Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Mio padre era comunista di Luca Martini (Morellini Editore 2019) a cura di Federica Belleri

21 Maggio 2019

imagesVirginio ha vissuto con un padre comunista e con una madre rassegnata. Suo fratello si è costruito una vita in Inghilterra. E a lui cos’ è rimasto? Un mucchio di ricordi, che saltano fuori quando ha quasi cinquant’anni. Perché? Cosa ha bisogno di ricostruire? Forse l’atteggiamento intransigente di suo padre, il fatto che non gli permettesse nulla … nemmeno una pizza fuori tutti insieme? Oppure il fatto che lo rimproverasse prendendolo per i capelli o a male parole per poi abbracciarlo forte e dirgli che si comportava così per il suo bene?
Non è stato facile per lui il quotidiano nella stessa casa con un comunista tradizionale, quasi russo. È stato orribile essere criticato e isolato dagli amici. Eppure ha sempre cercato l’approvazione di un uomo così duro e spigoloso. Perché?
Virginio ora è un professionista stimato e di successo, può permettersi qualsiasi cosa. Anche di sbagliare. Perché tornare indietro nel tempo apre scenari che non conosceva, sofferti, dolorosi, che gli provocano rabbia e un incontenibile desiderio di vendetta. Perché ostinarsi a cercare un motivo, una spiegazione, può portare a farsi del male.
Mio padre era comunista. Luca Martini ci porta a Bologna attraversando una vita intera di negazioni. Ci aiuta a capire quanto la cattiveria non abbia limiti e come sia facile superarli. Si può tornare in equilibrio? Si può tornare ad essere se stessi? Sì, se si impara a perdonare e a perdonarsi.
Ottima lettura, tanti gli spunti di riflessione offerti. Scrittura scorrevole, ricca di nostalgia e rimpianto, a volte. Dietro una corazza ben costruita, esiste sempre qualcuno che non sa nascondere se stesso.
Assolutamente consigliato.

Luca Martini (1971), bolognese, è presente in numerose antologie e riviste letterarie, ed è autore di circa trecento poesie, monologhi teatrali, una settantina di racconti, romanzi e favole illustrate. Nel 2008 ha vinto il premio Arturo Loria per il miglior racconto inedito. Un suo racconto, tramite il progetto “Sorprese Letterarie”, promosso dalla scuola Holden di Torino, è finito tra le sorprese di migliaia di uova di Pasqua.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: il romanzo Il tuo cuore è una scopa (Tombolini Editore, 2014), le raccolte di racconti L’amore non c’entra (La Gru, 2015) e Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili (Pequod, 2018), la raccolta collettiva di memorie Il nostro due agosto (nero) (Tombolini Editore, 2015) e il libro per bambini Il coccodrillo che voleva essere drago (D Editore, 2017). Insieme a Gianluca Morozzi ha curato, tra le altre, le antologie di racconti Più veloce della luce (Pendragon, 2017) e Vinyl – storie di dischi che cambiano la vita (Morellini, 2017). Insieme a Barbara Panetta ha curato l’antologia On the radio – storie di radio, dj e rock’n’roll (Morellini, 2018).

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Ti rubo la vita di Cinzia Leone (Mondadori 2019) a cura di Federica Belleri

20 Maggio 2019

Ti rubo la vita di Cinzia LeonePiù che una recensione la mia è una riflessione personale su un romanzo appassionante e coinvolgente. L’autrice, Cinzia Leone, ci racconta l’essere ebrei attraverso la storia di tre donne uniche. Miriam, Giuditta e Eshter. Tre personalità forti e sensibili al tempo stesso, che si sono ritrovate a vivere la vita di qualcun’altro. Perché? Perché erano ebree, perché non era possibile per loro essere ciò che desideravano. Perché avevano limiti imposti e leggi razziali alla base di tutto che le inibivano. Come potevano lavorare con tranquillità, innamorarsi di un uomo non ebreo, uscire per una semplice passeggiata? Come dovevano sentirsi di fronte alla guerra, alla paura e alla privazione? Dal 1936 al 1992 queste donne percorreranno una strada difficile, sofferta, spesso nell’ombra. Faranno errori ma non dimenticheranno mai le loro origini, anche se cammuffate in un abile inganno.
La scrittrice ci fa conoscere l’imbroglio e la grande determinazione nel mantenerlo, la forza di resistere e di sapersi difendere. La decisione di attaccare prima di essere attaccate. Il bisogno primario di essere rispettate. Il desiderio di essere libere sopraffatto troppe volte dalla tristezza. Le presunte amicizie che si allontanano pian piano, le famiglie che tentano disperatamente di rimanere unite, la guerra e i rastrellamenti. La fuga perenne dal pericolo e l’angoscia notturna. Il desiderio di poter avere una famiglia, dei figli, un guscio protettivo in grado di non lasciarle mai sole e l’amore … in grado di superare ogni confine.
Ti rubo la vita intreccia la vita di Miriam, Giuditta e Eshter, dall’Italia a Istanbul, a Miami. Durante la lettura mi sono ritrovata più volte accanto a ognuna di loro, rapita dall’empatia trasmessa.
Vi invito ad appassionarvi come ho fatto io a questo romanzo che attraversa la nostra difficile storia, fa riflettere sulla tolleranza rispetto al “diverso” e gioca in maniera molto seria sulle identità nascoste e rubate.
Assolutamente consigliato.

Cinzia Leone, giornalista, scrittrice e autrice di graphic novel, collabora con il “Corriere della Sera” e “Il Foglio”. Ha pubblicato due romanzi, Liberabile e Cellophane, e cinque libri di storie a fumetti. Vive, scrive e disegna a Roma.

Fonte: acquisto personale.

:: Erba nuda di Ulisse Casartelli (Gaele edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

16 Maggio 2019

copUlisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Ha attraversato la sua breve esistenza con i versi tra le mani, nel cuore e nella mente.
Di lui resta la sua poesia. Pochi giorni prima della sua scomparsa aveva pubblicato Erba Nuda (Gaele edizioni).
Adesso apro quel libro che mi giunge postumo. L’ultimo viaggio terreno di Ulisse nel mondo delle parole che diventa per forza di cose il suo testamento.

«Ho paura delle pagine bianche / sono voragini/ da cui sale di tutto».

Questa è la prima poesia del libro ma questo è soprattutto Ulisse.
Un uomo che ha il coraggio di essere poeta che cammina in cerca delle orme del nulla.
In queste pagine c’è tutto il disagio esistenziale di un essere dilaniato che cerca l’esserci tra l’ansia della morte e un desiderio irrealizzabile di abbracciare la vita

Ma io non venero la morte, / venero la vita, / e respiro / l’incanto / sul bianco della cenere»).

La sua poesia fa venire i brividi. Ulisse ha sempre scritto versi in presa diretta con il suo terrore di essere poeta e uomo.
Erba Nuda è il diario di un uomo ferito che si è fatto poeta abbracciando le parole, soprattutto quelle terribili che sanguinano.

«In queste poesie ho sentito come essere uomini significa essere insufficienti all’ideale di noi stessi che grazie a una sola poesia possiamo ritrovare sgretolato. Se ciò significa svelare quello che siamo allora ne sarà valsa la sofferenza, anche se essa ci avrà condotto sulla soglia della follia».

Così Ulisse scrisse nella nota introduttiva a L’immensità della cenere, raccolta uscita da Marco Saia Edizioni nel 2017.
Adesso che ho tra le mani Erba Nuda e sfoglio i suoi tre libri precedenti, insieme all’album dei ricordi che affollano la mia mente straziata dalla sua assenza, rivedo l’amico inquieto, l’uomo fragile e il poeta con il suo quotidiano mestiere di vivere che ha condiviso con me (e con i pochi amici veri che gli sono stati vicino).

«Mi arrendo, / giocatela voi / la vostra partita. / Io torno al fiume / a imparare del mondo /dall’acqua che scorre».

Ulisse nei versi che ha scritto, e in quelli che ci ha lasciato, ha sempre cercato se stesso, non nascondendo mai l’inferno che aveva dentro.
Erba Nuda è il lato oscuro e la luce di un poeta che ha fatto le sue domande al cielo, nude di verità ma colme di un bisogno d’amore, sempre cercato tra un pensiero di morte e un brivido di essere.

:: Con tanto affetto ti ammazzerò di Pino Imperatore (DeA Planeta 2019) a cura di Federica Belleri

15 Maggio 2019

Pino ImperatoreTorna in libreria Pino Imperatore con la seconda indagine che vede protagonisti l’ispettore Gianni Scapece e il commissario Carlo Improta. Una coppia di investigatori fuori dagli schemi,  fisicamente ai poli opposti, ma con una grande stima reciproca. Il primo,  sciupafemmine. Il secondo, una sorta di papà e di guida. La vicenda è ambientata a Napoli, come sempre. La città mostra sfumature e colori, arte e cultura, cibo e vino ottimamente serviti. Lo sanno bene i Vitiello, titolari della trattoria Parthenope, che si trova proprio di fronte al commissariato di Mergellina. Luogo scelto da Scapece e Improta per discutere delle loro indagini con il titolare e la sua famiglia. Tutti coinvolti mentre sono seduti a tavola. Tutti a confronto e disposti a dare una mano. Insoliti e divertenti i siparietti creati dall’autore con questi personaggi.
Ma veniamo al giallo. Ispettore, commissario e questore vengono invitati al novantesimo compleanno della baronessa De Flavis, alla sontuosa festa nella sua villa che si affaccia sul golfo di Napoli. Fatti gli onori di casa, la baronessa sparisce insieme all’inseparabile maggiordomo e gli ospiti cominciano a sentirsi male e a perdere i sensi.
L’indagine parte subito dopo una corsa al pronto soccorso. Dov’è finita la baronessa? E il suo fedele accompagnatore? Potrebbe essere morta?
L’ispettore Scapece inizia a usare il cervello, invece che la pistola, per risolvere questo caso. Interroga, osserva, non si fa condizionare dalle sue personali pene d’amore e si mette in gioco. Scoprirà passo dopo passo la storia di una donna determinata ma fragile, dei suoi figli egoisti ed egocentrici, dei dolori e delle sofferenze che l’hanno piegata ma non spezzata. Tra fatti realmente accaduti e leggende tramandate verremo condotti dall’autore a capire cosa significa essere avidi, arrabbiati e rissosi. A chiederci chi fosse veramente la baronessa De Flavis, a maturare sospetti e a guardare l’odio puro attraverso una porta socchiusa.
Quanto è forte il desiderio di vivere una vita piena? Quanto si ha voglia di essere capiti? Quanto si ha bisogno di essere amati davvero?
Da un colpo di scena all’altro si percorre l’intera vita di Elena De Flavis. Una metafora sugli affetti di famiglia, sulla società del possesso e non del sentimento, sulla forza d’animo che impedisce di mollare tutto.
Con tanto affetto ti ammazzerò.  Un giallo, un bilancio fra alti e bassi, fra rimpianto e nostalgia, fra nuvole e sereno. Non manca l’ironia che contraddistingue l’autore e il sorriso che arriva subito dopo.
Buona lettura.

Pino Imperatore è nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani e vive in Campania dall’infanzia. Ha vinto i maggiori premi italiani per la scrittura umoristica ed è autore di opere teatrali, racconti, saggi umoristici e romanzi bestseller. Con DeA Planeta ha pubblicato Aglio, olio e assassinoCon tanto affetto ti ammazzerò, di cui sono protagonisti Scapece, Improta e i Vitiello.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa DeA Planeta.

:: Review Party: Due cuori in affitto di Felicia Kingsley (Newton Compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2019

Due cuori in affitto - KingsleySummer ha ventisette anni ed è californiana. Blake ne ha quasi trentatré ed è un vero newyorkese. Lei aspira a diventare una sceneggiatrice di successo, ma per ora è solo assistente del direttore di produzione di una serie tv. Lui è uno scrittore da svariati milioni di copie e i suoi bestseller sono sempre nella classifica dei libri più venduti. Summer è fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mentre Blake è single per vocazione. Lei è una persona ordinata, precisa e mattiniera, fa yoga e beve tè verde; lui fa colazione con un Bloody Mary e due sigarette, vive nel caos e non si sveglia mai prima delle due del pomeriggio. Summer e Blake non hanno proprio niente in comune, a parte una casa delle vacanze negli Hamptons, che per un mancato passaggio di informazioni è stata affittata a entrambi. Qualcuno se ne deve andare, ma tutti e due hanno ottime ragioni per restare. E le ragioni potrebbero aumentare con il passare dei giorni…

Il romanzo rosa salverà l’editoria? Bella domanda, e sembra che se la siano fatti seriamente alcuni editori tra cui Newton compton, tanto che al Salone del Libro, che si svolge in questi giorni a Torino, ci sarà un dibattito Sabato 11 Maggio alle 13,30 che vede ospiti Martina Donati e Anna Premoli e Felicia Kingsley, quest’ ultima autrice proprio di Due cuori in affitto, libro di cui vi parlerò oggi.
Di Anna Premoli lessi È solo una storia d’amore e iniziai un discorso che mi piacerebbe continuare oggi.
I romanzi rosa vendono, le lettrici li leggono gli editori li pubblicano. Allora perché sono considerate ancora opere di serie B? Di questo si discuterà al dibattito a cui accenno sopra, tra le altre cose, e quando penso a questo non posso non pensare a un autore italiano che scriveva su riviste femminili, pubblicava romanzi sentimentali (per giunta belli, provate a leggere Mio adorato nessuno) ed è famoso per opere noir, naturalmente sto parlando di Giorgio Scerbanenco.
Quindi come in tutti i generi letterari è la qualità dell’autore a fare la differenza, e anche il romance, o il rosa ha autori e autrici di tutto rispetto.
Innanzitutto scrivere romanzi rosa non è facile, essere originali senza cadere nei cliché più triti e abusati diventa una sfida ben ardua e infatti emergere è una scommessa. Sia la Premoli che Felicia Kingsley sono riuscite a conquistare l’affetto delle lettrici (ma sorprendentemente esistono anche lettori).
Cosa hanno di particolare i loro romanzi? Naturalmente parlano d’amore, e lo fanno in modo moderno, inserendo le loro storie nella vita di oggi, utilizzano un linguaggio attuale, spigliato, parlano di donne con i problemi, le aspirazioni, le difficoltà delle stesse lettrici che leggono questi romanzi. Risolvono situazioni complesse (quasi sempre è scontato il lieto fine) e lo fanno perché come insegnava Jane Austen già 200 anni fa la fantasia ha questo privilegio, dare un lieto fine a storie che nella vita vera non è detto che ce l’abbiano. Dando ragione d’essere alla speranza.
E a queste lettrici piace sognare, piace un tocco di leggerezza e di dolcezza, piace che il lui e la lei con caratteri diversi, storie personali diverse, trovino alla fine il modo di essere felici. Perché l’amore rende felici, e in questo non c’è nulla da ridere.
Dopo questo lungo preambolo parliamo del romanzo Due cuori in affitto di Felicia Kingsley. È un capolavoro? Forse no, ma ha tutti gli ingredienti di cui parlavo sopra capaci di rendere una storia piacevole da leggere. I battibecchi, le incomprensioni, diventano ben presto schermaglie amorose, e sia il lui che la lei della storia riescono alla fine a vedere l’altro, oltre l’apparenza, e la superficialità. Perché l’amore fa questo svela il vero noi stessi, privandolo delle incrostazioni delle delusioni, delle durezze, dei fallimenti sedimentati negli anni. Dunque che dire oltre, buona lettura.

Felicia Kingsley è nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Matrimonio di convenienza, il suo primo romanzo inizialmente autopubblicato, ha riscosso grande successo in libreria con Newton Compton ed è diventato il secondo ebook più letto del 2017. Stronze si nasce e Una Cenerentola a Manhattan sono stati nella classifica dei bestseller per settimane. Due cuori in affitto è il suo quarto libro. Per saperne di più: www.feliciakingsley.com

Source: pdf inviato dall’editore.

:: Chiedi alla notte di Antonella Boralevi (Baldini+Castaldi 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 Maggio 2019

Chiedi alla notteChiedi alla notte di Antonella Boralevi, titolo che vagamente riecheggia Chiedi alla polvere di Fante, ci riporta nelle vite di Emma e Alfio già conosciuti ne La bambina nel buio, edito l’anno scorso sempre da Baldini +Castoldi.
Siamo a Venezia durante il 75° Festival del Cinema e un delitto se vogliamo riavvicina i due protagonisti: la luce della bellissima eterea Vivi Wilson brilla una sola sera, quella dell’inaugurazione del Festival. Il giorno dopo infatti viene trovata morta sulla spiaggia degli Alberoni, nel Lido di Venezia. Ad indagare sul delitto naturalmente il bel commissario Alfio Mancuso aiutato da Emma Thorpe, avvocato di Netflix, coproduttori del film di cui la Wilson, la Regina delle fate, era la star.
Continua così l’insolito mix di thriller, romanzo sentimentale, e affresco sociale, iniziato con il precedente romanzo. La scrittura è patinata, effervescente, l’ambiente internazionale, si sprecano i marchi di lusso, gli status symbol che decretano il tanto ambito successo sociale (l’essere accettati nel gotha che conta), ma in tutto questo apparente splendore sembra che la superficie smaltata nasconda un terribile vuoto. Mondanità, ricchezza, fascino non sembrano sufficienti a dare un senso alle vite dei personaggi, se non per l’amore che unisce Emma e Alfio, unica vera luce in un profondo e feroce buio.
La Boralevi è brava nel accentuare questo stridente contrasto, che se vogliamo incarna la vera anima noir del libro (affatto edulcorato se analizziamo bene sotto le apparenze). E le apparenze sono la chiave di volta dell’intero libro. Tutti mentono in questo mondo, in questo effimero gioco di specchi, dice una notte il regista Bob Miller a Emma.
Mondanità, ricchezza, privilegi non bastano insomma sembra dirci l’autrice tra le righe per raggiungere se non la felicità anche solo una certa pace. Il male, la sofferenza toccano tutti, anche i più privilegiati e apparentemente fortunati.
Naturalmente ci chiediamo chi abbia ucciso la bella Vivi Wilson, (lo si scoprirà alla fine in un gioco di maschere e disvelamenti) ma forse è il quadro sociale la parte più interessante del romanzo e la capacità della Boralevi di vedere le pieghe più oscure in tanto ostentato luccichio di gioielli, borse, vestiti, motoscafi, champagne, auto di lusso, ville antiche, locali alla moda, feste e cene esclusive.
Lo stile è semplice, cadenzato, fatto di frasi brevi, ritmate, impreziosite in alcuni tratti da accostamenti semantici più poetici che prosastici, certamente insoliti. Cosa abbastanza singolare per un thriller.
Poi naturalmente la bellezza di Venezia con il suo fascino crepuscolare e antico, sebbene siamo a fine estate, accresce il lirismo della storia.
Venezia con la sua luce, le sue calli, la polvere dorata che si muove nell’aria è sempre capace di evocare quel gusto decadente che racchiudono le cose in via di decomposizione. Quel fascino un po’ innaturale e straniante che molti artisti hanno da sempre accentuato.
Ricordo il bellissimo romanzo di Fruttero e Lucentini, L’amante senza fissa dimora, che seppur per molti versi diverso, racchiudeva anche esso un amore senza tempo, e il fascino nobile di questa città che è stata scelta anche come location di romanzi e film ben più inquietanti come tra tutti il bellissimo A Venezia un dicembre rosso shocking, film del 1973 diretto da Nicolas Roeg, che se non avete visto vi consiglio di recuperare. Ma numerosi altri sono gli esempi.
Interessante.

Antonella Boralevi (Firenze, 18 giugno 1953) è una scrittrice, conduttrice televisiva, autrice televisiva e personaggio televisivo italiana, ed è autrice di romanzi, racconti, saggi e sceneggiature.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Baldini+Castoldi.

:: La Campagna di Russia 1941-1943 di Maria Teresa Giusti (il Mulino, 2016) a cura di Daniela Distefano

30 aprile 2019

LA CAMPAGNA DI RUSSIA -Maria Teresa GiustiLa guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.

La campagna militare italiana in Russia durante la Seconda guerra mondiale è stata oggetto di pubblicazioni sin dal momento in cui i soldati italiani partirono per il fronte.
I primi scritti sull’argomento – quelli di regime – risalgono al 1941, con il giornale “L’Illustrazione Italiana” che dedicò diversi numeri al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Da allora, tra monografie, raccolte di atti, diari e memorie, articoli su giornali e riviste, film, relazioni e tesi di laurea, sono stati realizzati oltre 1.700 documenti divulgativi.
L’autrice di questo testo compatto ha integrato la principale bibliografia esistente con una portentosa ricerca archivistica: Archivio Centrale dello Stato, Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, quello diaristico di Pieve Santo Stefano e quello dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, solo per quanto concerne la parte di ricerca svolta in Italia, per passare poi al National Archives di Londra, ma soprattutto all’Archivio Statale della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Ministero della Difesa russo per quanto riguarda la parte di ricerca svolta fuori i confini nazionali. Le fonti russe sono state fondamentali per far luce su particolari inediti e per comprendere il punto di vista dei sovietici, il loro atteggiamento verso la guerra e i nemici, nonché verso il regime di Stalin. La scrittrice, conoscendo la lingua russa, ha potuto tradurre personalmente la documentazione analizzata, interpretandola con gli occhi di una storica.
Maria Teresa Giusti parte da lontano, dalla descrizione della situazione politica post-Grande Guerra, per immergere il lettore negli avvenimenti dei mesi precedenti al patto Molotov-Ribbentrop che il ministro degli esteri Galeazzo Ciano descrisse come “un colpo da maestri” dei tedeschi. Come si arrivò allora alla strappo fatale? Alla guerra disastrosa per l’Italia al fianco dei nazisti e contro il colosso russo?
Lo studio minuzioso e i commenti dell’autrice si spingono oltre le già note problematiche della mancanza di materiali ed equipaggiamenti idonei per affrontare il clima russo, facendo trasparire le inefficienze e le responsabilità di alcuni uomini di vertice, come quelle del generale Cavallero.

Il 28 gennaio 1943, mentre si consumava la tragedia del corpo degli alpini sul Don, “Il Duce continua a vedere abbastanza ottimisticamente la situazione in Russia. Crede che i tedeschi hanno uomini, mezzi, energia per dominare gli eventi e forse per capovolgerli”. Tale visione errata era frutto di un’illusione e anche la conseguenza delle informazioni che arrivavano al duce da Cavallero.(..). Questi fu sostituito il 30 dello stesso mese da Vittorio Ambrosio come capo di Stato Maggiore generale”.

Le vicende del CSIR prima e dell’Armata Militare Italiana in Russia (ARMIR) poi non furono limitate a ciò che accadde sul Don o attorno alla città di Stalingrado. Come messo in evidenza da Maria Teresa Giusti, la campagna di Russia si svolse anche lontano dai campi di battaglia.
Una figura molto presente in questo volume è quella del generale Giovanni Messe. Assieme a Mussolini, Hitler e Stalin, è il nome più ricorrente e con il suo La guerra sul fronte russo e il fondo Messe presso l’Archivio Storico dello Stato Maggiore Esercito, costituisce un valido punto di riferimento per la storia non solo militare della campagna di Russia. “La Campagna di Russia 1941-1943” (il Mulino) è un libro succoso, documentatissimo, che aiuta il lettore nell’analisi di eventi tragici e ancora oggi imperscrutabili e fornisce anche interessanti osservazioni della storiografia russa permettendo di considerare gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Maria Teresa Giusti insegna nell’Università “Gabriele D’Annunzio” a Chieti. Ha conseguito i seguenti titoli:
– Dottorato di Ricerca in “Storia politica comparata dell’Europa. XIX e XX sec.”, XIV ciclo, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna il 10 febbraio 2003, con la tesi dal titolo Italiani e tedeschi nei campi di prigionia militare in Unione Sovietica. 1941-1946.
– Laurea in Materie letterarie (indirizzo storico), conseguita il 9 luglio 1998 presso l’Università degli Studi dell’Aquila con la tesi dal titolo Rapporti tra Italia e Unione Sovietica. I prigionieri italiani nell’URSS durante la seconda guerra mondiale: dalla propaganda antifascista nei campi al rimpatrio.
– Laurea in Lingue e letterature straniere (I lingua russo, II lingua inglese), conseguita l’11/03/1988 presso l’Università degli Studi dell’Aquila, con la tesi dal titolo Garšin e la letteratura del dolore.

Source: Libro inviato dall’Editore. Rngraziamo Cristina e Cinzia dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

:: Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore 2019) a cura di Nicola Vacca

19 aprile 2019
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Attendevo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, il primo libro di sideKar, una nuova collana di narrativa pubblicata da Arkadia editore.
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questi racconti, che in un certo senso formano un romanzo, mi sono venute in mente alcune parole di Cioran in merito ai libri che devono frugare nelle ferite e che devono allargarle fino a diventare essi stessi un pericolo.
La scrittura di Alessandro Zannoni è arrivata come un colpo d’ascia che mi ha spaccato virtualmente il cranio.
Non abbandonando mai la letteratura, l’autore compie un indagine intorno al male, osando sempre chiamarlo per nome con tutto il suo sangue che ogni giorno versa nelle nostre esistenze.
Ogni racconto ha per titolo il nome del protagonista e inizia con un delitto efferato che egli commette in seno alla propria famiglia.
L’autore usa una tecnica di montaggio a ritroso e una scrittura crudele, asciutta e essenziale, che arriva diretta come una pugnalata che squarcia la carne, per ricostruire le cause che hanno portato il protagonista a compiere il gesto insano e omicida.
Le storie crudeli di Alessandro Zannoni si consumano tutte in famiglia e nei suoi racconti estremi troviamo rappresentato tutto il male che oggi la cronaca ci sbatte davanti agli occhi con tutto il suo carico di ferocia.
Mariti che picchiano e uccidono le mogli, donne che la fanno finita insieme ai loro figli perché non reggono più la violenza familiare, figli che massacrano i genitori perché hanno completamente perso la ragione, padri che sterminano l’intera famiglia.
Zannoni in questi racconti brevi, senza nessun filtro e a colpi di machete, ci rappresenta il nostro mondo familiare massacrato dalla violenza degli esseri umani.
Noi lettori lo percepiamo come un pugno allo stomaco perché la scrittura del suo autore si avvale del sanguinamento. Zannoni scrive per svegliare e quindi è consapevole che c’è un solo modo per raccontare il male che siamo capaci di fare.
Guardarlo in faccia e descriverlo con la stessa crudeltà con cui lui arma la nostra follia.
Lucio, il protagonista dell’ultimo Stato di famiglia, colpisce a morte Silvia, sua moglie. Lei, inciampando si rivolge al marito e chiede perché. Lui si spaventa e la colpisce ciecamente fino a che non smettere di dire perché.
Questo è uno dei brani del libro che più mi è rimasto impresso.
Alessandro Zannoni vuole dirci che al male che coviamo dentro non c’è un perché. Siamo maledettamente sedotti dal suo fascino sinistro e abbagliati dalla sua luce perversa non siamo mai lucidi da considerare i suoi effetti collaterali devastanti.
Stato di famiglia è un libro riuscito perché la scrittura nera e appuntita di Alessandro Zannoni si conficca come un chiodo nella nostra carne viva di uomini che (anche in chiusura il pensiero va a Cioran) sappiamo essere solo il cancro della terra.

Alessandro Zannoni scrive romanzi per adulti e per ragazzi, pubblica racconti su antologie e riviste di settore. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino” disegnato da Lorenzo Palloni. Nel 2002 ha dato vita al FestivalNoir di Lerici, che si è trasformato negli incontri letterari “Leggere fa male”. Nel 2018 ha organizzato “Mi piace corto”, primo festival Italiano dedicato al racconto. Dal 2017 scrive per il cinema. Conduce “Senzafiltro” un programma in diretta radioweb su www.radiorogna.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Tania Murenu dell’Ufficio Stampa Arkadia Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Il cuore e la tenebraStamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.

Così inizia Il cuore e la tenebra, ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana di narrativa Scrittori italiani e stranieri. Titolo che rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e nella narrazione allo stesso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, film di Francis Ford Coppola.
La trama è semplice: un figlio alla morte del padre, grande direttore di orchestra, si reca a Berlino per la cerimonia di cremazione. Guardando nel suo computer trova poi dei file con farneticanti affermazioni legate alla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler e a una sua apparente adesione al nazismo, ovvero al nazionalsocialismo, il termine nazista è un termine dispregiativo introdotto dagli inglesi, e alla sua concezione dell’esistenza.
In realtà tutto sembra legato a un discorso meramente estetico, senza il nazismo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Furtwangler non avrebbe potuto essere tale, di tale potenza, e anche solo tentare di riprodurla si rivela infatti impossibile, ma l’effetto è perturbante.
Il figlio, che narra in prima persona la vicenda, si interroga come è possibile, si chiede addirittura cosa avrebbe fatto suo padre se fosse vissuto ai tempi di Hitler, tra sgomento e incredulità. Per poi concludere che è un discorso sterile, poichè noi siamo anche quello che siamo in relazione all’ambiente, al momento in cui viviamo.
Durante la narrazione poi arriva a fare i conti con questo padre assente, e da morto così ingombrante, e alla fine cerca di comprendere come abbia potuto trovare rifugio dal suo fallimento personale in un’ ideologia così atroce (non arrivando però mai ad abbracciare l’antisemitismo e provando orrore per l’uccisione di donne e bambini). Per arrivare inaspettatamente al perdono, a un catartico e liberatorio ti perdono tutto papà.
Romanzo anomalo si può dire, lunga riflessione sul nazismo e su cosa resta di questa ideologia oggi, e sul rapporto che lega genitori e figli (anche i figli dei nazisti amavano i loro genitori) in un mondo complesso e privo di reali punti di riferimento.
Quello che Culicchia fa è rendere visibile in modo molto efficace il male insito in questo credo politico sconfitto dalla storia, che sa ancora affascinare oggi così tante menti, questo potere corrosivo di attrazione a cui è sempre legato un senso di orrore, ma come scrisse Nietzsche, a guardare nell’abisso anche l’abisso scruterà dentro di te, e avverte che chi lotta contro i mostri deve guardarsi bene dal non diventare mostro a sua volta. Questo è senz’altro il senso profondo del romanzo che tocca il suo apice quando fa sembrare ragionevoli e rassicuranti addirittura le farneticazioni di un nazista contemporaneo (amico del padre del protagonista) dal piano Kalergi all’antisemitismo finanziario e cospirazionista.
Agghiacciante nella sua essenza, prova di estrema bravura da parte dell’autore che naturalmente non abbraccia e non difende il credo nazista, ma ne denuncia le derive e il male che continua a fare ancora oggi. Forse un campanello di allarme, un libro sicuramente da leggere con i giusti anticorpi.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, è figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese. Ha pubblicato 24 libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo long seller Tutti giù per terra, ristampato da oltre vent’anni, presente nelle antologie scolastiche e incluso da Mondadori nella collana 900 Italiano, è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è il titolo di maggiore successo della collana Contromano di Laterza. Di Einaudi il recente Mi sono perso in un luogo comune. Tra gli altri titoli pubblicati: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metrò (2012), E così vorresti fare lo scrittore (2013). Ha tradotto tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

:: La dottrina del male di Alessandro Berselli (Elliot Edizioni 2019) a cura di Federica Belleri

17 aprile 2019

La dottrina del maleTorna Alessandro Berselli con un nuovo libro. Piccole dimensioni, grande contenuto. La vicenda che ci racconta è centrata su Ivan Cataldo, trainer aziendale specializzato in marketing partitico. Uomo piacente, abbigliamento ricercato, amante della cucina raffinata e alternativa. Una moglie, una figlia vicina alla maggiore età e una in arrivo. Cosa gli manca? In apparenza nulla. È realizzato, i soldi non sono un problema, tutto sta procedendo al meglio. Finché … gli viene fatta una proposta lusinghiera, legata a nuove e ambiziose idee politiche. La sua curiosità si accende, i suoi equilibri diventano incerti. Superare o no la sottile linea che ha curato giorno dopo giorno in modo quasi maniacale? Non vi svelo altro.
La dottrina del male smuove ogni cosa. L’affetto e l’amore, la fiducia incondizionata e il tradimento, l’idealizzazione e la paura di fallire. La dottrina del male controlla ogni cosa, facendo pressione psicologica. Fa a pezzi la coscienza per seguire un delirio politico. Inganna, uccide e non lascia spazio alle alternative. La dottrina del male mette in discussione i rapporti di coppia e quelli tra genitori e figli, a più livelli di generazione.
Linguaggio attuale, ritmo incalzante, non una parola fuori posto. Toni legati al noir. Ottima la chiave di lettura relativa al mondo dei social e alla struttura piramidale che domina l’intera storia.
Assolutamente consigliato.

Alessandro Berselli è nato a Bologna nel 1965. Umorista, scrittore, docente di tecniche della narrazione, inizia la sua attività negli anni Novanta, collaborando con le riviste «Comix» e «L’apodittico». Dal 2003 intraprende una carriera parallela come romanziere noir. Oltre alle raccolte di racconti Storie d’amore, di morte e di follia (Arpanet, 2005) e Anni zero (Arpanet, 2012), ricordiamo i romanzi Io non sono come voi (Pendragon, 2007), Cattivo (Perdisa Pop, 2009), Non fare la cosa giusta (Perdisa Pop, 2010), Il metodo crudele (Pendragon, 2013), Anche le scimmie cadono dagli alberi (Piemme, 2014) e Kamasutra Kevin (Pendragon, 2016). Dell’autore, Elliot ha pubblicato il romanzo Le siamesi (2017).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine di Enrico Mirani (Liberedizioni 2018) a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2019

Delitto di paeseTornano le avventure e le indagini del Brigadiere del Carmine, nato dalla penna di Enrico Mirani, giornalista e scrittore. La città di ambientazione è la Brescia del 1915, un luogo che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, edito da Liberedizioni, sente l’incombere della guerra -la Prima-, dove ci sono manifestazioni pubbliche tra interventisti e neutralisti, dove cominciano ad attrezzarsi ospedali e caserme militari per essere pronti al prossimo conflitto bellico, e dove, le incursioni aeree diventano, giorno dopo giorno, una routine che getta nel panico la popolazione. La nuova avventura del Carabiniere Francesco Setti sradica il protagonista delle intricate maglie della città di Brescia e lo costringe, per esigenze lavorative, a trasferirsi nella campagna locale, dove l’atroce misfatto si è compiuto. In un piccolo paesino di provincia, in un campo, è stato ritrovato il corpo abbandonato e martoriato di una ragazzina, assassinata senza pietà. Chi l’avrà uccisa? Perché? Francesco Setti cercherà di trovare una soluzione, ma le indagini si riveleranno molto più complesse del previsto. Tanto per cominciare il protagonista dovrà affrontare un senso di spaesamento determinato dal fatto che lui è abituato a acciuffare criminali per le vie del Carmine a Brescia e nel quartiere delle Pescherie (quando ancora c’era, visto che nel 1927 venne demolito per lasciare spazio a Piazza della Vittoria), mentre questa caccia all’assassino si svolgerà in piena campagna, un ambiente sconosciuto, misterioso, tutto da scoprire, perché le cose non sono mai quello che sembrano a prima vista. Setti non sarà solo, con lui l’inseparabile Mario Serafini. Il duo avrà una “bella gatta da pelare”, nel senso che nel piccolo centro campagnolo, gli imprevisti pronti ad ostacolare le indagini arriveranno inaspettati. Tra di essi ci saranno la profonda omertà e la poca disposizione a collaborare della popolazione locale. Setti dovrà lavorare duro per conquistare la fiducia della gente di paese, persone umili, ma molto diffidenti, che lo vedono come l’elemento estraneo, lo straniero arrivato dalla città per passare alla lente d’ingrandimento le loro vite e trovare il responsabile dell’atroce morte della piccola e innocente vittima. Non solo, perché il protagonista avrà un altro bel grattacapo che gli darà un po’- tanto- tormento: la nuova fidanzata. Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915 è un giallo avvincente, che richiama la struttura narrativa del giallo tradizionale, con un l’aggiunta dell’analisi della dimensione psicologica del protagonista e degli altri attori narrativi. Un elemento che rende il Carabiniere Francesco Setti e gli altri personaggi delle creature letterarie simili ai tanti tipi umani che caratterizzano la realtà della vita quotidiana. Altro aspetto interessante, come nel precedente lavoro, è il fatto che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, l’ambientazione nel passato permetta al lettore di scoprire o riscoprire aspetti della città di Brescia e del suo territorio mutati per sempre nel corso di un secolo.

Enrico Mirani, bresciano, è giornalista e inviato speciale del quotidiano «Il giornale di Brescia». Scrittore appassionato ha dato vita a diverse storie ambientate tra Ottocento e Novecento Bresciano. Il carabiniere Francesco Setti è anche il protagonista del primo volume della serie edito da Liberedizioni: Il brigadiere del Carmine. Due indagini nella Brescia della Belle Époque.

Source: libro del recensore.

:: Il merlo e altre prose di Gianna Manzini, curato da Magda Vigilante (Via Del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

15 aprile 2019

Perché tutti perdono segreti? Non si accorgono di vivere un mondo senza carità, dove anche un figlio diventa aguzzino, un carnefice? Proteggetevi il viso, nascondetevi gli occhi, non sorridete, mascherate la voce, non inclinate la testa: perché basta nulla, una semplice movenza, a tradirvi. Fatevi una maschera fissa per sempre, dietro la quale potere impunemente marcire. Sappiate diventare irragiungibili: dovete farlo per pietà di chi, guardandovi, capisce. Sapere è una colpa della quale non ci si libera più. Chi me la restituisce la mia innocenza, e quel po’ di bontà che mi permetteva d’esser franco, naturale?”.

Il merlo”,”Bersagliato dai ricordi”, “Neve e silenzio” (Via Del Vento edizioni) sono tre storie brevissime che fanno parte della produzione letteraria – sparsa in giornali e riviste – di Gianna Manzini. Il racconto “Il merlo” è apparso sul giornale “La Nazione” il 6 dicembre 1921, risale al periodo iniziale dell’attività culturale della Manzini, in esso si manifestano già temi e modalità stilistiche dell’autrice. Un esempio è il motivo degli animali presente nelle future raccolte di “Boscovivo” e di “Animali sacri e profani”, nelle quali gli animali possiedono sensibilità e sentimenti umani. In questa storia lieve il nero uccello ammicca furbescamente all’ingresso della protagonista Isella nel salotto di un gruppo di austeri intellettuali dove non avrebbe voluto condurla il suo amante.

Ora Isella non riconosceva più il suo passato di piccoli amori: le pareva che la carne, mortificata da un’ormai lunga commedia di gioia, rivelasse in una diffusa stanchezza, un desiderio nostalgico di vita intima e serena; e capiva perché a volte il suo corpo si ribellasse al piacere. Si sentiva oppressa. Quel salotto, che diventava col crescere dell’ombra sempre più piccino, era come un povero astuccio aperto che si schiudesse a poco a poco col cader della sera”.

L’animale sottolinea il constrasto tra la vanitosa fanciulla dal “colorato abbigliamento” e l’ambiente laccato di spiritualità della casa che le incupisce lo spirito facendole sopraggiungere pensieri filosofici:

Ah ecco, perché Guido non avrebbe mai creduto al dolore che ci poteva essere in lei: contro la verità della sua pena congiuravano anche la monelleria bambolesca del suo viso, e la stravaganza del cappellino, prezioso d’un nastro su cui luceva, in un chiaro di luna tessuto d’argento , una gaia storia cinese. Sul suo viso i segni della sofferenza non potevano essere se non un belletto. E cominciò a singhiozzare”.

La scrittrice riporta l’effetto gazebo della sensibilità femminile, costretta a essere recintata, e allontanata da ogni flessibilità intellettuale, riservata per molto tempo solo al mondo maschile. Un testo vellutato, che aggredisce la polpa delle convenzioni e ristabilisce l’equilibrio tra cosa si può e cosa è dovuto. Gli altri due racconti sono altrettanto speculari. Si ricava sempre un’impressione di vivifica immaginazione, una scrittura quella della Manzini visiva e ingioiellata di quadretti narrativi raffinati, perfetti, riusciti, innati.

Gianna Manzini nacque a Pistoia il 24 marzo 1896 da Giuseppe Manzini di agiata famiglia originaria di Modena e da Leonilda Mazzoncini di ricchi industriali pistoiesi. Il padre, di fede anarchica, fu costretto a separarsi dalla moglie per dissensi di carattere economico e politico con i parenti di lei. All’avvento del fascismo, fu obbligato al confino, dapprima a Pracchia e dopo a Cutigliano, nell’Appennino pistoiese, dove morì nel ’25. Trasferitasi a Firenze per proseguire gli studi al Magistero, si formò idealmente alla scuola del De Robertis. Dopo la laurea in Lettere, la Manzini cominciò il suo apprendistato letterario, pubblicando numerosi racconti, negli anni Venti, su diversi giornali, tra cui «La Nazione» dove era critico letterario Bruno Fallaci, che sposò nel ’20. Aderì al gruppo di scrittori e critici riuniti attorno alla rivista «Solaria» e pubblicò nel ’28 il suo primo volume Tempo innamorato, subito apprezzato dalla critica come opera nuova e stimolante. Successivamente scrisse due raccolte di racconti Incontro col falco (’29) e Boscovivo (’32). Nel ’33, fallito ormai il suo matrimonio con Fallaci, la Manzini si spostò a Roma dove divenne la compagna del critico Enrico Falqui e dove produsse diverse raccolte di racconti da Un filo di brezza (’36) a Rive remote (’40), Venti racconti (’41), Forte come un leone (’44) fino alla svolta significativa rappresentata dal volume Lettera all’editore (’45). Furono ristampati i volumi Il valtzer del diavolo (’47; ’53) e Ho visto il tuo cuore (’47; ’53), mentre uscirono le nuove opere Animali sacri e profani (’53), Foglietti (’54), La sparviera (’56) – premio Viareggio – Cara prigione (’58), Ritratti e pretesti, Arca di Noé (’60), Un’altra cosa (’61) – premio Marzotto –, Il cielo addosso (’63), Album di ritratti (’64), Allegro con disperazione (’65). Nel ’71, uscì Ritratto in piedi – premio Campiello – dedicato alla memoria del padre e due anni dopo Sulla soglia . Morì a Roma il 31 agosto 1974. Della stessa autrice, queste Edizioni, che hanno sede nella stessa via dove trascorse la giovinezza, hanno pubblicato i volumetti: Bastimento in bottiglia, Favola dell’ulivo, Bestiario.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via Del Vento Edizioni”.