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:: Le regole del fuoco, Elisabetta Rasy (Rizzoli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 Maggio 2016
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Primavera 1917. L’Italia è già da due anni che è entrata in guerra quando Maria Rosa Radice, ragazza napoletana di vent’anni e di buona famiglia, decide di lasciare gli agi della casa in cui vive con la madre vedova. La decisione viene presa perché non sopporta più l’atteggiamento assillante, egocentrico e menefreghista della madre, il cui unico pensiero è far maritare la figlia per potersene liberare. Maria Rosa decide così di chiedere aiuto allo zio, unico uomo rimasto della famiglia e per questo motivo nessuno può dirgli di no. Lo zio convince la madre di Maria Rosa di lasciare libera la figlia, ma per una ragazza nubile che vuole uscire di casa a quei tempi l’unica destinazione è il fronte, così si arruola come infermiera volontaria.
Arrivata nel piccolo ospedale da campo del Carso incontra Eugenia Alferro. Una ragazza brusca che all’inizio le sta molto antipatica, ma con il tempo il loro rapporto cambia. Eugenia infatti è l’unica che l’aiuta a orientarsi nelle corsie, le insegna come darsi coraggi nei momenti più oscuri e come superare le lunghe giornate piene di corpi maciullati e sangue.
La loro amicizia diventa sempre più forte, a tal punto che entrambe si accorgono che il loro sentimento va oltre all’amicizia, e così di nascosto di notte, chiuse nella stanza che condividono, sottovoce, per paura che qualcuno possa sentirle, si confessano reciprocamente il loro amore.
Inizia così un rapporto forte e complicato, un’unione che non sapranno se riusciranno a far continuare, una lotta dentro a una lotta.
Un romanzo audace, scritto come se fosse una lettera aperta che la protagonista scrive alla sua amata, con uno stile leggero come potrebbe essere quello di una persona innamorata che vuole aprire il suo cuore e confidare tutti i suoi segreti.
La Rasy riesce in un romanzo nemmeno troppo lungo a racchiudere due temi di grandissima importanza: la guerra e l’omosessualità. Specialmente il secondo argomento viene trattato sotto tutti i suoi aspetti, ovvero come un sentimento profondo e reale, puro e nello stesso tempo impetuoso, sempre però raccontato sottovoce, per trasmettere al lettore il senso di tabù causato dai tempi in cui è ambientato, ma che a ben guardare vige tutt’oggi.
Un romanzo fantastico che fa capire l’ipocrisia della gente e come invece può essere innocente l’animo umano.

Elisabetta Rasy nasce a Roma nel 1947. Trasferitasi a Napoli ancora adolescente, tornerà nella capitale in età adulta.
Nel 1974, dopo la laurea in Storia dell’Arte, fonda la casa editrice Edizioni delle donne, e inizia a collaborare con Rai e Radio 3.
Attualmente corrisponde per il supplemento domenicale del Sole 24 Ore.
Madre del poeta Carlo Carabba, ha al suo carico molti romanzi sia storici generici che storici femminili.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Rizzoli.

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Nota: disponibilità immediata un solo pezzo.

:: I sei giorni del Condor, James Grady (Rizzoli, 1975) a cura di Giulietta Iannone

18 Maggio 2016
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Maronick abbassò gli occhi sulla figura ai suoi piedi. “Addio Condor. Un ultimo consiglio. Continua a fare il lettore. La tua fortuna si è esaurita. E quando la fortuna ti abbandona, non vali gran che”. Scomparve nel bosco.                     

È quasi impossibile leggere I sei giorni del Condor (Six Days of the Condor, 1974) senza immaginarsi Robert Redford nei panni del protagonista, con la sua facciona da bravo ragazzo, i capelli biondo sporco, le giacche di velluto a coste.
È infatti difficilmente pensabile che ci sia ancora qualcuno che nel 2016 non abbia visto I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, adattamento cinematografico del romanzo di James Grady. Viene passato nelle tv in chiaro praticamente a cadenza fissa, c’è una nuova versione restaurata che esce in DVD a circa 10,00. Insomma non si hanno molte scuse, il film è da vedere.
Per quanto riguarda il libro invece ci sono maggiori possibilità di non averlo letto, ed è un peccato, perché merita, merita davvero ed è per certi versi diverso dal film. Ci sono cambiamenti sostanziali nella trama, i nomi dei personaggio sono quasi tutti diversi, è molto più crudo e sovversivo, per certi versi, del film che è stato fatto.
Sia chiaro io adoro il film di Pollack, e per me è una delle migliori spy-story che abbia visto, ma il libro è diverso. Chiarito questo, non farò in questa recensione una comparazione puntuale tra libro e film (anche se sarebbe divertente) ma mi limiterò di fare un veloce cappello al film e approfondire il libro, con ampi spoiler, per cui se non avete letto il libro, o non amate anticipazioni sulle trame forse è bene che vi fermiate qui e che torniate a lettura avvenuta.
Allora I tre giorni del Condor è un classico film di denuncia e impegno civile, tipico della filmografia anni 70 post Watergate. Sotto le mentite spoglie della spy-story, o forse proprio usando il genere come grimaldello per scardinare sicurezze o illusioni, ci narra una generazione che ha perso l’innocenza e la fiducia nel sistema tipica degli anni ‘50 o ’60.
In questo il film è un capolavoro del genere, per quanto non sia privo di debolezze nella trama e sulla inverosimiglianza torneremo più approfonditamente nell’analisi del libro. Ciò che mi preme dire invece è che questa storia pur con i suoi difetti funziona, piace, ed è terribilmente efficace nel porre un uomo qualunque (un lettore di libri gialli) contro le derive del sistema, i meccanismi perversi che regolano il potere occulto, che è infondo il vero potere.
Nel film si parla di petrolio e Medio Oriente, nel libro di droga, ma insomma la sostanza non varia di molto. Ci sono poteri deviati, sottocellule non controllate dalla base capaci di commettere crimini, di uccidere, di essere al di sopra della legge. Ma noi abbiamo il nostro Davide contro Golia, il nostro Joe Turner/ Ronald Malcolm dotato di una fortuna sfacciata (ma anche di doti di adattamento e di improvvisazione non da ridere) che da topo di biblioteca (senza uno specifico addestramento per interventi sul campo) si trasforma in eroe. Nel libro non a caso a un certo punto Maronick/Jubert gli dice “La tua fortuna si è esaurita. E quando ti abbandona, non vali gran che”.
E il film, forse più del libro, è un autentico manifesto di tutto ciò con un finale tipico della cieca fiducia liberal nei media e nella carta stampata. Celeberrimo il finale davanti agli uffici del New York Times, con un lungo e ibrido “se”. Puntini di sospensione. Certamente un finale aperto più pessimistico del libro.
Detto questo veniamo al libro diviso in sei giorni da un mercoledì a quello seguente. Siamo a Washington, e non a New York, in primavera e non in autunno e il nostro Ronald Malcolm è un tipo forse più grezzo del Joe Turner /Robert Redford. Scoreggia, bestemmia, soffre di raffreddori ricorrenti e molto invasivi. E soprattutto non è lui a scoprire che qualcosa non va alla sezione, ma a farlo è un incolore economo, di nome Heidegger, (alcune discrepanze nelle casse di libri).
Segue la scena più geniale, e incisiva che abbia mai potuto leggere su carta o vedere al cinema: l’assalto armato all’ American Literary Historical Society, mentre Ronald Malcolm è fuori sotto la pioggia a comprare le colazioni (uscito da una porta sul retro, una vecchia carbonaia). Malcolm si salva, avventurosamente (è l’inizio della sua bizzarra fortuna) ma naturalmente “deve morire”.
E inizia la caccia.
Chi vuole ucciderlo? Perché?
Saranno le domande che ci accompagneranno nella vertiginosa caccia all’uomo. Parlavo di inverosimiglianza, e naturalmente c’è e è anche evidente, ma è giocata sul limite del credibile, in un modo così naturale e repentino, che sembra quasi inevitabile. Ricordiamoci che la parte più incredibile del libro, la sezione di Malcolm della CIA, il Gruppo 54/12, pur con altri nomi e le operazioni di Open source INTelligence, rispecchiano la realtà. Esistono davvero ricercatori che scartabellano giornali e libri, in cerca di fughe di notizie, suggerimenti, notizie utili. Già Lyndon Johnson disse:

“(…) i successi più importanti non vengono dalle operazioni di spionaggio condotte nell’ombra e nell’ mistero, ma nascono dalla paziente lettura, per ore e ore, di periodici tecnici altamente specializzati. Essi [i ricercatori della CIA] sono veri e propri studiosi professionali. E la loro opera è tanto oscura quanto inestimabile”.

Quindi dato questo assunto per vero, tutto il resto passa in secondo piano, il topo di biblioteca che compete con killer professionisti (senza un reale addestramento), la donna (Wendy) che viene rapita, gli crede, se ne innamora e lo aiuta, tutto in una manciata di ore, l’allacciamento dei telefoni per non farsi rintracciare (aveva fatto un lavoretto estivo per la Compagnia dei telefoni), l’incontro fortuito al Campidoglio tra Macolm e Wendy e Atwood e Maronick, Maronick stesso che nel finale gli salva la vita, sperando che questo venga considerato dalla Compagnia un suo gesto di amicizia che gli permetta poi di non essere a sua volta braccato. Insomma se sospendete l’incredulità la storia funziona, e funziona alla grande. E questa sospensione non necessita poi neanche di un grande sforzo (e in questo sta la bravura di Grady).
Va bene il finale non lo racconto, anche se sarei tentata, ma è certamente più ottimistico del film. Ronald Malcolm ormai è cambiato, non è più il lettore di gialli entrato nella CIA per aver fatto una lunga dissertazione su Nero Wolfe nelle sue prove di laurea.
Forse il punto in cui libro e film maggiormente divergono sta nel fatto che nel libro abbiamo un vecchio e Kevin Powell a ridare al sistema una legittimità e un’aura positiva, a fungere da anticorpi in un sistema tutto sommato sano che sa curare le sue ferite, saranno loro infatti a salvare o perlomeno ad aiutare Malcolm, anche se in realtà fa tutto da solo.
Insomma il sistema ha falle grandi come il traforo del Monte Bianco, ma esisteranno sempre uomini capaci di fare la differenza, schegge impazzite forse o non omologate, capaci di sfuggire dalle maglie oppressive del sistema e lottare per il bene. O ciò che resta del bene, in questo nostro mondo adulterato da debolezze e corruzione. E questo è il messaggio che resta invariato negli anni, che fa attraversare questo libro il tempo senza accusare grandi colpi.
Da leggere. Traduzione di Argia Micchettoni.

Leggete anche questi articoli di Davide Mana: qui (un altro punto di vista sul libro) e qui (sul film).

James Grady (1949) è giornalista e scrittore. È stato reporter investigativo, sceneggiatore per il cinema e la tv e ha pubblicato diversi romanzi che gli hanno valso numerosi premi tra i quali una nomination all’Edgar Award nel 1997, il Grand Prix du Roman Noir nel 2001 e il Raymond Chandler Award nel 2003. Dal primo episodio della trilogia, I sei giorni del Condor, è stato tratto il capolavoro di Sydney Pollack con Robert Redford. Il ritorno del Condor, l’ultimo romanzo della serie, è disponibile in BUR.

Nota: intervista a James Grady, qui.

Source: acquisto personale.

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:: Il figlio maschio, Giuseppina Torregrossa (Rizzoli, 2015) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

13 Maggio 2016
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Sicilia, 1924. Don Turiddu Ciuni sente che la vita gli scappa via, e allora Che può fare un uomo per garantirsi l’eternità, se non passare il testimone al figlio maschio? Uomo forte e ruvido: Che tocca allo stesso modo il corpo di sua moglie e la terra del feudo di Testasecca, è legato alle tradizioni e avverso a qualsiasi innovazione, per non essere travolto dalla fiumana del progresso. Turi  è stato sempre convinto che “la terra … si sa, rende sani e forti” e, altresì, persuaso, sul letto di morte, che gli stenti e la fatica di un’intera esistenza “non gli pesavano quanto il tradimento della sua famiglia”. Ma a quale tradimento allude? A quello della moglie Concettina Russo, che figlia “d’allittrati ” e positivisticamente fiduciosa  in un riscatto dalla roba, dall’immobilismo isolano d’ancestrale fatalità, ha fatto studiare tutta la sua  numerosa progenie, ragazze comprese, strappandola ad  un destino già scritto.
La delusione più cocente, per il padre,  si rivela Filippo, il figlio erede di tutto il patrimonio: intelligente e bello, meritava un futuro migliore (…), le sue belle mani bianche non erano fatte per la zappa ma per la penna.
Inizia così la storia di cent’anni di editoria siciliana, che da Filippo Ciuni,  che pubblica, in pieno “ventennio”, nonostante egli fosse un editore fascista, Benedetto Croce, arriva alla realtà odierna dei librai-editori Cavallotto, guidata dalla signora Adalgisa  e dalle sue tre figlie.
E’ un romanzo che narra storie d’amore, di contrasti,  del tramonto di un modo di guardare e interpretare la vita e l’alba di un altro possibile, alternativo e, forse,  migliore. C’è un sottile filo rosso, un fil rouge  che percorre trasversalmente tutto il romanzo, il coraggio e la capacità di resistere dei personaggi femminili , veri attori,  apparentemente non protagonisti della storia, perché: I libri è vero che li pubblicano i maschi, e magari li scrivono pure loro, ma le storie le raccontano le femmine.
E’ una visione di una Sicilia intraprendente, imprenditoriale, libera e indipendente da quegli ominicchi e quaquaracquà  di sciasciana memoria, annidati nelle sicure stanze della burocrazia dello stato,   capace di farcela con le proprie forze umane ed economiche, “anni  luce” da quella  onirica  del principe  Fabrizio di Tomasi di Lampedusa: Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare.
La Torregrossa racconta, con una scrittura ricca di espressioni dialettali, la sua Sicilia, e come il suo volto si è evoluto nell’arco di un secolo. La verde isola Trinacria, dove pasce il gregge del sole è sempre presente, protagonista, una tela che trasuda dei suoi profumi, della sua storia, della sua gente, pregna di contraddizioni, di pregiudizi, ambiguità e  miserie, eppure  capace di slanci improvvisi quanto isolati,  perché: Chi nasce qui è marchiato a fuoco per sempre. Questa terra, non può essere solo semplice ambientazione o effimero contorno.
La Sicilia assume una dimensione quasi  onirica e allora  come non essere d’accordo con Sciascia quando nel suo Candido scriveva: Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì, e stiamo sognando.

Giuseppina Torregrossa è nata a Palermo, vive tra la Sicilia e Roma, ha tre figli e un cane. Ha esordito nel 2007 con L’assaggiatrice, cui sono seguiti, tra gli altri, Il conto delle minne (2009), Manna e miele, ferro e fuoco (2011), Panza e prisenza (2013) e La miscela segreta di casa Olivares (2014).

Source: proprietà del lettore.

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:: Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata (Rizzoli BUR, 1974) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
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Chieko scoprì le violette fiorite sul tronco antico dell’acero…”

Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata inizia così, con eleganza e semplicità, e da questa breve frase si avverte già il tono poetico e delicato che attraverserà tutta la narrazione.
Pubblicato a Tokyo nel 1962 con il semplice titolo di Koto, mi sfugge a dire il vero il motivo del titolo italiano che facilmente può creare una certa confusione, (premetto che non è un romanzo storico, non ci sono amanti, si parla di due sorelle e le loro relazioni sentimentali sono del tutto incidentali, e l’antica città imperiale è Kyoto ma in tempi relativamente moderni) è senz’altro uno dei più limpidi esempi che caratterizzano la poetica in prosa dell’autore.
Esiste in commercio un’ edizione BUR Rizzoli del 1997 facilmente reperibile, ho controllato, io comunque ho esaminato la prima edizione BUR del settembre del 1974, che sebbene ingiallita, e inframmezzata di vecchi fiori secchi, (temo ormai specie protette, che se le raccogliete in montagna vi danno la multa), contiene tutte le pagine e ha fatto egregiamente il suo dovere. E’ una rilettura, appositamente fatta per questa recensione, per cui avverto i miei lettori che parte della spontaneità e della meraviglia della prima lettura è stata sostituita da un analisi più razionale e sistematica del testo, che comunque non precluderà a voi affatto il piacere della lettura. Nella edizione da me considerata la traduzione è affidata a Mario Teti e vi è anche presente un’ introduzione di Carlo Cassola, che vi consiglio di leggere al termine del romanzo.
Koto, come dicevo, è un romanzo breve, poco più di 150 pagine, appartenente ad un genere narrativo del tutto particolare che fonde la poesia con la prosa. Genere apparentemente tipico della narrativa giapponese classica, anche se in Kawabata niente è comune o scontato. Tutto anzi acquista una forza tragica e dirompente, seppure ciò di cui si narra non sono altro che i sentimenti e i moti misteriosi dell’animo umano. Innovativo e rivoluzionario nello stile, molto moderno se vogliamo, il romanzo tratta temi universali, seppure Kawabata li analizzi partendo, oltre che dalla sua dolorosa e esasperata sensibilità, anche dalla tipica ottica di un giapponese conscio delle tradizioni del suo paese, consapevole che l’unicità del suo pensiero non può essere slegata dalla società in cui viveva, dalla mentalità che caratterizzava il suo stato sociale, e dalla consapevolezza che il tempo che passa è inarrestabile e la provvisorietà dell’esistenza, in cui tutto è instabile e fugace, non può dare all’uomo certezze, ma solo il senso della sua vulnerabilità.
Koto è un romanzo caratterizzato da una trama semplice e lineare, quasi assente. E’ innanzi tutto la storia di due vite, di due sorelle, Chieko e sua sorella Naeko, sparate dalla nascita, immagini speculari di una femminilità forse lontanissima dai canoni della sensibilità occidentale, che incidentalmente nel corso della vita, si incontrano e si riconoscono. Ciò che le separa purtroppo è più forte del sentimento che le lega e sarà dunque invitabile che questo delicatissimo legame si spezzi facendo sì che le sorelle si perdano nuovamente, questa volta per sempre, ognuna destinata a seguire il proprio destino.
I personaggi di questo romanzo, sebbene il tema centrale sia la solitudine, svolgono un ruolo corale. I rapporti che li legano sono caratterizzati da lievi legami d’amore e solidarietà. L’amore tra genitori e figli, l’amore tra fratelli, il rapporto di stima e rispetto tra allievo maestro, tutto concorre a dare una dimensione affettiva e intima, sebbene l’utilizzo della terza persona consenta un certo distaccato e deprivi il narrato da ogni deriva eccessivamente sentimentale o peggio zuccherosa. Koto ha per temi soggetti fondamentali del romanzo classico giapponese: la natura, la bellezza, la solitudine, la separazione. La natura, nello scintoismo sacra e un tutt’uno con il divino, per Kawabata non è altro che lo specchio in cui si riflettono i moti dell’animo, la delicatezza dei sentimenti, la percezione dell’unicità dell’esistenza, la bellezza dell’amore.
L’estetica di Kawabata è sintetizzata dal breve scambio di battute tra il padre di Chieko e Hideo Otomo dove il giovane paragona la bellezza della ragazza a quella dei dipinti di un tempio. Il padre si indigna e sottolinea che non ci può essere paragone tra la bellezza dell’arte e quella della vita, perchè Chieko invecchierà e la sua bellezza sarà sciupata dal tempo che passa, mentre la bellezza dell’arte è eterna.  Hideo Otomo ribatte che proprio per questo la bellezza della ragazza è ancora più preziosa, proprio perché effimera, ma nello stesso tempo è viva, a differenza di un semplice affresco per quanto magnificamente dipinto.
La delicatezza e l’eleganza dello stile sono assoluti. Ogni scena racchiude in sé una piccola miniatura, utilizzando una tecnica quasi pittorica di accostamento di colori, brevità di passaggi, leggerezza di tratto.
Stilisticamente perfetto, non perde né in naturalezza, né in spontaneità. Né mai prende i connotati di freddezza che caratterizzano le opere solo esternamente e formalmente ineccepibili. Non è uno sterile esercizio stilistico. Sotto la calma apparente di una struttura narrativa lenta e fluente si nasconde un sincero e autentico atto d’amore per l’arte, la vita e la letteratura.
Il linguaggio poetico, usato sia per descrivere la natura sia i sentimenti dei personaggi, trasmette con semplicità e dolcezza tutta la bellezza e l’intensità insita nei profondi abissi dell’animo umano in comunione con lo splendore della natura stessa.
La storia è ambientata a Kyoto, e si chiude nell’arco di poche stagioni passando dalla primavera all’inverno. Ovvero dalla nascita alla morte. Apparentemente formali i dialoghi, sono in realtà la forma con cui i personaggi combattono la loro solitudine. Non a caso quando un personaggio si chiude in se stesso tace ed evita ogni comunicazione. Il silenzio acquista quindi una dimensione importante, quasi quanto la conversazione, tenendo anche presente che i dialoghi rispettano le gerarchie sociali, i rapporti interpersonali e la schematica struttura della rigida società giapponese, molto sensibile alla forma esteriore, che diventa paradossalmente tessuto interiore e sostanza fondamentale.

Yasunari Kawabata nacque ad Osaka nel 1899. Rimase orfano in tenera età e la morte di genitori incise grandemente sulla sua visione pessimistica della vita e sul costante senso di separazione che caratterizzò tutte le su opere. Nel 1924 si laureò a Tokyo in letteratura inglese e giapponese in questi anni fondò il movimento letterario Sensazioni nuove. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera, La danzatrice di Izu, e fu accolta con un enorme successo. Oltre che romanzi scrisse saggi di critica e racconti. Ottenne il Nobel per la letteratura nel 1968 e fondò il più grande premio letterario giapponese L’Akugawata. Morì suicida nel 1972. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Mille gru, Il suono della montagna, Il paese delle nevi, La casa delle belle addormentate, Koto, Bellezza e tristezza, Diario di un sedicenne e Gente di Tokyo.

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:: Recensione di I baci di una notte di Antonella Boralevi (Rizzoli, 2013)

15 febbraio 2013

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I baci di una notte (Rizzoli, 2013) di Antonella Boralevi è un breve romanzo molto particolare, insolito sia per struttura narrativa, in cui il registro poetico ha una parte rilevante,  che per tematiche ed esiti. Se inizia come la più classica storia d’amore – una rivisitazione moderna di una delle fiabe più amate, archetipo di generazioni di sogni femminili, Cenerentola – gli sviluppi sono del tutto inattesi e si discostano grandemente dal tipico romanzo sentimentale. Sì, si parla di sentimenti e paradossalmente anche della negazione degli stessi, ma il fulcro della narrazione ci porta a considerare come l’amore entri nella vita di due persone, diversissime in tutto, per condizione sociale, sensibilità, aspettative, e rivoluzioni i punti di vista. Protagonisti di questo romanzo sono due ragazzi: Santina e Sigieri. Vent’anni. Niente che li unisca se non uno scherzo del caso, che li fa incontrare la notte di Capodanno in un rifugio di Cortina. Santina è una ragazza semplice, di modeste origini, nata in Sicilia. Una ragazza dei nostri giorni che ha toccato con mano gli effetti della crisi dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. La fabbrica è chiusa, solo cartacce trasportate dal vento al suo ingresso, e suo padre è una delle tante vittime: disoccupato, passa il tempo a giocare a carte con gli amici in cerca di un lavoro che non c’è. In cerca di un futuro, di una speranza per il domani Santina si trasferisce a Milano e qui lavora in un fast-food. Si accontenta di poco: vestiti presi a pochi euro nei grandi magazzini, la compagnia della sua migliore amica Gessica, con il ciuffo fucsia, il sogno di fare studiare il fratellino, bravissimo in matematica, e di incontrare l’amore, quello che ti cambia la vita, quello che ti da una ragione per esistere. Sigieri al suo opposto ha perso la capacità di sognare. La vita gli ha dato tutto, bellezza, salute, ricchezza ma non gli ha impedito di fare i conti con la noia, l’egoismo e il cinismo che contamina il suo ambiente, la sua famiglia, il suo intero mondo. Quando vede per la prima volta Santina, seduta ad un tavolo, in una festa privata in cui non dovrebbe stare, nei suoi poveri vestiti dozzinali, così diversa dalle ragazze che è solito frequentare, qualcosa scatta, l’istinto del predatore, o forse l’amore stesso anche se lui non se ne rende conto. L’avvicina per una scommessa crudele con un amico, più cinico e infelice di lui, e questo incontro sfocia in un atto d’amore, consumato sotto la fredda luce di un bagno, in cui tenerezza e aggressività si scontrano facendo dubitare alla ragazza stessa che sia stato amore. Ma non si abbandonano mai le persone che si amano.  E questa verità emergerà dolorosa nelle pagine seguenti fino al non scontato e imprevedibile finale.

:: Recensione di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, Lilli Gruber, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2012

Caspita sembrerebbe un romanzo d’avventura visto attraverso gli occhi femminili, ma a dire il vero quella raccontata da Lilli Gruber in Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, edito da Rizzoli, è pura verità.  Alla nota giornalista conduttrice di Otto e mezzo lo stimolo per questo nuovo libro è arrivato dal diario della bisnonna Rosa e da quel novembre del 1918 che cambiò per sempre la vita della sua bisavola e del suo pacifico focolare socio-domestico. Cosa accadde? Venne redatto il Trattato di pace che stabiliva la fine dell’Impero Austroungarico e sanciva il passaggio del Sudtirolo all’Italia. Un evento che magari per molte persone non avrà importanza, ma che sicuramente cambiò per sempre la vita delle popolazioni altoatesine. Il libro della Gruber è una ricostruzione accurata delle vicende riguardanti la propria famiglia di origine a cavallo tra l’Ottocento e i primi 40 anni del Novecento. Eredità è un voce del presente – quella della Gruber- che guida il lettore indietro nel tempo alla scoperta delle voci di un tempo – in questo caso rappresentate dagli scritti di Rosa – e del suo passato famigliare e storico, attraverso le parole messe su carta e i gesti  compiute dai membri della famiglia Tiefenthaler-Rizzolli. Il tutto è un piacevole pellegrinaggio tra il presente e il passato nel quale si alternano le varie personalità che caratterizzano l’albero genealogico della Gruber. Tante piccole foglie diverse e simili tra loro, tutte accomunate dalla grande intraprendenza e voglia di libertà che influenzerà sempre ognuna delle scelte da loro compiute. Ci sono due voci che aleggiano in modo costante durante la narrazione – quella di Rosa e della bisnipote Lilli- e che ci portano alla conoscenza di una casata e della società dove essa visse. Poi, durante il periodo del regime fascista emerge la giovane e irrequieta Hella, la coraggiosa figlia minore di Rosa e Jakob, che travolta dalla passione per l’ideologia di Hitler ne subirà le conseguenze, affrontando  con coraggio la condanna al confino in uno sperduto paesino del Sud Italia. Eredità di Lilli – all’anagrafe Dietlinde – Gruber è un libro ben scritto, molto accurato nella ricerca storico- dinastica, che intrattiene con il lettore una piacevole relazione letteraria.  Chi leggerà l’ultimo lavoro della donna e giornalista Gruber imparerà attraverso il dono del ricordo, l’importanza dei legami affettivi e delle vicende esistenziali che hanno contraddistinto la vita focolare domestico Tiefenthaler-Rizzolli tra l’Impero e l’avvento del Nazionalsocialismo. Non solo, perché Eredità ci guida alla scoperta delle vicende di un intera collettività di frontiera – quella altoatesina molto più legata alla cultura tedesca-  dalla fine della prima guerra mondiale, passando per l’ imposta italianizzazione di questi territori, arrivando a quella speranza di un cambiamento, individuata da qualcuno nel regime nazista. Arrivati alla fine di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo ci si accorge di aver scoperto una tessera in più dell’esistenza di Lilli Gruber e del suo mondo personale e poi, grazie alla figura di Rosa, c’è la presa di coscienza dei tormenti di una donna e di una comunità radicata nella terra di confine e la conoscenza di una parte della storia d’Italia, purtroppo, non a tutti nota.

Lilli Gruber,nata a Bolzano, è giornalista e scrittrice. È stata prima donna a presentare un telegiornale in prima serata e dal 1988 ha seguito come inviata per la RAI tutti i principali avvenimenti internazionali. Dal 2004 al 2008 è stata parlamentare europea. Dal settembre del 2008 conduce la trasmissione di approfondimento Otto e mezzo su La7.  Gli ultimi bestseller pubblicati con Rizzoli sono Chador (2005), America anno zero (2006), Figlie dell’Islam (2007), Streghe (2008), tutti disponibili anche in Bur, e Ritorno a Berlino (2009).

:: Recensione di I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII di Anonimo lombardo (Rizzoli 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 febbraio 2011

imagesVi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Sicuramente avrete capito che sto parlando dei Promessi sposi, capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni, che gli studenti italiani conoscono fin troppo bene essendo stato una specie di icona indistruttibile al centro dei programmi di studi almeno ai tempi in cui andavo a scuola io, ma non credo che le cose siano molto cambiate oggi.
Bene, un irriverente anonimo scrittore, che per la cronaca si firma Anonimo Lombardo, e qua già si scatenerà il toto scommesse per sapere chi è, ha avuto la divertente idea di riscrivere il succitato tomo in chiave horror con tanto di vampiri, licantropi, streghe, zombi, paletti di frassino, cacciatori di non morti e tutto il vasto corollario del genere condito da una sottile ironia dissacrante e uno spiccato gusto per il paradosso.
Diciamolo subito paura non fa, e qui mi rivolgo ai cultori del genere horror abituati ad opere ben più truculente e efferate, ma ci si diverte questo sì. La storia è fedelmente riportata con una perizia da un vero conoscitore del testo manzoniano cosa che mi fa supporre che l’autore o l’autrice (mi è venuto il dubbio anche che sia una donna per un certo spiccato femminismo nel delineare il personaggio di Lucia) abbiano approfondite conoscenze letterarie.
Avendo studiato l’originale con certosina dedizione ai miei tempi, è divertente riconoscere i brani autentici da quelli inventati. Di colpi di scena non ce ne sono, la storia scorre consueta, rivisitata sì da licenze letterarie bizzarre e ingegnose, ma molto fedele al testo manzoniano. Il finale è scontato ma non ostante questo è decisamente originale l’approccio narrativo, la capacità di cimentarsi e confrontarsi con un mostro sacro come Manzoni senza uscirne inevitabilmente sconfitti.
Con un pizzico di faccia tosta mi sono divertita a porre I promessi morsi accanto ai Promessi Sposi nella mia personale libreria  e permettetemi una previsione: il nome dell’autore non rimarrà nascosto per molto.