La vicevita. Treni e viaggi in treno è un piccolo e prezioso libro scritto da Valerio Magrelli, uno dei pochi poeti italiani contemporanei che vale la pena leggere.
Prose e frammenti in cui lo scrittore romano si cimenta con il tema del viaggio, in mondo particolare con quello lento e contemplativo che si fa utilizzando il treno.
«Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte. Il suo scopo, cioè risiede altrove. È ciò che chiamerei: la vicevita».
La vicevita, scrive Magrelli nella nota introduttiva, allude al tempo morto dell’attesa, un tempo morto che le sue parole provando a rianimare annotando sul suo personale diario quotidiano di viaggio in treno impressioni e osservazioni per disegnare la mappa di un’antropologia culturale e umana dell’essere in movimento tramite le rotaie dell’esistenza.
Magrelli parla dei suoi viaggi in treno, delle persone che incontra, scrive una piccola enciclopedia del mettersi in viaggio.
Racconti brevi, anzi brevissimi, in cui l’uomo e il poeta si mettono a nudo raccontando le esperienze autobiografiche di una vita che corre sulle rotaie.
Il treno è una chiusura lampo che fila sui binari. Ma è anche il luogo dove accade tutto o non accade niente, dove il viaggiatore scopre a proprie spese che le coincidenze non servono a nulla.
Tra cuccette, stazioni, errori di destinazione, freni d’allarme tirati, Magrelli disegna una stravagante geografia del viaggio in treno. La sua vice – autobiografia di viaggiatore e di uomo che osserva la commedia dantesca di tutti i giorni, condividendo la sorte con gli altri che come lui si sono messi in cammino per andare.
«In effetti, tutti noi continuiamo a viaggiare come se, da un momento all’altro dovessimo venire deportati».
La nostra condizione umana è il tema fondamentale degli appunti di viaggio in treno di Valerio Magrelli.
«Ma come si fa a viaggiare in treno? Da quando ho letto che le pupille si strappano, si scollano, si sfilacciano, a forza di guardare troppo dal finestrino, per me è diventa un inferno».
Anche il treno è un condominio di carne e Magrelli quando scrive non smette di ascoltare il suo cuore di poeta.
Queste prose si illuminano di lampi di poesia: il viaggio in treno è la vita che va, è la vita che viene. Ma soprattutto è la vita che accade.
Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è scrittore, traduttore e professore ordinario di Letteratura francese all’Università Roma Tre. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il commissario Magrelli (2018). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013), La vicevita (Einaudi 2019) e Sopruso: istruzioni per l’uso (Einaudi 2019). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Ha pubblicato per Einaudi anche due raccolte di poesie: Il sangue amaro (2014) e Le cavie (2018). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog il Reportage.
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa.
Di tutte le acque chiare, la poesia è quella che meno indugia ai riflessi dei suoi ponti.
La crisi, i dissidi societari, la concorrenza, varie coincidenze sfavorevoli possono portare verso la chiusura un’azienda centenaria un tempo prospera e rinomata nel mondo? È quello che è successo alla Melegatti, azienda dolciaria di Verona produttrice del famoso Pandoro Melegatti.
Un violento terremoto scuote le viscere della Calabria, lasciando al suo passaggio morte e distruzione. Siamo alla fine del 1700 e anche a Bagnara Calabra si piangono le proprie vittime e si fa la conta dei danni, ma c’è qualcuno che rientrando nella propria casa prende una decisione risolutiva: si tratta di Paolo Florio e la sua scelta di abbandonare il paese natale alla volta di Palermo non cambierà per sempre solo la vita della sua famiglia, ma segnerà anche la storia d’Italia.
Virginio ha vissuto con un padre comunista e con una madre rassegnata. Suo fratello si è costruito una vita in Inghilterra. E a lui cos’ è rimasto? Un mucchio di ricordi, che saltano fuori quando ha quasi cinquant’anni. Perché? Cosa ha bisogno di ricostruire? Forse l’atteggiamento intransigente di suo padre, il fatto che non gli permettesse nulla … nemmeno una pizza fuori tutti insieme? Oppure il fatto che lo rimproverasse prendendolo per i capelli o a male parole per poi abbracciarlo forte e dirgli che si comportava così per il suo bene?
Più che una recensione la mia è una riflessione personale su un romanzo appassionante e coinvolgente. L’autrice, Cinzia Leone, ci racconta l’essere ebrei attraverso la storia di tre donne uniche. Miriam, Giuditta e Eshter. Tre personalità forti e sensibili al tempo stesso, che si sono ritrovate a vivere la vita di qualcun’altro. Perché? Perché erano ebree, perché non era possibile per loro essere ciò che desideravano. Perché avevano limiti imposti e leggi razziali alla base di tutto che le inibivano. Come potevano lavorare con tranquillità, innamorarsi di un uomo non ebreo, uscire per una semplice passeggiata? Come dovevano sentirsi di fronte alla guerra, alla paura e alla privazione? Dal 1936 al 1992 queste donne percorreranno una strada difficile, sofferta, spesso nell’ombra. Faranno errori ma non dimenticheranno mai le loro origini, anche se cammuffate in un abile inganno.
Ulisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Torna in libreria Pino Imperatore con la seconda indagine che vede protagonisti l’ispettore Gianni Scapece e il commissario Carlo Improta. Una coppia di investigatori fuori dagli schemi, fisicamente ai poli opposti, ma con una grande stima reciproca. Il primo, sciupafemmine. Il secondo, una sorta di papà e di guida. La vicenda è ambientata a Napoli, come sempre. La città mostra sfumature e colori, arte e cultura, cibo e vino ottimamente serviti. Lo sanno bene i Vitiello, titolari della trattoria Parthenope, che si trova proprio di fronte al commissariato di Mergellina. Luogo scelto da Scapece e Improta per discutere delle loro indagini con il titolare e la sua famiglia. Tutti coinvolti mentre sono seduti a tavola. Tutti a confronto e disposti a dare una mano. Insoliti e divertenti i siparietti creati dall’autore con questi personaggi.
Summer ha ventisette anni ed è californiana. Blake ne ha quasi trentatré ed è un vero newyorkese. Lei aspira a diventare una sceneggiatrice di successo, ma per ora è solo assistente del direttore di produzione di una serie tv. Lui è uno scrittore da svariati milioni di copie e i suoi bestseller sono sempre nella classifica dei libri più venduti. Summer è fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mentre Blake è single per vocazione. Lei è una persona ordinata, precisa e mattiniera, fa yoga e beve tè verde; lui fa colazione con un Bloody Mary e due sigarette, vive nel caos e non si sveglia mai prima delle due del pomeriggio. Summer e Blake non hanno proprio niente in comune, a parte una casa delle vacanze negli Hamptons, che per un mancato passaggio di informazioni è stata affittata a entrambi. Qualcuno se ne deve andare, ma tutti e due hanno ottime ragioni per restare. E le ragioni potrebbero aumentare con il passare dei giorni…
Chiedi alla notte di Antonella Boralevi, titolo che vagamente riecheggia Chiedi alla polvere di Fante, ci riporta nelle vite di Emma e Alfio già conosciuti ne La bambina nel buio, edito l’anno scorso sempre da Baldini +Castoldi.
“La guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.

























