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:: Earl Grey Lady Blue Tè nero e Macbeth di Jo Nesbø

9 aprile 2018

Gentili lettori questo è l’ultimo tè del secondo cofanetto di campioni ricevuto da PETER’S TeaHouse. E’ un tè nero, molto intenso, adatto a chi ama degustare tè decisi. Earl Grey Lady Blue Tè nero è un tè profumatissimo, dal sentore floreale, composto da una miscela di tè nero Earl Grey e fiori di fiordaliso. E’ un tè indiano, proveninete dal Darjeeling, con la particolarità di essere prodotto dal primo raccolto. E’ un tè molto elegante e semplice. Asciutto, amaro e secco. Costa € 6,20 all’etto. Nella foto sotto potete vedere come si presenta il tè sfuso. Diversamente dagli altri tè lo sconsiglio se non zuccherato.
Earl Grey Lady Blue Tè nero
Preparazione, tempi e dosi

Per la preparazione del Earl Grey Lady Blue Tè nero è consigliato portare l’acqua a una temperatura di 95 °. (Spegnete il fuoco un attimo prima della piena bollitura). Assolutamente non fate bollire l’acqua a lungo perderebbe di ossigeno, e la qualità del sapore del tè ne risentirebbe.

Dosi consigliate: 1 cucchiaino di tè per tazza, uno per la teiera.

Tempo di infusione: dai 3 ai 4 minuti (un segreto, se lo volete più carico non aumentate i tempi di infusione, ma maggiorate la quantità di tè).

Per la preparazione di un’ ottimo tè e la conservazione del tè rimando a questo post precedente: qui

Per l’acquisto, troverete qui la pagina dedicata da PETER’S TeaHouse a questo tè.

Curiosità musicali

Tra i tanti nomi con cui fu conosciuta Billie Holiday (Filadelfia, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959) c’era anche quello di Lady Blue. Non credo che questo tè sia direttamente ispirato a lei, ma mi consente il pretesto di questo omaggio a una delle più grandi voci del jazz e del blues, di cui proprio sabato si è festeggiato il compleanno.

Billie Holiday

Consiglio goloso

Earl Grey Lady Blue Tè nero lo consiglio con semplicissimi e friabili biscottini al cardamomo. Qui una ricetta gustosa e davvero facile.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Earl Grey Lady Blue Tè nero è perfetto leggendo Macbeth di Jo Nesbø, disponibile dal 17 aprile. Buona lettura!

E un ultimo consiglio, non abbiate fretta, sorseggiate il tè lentamente in compagnia di felici pensieri.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: L’uomo che dorme di Corrado De Rosa (Rizzoli 2018) a cura di Federica Belleri

29 marzo 2018
L'uomo che dorme

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Salerno, 2012. La città si sveglia con l’aria tesa che rende tutto più luminoso, e si addormenta al buio, che nasconde il sesso rubato, la droga e la spazzatura dimenticata. Salerno vive, nonostante tutto, nonostante i problemi e le mille difficoltà. Antonio Costanza è psichiatra e consulente del tribunale per i crimini violenti. Non sopporta la socialità, non ama le manifestazioni d’affetto, soprattutto in pubblico. Sta bene da solo e preferisce essere legato alla tradizione piuttosto che alle novità. Ha un’ex compagna e un figlio di dieci anni che dovrebbe cercare di capire meglio. Come fare se non riesce nemmeno a comprendere se stesso? Costanza è ironico, originale, ama la musica e le buone letture. Ha poche amicizie, incasinate pure quelle.
Due donne uccise. Qualche sospetto e una perizia psichiatrica da preparare. Similitudini e attinenze fra i due omicidi, e una giornalista, Laura Santamaria, con la quale collaborare e scontrarsi.
Si comincia a parlare di mente malata, di un possibile mostro in azione. Sarà così?
Per la collana Nero Rizzoli Corrado De Rosa ha scritto un romanzo insolito, ricco di sfumature che portano al sorriso, nonostante l’argomento trattato. Attraverso il personaggio di Antonio Costanza impariamo a conoscere alcuni tratti dei suoi pazienti in ospedale. Ci inoltriamo nell’ingegno di chi mente in continuazione, di chi ha problemi di gioco o ha un animo narcisista. La quotidianità di Costanza è dedicata al lavoro in reparto, nel rispetto dei suoi pazienti. La professionalità gli permette di mantenere un certo distacco di fronte a comportamenti ossessivi, a visioni improbabili. L’ esperienza gli concede di osservare con attenzione la persona da valutare ed è difficile per lui commettere errori.
Antonio Costanza, in grado di gestire il disagio umano, ma non il suo. Capace di far svanire le paure altrui, ma non le sue. Rigido alle regole ma sofferente di crisi d’ansia.
L’uomo che dorme è una riflessione complessa ma irridente sul comportamento di un presunto colpevole, sulla sua capacità di precisione e di simulazione. Quale sarà il suo profilo criminale?
Buona lettura.

Corrado De Rosa, psichiatra salernitano e scrittore rudimentale, ha scritto I medici della camorra (Castelvecchi 2011) ed è tra gli autori di Strozzateci tutti (Aliberti 2010), La giusta parte (Caracò 2011) e Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia (Castelvecchi 2012).

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Dinosaurium – Il grande libro dei dinosauri di Lily Murray e Chris Wormell (Rizzoli 2018) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2018
Dinosarium

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Sono vissuti sulla Terra molto prima dell’arrivo degli esseri umani, che di loro hanno trovato solo le ossa e qualche altra traccia, ma hanno saputo ispirare l’immaginario più forse di tanti animali esistenti, da quando non si era ancora data una spiegazione scientifica della presenza dei loro resti, prima degli studi di Charles Darwin, fino ad oggi: ovviamente si sta parlando dei dinosauri, grandi protagonisti di letteratura, cinema, fumetti, videogiochi, di cui periodicamente si raccontano ancora storie di avvistamenti, come tutto il folklore sul mostro di Loch Ness, che altro non sarebbe che un plesiosauro, un dinosauro marino.
Sui dinosauri sono uscite appunto negli anni varie opere, in vari media, e spesso si è dimenticato però di inquadrarli dal punto di vista realistico e scientifico, raccontando la loro vera esistenza, studiata ormai a fondo dalle tante testimonianze che hanno lasciato, ossa, orme, denti, che hanno riempito i Musei di paleontologia e scienze naturali di mezzo mondo. A raccontare la vita dei dinosauri reali ci pensa un libro illustrato dal formato atlante, Dinosaurium, che esamina ogni lucertolone dell’epoca con caratteristiche e vita, ricordando tra l’altro che non tutti i dinosauri vissero nello stesso periodo.
Nelle intenzioni Dinosaurium, un libro di oggi che ha il fascino dei libri storici sulla natura e anche di quelli magici di Hogwards su cui studiava Harry Potter, si dovrebbe rivolgere ad un pubblico di bambini, ma in realtà come taglio e come raffinatezza della presentazione, oltre che come rigore naturalistico che non cade mai nella noia, è davvero un volume per tutte le età, per tutti i bambini che negli anni si sono appassionati a questi lucertoloni a tratti temibili, simbolo alla fine della caducità della vita sulla Terra, ma anche di onnipotenza, grandezza, forza, fonte di ispirazione per tutte le creature immaginate, draghi in testa.
Un libro interessante quindi per scoprire la verità su una figura saccheggiata dalla fantasia, con icone che vanno da Godzilla ai dinosauri di Jurassic Park, ma che ha avuto una vita forse ancora più interessante nella realtà, in tanti che erano e tanti e tanti anni fa.

Lily Murray è una paleontologa freelance che vive in Galles, in un cottage nel bosco. Ha lavorato come editor prima di dedicarsi alle sue passioni: scrivere, camminare e cercare fossili.

Chris Wormell è un illustratore inglese specializzato in illustrazione scientifica e premiato nel 1991 dalla Fiera del libro di Bologna. Collabora col Victoria & Albert Museum, Natural History Museum of London, The National Trust e il quotidiano The Guardian. Ha vinto numerosi premi.

Source: inviato al recensore dall’editore, si ringrazia Claudia Fachinetti dell’ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’uomo di gesso di C.J. Tudor (Rizzoli 2018)

29 gennaio 2018
L'uomo di gesso

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Trent’anni fa, Il cadavere della ragazza del Valzer. Senza testa.
Sono trascorsi trent’anni. Ed Munster adesso è un uomo, è rimasto a vivere nella stessa cittadina e insegna nella scuola locale. Abita nella bella casa che gli ha lasciato la madre e affitta una stanza a una studentessa vivace da cui è attratto, suo malgrado. Ed sembra essersi lasciato il passato alle spalle, quell’estate del 1986 in cui era un ragazzino e trascorreva giorni interi con i suoi amici. Tra infinite corse in bicicletta, spedizioni nei boschi che circondano la pittoresca e decadente Anderbury e i pomeriggi a scuola, il loro era un tempo sereno: erano una banda, amici per la pelle. E avevano un codice segreto: piccole figure tracciate col gesso colorato, per poter comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi, un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco. Fino al corpo smembrato di una ragazza. Chi sia stato l’artefice di un simile delitto, in questi trent’anni, non si è mai saputo. Sono state percorse innumerevoli piste, tutte finite in vicoli ciechi, tutte rimaste fredde. La verità di cosa sia successo quel giorno nel bosco non è mai emersa. Ma adesso Ed ha ricevuto una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri hanno ricevuto lo stesso messaggio. L’uomo di gesso è tornato.

Esce domani 30 gennaio per Rizzoli un thriller che farà discutere.
Si intitola L’uomo di gesso (The Chalk Man, 2017), è stato scritto da una scrittrice inglese, ex presentatrice tv e dog sitter, C.J. Tudor, con questo romanzo al suo esordio, e tradotto da Sandro Ristori.
Caso internazionale all’ultima fiera di Francoforte, i diritti venduti ai quattro angoli del globo, insomma di libri presentatati così ce ne sono spesso, a volte usando queste letterali parole, ma questo libro è effettivamente diverso dai molti altri che ho letto ultimamente.
Più che per l’efferatezza di alcune scene, è un thriller horror, quindi aspettatevi un po’ di movimento per intenderci, per una sottile inquietudine che traspare da particolari minimi, che solo alla fine, mettendo assieme tutti i tasselli, daranno un quadro di insieme terrificante.
L’excipit è poi di una perfidia terribile, bocca cucita naturalmente, ma fateci caso.
Allora cosa colpisce di questo libro?
Innanzitutto è notevolmente ben scritto e immagino tradotto (anche se il prologo sembra tradotto da un’ altra mano, quindi non fatevi spaventare). Per un’ opera prima è sicuramente singolare.
Il debito verso Stephen King è grande nella misura in cui si parla di ragazzini (una banda di ragazzini questa volta inglesi cresciuti negli anni ’80) che hanno a che fare con la morte. La Tudor è davvero un’attenta osservatrice dei preadolescenti, della loro psicologia, dei loro gusti, dei loro giochi, dell’ importanza che danno all’amicizia, amicizia che inevitabilmente si sgretola e decompone nell’età adulta, ed è capace di ricreare il loro linguaggio, in dialoghi vividi e mai banali.
Questo passaggio è efficacemente dimostrato, più che detto, portando avanti la narrazione in due tempi paralleli che si alternano: il 1986 quando il protagonista è poco più che dodicenne, e il 2016 quando è un professore di inglese quarantenne con una cotta per la sua coinquilina. La narrazione è sempre in prima persona, vediamo sempre la storia dal punto di vista di Ed, prima ragazzino, poi adulto.
Poi è un thriller non solo apparentemente feroce, lo è proprio, la scena dell’aggressione al parco da parte dei bulli è molto cruda e sicuramente rende questo libro diciamo consigliato solo a lettori adulti. Ma di norma tutti i thriller lo sono.
Dirò poco della trama per evitare anche spoiler involontari, ma sicuramente posso elencarvi i personaggi. Innanzitutto la banda formata da Eddie Muster, Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky. E poi i genitori di Ed, il reverendo, padre di Nicky, Chloe, l’inquilina di Ed, l’inquietante signor Halloran, l’uomo di Gesso, e in ultimo ma non meno importante la ragazza del Valzer. Beh un consiglio non affezionatevi troppo ai personaggi, anche se francamente è un po’ impossibile. Concludo con l’ultima strofa di una canzone di Jannacci: Dove si è spenta l’ultima storia dell’ uomo di gesso che sa tutto a memoria. Certo la Tudor magari non l’ha mai sentita, ma trovo che sia perfetta. Buona lettura!

C.J. Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con la famiglia. Dopo aver lasciato la scuola a sedici anni, ha cambiato diversi lavori, è stata reporter, doppiatrice, cameriera, autrice per la radio, presentatrice di un programma televisivo in cui intervistava le più grandi celebrità di Hollywood. Ha iniziato a scrivere questo romanzo ispirata da una scatola di gessetti colorati che un amico aveva regalato a sua figlia per il compleanno. Di sera quei disegni sul vialetto di casa avevano assunto un’aria sinistra. L’uomo di gesso, in uscita in contemporanea negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è il thriller più atteso del 2018.

Source: bozze in anteprima inviate dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’isola che brucia di Emma Piazza (Rizzoli 2018) a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2018
piazza

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Sono viva e dentro di me niente si è rotto, lo sento.
Siamo vivi tutti e due, anche se non ho ancora capito se sia un bene o un male.
Gli punto il fucile contro provando a rimanere calma e lucida, ma il mio cuore mi tradisce e il respiro si fa più agitato.
Intorno a noi, l’oscurità densa della macchia. Il rumore cupo delle onde che si frantumano contro le rocce. Il libeccio si infila dappertutto, come un veleno.

Da non confondere con L’isola che brucia di Gianni Farinetti (premio Selezione Bancarella 1998) L’isola che brucia di Emma Piazza, appena uscito per Rizzoli, è un romanzo dalle venature noir, alquanto singolare e anomalo nel panorama narrativo italiano. Protagonista è Thérèse, la voce narrante principale, che torna in Corsica, isola da cui proviene la famiglia di suo padre, per ricevere dalla nonna una casa in eredità. Casa che per tortuose dinamiche familiari l’anziana donna non vuole giunga al padre di Thérèse, per cui ancora in vita è pronta a donarla alla nipote. Thérèse allettata dal miraggio di una certa indipendenza economica accetta dunque questa scappatoia e firma le carte prima che la situazione precipiti.
Il rapporto conflittuale e irrisolto con il padre, il figlio che aspetta da un compagno assente, il richiamo della sua terra per certi versi ostile e culla di odi, rancori e incomprensioni, anche se per certi versi depositaria di ancestrali schegge di selvaggia bellezza e fascinazione, spostano il baricentro narrativo verso un dramma intimistico che vela di sfumature psicologiche una storia che forse è impreciso definire gialla. Diverse sottotrame parlano di morti strane e tragiche, ma è il personaggio di Thérèse che assorbe tutte le luci, con la sua infelicità, la sua difficoltà di accettare quanto le sta capitando, e non da ultimo il suo talento artistico. L’amicizia con William, suo insegnante a Lisbona di portoghese, seconda voce narrante del romanzo, giunto anche lui sull’isola, si inserisce nella trama quasi come un incastro di giochi di specchi. Anche il rapporto di William con la figlia acquista note dolenti e filtra tutta la narrazione.

Come ho potuto non decifrare il dolore nei suoi occhi? Lo cerco con lo sguardo ma è sparito lontano tra i suoi pensieri. Vorrei abbracciarlo e dirgli quanto mi dispiace, ma rimango paralizzata sulla sedia. Il dolore degli altri mi ha sempre messa a disagio.

L’originalità di questo romanzo credo stia nella ambientazione, una Corsica povera e sferzata dal mare e dal vento, capace di offrire panorami di bellezza inaspettata, come nei personaggi, aspri, duri, anche folli e nello stesso tempo misteriosi. Il registro è piuttosto alto, quasi poetico, o meglio onirico, forse eccessivo in alcuni tratti, bilanciato comunque da una notevole luminosità nello scavo dei personaggi, anche disturbanti come quello di Pascal Chadel che si rivelerà un personaggio importante ai fini della storia e molto più vicino alla protagonista di quanto sembri.

Ho paura.
La paura è la sensazione predominante degli ultimi mesi. Prima quella di perderti. Poi di averti perso. La lenta realizzazione che non eri pronto a impegnarti per costruire un futuro insieme. Poi la paura di prendere io la decisione. Di rimanere nella tua stessa città. Di incontrarti. E poi quella del buio, della solitudine, di non essere in grado, di rimanere bloccata per sempre in questo limbo di tristezza e inadeguatezza.

Tutto il dramma di una donna sola ad affrontare le scelte principali della vita: la maternità, gli errori della vita di coppia, l’indipendenza, l’affermazione artistica. Una donna comunque anche capace di crescere, di evolvere, e in questo l’isola non svolge un ruolo marginale.
Tutto sommato un’ opera prima interessante, e spigolosa, ma tuttavia insolita, di una giovane autrice che possiede una voce spiccatamente personale, anche se ruvida se vogliamo. Per chi ama le faide familiari, i drammi interiori, con dosati colpi di scena affatto ingiustificati.

Emma Piazza è nata a Pavia nel 1988 e vive a Barcellona dove lavora come scout letterario. L’isola che brucia, i cui diritti di traduzione sono già stati venduti in Germania, Francia e Svezia, è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: Seme di strega – Una riscrittura della Tempesta di Margaret Atwood (Rizzoli 2017) a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2017
seme di strega

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Che Margaret Atwood sia la più importante, e significativa, scrittrice canadese della sua generazione, (classe 1939), non è un segreto per nessuno.
Non bisogna essere necessariamente femministe militanti per apprezzare testi come Il racconto dell’ancella o L’altra Grace, forse i suoi libri più famosi, anche tra coloro che non leggono libri e guardano più che altro la tv, per le due trasposizioni televisive di successo.
Margaret Atwood non ha solo il dono di costruire grandi trame dense di coerenza narrativa, ma sonda il suo tempo e l’animo femminile con la stessa grazia.
La sfida di misurarsi con Shakespeare penso l’abbia accolta con divertita curiosità. Non è stata la sola, altri autori contemporanei da Tracy Chevalier, a Jo Nesbo, a Anne Tyler hanno accettato di partecipare all’iniziativa di riscrivere Shakespeare, riadattandolo per le nuove generazioni.
La Hogarth Press ha infatti inaugurato una collana di opere shakespeariane riscritte da autori contemporanei, alcune tradotte in Italia da Rizzoli.
Margaret Atwood ha scelto La Tempesta, e penso in tutta sincerità sia davvero la più adatta al suo stile, alle sue tematiche, al suo concetto del tempo narrativo e psicologico.
Seme di strega, questo è il titolo italiano, è una storia di vendetta, di giustizia, di ricerca di equilibri infranti dall’ arrivismo, dall’ avidità, dalla sete di potere.
Protagonista è un regista teatrale shakespiriano di nome Felix Phillips. Geniale, istrionico, carismatico, con una carriera di successi e gratificazioni, a cui il destino presenta immancabilmente il conto.
Prima la morte della figlia, da cui fatica a riprendersi, poi il tradimento del suo socio in affari Tony, lo portano a perdere tutto e a ritirarsi in una catapecchia in mezzo al nulla. Un eremo dal quale cova la sua inesauribile voglia di vendicarsi di tutti coloro che l’ hanno distrutto.
L’occasione si presenta quando assunto come insegnante di recitazione in un carcere (sotto falso nome) scopre che i sui ex nemici (ora ancora più potenti e riveriti) verranno in visita al carcere per assistere alla sua rappresentazione de La Tempesta. L’ultima opera di Shakespeare che voleva proporre al Makeshiweg Teatre Festival, prima della cacciata, e del pubblico ludibrio.
Riuscirà a ottenere vendetta o meglio farsi giustizia?
E soprattutto cosa ha in mente il terribile Felix?
Il fantasma di sua figlia, che l’ha accompagnato per tutto questo esilio e solo lui può vedere, finalmente troverà pace?
Avere a che fare con attori non professionisti, carcerati, si rivelerà davvero per lui l’esperienza più profonda della sua vita e non solo uno strumento per rimettersi in pari col destino?
A queste e altre domande si troverà puntualmente risposta fino all’immancabile lieto fine che ben si adatta a una storia di riscatto e liberazione.
Niente poteva essere diverso.
Traduzione di Laura Pignatti.
Buona lettura!

Margaret Atwood è autrice di oltre quaranta opere tra romanzi, saggi, raccolte di poesie. È stata cinque volte finalista al Booker Prize, vinto nel 2000 con L’assassino cieco. Le sue opere hanno ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo ed è una delle scrittrici più amate dal pubblico internazionale. Figura ecclettica sul piano artistico, politicamente impegnata soprattutto in seno alle tematiche del femminismo, è considerata tra le scrittrici più importanti in attività ed è stata più volte segnalata per il Premio Nobel per la letteratura.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: Detective in poltrona – Come si diventa Sherlock Holmes di Ransom Riggs (Rizzoli 2017)

20 dicembre 2017
detective in poltrona

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Con un certo ritardo, uscì in America nel 2009, stesso anno dell’uscita di Sherlock Holmes di Guy Ritchie, film tratto dai fumetti di Lionel Wigram con Robert Downey Jr. nel ruolo del celebre investigatore Sherlock Holmes e Jude Law nella parte del dottor Watson, a novembre finalmente Rizzoli ha pubblicato in Italia Detective in poltrona – Come si diventa Sherlock Holmes (The Sherlock Holmes Handbook: Methods and Mysteries of the World’s Greatest Detective, 2009) di Ransom Riggs.
E se collezionate tutte le “memorabilia” legate a Sherlock Holmes, un testo che non dovrebbe mancare nelle vostra libreria del mistero.
Ultimamente sto guardando molti film con Basil Rathbone nel ruolo di Sherlock Holmes, e alcune sono chicche che proprio mi mancavano, per cui sono nello spirito giusto per affrontare questo testo che non è un testo apocrifo con nuove avventure del detective consulente di Baker Street, ma un vero e proprio manuale che ha l’ambizione di soddisfare molte curiosità che nel tempo sono venute un po’ a tutti i fan di sir Arthur Conan Doyle e del suo personaggio: dalle tecniche investigative, (come interrogare un sospettato, come decifrare i messaggi in codice, come analizzare le orme, come individuare una stanza segreta, etc…) alle strategie di sopravvivenza (come camuffarsi, come difendersi, come inscenare la propria morte, etc…), alle strategie di vita (come fiutare un imbroglio, come comportarsi con amici e parenti, come comportasi con le donne, come allevare le api, etc…).
Ransom Riggs, divenuto poi famoso con la trilogia fantasy per ragazzi di Miss Peregrine, al tempo era un blogger e collaborava con mental_floss magazine, decise così di raccogliere gli articoli scritti sui vari blog dedicati a Sherlock in un unico volume e da qui nacque Detective in poltrona – Come si diventa Sherlock Holmes.
L’ ho scoperto leggendo un articolo del Guardian, ciò non toglie che ho trovato il testo godibile e ricco di cose che in tutta sincerità non sapevo, a volte anche solo per pigrizia non collegandole le une alle altre.
Riggs ha uno stile ingegnoso e divertente, e dispensa informazioni senza darti l’idea di farlo, anche con una certa eleganza, facendoti insomma passare ore piacevoli in compagnia di uno dei personaggi più singolari della letteratura del mistero, di cui è difficile non ammirare l’ingegno e la versatilità.
E’ senzaltro rilevabile una certa organicità e coerenza narrativa ammirevole data la vastità degli argomenti trattati, se contenga errori non sono in grado di dirlo, ma sfido gli esperti più ferrati di me di trovarli.
Il testo tradotto da Enrica Budetta è impreziosito dalle illustrazioni di Eugene Smith (sono numerose e molto belle, quasi ne fanno un libro illustrato) e in appendice contiene un breve profilo di sir Arthur Conan Doyle e del suo tempo, un’ antologia di citazioni, e il canone completo di tutte le sue opere.

Ransom Riggs è cresciuto in Florida e oggi vive a Los Angeles con un gatto e la moglie Tahereh Mafi, anche lei scrittrice. È l’autore della trilogia di Miss Peregrine (La casa dei ragazzi speciali, Hollow City, La biblioteca delle anime), bestseller internazionale il cui primo volume ha ispirato Tim Burton per l’omonimo film del 2016. Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Rizzoli.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: L’arte non è faccenda di persone perbene di Lea Vergine, (Rizzoli, 2016) a cura di Lucilla Parisi

30 dicembre 2016
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“L’arte è il magico e il mostruoso insieme”, e quando questo accade l’opera d’arte ti lacera senza che tu riesca, a parole, a spiegare il dolore. “Ci sono immagini che toccano chissà quali nodi del nostro inconscio, per cui ciò che stai guardando ti immobilizza”. E’ ciò che accade con la bellezza, quella bellezza che “può essere un colpo al cuore, un affanno.”
Così Lea Vergine, critica d’arte e autrice di numerosi libri, ci introduce nel suo viaggio attraverso la sua esperienza con la vita e con l’arte, dal suo passato “che non passa” e dove tutto cominciò – al quinto piano di un palazzo (“il grattacielo”) di Napoli situato nell’allora piazza Matteotti, oggi piazza Carità – al fermento culturale dei salotti milanesi, passando attraverso le Gallerie d’Arte romane, come La Tartaruga di via del Babuino o la Galleria Pogliani, solo per citarne alcune.
Era la fine degli anni Cinquanta quando, diciannovenne, lasciò gli studi universitari per scrivere d’arte su riviste e giornali napoletani, cimentandosi in quella che poi diverrà la sua professione di critica, nata dalla passione per l’arte e la scrittura. Dopo Napoli vennero Roma e Milano e, soprattutto, il necessario distacco dalla famiglia.
Lea Vergine ci racconta di un’infanzia complicata, fatta di separazioni e non detti: un pianerottolo divideva la sua casa, in cui viveva con i nonni paterni, dall’appartamento della madre e dei suoi fratelli più piccoli. Un compromesso per salvare le apparenze e le fragilità di un padre, morto giovanissimo, e di una madre incapace di volerla abbastanza e lei, Lea, stretta tra il peso delle aspettative dei nonni e i sentimenti contrastanti per una madre negata: “se l’infanzia è stata dura (ne posso parlare solo da un paio d’anni), l’adolescenza e la gioventù sono state molto peggio. Alla paura si è aggiunto il dolore e non mi riesce neanche adesso raccontarlo.
Nella delicata conversazione con Chiara Gatti che si sviluppa in queste pagine, Lea Vergine tenta di ricucire pensieri ed emozioni legate proprio a quel periodo della vita, rivivendo quelle immagini infantili come presagi carichi di significato. E vivi sono i ricordi di Napoli, come i sentimenti che ancora, la scrittrice, porta con sè: il turbamento alla vista dei colori dell’aurora sulla città, quella che – ventenne – correva ad ammirare, pescando, dal mare; la commozione per il tramonto sui muri delle case, il cui grigio e rosso pompeiano si mescolavano al viola, per compiere il miracolo; la nostalgia per i grandi spazi e l’architettura stratificata da secoli di storia, dominazioni e contaminazioni. E’ impossibile dimenticare l’esperienza di una città colma di tradizioni, profumi, suggestioni e Napoli, dal canto suo, non è una città che dimentica, anzi “è una città dove nessuno dimentica mai niente e dove tutto è successo ieri.
Roma e Milano vennero dopo, con gli incontri importanti e i luoghi di ritrovo, le occasioni di lavoro e gli scambi in un ambiente ricco di spunti e idee:

all’Hotel Continental, una volta alla settimana, Ettore Sottsass e Nanda Pivano tenevano banco. Erano incontri importanti per lo svecchiamento di Milano, perché Nanda arrivava dall’America e raccontava, mentre Ettore chiosava. A casa di Lalla e Gillo Dorfles esisteva l’idea di generosa ospitalità, proprio come a casa di Ottiero Ottieri e Silvana Mauri. […] La casa alternativa, oggi si direbbe, era quella di Achille Mauri, illuminata dalla presenza della moglie Diana, dove conobbi Carmelo Bene. […] Erano tutte case dove si cenava e poi si discuteva per ore, fino a notte. Tutto questo faceva di Milano una città diversa.

E poi il matrimonio con Enzo Mari “una pietra. Indispensabile.”
L’arte è il significato e la scrittura il mezzo: Lea Vergine scrive d’arte e non solo, e lo ha sempre fatto con cura, con la dovuta attenzione ai particolari, ai vezzi e al carattere.

Si scrive col corpo, dalla testa ai piedi. Muovo le mani sulla carta. Il tatto è imprescindibile. Devo sentire la materia della carta, devo sentire l’odore, e devo sentire la matita tra le dita, devo poter piegare il foglio in diversi modi. […] Le parole sono pietre che mi tengono ancorata alla scrivania. Sono particelle di un pensiero che prende forma. […] Butto sulla carta tutto quello che mi passa per la mente. Quando ho finito questo traffico, tra il demente e il demenziale, accendo un’altra sigaretta, prendo una forbice, ritaglio gli appunti, prendo una spillatrice e attacco gli appunti su un foglio. […] Spengo la sigaretta nel posacenere, lascio sul tavolo il testo concluso ed esco a comprare dei fiori. Fiori di stagione.

Non si può fare a meno dell’arte, e se lo si fa sarebbe davvero un peccato: trovarsi di fronte all’ “enigma”, al metafisico, all’inspiegabile è qualcosa per cui vale la pena rischiare la caduta, la lacerazione che spesso l’abbandono alla bellezza può portare.
Ciò che si guarda è il riflesso dell’ignoto che ognuno di noi si porta dentro: l’arte non fa altro che riportare a galla l’arcano e il magnifico insieme. Certo non è per tutti e sicuramente “l’arte non è faccenda di persone perbene.” D’altronde

chi non è intento all’ombra dell’immagine ignora il senso dell’immagine poiché è nell’ombra che l’immagine ristà, celata. L’immagine, come la persona, senza ombra è l’immagine che non ha il doppio. […] E tuttavia l’ombra resta inaccessibile perché noi siamo l’ombra, giacché siamo fondamentalmente quanto ci manca.

Lea Vergine, critica d’arte, è autrice di numerose pubblicazioni tra cui Il corpo come linguaggio / Body Art (1974); Attraverso l’Arte / Prati-ca Politica (1976); L’Arte ritrovata (1982); L’Arte in gioco (1988); Gli ultimi eccentrici (1990); Arte in trincea (1996); Body art e storie simili (2000); Ininterrotti transiti (2001); Parole sull’arte (2008) e La vita, forse l’arte (2014).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il turista, Massimo Carlotto, (Rizzoli, 2016) a cura di Federica Belleri

14 ottobre 2016
tur

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Venezia è gremita di turisti. Percorrono ponti e vicoli, seguono i percorsi scelti appositamente per raggiungere Piazza San Marco e  il Canal Grande. Osservano, scattano foto, salgono su gondole e traghetti. Non sanno però che la città di laguna nasconde un serial killer, uno psicopatico che si mescola alla folla. Studia ogni mossa della vittima prescelta, si apposta e colpisce. È intelligente e curioso. Gode nel carpire i segreti della persona che ha ucciso. Può capitare però che qualcosa non funzioni, che un meccanismo ormai prevedibile si inceppi. In quel preciso istante il suo comportamento si altera e scatta la rabbia, così difficile da controllare. Lui è il Turista.
Un ex commissario di polizia, espulso per corruzione e abbandonato da moglie e figlia, è sempre sottoposto agli sguardi d’accusa di tutti, perché a Venezia conoscere i fatti degli altri non è poi così complicato. Entrerà in contatto con il Turista in modo particolare. Lui è Pietro Sambo.
Venezia diventerà il teatro di una guerra clandestina per scovare ex agenti segreti passati al soldo delle mafie. Gruppi paralleli e occultati alla vista. Fra ristoranti e botteghe artigiane si innescherà un gioco pericoloso. Il Turista è un personaggio cinico e un attore nato, difficile ingannarlo. Manipola a sua personale scelta chiunque si trovi di fronte. Utilizza ogni mezzo per ottenere ciò che desidera. Ha una faccia per ogni occasione.
Il vicequestore si attiva e tiene a bada i giornalisti con la solita storiella, ma si augura di uscire presto da questa vicenda. Nessuno viene risparmiato, anche gli innocenti diventano vittime da sacrificare per poter catturare il killer. Il rispetto viene raso al suolo. Una testa taglia l’altra, basta arrivare al dunque.
Il Turista. Una spirale di minacce, doppiogioco, violenza e frustrazione. Un assassino che segna nel profondo le persone che gli stanno attorno, abbandonandole poi a se stesse come palloncini bucati. Un killer che ha bisogno di uccidere e di essere notato, per sentirsi importante. Thriller dal ritmo fluido e costante. Una storia marcia e subdola, ambientata in una delle città più affascinanti del mondo.
Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto (Padova 1956) è uno dei più affermati autori italiani di noir. Ha esordito nel 1994 con Il fuggiasco, cui sono seguiti, tra gli altri, Le irregolari, Arrivederci amore ciao, L’oscura immensità della morte e la serie che ha per protagonista Marco Buratti detto “l’Alligatore”. È autore anche di testi per la radio e il teatro, di saggi, graphic novel, racconti, sceneggiature per il cinema e la tv.

Source: Acquisto personale.

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:: Un’ intervista con Enrico Pandiani, a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016

indexBentornato Enrico sul nostro blog. E’ uscito da poco un nuovo libro de Les italiens, di nuovo per Rizzoli, dal titolo Una pistola come la tua. Non sei proprio stanco di Mordenti?

Buongiorno Giulia, come si fa a essere stanchi di Mordenti? Per me, ormai, è come un fratello. Insieme ne abbiamo passate tante e ci siamo divertiti. Siamo caracollati su e giù per la Francia, abbiamo gironzolato per Parigi, in pratica mi ha aiutato a realizzare un po’ di sogni che avevo da parte e a togliermi qualche sassolino dalle scarpe. Anche se tenta sempre di mettermi in difficoltà, lasciandomi di fronte a imprevisti che poi mi toccherà affrontare, lui, e di conseguenza i suoi colleghi, sono legati a me a filo doppio. La scommessa è quella di resistere, di continuare a divertire i lettori senza perdere colpi e senza annoiare.

Dicci tutto di Nicolas Winding Refn, hai visto il suo nuovo film? Pensi ti chiamerà a scrivere la sceneggiatura della serie tv? Non è che poi scappi a Hollywood?

Quando Fulvio Lucisano mi ha invitato a Roma per conoscermi, mi ha detto che era loro intenzione domandare a Winding Refn di girare i primi due episodi della serie televisiva su Les italiens che intendevano produrre. Io non credevo alle mie orecchie, perché non ti capita tutti i giorni che qualcuno ti dica che vuole fare una serie dai tuoi romanzi, ma ancora meno che ti dicano che la vogliono far girare a uno dei registi più famosi del mondo. Ho visto Drive, certamente, un film che mi è piaciuto molto perché al di là della violenza estrema, aveva una bella storia di relazioni umane, molto sentimentale. Dai primi contatti, e dopo aver letto il pitch, Refn ha deciso di produrre la serie al cinquanta per cento con la Space Rocket Nation, la sua casa di produzione, e di diventarne lo showrunner. Questo è straordinario perché, se davvero il progetto dovesse andare in porto, sono certo che sarebbe un lavoro eccezionale. Non so se avrò qualche ruolo nella sceneggiatura. Certo, imparare da dei professionisti non mi dispiacerebbe.

Forse avrei preferito Olivier Marchal, in un certo senso una scelta come dire più ovvia, cosa pensi privilegerà invece Nicolas Winding Refn, non hai un po’ paura?

Marchal non mi dispiace, anche se l’atmosfera dei suoi film non mi fa impazzire. È troppo legata alla figura del poliziotto depresso, alcolista, che ce l’ha con tutto il mondo e al quale Mordenti, che è proprio il contrario, dedica una frase ironica nel nuovo romanzo. Penso che Refn ci darebbe dentro con la violenza, ma sono certo che saprebbe conservare quel coté ironico e l’umorismo senza i quali i miei personaggi perdono buona parte del loro carattere.

Come stai vivendo questa esperienza dell’autore famoso? Tua moglie che dice?

Il giorno che diventerò un autore famoso te lo saprò dire. Per ora sono soltanto uno dei tanti scrittori di genere che fanno i salti mortali per vendere qualche copia in più dei loro libri e per farsi conoscere dal pubblico dei lettori. Quelli famosi sono ben altri. Mia moglie, per l’appunto, dice che non sarebbe male se vendessi qualche copia in più e se portassi a casa la pagnotta. Al mio livello, si conta molto sul passaparola di coloro ai quali sono piaciuti i romanzi e sul fatto che i librai apprezzino il tuo lavoro e ti facciano scoprire ai loro clienti. Il libraio è la figura chiave.

Che tipo di accoglienza hai ricevuto in Francia? E’ vero, come dicono, che il noir italiano è da loro molto apprezzato?

In Francia l’accoglienza è stata buona. Lì vai a sgrugnarti con la storia del noir e, soprattutto, con quelli che sono i miei mostri sacri. Il mio editore francese dice che gli piacciono i miei romanzi perché c’è molta ironia e si ride, cosa che oggi succede raramente, nel noir d’oltralpe. All’inizio del 2017 uscirà in Francia Lezioni di Tenebra, il terzo romanzo di Mordenti. Spero che sarà accompagnato dalla notizia che la serie si farà sul serio. Quello potrebbe davvero cambiare le cose.

Hai ancora tempo per leggere? Quali sono le tue letture in questo momento, e se c’è facci qualche nome di giovani promesse.

In questo momento sto leggendo molto, ma pochissimi romanzi di genere. Ho letto Marías, Amis, Franzen, Dumas, Giono, Wilder, Tonani, molto Cercas, la Murgia, la Sagan, la Despentes. Per quanto riguarda il noir, invece, tre autori interessanti che mi è capitato di leggere sono Darien Levani, che per Spartaco edizioni ha scritto un bel romanzo, Toringrad, Antonio Mesisca che per Scrittura e Scritture ha pubblicato Nero Dostoevskij e Stefano Trinchero che è uscito con La coppia infedele per i tipi di 66th&2nd. Io trovo che il panorama noir italiano sia bello vivo e interessante, con romanzi che raccontano molto bene i problemi e le contraddizioni della nostra società.

Un uccellino mi ha detto che l’altro giorno eri a Chieri a una presentazione. Come è andata? Ti diverti a presentare i tuoi libri in sale gremite di gente, o sei un timido? L’episodio più bizzarro successo durante una presentazione.

Le sale “gremite” di gente sono una rarità, però qualche volta ancora succede. A Chieri è successo e la presentazione è andata molto bene, grazie anche a Carlo De Filippis, l’autore de Le molliche del commissario, che mi ha messo sotto con grande humour e simpatia. Fare le presentazioni è un’attività che mi diverte molto. Ti dà la possibilità di conoscere i tuoi lettori e di conquistarne di nuovi e ti permette di viaggiare. Quando capita che ci sia poco pubblico non me la prendo, in linea di massima la colpa è solo mia e della mia piccola fama. Quelle persone sono venute ad ascoltare me e quindi si meritano tutto il mio rispetto. In genere, quando capita, ci si siede attorno a un tavolo, si apre una bottiglia di vino e si fa una bella chiacchierata. L’episodio più bizzarro mi è successo qualche tempo fa; dovevo presentare Simone Sarasso, appena uscito con il suo romanzo sulla storia della mafia americana e ho portato con me un mitragliatore Thompson, quello con la ruota che si vede nei film di gangsters. Era finto, ma la gente che passava fuori dalla libreria non lo sapeva e vedere le loro facce è stato divertente. Una signora è entrata in libreria, ha visto Simone con il mitra ed è uscita come se niente fosse, ma molto alla svelta.

Come procede Torinoir, mi è giunta voce che l’altro giorno uno di voi si è sposato. Avrete ancora il tempo di riunirvi nelle piole a tirar tardi?

Torinoir è sempre viva e vegeta e i soci non disdegnano il ritrovarsi a chiacchierare bevendo vino e mangiando le torte di Patrizia Durante, la sola donna del gruppo e, di conseguenza, la testa pensante. Abbiamo in corso diversi progetti e nelle prossime settimane se ne vedranno delle belle.

Parliamo di scrittura. Come si fa a far vivere a lungo un personaggio seriale? Quali sono gli errori da non commettere e i piccoli segreti da non divulgare?

I piccoli segreti da non divulgare non te li dico, così non li divulghiamo. Penso che ogni autore abbia un suo modo di gestire un personaggio seriale. Per prima cosa devi decidere se invecchia; io ho già un piede nella fossa e se faccio invecchiare Mordenti, nel giro di qualche anno finiamo entrambi in seggiola a rotelle e addio indagini. Quindi ho deciso che lui invecchia al contrario dei cani: un anno ogni sette. Questo significa che deve cambiare utilizando altri parametri. Ogni romanzo ci svela qualcosa di sé che prima non si sapeva, o qualche lato del suo carattere. Man mano che si va avanti i protagonisti si raccontano al lettore, si svelano, coltivano un’intimità con lui sempre più stretta. Penso che sia questo il vero segreto, fare in modo che la curiosità non sia mai del tutto soddisfatta.

Si ride nei tuoi noir. Perché questa scelta?  È la lezione di Dard?

Senza dubbio e a mia insaputa, Frédéric Dard, con il suo San-Antonio, è stato molto importante nella mia formazione e mi ha immensamente divertito. Ancora continua a farlo. Mi ha svelato l’importanza dell’ironia, anche l’auto-ironia, e dell’umorismo nel romanzo di genere. Tutti i grandi che hanno utilizzato questi due ingredienti mi sono piaciuti più di quelli che si prendevano troppo sul serio. Ironia e umorismo aiutano a stemperare la violenza, possono rendere paradossale una scena che viceversa sarebbe banale, senza però farla diventare inverosimile. Io non posso farne a meno, forse è dovuto al fatto che trovo che per sopravvivere nel mondo di oggi c’è bisogno di tanta ironia e di una buona dose di humour. Altrimenti, ti butti dalla finestra.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore, con un discreto talento, che non sa che pesci pigliare e non ha amici nell’ambiente. L’autopubblicazione è una strada, o la sconsigli?

Gli consiglierei di aprire un ristorante e di dimenticarsi la scrittura. Tanto, nessuno ti dà retta.

Leggi anche ebook, o solo libri di carta e inchiostro?

Leggo essenzialmente volumi di carta. E “volumi” non è una parola usata a casaccio, perché si fa in fretta a riempire una casa. Però non posso farne a meno. Non ho un lettore Kindle o similare e non ho sostanzialmente nulla contro l’ebook. Io li leggo sul telefono e sono in genere romanzi in lingua originale, francese e inglese. In questo modo faccio prima a trovarli e me li leggo quando sono in coda alle poste o dal dentista.

Pensi che il digitale abbia costretto a chiudere molte librerie o i problemi sono altrove?

No, credo che il digitale c’entri poco. Cosa mette in ginocchio i miei amici librai è il fatto che in questo paese il settanta per cento della gente non legge un solo libro all’anno. E poi ci sono i giganti come Amazon e simili, che penso portino via la fetta più grossa di venduto. Quello che è certo, è che in questo paese non esiste uno straccio di politica che vada incontro ai librai, né da parte del governo, né da parte dell’editoria. Vedere le librerie che chiudono è una sensazione molto dolorosa, appena appena ripagata dal vederne ogni tanto qualcuna che apre. Quelli sì che sono dei pazzi, ma coraggiosi.

In un’ intervista ho letto che hai molto imparato da un libro autobiografico di una donna che è stata a capo del Quai des Orfèvres, mi piacerebbe saperne di più.

Dici il giusto, donna bianca. In effetti, anni fa la mia amica e mia traduttrice in francese, Catherine, mi ha regalato l’autobiografia di Martine Monteil, la prima donna commissario francese. Madame Monteil ha fatto carriera all’interno della polizia giudiziaria. Era bella come un’attrice, un tipo tosto, a occhio e croce. Lei ha diretto tutte le brigate della PJ, comprese la brigata per la repressione del banditismo e la celebre Crim’, la brigata criminale. Ha seguito casi molto importanti, come quello delle bombe sul metrò a Parigi, l’arresto di Françoise Sagan, e il suicidio di Jean Seberg, che le ultime settimane di vita passava spesso al Quai des Orfèvres. Era Martine Monteil che comandava la brigata criminale durante l’indagine più difficile e delicata, la morte di Lady Diana nel tunnel dell’Alma. Madame è poi diventata prefetto e, una volta in pensione, ha scritto la sua autobiografia che è una vera fonte enciclopedica di termini, tecniche e luoghi. Merci Martine!

E adesso parlaci di cosa stai scrivendo. Zara tornerà presto?

Al momento sto scrivendo un romanzo a sé stante, un noir che si svolge a Torino e il cui personaggio non è un poliziotto, o, per lo meno, non lo è più. Mi piace come sta venendo ma ci devo sputar sangue. Nel frattempo sto cercando di mettere insieme un nuovo romanzo di Zara e, per ovvi motivi, uno di Mordenti. Estote parati

E adesso un saluto, e ricordati che mi devi un autografo, dopo Refn quando ti piglio più.

Un saluto a te e un abbraccio forte. E non ti preoccupare, dovesse esserci un dopo Refn, mi ripigli esattamente come prima. Son troppo vecchio per metttermi a fare il prezioso.

:: Una pistola come la tua, Enrico Pandiani, (Rizzoli, 2016)

9 giugno 2016
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Nuova indagine per Les italiens, fortunata serie che sta facendo conoscere nel mondo il nostro torinesissimo Enrico Pandiani. E’ certa la notizia che Nicolas Winding Refn girerà una serie televisiva (per lo meno il primo episodio) ambientata a Parigi, tratta dal primo romanzo della serie. E anche i nostri cugini d’Oltralpe, di solito molto diffidenti e campanilisti, sembrano aver gradito i suoi noir venati di umorismo alla Frédéric Dard. Insomma è un bel periodo per Pandiani, che certo non si sarebbe mai immaginato sette anni fa, quando usci Les italiens per un piccolo editore torinese, tutto ciò. Lui no ma i lettori in un certo senso se ne sono accorti eccome che erano storie diverse dal solito, storie che sarebbero andate lontano. Per Rizzoli dunque è uscito in libreria Una pistola come la tua, quinto romanzo della serie, una storia amara, divertente, politicamente scorretta nel più puro stile Pandiani (forse è l’unico che usa ancora la parola negro in un suo romanzo). Una storia che ci porta a scorrazzare per Parigi, di locale in locale, dietro a un delinquente di mezza tacca, che ci fa trovare una testa di donna sul tavolo dell’ingresso di un appartamento di lusso. Una storia di inseguimenti, gente che salta dai tetti, sparatorie, con un pizzico di violenza in più, sempre stemperata da un disincantato umorismo, una dissacrante ironia che non rassicura del tutto, ma ci fa prendere le cose non troppo sul serio, non troppo lugubremente insomma. Avete presente quei noir torbidi e deprimenti, con una cappa nera che grava inesorabile. Beh i noir di Pandiani non sono così, anche nei momenti più drammatici una battuta, una freddura, un’ arguzia scolora il tutto, senza però scadere nella macchietta o nella pochade. C’è sempre un retrogusto amaro, molto francese, una morale di fondo, forse un po’ manichea, che pone i cattivi da un lato, senza speranza, senza possibilità di redenzione. E poi intrighi, politici corrotti, fusti in fondo al lago, maneggi da alte sfere, figli illegittimi, ragazze in difficoltà. Pandiani ama complicare le cose, non gli piacciono le storie lineari dove da a si va a b, ci son sempre sottotrame che portano altrove, e questa volta in 400 pagine ne ha trovato di spazio per far carambolare il lettore dietro ai suoi personaggi. Si mangia sempre choucroute, piatto alsaziano a base di carne di maiale e crauti (mi sono informata, se volete ho anche la ricetta), la squadra cambia ma i personaggi storici resistono incrollabili, e se Mordenti fa cancellare una multa alla nipote di Madame Kaganovitch, prostituta d’alto bordo sua amica, da Roger Bollani, un rimbambito che lavora alla stradale, promettendogli un appuntamento con Liz Hurley, noi che facciamo, non lo perdoniamo? Mordenti, malgrado tutto si trova la patacca dell’eroe, del cavaliere bianco dalla splendente armatura pronto a tutto quando c’è una donzella in difficoltà. Va beh un cavaliere un po’ recalcitrante, ma Mordenti è Mordenti. Prendere o lasciare. E poi ha anche un capo piuttosto ingombrante di cui tenere conto, una capo che in questa indagine sarà coinvolto molto da vicino. Buona lettura.

Enrico Pandiani (Torino, 1956) ha esordito nel 2009 con Les Italiens, primo romanzo di una serie poliziesca che diventerà presto anche serie tv, con una coproduzione internazionale. Nel catalogo Bur sono disponibili Pessime scuse per un massacro, La donna di troppo e Più sporco della neve.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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:: Due chiacchiere con Jeffery Deaver, a cura di Elena Romanello

30 Maggio 2016

deverJeffery Deaver, uno dei maestri del thriller, è stato in Italia, al Salone del libro di Torino a presentare il suo ultimo romanzo Il bacio d’acciaio e Verona dove è stato insignito del premio letterario Ilcorsaronero.
A Torino il suo incontro è stato molto affollato, da un pubblico di tutte le età, che da anni segue le avventure di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, in Il bacio d’acciaio impegnati in una nuova indagine che li riavvicina dopo un periodo in cui ognuno è andato per la sua strada.
Lincoln Rhyme è un eroe anomalo, un poliziotto geniale e disabile, che usa come arma non la forza fisica ma il suo cervello: Tutti abbiamo visto i film d’azione, con attori come Tom Cruise che affrontano lotte corpo a corpo con l’antagonista di turno, riuscendo poi ad uscirne con un colpo segreto di kickboxing o un’arma che esce al momento giusto. Ma io volevo fin dall’inizio fare qualcosa di nuovo, proporre un altro tipo di personaggio e stupire i miei lettori, perché credo che questo sia il nostro compito di autori, ha ricordato Jeffery Deaver di fronte ai suoi fan a Torino.
Non si può dire che non ci sia riuscito, e la sua forza è stata anche quella di parlare del dolore in una storia d’intrattenimento, oltre a quello di non mettere mai nel suo libro scene gratuite di violenza e di sangue. Il mio modello non è uno scrittore ma un regista, e cioè Alfred Hitchcock, che non metteva mai scene crude nei suoi film ma puntava tutto sulla suspense. Ritengo che comunque i miei libri possano essere letti in tanti modi, io parlo di dolore ma alla fine c’è anche speranza nelle mie storie, ha continuato Jeffery.
Stavolta Lincoln e Amelia, con l’aiuto di Juliet, la nuova protetta di lui che condivide anche lei una condizione di disabilità, devono investigare su un serial killer che sabota oggetti di uso quotidiano per uccidere le persone, con qualche richiamo, come ha fatto notare a Torino Donato Carrisi, che era insieme a Deaver all’incontro, alla vicenda italiana di Unabomber. L’idea per questo mio romanzo risale a mie esperienze di anni fa, quando facevo l’avvocato e mi occupavo di cause e responsabilità delle aziende produttrici, con di fronte i movimenti dei consumatori, ha ricordato Jeffery, che presenta nelle pagine del suo libro una caccia all’uomo cieca, verso un attentatore che non si capisce se sia in lotta contro il consumismo o se abbia altri moventi.
Su una cosa Deaver è certo: non ucciderà mai Lincoln e Amelia: Non sono George R.R. Martin con le sue morti improvvise, magari posso pensare di eliminare il personaggio secondario e carino che di colpo diventa importante ma loro due ci saranno sempre.
Jeffery Deaver è autore di trentanove romanzi e sessanta racconti e ha le idee chiare sulla scrittura e su cosa sono gli artisti: Io penso che ci sarà sempre che scrive storie e ci saranno sempre libri. Rembrandt, Mozart e Shakespeare sono stati all’epoca degli artisti che lavoravano su commissione, faticando per rispettare le scadenze, ma non per questo le loro opere sono brutte e scadenti, anzi. Vorrei anche citare qualcuno di più recente per quello che ha creato, l’amico Giorgio Faletti, che non posso non ricordare venendo qui a Torino.
Insomma, Jeffery Deaver è uno di quegli autori che sa coinvolgere e emozionare, non solo nei suoi libri ma anche di persona.