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:: Un’ intervista con Annelise Heurtier a cura di Giulietta Iannone

10 febbraio 2020
Annelise Heurtier

LBP-Mayalen Gauthier

Benvenuta Annelise su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Prima di parlare di L’età dei sogni, tradotto in italiano da Ilaria Piperno per Gallucci e finalista della quinta edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria +11, mi piacerebbe conoscere qualcosa di più su di te. Dove sei nata, che studi hai fatto, da quanto scrivi narrativa per ragazzi?

Ciao e grazie per questa intervista!
Sono nata a Villefranche sur Saône, vicino Lyon, nel 1979. Ho studiato marketing e comunicazione e ho lavorato in questo settore per una dozzina di anni, prima di lasciare tutto per dedicarmi soltanto alla letteratura. Era il 2011, mi stavo trasferendo a Tahiti (un ricordo bellissimo).

L’età dei sogni è un libro molto emozionante, ispirato a un fatto reale forse poco conosciuto all’esterno dei confini nordamericani. Ce ne vuoi parlare?

È vero, questo romanzo tratta un episodio molto importante per il Movimento per i diritti civili. Non conosco la situazione in Italia, ma in Francia la storia dei Nove di Little Rock è assai poco conosciuta. Quando la casa editrice Casterman ha pubblicato questo libro, nel 2013, si trattava dell’unica opera in francese dedicata a questo argomento. Sono molto felice di aver contribuito a far conoscere il percorso fatto da questi 9 ragazzi. Oggi c’è ancora molta strada da fare riguardo a queste problematiche (in relazione alle etnie, alla religione, al genere…)…e credo che scoprendo percorsi di questo tipo sia possibile fare passi avanti! Alcuni anni fa, una giovane lettrice mi ha confessato che, grazie a questo romanzo, aveva smesso di essere razzista, cosa in cui credeva fin da piccola, soltanto per imitare la sua famiglia. Quanto potere può avere la letteratura…e che grande regalo per l’autore.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di questa vicenda? E quando hai deciso di trasformarla in un romanzo?

Non so quando ne ho sentito parlare per la prima volta. Il ricordo, comunque, non era così nitido in me, tanto da pensarci quando ho deciso di scrivere un romanzo ambientato negli Stati Uniti durante gli Anni Sessanta.
Mentre mi stavo documentando su questo periodo storico, ho incrociato una fotografia dei Nove di Little Rock ed è stata una sorta di elettroshock! Mi sono detta che quello era il tema di cui volevo impossessarmi.

Come ti sei documentata? Che tipo di ricerche hai fatto?

Ho usato tutte le fonti che avevo a disposizione, sia internet (video, archivi, blog…) sia libri (saggi, romanzi). Sono stati 5 mesi di intense ricerche! Non si è trattato soltanto di conoscere in modo approfondito la storia dei Nove di Little Rock, ma anche di arrivare a ricreare un’ambientazione, un’epoca. Penso che sia questa la cosa più difficile nel mio lavoro (scrivo soprattutto romanzi che si svolgono in ambientazioni o epoche diverse dalla nostra…per questo, ogni volta, è necessario un lavoro di ricerca).

Tutto inizia a cambiare nel maggio del 1954, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti rende incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Ma la strada per l’integrazione è ancora lunga. Cosa ti ha colpito di più del coraggio e della perseveranza di questi giovani che vedevano nell’istruzione e nella scuola una via per la liberazione, e l’uguaglianza?

Quello che mi preoccupa e mi dispiace, è che oggi, al contrario, moltissimi giovani hanno perso interesse per la scuola e per l’istruzione (perlomeno in Francia) o non ne comprendono l’importanza. È un’opportunità così grande avere accesso a un’istruzione gratuita, laica, accessibile e uguale per tutti, indipendentemente dallo status sociale, l’etnia, il genere! E non è affatto così in tutte le parti del mondo.

La segregazione razziale non portò solo casi di ingiustizia, discriminazione e aggressioni verbali. Ma atti di brutalità inaudita, che anche se non in quel caso specifico portarono al linciaggio e alla morte delle vittime. Citi per esempio l’omicidio di Emmet Till, un adolescente nero assassinato nel 1955 in Mississippi, per avere guardato negli occhi una donna bianca. Ma la giustizia non interveniva in questi casi? Come giustificava queste inadempienze?

Su questo aspetto non vorrei si creasse confusione… ho scritto un romanzo sui Nove di Little Rock ma non sono né una storica né un’esperta dell’argomento, e non credo che la mia opinione possa avere una qualche legittimità in più rispetto a quella di chiunque altro. Per rispondere alla sua domanda, non so bene cosa dirle, sinceramente. Niente può giustificare un sistema di giustizia due livelli diversi. È un’atrocità.

Molly Costello, assieme a Grace Anderson protagonista de L’età dei sogni, è liberamente ispirata a Melba Pattillo, tra l’altro autrice di Warriors dont’ Cry. A Searing Memoir of the Battle to Integrate Little Rock’s Central High. Come hai dosato fantasia e realtà?

Ho scelto di ispirarmi alla storia di Melba Patillo, è vero. L’equilibrio tra finzione e realtà si è creato in modo abbastanza naturale, in realtà non mi sono fatta troppe domande. Credo di aver mantenuto i punti che mi erano apparsi i più importanti.

Naturalmente è una storia per ragazzi, dedicata a giovani lettori, tuttavia utilizzi un linguaggio e uno stile molto franco e diretto. Trasmetti insomma tutta la difficoltà che incontrarono i nove ragazzi di Little Rock e anche quella dei bianchi progressisti e contrari a queste discriminazioni. Pensi che la lettura del tuo libro possa essere utile anche ad aiutare ad affrontare fenomeni di bullismo anche non legato unicamente a questioni razziali?

Certamente, la riflessione e le emozioni suscitate dalla lettura di questo libro possono essere applicate ad altri contesti. Il rifiuto dell’altro, purtroppo, è dovunque. Ho un figlio che frequenta la scuola media, è un contesto incredibilmente violento, per non parlare delle problematiche etniche o sociali.

Del tuo libro mi ha colpito la scelta di alternare i capitoli dal punto di vista di Molly e di Grace. Mettendo a confronto le vite di due ragazze di quindici sedici anni accomunate dagli stessi sogni: andare bene a scuola, avere amici, avere un fidanzato. C’è un punto soprattutto in cui fai dire a Grace che per la prima volta ha pensato a Molly come a una coetanea ferita e non caratterizzandola per il colore della sua pelle. È un punto di svolta nella tua storia? Un atto di consapevolezza?

È possibile!

Grazie della tua disponibilità, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti di parlare dei tuoi progetti futuri.

Non sono ancora abbastanza maturi da poterne parlare.

[Traduzione dell’intervista a cura di Ilaria Piperno.]

:: Tracce dal silenzio di Lorenza Ghinelli (Marsilio 2019) a cura di Federica Belleri

7 febbraio 2020

Tracce dal silenzio di Lorenza GhinelliRitengo questo romanzo davvero completo. Racchiude argomenti d’attualità come il bullismo e la prepotenza, il mondo dei giovani così difficile da comprendere, la diversità quando si appartiene a un altro popolo e si arranca per essere accettati, la disabilità che isola e incuriosisce allo stesso tempo, la storia del nostro paese che nessuno dovrebbe mai dimenticare.
Attorno a questo, ruota Nina di soli dieci anni, che ha un impianto cocleare. Lei non è nata sorda, lo è diventata per colpa di un tragico incidente. Accanto a lei ci sono mamma e papà e il suo amato e odiato fratello maggiore, Alfredo. Intorno a lei c’è qualcuno che uccide e si dilegua. Ci sono voci e visioni che la rendono inquieta e incredula. C’è un’anziana vicina di casa che le ricorda tanto sua nonna Martina, morta da tempo. Nina ha bisogno di “casa”, di conforto, di non sentirsi più una bimba e di non essere sempre iper protetta dalla mamma. Per questo crea un’amicizia speciale con questa signora sua vicina e si mette nei guai. O forse no …
La scrittura bella di Lorenza esplora le emozioni positive e negative, scava nella bontà e nei rapporti fra le persone. Ma è anche capace di mostrare l’orrore che corrode il bene, il dolore che se ne sta in silenzio per poi esplodere, la paura classica dell’uomo nero e delle ombre che vivono al buio; il tradimento necessario alla sopravvivenza, il senso di colpa provocato da una disattenzione.
Tracce dal silenzio mi ha ricordato Stephen King e Le cronache di Narnia.
Tra realtà e fantasia, tra quello che può essere spiegato e ciò che rimane un mistero. Il silenzio, non solo avvolge tutto, ma può essere rivelatore.
Ottimo romanzo, che vi consiglio.

Lorenza Ghinelli ha scritto Il Divoratore (Newton Compton 2011, venduto in sette paesi), La colpa (Newton Compton 2012, finalista al Premio Strega), Con i tuoi occhi (Newton Compton 2013), Sogni di sangue (Newton Compton 2013), Almeno il cane è un tipo a posto (Rizzoli 2015, vincitore del Premio Minerva) e Anche gli alberi bruciano (Rizzoli 2017). Insieme a Daniele Rudoni e Simone Sarasso, nel 2010 per Marsilio ha scritto J.A.S.T. – Just Another Spy Tale. È stata soggettista e sceneggiatrice per la televisione e da anni collabora con la Scuola Holden come docente, editor e tutor. Vive a Rimini.

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Un’ intervista con Emanuele Termini a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2020

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Benvenuto Emanuele sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ha esordito l’anno scorso con libro bellissimo, me lo lasci dire, dal titolo L’Acqua Alta e i denti del lupo, un’ indagine investigativa sui generis, svolta comunque in modo serio e scientifico, con tutte le armi dello storico che cerca documenti in favore di una tesi tutta da dimostrare. Come è nata l’idea di dedicarsi alla stesura di questo libro?

L’Acqua Alta e i denti del lupo è il mio primo libro, nato forse, credo, quasi per sbaglio. In realtà io non cercavo di scrivere un libro, cercavo di risolvere il mistero di Josif in Italia, il libro è arrivato dopo, quando la mia ricerca era, per così dire, finita. La storia di questo georgiano mi aveva incuriosito; quando arrivai alla presunta soluzione del mistero, decisi di trasformare la mia ricerca storica in un romanzo. Alla fine è stato definito un libro che non appartiene a nessun genere, o a molti generi insieme; io comunque sono ancora convinto di aver scritto un romanzo.

Già nel sottotitolo Josif Džugašvili a Venezia viene praticamente svelato ai lettori chi sarà il protagonista. Josif Džugašvili era il vero nome di colui che è conosciuto e passato alla storia principalmente con lo pseudonimo di Stalin. Le biografie principalmente approfondiscono il periodo istituzionale, diciamo, quando prese il potere. Il periodo precedente giovanile è piuttosto oscuro, soprattutto perché visse in clandestinità da giovane anarchico con la polizia segreta zarista che lo voleva catturare per sicuramente condannarlo a morte. Una vita pericolosa, in clandestinità, con documenti falsi, falsi nomi, inserito insomma nel fumoso mondo dei rivoluzionari e anarchici di inizio Novecento. Quindi già questo rende difficile l’indagine. Ma lei nella sua ricerca ha avuto proprio la sensazione che qualcuno abbia voluto volontariamente cancellare e nascondere traccia delle sue attività, ci sia stata una specie di congiura, di omertà diffusa, anche dopo quando svelare questi fatti non l’avrebbe più messo in pericolo?

Sul giovane Josif è stato scritto molto, la biografia più completa, più bella forse, è quella di Simon Sebag Montefiore; quasi un racconto, che aggiunge dettagli a quanto già si sapeva e traccia un profilo psicologico della sua infanzia e gioventù. La vita da clandestino rivoluzionario ha lasciato moltissime ombre sulla biografia del georgiano, subito dopo aver abbandonato il seminario iniziò, in modo molto scrupoloso, a nascondersi e a cancellare ogni sua traccia. Questo comportamento gli valse la sopravvivenza: molti dei suoi compagni rivoluzionari venivano catturati, esiliati o giustiziati.
Certo è che nel periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1953 non c’era molta voglia di approfondire nulla in merito alla vita di Josif. Omertà, propaganda ideologica, paura forse; nessuno voleva indagare, nel senso stretto del termine, per ricostruire dettagliatamente la vita di quest’uomo. Poi forse le cose sono cambiate, ma ormai molto di ciò che aveva fatto era andato perso, cancellato, omesso e il tempo ha fatto la sua parte. Cent’anni non sono molti, ma le testimonianze dirette non erano più disponibili. Scomparsi i suoi alleati e i suoi antagonisti diventò difficile ogni ricostruzione.
Io avevo la sensazione che ci fosse ancora qualcuno, davanti a me solo di qualche passo, ma intenzionato a non farmi scoprire nulla. Avevo letto molto su di lui, sulla prima parte della sua vita e la suggestione ha fatto la sua parte.

Quando ha sentito parlare per la prima volta di questa “leggenda”, del soggiorno a Venezia di Josif Džugašvili tra il febbraio e il marzo del 1907. Si ricorda il momento esatto?

Il momento esatto non lo ricordo, perché a Venezia è una storia che si racconta dai primi del Novecento e molto probabilmente mi è capitato più volte di sentire qualche racconto che la citasse. Ricordo però il momento esatto in cui questa storia mi ha incuriosito al punto da indurmi a scavare. È tutta colpa di Alberto Toso Fei, del suo “Misteri della laguna e racconti di streghe”. Alberto è riuscito a incuriosirmi al punto che la prima cosa che feci dopo aver letto il suo libro fu chiamarlo, per chiedergli se potevo continuare la sua ricerca.

È una leggenda veneziana dunque tramandatasi oralmente, sostenuta però storicamente da alcuni documenti tra cui forse il più significativo un articolo di due pagine comparso sul “Candido”, settimanale di Giovannino Guareschi, numero 51 del 22 dicembre del 1957 scritto dal giornalista romano Gustavo Traglia. Dunque Josif Džugašvili è stato davvero in Italia? Che prove aveva scoperto Gustavo Traglia?

Gustavo Traglia era la chiave per risolvere completamente questo mistero. Il suo lavoro in merito al viaggio del georgiano in Italia però era concentrato nel periodo in cui era meglio non indagare: a cavallo tra il 1940 e il 1950. Traglia morì improvvisamente, non fece in tempo a lasciare un testamento giornalistico, un archivio, nemmeno i suoi appunti sono stati trovati. Le prove di Traglia sono scomparse con lui; credo che aspettasse il momento migliore per pubblicare ancora, per tornare sulla carta stampata, magari con qualche dettaglio in più. Anche se morì nel 1958, cinque anni dopo Josif, gli anni Cinquanta rappresentavano ancora un ostacolo per chi voleva attaccare la politica russa.

Insomma secondo la figlia non era un giornalista che si inventava le notizie, e poi a suffragare l’importanza di questa indagine giornalistica sembra sia avvenuto un fatto che lega l’allora redattore dell’Unità, Pietro Ingrao, e il Traglia, vero? Ce ne può parlare?

Con Pietro Ingrao ero arrivato in tempo, l’allora direttore de L’Unità era ancora vivo quando tentai di contattarlo. Purtroppo però non ricordava quel fatto e forse era stata veramente una cosa di poco conto per lui. Forse solo un rimprovero, nemmeno severo, nei confronti di Traglia, per dissuaderlo dal continuare la sua ricerca. Io me li sono immaginati, con le loro idee opposte, mentre cercavano di imporsi a vicenda, nel tentativo di arrivare a una soluzione. Ingrao ebbe la meglio, riuscì a mettere a tacere Traglia, ma erano tenaci tutti e due e proseguirono ognuno per la propria strada. A volte mi capita di immaginare cosa sarebbe successo se Ingrao avesse concesso più libertà a Traglia: forse questa vicenda sarebbe sui libri di storia, occuperebbe qualche riga nella storia di Venezia. Il giornalista romano era affidabile, era uno di quelli che indagavano a fondo; molto probabilmente quel suo pregio è diventato, in quel periodo molto complicato, la sua condanna professionale.

Ha avuto l’idea che questo giovane anarchico georgiano in visita a Venezia avrebbe potuto anche non essere Josif Džugašvil?

Non ho mai pensato a questo. Un georgiano qualunque avrebbe di certo lasciato qualche traccia più evidente, non avrebbe avuto senso nascondersi. Avrebbe viaggiato utilizzando il suo vero nome probabilmente. Le date in ogni caso mi facevano tornare sempre al lavoro di Traglia e tutto coincideva, o meglio, tutto faceva pensare a quello che si sospettava. Il fatto che non si trovasse nessun documento ufficiale non faceva altro che confermare quello che si sapeva di Josif e di quel preciso periodo della sua vita.

Venezia è quasi un personaggio a sé nella sua storia. Una Venezia crepuscolare, silenziosa, rarefatta, fatta di calli segrete, lontana dalla Venezia turistica che tutti conosciamo, una Venezia che non si svela a chi come dice lei la visita una sola volta nella vita. Una Venezia anche senza tempo, simile forse a quella vista da Josif Džugašvili?

Quella che descrivo io è una Venezia che si può ammirare sempre, basta allontanarsi dal flusso di turisti che vanno sempre nella stessa direzione; a volte basta semplicemente cambiare calle e perdersi. La Venezia che ha visto Josif non era molto diversa, forse mancavano i grandi volumi di turisti a cui siamo abituati oggi, ma era comunque una città molto viva. Credo che Josif abbia visto lo stesso numero di presenze, composto però da un maggior numero di veneziani e un minor numero di turisti giornalieri. Mancavano le grandi navi, ma il commercio era molto sviluppato anche nei primi anni del secolo scorso. Josif non ha visto il campanile; un immagine di Venezia che nessuno di noi ha negli occhi. Piazza San Marco senza l’ombra del “paron de casa”, una vista della Basilica completamente diversa da quella che abbiamo noi.

Nel suo libro accenna al genocidio armeno. A San Lazzaro i monaci tengono in vita la cultura del popolo armeno, lei ha avuto modo di parlare con diversi monaci, ha idea che siano stati reticenti in qualche modo, che nascondessero un segreto, che essere accostati a Josif Džugašvili, dopo tutti questi anni per giunta, in qualche modo potesse ancora metterli in pericolo?

Non credo che ci sia stata una vera e propria reticenza; credo che i monaci mechitaristi non vogliano che il monastero di San Lazzaro diventi meta di un turismo diverso da quello religioso. L’isola rappresenta la cultura armena in Italia, ma è anche un luogo che gli abitanti dell’isola dedicano alla preghiera e alla formazione dei novizi.
Nell’isola di San Lazzaro sono custoditi sicuramente molti segreti; alcuni custoditi gelosamente dai monaci, altri che il tempo è riuscito a cancellare o a nascondere. La biblioteca, il vero tesoro armeno in laguna, sicuramente custodisce altri misteri; le stanze del monastero sono piene di tesori e di storia, quel posto nasconde tre secoli di cultura e di passaggi di uomini.
I monaci non si sentono in pericolo se accostati a questa storia, potrebbe però essere in pericolo il rispetto che si deve a quella che viene chiamata tutt’ora “La piccola Armenia”, alla sua pace e alla sua vocazione religiosa.

Che idea si è fatto lei personalmente del motivo per cui Josif Džugašvili si recò proprio a visitare quel luogo? Proprio la sua idea personale, anche non suffragata da testimonianze o documenti.

Credo che Josif fosse a conoscenza dell’isola di San Lazzaro, credo avesse dei contatti con qualche monaco conosciuto durante gli anni del seminario. Arrivato a Venezia, tappa quasi obbligatoria per chi arrivava dal mare e doveva dirigersi nel nord Europa, era l’unico posto dove poteva comunicare nella sua lingua e dove poteva organizzarsi per raggiungere la Germania.
Nel 1907 il georgiano di cui parliamo si era presentato a San Lazzaro e aveva probabilmente ricevuto l’accoglienza che i monaci riservavano a tutti i viaggiatori, ma né lui né i monaci di allora immaginavano cosa sarebbe successo una decina di anni dopo. Nessuno immaginava che quel ragazzo sarebbe diventato anni dopo uno degli uomini più importanti e influenti del secolo.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandola ancora del tempo che ci ha concesso mi piacerebbe ancora chiederle se sta attualmente scrivendo un nuovo libro, e di cosa tratterà.

Al momento leggo, raccolgo informazioni e studio, nella speranza che qualche storia mi colpisca e mi sproni a indagare.

:: Ben Pastor torna in libreria

5 febbraio 2020

Ben PastorUn aggiornamento per i molti amici di Ben Pastor che mi chiedono notizie delle sue prossime pubblicazioni in Italia.

Allora causa emergenza Covid 19 l’uscita prevista per metà marzo per Mondadori della prossima avventura di Elio Sparziano, dal titolo “La grande caccia“, è stata posticipata al 12 maggio.

Trama e cover blindatissime, ma appena so qualcosa vi aggiorno.

Poi l’autrice sta scrivendo proprio in questi giorni il nuovo libro della serie dedicata a Martin Bora. Come ci aveva precedentemente anticipato avrà al centro il dramma militare e umano che ha coinvolto centinaia di migliaia di soldati subito prima, durante e immediatamente dopo l’epocale battaglia di Stalingrado. Tedeschi, italiani, russi, romeni, ungheresi versarono il loro sangue in Russia tra il Don e il Volga nei sei mesi dall’agosto 1942 al gennaio 1943.

Dunque sarà La sinagoga degli zingari (sempre che confermino questo titolo), il prossimo libro della serie Bora in ordine di pubblicazione. Per la trama e i tempi naturalmente è ancora prematuro. Una volta terminato sarà necessario farlo tradurre in italiano, (ricordiamo l’autrice scrive in inglese) quindi così a grandi linee se ne parlerà verso l’autunno.

Per ora è tutto, ci sentiamo presto.

:: Violette di marzo di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2020

unnamedDopo tanta attesa sembra sia giunto finalmente il momento di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, personaggio iconico del compianto scrittore scozzese Philip Kerr, morto a soli 62 anni nel 2018.
Fazi dà alle stampe Violette di marzo (March Violets, 1989) primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, composta inoltre da Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), e Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991).
Il grande successo di questo personaggio portò l’autore a continuare la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), l’inedito in Italia Field Grey del 2010, La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), e gli ancora inediti in Italia A Man Without Breath del 2013, The Lady From Zagreb del 2015, The Other Side of Silence del 2016, Prussian Blue del 2017, Greeks Bearing Gifts del 2018, e l’ultimo, quattordicesimo della serie pubblicato postumo, Metropolis del 2019.
Speriamo che Fazi abbia il coraggio di pubblicare l’intera serie, facendo anche tradurre i romanzi ancora inediti, perché sicuramente merita. I lettori del blog sicuramente ricordano La notte di Praga, allora edito da Piemme, qui recensito ormai nel 2013.
Innanzitutto va fatta una premessa doverosa, per chi non conosce il personaggio e non ha ancora letto nessun romanzo della serie: linguaggio, temi e situazioni sono caratterizzati da una notevole crudezza e durezza che ben rispecchia il periodo storico trattato, e non risparmia quasi nulla all’immaginazione.
Insomma è una detective story storica con tocchi noir capaci di trasmettere tutta la brutalità e la violenza che si respirava in Germania durante il regime hitleriano. Sebbene naturalmente è una ricostruzione romanzata, l’attenzione storica è massima, e personaggi fittizi e realmente esistiti intrecciano i loro destini con una certa dose di naturalezza e autenticità.
Scritta in un periodo in cui la condanna del nazismo aveva ben poche voci discordanti, sicuramente Kerr si sarebbe stupito se fosse ancora vivo delle derive negazioniste di questi ultimi tempi, ci porta a riflettere oltre che su temi di interpretazione storica, anche su dubbi e dilemmi che toccano la nostra società e la natura umana più in generale. Spesso ci domandiamo come nascano le dittature, come la popolazione accetti di vivere adattandosi alla totale perdita della propria libertà e autodeterminazione, leggendo questa serie si ha un quadro molto preciso e realistico di tutto ciò.
Molto amato dai suoi colleghi, Philip Kerr, forse trascende il genere e porta il discorso ben oltre ai normali canoni di letteratura di genere tipicamente di intrattenimento e commerciale. Insomma si respira quel tipo di letteratura capace di essere a servizio di ideali più alti e a una precisa e vera presa di coscienza, se non collettiva, perlomeno individuale.
Leggendo soprattutto la seconda parte del romanzo, quella ambientata a Dachau, mi ha colpito una riflessione singolare che condivido con voi: sicuramente Philip Kerr non ha vissuto direttamente l’esperienza di un campo di concentramento tedesco, né era tedesco lui stesso, ma mi ha trasmesso la sensazione di quanta pietas i veri sopravvissuti abbiano nel raccontare le loro esperienze passate.
Ma torniamo al romanzo, Violette di marzo è ambientato nella Berlino del 1936. L’anno delle Olimpiadi che videro Jesse Owens vincere ben quattro medaglie d’oro sotto gli occhi di Hitler, quasi facendosi beffe delle teorie sulla cosiddetta razza superiore. Bernhard “Bernie” Gunther, reduce di guerra ed ex poliziotto, riciclatosi investigatore privato (Quasi su tutto, tranne i divorzi) specializzato in persone scomparse, viene assunto da Hermann Six, milionario magnate dell’acciaio (uno dei più grossi industriali della Ruhr) perché gli ritrovi una preziosissima collana di diamanti rubata, danno collaterale della morte della figlia Grete e del genero Paul Pfarr, uccisi nel loro letto a colpi di pistola, e poi dati alle fiamme.
Paul Pfarr era una delle cosiddette violette di marzo, termine dispregiativo con cui venivano etichettati coloro che aderirono al partito nazista solo in un secondo tempo, salendo letteralmente sul carro dei vincitori, e Bernie non tarda a scoprire che non era proprio in rapporti idilliaci con il suocero. Sarà l’inizio di un’indagine dura, serrata, imprevedibile soprattutto per il fatto che Hermann Six manco si sognava lontanamente che Bernie, seppure allettato dal gran mucchio di soldi dell’onorario, la prendesse così seriamente, pronto a tutto per scoprire la verità.
Sebbene la detection poliziesca sia il filo conduttore della storia quello che più colpisce è il quadro di insieme, quell’intreccio di corruzione e rassegnazione che ammorba la quasi totalità dei rapporti sociali, in un mondo in cui predominano i toni cupi della brutalità, della crudeltà e della violenza non solo delimitati nel sottobosco della criminalità.
Tutta la società tedesca del periodo sembra inquinata da questi rapporti di forza che danno campo libero ai potenti del periodo di giocare indisturbati le loro partite di potere. La rivalità tra Himmler e Goering non tarderà a stagliarsi sullo sfondo e a dettare i tempi dell’indagine, in cui Bernie si troverà quasi stritolato.
Antieroe di stampo classico, Bernhard “Bernie” Gunther, il cui umorismo amaro e sarcastico combatte la rassegnazione dilagante che si propaga tra gli altri berlinesi, non è esattamente uno stinco di santo: bevitore, donnaiolo, interessato soprattutto al proprio tornaconto e alla propria sopravvivenza, si insinua nelle pieghe della società e pur disprezzandola, si limita a manifestare il suo dissenso verbalmente (anche con un certo coraggio come quando apostrofa Heydrich) ma tuttavia inserito in un contesto di odio e sopraffazione, dove vince il più forte.
Buona lettura.
Traduzione di Patrizia Bernardini.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.

:: La signora del martedì di Massimo Carlotto (Edizioni E/O 2020) a cura di Federica Belleri

3 febbraio 2020

La signora del martedì Massimo CarlottoMassimo Carlotto torna in libreria con un romanzo completo, ricco e come sempre molto attuale. Una storia legata a personaggi speciali e al mestiere di vivere. Ma vivere cosa? Una vita diversa, forse. Una vita migliore, si spera. Una vita dove non vengano presi in giro, additati, costretti a mentire a se stessi e agli altri. Perché non è facile essere un porno attore che deve salutare per sempre la scena. Non è facile essere una donna etichettata come assassina e puttana. Non lo è sentirsi femmina nel corpo di un uomo. Non è semplice nascondersi dietro un’ora di sesso senza coinvolgere i sentimenti.
L’autore ci racconta la solitudine e la paura di non sapersi prendere cura della propria salute. I legami famigliari, complicati e spesso falsi. Le amicizie, iniziate quasi per caso, che si modificano nel tempo e si intrecciano. La voglia di fuggire cercando di dimenticare tutto. I sogni quasi impossibili da afferrare.
Ma ci racconta anche di un territorio che sta scordando la tradizione per spostarsi verso il grande mercato. Un territorio sempre più malandato a causa dell’inquinamento. La prostituzione e la droga sempre presenti. La crescita a dismisura dei social, che etichettano e denigrano. Il giornalismo come arma potente per buttare fango dove non serve. La giustizia, con i suoi tempi e modalità a volte assurdi.
Ma, alla base, una bellissima scrittura. Fluida, interessata, sentita. L’amore e le emozioni malinconiche che prevalgono. La musica, sempre presente nei libri di Carlotto e i distillati, descritti con parole poetiche. E il caso, da non dimenticare. In grado di dare inizio a tutto, confondendo strade e idee.
Un romanzo ottimo. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito (2010), Alla fine di un giorno noioso (2011), Il mondo non mi deve nulla (2014), la fiaba La via del pepe, con le illustrazioni di Alessandro Sanna (2014), La banda degli amanti (2015), Per tutto l’oro del mondo (2016) e Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane (2017).
Sempre per le Edizioni E/O cura la collezione Sabot/age.
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz).
Per Rizzoli ha pubblicato nel 2016 Il Turista.
I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

Source: acquisto del recensore.

:: Mary Higgins Clark (New York, 24 dicembre 1927 – Naples, 31 gennaio 2020)

2 febbraio 2020

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:: Conosci la natura: il Gufo e la Volpe di Renne (Gallucci editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2020

Dopo l’Orso e il Lupo, è la volta di la Volpe e il Gufo, rispettivamente terzo e quarto volume della serie Nella Natura Incontaminata, edita da Gallucci, collezione cartonata di libri per bambini, che avvicina i più piccoli al mondo della natura e degli animali.
Scritti e disegnati da Renne, vero nome Renée Rahir, illustratrice belga di indubbio talento, capace di unire una spiccata vena poetica a una grande attenzione per i dettagli, gli albi sono indubbiamente bellissimi, e soprattutto utili per ricerche scolastiche e svago.
Insegnano ai bambini dove vivono gli animali, che aspetto hanno, come trascorrono le loro giornate, cosa mangiano, e tante altre piccole e grandi curiosità.
Spesso i bambini possono vedere gli animali selvatici solo allo zoo o nei documentari (forse più indicati per gli adulti), grazie a queste illustrazioni invece avranno modo di vederli, illuminati dalla fantasia, nei loro ambienti naturali simpaticamente accompagnati da didascalie puntuali ed esaustive.
Da bambina amavo disegnare e colorare coi pastelli i miei disegni, queste illustrazioni si prestano ad essere copiate dai più piccoli sviluppando oltre alle loro conoscenze anche il loro talento artistico.
Traduzione dal nederlandese di Claudia Cozzi. Consigliato dai 5 anni in poi.

Renée Rahir (in arte Renne) ha frequentato l’istituto Saint-Luc di Liegi. Ha cominciato con i fumetti, pubblicando le sue storie sulla celebre rivista «Tintin», ma notissime sono anche le sue illustrazioni per bambini e quelle di ambientazione naturalistica.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: La casa delle voci di Donato Carrisi (Longanesi, 2019) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2020

La casa delle voci di Donato CarrisiCome sempre la cosa che più affascina Donato Carrisi, come tutti i creatori di thriller spiccatamente psicologici, è la mente umana, i suoi misteri, i suoi abissi, la paura e l’inquietudine che sa contenere, e questa volta nel suo nuovo libro La casa delle voci, edito da Longanesi, non tradisce la sua vocazione di indagatore della psiche.
Protagonista è Pietro Gerber, un addormentatore di bambini, un particolare psicologo che cura con l’ipnosi piccoli pazienti vittime quasi sempre di abusi difficilmente razionalizzabili. La sua maggiore abilità è mettere a loro agio i piccoli, conquistandone la fiducia, e il permesso a entrare nelle loro menti ancora tenere e non contaminate dalle impalcature comportamentali degli adulti.
Quando per puro caso una collega australiana gli telefona chiedendogli aiuto Pietro Gerber esita, questa volta dovrebbero prendere in cura un’adulta, tormentata dalla paura di aver ucciso da bambina il fratellino, Ado.
Hanna Hall, questo è il nome della donna, arriva a Firenze dove Gerber vive e lavora, decisa a scoprire se i suoi incubi sono reali, se esiste davvero un casale nella campagna toscana dove è sepolto il fratellino. Gerber la incontra e subito è colpito da qualcosa di oscuro e irrazionale. La donna sembra conoscerlo, sembra conoscere i lati più nascosti della sua psiche, la sua famiglia, le sue paure. Riuscirà ad aiutarla?
Così inizia il romanzo, e come succede tutte le volte che si parla di un thriller è davvero difficile commentarlo senza anticipare troppo al lettore, cercherò comunque di non svelarvi i punti nodali della storia e mi limiterò a descrivervi le sensazioni che mi ha ispirato.
Innanzitutto è un libro ben strutturato, Carrisi si vede parla di cose che ben conosce, è specializzato in criminologia e scienza del comportamento, cose che ha studiato approfonditamente, sebbene drammatizzi la vicenda per esigenze narrative cerca di essere il più possibile misurato quando parla di psicosi, malattie mentali, disturbi del comportamento.
L’ipnosi poi è una materia affascinante, che si presta a diventare materiale per racchiudere continui colpi di scena e scavi psicologici. La memoria, la capacità di distinguere ricordi reali, da ricordi surrogati o fittizi, tutto concorre a creare quel pathos, quel mistero che crea inquietudine e nello stesso modo dà modo di trovare soluzioni perfettamente razionali ad ogni avvenimento.
Pietro Gerber è un bel personaggio, autentico, sincero, molto umano e dotato di grande sensibilità, molto competente nel suo lavoro e nello stesso tempo non privo di una certa fragilità che sembra nascere da un rapporto irrisolto con il padre.
Hanna Hall poi è una donna misteriosa, il suo passato, la sua infanzia l’ hanno resa un’adulta speciale, capace anch’essa di grande empatia. Il legame che si crea tra Hanna e Gerber si rafforza man mano che si avanza nella lettura e racchiude secondo me il principale lato positivo del romanzo.
Le sedute di ipnosi, in cui Hanna torna nella casa delle voci del titolo, poi racchiudono la giusta dose di inquietudine, che non lascia indifferenti.
Un ottimo thriller psicologico dunque, con venature horror, e un finale da antologia che lascerà spiazzati anche i lettori più esigenti.
Buona lettura!

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

:: Il destino americano di Luigi Bonanate (Nino Aragno Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateIl ruolo statunitense nel mondo è al centro dell’ultimo saggio di Luigi Bonanate dal titolo quanto mai evocativo Il destino americano (Nino Aragno Editore). Un testo singolare nella sfera delle Relazioni Internazionali che focalizza la sua attenzione nell’ambito circoscritto dell’analisi della politica estera in quanto tale di un unico soggetto, per quanto eccezionale come possono essere gli Stati Uniti d’America.
Innanzitutto c’è da chiarire un concetto necessario per la comprensione del testo e delle motivazioni che hanno spinto l’autore a scriverlo: non è un libro sulla storia della politica estera nord americana. Si parte infatti dall’assunto che chi lo legge già la conosca, anche solo a grandi linee ricavando le proprie nozioni dalla lettura dei giornali, dei saggi di approfondimento, dei manuali storiografici. Insomma questo è un testo specialistico in cui non troverete un mero elenco di avvenimenti, date significative, punti di svolta, ma più analiticamente una storia di idee, di concetti tratta da lettere, discorsi, pagine di diario, delle persone che come si suol dire hanno fatto la storia americana.
È un saggio a tesi, infatti tutto concorre a dimostrare che il mito dell’alternanza tra impegno internazionale e isolazionismo americano non ha ragione di esistere.
Da sempre gli Stati Uniti d’America hanno avuto una visione, se non proprio una cosciente missione autoimposta, di governance mondiale. Questo espansionismo prima territoriale, ricordiamo tutti lo spirito di frontiera tanto decantato dal cinema hollywoodiano, poi quando ogni granello del territorio nord americano era stato raggiunto, planetario, non è mai venuto meno in nessuna fase di questi oltre due secoli di storia.
Questa posizione predominante non è certo solo dovuta ad una cosiddetta superiorità intellettuale o culturale, ma è suffragata da contingenti realtà più materiali: l’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia.
Finita poi la minaccia comunista, eccezionale strumento di controllo politico, con il crollo nell’ 89 del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico, e la conseguente fine del sistema politico internazionale bipolare, gli Stati Uniti si sono trovati esattamente dove volevano essere: al centro del sistema liberal democratico internazionale.
Certo con la fine dell’Unione sovietica gli USA hanno celebrato il loro trionfo, ma altre sfide, altre minacce si sono profilate subito dopo all’orizzonte. Punto di svolta sicuramente è stato l’11 settembre del 2001, in cui diciamo i festeggiamenti post ’89 ebbero definitivamente fine e le sfide del terrorismo internazionale cambiarono equilibri, alleanze e strategie.
Che poi il successivo declino USA, quasi che la spinta propulsiva verso un eterno progresso si fosse interrotta, ha portato il paese verso la perdita dello status di massima potenza mondiale, altri stati si stanno attivamente dando da fare per subentrare, è un’altra questione non approfondita nel testo, ma che sicuramente resta sullo sfondo e apre nuove ipotesi di studio e di analisi.
Dunque questo libro ripercorre i quasi 250 anni della storia “esterna” degli Stati Uniti fino alle apparenti manovre pubbliche di disimpegno dell’attuale presidente americano, che tuttavia neanche lui limita i suoi interventi all’estero, la questione iraniana è sicuramente un esempio recente e molto significativo.
Infine l’autore termina il libro analizzando le prospettive future e augurandosi che questo suo lavoro sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarandosi poco propenso all’ottimismo, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso comuni, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire: ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione.

Luigi Bonanate è professore emerito nell’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e Medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte. Ha insegnato Relazioni internazionali per più di 40 anni, e tiene corsi alla Scuola di studi superiori Ferdinando Rossi dell’Università di Torino, alla Facoltà di Scienze strategiche e a quella teologica dell’Italia settentrionale. Il suo primo libro era stato La politica della dissuasione (1972); i più recenti Anarchia o democrazia (2015) e Dipinger guerre (2016). Per i tipi di Aragno ha curato l’edizione di scritti di H. de Balzac, R. Rolland, R. Serra, D. Galimberti e L. Rèpaci, N. Revelli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Nino Aragno.

:: L’acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini (Exorma Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2020

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Un senso struggente di mancanza accompagna la lettura de L’acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini, Exorma Edizioni. Un libro interessante sotto molteplici punti di vista, di piacevolissima lettura e nello stesso tempo concettualmente complesso e multiforme.
Se vogliamo tutto si basa su un pretesto, che di pagina in pagina diventa un fitto mistero che prende consistenza, forma e importanza.
Premetto che ormai sono più che convinta che davvero Josif Džugašvili visitò Venezia nel 1907, insomma Emanuele Termini ha fatto un buon lavoro, mi ha convinto portando in dote per suffragare la sua tesi (alcuni la potrebbero definire strampalata) più che altro un vagabondare incerto tra calli, biblioteche e memorie private seguendo indizi quanto mai vaghi, che si intrecciano tra loro, si perdono, scolorano come se un’abile mano avesse premurosamente cancellato ogni traccia.
Ma il vero e il verosimile si confondono, la storia documentabile e documentata dà spazio e una leggenda che si prende la rivincita e si perde nei contorni fumosi di un mondo misterioso e occulto, quello dei rivoluzionari e degli anarchici di inizio Novecento per lo più dediti per necessità alla clandestinità e al crimine.
Insomma Josif Džugašvili forse andò davvero a visitare il Monastero di San Lazzaro degli Armeni per incontrare qualcuno, per consegnare qualcosa, per portare a compimento un’impresa molto segreta a beneficio della causa, l’abbattimento dell’Impero zarista dei Romanov e il trionfo della Rivoluzione socialista, prima di recarsi a Berlino per discutere sempre segretamente con Lenin di attentati, assalti alle Borse Valori, espropriazioni, per portare soldi alla causa (metodi avversati dai vertici e dalla dirigenza dell’epoca).
Congetture, ipotesi, farneticazioni, se la vita è narrazione anche la storia lo è e sebbene debba essere suffragata dai fatti, dalle prove documentabili e scientificamente certe, che non diano adito a dubbi, spesso ci sono zone d’ombra in cui indagare è molto simile al dibattersi in una palude di dubbi e vicoli ciechi.

La storia è così, si può perdere, si può cancellare buttando nella spazzatura quello che sembra inutile. La storia è nelle mani di chi la vuole conservare, nelle mani di chi la ama e la cura, la storia è nella fatica di chi le dedica del tempo per metterla in ordine e custodirla, di chi la protegge dall’erosione del tempo, dall’acqua salmastra e dall’incoscienza. La storia è nelle mani di chi le vuole bene.

Il fascino di questo libro, come del personaggio storico ingombrante e controverso di cui si parla, sta nella capacità dell’autore di farci appassionare a un fatto si potrebbe dire marginale della storia che in realtà diventa centrale per le mille implicazioni che sa evocare. Josif Džugašvili coi suoi mille pseudonimi, quando non era ancora un personaggio di primo piano nel bene e forse più nel male, ci viene presentato di riflesso, con i suoi mille segreti, che probabilmente resteranno tali per sempre.
Ma il tarlo del dubbio ormai si è insinuato anche nelle nostre menti, anche noi vogliamo sapere. Magari tra anni, in un libro letto casualmente troveremo altre tessere di questo affascinante puzzle, più simile a un labirinto, altri riflessi, altre angolazioni e ci improvviseremo anche noi detective, come ogni storico in fin dei conti è.
Forse una lettera di Ingrao, dimenticata in un libro polveroso, accennerà al mistero, a quando dissuase un giornalista curioso da approfondire le sue ricerche. Forse un padre Mechitarista troverà un diario di un confratello in cui si accenna al motivo ultimo di quel viaggio.
Forse una foto ingiallita testimonierà un incontro imprevedibile ed esplosivo.
Forse questa storia resterà un continuo divenire, di cui forse mai scorgeremo una conclusione.
E se invece scoprire il vero motivo del viaggio, se viaggio veramente ci fu, di Josif Džugašvili potesse cambiare la prospettiva con cui guardiamo la storia? Dando ragione e rendendo giustizia infine all’autore detective di questo libro così singolare e avvincente di cui caldamente vi consiglio la lettura.

Emanuele Termini è nato, vive e lavora in Friuli Venezia Giulia. Grande viaggiatore, si è laureato in Lettere all’Università degli studi di Udine ma fra le sue tante e varie attività ce n’è solo una, per ora, che riguarda la letteratura, infatti questa è la sua prima opera ed è un ottimo inizio.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna Maria Ufficio stampa Exorma Edizioni.

:: Il potere del Nunchi di Euny Hong (Newton Compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2020

1Durante queste vacanze natalizie ho letto un libro molto interessante dal titolo Il potere del Nunchi – L’arte coreana di convincere gli altri in modo efficace e amichevole. Il sottotitolo mi aveva un po’ spiazzato, ma chiarisco subito non è un manuale per persuadere gli altri a fare quello che volete, anzi lo spirito del libro è decisamente diverso. Euny Hong l’autrice ci apre le porte più segrete della sua cultura e ci insegna come stare bene con gli altri, e nello stesso tempo come fare stare bene le persone che ci circondano, siano amici, colleghi di lavoro, parenti, conoscenti occasionali. L’educazione coreana si basa su questi principi, e gli stessi genitori coreani più che le buone maniere insegnano ai figli, già da molto piccoli, come affinare questi super poteri basati sull’intuito, il buon senso, la fiducia, l’armoniosa ricerca di una vita comunitaria felice. Tanti sono i consigli, tutti incredibilmente semplici e alla portata di tutti, dall’importanza di saper tacere, alla capacità di connettersi con la mutevolezza delle relazioni umane. Ci insegna a fidarci delle prime impressioni, a non sottovalutare l’intuito, spesso oscurato dalla troppa razionalità. Ci insegna che quando entriamo in una sala piena di gente interagiamo con un ecosistema delicato e complesso, in continua evoluzione. E noi dobbiamo imparare a evolvere con lui, adattandoci ai mutamenti e rispettando le sensibilità e i sentimenti altrui. Sembrerà strano leggere che ferire qualcuno senza intenzione è più grave che farlo intenzionalmente, o ci metterà in imbarazzo scoprire che anche le migliori intenzioni non bastano a vivere in armonia con gli altri per perseguire il successo e la felicità. Ci insegna che correre in una direzione perché tutti gli altri lo fanno può salvarci la vita, come ci insegna che l’ignoranza non è una giustificazione, e bisogna conoscere le culture e le usanze delle comunità anche nuove in cui si ha l’occasione di vivere. Ci insegna che noi non siamo il centro del mondo, che non tutto ruota intorno a noi, ma siamo un piccolo granellino di sabbia nella spiaggia corallina dei rapporti umani. Imparare a scegliere il proprio partner, i propri amici, i propri dipendenti o soci in affari non sono cose da poco, anzi sono centrali nelle nostre vite. E questo libro ha il pregio di indicarci un percorso da seguire per migliorarci e migliorare i nostri rapporti con gli altri. Traduzione di Laura Miccoli.

Euny Hong si definisce una ninja del Nunchi. È cresciuta negli Stati Uniti e in Corea del Sud ed è spesso ospite dei media come commentatrice della cultura coreana. Ha collaborato con «New York Times», «Washington Post», «Times» e «Financial Times». Parla francese e tedesco e attualmente vive tra New York e la Francia. Per saperne di più: www.eunyhong.com

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Newton Compton.