Posts Tagged ‘Narrativa letteraria’

:: Mi manca il Novecento – Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi a cura di Nicola Vacca

3 gennaio 2018

Sostiene Pereira

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi è uno di quei romanzi che difficilmente dimenticheremo.
Il suo autore ne parla come di un libro esistenziale, incentrato su una presa di coscienza individuale. Questo non toglie, sempre secondo Tabucchi, che sia anche un libro politico, la cui lettura è stata influenzata dal momento storico in cui è stato pubblicato.
Nel riprenderlo oggi tra le mani, ci rendiamo conto che le bellissime pagine di Tabucchi parlano anche ai nostri tempi difficili in cui assistiamo alla morte della politica, delle idee e di ogni cosa che ha a che fare con la coscienza.
Sostiene Pereira è un grande romanzo civile che racconto appunto la presa di coscienza e il risveglio nell’estate calda di Lisbona nel 1938 di Pereira, una persona mite che di professione fa il giornalista e dirige la pagina culturale di un quotidiano allineato al regime.
Le giornate di Pereira trascorrono tranquille tra i pomeriggi vuoti in redazione e le chiacchierate domestiche con il ritratto della moglie defunta.
Ma la sua esistenza cambia quando si imbatte in Monteiro Rossi, un giovane che Pereira stesso assume per redigere necrologi di scrittori famosi.
Inizia per il mite Pereira un periodo di forti conflitti interiori e l’amicizia con il giovane giornalista mette in discussione il suo modello di esistenza.
Il giovane è un oppositore del regime di Salazar e l’anziano giornalista si sente all’inizio turbato dalle sue idee. Quando poi sarà direttamente coinvolto da Monteiro Rossi in vicende che hanno a che fare con la lotta al dittatore portoghese, Pereira avrà un forte sussulto di coscienza e si mostrerà sensibile alle idee di libertà e democrazia, abbracciando alla fine la causa di coloro che vogliono riportare la libertà e la democrazia in Portogallo.
Tabucchi racconta il risveglio di coscienza di un uomo e di un giornalista che decide di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di lottare con la sua penna contro l’appiattimento delle coscienze imposto dalla dittatura.
Con Sostiene Pereira Antonio Tabucchi ci dice che è arrivato il tempo in cui dobbiamo chiedere anche alla letteratura di dire la verità.
Ancora oggi questo meraviglioso libro destinato a durare nel tempo urla al mondo, dilaniato dalla prepotenza, dalla violenza e dagli abusi, la sua drammatica attualità: oggi c’è bisogno di intellettuali, di scrittori e di uomini che abbiano il coraggio di offrire la propria «irresponsabilità» al potere o la propria «responsabilità a tutti», come giustamente scriveva Leonardo Sciascia.

Antonio Tabucchi – Scrittore italiano (Pisa 1943 – Lisbona 2012); prof. di letteratura portoghese nell’univ. di Siena. Nel suo primo romanzo Piazza d’Italia (1975), presentato come “favola popolare”, ha coniugato una scanzonata inventiva con un’appassionata ispirazione civile. Ha poi pubblicato volumi di racconti (Il gioco del rovescio, 1981; Piccoli equivoci senza importanza, 1985; L’angelo nero, 1991) e romanzi (Notturno indiano, 1984; Il filo dell’orizzonte, 1986; Requiem, scritto in portoghese, 1991, trad. it. 1992; Sostiene Pereira, 1994; La testa perduta di Damasceno Monteiro, 1997) nei quali è riuscito a condensare sempre meglio storia e fantasia in una sigla inconfondibile di nitore costruttivo e finezza intellettuale. Per il teatro ha scritto I dialoghi mancati (1988). Ha curato un’antologia dell’opera di F. Pessoa (Una sola moltitudine, 2 voll., 197984), autore al quale ha dedicato gran parte della propria attività di studioso. Tra le opere successive si ricordano: Gli zingari e il Rinascimento (1999); Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (2001); Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (2003); Tristano muore. Una vita (2004); Racconti (2005); L’oca al passo (2006); Il tempo invecchia in fretta (2009); Viaggi e altri viaggi (2010); Racconti con figure (2011). Postumi sono stati pubblicati: il volume Una giornata con Tabucchi (2012), che raccoglie tra gli altri i testi di D. Maraini, U. Riccarelli e P. Di Paolo in ricordo dello scrittore; entrambi nel 2013, Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema, raccolta di scritti cui T. lavorava al momento della morte, e il romanzo inedito Per Isabel. Un mandala; L’automobile, la nostalgia e l’infinito (2015), raccolta delle conferenze tenute da T. a Parigi nel 1994 su aspetti fondamentali e inediti della poetica pessoana; l’inedito saggio breve La fine del mito (2016), scritto nel 2011 su ispirazione di un quadro della pittrice portoghese G. Morais. (Enciclopedia Treccani online).

Source: libro del recensore.

:: Seme di strega – Una riscrittura della Tempesta di Margaret Atwood (Rizzoli 2017) a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2017
seme di strega

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Che Margaret Atwood sia la più importante, e significativa, scrittrice canadese della sua generazione, (classe 1939), non è un segreto per nessuno.
Non bisogna essere necessariamente femministe militanti per apprezzare testi come Il racconto dell’ancella o L’altra Grace, forse i suoi libri più famosi, anche tra coloro che non leggono libri e guardano più che altro la tv, per le due trasposizioni televisive di successo.
Margaret Atwood non ha solo il dono di costruire grandi trame dense di coerenza narrativa, ma sonda il suo tempo e l’animo femminile con la stessa grazia.
La sfida di misurarsi con Shakespeare penso l’abbia accolta con divertita curiosità. Non è stata la sola, altri autori contemporanei da Tracy Chevalier, a Jo Nesbo, a Anne Tyler hanno accettato di partecipare all’iniziativa di riscrivere Shakespeare, riadattandolo per le nuove generazioni.
La Hogarth Press ha infatti inaugurato una collana di opere shakespeariane riscritte da autori contemporanei, alcune tradotte in Italia da Rizzoli.
Margaret Atwood ha scelto La Tempesta, e penso in tutta sincerità sia davvero la più adatta al suo stile, alle sue tematiche, al suo concetto del tempo narrativo e psicologico.
Seme di strega, questo è il titolo italiano, è una storia di vendetta, di giustizia, di ricerca di equilibri infranti dall’ arrivismo, dall’ avidità, dalla sete di potere.
Protagonista è un regista teatrale shakespiriano di nome Felix Phillips. Geniale, istrionico, carismatico, con una carriera di successi e gratificazioni, a cui il destino presenta immancabilmente il conto.
Prima la morte della figlia, da cui fatica a riprendersi, poi il tradimento del suo socio in affari Tony, lo portano a perdere tutto e a ritirarsi in una catapecchia in mezzo al nulla. Un eremo dal quale cova la sua inesauribile voglia di vendicarsi di tutti coloro che l’ hanno distrutto.
L’occasione si presenta quando assunto come insegnante di recitazione in un carcere (sotto falso nome) scopre che i sui ex nemici (ora ancora più potenti e riveriti) verranno in visita al carcere per assistere alla sua rappresentazione de La Tempesta. L’ultima opera di Shakespeare che voleva proporre al Makeshiweg Teatre Festival, prima della cacciata, e del pubblico ludibrio.
Riuscirà a ottenere vendetta o meglio farsi giustizia?
E soprattutto cosa ha in mente il terribile Felix?
Il fantasma di sua figlia, che l’ha accompagnato per tutto questo esilio e solo lui può vedere, finalmente troverà pace?
Avere a che fare con attori non professionisti, carcerati, si rivelerà davvero per lui l’esperienza più profonda della sua vita e non solo uno strumento per rimettersi in pari col destino?
A queste e altre domande si troverà puntualmente risposta fino all’immancabile lieto fine che ben si adatta a una storia di riscatto e liberazione.
Niente poteva essere diverso.
Traduzione di Laura Pignatti.
Buona lettura!

Margaret Atwood è autrice di oltre quaranta opere tra romanzi, saggi, raccolte di poesie. È stata cinque volte finalista al Booker Prize, vinto nel 2000 con L’assassino cieco. Le sue opere hanno ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo ed è una delle scrittrici più amate dal pubblico internazionale. Figura ecclettica sul piano artistico, politicamente impegnata soprattutto in seno alle tematiche del femminismo, è considerata tra le scrittrici più importanti in attività ed è stata più volte segnalata per il Premio Nobel per la letteratura.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: È stato breve il nostro lungo viaggio di Elena Mearini (Cairo editore 2017) a cura di Viviana Filippini

22 dicembre 2017
È stato breve il nostro lungo viaggio

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Cesare Forti è il protagonista di “È stato breve il nostro lungo viaggio” di Elena Mearini, pubblicato da Cairo. Il protagonista, che ha il nome come gli imperatori romani, ha cinquant’anni e una vita perfetta, dove lui possiede tutto il meglio possibile che si possa immaginare. Non a caso, ha una moglie bella e affascinante (Margherita) e una figlia che i due adorano e coccolano (Maya). Non solo, perché Cesare, sempre a zonzo con la sua sfavillante Bentley, è un asso nel suo lavoro, e tutti lo adorano come se fosse una divinità alla quale dare massimo rispetto e devozione. Cesare è per tutti il ritratto della perfezione e dell’uomo che, come recitava una vecchia pubblicità, “non deve chiedere mai”. Peccato che sotto la superficie di inattaccabilità, della perfezione imposta per volontà altrui e non propria, Cesare Forti, non è così forte come tutti lo credono. A far crollare l’uomo tutto d’un pezzo ci penseranno una affasciante ragazza (Alma), che gli farà perdere completamente la testa trascinandolo in un gioco di bugie e sotterfugi che mai prima di quel momento fatidico, Cesare aveva sciorinato alla moglie. Accanto a lei arriveranno un ragazzo dall’assurdo ciuffo biondo, altri personaggi, e una morte inaspettata, seguita da un mirato ricatto. Tutto questo obbligherà Cesare a fare i conti con la realtà concreta dei fatti e con quel mondo dove lui ha sempre vissuto, ma al quale non ha mai sentito di appartenere per davvero. Il libro della Mearini, inserito nella cinquina dei finalisti dell’edizione 2017 del Premio Scerbanenco 2017, potrebbe sembrare un noir, però allo stesso tempo è un romanzo profondamente piscologico attraverso il quale la scrittrice ci racconta il processo di presa di coscienza di sé di un uomo – Cesare Forti- che solo in questa fase di cambiamenti comincerà a vedersi per come lui è davvero. Tolta la maschera delle regole imposte dal padre, il protagonista comprenderà di essere stato un figlio cresciuto senza la minima briciola di amore, messo in un mondo di bugie e falsità, utilizzate per creare agli occhi altrui l’immagine della famiglia perfetta. Cesare si renderà conto di essere insoddisfatto della vita che ha fatto, perché ha sempre agito per essere come lo volevano gli altri. Un vivere che lo ha portato ad essere un individuo non pienamente maturo, un marito traditore e un padre imperfetto. Dolore, sofferenza fisica ed emotiva, viaggio introspettivo e confronto con la morte –vera e simbolica- sono gli elementi presenti nel romanzo della Mearini e del processo di decostruzione del falso io al quale il protagonista si sottoporrà per comprendere davvero chi è e cosa vuole dalla vita. “È stato breve il nostro lungo viaggio” di Elena Mearini è la storia di un uomo che solo da adulto avrà, perché saranno gli eventi della vita a permetterglielo e imporglielo, il coraggio di guardarsi e di analizzare il proprio vissuto per comprendere, non solo di aver agito sempre nel rispetto delle regole imposte da altri, ma di essere un individuo i cui reali bisogni come quello essere amato, guardato, ascoltato per ciò che era ed è, non sono mai stati presi in considerazione da nessuno.

Elena Mearini si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo Trecentosessanta gradi di rabbia, (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio Speciale UNICAM – Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editore) e firma due raccolte di poesie: “Dilemma di una bottiglia” (Forme Libere editore) e “Per silenzio e voce” (Marco Saya editore). Nel 2016 esce “Bianca da morire” (Cairo Editore).

Source: inviato al recensore. Grazie ad Anna Maria Riva, addetto stampa.

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:: La rilegatrice di storie perdute di Cristina Caboni (Garzanti 2017) a cura di Valeria Gatti

18 dicembre 2017
La rilegatrice di storie perdute

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L’amore è di chi osa, lo sapevi?”

Il 25 Novembre si è celebrata la giornata nazionale contro la violenza maschile sulle donne, e in tutta Italia, si sono svolte iniziative e manifestazioni che hanno reso, una volta tanto, il paese davvero unito. Da nord a sud, un coro solido e concreto ha urlato la sua rabbia, ha chiesto di interrompere qualsiasi forma di violenza, ha promesso aiuti reali a chi denuncia e vuole ricominciare ad amare. I dati Istat parlano chiaro: sono due milioni le donne che hanno subito violenza domestica da parte del partner e ben cinque milioni quelle che hanno subito violenze al di fuori della propria abitazione. Ma, ancora più allarmante, è il dato che viene rilevato in termini di denuncia degli abusi subiti : solo 10 % delle donne trova il coraggio di parlarne. Non è questa la sede più opportuna per cercare risposte, condannare e/o analizzare un argomento così delicato e inquietante ma, se è vero che i libri “possiedono qualcosa di speciale” l’ultimo lavoro di Cristina Caboni, edito da Garzanti, potrebbe essere un ottimo spunto per una sana riflessione.
Nella copertina, sotto al titolo “ La rilegatrice di storie perdute” e alla fotografia di una giovane donna di rosso vestita che tiene un volume tra le mani, la frase “ Il coraggio può nascondersi tra le pagine di un libro” ci invita a proseguire nella riflessione poc’anzi descritta. Sono d’accordo, qualche volta non servono grandi esempi o notevoli cambi di direzioni per aprirci gli occhi su quanto sbagliata sia la nostra vita. E’ sufficiente un segnale, anche semplice. Basta un libro, una frase, uno sguardo, perché il cambiamento è già avvenuto, solo che noi non lo sappiamo ancora.
Sofia sa bene cosa significa vivere una vita povera di stimoli, priva di fiducia e di amore, ma ricca di perdite e violenze psicologiche. Conosce il significato della parola coraggio, lo ha letto nei molti libri sui quali ha messo le mani, in quelle pagine che lei stessa ha rilegato e restaurato. Ma oggi è lì, in ascolto del suo sconforto, in attesa e troppo stanca per prendere una decisione definitiva. E quando il destino le spinge tra le mani un libro di uno sei suoi scrittori preferiti si accorge subito che quello è il segnale, il campanello che la sveglia, la valanga che spazza via il suo torpore e che la obbliga a guardarsi dentro. È Clarice, la donna che ha inserito un messaggio enigmatico nella copertina del libro, la svolta. È lei, una donna vissuta due secoli fa che attraverso i suoi messaggi enigmatici infonde coraggio e forza, voglia di non arrendersi e di tornare ad amare. Perché dopo una burrasca sorge sempre il sole. E’ naturale, non potrebbe essere altrimenti.
La rilegatrice di storie perdute” è un romanzo a due voci, che da spazio alle vicende complesse e simili delle due protagoniste. Un narratore candido e preciso accompagna il lettore attraverso due secoli, creando intorno a sé un’atmosfera fiabesca, da cartolina. Le descrizioni dei paesaggi sono minuziose, precise, quasi reali. I dialoghi sono efficaci, mai prolissi. Riempire la pagina iniziale del capitolo con una frase a tema, presa in prestito da grandi scrittori, è una raffinatezza che aggiunge magia alla trama. Si carpisce una efficace capacità di elaborare una trama fitta e complessa, studiata nei minimi dettagli, nonché uno strategico uso dei mezzi di scrittura per tradurre in romanzo una storia di violenza, coraggio e speranza a sostegno della forza innata delle donne.

Cristina Caboni vive con il marito e tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. E l’autrice dei romanzi “Il sentiero dei profumi” – bestseller venduto in tutto il mondo, adorato dai lettori e dalla stampa, che ha conquistato la vetta delle classifiche italiane e straniere- , “La custode del miele e delle api” e “il giardino dei fiori segreti”, Premio Selezione Bancarella 2017.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: La preda di Irène Némirovsky (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

18 dicembre 2017
la preda

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Leggere Irène Némirovsky significa frequentare la grande letteratura. La scrittrice ucraina, tradotta e pubblicata in Italia dal 2005 dall’Adelphi, raggiunge uno straordinario stato di grazia. I suoi romanzi lasciano senza fiato. Conducono il lettore in un vortice avvincente. Una volta che si prende in mano un suo libro, è difficile mollarlo. Si va spediti verso la fine, senza alcuna tregua.
Questo accade anche ne La preda, un vero e proprio gioiello della Némirovsky, che la casa editrice guidata da Roberto Calasso manda in libreria nella collana Gli Adelphi.
Jean –Luc Daguerne conduce una vita disagiata nella periferia parigina. Siamo a metà degli anni’30 e il giovane decide di lasciare la sua famiglia in rovina per cercare fortuna a Parigi.
In fuga da se stesso, nella capitale francese conosce Edith Sarlat, figlia di un facoltoso banchiere che ha interessi nella politica.
Edith è stata promessa al figlio di un uomo ricco per interesse. Jean-Luc non si rassegna, anche se si sente perduto.
Nella sua mente scatta la molla dell’ambizione e improvvisamente si lascia conquistare da un bisogno sfrenato di raggiungere il potere. Così mette incinta Edith e anche contro il parare del ricco padre banchiere riesce a sposarla.
Dopo il matrimonio le, cose cambiano. La vita dell’ambizioso Jean –   Luc subirà cambiamenti radicali. Con la nascita del figlio si accorge di non aver mai amato sua moglie.
Nel frattempo egli diventa intimo di Calixte –Langon, potente uomo politico che ha nelle sue mani il destino del mondo. Diventerà la sua ombra, il suo segretario tuttofare.
Jean – Luc entra nel mondo della politica e del potere, dove ottiene agiatezza e la promessa di una brillante carriera parlamentare.
Il suocero banchiere si uccide, dopo essere stato coinvolto in uno scandalo. Finisce anche il suo matrimonio con Edith.
Resta solo e si accorge che “il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino”.
Jean –Luc ha voluto aggredire la vita ma è stato stritolato dall’accanimento del suo stesso destino.
Alla fine scoprirà la dolcezza. e l’amore in Marìe, l’amante di un suo vecchio amico finito in prigione. La donna non lo ricambierà, e il nostro protagonista cadrà in una crisi fatale. Confesserà di essere stato nella sua vita preda di un amore vile. L’amore di se stesso, di tutto quello che non ha avuto, di tutto quello che ha rifiutato. Jean –Luc non avrà altra scelta che un drammatico punto di non ritorno.
La preda fu pubblicato nel 1938, esattamente negli stesi mesi in cui arrivò in libreria La nausea. Non furono pochi i critici che allo “stile contorto, artificioso, pesante, perfino troppo denso” di Jean – Paul Sartre contrapposero il “talento vigoroso, lucido, veramente creativo” di Irène Némirovsky.

Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Le pagine immortali di Marguerite Yourcenar: Moneta del sogno (Bompiani 2017) a cura di Nicola Vacca

11 dicembre 2017
moneta del sogno

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Sono passati trent’anni dalla morte di Marguerite Yourcenar, tra le voci più altre della letteratura del Novecento. Una scrittrice notevole di cui oggi si parla poco e niente. Ma sappiamo come l’oblio a volte è un carnefice spietato e soprattutto non perdona quando si tratta di grandi scrittori. È paradossale tutto questo, ma accade spesso.
Bompiani in questi giorni ripropone nei Classici contemporanei, in una nuova traduzione di Stefania Ricciardi, Moneta del sogno, il romanzo italiano di Marguerite Yourcenar. L’ idea di questo libro arriva nel 1922, durante il primo viaggio della scrittrice in Italia. La Yorcenar ha diciannove anni e assiste il 28 ottobre alla marcia su Roma. Il fascismo le appare grottesco.
Nel romanzo, attraverso una moneta d’argento che passa di mano in mano, vengono narrate nove storie che si intrecciano con altrettante narrazioni in cui i personaggi come in una messinscena teatrale, di cui Roma è il palcoscenico, vivono le loro storie nella tragedia che la Storia sta vivendo in quegli anni terribili.

«Avevo subodorato l’atmosfera di viltà, di compromesso o di prudenti silenzi da una parte di rudi abusi di forza, di una smania di arrivismo, di quella piatta demagogia accostata alla realtà dell’arbitrario dall’altra, che è, o finisce per essere, l’aria irrespirabile di tutte le dittature».

Così la Yourcenar parla del suo romanzo. Oggi, a trent’anni dalla sua scomparsa, è bello riscoprire Moneta del sogno e soprattutto rileggere questo libro importante in una nuova traduzione che ne restituisce tutta l’ influenza. Ma soprattutto ci fornisce l’occasione per parlare di una grande scrittrice a trent’anni dalla sua scomparsa e di riesumare dall’oblio la centralità del suo ruolo nella letteratura.
La lingua francese ha nella scrittrice Marguerite Yourcenar una grande voce. Nota al grande pubblico per il romanzo Memorie di Adriano, nella sua intera opera (romanzi, poesie, saggi, opere teatrali) ricostruisce l’animo umano attraverso i personaggi della Storia ma anche tramite i suoi fatti che ne hanno condizionato l’evoluzione.
La Yourcenar, nata a Bruxelles nel 1903 e morta negli Stati Uniti nel 1987, oggi è diventata un classico del nostro Novecento.
YourcenarCon uno stile limpido e particolare che sempre si immerge nella lingua della poesia, la Yourcenar nei suoi libri si è occupata dei valori essenziali della vita in cui il dolore, il sentimento religioso senza forme precise e il rapporto tra sogno e realtà sono alcuni dei temi che toccherà essendo sempre essenziale nella sua scrittura che mai ignorerà la vivacità della prosa classica.
Memorie di Adriano contiene tutte le idee e le intuizioni della sua poetica. Il libro  è considerato il capolavoro della Yourcenar. È allo stesso tempo romanzo, saggio storico, opera poetica e soprattutto biografia. La storia è costruita come una lunga lettera che l’imperatore Adriano ormai vecchio, scrive al nipote Marco, come pretesto per ripensare alla sua vita di uomo e alla sua opera di politico. Afflitto dall’idroposia che ormai lo sta portando alla morte, Adriano ripercorre le tappe del passato, rivivendone i momenti più incisivi, e in questa lettera sentiamo lo sfogo di un uomo che non ha più l’energia per applicarsi a lungo agli affari dello Stato; la meditazione scritta di un malato che dà udienza ai ricordi. I fatti sono illuminati dalla saggezza che viene dall’età, dall’esperienza e anche dalla condizione di malato prossimo a morire, e Adriano appare come il simbolo di ogni vita vissuta con nobili intendimenti e con attenta ricerca della felicità, di ogni vita che accetta l’impegno e il sacrificio pur di non trascorrere inutilmente.
Basterebbero le pagine straordinarie di questo romanzo per rendersi conto che Marguerite Yourcenar è una scrittrice accarezzata dalla grazia. In stato di grazia la sua scrittura è sospesa tra passato e presente, ma sempre attenta alla memoria e alla cura di quel passato che molto ha da insegnare al presente inquieto.
La sua voce sempre ispirata e l’originalità del suo valore intellettuale hanno fatto di lei una scrittrice libera che ha sempre visto e raccontato il mondo senza pregiudizi, ma ascoltando sempre e comunque la sua vocazione di testimone del proprio tempo.
Nel 1981 viene eletta tra gli Immortali dell’Académie francaise. Riconoscimento che non gli cambierà la vita. Lei continuerà con i suoi personaggi a girare il mondo.
Alle stanze dell’Académie preferirà l’esistenza errabonda insieme ai suoi pensieri, le sue intuizioni e il culto della memoria che terrà sempre vivo creando e inventando i suoi personaggi (come Zenone, il medico alchimista, filosofo del romanzo L’opera al nero che nel Cinquecento non rinuncia alla propria libertà e ai propri ideali nel nome della strada maestra della conoscenza).
Il viaggio, la storia e il tempo (da lei definito magnificamente il grande scultore) scandiscono sempre la scrittura della Yourcenar.

«Vi sono sempre state ottime ragioni per viaggiare, la più semplice delle quali consiste nel farlo per il guadagno e per l’avventura, due motivazioni difficilmente separabili […]. In altri casi per ritrovare, come Ulisse, una patria perduta o […] per cercare un’isola più favorevole di quelle che si lasciava. Molto presto, a tali motivi se ne aggiunge uno nuovo: la ricerca della conoscenza».

Questo scrive e vive allo stesso tempo la scrittrice nel labirinto intricato della sua creatività che la porta sempre da un posto all’altro del mondo per raccontare prima di tutto il viaggio nella storia e nell’interiorità dei personaggi dei suoi romanzi storici.
Così, come il suo Adriano, di racconto in racconto, anche lei è entrata nella morte «a occhi aperti» e a noi restano le sue pagine immortali, come grande viaggio nello scibile umano che non possiamo ignorare, né dimenticare.

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Papi di Rita Indiana (NN Editore 2017) a cura di Viviana Filippini

1 dicembre 2017

Papi Rita Indiana

Macchine fiammeggianti dalla carrozzeria così luminosa da somigliare ad uno specchio riflettente. Camice linde, stirate e perfettamente alla moda, accompagnate da occhiali da sole very cool. Lui, che somiglia così tanto ad una star di un film hollywoodiano è Papi, il protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Rita Indiana e pubblicato in Italia da NNEditore. L’uomo è il padre della protagonista del nuovo libro della scrittrice caraibica, ed ha per protagonista una ragazzina che ci racconta in prima persona la figura del proprio papà. La narratrice ci descrive il padre come un uomo che tutti amano, che ammirano e rispettano. Un giorno per la giovane protagonista arriva la notizia della morte del babbo, ma una telefonata con la voce dell’uomo stesso le dice che lui sta bene, è negli Stati Uniti d’America e presto andrà a prenderla. E papi arriva sulla sua fiammeggiante Mercedes, vestito come se fosse un cantante famoso, con catene d’oro al collo e scarpe da ginnastica alla moda. Il Papi prende la ragazzina e la porta nel suo mondo sfavillante e ricco di ogni cosa, reso tale quei rotoli di soldi che escono dalle tasche dei pantaloni del papà e che gli permettono di fare la bella vita e di accontentarsi di ogni cosa. L’uomo – sì ecco il Papi- è per la protagonista un vero e proprio super eroe che tutti venerano come se fosse un sorta di idolo, di divinità alla quale si deve dare il massimo rispetto e non a caso lo dice la narratrice stessa: “Il mio papi ha molto più di tutto quel che ha il tuo, più forza del tuo, più capelli, più muscoli, più soldi e più fidanzate del tuo. Papi ha più auto del tuo, più auto del diavolo, così tante auto che deve venderle perché nel suo garage non ci stanno. Papi ha auto che parlano e ti dicono che devi metterti la cintura di sicurezza e chiudere il becco, in inglese, in francese e in altre lingue”. Un uomo perfetto in parole povere. Sarà davvero così? Ecco non proprio, perché quel papi tanto idolatrato dalla bambina che ci racconta la vita a fianco del suo paladino, non è proprio uno stinco di santo. Anzi è un losco narcotrafficante in fuga delle forze dell’ordine che gli stanno dando la caccia. Il romanzo di Rita Indiana è molto coinvolgente, grazie al ritmo cinematografico che lo caratterizza e, non a caso, ogni pagina letta assomiglia al fotogramma di una pellicola che, unendosi alla altre, compone un unico film – Tarantino ne farebbe un’interessante adattamento cinematografico- con protagonista il papi e la sua amata figlia. Una ragazzina che proprio perché ancora bambina riesce a vedere solo gli aspetti positivo del fare paterno, o meglio, ogni cosa che lui fa (dal comprarle la maglia nuova, allo sparare a destra e a manca) per lei è un gesto eroico al quale tutti si inchinano con massimo rispetto (in realtà la gente lo teme il papi perché sanno davvero che delinquente è). “Papi” di Rita Indiana è un romanzo dai mille colori, infarcito di citazioni televisive e dalla suspense costante. Non solo, “Papi” è la storia di un padre e di una figlia e di come spesso e volentieri il dire e il fare del mondo adulto influenzino in modo irreparabile quello bambino, impedendo ai piccoli di vedere e comprendere la vera natura della cose e delle persone.

Rita Indiana è nata nel 1977 a Santo Domingo. Figura chiave delle letteratura caraibica contemporanea e leader della band di merengue alternativo Rita Indian y los Misterios, ha scritto romanzi e racconti, tra cui Ruminantes, Ciencia succión e La mucama de Omincunlé. Blogger, conduttrice radiofonica, Rita Indiana è attivista del movimento per i diritti LGTB. Per NNE è uscito nel 2016 I gatti non hanno nome.

Source: libro inviato al recensore, ringraziamo Francesca Rodella Comunicazione.

:: di notte di Mercedes Lauenstein (Voland 2017)

1 dicembre 2017

di notteDi notte si avverte il viaggio sulla superficie del mondo come se si fosse su una barca che scivola lenta attraverso un tunnel scuro alla volta di un luna park. Per un po’ è tutto in silenzio, e ci si può limitare a tacere e a guardare. Nelle cavità lungo le pareti del tunnel emergono di sfuggita figure e scenari fiabeschi, illuminati debolmente, e in sottofondo si sente una bizzarra e sinistra melodia. Quando poi il sole sorge di nuovo, insomma quando la barca esce dal tunnel e tutto ridiventa luminoso, chiassoso, urlante e comune e misto, e non si sa più da quale parte guardare – qua l’ ottovolante, lì i bambini con i palloncini colorati, là i bebè piagnucolanti e tutta una babele eccitata, non si riesce più a riconoscere niente di quello che dentro il tunnel sembrava così chiaro.

Monaco di notte. Una donna suona ai campanelli di casa di perfetti sconosciuti e sale nelle loro abitazioni. Con una spiegazione quantomeno bizzarra: sta conducendo una ricerca sulla notte e sullo stare svegli che prevede di intervistare la gente in una sorta di insolita indagine di mercato. Lei suona, dove vede finestre illuminate, e cosa sorprendente la gente le apre, la fa entrare, le offre anche succo di mela caldo alla cannella o tartine di burro con cipolla e noce moscata, e inizia a parlarle di sé, come in una sorte di comunione tra ubriachi, fino alla resa dei conti dell’ultimo incontro in cui i ruoli si ribaltano e sarà lei a dover fare i conti con la verità.

Di notte le succede spesso di rimanere sveglia a lungo. I numerosi viaggi e i jetlag hanno ridotto il suo bisogno di sonno. Di notte le piace stare di fronte al planisfero con gli spilli colorati, ne gioisce. Sfiora con le dita ogni singola capocchia e passa in rassegna i ricordi.

Tante notti dunque, tanti incontri, 25 per la precisione, che originano 25 racconti che uniti costituiscono il romanzo di esordio di Mercedes Lauenstein, di notte (nachts, 2015) edito da Voland e tradotto da Elisabetta Dal Bello.
Uomini, donne uniti dall’ insonnia, dal vivere di notte, quando tutto si fa più rarefatto, quando il silenzio è più profondo e la luce artificiale più giallastra e brillante. Ogni capitolo ha un titolo che riporta il nome dell’intervistato, il vero protagonista di ogni singola storia, al centro della narrazione, mentre la voce dell’intervistatrice si fa sfumata, un sussurro, scolorisce, quasi un pretesto che funge da filo conduttore.
E intanto il lettore si chiede: perché? Quale è il senso di tutte queste bugie che la protagonista racconta per entrare nelle vite altrui? Perché tutto questo? E’ un modo di esorcizzare la solitudine? Per cercare il contatto umano di sconosciuti, le cui vite altrimenti scorrerebbero parallele senza incontrasi mai? E nello stesso tempo un’ altra domanda si fa pressante: sta cercando qualcuno? Qualcuno che anche solo finalmente la comprenda, in una metropoli europea grande e depersonalizzante.

Premo un tasto sul suo telefono. Le 5 e 29. Esco di soppiatto dalla stanza e da quella casa. La luna è scomparsa. Sempre più luci alle finestre. La città si sveglia.

La scrittura è piana, ipnotica, uniforme, cadenzata dai ritmi della veglia forzata quasi che l’autrice scrivesse anch’essa di notte, quando il tempo è dilatato, onirico, attenuato. Ogni capitolo narra un rituale, un gioco di cui forse la protagonista si stancherà o forse no. A volte confessarsi a perfetti estranei è più facile, emergono verità sepolte, che di giorno si fatica pure ad ammettere con se stessi, si abbassano le difese di notte, si vive in una sorta di stato sospeso, alterato. La notte è fatta per dormire, il corpo si adegua all’assenza di luce, l’innaturale veglia fa emergere un malessere diffuso e un senso vuoto. Che la protagonista vuole riempire di parole, di ricordi, di esperienze di vite vissute. Da altri.

“Di giorno sarebbe stato impensabile. Ma sai, di notte, grazie alla mancanza di luce, la mia mente si distare meno, patisco meno il bombardamento di stimoli esterni. E stare svegli di notte” aggiunse” infondo ha qualcosa di elettrizzante proprio perché non viene visto di buon occhio. Non ci si sottomette alle costrizioni cui si sottomettono tutti: stare svegli di giorno, andare a dormire la sera, insomma rimanere dentro gli schemi”.

Romanzo filosofico e corale se vogliamo, di notte alterna i toni intimistici a quelli più distaccati e ci parla di quanto la solitudine pesi nelle nostre metropoli occidentali, di quanto sia difficile superare la diffidenza e il timore dell’altro. E più si avanza nella lettura e più si ammira il coraggio della protagonista, coraggio che forse è solo incoscienza o peggio disperazione. Ma di notte tutto è possibile.

Mercedes Lauenstein, nata nel 1988, vive a Monaco ed è autrice di saggi e reportage per diverse riviste e quotidiani tedeschi. Nel 2016, con il suo esordio letterario, di notte, si è aggiudicata numerosi premi ed è stata ospite dell’International Literary Festival di Berlino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio stampa Voland.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Bello, elegante e con la fede al dito di Andrea Vitali (Garzanti 2017) a cura di Valeria Gatti

28 novembre 2017

andrea vitali“ Se si girava a guardare com’erano andate le cose, la risposta era già pronta. Ma valeva la pena guardarsi indietro quando la vita scorreva in avanti ?”

Quel mese di Ottobre, lo ricordo ancora. Era il solito mese transitorio, quando l’estate è ormai un lontano ricordo, l’inverno non è ancora realtà e si vive di attesa. La notizia si sparse per le anguste vie del corso con una velocità disarmante. La Libreria del Corso stava per chiudere. Per i varesini, La Libreria, era un vero e proprio punto di riferimento. Non si trattava solo di libri, era molto di più. Ci si trovava lì, in quelle sale illuminate dal legno e dai sorrisi dei librai, anche solo per respirare cinque minuti di magia. Ci si avvicinava alle vetrine di proposito, con l’intento di leggerle, quelle vetrine. Perché i librai, su quella superficie gelida, ci scrivevano le frasi più belle, i pensieri più profondi, tratti dal libro del momento, e non solo. La crisi, si diceva, eliminava il superfluo, senza sconti. Venne il giorno della chiusura, e quel sabato, tutta la città, in ordinata processione, si strinse in un lungo e interminabile messaggio di commiato. Alla maniera dei librai, i pennarelli colorarono cartelloni enormi che restarono appesi per mesi. Inutile ammetterlo, l’amarezza si addentrò tra i palazzi storici, rendendo la città un po’ più triste.
Chissà qualcuno sosterrà che la fortuna non esiste e che il lieto fine è destinato agli illusi, ma io sono convinta che la magia dei libri esiste davvero e che l’impegno e il dovere aggiungono il tassello finale alle storie di vita.
La Libreria è rinata. Un nuovo nome, Ubik, uno spazio espositivo minimal, sempre nel cuore della piccola città chiusa tra il lago e la montagna. Ma, ciò che conta davvero e l’aria di pace e armonia, che è rimasta la stessa.
Ed è qui, tra le pareti bianche come la neve, nel salone dell’ultimo piano, che i librai organizzano gli incontri letterari. Qui, in questo salotto ricco di opere d’arte delicate come un raggio di luce d’inverno, Andrea Vitali ha presentato il suo ultimo romanzo, “Bello, elegante e con la fede al dito” edito da Garzanti.
L’autore arriva in perfetto orario, nella sala già gremita di lettori curiosi e l’allegro vociare si spegne all’istante. Il suo abbigliamento mi colpisce subito. Indossa abiti casual, e questo denota una sicurezza eccellente. Siamo tra amici, non servono inutili cerimonie. Sorride spesso, di un sorriso autentico, mai di circostanza. Altro punto a suo favore. Lo ammetto, mi piace. Sorrido anche io e mi godo la presentazione.
Ci si addentra nella trama che gran parte della platea già conosce. Siamo a Bellano, un affascinante paese lacustre dove Adalberto Casteggi, milanese, bello ed elegante oculista, vi si trasferisce per lavoro. Accetta l’incarico di sostituire un caro amico di famiglia presso l’ambulatorio del paese, certo che l’armonia e la pace del luogo faranno da sfondo a quella nuova, e qualche volta sognata, avventura. L’incontro con Rosa Pescegalli è la svolta, quella che il dottore ha sempre evitato.
Ascoltare Andrea Vitali raccontare di sé, delle sue ispirazioni, della spontaneità che prova ponendo l’articolo davanti al nome di battesimo, della ricerca mai banale dei nomi e cognomi che arricchiscono le sue storie hanno reso l’incontro un momento delicato, raffinato e ironico. Si ricorda spesso Piero Chiara, a cui la città è molto legata, e Vitali lo definisce più volte suo maestro. Lo si comprende per molte analogie: lo stile narrativo che rende anche una semplice novella una storia ricca e affascinante, e poi lo sfondo lacustre che riempie lo scenario arricchendo di dolce malinconia le vicende dei personaggi.
E, infine, non per ordine di importanza, i sentimenti che altro non sono che il perno su cui poggia la trama. L’amore e il tradimento, la rabbia e la rassegnazione, i sogni e la speranza. Il passato, il presente e il futuro, tutto quello che noi chiamiamo vita, insomma.
Un paio d’ore di cultura intelligente e armoniosa, sorrisi semplici e un libro eccellente, leggero ma profondo. Cosa si potrebbe chiedere di più?

Andrea Vitali è nato a Bellano, sul lago di Como, nel 1956. Medico di professione, ha coltivato da sempre la passione per la scrittura esordendo nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che si è aggiudicato l’anno seguente il premio Montblanc per il romanzo giovane. Nel 1996 ha vinto il premio letterario Piero Chiara con L’ombra di Marinetti. Approdato alla Garzanti nel 2003 con Una finestra vistalago (premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio Bruno Gioffrè 2004), ha continuato a riscuotere ampio consenso di pubblico e di critica con i romanzi che si sono succeduti, costantemente presenti nelle classifiche dei libri più venduti, ottenendo, tra gli altri, il premio Bancarella nel 2006 (La figlia del podestà), il premio Ernest Hemingway nel 2008 (La modista), il premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante, il premio Campiello sezione giuria dei letterati nel 2009, quando è stato anche finalista del premio Strega (Almeno il cappello), il premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio dei lettori, nel 2011 (Olive comprese). Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l’opera omnia e nel 2015 il premio De Sica. Il suo sito è: http://www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

:: Come ho incontrato i pesci – Ota Pavel (Keller Editore, 2017) a cura di Viviana Filippini

24 novembre 2017

come ho incontrato i pesciTorna, grazie a Keller editore, la scrittura di ricordi e memorie di vita con “Come ho incontrato i pesci” di Ota Pavel. Il libro dello scrittore cecoslovacco è un viaggio dentro all’infanzia del piccolo Ota, dove una delle componenti fondamentali per passare il tempo, e per portare a casa qualcosa da mangiare, era la pesca. Il pescare per la famiglia Pavel era una sorta di mantra e non a caso tra le pagine si scorgono le avventure del narratore che andava a pesca con il padre e con lo zio Prošek, i due migliori pescatori del mondo secondo Pavel scrittore. Anzi, a dire il vero, dalla lettura, si scopre che il vero e indiscusso maestro di pesca è proprio lo zio acquisito, il traghettatore Karel Prošek di Luh Pod Branovem, perhè fu lui ad insegnare l’arte della pesca a Ota e ai suoi fratelli Hugo e Jirka. Lo zio era un uomo con degli enormi baffoni, capace fare tante di quelle cose (pescare, traghettare con il fiume in piena, cucinare, arare, seminare, mungere le mucche, intrecciare il vimini e ridere di gusto) da sembrare agli occhi del narratore una specie di geniale mago. Il libro non è solo pesca, perché la scrittura chiara e limpida di Pavel, grazie anche alla traduzione di Barbara Zane, narra al lettore come si svolgeva la vita lungo il fiume. Nel libro si alternano momenti di gioia a momenti nei quali invece si percepisce l’incombenza oppressiva della Seconda guerra mondiale e del Nazismo. Ed ecco che Pavel senior e anche lo junior (Ota per intenderci) si destreggiavano con impegno a pescare, perché con ad un certo momento, quando il conflitto si fece sempre più vicino, il pescare diventenne per i protagonisti del libro una vera e propria forma di sopravvivenza. Il libro è strutturato in tre parti: Infanzia, Un giovane uomo coraggioso e Ritorni, nelle quali assistiamo alla crescita di Ota Pavel e alle sue avventure di giovane uomo diretto verso la soglia dell’età adulta. A differenza de “La morte dei caprioli belli”, in questo lavoro letterario, nel quale troviamo elencati con precisione tutte le specie di pesce che lo scrittore era abituato a pescare, si affacciano le prime e drammatiche avvisaglie di quella malattia mentale (la schizofrenia) che colpì Otto Popper, a tutti noto come Ota Pavel. Il libro pubblicato da Keller – l’ultimo scritto da Pavel e uscito postumo nel 1974- ci porta ancora di più dentro alla vita di un uomo che, grazie alla scrittura, riuscì a lasciarci la testimonianza di quella che fu la sua infanzia, dells ricerca – a tratti spasmodica- della libertà e della pace, in un mondo dove le vite della gente di Buštehrad sembrano, ancora oggi, una dimensione magica dentro ad un globo afflitto dal conflitto bellico. Alla fine del libro ci son tre racconti “Il grande vagabondo delle acque” e “Pesciolini secchi”, pubblicati per la prima volta nel 1980 e “La caccia all’aspio predatore”, uscito su rivista (Kmen) nel 1983. Come ho incontrato i pesci di Ota Pavel è un libro importante, che fa sorridere e commuovere, che permette a Pavel di fare memoria delle sua vita e rende noi lettori partecipi del cammino di crescita – non sempre facile- di un uomo.

Ota Pavel era nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga.
Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz.  Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli e Come ho incontrato i pesci, editi entrambi da Keller.

Source: libro del recensore.

:: Mrs Dalloway di Virginia Woolf (Newton Compton 1992) a cura di Giulietta Iannone

18 novembre 2017

mrs-dallowayChe sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e bevono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile.
Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano.
E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità].
È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi.
Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino.
Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana.
Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.
Una differente prospettiva, differenti motivazioni. Mrs Dalloway uscì nel 1925, l’Ulisse di Joyce uscì a Parigi qualche anno prima, nel ’22, e siamo sicuri che lo lesse, la stessa Mansfield glielo portò sicura di fare dono all’amica di un capolavoro.
La Woolf lo detestò visceralmente, come destava la psicanalisi, come detestava la letteratura ottocentesca d’epoca vittoriana e il suo freddo senso del concreto. Ma adorava Tolstòj e i romanzieri russi per le loro doti introspettive, non lontane da quelle che anch’essa desiderava avere, che le permettevano di parlare dei sogni, dei ricordi, delle delusioni, delle speranze dei suoi personaggi, un tessuto lieve come la tela di un ragno, fatto appunto di impalpabili suggestioni più che di certezze o verità incontestabili.
Se Mrs Dalloway sia una donna felice («Dimmi» le chiese, afferrandola per le spalle. «Sei felice, Clarissa…?») è una domanda a cui è piuttosto difficile rispondere. Clarissa è una donna razionale, integrata, forse qualunquista, (Miss Kilman ne fa un ritratto ben impietoso),  che sente che la vecchiaia avanza, toccata dalla malattia, irrimediabilmente sola o meglio solitaria, non ostante il successo sociale e la ricchezza che indossa con disinvoltura come un abito da sera luccicante.
Che il suo mondo sia vuoto, che l’amore per il marito sia forse solo fatto di convenzioni,  che la ricchezza non compri le cose più preziose, non fermi il tempo, non allontani la sofferenza e la solitudine, poco importa, l’attaccamento alla vita resta intatto, festoso, credibile.
La bellezza di questo romanzo sta nei particolari, nelle piccole cose, la lingua inglese forse più di quella italiana è capace di celebrare la quotidianità, l’abitudine. Se avrete modo di comparare testo originale e traduzioni, ce ne sono varie e bellissime, forse la migliore è quella di Anna Nadotti, vi accorgerete di questa strana alchimia e senso di meraviglia, io ho scelto la traduzione di un uomo, per giocare coi contrasti, non credendo fino in fondo che la letteratura abbia un sesso, una generalità, non ostante i fatti mi smentiscano la Woolf è indubbiamente uno spirito femminile, anche quando ci gioca su queste ambivalenze come nell’Orlando.
Mrs Dalloway più che lo specchio della Woolf lo paragonerei al ritratto di una figura femminile ibrida, sebbene è indubbio che attinse al suo vissuto per delinearne i caratteri almeno esteriori e sociali. La Woolf amava venare le sue opere di rimandi chiari solo a lei stessa quindi non lo sapremo mai, quasi che scrivesse più per sé che per i lettori, rendendo il lavoro dei critici ostico e forse quasi inutile o perlomeno ininfluente.
Dire qualcosa di nuovo su Mrs Dalloway è praticamente impossibile, generazioni di critici hanno esaminato il testo quasi sotto la lente di ingrandimento. È un testo che si studia a scuola, già alle scuole superiori. Rileggendomi mi sembra di sentire cose già dette, forse anche meglio, da altri, ma ci tenevo a parlare di questo libro, che ha forgiato generazioni di ragazze dimostrandogli che tutto nella vita è possibile, che il talento trova sempre la sua strada, che leggere libri è un’esperienza che rende davvero liberi.
E che ognuno ha il diritto di vedere le cose con i suoi occhi, non c’è niente di giusto o di sbagliato. Questa è la mia interpretazione, la mia Mrs Dalloway, tocca a voi (lettori) scoprire la vostra.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Figlia di un critico famoso, crebbe in un ambiente letterario certamente stimolante. Fu a capo del gruppo di Bloomsbury, circolo culturale progressista che prendeva il nome dal quartiere londinese. Con il marito fondò nel 1917 la casa editrice Hogarth Press. Grande estimatrice dell’opera di Proust, divenne presto uno dei nomi più rilevanti della narrativa inglese del primo Novecento. Morì suicida nel 1941. La Newton Compton ha pubblicato Gita al faro, Una stanza tutta per sé, Mrs Dalloway, Orlando, Notte e giorno, La crociera, Tutti i racconti e il volume unico Tutti i romanzi.

Nota: edizione considerata Mrs Dalloway, Newton Compton 1992, Introduzione di Armanda Guiducci, Postafazione di Pietro Meneghelli, Traduzione di Pier Francesco Paolini.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva.

:: Rumore Bianco di Don DeLillo (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2017

donde(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

Sì, ipotizzare questo è un gioco squisitamente postmoderno, forse anche sterile, ma ci porta a un’ altra riflessione, un’altra domanda spontanea, questa necessaria: Rumore bianco è un libro profetico? In che misura? Rileggevo proprio ieri alcuni passi che descrivono una fila indiana di gente che fugge a piedi dalla nube chimica, ed è difficile non associarli dolorosamente ai migranti di questi mesi in un aberrante déjà vu.
La bellezza di questo libro, tra le mille bellezze minori che racchiude, è proprio questa, ci parla di noi come siamo oggi, e lo fa in un tempo passato, quando non eravamo ancora così, avvalorando la tesi dello scrittore veggente: “Je dis qu’il faut être voyant, se faire voyant. Le poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens” scriveva Arthur Rimbaud appena sedicenne a Paul Demeny.
Che la narrativa sia una forma altra di poesia è ancora più vero analizzando un testo come questo in cui l’uso funambolico e inaspettato (DeLillo direbbe entusiasta) degli aggettivi spazia toccando tutti i campi del procedimento retorico, con una naturalezza che trasforma l’artificio in esigenza imprescindibile.

Quando facciamo la conoscenza di Jack Gladney, un americano tranquillo, chiuso nel suo rassicurante mondo borghese privilegiato, protetto dal consumistico tran-tran casa, college, supermercato (odierno Tempio dello Spirito, dove tutti i desideri si materializzano in scatole lucenti di cibi, aggeggi per la casa, bulloni, fino ai diversi tipi di carta vetrata), più che paragonarlo a un adulterato esponente del Sogno Americano, sembra di assistere alla sua nemesi. Il professor Gladney e la sua famiglia (dalla nuova moglie Babette, ai figli, naturali e acquisiti) sembrano davvero spettri dell’Incubo Americano, in cui l’inutilità (caratterizzata dai dialoghi, arguti e intelligenti ma quasi mai costruttivi, sempre parte del rumore di fondo che si confonde con il triturare del tritarifiuti, il mulinare della lavatrice, o il rumore elettrico del frigorifero) è la discriminante. Rumore che si assomma a rumore sulle spoglie di una società occidentale pericolosamente in bilico verso la sua fine. La nube letale, chimica, in una società ipertecnologica non può essere altro (se fosse stata radioattiva avrebbe avuto un altro sapore, più dolorosamente maccartiano), emblema dell’ inevitabile in una società dove tutto è programmato, organizzato, predeterminato, ci ricorda l’esistenza del fattore discordante, e l’imponderabile, ecco il termine che faticosamente cercavo, è sempre dietro l’angolo.

Dunque la catastrofe ci sovrasta, il senso di inquietudine e di minaccia ci perseguita, e non bastano i farmaci illegali, l’alcool o la droga (finanche) a fare tacere questo rumore ruminante delle coscienze. Jack Gladney ci proverà, cercherà alternative e vedremo il suo scorato fallimento, quando intraprende la strada sbagliata. Non mancano comunque i momenti di divertimento, non è affatto un libro lugubre, triste o contagiante infelicità, certo bisogna essere sulle stesse lunghezze d’onda dell’umorismo acido e dissacrante dell’autore, amare i paradossi, apprezzare le dissonanze, ma alla descrizione del mancato incidente aereo sfido chiunque a non ridere. DeLillo non si presenta come un fustigatore di costumi, un iconoclasta guru della moralità, quando con velenosa arguzia tesse la sua satira (feroce) su temi sacri come la famiglia o ancor di più il mondo accademico (cos’altro se non visto come un’ istituzione burocratizzata atta a tramandare la memoria), pur tuttavia di moralità parla (il suo colloquio con il lettore è molto morale), sottolineando che è il substrato, la sostanza su cui si basa l’etica, e il senso stesso della vita prima che la ragion d’essere di una società (in questo caso quella occidentale). Il richiamo a una trascendenza quasi dai fatti narrati negata è un altro tema che può apparire sbiadito e marginale quando è fondante nella misura in cui si oppone al materialismo del benessere e dell’accumulo, (non solo di oggetti materiali, specificati per nome, forma e produttore) e si incarna in quella luce che vuol gettare sul quotidiano. Immagini quasi lisergiche, sprazzi di epifanie che acquistano sacralità, speranza di un altrove in cui finalmente si abbia il diritto di esistere felici, lontani dalle radiazioni dagli effetti indeterminabili. E Dylar o non Dylar, è la felicità il grande assente del romanzo, il convitato di pietra, immobile e minaccioso. E solo nel finale, nelle ultimissime righe, la parola «amore» fa timidamente capolino, gettata tra le righe come un abito smesso, sciupato e ordinario. Ma c’è e getta a ritroso la sua luce su tutto il romanzo. Un castello di carte cadute, che si rialza, perfetto, con ogni tassello al suo posto. Bastasse così poco, anche nella vita.

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner, L’angelo Esmeralda, End zone e Zero K.

Source: acquisto personale.

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