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:: La vera felicità. Come realizzare il potenziale presente nella nostra anima di Anselm Grün (Edizioni San Paolo, 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2020

La vera felicitàLa tradizione cristiana propone, come punto di riferimento per la costruzione di una vita pienamente realizzata, l’esercizio di tre virtù che non sono riducibili all’umano, ma aprono la nostra esistenza al divino: si tratta della fede, della speranza e della carità.

Anselm Grün riprende questa tradizione e la traduce con finezza teologica e psicologica nella vita attuale, a partire dall’assunto che vede ogni donna e ogni uomo alle soglie della realizzazione della propria felicità, del proprio benessere. Infatti, egli sottolinea,

«la fede è già dentro di te come potenzialità che ti è stata data con la tua natura umana. La speranza è infusa in te. Ti fa vedere di cosa sei capace. E l’amore è la tua realtà più intima».

Perciò, riflettere oggi sulle virtù significa ritrovare un angolo profondo di noi stessi, riprendere in mano il filo della gioia che ci attende, e metterci all’opera per realizzare quello che già siamo nel cuore di Dio.

Forse avete già sentito parlare di Anselm Grün, tra i filosofi e pensatori cristiani di questi anni travagliati è uno dei più conosciuti, anche grazie alla grande prolificità dei suoi scritti. Teologicamente ineccepibili, umanamente fecondi. Ho avuto modo di leggere questo suo libro quest’estate, e fino a oggi non mi sono sentita di scrivere nulla al riguardo, un po’ perchè la dimensione spirituale è una delle cose più intime e personali che ci siano, e poi vige la regola che ogni percorso spirituale ha un moto suo proprio. Insomma ognuno deve scoprire le cose da sè, a volte è controproducente imporle, sia a credenti che non credenti. Credo un libro come questo sia più utile ai secondi, a patto che rispettino alternative visioni del mondo. Non ho fatto studi teologici, quindi la mia analisi sarà puramente emozionale, come si suol dire. Anselm Grün parte da un assunto molto semplice: che l’uomo sia nato per essere felice. Questo è il progetto, questo è l’essenza più profonda del “cuore” di Dio. Per raggiungere questa felicità dobbiamo percorrere un percorso terreno che inevitabilmente termina con la morte. Ma questo stadio dell’esistenza è solo l’inizio. Per conquistare questa felicità, già terrena come espressione massima delle nostre potenzialità, un cristiano ha tre doni molto speciali: la fede, la speranza e l’amore.  Fede in Dio, in sè stesso, negli altri. Speranza nel futuro, nel presente, nell’uomo come essere razionale e aperto all’eterno. E poi l’amore, già San Paolo nel suo “Inno all’amore” Prima Lettera ai Corinti, ci aveva detto che questo dono/virtù è il fondamento di tutto. Ecco se privilegiate la dimensione spirituale dell’essere questa lettura potrebbe farvi bene. A me l’ha fatto.

Anselm Grün è monaco nell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania). Dopo aver compiuto gli studi filosofici, teologici e di economia aziendale, dal 1977 è “cellerario”, ossia responsabile finanziario e capo del personale dell’abbazia di Münsterschwarzach. Apprezzato consigliere e guida spirituale, è attualmente tra gli autori cristiani più letti al mondo. Tra le pubblicazioni per le edizioni San Paolo ricordiamo: Autostima e accettazione dell’ombra. Come ritrovare la fiducia in se stessi (20033); Per vincere il male. La lotta contro i demoni nel monachesimo antico (20062); Lottare e amare. Come gli uomini possono ritrovare se stessi (20072); Regina e selvaggia. Donna, vivi quello che sei! (2005); La gioia dell’armonia (2005); La gioia della gratitudine (2005); La gioia dell’attenzione (2006); La gioia dell’incontro (2006); La gioia della salute (2007); La gioia di chi si contenta (2007); La gioia dell’amore (2007); La fede dei cristiani (2007); Felicità  beata (2008), Il libro delle risposte (2011).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ufficio stampa di Edizioni San Paolo di Cinisello Balsamo.

:: Un’intervista con Maurizio de Giovanni, a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2020

Maurizio

Bentornato Maurizio, è un piacere riaverti su queste pagine per questa nuova intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Immagino tu abbia sospeso le presentazioni in questi giorni, come ti tieni occupato? A uno scrittore non si chiede, ma io te lo chiedo lo stesso: stai scrivendo un nuovo libro?

R. Ciao Giulietta, un abbraccio a te e un affettuoso saluto agli amici di Liberidiscrivere che, come sai, sono da sempre nel mio cuore. Sì, la situazione è difficile e gli incontri e le presentazioni sono state sospese. Io, a dire la verità, avrei volentieri continuato anche per dare un segnale di resistenza culturale, ma se c’è un rischio reale è opportuno dirsi arrivederci speriamo a presto. Sono felice di dirti che ho appena consegnato il testo del romanzo che uscirà il 31/3, Una lettera per Sara, di cui sono molto contento. Spero piaccia alle lettrici e ai lettori come è piaciuto a me scriverlo.

La serie dedicata al commissario Luigi Ricciardi è giunta al termine, non ho ancora letto Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, ma spero di farlo presto. Nonostante questa decisione, prevedi di scrivere ancora dei racconti con protagonista l’amato commissario? O è proprio un capitolo chiuso della tua creazione letteraria?

R. Credo che la linea narrativa ambientata negli anni Trenta sia conclusa: il paese, dopo il 1934, perde molto di fascino per il consolidarsi del regime. Torna a essere bello da raccontare nei primi anni Sessanta, e non escludo di andare in quell’epoca per capire cosa è successo a tutti quei personaggi. Prima, però, devo ai lettori una serie di racconti di Bambinella, magari da un rifugio antiaereo nel 1942, che ci dirà cosa è successo nel frattempo. Non subito, però.

Sul fronte televisivo, quando uscirà lo sceneggiato RAI dedicato a Ricciardi? Ce ne vuoi parlare? A me sarebbe piaciuto tanto Giampaolo Morelli nella parte (finalmente in un ruolo drammatico), ma anche Guanciale è molto bravo. Ti hanno consultato durante le riprese? C’è un episodio bizzarro accaduto durante le riprese che ci vuoi raccontare?

R. Non sono molto interessato ai prodotti televisivi, nei quali intervengono molte professionalità che legittimamente effettuano delle scelte, che possono non concordare con quelle dello scrittore che, forse, è troppo abituato a lavorare da solo. Auguro alla fiction su Ricciardi, di cui ho comunque firmato le sceneggiature, il miglior successo e sono certo che sia una bellissima fiction, ma non ti so dire molto di più di questo.

Per quanto riguarda la serie de I Bastardi di Pizzofalcone, dopo Nozze, hai in programma un nuovo capitolo?

R. Certo che sì. Come sempre nel tardo autunno ci sarà un nuovo episodio della serie dei Bastardi, che amo molto e che hanno sempre nuove storie da raccontare.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi romanzi? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

R. Molto bene, grazie. I miei romanzi sono tradotti in molte lingue e pubblicati in 31 paesi, e sono molto letti per fortuna in Francia, Spagna, Stati Uniti, Regno Unito e America Latina. Ogni volta che vado in questi luoghi vengo accolto da molti lettori appassionati, e ne sono sempre veramente felice.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

R. Quando scrivo non posso leggere, purtroppo, perché la scrittura altrui mi influenzerebbe. Ma non vedo l’ora di leggere l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone, Inventario di un cuore in allarme, quello di Massimo Carlotto, La signora del martedì e quello di Carlo Lucarelli, L’inverno più nero, col mio amatissimo commissario De Luca.

Sei un appassionato di calcio, non negarlo, hai mai pensato di scrivere un romanzo incentrato su questo sport? Magari sugli albori del Napoli, ricordo la società fu fondata nel 1926.

R. L’ho già scritto. Si chiama Il resto della settimana, edito da Rizzoli, e secondo me è di gran lunga il mio miglior romanzo.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: hai in programma una nuova serie molto diversa dalle precedenti? Vuoi anticiparci qualcosa?

R. Sì, ce l’ho. Prima però uscirà per Einaudi Stile Libero un nuovo romanzo con Mina Settembre, protagonista di Dodici rose a Settembre che è uscito l’anno scorso per Sellerio riscuotendo un lusinghiero successo. Poi ci sarà questo nuovo romanzo per Rizzoli, e ti assicuro che ci sarà da divertirsi. Per ora ti dico che i due protagonisti sono soprannominati “Il Bufalo” e “Sammarzano”. Non posso dire di più, se non raccomandare a te e a tutti gli amici di restare collegati.

:: Pezzi – dal regno della Litweb di Ippolita Luzzo (Città del Sole Edizioni 2018) a cura di Lidia Popolano

7 marzo 2020

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Lei lo chiama zibaldone, nel linguaggio arcaico una vivanda composta da svariati ingredienti, una costante nella cucina povera di tutti i Paesi; nel linguaggio letterario invece un quaderno di appunti e abbozzi riportati senza ordine.
È entrambe le cose, Pezzi di Ippolita Luzzo. Vi compaiono in ordine casuale frammenti di riflessioni filosofiche, filastrocche, considerazioni sulle cosiddette giornate europee o mondiali dedicate all’amicizia o ad altre ricorrenze, tra queste inserirei anche il Pezzo sul Natale, anche se questo non è il suo titolo. E ancora, poesie, citazioni e recensioni. Ogni appunto riporta la data e questo aiuta ad orientarsi per caratterizzare quel frammento. A volte si tratta di episodi di vita comune, incontri, pomeriggi con amiche o con la sorella, si tratta di telefonate a conoscenze o a vecchie amicizie. C’è anche un fantasma di uomo, seduto accanto al posto di guida ad ascoltare le vicende letterarie di Ippolita o in casa a gustare un caffè virtuale di cui sembra persino di sentire l’odore.
Ma tutto questo mondo, questi tratti di penna, ricopiati al computer, non sono più frammenti, non sono più piccoli cenni sonori di uno strumento che viene accordato, sono una sinfonia potente, sono una sonata di organo in una cattedrale, se hai avuto la fortuna di entrare nel mondo di questa piccola donna, fortissima e delicata a un tempo, se hai attraversato le stanze di quel suo castello fatto di ambienti, ma più ancora di disimpegni. Se sei passato per quelle scale dove filtra il sole e illumina il quadro donato dall’artista che con quel dono ha dato valore al suo apprezzamento o la cesta colma di buste gialle che hanno contenuto i libri che le sono stati spediti in lettura. Sono buste flosce o strappate, impossibili da riusare, impossibili da cestinare. Sono lì perché buttarle sarebbe perdere la traccia della trepidazione con cui sono state riempite con il libro o il faldone della bozza, con cui sono state incollate e lasciate sul desk dello sportello postale, là dove era impossibile ritirarle una volta trovato il coraggio di spedirle. E poi i libri e la memoria degli incontri e dei pasti cucinati e consumati con gli amici, delle serate con le guance arrossate e gli occhi lucidi nella scoperta incredula che l’amicizia esiste, che l’amore esiste e illuminano la vita anche quando hanno breve durata.
Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente per me se non avessi avuto l’immensa fortuna di entrare nella dimora di famiglia e di stringere la mano della dolce madre. Ah, gli occhi di una madre posati sui tuoi per leggere il tuo affetto per la figlia! Ah, quale regalo prezioso e immortale, indispensabile per comprendere le parole amare che descrivono le donne del sud che hanno visto rapinare la loro adolescenza e rinchiuderla in una vita di sacrificio, dono per eterni e irriconoscenti uomini-bambini, coccolati e viziati nella loro fragilità egoistica.
Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente se non avessi visto un paese violentato, sventrato, artificiosamente assimilato a un’entità locale inesistente. Privato del suo nobile nome e con esso, della sua storia. Un paese che fa da sfondo a ogni amarezza e ogni sogno di riscatto della Calabria offesa e dimenticata anche nel presente. Persino nel presente.
Tutto questo non è uno zibaldone. Sarebbe uno scempio immaginare una raccolta “Pezzi due” con i frammenti scritti da Ippolita Luzzo dopo il 2018. Non è uno zibaldone, Pezzi. È un romanzo. È il romanzo di una vita dapprima dimenticata nella disillusione e poi ritrovata nella missione di tessitura del tessuto culturale di un popolo, senza occuparsi o preoccuparsi di darsene il merito. La tessitura di un ordito fine e robusto che non contempla definizioni strutturali, che non chiede riconoscimenti, che unisce in un canto ritmato e sonoro le voci di scrittori stimati e i loro lavori, nati da quelle buste gialle teneramente conservate. Un ordito che non ha volutamente cercato un’impossibile trama. Un romanzo senza trama.
Lei lo chiama zibaldone, ma per me Pezzi è un romanzo contemporaneo.

:: Un’intervista con Riccardo Esposito a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2020

 

Scrivere per informare

Ciao Riccardo, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista.

Grazie a te, mi fa sempre piacere scrivere per il tuo blog.

Scrivere per informare è il tuo nuovo libro, un manuale tecnico, scritto a quattro mani con Cristina Maccarrone. Ci vuoi parlare di Cristina, come l’hai conosciuta?

Allora, veramente difficile ricordare questo evento. Se non sbaglio ci siamo conosciuti durante il Joomla Day ma non ne sono sicuro. In ogni caso la collaborazione professionale con Cristina si è sviluppata nel tempo ed è cresciuta anche la stima nei suoi confronti.

Cristina ha pubblicato anche degli articoli su My Social Web (tipo come aprire una partita IVA) e oggi è mia complice in quest’avventura editoriale. Perché mi fido di lei, ha quelle competenze che mi mancano nel mondo del giornalismo. E che mi hanno aiutato a completare questo lavoro.

Dunque una giornalista e un blogger, due visioni della scrittura online a confronto. Insomma da nemici/rivali ad alleati. Giusto?

Assolutamente alleati. Sono due modi di intendere il lavoro della scrittura, non c’è bisogno di creare un contrasto. Anzi, vogliamo arricchire la prospettiva con le competenze comuni.

https://www.youtube.com/watch?v=76f-J0c62lg

Ad esempio, qual è la differenza tra un comunicato stampa e una notizia? Ognuno ha la sua opinione, un punto di vista differente. E lo abbiamo definito anche in uno degli appuntamenti online con i webinar formativi che stiamo organizzando per creare consapevolezza.

Cosa un blogger ha da imparare di più da un giornalista, e viceversa?

Un blogger può prendere come riferimento una serie di regole che il giornalista conosce e rispetta per sua formazione professionale. Come la buona struttura comunicativa di un articolo informativo o il diritto/dovere di citare le fonti in un certo modo per dare valore al proprio lavoro.

Tutto questo può essere sconosciuto a un blogger che, invece, ha tanto da insegnare dal punto di vista del web writing. Nel lavoro di scrittura del libro ho analizzato diversi quotidiani online e lo dico senza timore: spesso si ignorano le regole tecniche che comprendono tag title, meta description, ottimizzazione delle immagini… Insomma, le relazioni sono tante.

Chi ha avuto l’idea di scrivere questo libro? E come è nato il progetto?

L’idea di scrivere questo libro è nata a Palermo. Ero in un mercato a mangiare street food insieme a Enrico Flaccovio, mio mentore e complice nei lavori di Etno Blogging e Fare Blogging che ho già pubblicato per Flaccovio Editore.

Qui è sorta l’idea: lavoriamo su un libro che guidi blogger e giornalisti in questo lavoro di scrittura online? Poi abbiamo chiamato Cristina Maccarrone e abbiamo concluso tutto a Napoli, davanti a un piatto di spaghetti aglio e olio. Più peperoncino. Quindi, un libro molto Made in Sud 😉

A chi è rivolto Scrivere per informare?

Io direi a chi ha voglia di scrivere bene online. C’è una sezione che prende a piene mani dal mondo del giornalismo e un’altra (la mia) concentrata sugli aspetti tecnici del web writing. Lo consiglierei soprattutto a chi studia sul serio la buona comunicazione scritta. Quindi a blogger che non si accontentano delle nozioni personali, giornalisti che vogliono aggiornare le proprie competenze, uffici stampa e web agency.

Come è strutturato il libro?

Ci sono due sezioni speculari. Una è dedicata ai consigli che un blogger può dare al giornalista e un’altra si concentra a ciò che quest’ultima figura può comunicare a chi si occupa di scrittura online. Ci sono capitoli tecnici che affrontano temi specifici, come titoli e immagini.

Poi si affrontano argomenti di ampio respiro come i tipi di articoli e i comunicati stampa: come si scrivono, in che modo si diffondono, quali sono i consigli per evitare rifiuti.

Nasce da un crowdfunding editoriale che sembra andare, tra l’altro, molto bene, mancano 32 giorni e già 79 copie prenotate. Un crowdfunding di successo, in un paese, l’Italia, dove questa formula fa così fatica a decollare. Quale è il segreto del vostro successo? 

L’unione fa la forza. Posso contare sulla promozione di Cristina e su quella di Enrico, poi sulla mia. Abbiamo idee e contenuti da mettere in pubblica piazza, proprio come il piano di webinar che abbiamo strutturato per creare attenzione intorno al tema. Un progetto del genere scommette sui nomi. Anzi, no: investe sulle persone e sulle idee che trasmettono.

Chi volesse prenotare il libro dove deve andare?

Semplicemente sul sito di Flakowski, nella pagina dedicata a Scrivere per Informare. Ancora pochi giorni e scade il periodo di sconto con un risparmio del 20%, quindi conviene fare in fretta!

Progetti per il futuro?

Godermi i risultati di questo libro e continuare a scrivere. Purtroppo o per fortuna questa malattia della scrittura non ti lascia mai, e sono sempre felice quando ho una nuova sfida da affrontare nel campo. Non sono il tipo da un libro all’anno e non critico chi lo fa, anzi. Però non vedo l’ora di riuscire a raggiungere le persone a cui ho pensato nel momento in cui scrivevo queste pagine.

:: BookCity Milano #BCM2020

5 marzo 2020
BookcityMilanoLa nona edizione di #BookCityMilano si terrà dall’11 al 15 novembre 2020. Cinque giornate in cui teatri, musei, scuole, università, palazzi storici, librerie, circoli e associazioni culturali, spazi pubblici ma anche case private e negozi testimonieranno il loro amore per il libro e la lettura ospitando incontri, dialoghi, spettacoli, mostre ed eventi.

Nell’Anno Internazionale della Salute delle Piante, tema di questa edizione sarà l’ambiente, con #TerraNostra, un focus che vuole affrontare una tematica urgente e importante, centrale per la città di Milano e non solo.

A #BCM2020 non mancheranno gli appuntamenti di BookCity comincia in libreria, i progetti per le scuole, gli incontri di BookCity per il sociale, BookCity in Università, quelli nelle sedi periferiche e le letture di BookCity nelle case, ai quali si affiancheranno come di consueto numerosi Poli Tematici.

Per eventi per cui si richiede l’ospitalità in una sede BookCity è stato fissato il termine del 31 maggio, mentre sarà possibile sottomettere progetti e proposte da ospitare in una propria sede dal 27 aprile all’11 settembre 2020.

Scoprite di più sul sito: https://bookcitymilano.it

:: Mastro Lindo by Shanmei

3 marzo 2020

indexVi racconto come nacque questo racconto: ero a Torino, alla passerella olimpica sopraelevata che collega il villaggio olimpico al comprensorio del Lingotto. Era verso sera, tra il lusco e il brusco, e c’era un cielo blu notte stupendo. E così ho immaginato: se apparisse un gigantesco Mastro Lindo. Poi da quell’intuizione è nato il racconto. Buona lettura!

Ero uscito dal supermercato e nel parcheggio stavo cercando di ricordare dove avessi messo la macchina, quando mi si avvicinò un tipo equivoco.
“Amico, che hai un deca da darmi?”.
A parte il fatto che io di amici non ne ho mai avuti in vita mia, sentirmi apostrofare così, in un parcheggio male illuminato e piuttosto solitario, mi fece arrabbiare come mai mi era capitato.
“Non sono amico tuo”, dissi scortesemente.
Il tipo equivoco era magro come un chiodo, indossava una sporca maglietta puzzolente, che forse, e dico forse, in origine era stata bianca, accompagnata a un paio di pantaloni di tela grezza sformati e sfilacciati all’orlo. Gli occhi avevano un’espressione spiritata e osservai la sua testa pettinata alla rasta, è non esitai nemmeno un secondo a dubitare, che fosse abitata da pulci, pidocchi, etc…
“Avanti amico non fare il tirchio. Sono proprio all’osso” disse con una strana espressione smarrita.
Non era armato di siringhe e questo avrebbe già dovuto mettermi di buon umore. Sarà stato il nervoso accumulato nella giornata, o non so che altro, ma avevo voglia di scaricare i nervi su qualcuno. So che non fu un’ azione degna di un essere razionale, ma è esattamente quello che feci.
“Senti, non mi fai pena, ne mi ispiri simpatia e in più tu e i tuoi amichetti potete anche darvi fuoco per quanto mi riguarda”.
Forse avevo un po’ esagerato, ma volevo che mi lasciasse in pace.
“Amico ho bisogno di quei soldi. Facciamo cinque Euro e non se ne parla più” disse nervosamente strofinandosi le gambe come se la circolazione non gli funzionasse.
Tesi l’indice e glielo puntai addosso come un’ arma.
“Sparisci. Ho da fare ” dissi ostilmente tra i denti scandendo bene le parole.
Il ragazzo indietreggiò spaventato e fu allora che qualcosa oscurò la luna.
Dopo, una nebbia grigiastra e argentata si trasformò nella sagoma gigantesca di un enorme, allucinante, disgustoso Mastro Lindo.
Sì, avete capito.
L’ometto forzuto della pubblicità.
Restai a bocca aperta e il gigante smise di tenere le braccia conserte e con voce roboante si limitò a dire: “Vuoi darglieli o no quei dieci euro?”.
Il ragazzo iniziando a ridere come un pazzo additò il cielo.
“Fooorte” disse entusiasta.
Io pescai a caso nel mio portafoglio e gli diedi la prima banconota che trovai: 100 fiammanti Euro.
Poi, veloce come un razzo corsi alla mia macchina, misi in moto e schiacciai l’acceleratore, senza voltarmi indietro per parecchi chilometri.

:: E se rileggessimo tutti i Promessi Sposi?

26 febbraio 2020

I Promessi SposiTra quarantene e coprifuochi in questi giorni si sta più tempo in casa, non si può andare a teatro, non si può andare al cinema, non si può andare nei musei, o alle presentazioni dei libri, almeno in alcune regioni, e ammetto non è facile, capisco come si deve sentire chi è agli arresti domiciliari, o anche confinato a casa per motivi sanitari per la salvaguardia di sè stesso e degli altri. Lo so il momento è difficile, in Italia da alcuni giorni viviamo sotto assedio, sprattutto a causa della paura, di contagiarci, di contagiare involontariamente gli altri, di ammalarci con tutte le incognite del caso. Non sottovalutiamo il problema, e seguiamo le indicazioni delle autorità preposte alla nostra sicurezza. Ma ecco teniamoci occupati, nella certezza che bene o male questo periodo difficile finirà, tutte le influenze hanno un inizio e una fine. Lasciamo lavorare i medici, i virologi, gli scienziati e noi che non possiamo fare niente di attivo cerchiamo di passare il tempo in modo proficuo, non sempre attaccati a smartphone e TV. Un telegiornale alla sera è più che sufficiente per capire cosa sta succedendo. Il resto del tempo perchè non lo occupiamo a leggere un classico che non tramonta mai: I Promessi sposi? Bene o male tutti ne abbiamo una copia in casa, di varie edizioni. Ma sul serio, non a capitoli come si faceva a scuola (io a scuola lo odiavo, non capivo cosa ci vedesse Lucia in quel bietolone di Renzo), ma dall’inizio alla fine come un romanzo “normale”. Saprà sorprendervi. Innanzitutto è una storia a lieto fine, insomma la “peste” che colpì Milano in qui tempi lontani alla fine finisce e sia Renzo che Lucia, gli “eroi” del romanzo, possono coronare il loro sogno d’amore. Insomma un po’ di ottimismo ci vuole di questi tempi, ne converrete. Poi è un classico senza tempo, e il Manzoni è meno buonista di quanto si potrebbe pensare. Nella sua analisi di usi e comportamenti è lucido e sferzante, ci presenta molti nostri difetti italici, e anche qualche pregio, e lo fa senza cinismo o cattiveria. Prendete solo l’assalto al Forno delle Grucce, forse vi ricorda qualcosa. Poi è una storia in cui si ride, Manzoni è molto spiritoso, ironico, anche buffo a tratti. Il personaggio di don Abbondio per esempio è molto comico. E si sa ridere fa bene e alza le difese immunitarie. Non scherzo, è vero. Dunque togliamo dalla polvere quel tomo e iniziamo dall’inizio:

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.»  

:: Un’intervista con Carmen Giorgetti Cima su “Il medico di corte” di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2020

Il medico di corteOggi parliamo di Il medico di corte di Per Olov Enquist con la sua traduttrice italiana Carmen Giorgetti Cima, che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

Il medico di corte uscì per la Norstedts Forlag nel 1999. In Italia per Iperborea, poco dopo, nel novembre del 2001. Sono passati ormai vent’anni ma è un libro che non ha perso la sua freschezza. Come hai scelto di tradurlo? Avevi tradotto altri libri di Per Olov Enquist?

Anzitutto concordo quando dici che Il medico di corte è un libro che non ha perso la sua freschezza – e non solo perché narra una vicenda storica e quindi non soffre di legami con tematiche o ‘mode’ effimere. È il linguaggio narrativo stesso di Enquist, così particolare e forte, a consacrarlo fra gli evergreen. Non a caso è uno dei libri di Iperborea che viene regolarmente ristampato. In precedenza avevo tradotto, sempre per Iperborea, un libro sul celebre e discusso scrittore norvegese Knut Hamsun, Processo ad Hamsun, uscito nel 1996 sia in Svezia che in Italia, che è in pratica la sceneggiatura del film di Jan Troell Hamsun. Nel 1999 quando uscì Il medico di corte lo lessi subito (anzi, in anteprima – l’Editore svedese mi mandava le novità più importanti prima che fossero sul mercato) – e me ne innamorai perdutamente, per cui non fu difficile convincere l’Editore italiano ad acquistarne i diritti.

Autore interessante, Per Olov Enquist, svedese, scrittore e drammaturgo, con una spiccata propensione nel trasformare vite vere di personaggi storici in romanzi. Spesso nominato per il Nobel, schivo, riservato, dotato di una ricca vita interiore. Definito una delle “coscienze critiche” della società scandinava. L’hai mai conosciuto personalmente? Pensi che il suo lavoro sia giustamente conosciuto anche fuori dai confini della Svezia?

Enquist è uno dei miei ‘autori del cuore’, lo adoro. Lo incontrai per la prima volta alla fine degli anni Ottanta proprio nella sede del suo Editore svedese, aveva saputo che avevo un appuntamento con la responsabile dei diritti esteri e desiderava conoscermi per capire meglio la situazione del mercato italiano. Considerava i suoi libri veramente come una parte di sé e teneva moltissimo a che finissero nelle mani giuste. Iperborea allora era appena nata ma lo rassicurai sull’enorme passione, serietà e professionalità della sua creatrice Emilia Lodigiani. Successivamente l’ho incontrato ancora molte volte, sia in Svezia sia in Italia. Sono stata nella sua casa di Stoccolma a discutere con lui dei libri che traducevo ed è stato importantissimo per me conoscerlo a fondo di persona, un aiuto ineguagliabile per capire le sue opere e il suo linguaggio così compresso e carico di significati. Ho sempre sostenuto che in Enquist le parole hanno un peso specifico enorme, e alcuni termini che ricorrono costantemente nella sua produzione sono autentiche ‘chiavi’ di una sorta di codice in cui svela se stesso, in perfetto stile con la sua riservatezza. Uno dei momenti ‘pubblici’ che ricordo più volentieri fu quando dialogammo insieme alla Fiera del Libro di Göteborg nel 2007 sul suo capolavoro La biblioteca del Capitano Nemo (uscito in Italia nel 2004 per Giano Editore), il libro che secondo me (e anche secondo Enquist) meglio lo rappresenta e che avevo fortissimamente desiderato portare in Italia. Se c’è un autore scandinavo che meriterebbe il Nobel, a mio parere è proprio lui. E la sua fama anche fuori dei confini nazionali è assolutamente giustificata – Enquist è e rimarrà uno degli autori più significativi del nostro tempo. Sì, adoro Enquist, come autore e come persona. Quando non parliamo di libri, parliamo di cani, passione che condividiamo. In occasione dei rispettivi compleanni ci mandiamo gli auguri anche da parte dei nostri amici quadrupedi…

Il medico di corte è sicuramente il romanzo di Enquist più famoso all’estero, e giustamente, tra i suoi tanti suoi meriti sicuramente ha quello di aver fatto conoscere all’opinione pubblica la Rivoluzione Danese, che anticipa di pochi anni la ben più famosa, e cruenta, Rivoluzione Francese. Un concatenarsi di fortuite circostanze che ha permesso in pieno assolutismo di far fioriere un periodo di riforme innovative, se vogliamo innovative anche oggi. Ce ne vuoi parlare?

In effetti uno degli aspetti più interessanti di questo libro è proprio l’aver messo in luce il fatto, poco noto al di fuori della Scandinavia, che la Danimarca fu il primo paese europeo a dotarsi di una legislazione ‘moderna’, anticipando la Francia e comunque facendolo tramite riforme e non tramite una sanguinosa rivoluzione. Certo non andò tutto liscio, e il febbrile impegno di Struensee per cambiare le cose nel regno di Cristiano VII non fu né accettato dalla corte, fortemente contraria a tali cambiamenti, né capito dal popolo che invece ne avrebbe tratto vantaggio, poiché si trattava comunque di una visione riformista ‘imposta dall’alto’, ma il seme di una visione diversa della società era stato comunque gettato. Personalmente ho apprezzato moltissimo questo aspetto del romanzo, mi piace sempre imparare qualcosa di nuovo dal mio lavoro, e traducendo i grandi autori questo è più la regola che l’eccezione.

Johann Friedrich Struensee, il medico di Altona, ateo, illuminista, sognatore, figlio di un teologo evangelico, è sicuramente un personaggio sorprendente. Fu uno dei primi a usare il dentifricio, a diffondere il vaccino contro il vaiolo, a impegnarsi per la libertà di stampa e di pensiero, a combattere la tortura e le condizioni di vita disumane di servitù dei contadini. Non hai avuto la sensazione anche tu che fosse come dire fuori posto nel suo tempo? Un uomo moderno, possiamo dire.

Certamente Struensee era già molto ‘avanti’ nella sua visione della società, possiamo dire che, considerata la situazione generale dell’Europa dell’epoca, fosse quasi un utopista, e come tale destinato a non essere né capito né apprezzato. Ma certamente era un personaggio fuori del comune, un uomo che precorreva i tempi.

Illuminismo filosofico e pietismo religioso si contrappongono forse un po’ troppo manicheamente, dibattito sicuramente ancora aperto, il libro ha sicuramente il dono di approfondire queste tematiche nella contrapposizione tra Ove Hoegh-Guldberg (appoggiato dalla Regina Madre Giuliana Maria) paladino dell’oscurantismo e lo stesso Struensee innovatore e progressista. È ancora vivo questo dibattito nelle società nordiche?

Non credo che nelle attuali società nordiche un dibattito del genere sia più attuale. Il pietismo religioso appartiene largamente al passato. Un altro grande scrittore dell’estremo nord svedese, Torgny Lindgren (stessa area geografica da cui proviene Enquist) in uno dei suoi ultimi romanzi, Acquavite, racconta per esempio con ironia come ormai la miscredenza regni sovrana in un’area che era un’autentica roccaforte del pietismo religioso. Semmai oggigiorno la contrapposizione è fra il neo nazionalismo e l’apertura verso altre culture.

Un tema che mi ha molto colpito è la critica severa dei sistemi educativi coercitivi (di cui il re danese Cristiano VII è una vittima illustre). Sistema mirato a piegare la volontà del sovrano per creare quella sorta di vuoto di potere atto a dare campo libero allo spadroneggiare della corte. Punizioni corporali anche severe, umiliazioni, vessazioni. Insomma la “pazzia” di re Cristiano, fu in un certo senso anche indotta?

Certamente Cristiano VII fu un bambino particolarmente sfortunato, perse la madre Louise quando era molto piccolo, aveva un padre totalmente assente e ricevette un’educazione, affidata al collerico conte Reventlow, che definire ‘severa’ è esagerare per difetto. Senza nessuno che lo proteggesse (e lo amasse), divenne la vittima predestinata di una corte che rappresentava il vero centro del potere. In un quadro del genere, credo che la sua pazzia fosse in realtà più indotta che congenita. Già il suo precettore svizzero, Reverdil, si era reso conto ben presto di questa triste realtà.

Un altro tema molto interessante, approfondito credo anche per il fatto che Enquist è anche un drammaturgo, e la vita come rappresentazione. Insomma alla fine Cristiano VII confonde realtà e azione scenica. Anzi non è mai così vivo proprio come quando recita nelle rappresentazioni teatrali che si svolgono a corte. Tema affascinante non trovi?

Considerato quanto fosse oppresso e spaventato nel quotidiano, circondato com’era da gente falsa e crudele che lo costringeva a vivere in un incubo perpetuo, non stupisce che paradossalmente il teatro rappresentasse per Cristiano l’unico momento di normalità in cui esprimere se stesso liberamente…

Il grande Voltaire scambiò una fitta corrispondenza con Cristiano VII, che nel suo viaggio a Parigi cercò tanto di incontrarlo, ma senza successo, arrivando a dire che Voltaire gli aveva insegnato a pensare. Nel romanzo si riporta anche un ode scritta da Voltaire proprio per Cristiano. Insomma molti illuministi posero molta fiducia in questo giovane sovrano danese, vero?

Cristiano aveva per Voltaire una sincera venerazione, e il suo dialogo epistolare intelligente e appassionato con il filosofo francese dimostra che tanto pazzo non era. Del resto anche il suo precettore svizzero Reverdil era un illuminista (ancorché meno ‘conclamato’ di Struensee) e nell’insieme, e dall’esterno, poteva veramente sembrare che il giovane re danese avrebbe rappresentato un esempio positivo per tutte le monarchie europee.

Il medico di corte è un romanzo anche con forti venature erotiche e sensuali, non a caso lo stesso Enquist ha detto che voleva solo scrivere una storia d’amore. E così in parte è. È stato difficile tradurre le pagine dedicate all’amore tra la giovane regina Carolina Matilde di Hannover e Johann Friedrich Struensee. Che toni hai privilegiato?

Il medico di corte è un grande romanzo d’amore. Enquist è stato superlativo nel saper descrivere la storia fra la regina Caroline Mathilde e Struensee (ma anche quella, più ‘modesta’ ma in fondo altrettanto commovente, fra Cristiano VII e la popolana Catherine) dicendo esattamente quanto bastava, non una parola di più, non una di meno. La sua sobrietà verbale (che è frutto di ‘concentrazione’ non di ‘semplicità’ e come tale non comunica distacco ma al contrario ha una carica fortissima) nel descrivere sia i sentimenti sia la loro espressione erotica e sensuale è stata anche qui vincente. Io mi sono semplicemente adeguata, cercando una forma e una terminologia che fossero altrettanto evocative e forti, senza cadute di stile.

Puoi raccontarci qualche aneddoto curioso legato alla traduzione di questo romanzo?

Nel marzo del 2000 ero a Stoccolma, avevo letto Il medico di corte e mi apprestavo a tradurlo. In una libreria antiquaria che frequentavo abitualmente – a caccia di libri ormai fuori commercio – m’imbattei (o forse ero effettivamente in cerca di qualcosa del genere, spinta dalla curiosità di approfondire gli aspetti storici della vicenda narrata) in un testo dal titolo irresistibile: Christian VII, Caroline Mathilde och Struensee. Risaliva al 1920 ed era la traduzione svedese dell’opera, documentatissima, uscita nel 1890 e basata su un enorme e approfondito lavoro d’archivio, di un dotto enciclopedista danese. Avevo probabilmente ‘scoperto’ la fonte principale delle innumerevoli informazioni sul contesto storico che fa da sfondo al ‘romanzo d’amore’ di Enquist…

Hai visto il film Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel? Che impressioni ti ha fatto?

Non ho visto Royal Affair (in genere la riduzione cinematografica di libri che ho amato finisce sempre per deludermi, soprattutto se i libri in questione li ho pure tradotti e quindi massimamente interiorizzati: nel mio immaginario i personaggi hanno un certo aspetto, parlano e si muovono in un certo modo eccetera eccetera) ma dopo aver letto la tua recensione forse cambierò idea!

Grazie del tempo che ci hai dedicato, spero che questo nostro breve colloquio avvicini ancora tanti altri lettori a questo bellissimo libro. Terminerei questa intervista con una domanda dedicata a te: che libro stai traducendo attualmente, quali sono i tuoi progetti prossimi futuri?

Mi fa sempre piacere parlare dei ‘miei’ libri – in fondo il traduttore finisce per diventare co-autore e i libri sono anche ‘figli suoi’, e Il medico di corte è uno dei miei prediletti.
La mia traduzione più recente (appena terminata!) è una raccolta di racconti di un altro dei miei autori preferiti, Lars Gustafsson. È un testo che risale al 1981 e che dimostra – se poi ce ne fosse bisogno – che anche le ‘opere minori’ degli scrittori veramente grandi valgono immensamente di più di tanta pseudo-letteratura che circola oggigiorno.
Nel prossimo futuro spero di potermi dedicare a un testo per cui penso valga assolutamente la pena impegnare il proprio tempo e la propria energia – ma ancora non ho certezze quindi non posso sbilanciarmi. Il mondo dell’editoria è ormai guidato da logiche un po’ (molto) diverse da quelle di qualche decennio fa. Sono sempre più felice di aver vissuto buona parte dei miei quarant’anni e passa di attività professionale in tempi migliori!

:: Ai sopravvissuti spareremo ancora di Claudio Lagomarsini (Fazi, 2020) a cura di Eva Dei

19 febbraio 2020

Ai sopravvissuti spareremo ancoraUn aereo dal Brasile fino all’Italia: è un viaggio di ritorno alle origini quello che compie un giovane uomo per raggiungere un paesino di cui non conosciamo il nome, situato vicino alla costa tra la Toscana e la Liguria. Lì lo attende la casa di famiglia, pronta per essere finalmente venduta.
Il fastidio che gli suscita quel luogo è palpabile dal primo momento, quando imbocca la stradina che lo conduce a quelle tre case che tra loro formano una sorta di ferro di cavallo: la loro, quella della nonna materna e quella del vicino. Dopo le ultime formalità sbrigate con la ragazza dell’agenzia non gli resta che scegliere se salvare qualcosa tra quei pochi oggetti ammassati negli scatoloni.

Il problema è che non ho nessun indirizzo da dare, mia madre non vuole nulla di ciò che si è lasciata alle spalle, e a me, un oceano più in là e un emisfero più in giù, non servono né i set di bicchieri né i vecchi asciugamani o i DVD. (…) Mi aggiro tra le scatole come un angelo della morte, sbuffando come un treno a vapore. L’insofferenza e il fastidio di essere qui prevalgono sulla nostalgia. Segno croci rosse senza misericordia, condanno allo smaltimento vasellame e soprammobili.

Rovistando con fare annoiato tra quelle cianfrusaglie e scuriosando tra vecchi libri di autori sconosciuti, ad attirare la sua attenzione sono cinque piccoli quaderni Monocromo abbandonati sul fondo di una scatola. Dal momento in cui li apre e cerca di decifrarne la scrittura passano alcuni secondi prima che realizzi che quei quaderni sono gli stessi su cui scriveva freneticamente suo fratello Marcello l’estate di quindici anni prima.
Inizia in quel momento la storia vera, quella che permette di dare un nome, seppur di fantasia, a questo giovane uomo. Lui è il Salice, o almeno questo è l’appellativo con il quale Marcello lo identifica nei suoi quaderni. Il “Salice” perché fin da ragazzino era facile al pianto secondo suo fratello, ma al lettore non sfugge quando in realtà sia Marcello il più sensibile tra i due, forse il più fragile proprio perché incapace di esternare tutto quello che invece rilega nei suoi appunti.

Ora so perché Marcello mi chiama il Salice: ero facile al pianto, scrive. Eppure, se a raccontare fossi io, direi l’esatto contrario. Ricordo bene i suoi accessi di disperazione e ira, gli oggetti scagliati a terra (un’arancia, un bicchiere) e il mio spavento e i sospiri di nostra madre. Ma che cos’ha?, le chiedevo quand’ero piccolo. Niente, diceva lei aggiustandomi la scriminatura con le unghie, tuo fratello è solo un po’ nervoso.

Quell’estate Marcello gli aveva parlato sommariamente di lavorare a un romanzo, ma quello che racconta nei suoi quaderni non è altro che la loro vita, dove i protagonisti acquistano in alcuni casi nomi di fantasia: il patrigno è Wayne, a causa della sua passione per i film Western, mentre il vicino con cui la nonna ha una relazione amorosa è il Tordo. Il Salice leggendo ricorda le cene in giardino, dove a tenere banco erano le gesta giovanili del Tordo e le battute a doppio senso, il tutto accompagnato da pessimo vino, ma emerge anche il difficile rapporto tra sua madre e la nonna, la figura problematica di Diego, il figlio di Wayne, le insicurezze di Marcello verso Sara, la ragazza di cui è innamorato, le incomprensioni tra vicini, culminate con quella futile lite per il serbatoio.
Lagomarsini racconta la famiglia e la provincia in tutte le sue contraddizioni, proprio come appare anche nei racconti del Tordo e della nonna: due facce che sembrano opposte, ma che fanno parte della stessa medaglia.

Vorrei prendere la parola e dire che i mondi che mi raccontano – stessa epoca, stessa piccola cittadina, stessi personaggi – sono tra loro incongrui: una specie di Sodoma il mondo del Tordo (…) . Un mondo arcaico, tradizional-patriarcale quello che si dipinge la nonna (…).

Un’opera prima quella di Lagomarsini, forse in alcuni punti un po’ acerba, che scorre facilmente, dove il tono nostalgico porta con sé fin dall’inizio un senso di amara malinconia. Il passato non è il luogo della felicità e della spensieratezza, ma cela zone buie, dove debolezze e insicurezze che singolarmente sarebbero recuperabili o gestibili, se mescolate e agitate insieme portano a una reazione irreversibile.
Vi consigliamo di approfittare del prezzo scontato offerto dall’editore fino al 29 febbraio (10,00 €, contro i 16,00 € di copertina).

Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per Il Post, minima&moralia, Le parole e le cose. Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per Nuovi Argomenti, Colla e retabloid, vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Dal libro al cinema: Il medico di corte di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

18 febbraio 2020

Il medico di corteEra alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
Un romanzo di idee (e di sentimenti), forse più ancora che di personaggi, capace di evocare profonde emozioni nel lettore, rattristato per il terribile destino del re danese Cristiano VII (è una storia vera perlopiù ricavata da fonti e documenti storici, e sicuramente realistica da un punto di vista psicologico in cui gioca molto l’interiorità dell’autore, Per Olov Enquist, che mette molto di sè), e per l’atroce fine del vero protagonista del romanzo, il medico d’Altona Johann Friedrich Struensee, decapitato e letteralmente squartato sulla pubblica piazza per ragioni che approfondiremo nel proseguo della mia analisi.
Insomma si potevano scegliere due strade antitetiche per certi versi: farne un grande e sontuoso affresco storico con maniacale attenzione per musiche, costumi, ambienti, di viscontiana memoria, o scegliere un approccio più intimistico e rarefatto, capace di evocare sensazioni più che di narrare fatti, accadimenti, circostanze.
Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel sceglie un approccio ibrido, puntando molto sul carisma e sulla bravura degli attori, in primis Mikkel Boe Følsgaard, al suo debutto sul grande schermo, capace di rendere umanissimo e simpatico un personaggio scomodo che solo troppo approssimativamente si potrebbe bollare e stigmatizzare come “pazzo”; Trine Dyrholm l’algida Regina Madre Giuliana Maria; Mads Mikkelsen credibile nei panni di Johann Friedrich Struensee appassionato innovatore della società danese, ateo e illuminista, e innamorato della giovane regina Carolina Matilde di Hannover, sottovalutata da tutti forse per il suo aspetto poco appariscente (nella realtà) ma in definitiva una donna dalla tempra d’acciaio, interpretata da una brava Alicia Vikander, forse troppo bella per il ruolo ma capace di dare una certa durezza e un velato distacco al personaggio di per sé luminoso e protofemminista.
Insomma un film riuscito, a me è piaciuto molto e mi ha spinto a leggere il libro da cui è stato tratto. Insomma per una volta il cinema aiuta la letteratura e non la saccheggia, come alcuni ritengono a torto.
Film e libro, a parte superficiali discrepanze (faccio un esempio: nel romanzo la scena del contadino torturato sul cavalletto vede protagonista Struensee e il re Cristiano VII, nel libro invece c’è sempre Struensee ma invece del re la regina Carolina Matilde) mantengono lo stesso spirito e lo stesso ideale di fondo.
Certo il libro permette un maggiore approfondimento di alcune tematiche che nel film sono solo accennate, importante su tutte credo la contrapposizione tra le luminose verità Illuministe (trionfo delle libertà individuali, della giustizia sociale e dell’equità) e l’oscurantismo del pietismo religioso di stampo protestante erede di un’ epoca buia e antiprogressista in cui vigeva la tortura più brutale e le disumane condizioni di servitù dei contadini.
La “Rivoluzione Illuminista Danese” del 1768-1772 o meglio detta l’era di Struensee, che anticipa di qualche decennio la più cruenta Rivoluzione Francese, poi è sicuramente un periodo poco noto all’esterno dei confini della Danimarca, e merito di questo romanzo, e del successivo film, è sicuramente stato quello di farlo conoscere all’opinione pubblica contemporanea.
Paradossale che lo stesso Per Olov Enquist descriva il suo romanzo come una semplice storia d’amore (le venature erotiche e sensuali sono sicuramente più marcate nel romanzo) ma sicuramente questa unica dimensione è riduttiva: è un romanzo che contiene una forte carica morale e una severa critica dei sistemi educativi coercitivi (il povero Cristiano è un esempio dei danni devastanti che ciò provoca), è un inno alla libertà religiosa, sentimentale, etica, è un inno alla solidarietà umana e alla forza necessaria per difendere i propri ideali anche quando il proprio sforzo non è riconosciuto (dai contemporanei perlomeno).
L’ingenuità di Johann Friedrich Struensee, così alieno al grande gioco politico delle alleanze e della “scelta” dei nemici, ne fa certo un personaggio tragico, (seppure incredibilmente moderno, fu uno dei primi per esempio a usare il dentifricio, particolare minimo ma vi dà un idea di quanto fosse estraneo nel suo tempo) sconfitto dalla storia, un vinto se vogliamo che esce di scena nel più barbaro dei modi, pur tuttavia la sua impazienza (quasi avesse saputo del poco tempo che aveva a disposizione) nello sfornare decreti che rivoluzionarono nel concreto l’immobile società danese del tempo, dalla libertà di stampa, al vaccino contro il vaiolo per tutti, agli aiuti per i figli illegittimi, gettano un germe di cambiamento, rendono reale l’utopia e il desiderio di cambiare (in meglio) il mondo. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

:: Letture ideali per San Valentino 2020

12 febbraio 2020

buon san valentino

Anche a San Valentino è bello regalare e ricevere libri, basta che siano belli e soprattutto adatti al destinatario. Se seguite il mio blog bene o male conoscete i miei gusti per cui ora vi elencherò i libri che mi piacerebbe leggere in questa ricorrenza. Non solo storie d’amore, perlomeno non solo storie romantiche, perchè l’amore ha molte forme come tutti sappiamo. Allora guardandomi intorno hanno attirato la mia attenzione i seguenti libri:

I bambini di Svevia di Romina Casagrande

La moglie dello straniero di Gwen Florio

Kabbalah di Harry Freedman

Mara di Ritanna Armeni

La città senza ebrei di Hugo Bettauer

Come ho convinto mio marito a lavare i piatti di Eve Rodsky

Voglio sappiate che siamo ancora qui di Esther Safran Foer

Cose che si portano in viaggio di Aroa Moreno Duran

La donna del kimono bianco di Ana Johns

La donna della palude di Martin Long [Data di uscita: 27 febbraio 2020]

Nessuno saprà che sei qui di Nicoletta Giampietro

Buona lettura! E naturalmente tornate a dirmi se qualcuno ve li regala.

:: Claire Bretécher (Nantes, 7 aprile 1940 – 10 febbraio 2020)

11 febbraio 2020

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