:: Intervista con Veronica Tomassini

Benvenuta Veronica su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Siciliana, ma di origini umbre, hai 39 anni, giornalista, scrivi sul quotidiano La Sicilia dal 1996, scrittrice. Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, delle città in cui hai vissuto.

R. Sono stata una bambina molto amata, dai miei nonni paterni soprattutto, che erano umbri. Con loro ho vissuto parecchio; le mie radici tutto sommato riconoscono quel paesaggio, Terni, i paesini lungo il Nera, Lugnano, Giove, Spoleto, i campi striati degli zii contadini, le bestie, i larici, la luce ambrata, medievale di certi scorci, Piediluco, Labro. Sono i luoghi della mia infanzia. Ricordo i sorrisi dei miei nonni, l’odore di legna al fuoco, il cortile con i gerani di Tosca, la vedova del piano terra, gli gnocchi fumanti, i cappellini cuciti ad uncinetto con un fiore sulla tempia che nonna mi faceva indossare ogni pomeriggio, prima di uscire per la passeggiatina in pineta. Ricordo la semplicità e la mia mano stretta alla loro. Non sarei stata amata di più, pensavo già da allora. Con i miei genitori vivevamo in Campania, a Caserta, per ragioni di lavoro di mio padre. Quando avevo dieci anni ci trasferimmo in Sicilia. Frequentai il liceo, poi l’università a Catania.

Hai pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti L’aquilone per Emanuele Romeo Editore, poi nel 2006 una seconda raccolta di racconti Outsider per A&B Editrice, nel 2008 hai raccolto i tuoi articoli per la Sicilia in La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza per Emanuele Romeo Editore, e infine l’anno scorso hai pubblicato il tuo primo romanzo Sangue di cane per Laurana Editore. Come è nato il tuo amore per la parola scritta, da quali letture si è generato?

R. Ho letto da sempre, subito, senza filtri. Ho letto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che avevo nove anni, Henry Miller a dodici, il neorealismo e Moravia lo lessi in gran parte quando frequentavo le scuole medie. Mio padre aveva una libreria importante, una piccola biblioteca. L’amore per la lettura era un anticipo sulla mia compagna, la scrittura, lo diventò presto, mi fornì molti alibi, una ragione elevata utile a perdonare ogni stranezza, ogni fobia.

Tra le tue influenze letterarie c’è molto del mondo slavo, del verismo russo in particolare mi viene in mente Delitto e castigo, e il suo sottobosco di miseri, sporchi e oppressi. Si sente una sorta di spietatezza, di attenzione per le disuguaglianze, per la miseria, di fatalismo se vogliamo, di ineluttabilità. E’ corretto? Ti riconosci nelle mie parole?

R. Considero i russi, gli scrittori russi, al centro della letteratura mondiale. Ogni scrittore ritengo debba qualcosa al realismo russo, ad una capacità (penso a Cechov) inimitabile di stigmatizzare il dolore con un ghigno, di raccontare le cose con una apparente lucida distanza, con un sorriso che avrà il suono del singhiozzo e seppellirà il lettore nella amarezza e nello sconforto. Ho amato gli eroi capovolti di Cechov, la sostanza dell’ineluttabile così scarno e irreprensibile che incontrai con Dostoevskji. La mia scrittura, e anche la mia vita, ha incrociato la strada di quegli stessi eroi capovolti.

Molti tuoi racconti, parlano di immigrazione, di lotta contro i pregiudizi, ti senti in un certo senso un’ outsider o una precorritrice dei tempi?

R. Entrambe. Una voce fuori dal coro mi sento per certi versi, così invece che darmi della sfigata dico che sono un outsider, salvo poi sentirmi molto più vicina, per ego e intenti, ad un pony spelacchiato. In realtà, se da subito avessi avuto gli strumenti per raccontare il fenomeno epocale cui stavo assistendo, negli anni ’90, in qualche maniera compromessa fino al collo, sarei stata profetica, questo sì. C’era in corso un emorragico movimento di uomini provenienti dall’Est Europa, era appena caduto il muro. La democrazia avanzava a tentoni, spopolando i piccoli agglomerati della Polonia che al cambiamento non era preparata. La mia piccola città di provincia accoglieva maldestramente e ignara questo mondo (in special modo polacco) che mostrava colori nuovi, dinamiche sconosciute. Non avevamo idea di quel che sarebbe stato, delle ricadute sociali, delle contaminazioni, dei nuovi equilibri. E ancora adesso, dopo tanti anni, mi accorgo che l’argomento non è del tutto esplorato. Il mio romanzo allora ha assunto un valore aggiunto, il valore della testimonianza.

Si parla tanto di multietnicità, di multiculturalità, di integrazione, di accoglienza dello straniero, ma sempre con una sorta di ostentato razzismo, forse inconscio, urticante, un senso venefica di superiorità. Nella tua personale esperienza di giornalista e scrittrice hai notato questa deriva, questa, perdonami il termine, colpa?

R. Ho notato più che altro le riserve, certi “ma” ragionati. Non so, forse è paura. Abbiamo paura, avvitati nelle nostre comodità, temiamo qualsiasi sussulto. Senza le differenze moriremo vecchi e noiosi, moriremo così, vivendo.

Gli sbarchi di Lampedusa occupano quasi tutti i telegiornali trasmettendo urgenza, allarme sociale. Cosa provi guardando i telegiornali, sentendo i commenti di chi proprio gli immigrati non li vuole dicendo finiranno nella criminalità, non abbiamo le strutture per accoglierli, già non c’è lavoro per noi italiani?

R.Ieri sentivo in radio: il povero è Cristo. Io lo so. Ho appreso di quei giovani tunisini che spazzavano in terra, buoni bravi, purché non li mandassero via. Che pena, che pena infinita, per me e noi e la nostra rigidità, per loro, per un neonato vascello colato a picco quella stessa notte con la sua mamma vascello.Ho immaginato quellamamma vascello colare a picco, con il suo neonato vascello, e con le sue pupille vascello scrutare il buio dei fondali, il bimbo aggrappato al petto, cercando nel silenzio la sua memoria, di quale desiderio stava morendo.  Siamo dentro una parabola evangelica.

Sangue di cane il tuo primo romanzo è una sorta di lungo monologo in cui una donna abbandonata parla del suo amore perduto, della passione totalizzante per un uomo Slawek, un polacco, un alcolizzato, un puttaniere, bello come un dio, con un passato fatto di violenza e brutalità, un uomo che la società emargina ma che conserva qualcosa di epico e solenne. Mi viene in mente il barbone alcolizzato, Andreas Kartak di La leggenda del santo bevitore di Roth. Il personaggio di Slawek come è nato?

R. Nasce da un incontro speciale, troppo speciale per non raccontarlo. La nostalgica fierezza di Slawek, la sua fame d’esistere, la sua solitudine, sintetizzavano un dolore storico. Slawek incarna la poesia del dolore, lo spaesamento di ogni proscritto, la vocazione alla felicità che cova nell’uomo, malgrado tutto, malgrado l’abiezione, la miseria, i fallimenti.   

Scegli l’amore come canale di incontro tra due realtà quasi parallele, i giusti, i civilizzati, i borghesemente integrati con casa, lavoro, shopping il sabato e vacanze da un lato e loro, i reietti, pieni di pulci, che dormono in scatoloni o caverne, che chiedono l’elemosina agli angoli di strada, senza futuro, senza speranza, affamati e aggrappati ai più semplici bisogni primari. L’amore, il sesso, può portare davvero ad un superiore e diverso canale di comunicazione?

R. L’amore: sì. Tutto può, tutto sana. E’ la vera rivoluzione. E’ la sola possibilità di salvezza.

Quanto ti sei sentita coinvolta scrivendo questo libro? E’ stato difficile per te affrontare i passi più scabrosi, fisici, imbarazzanti, a volte repellenti?

R. Molto coinvolta. Ed è certo un libro difficile da portare addosso. Tutte le volte ho la sensazione di trovarmi in mutande davanti al mondo.

La fisicità è un elemento caratterizzante della tua scrittura. Parli di sudore, sangue, umori, corporeità. Da dove hai tratto queste peculiarità?

R. Dalla vita. La scrittura deve sporcarsi le mani, la scrittura non mente.La scrittura esige parecchio, esige dolore, tout court.

Il tuo romanzo è stato accolto come uno degli esordi del 2010 più promettenti, più significativi. Ti saresti aspettata questo successo? Non intendo come sorta di autocompiacimento, ma proprio ti aspettavi che temi così difficili fossero apprezzati e soprattutto capiti da un così vasto pubblico?

R. Sì, me lo sentivo nel cuore. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo. Io ho saputo aspettare. E poi questo è un libro speciale, non dovrei dirlo forse, ma ha un potere che io non ho, che non viene da me.

Se facessero una trasposizione cinematografica del libro chi sceglieresti come cast, dal regista agli attori? Ti dico subito che per Slawek ho pensato a Zbigniew Zamachowski protagonista di Film bianco di Kieślowski, forse non bellissimo ma sicuramente bravo.

R. Ottima scelta. Mi sta bene. Per la regia avrei pensato a Emir Kusturica, che ne pensi?

Grazie Veronica della disponibilità e nel lasciarci ti chiederei qualcosa sui tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

R. Sì, ho scritto altro, vedremo però. Ho ricevuto alcune proposte. Vedremo. Al momento troverete un mio piccolo giallo dentro le uova di Pasqua. Un progetto editoriale curato dalla scuola Holden per l’azienda Tre Marie. E’ stato un gioco. Non sono certo una giallista.

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4 Risposte to “:: Intervista con Veronica Tomassini”

  1. utente anonimo Says:

    Bellissima intervista. E Veronica Tomassini una scrittrice meravigliosa, penso che il suo libro sia quello che nel 2010 mi è entrato nel cuore senza più uscirne.

  2. utente anonimo Says:

    Ho dimenticato di firmarmi: Alessandro

  3. veronica tomassini Says:

    Reblogged this on Veronica Tomassini and commented:
    E’ passato del tempo. La ripropongo, in attesa delle cose nuove…

  4. Viviana Says:

    proprio bella questa intervista perché ora conosco molto meglio Veronica Tomassini

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