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:: È tempo di partire di Shanmei disponibile su Amazon

29 ottobre 2018

Narrano gli antichi che gli eroi non sempre sono facili da individuare, spesso si nascondono nelle ombre del passato, negli anfratti più reconditi delle leggende, sfuggono alla narrata popolare, che preferisce vedere protagonisti delle loro storie mandarini malvagi, imperatori sfortunati, o guerrieri celebri e valorosi.
Questa volta i protagonisti della nostra storia saranno infatti un contadino e una ragazza, due ombre sullo sfondo della grande storia fatta dai potenti, ma se presterete attenzione anche ai minimi dettagli, alle inezie, al comico e al burlesco, che dopo tutto fa parte della vita di tutti noi, vi accorgerete che anche loro hanno dignità, anche loro sono capaci di gesti eroici, e soprattutto imprevedibili.
E forse proprio perché sottovalutati da tutti, vi sorprenderanno.

Il contadino in questione si chiamava Chou Jiao.
Non che questo fosse il suo vero nome, certo, chi utilizzerebbe questo irriverente nomignolo per il proprio bambino? Ma così era conosciuto, per cui col tempo aveva smesso di protestare e l’aveva accolto come un titolo onorifico, dimenticandosi, forse davvero, il nome con cui era stato registrato nel libro degli atti pubblici della provincia.
Chou Jiao proveniva da un povero e sfortunato villaggio la cui maggiore attività era la coltivazione del sorgo rosso. Non ci si stupisce troppo perciò che fosse rozzo, sboccato, ubriacone, ma infondo un brav’ uomo, come testimoniavano le varie donne con cui negli anni si era accasato.

PARTIRE

Siamo in Cina, nella seconda metà dell’Ottocento. Un contadino e una nobile ragazza fuggita di casa si incontrano sulla strada verso Pechino, diretti a una Scuola di Arti Marziali, che non è per niente detto che raggiungeranno mai.
Troveranno invece mille avventure ad attenderli.

Un “wuxia” comico, dal sapore picaresco, senza magia, in cui tutta la storia si regge sulle profonde differenze tra il lui, un contadino rozzo, sboccato, ubriacone, amante delle donne ma infondo un brav’ uomo, dal soprannome alquanto buffo “Piedi Puzzolenti” (in cinese pressapoco Chòu jiǎo), e la lei bellissima, aristocratica, volitiva, divertente, esile come un giunco ma tagliente come una lama, per nulla decisa ad accettare il ruolo di donna sottomessa che la società le impone.

I battibecchi saranno all’ordine del giorno, e le scintille assicurate. Ma quando c’è da menare le mani i due saranno uniti e potranno contare l’una sull’altro.

Dopo “Il Fermaglio di Giada”, ” Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco“, “Le Diecimila Lame della Vendetta“, “Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo” e “Luna Crescente Vento d’estate” un nuovo racconto dell’ Antica Cina, tra storia e suggestioni fantasy.

:: Impressioniste: Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond, Mary Cassatt, di Martina Corgnati (Nomos edizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2018

1Quattro sono le donne protagoniste di “Impressioniste” di Martina Corgnati edito da Nomos, che ricostruisce le vita di quattro figure femminili, che fecero dell’arte pittorica parte integrante del loro vissuto. L’ambientazione è la Parigi di fine Ottocento, nella quale prendono forma le vite ancora troppo poco conosciute al pubblico di Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond, Mary Cassatt. A darci maggiori informazioni sulle artiste del colore ci pensa Martina Corgnati, che ci conduce in un viaggio biografico tra vita, famiglia, colori, pennelli e tante incomprensioni e pregiudizi che limitarono l’espressività di queste quattro geniali artiste. Sì, perché le pittrici vissero nella capitale francese in un periodo storico (la fine del XIX secolo) che fu la culla dell’arte. Loro riuscirono, con impegno e dedizione, a dimostrare che le donne potevano fare della pittura un vero e proprio lavoro e non un semplice passatempo come la società di allora credeva e, soprattutto, voleva. Nel senso che finché era un uomo a fare l’artista, tutto era perfettamente accettato, ma se era una donna a volerlo, ecco le cose si complicavano. La figura della pittrice era vista con sospetto, con pregiudizio, come se fosse uno strano essere dalla vita caotica e sregolata, perché per la società di allora era del tutto impensabile che una donna si potesse guadagnare da vivere con la pittura. Berthe Morisot, Eva Gonzalès, Marie Bracquemond e Mary Cassatt lottarono per farsi accettare come artiste professioniste e per ottenere tale riconoscimento arrivarono anche a sacrificare l’amore, gli affetti o la maternità. Il libro della Corgnati non analizza tanto le opere, anche se nel volume non mancano pagine con le riproduzioni dei dipinti, ma indaga le vite di quattro donne per raccontarci le aspirazioni, le emozioni, le volontà e i sacrifici che fecero per imporre il loro fare arte in una società dalla mentalità tipicamente maschile. Si scopre che la Morisot conosceva molto bene Manet e lo aveva come punto di riferimento, perché era il cognato. Anche la Gonzalès conobbe Manet, ma andò a scuola da un altro pittore –Chaplin- dal quale apprese tutti gli insegnamenti per fare arte. La Bracquemond aveva come mentori, e li conosceva pure, Manet e Degas, ma il suo estro artistico venne annientato dalla dirompente personalità del marito, anche lui artista. La Cassatt, americana di nascita, visse per anni in Francia dove assorbì molto della pittura impressionista e delle altre correnti pittoriche. Il suo mentore, amico-nemico fu Degas. Queste donne fecero scalpore non solo perché scelsero la pittura come professione, ma anche perché affrontarono temi trattati in pittura dagli uomini: nature morte, paesaggi, scene di vita quotidiani, nudi maschili e femminili. Questa voglia intraprendenza, di mantenersi da sé, di partecipare alle mostre con gli artisti rifiutati dalla gallerie ufficiali, i conflitti con i maestri, con le famiglie che mal tolleravano l’accoppiata donna-pittura, le malattie (la Gonzalès morì a soli 34 anni) e i mancati riconoscimenti impedirono alla Morisot, alla Gonzalès, alla Bracquemond e alla Cassatt, di avere un giusto riconoscimento nel mondo della Storia dell’arte. Martina Corgnati in “Impressioniste” ci porta dentro al mondo umano, ai colori, alle forme e alla scoperta dello stile di queste quattro donne pittrici che consacrarono, nonostante gli ostacoli, la loro esistenza all’arte come linfa vitale del vivere.

Martina Corgnati è curatrice e critica d’arte. Da anni si divide tra l’attività didattica (è docente titolare di Storia dell’arte all’Accademia Brera di Milano), le collaborazioni giornalistiche e l’impegno critico. Da molto tempo si occupa del lavoro di artiste femminili nell’arte Del Novecento e in quella contemporanea. Tra i suoi lavori si ricordano quello co-curato con Luisa Wagner e con protagonista Meret Oppenheim “Wrote nicht in giftige Buchstaben einwickeln” (Scheidegger & Spiess, 2013) e la prima biografia dedicata all’artista: “Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda”, Johan & Levi, 2014. Per le edizioni Compositori ha scritto: “L’opera replicante; la strategia dei simulacri nell’arte contemporanea” (2009) e “I quadri che ci guardano. Opere in dialogo” (2011)

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Benedetta Tosi dell’ufficio stampa Nomos.

:: Nasceva oggi: Sylvia Plath

27 ottobre 2018

Sylvia

Nasceva oggi a Boston, il 27 ottobre 1932, Sylvia Plath.

“Non voglio che si dica niente contro Ted, tanto meno che è pigro o inetto: io so che lavora sodo, ma chi guarda da fuori non lo vede, perché pensa che scrivere significhi starsene comodi a casa a bere caffè e a gingillarsi. Un passatempo.”

:: La ragazza che chiedeva vendetta di Pierluigi Porazzi (La Corte Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

27 ottobre 2018

La ragazza che chiedeva vendettaCon La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore, pagine 317, euro 17, 90) Pierluigi Porazzi torna sulle tracce di Alex Nero, l’ex poliziotto già protagonista di alcuni romanzi precedenti, impegnato nel duello con Azrael, il criminale incallito che in queste pagine più che mai rappresenta il volto del male.
Siamo nuovamente a Udine e Alex viene coinvolto dal suo amico ispettore Cavani nelle indagini che seguono a una nuova serie di omicidi feroci.
L’ex poliziotto intuisce che dietro questa nuova scia di sangue ci sia il suo vecchio nemico a cui dà ancora la caccia.
Un celebre chirurgo estetico e due collaboratrici vengono barbaramente assassinati. Il dottor De Luca ha cambiato i connotati a un noto criminale. Alex Nero sospetta che dietro questi barbari omicidi ci sia Azrael con un nuovo aspetto.
Ma il sangue continua a scorrere nella città del nord est. Tre uomini vengono assassinati nello stesso modo. Entrambi sono legati tra loro da una brutta storia accaduta anni prima.
Era il 23 agosto 1994 quando i tre amici approfittarono di due ragazze. Iris, una delle due, rimase uccisa.
L’ispettore Cavani chiede aiuto al suo amico Alex Nero, che inizia a collaborare alle indagini. I due sono convinti che esistono collegamenti tra i tre omicidi e quello del chirurgo.
La polizia cerca una donna che è stata vista in compagnia dei tre uomini nei giorni in cui sono stati uccisi.
Cavani e Alex Nero non trascurano nulla e si muovono in tutte le direzioni cercando sempre di essere connessi nelle indagini e cercare non abbandonare la pista che lega tra loro gli omicidi dei tre uomini a quelli del chirurgo e delle sue amiche.
Porazzi costruisce anche questa volta un intrigo avvincente: vedremo di nuovo Alex sulle tracce di Azrael. Considerando che in queste pagine si gioca la partita finale, la suspense è sempre alta e l’autore è abile a tenere alta la tensione tenendo il lettore sempre sulla corda di un imprevisto mai banale.
Pierluigi Porazzi si conferma una delle più interessanti voci del romanzo nero italiano,
La ragazza che chiedeva vendetta ci riporta a Alex Nero, l’antieroe uscito dalla penna di Pierluigi Porazzi.
Questo ultimo capitolo delle sue avventure lo porteranno a fare i conti una volta per tutte con il principe del male, suo acerrimo nemico.
Il finale a sorpresa ci rivelerà a chi sarà attribuita la vittoria. Se amate le storie forti dalle tinte noir, vi consiglio di leggere questo libro e di entrare nel mondo di Pierluigi Porazzi, un giallista di razza.

Pierluigi Porazzi è laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie, in diverse antologie (tra cui Più veloce della luce, Pendragon, 2017 e Notti oscure, La Corte editore, 2017) e nella raccolta La sindrome dello scorpione. Fa parte del progetto culturale SugarPulp e ha fondato SugarPulp Udine.
È tra i fondatori dell’Associazione Culturale Cult’Udine. Ha pubblicato per Marsilio Editori i romanzi L’ombra del falco (2010), Nemmeno il tempo di sognare (2013), in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane Noir Italia (Il Sole 24 Ore, 2013) e Il giallo italiano (Il Corriere della Sera, 2014) e Azrael (2015). Nel 2017, per la collana gLam di Pendragon è uscito il romanzo Una vita per una vita scritto con il giornalista Massimo Campazzo (fonte wikipedia).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa.

:: Jum fatto di buio di Elisabetta Gnone (Salani 2017) a cura di Viviana Filippini

26 ottobre 2018

imagesTra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
Età di lettura: dai 9 anni e per tutti gli adulti che desiderano ritrovare il bambino o la bambina che è in loro.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato.
È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale ha ideato la serie a fumetti W.I.T.C.H. È autrice della fortunatissima saga di Fairy Oak, e ora, con la nuova serie Olga di carta, porta ai lettori un nuovo, delicatissimo mondo in cui, con garbo e ironia, affronta i temi delle fragilità e delle imperfezioni che ci rendono umani.

Source: libro del recensore.

:: Le riletture: vi capita mai terminato un libro di volerlo rileggere?

26 ottobre 2018

ReadingArgomento delicato: le riletture per un lettore.

Ci sono lettori che non rileggono mai i libri già letti, (i libri sono tanti, la vita è breve) altri, come me, che conservano i libri più amati in una nicchia speciele della libreria, e li rileggono periodicamente. (Posso fare i nomi: Anna Karenina, tutto Raymond Chandler, l’ Ulisse di Joyce, Lolita di Nabokov, etc…)

Ma vi è mai capitato di finire un libro e di volerlo subito leggere di nuovo?

A me non capita spesso, ma alcune volte sì. Come per l’ultimo libro che ho letto. Lo so le riletture per un blogger sono la norma, per scrivere (bene) una recensione è buona norma rileggere un libro più volte, ma proprio volerlo fare? No, non mi capita spesso.

Un blogger ha di norma diversi libri in lettura, o perlomeno sullo scaffale.  E si sa la fretta è una cattiva consigliera.

Leggere troppo velocemente non ti fa assaporare a pieno una lettura. E si sa un blogger letterario è innanzitutto un lettore.

E voi lettori forti, (mi pregio di pensare che i lettori del mio blog siano lettori forti) amate rileggere un libro appena terminato?, tornare in quel mondo, con quei personaggi, assaporare dettagli che una prima lettura, veloce magari, vi ha fatto trascurare? Attendo le vostre riflessioni e risposte.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con prudenza): Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

26 ottobre 2018

20180428_114443-1Lady chi?
Lady Euphonica! Letto come si scrive, suona come “la “d” eufonica”. Proprio per questo non bisogna mai abusarne!
Siate pazienti con me: sono i danni che può produrre Don Draper sulla salute mentale degli individui predisposti…
Per dare il via alla rubrica, conosciamo meglio Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia, autrici de “La memoria del futuro”, edito da Pav Edizioni.

La casa editrice descrive così l’opera delle due scrittrici emergenti:

Il futuro, il presente, il passato. Qual è l’ordine giusto? Si possono cambiare? C’è davvero la famigerata freccia del tempo oppure tutto è mescolato?
Londra, tra 700 anni, qualcuno tornerà indietro per modificare gli eventi e permettere la realizzazione di una profezia legata a tre persone molto diverse, ignare del proprio destino, e ad un’antica e dimenticata civiltà sudamericana.
Curtis Chapman, un giovane e geniale inventore dal passato familiare burrascoso; Dalia Robbins, appassionata ricercatrice di nuove cure per l’umanità, nella speranza di poter fermare le più terribili malattie e Jason Mitchell un broker il cui unico scopo sembra essere quello di godersi appieno la vita in ogni sfumatura possibile. Con loro grande stupore e sgomento, apprenderanno la verità sulle loro origini e avranno nelle mani il destino del mondo intero.
La Memoria del Futuro è un libro influenzato da diverse opere, dalla cultura dei nativi americani, dalla musica e dal vissuto delle due autrici.

Ciao Silvia e ciao Simona. Grazie per aver accettato i rispondere alle nostre domande.

Quando avete cominciato a pensare a “La memoria del futuro” e come è nata l’esigenza di un lavoro a quattro mani?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per aver scelto noi per inaugurare la tua rubrica. E’ un grande onore!

Simona: In realtà non si tratta di un’esigenza, quanto una cosa che si è sviluppata in maniera naturale. Silvia e io ci siamo messe a scrivere insieme delle fan fiction e abbiamo visto che in un certo senso ci completavamo. Tutto qui.

Silvia: Abbiamo iniziato a scrivere insieme diverse fan fiction sulla nostra serie tv del cuore, Fringe e in effetti non credo di aver mai provato un feeling così particolare nella scrittura. È stato il primo passo: da allora abbiamo cominciato a pensare a qualcosa di nostro e una notte feci un sogno, che è poi diventato il prologo di questo libro, che ha preso una strada molto indipendente dalle fonti a cui ci siamo ispirate.

Più in dettaglio, come impostate il vostro lavoro insieme?

Simona: È una domanda che ci viene fatta spesso. In realtà non impostiamo nulla o quasi. Per fortuna esiste un programma chiamato Google Drive che permette di scrivere, in tempo reale insieme, un documento. Spesso capita che scriviamo contemporaneamente. Non sullo stesso pezzo, intendiamoci ma magari lei si occupa di un parte e io di una diversa e poi colleghiamo.

Silvia: Ai tempi facemmo uno schema, ma confesso candidamente che, a parte il tema dei capitoli, molto è venuto da sé, creando una trama molto più articolata di quello che pensavamo. Poi drive ci ha aiutato molto. Anche adesso sto rispondendo alle tue domande così!

Mi è capitato di leggere vostri interventi o ascoltarvi durante presentazioni dal vivo. Mi aveva colpito il fatto che lamentaste una scarsa considerazione delle donne che scrivono fantascienza. Non conosco il genere e il suo background social, per così dire, in modo approfondito e volevo dunque chiedervi lumi su queste affermazioni.

Silvia: Domanda molto interessante, Ilaria. Ammetto di non aver mai capito il perché di tale pregiudizio verso la fantascienza e il fantasy. Posso capire, ci mancherebbe, che si preferiscano altri generi e magari non li si ami. Io non apprezzo molto il giallo, “colpa” di Agatha Christie, lo ammetto. Ho passato l’adolescenza a leggerla e trovo difficile trovare giallisti alla sua altezza, anche se non posso negare che, nell’ultimo periodo, si ripetesse molto. Io comunque preferisco Miss Marple a Poirot. Scusa la grossa divagazione.
Il pregiudizio sulla fantascienza ha radici molto lontane, nei primi anni 50, agli albori del genere, se si può dire. Mio padre e mia madre mi hanno spesso raccontato come venisse considerato un sottogenere e chiamata “fantascemenza”.
C’è molta fuffa come in ogni genere, ci mancherebbe. Il problema è che io ho notato come anche i migliori prodotti di fantascienza siano sempre considerati al di sotto di opere di altro genere, che pure hanno un valore inferiore. Un esempio abbastanza oggettivo. Fringe e Person of Interest sono state letteralmente esaltate dalla critica, la prima è stata definita “la serie che ha cambiato il concetto di serie tv” e la seconda “ha anticipato lo scandalo del datagate”, poi si va a vedere l’elenco delle migliori serie tv di un determinato anno, dove erano entrambe in onda e le si trova in fondo, dopo il ventesimo posto, dopo serie che sono sicuramente interessanti eh ma, parole non nostre, non sono considerate questi gran capolavori. Ma vengono votate in quanto comedy o thriller. Non parliamo appunto dei premi. È rarissimo trovare una serie di fantascienza o fantasy premiata, Game of Thrones e Lost sono un’eccezione, non la regola. Ricordo che Leonard Nimoy, sì proprio il mitico signor Spock di Star Trek, che ebbe un ruolo assai importante in Fringe, si lamentò con toni aspri per la mancanza di considerazione per detta serie: “Fringe quanto talento ignorato. Vergogna agli Emmy, vergogna!” cito alla lettera, ti posso passare lo screen se vuoi. Come sai Nimoy non era il tipo da scaldarsi molto.
Se poi guardiamo in Italia la situazione è ancora più surreale. Prendiamo ad esempio “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il regista e attore Gabriele Mainetti ha dovuto letteralmente auto finanziarsi per poter produrre quel film e il distributore è stata la Lucky Red, la coraggiosa Lucky Red di Andrea Occhipinti ( di recente ha accettato di distribuire anche Sulla Mia Pelle, il film sul povero Stefano Cucchi, scatenando roventi polemiche), mentre altri produttori famosi non hanno fatto nulla di nulla. Non credo di doverti dire quanti soldi ha fatto “Lo chiamavano Jeeg Robot” quindi il problema non è la mancanza di pubblico, è la mancanza di coraggio di chi vuole produrre e promuovere (se il pubblico non sa che un detto prodotto c’è non lo compra) cose nuove, non necessariamente di fantascienza, ci mancherebbe. Scusa la lunga risposta.

Simona: E aggiungo alla socia che poi uno come Salvatores, che da anni sta lavorando su tentativi di portare la fantascienza in Italia, prima con “Nirvana” (che non è un film perfetto ma all’epoca non è che vi fossero opere migliori nel mondo di questo genere) e poi con “Il ragazzo invisibile” viene massacrato. C’è davvero qualcosa che non torna. E poi abbiamo dovuto leggere sui social network, in un gruppo dedicato, la perla del “andrà a finire che chiederemo le quote blu” di fronte al fatto che il 90% dei candidati al premio Hugo erano donne. Di nuovo qualcosa non torna.

Inoltre: come si possono scardinare certe dinamiche retrive?

Silvia: Altra domanda interessante. Io credo che l’unico modo sia puntare a produttori come la Lucky Red, dare spazio a chi osa sfidare il mercato perché poi, siamo oneste, insistere su certe cose non porta a nulla di buono. Dai prodotti seri ai prodotti meno seri se si martella il pubblico con le stesse identiche cose la gente si stufa. Occorre cambiare e innovare il linguaggio, stare al passo con i tempi.

Simona: Sono d’accordo. E’ l’unico modo. Avere coraggio: una cosa che manca molto non solo ai produttori italiani, purtroppo.

Oggigiorno – è quasi un luogo comune – emergere dalla folla è molto difficile e la promozione, sia on-line che off-line, è quantomai indispensabile per poter sperare di essere notati. Come lavorate alla promozione del vostro testo?

Silvia: Presentazioni, interviste, pubblicità ma in maniera nuova. Usando la rete ma anche le radio. Cercando, come dicevo sopra, di andare incontro alle esigenze del pubblico, senza però vendersi. È un difficile equilibrio. Pensavo, ad esempio, come sia riuscita Netflix a sopravvivere alla dissoluzione del mercato di video noleggio. In fondo, se ci pensiamo, fa sempre quello, ma usando le nuove tecnologie in maniera nuova, fresca e dinamica. Mi fa sorridere, lo ammetto, come le tv nostrane spesso pubblicizzino un film o una serie tv nominando attori che, onestamente, il pubblico giovanile manco conosce più, ignorando completamente i nuovi. Ripeto, questo non vuol dire vendersi. Dico che si deve cercare una via di mezzo, tra la voglia di essere se stessi e il non seguire strade obsolete.

Che progetti letterari ci sono nel vostro futuro?

Silvia: Prima di tutto finire la saga de “La memoria del tempo” perché la storia è ancora lunga e intricata. Poi a me, prima o poi, piacerebbe riprendere l’idea di tentare di scrivere un giallo proprio perché non li amo molto. Avevo anche in mente ambientazione e periodo storico. Genova negli anni 20. Durante il fascismo sì. Periodo storico che detesto peraltro. Una doppia sfida quindi.

Simona: Decisamente finire la saga. Forse riprendere una storia fantasy che avevo scritto anni fa, correggerla e magari affinarla. Chissà. C’è anche una storia, che adesso sarebbe definita urban fantasy, che non sono mai riuscita a raccontare. Chissà.

Facciamo un gioco. Se La memoria del futuro diventasse un film e voi poteste occuparvi del casting, chi scegliereste per interpretare i vostri personaggi?

Simona: Praticamente ci inviti a nozze! Ci siamo già immaginate il cast di almeno un 90% dei nostri personaggi. Alcuni sono cambiati in corso d’opera. Tipo: per Dalia nelle prime stesure avevamo pensato ad Anna Torv, una dei tre protagonisti di “Fringe”, a cui la nostra storia si ispira per certe cose. Poi però andando avanti ci siamo rese conto che non era la Dalia che volevamo, quella che avevamo in mente. Molto spesso hanno parlato della somiglianza tra Anna e Cate Blanchett e quando abbiamo visto quest’ultima recitare, Silvia e io ci siamo dette: è lei. È la nostra Dalia Robbins.

Silvia: Esatto. Cate è divina ed è la nostra Dalia, senza nulla togliere alla meravigliosa Anna Torv che continuiamo ad apprezzare tantissimo. Poi per Curtis Chapman, abbiamo pensato a Joshua Jackson che è il nostro attore preferito: io me ne sono “innamorata” grazie a “Fringe” e seguendolo poi attraverso altre sue esperienze, sia anteriori che posteriori alla serie di Abrams. Ho scoperto un attore poliedrico, oltre che un bellissimo uomo, colmo di charme e intelligenza, classe e quel tocco di timidezza perfetti per il nostro protagonista. Per Jason, altro personaggio principale, abbiamo pensato invece ad un attore assai poco conosciuto e altrettanto bravo, Eduardo Noriega. Entrambe lo apprezziamo dai tempi di “Apri gli occhi” di Amenabar.
Infine per i genitori di Curtis avevamo pensato anche qui a due nomi precisi.
Il sempre eccelso Bruno Ganz (amatissimo da noi in primis per “Pani e Tulipani” e il “Cielo sopra Berlino”) come Adrian Chapman ce lo vediamo proprio. So che molti odieranno Adrian all’inizio e avranno ragione.
Per la madre, Sophie, invece la magnifica Juliette Binoche. Lei saprebbe essere una madre ribelle e appassionata, con il piglio artistico giusto.
Infine, ammettiamo di aver pensato a Denis Villeneuve per la regia.
Sì, dovremmo diventare miliardarie per farlo.

I sogni costano, ma non si deve pagare. Tanto vale farne di enormi!
Grazie ancora per averci dedicato un po’ del vostro tempo.

Potete trovare “La memoria del futuro” sul sito dell’editore, al seguente link: http://pavedizioni.it/prodotto/la-memoria-del-futuro

Le due autrici saranno presenti il 18 novembre, alle ore 18,30, presso la libreria Mangiaparole (Via Manlio Capitolino 7/9, Roma), per un incontro con chiunque abbia voglia di sapere qualcosa di più su “La memoria del futuro”.

:: Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

25 ottobre 2018

MANGANELLI - Viaggio in AfricaL’Africa è abitata, ma è inabitabile.

Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli

L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.

Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?

“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.

La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.

“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.

Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche  recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).

Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Del tempo e dell’esistenza di Angela Nese (L’Argo libro editore, 2018) a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2018

copertina neseMarguerite Yourcenar considerava il tempo un grande scultore capace nel tutto scorre di visitare le nostre menti e condizionare le nostre azioni.
Per Jorge Luis Borges il tempo è la sostanza di cui siamo fatti. Il tempo è il fiume che ci trascina, e noi siamo il fiume. Il tempo è una tigre che ci sbrana e un fuoco che ci divora, e noi siamo la tigre e il fuoco.
Questi due grandi scrittori e le loro osservazioni sul tempo mi sono venuti in mente leggendo Del tempo e dell’esistenza (L’Argo libro editore, pagine 110, euro 12), un libro di racconti scritto da Angela Nese.
Racconti filosofici e esistenziali in cui l’autrice con una scrittura solida e scorrevole si perde insieme ai suoi personaggi, surreali e fisici allo stesso tempo, nei meandri delle infinite proiezioni ontologiche che il concetto di tempo suggerisce.
La condanna di H, di fronte al tribunale del tempo, il primo racconto che apre il libro, sembra uscito dalle congetture visionarie e oniriche di Borges. Un uomo condannato all’immortalità davanti al tribunale del tempo si accorge alla fine che nulla mai nell’esistenza è come sembra, e che il tempo nel bene e nel male ci condanna sempre. La pena da scontare è proprio l’esistere e la sua fine.
Angela Nese in questi racconti fa venir fuori tutta la sua passione per le questioni filosofiche. Sul tempo e sull’esistenza, anche se sotto forma di storie, scrive pagine suggestive in cui incontriamo Heidegger, Nietzsche, ma anche un mondo infinito di scrittori che si sono scontrati con il tema del tempo e con i suoi molteplici dilemmi.
Sette risvegli è un vero e proprio gioiellino di narrazione. L’autrice conduce il lettore nelle forme labirintiche del tempo e attraverso una serie di incontri tra personaggi che vengono da contesti e situazioni diverse crea legami e accadimenti che solo la paziente trama del tempo con tutte le sue prepotenti tirannie può costruire, realizzando quella serie di incontri che determina il corso delle nostre esistenze.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, questo è il filo conduttore delle riflessioni di Angela Nese, e tutti i personaggi da lei inventati sono fatti della stessa sostanza del tempo e dell’essere
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Nelle storie raccontate da Angela Nese, il tempo è un mistero che si nutre di vita. Con le sue contraddizioni e i suoi buchi neri è una condizione necessaria per l’essere e per l’esserci, anche se il paradosso e l’assurdo sono sempre in agguato.
Ogni personaggio che troveremo nelle pagine di questi racconti, scritti davvero con molta grazia, entra nelle pieghe intime del dilemma del tempo. Quel mistero dei misteri che continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Nota: http://www.largolibro.blogspot.it

:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

Berlin in 1945 1

In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

claus

La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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Un’ intervista con Ben Pastor

:: La diffusione dei social network sta omologando il nostro modo di scrivere?

19 ottobre 2018

bny

Omologazione: Processo culturale per il quale una cosa o una persona va perdendo le proprie caratteristiche e i comportamenti peculiari, uniformandosi alle tendenze dominanti.

Scriviamo, scriviamo tanto, ma scriviamo male, sempre più male. Errori grammaticali, refusi, mancanza di concordanza tra verbo e soggetto, tempi dei verbi ballerini. Non perché non si conosca le regole del gioco, ma per la fretta, la disattenzione, la pigrizia.
Non solo la gente comune, ma anche gli scrittori, i giornalisti, gli addetti ai lavori. Tutti. Ne discutevamo con una psicologa che si occupa di tematiche legate al lavoro, e si evidenziava questa decadenza culturale, inarrestabile.
Tutta colpa dei Social Network? I grandi imputati.
Bella domanda, che meriterebbe una seria riflessione.
Innanzi tutto c’è la fretta.
Sui social si scrive in modo sempre più veloce. Si deve rispondere in tempo reale nelle discussioni e questo pregiudica poi successivamente il nostro modo di scrivere anche quando siamo soli, a tu per tu con il foglio bianco.
Alcuni agenti infatti addirittura vietano ai loro scrittori di stare sui social, un po’ perché c’è il rischio di incamminarsi in polemiche sterili, di perdere tempo, ma anche perché la scrittura ne risente. E significativamente.
Ci stiamo tutti omologando, conformando a schemi fissi di pensiero? Utilizziamo tutti le stesse parole? Pensiamo tutti le stesse cose? Parliamo delle stesse cose a flussi regolari, fissi?
Anche questo è vero e non si discosta troppo da quello che denuncia Paolo Sordi ne La macchina dello storytelling Facebook e il potere di narrazione nell’era dei social media, agile volumetto edito da Bordeaux Edizioni, che se non avete letto vi consiglio di recuperare.
L’allarme non è ancora generalizzato, ma percepito soprattutto nella scuola, dagli insegnanti che si trovano classi sempre più ingestibili. Un professore di lettere in una scuola superiore mi diceva che si è arreso. Scrivano come vogliono, tanto sui social nessuno se ne accorge degli errori.
Ma come diceva James Lee Burke, si scrive male, perché si pensa male. La scrittura non è che un accidente, un tratto successivo.
Quindi che fare? Ci sono dei rimedi? Sicuramente limitare i social, e darsi più tempo quando si scrive su di essi, non farsi coinvolgere in dibattiti vorticosi che necessitano di un botta e risposta quasi ossessivo. Meditare su quello che si scrive, rileggerlo, correggerlo. Anche io non sono immune da tutto questo, perché non lo faccio. Finisco di scrivere una cosa e penso subito ad altro. E non bisognerebbe, bisognerebbe respirare e concedersi il lusso di non farsi sopraffare dalla fretta, anche se il tempo è quello che è, e le esigenze sono spesso altre. Insomma la vita vera chiama e non si può ignorarla. Ma anche la scrittura è una priorità.
Ecco riflettiamo su questo, questo penultimo weekend di ottobre.

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.