraversato romanzi, a partire da La guerra dei mondi di Wells, film, dai B Movies ai blockbuster come Indipendence Day, telefilm, da Defiance, fumetti e cartoni animati, partendo dai mitici robottoni giapponesi di Go Nagai, Goldrake in testa.
Una delle ultime e senz’altro più originali reincarnazioni di questo archetipo è quella presente nell’interessante romanzo Laguna di Nnedi Okorafor, una delle più interessanti voci della fantascienza di oggi, autrice di lingua inglese ma di cultura nigeriana. Tutti hanno immaginato l’arrivo degli alieni nella propria città, da Londra a Tokyo, e non bisogna stupirsi che Nnedi Okorafor abbia scelto invece il posto dove sono le sue radici, con un attacco a sorpresa a Lagos, capitale della Nigeria, fondata dai portoghesi al centro di una laguna (lagos vuol dire laguna) e oggi una delle città più emblematiche e contraddittorie del continente africano.
Un boato scuote una città divisa tra povertà e ricchezza, tensioni etniche e religiose, tradizioni tribali e desiderio di modernità: dal mare emerge Ayodele, una donna misteriosa che promette un nuovo mondo per tutti, mentre il mare brulica di nuova vita, anche insolita e aliena. Tre personaggi, la biologa Adaora, donna in cerca di una sua identità oltre antiche tradizioni soffocanti, il rapper Anthony, emblema delle istanze dei giovani, e il soldato Agu, si confronteranno con una novità che rischia di stravolgere tutto, contro l’ignoranza che rifiuta il nuovo ma anche contro la spietatezza di qualcuno che se si sente respinto può diventare devastante.
Nel nostro Paese si parla della Nigeria solo come teatro di fatti tragici o come il luogo da cui sono arrivate le schiave moderne della nostre strade statali e la criminalità a loro legata, ma in realtà è un mondo molto più complesso e interessante, metafora nel libro di qualsiasi popolo a confronto con l’ignoto, con la paura del diverso, con il panico, con l’impossibilità di voler cambiare.
Laguna parla di modernità e di antiche tradizioni, del nostro rapporto con cosa non capiamo, della paura, della voglia di cambiare ma anche di cosa lo impedisce, del perché comunque non ci può essere un salvatore assoluto per tutti, di ecologia e di ambiente, di donne e omosessuali, di diversità e bigottismo, sotto la storia di un attacco alieno originale e insolito.
Un libro ovviamente per appassionati di fantascienza, ma anche per chi vuole capire di più il mondo reale, in particolare la società africana, continente al di là del Mediterraneo dove sono state compiute le più grandi efferatezze, oggi allo sbando ma con anche potenzialità e cose da dire. Non è un caso che stanno crescendo molti autori e autrici di fantascienza proprio in Africa.

Provenienza: libro preso in prestito presso le Biblioteche civiche di Torino.

Nata negli Stati Uniti da genitori nigeriani, Nnedimma Nkemdili Okorafor è una delle più talentuose autrici emerse negli ultimi anni sulla scena internazionale. Nnedi Okorafor si è affermata grazie a una produzione narrativa capace di trascendere il genere per combinare in maniera mirabile fantascienza e tradizione africana, fantasy e realismo magico.
Vincitrice di molti tra i più prestigiosi premi letterari (Hugo, Nebula, World Fantasy Award tra gli altri) è professoressa di Scrittura creativa presso l’Università di Buffalo (NY).
Laguna è il suo primo romanzo di fantascienza a essere tradotto in italiano, mentre è già uscito per Gargoyle il fantasy Chi teme la morte. La profezia di Onye. Il suo sito ufficiale è http://nnedi.com

:: Sandro Pertini e la bandiera italiana, curato da Stefano Caretti e Maurizio Degli’Innocenti (Piero Lacaita Editore, 1998 e riedito nel 2016) a cura di Daniela Distefano

11 settembre 2018

SANDRO PERTINI e la bandiera italianaLotto per la libertà perché senza di essa non sono nessuno, perché ho dovuto riconquistarla dopo una lunga e dura lotta. Per me la libertà è la cosa più preziosa, qualcosa che non si può alienare. Ho gettato tutta la mia giovinezza sul fuoco della lotta per la sua conquista, e se a me, socialista, mi dovessero offrire le più radicali riforme sociali al prezzo della libertà, rifiuterei, perché la libertà non può essere merce di scambio”.

Il 25 settembre prossimo, ricorrono i 122 anni dalla nascita di un uomo iconico, Sandro Pertini. Autore di due “evasioni spettacolari”, ha subito una condanna a morte, l’esilio, quindici anni di privazione della libertà, ha trascorso mesi per monti e valli a capo dei partigiani, ed ha vissuto più di trent’anni di attività pubbliche. La sua lunga carriera politica nel dopoguerra è stata quella di un giornalista, direttore dell’”Avanti!”, senatore e deputato di Genova dal 1953, presidente della Camera dal 1968 al 1976. Egli non fu mai a capo di una corrente e la sua milizia socialista, la sua convinzione ideologica, derivavano più dalla fede che dal calcolo e dalle ambizioni. La sua vita è stata un vero romanzo. Questo volume – dedicato ai viaggi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini all’estero – è corredato da un ricco apparato critico e fotografico, ed è costruito sulle reazioni e sulle testimonianze rese nelle sue missioni internazionali. Ne vien fuori un Pertini ambasciatore nel mondo dei valori di solidarietà, di giustizia sociale e di convivenza pacifica tra le genti, nonché guardiano della Costituzione. Simbolo della resistenza umana ebbe conclamati difetti: era infatti capriccioso, imprevedibile, e “cocciuto”. Ha sfatato tutti i luoghi comuni sull’Italia, sfuggendo ai vecchi e consumati cliché. Il suo è stato un destino di uomo di azione, ma non gli mancarono le acute, precise, concrete, lucidissime riflessioni sui mali che già allora opprimevano la nostra società. Il leader italiano – nel suo incontro con il Capo di Stato U.S.A. Ronald Reagan – citò Franklyn D. Roosevelt:

noi siamo perfettamente convinti del fatto che non può esistere un’autentica libertà individuale senza sicurezza economica e indipendenza. Gli uomini bisognosi non sono uomini liberi”.

E sullo stesso tema, ecco come si espresse:

Non è più possibile tornare ai tempi del liberismo e dell’automatismo perché le popolazioni non possono più accettare le regole implacabili della vecchia economia di mercato. L’ordine sociale non reggerebbe più al peso di queste docce fredde che producono disoccupazione e distruggono posti di lavoro”.

Ciò non significa però, ha aggiunto il presidente italiano, che al vecchio modello si debba sostituire quello dell’assistenzialismo, del pressapochismo, dei debiti accumulati. Bisogna trovare nuovi rimedi ai nuovi mali e bisogna farlo pensando a strategie globali, ricercando forme di solidarietà effettiva tra Europa e Stati Uniti e tra questi due paesi e quelli in via di sviluppo. Pertini nell’epoca più dura dei suoi anni di carcere, scriveva alla madre: “Perché, mamma, nella vita talvolta è necessario lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”. Una frase, dal chiaro sapore paolino, strana e fatale per un uomo che incarnerà la speranza di un popolo bisognoso di certezze e normalità.

Stefano Caretti, ordinario di Storia contemporanea all’Università degli studi di Siena, è autore di numerosi saggi sulla storia del socialismo. E’ il Vicepresidente della Fondazione di studi storici “Filippo Turati”.

Maurizio Degl’Innocenti, ordinario di Storia Contemporanea, è autore di una vasta saggistica sulla storia sociale e politica contemporanea. E’ condirettore della rivista “Storiaefuturo”. E’ il Presidente della fondazione di studi storici “Filippo Turati”.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo il prof. Stefano Caretti per la gradita collaborazione.

:: Il boss è immortale di Massimo Nava (Mondadori 2018) a cura di Marcello Caccialanza

11 settembre 2018

Il boss è immortaleIl sorprendente romanzo “Il boss è immortale” edito dalla Mondadori, costo al pubblico euro 18.00, è ultima fatica letteraria del giornalista e corrispondente per il Corriere della Sera da Parigi, Massimo Nava.
È senza ombra di dubbio un apprezzato thriller che vanta originalità di scrittura e di confezionamento, in cui un buon lettore, attento e capace, può tranquillamente riscontrare colpi di scena a “go-go”!
Il protagonista assoluto di questo avvincente noir è l’ispettore Bernard Bastiani, un poliziotto francese di Marsiglia di chiare ed indiscusse origini italiane; il quale è promosso per meriti sul campo all’ufficio tutela nazionale del patrimonio artistico dell’Interpol di Lione.
Il suo primo caso in questa nuova dimensione lavorativa lo porterà ad agire nell’affascinante e controversa città di Napoli. Qui infatti è incaricato di condurre le indagini su doppio binario in merito ad un caso assai intricato e a più risvolti. Da una parte c’è dunque il drammatico affaire relativo al sequestro di Lisa Miller, giovane ed ultima discendente di una nobile casata partenopea dei Sansevero e dall’ altra, invece, il misterioso furto di un’opera d’arte assai preziosa, che è custodita per l’appunto nella Cappella Sansevero; la stessa che dà ospitalità al celeberrimo Cristo velato, capolavoro dello scultore Giuseppe Sanmartino.
L’opera trafugata non è altro che una macchina anatomica che riproduce un corpo femminile ben conservato, in cui vi sono ancora arti, viscere e vene.
A realizzare tale manufatto è stato un esorcista massone, antenato del principe Sansevero; il quale, agendo attraverso una serie di misteriosi e alquanto discutibili esperimenti, aveva dentro di sé il desiderio inconsulto di immortalità eterna!
Bernard Bastiani, con scrupolose e metodiche indagini a tutto campo, riesce ben presto a comprendere che i due eventi, ai quali sta lavorando, con meticolosa caparbietà, avendo palesemente in comune molti fattori identificativi, presentano un conclamato nesso di corrispondenza come in un gioco ad incastro. Il suo compito quindi quello di dipanare una volta per tutte l’intera sciarada!
E così lo stesso investigatore forgia quasi tutta la sua teoria risolutiva sul fattore Cappella di Sansevero. Qui sono in atto due lavori di restauro gestiti da una ditta assai sospetta e poco pulita.
Più Bernard prosegue nel suo minuzioso lavoro d’indagine più lo stesso mistero si fa sempre più fitto! Difatti nel momento in cui nello stesso capoluogo campano si verifica un reato inaspettato; ci si accorge come dietro a tutto questo marasma di eventi noir ci sia niente di meno che un pesante coinvolgimento della medesima camorra.
Quindi, a questo punto, all’eroe di questa avventura a tinte gialle non rimane altro che collaborare con il colonnello Gagliano. I due si immergeranno così nei bassifondi napoletani, dominio dei boss locali; un mondo imperfetto e losco che a tratti ricorda tanto la stessa città di Marsiglia.
Verranno dunque catapultati in un labirinto di desolazione e soprattutto di paura adrenalinica, una vera e propria discesa agli inferi che, come un cazzotto ben piazzato, cambierà per sempre i loro connotati emotivi, trasformandoli forse in una sorta di larve umane.
A fare da scenografia all’intera azione narrativa c’è la città di Napoli, una Napoli tenebrosa, affascinante e decadente allo stesso tempo dove nulla è come sembra, dove tutto si tinge di un silenzioso e soffocante mistero esistenziale. È davvero dura in questo contesto dire no ad un patto con il demonio, a maggior ragione se in premio ci sta addirittura l’immortalità!

Massimo Nava è editorialista del “Corriere della Sera” da Parigi, dopo essere stato inviato speciale e corrispondente di guerra. Ha pubblicato Germania Germania (Mondadori, 1990) sulla caduta del Muro di Berlino, Carovane d’Europa (Rizzoli, 1992), Kosovo c’ero anch’io (Rizzoli, 1999), Miloševic, la tragedia di un popolo (Rizzoli, 2000), Imputato Miloševic (Fazi, 2002), Vittime, storie di guerra sul fronte della pace (Fazi, 2005), Sarkozy l’uomo di ferro (Einaudi, 2007). Nel 2009 ha pubblicato il romanzo La gloria è il sole dei morti (Ponte alle Grazie). Nel 2010, per Rizzoli, Il garibaldino che fece il “Corriere della Sera”, sulla vita di Eugenio Torelli Viollier, fondatore del “Corriere”. Nel 2014 è uscito per Mondadori Infinito amore, la passione segreta di Napoleone, nel 2016 Il mercante di quadri scomparsi, la prima indagine dell’ispettore Bastiani.

Source: libro del recensore.

:: Il caso Versace di Maureen Orth (tre60, 2018) a cura di Elisa Napoli

10 settembre 2018

Il caso versace immagineSe vi state chiedendo se sia possibile commettere cinque, e sottolineo cinque, omicidi girovagando indisturbati per l’America di fine anni ‘90 (alla guida di un camioncino rosso e macchine rubate) la risposta, per quanto sia assurda e atipica, è straordinariamente SI. O almeno, qualcuno ci è riuscito.
Questa è la storia di Andrew Cunanan.
Un uomo all’apparenza qualunque che, in soli due mesi, ha tolto la vita a cinque persone tra cui il famoso stilista ed icona gay Gianni Versace da cui prende il titolo il libro; Andrew, nato da padre filippino e madre di origine italiana, estremamente viziato fin da piccolo, cresce bramando il lusso e dai 13 anni in poi si pone costantemente sotto i riflettori e al centro dell’attenzione tanto da rinnegare la sua modesta famiglia, arrivando, talvolta, a presentarsi sotto mentite spoglie.
Ovunque, leggendo, si percepisce la disfunzionalità di Cunanan che

<<…spesso non sapeva dove finiva la sua persona e dove cominciavano gli altri e, quando si avvicinava a qualcuno, tendeva a diventare lui>>.

Ovunque si respirano la follia e il complesso di superiorità tipico della persona narcisista: “Après moi, le déluge” (Dopo di me, il diluvio) è la frase che appone sotto la sua fotografia nell’annuario scolastico del liceo.
Leggere “Il caso Versace” ha significato, per me, provare a comprendere la follia omicida di un istrionico uomo che da bravo mitomane e bugiardo seriale qual è, vive la sua vita nella più totale finzione e cova dentro di se l’unico desiderio impossibile da realizzare: diventare un mito, una leggenda, una persona celebre. E allora cosa succede quando la consapevolezza che questo non arriverà mai gli arriva dritta in faccia? Elimina l’unico uomo che, da sempre, lo ha ossessionato e che rappresenta tutto ciò a cui lui non può auspicare: con due colpi al collo, fredda la personificazione del successo, Gianni Versace.
Mettetevi comodi e iniziate la discesa verso questo mondo sporco fatto di bugie, sogni, soldi, vizi, sesso, superficialità, lusso, finzione… arriverete agli inferi, all’interno di una torbida e sconvolgente vicenda sulla quale è stata basata la seconda stagione della famosa serie tv “American Crime Story”.

Maureen Orth ha collaborato con alcune delle più importanti testate americane, tra cui Newsweek, Vogue, The Washington Post, The New York Times, Rolling Stone ed Esquire. Dal 1988 lavora per Vanity Fair, dove si occupa di giornalismo investigativo. Vive a Washington.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.