
Altro che bugianen! Avventurieri, esploratori, archeologi e viaggiatori. Liberi spiriti piemontesi sono i protagonisti del nuovo numero di Rivista Savej
si legge nello strillo della rivista. Rivista Savej è un periodico della Fondazione Enrico Eandi, da anni impegnata nella promozione e tutela della cultura piemontese. E questo mese esce con un numero molto spieciale, che io non ho resisistito ed ho subito comprato, si trova infatti nelle edicole di Torino e provincia e di Biella.
Speciale perchè un articolo, scritto dal bravo Davide Mana, è dedicato alle avventure in Cina del mio bisnonno, Luigi Piovano, militare al seguito del Contingente mandato dall’ Italia nel 1900 in Cina a liberare il quartire delle Legazioni.
Queste erano le intenzioni, poi dopo tira e molla in Parlamento il contingente partì tardi e arrivò in Cina, anche per motivi logistici e un’ epidemia di colera, a fatti compiuti. Le Legazioni erano già state liberate dai valorosi reparti indiani del Contingente Britannico che diciamo fecero il grosso. Comunque il contingente italiano partecipò sporadicamente successivamente a missioni di pattuglia, per neutralizzare gli ultimi Boxer rimasti, ormai abbandonati anche dalla Corte cinese che vista la disfatta si accordò quasi subito con gli Stati europei del Contingente per salvare il salvabile, come si suol dire. Ma se gli otto stati che parteciparono alla spedizione erano uniti all’inizio per divergenze, gelosie, e incomprensioni litigarono quasi subito rompendo il fronte e rendendo l’avventura ben poco trionfale.
Comunque al netto di considerazioni strategiche e politiche fu un avvenimento epocale, la misteriosa Cina era davevro al tempo un territorio inespolrato e ricco di opportinità, e il mio bisnonno partecipò all’impresa con entusiasmo e senso del dovere. I giornali dell’epoca con toni enfatici infatti avevano allarmato l’opinione pubblica parlando di donne, bambini, uomini in pericolo, assaliti da barbari pronti a fargli le peggio cose. Poi nella realtà le vittime civili furono ben poche, ma le cose si scoprirono dopo.
La storiografia corrente sembra orientata a rivalutare le figure dei Boxer come autentici patrioti che si impegnarono a difendere il loro paese dall’aggressioni straniere, forse la verità sta nel mezzo, e sicuramente c’è ancora molto da scoprire su quei fatti e quelle circostanze.
Per quanto riguarda il mio bisnonno so solo che era una brava persona, e molti aneddoti sulla sua vita mi sono stati raccontati e li serbo per me e forse un giorno ne scriverò.
Ringrazio Davide Mana di avermi citato, e di avere citato pure un libro che contribuii a scrivere una decina di anni fa. Ho letto l’articolo ed è fedele alla realtà, è tutto vero pure l’accenno a Falstaff il suo cavallo, o agli esperimenti in siciliano di un suo amico del contingente britannico, come la lettera a sua madre a tre giorni da Hong Kong che ho trascritto e ancora conservo.
Il mio bisnonno tornò dalla Cina, cinque anni dopo, malato, ma poi guarì e si riprese e potè vivere ancora a lungo. Queste sono le ombre che a volte accompagnano le grandi avventure, come i disagi, la fame, la sete, il caldo, i pericoli, il rovescio della medaglia dei lati belli, come gli sfarzosi balli in ambasciata, i fuochi d’artificio, le serate musicali, i matrimoni, le partite a tennis in abiti bianchi e inamidati.
Se vi ho un po’ incuriosito correte in edicola, spingiamo gli edicolanti a richiedere nuove copie e a far fare nuove ristampe. Non si parla solo del mio bisnonno ma anche di tanti altri piemontesi coraggiosi, altruisti e animati dall’amore per l’avventura che però conservavano sempre nel loro cuore l’amore per la loro terra d’origine. Salüt fiiol.


Conosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Il nostro piccolo mondo di provincia.
Perché tatuarsi? Perché disegnare ad arte il proprio corpo? Forse per fermare un ricordo, un evento particolare e avere modo di ricordarlo ogni istante. Perché uccidere tatuando le proprie vittime? Perché accanirsi con crudeltà sui loro corpi? Forse per ripulirsi la coscienza, per sentirsi immaccolati di fronte ai peccati commessi
In una grande città italiana s’intersecano le vicende di vari personaggi, destinati a incontrarsi in un unico e terribile disegno. Paolo, un diciassettenne insicuro, frequenta una scuola particolare, che spinge i frequentanti a una competizione senza scrupoli e ad annullare le proprie emozioni, controllate dall’amigdala. Amina, una ragazza marocchina, per un periodo è compagna di studi del coetaneo Paolo, ma poi prende una brutta strada e deve rivolgersi al fratello, fanatico religioso che ha scelto il Jihad. Adriana, impiegata modello, è, in realtà, un’aspirante brigatista che medita vendetta contro i “padroni”. Poi ci sono Valeria ed Enrico, moglie e marito, che portano avanti un rapporto precario tanto quanto le rispettive occupazioni lavorative. Queste sono le principali figure di Gleba, alle quali se ne affiancano tante altre, per comporre quello che è un vero e proprio romanzo corale. Numerose sono le tematiche affrontate dall’opera: su tutte spicca il lavoro, che è quasi sempre precario, insoddisfacente e alienante. Il termine “gleba” assume così un duplice significato: come terra che dà origine alla vita e come terra a cui essere asserviti. Altro argomento portante del romanzo è il terrorismo, nella doppia accezione di islamico e brigatista. Del primo è protagonista Kemal, il fanatico fratello di Amina, del secondo Adriana, entrambi guidati da figure superiori che hanno come obiettivo due attentati. Passando all’autore del romanzo, va detto che, in realtà, si tratta di un collettivo di scrittura. Il nome è un omaggio a Tersite, l’antieroe per antonomasia della mitologia greca, qui incarnato da Paolo. Gleba è la quarta opera di Tersite Rossi ed è di difficile classificazione: questo perché tratta parecchie tematiche, utilizzando generi letterari diversi. Fondamentali sono, comunque, i significati politici e sociali che caratterizzano anche i tre precedenti romanzi. Tutti si possono ascrivere alla cosiddetta letteratura impegnata: di volta in volta gli autori si sono occupati di mafia, politica, economia e tanto altro. Anche in Gleba s’intuisce la notevole opera di documentazione, così come l’indagine sulla realtà, da cui tutto prende avvio. Quanto al finale, lascia aperto uno spiraglio di speranza almeno per due dei protagonisti. A dominare resta, però, la paura di un futuro dominato sempre più dalle tecnologie, in grado di rendere schiavi gli uomini e annullarne i sentimenti e la volontà.
Tutti costoro furono onorati dai contemporanei,
Ritrovo con piacere questa giornalista inglese che scrive sotto pseudonimo. Ritrovo la sua scrittura dettagliata e sentita legata a una storia pesante da digerire. Una storia legata a un errore madornale, dal quale non si può tornare indietro. Un errore che cambia il percorso di due bambine, le costringe a fare i conti con il dolore e la rabbia, la solitudine e la mancanza di empatia. La cittadina inglese nella quale è ambientato questo thriller è viva e sa di salmastro e umido. Il mare è sempre presente e il clima è uno dei personaggi che avvolge il tutto. Il buio e una gioventù che si diverte solo ubriacandosi, fanno il resto.

























