Marc è un artista, uno scultore di successo, quasi cinquantenne, fondamentalmente egoista, incapace di tenersi una donna, incapace di comunicare con suo figlio, non un fallito questo no, ma un uomo che lascia che la vita lo attraversi senza fare troppa resistenza. Alcool, droghe, donne, anche degli amici, l’importante è stare bene, giocarsi le sue carte. Alexandre, il figlio, è un diciottenne trascurato, cresciuto senza madre, un ragazzo per certi versi fragile che decide di lasciare questo mondo platealmente, sparandosi al centro di una mondanissima festa e crollando sul buffet. Poi c’è Gloria la ragazza di Alexandre che Marc raccoglie ubriaca in una pozza di vomito sul metrò e la porta a casa con il nobile intento di prendersi cura di lei, lui che non ha mosso mai un dito per gli altri, nemmeno per suo figlio. Gloria lo sa, lo conosce e vuole vendetta, come Alexandre che col suo gesto a suo modo voleva la stessa cosa. Marc si interroga, si analizza, cerca di comprendere il gesto del figlio, cerca di assolversi. Marc, Alexandre, Gloria questo è il triangolo al centro di Vendette di Philippe Djian edito in Italia da Voland a pochi mesi dall’edizione francese Gallimard. Djian è un autore di culto in Francia, adorato dalla critica che lo ricopre di premi, uno scrittore di noir che per molti versi ripropone sempre uno schema fisso rivisitato in mille sfumature e celebre soprattutto per 37°2 al mattino portato al cinema come Betty Blue con Beatrice Dalle. Vendette è il primo Djian che leggo e mi sono accostata al libro con notevoli aspettative, sperando di porre l’autore accanto al mio personale pantheon formato da autori come Andrè Helena e Derek Raymond. La prima impressione è piuttosto conflittuale, da un lato mi piace come accosta le parole, il suo stile, la musica che quasi emerge dalle righe e si vede che è frutto di un lavoro ostinato sulla lingua e non di improvvisazione ma la sua scelta di frammentare il tessuto narrativo, passando dalla prima alla terza persona in continuazione con sincopata naturalezza, un po’ mi ha spiazzato, costringendomi a spezzare spesso il pensiero e a ricrearmi la trama quasi prendendo appunti. A parte questo è un libro notevole, interessante, che si legge per il piacere di sentire le parole concatenarsi l’una all’altra con la consapevolezza che l’autore non si è limitato a sporcare la pagina bianca di inchiostro come succede a volte. Leggerò sicuramente Imperdonabili premio Jean Freustie 2009 , Incidenze e terrò per ultimo 37°2 al mattino. Traduzione di Daniele Petruccioli.
Philippe Djian nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.
37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987.
Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il Premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” ‒ di cui nel 2016 è uscita la trasposizione cinematografica Elle, diretta da Paul Verhoeven e interpretata da Isabelle Huppert ‒ il Prix Interallié 2012.
“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.
Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad. Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.
Se muoio prima di svegliarmi (If I Die Before I Wake, 1938), dello scrittore americano Sherwood King, quinto titolo della collana I Mastini dedicata dalla Polillo all’hard boiled, è diciamolo subito un classico del noir che ispirò, con alcune licenze, la celeberrima trasposizione cinematografica dal titolo La signora di Shanghai, (che Orson Welles girò nel 1946 con Rita Hayworth, al tempo sua moglie, che con questo film divenne la famme fatale per eccellenza del cinema hollywoodiano degli anni ’40).

Día de los muertos di Kent Harrington è un nero di confine, anzi un nerissimo piccolo capolavoro simile ad un tizzone sputato dall’inferno. Un classico che la Meridiano Zero rispolvera in grande stile in una nuova edizione che farà felici non solo i vecchi appassionati di noir come me, ma anche coloro che si accostano per la prima volta al genere e vogliono iniziare con i capisaldi del noir americano sporco e cattivo per intenderci, quello senza redenzione e senza luce anche se ambientato nell’assolata e bollente Tijuana, città feticcio del genere, da quando James Ellroy (chi non si ricorda di Tijuana Mon Amour), l’ ha eletta capitale mondiale dei disperati, dei maledetti da Dio e dagli uomini.
Alexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.
Bentornati alla Waldklinik!
Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.
























