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:: Recensione di Nero Oceano di Stefàn Màni

11 agosto 2011

Nero oceanoFuori, il vento soffia forte da occidente, agitando le tende. Le fiammelle delle candele vacillano e sul vetro scuro della finestra si abbattono grosse gocce di pioggia, a ritmo con i baci umidi, i cuori che pulsano all’impazzata e la musica cupa. Le candele mandano un ultimo scoppiettio di cera e si spengono, e un fumo azzurro nuota come un pesce nel buio, per sparire nelle profondità del soffitto.
Nessun bene dura per sempre. Il male invece, è eterno.

Vi presento Stefan Mani. Islandese, ex pescatore, sguardo da duro, pizzetto scuro, bicipiti tatuati, canottiera nera da camionista, cappello da cowboy, un po’ Village people un po’ teppista nordico, tutto direste tranne che scrittore, e invece è l’autore di Nero Oceano Marco Tropea Editore, Collana Fuorionda, pagine 378, traduzione dall’islandese di Alessandro Storti, un noir davvero insolito che sta risollevando la mia estate. Claustrofobico, inquietante, sadico, nerissimo è un romanzo che prende alla gola e ti porta di peso in un universo costretto, asfissiante, narrando un vero e proprio dramma dell’isolamento e descrivendo un mondo tutto al maschile segnato da una lotta in crescendo per la sopravvivenza. Un gioco al massacro in mare aperto per nove uomini accomunati da segreti, a volte proprio crimini, ciascuno con un peso sulla coscienza, ciascuno con un appuntamento con il destino. Settimo dei nove romanzi che ha scritto fino ad oggi Mani, e il primo tradotto in italiano,  Nero Oceano disorienta e affascina soprattutto per le sue atmosfere vagamente horror e per un’ ambiguità di fondo carica di tensione. In breve la trama. Nove marinai islandesi partono dal porto di Grundartangi a bordo di una scalcinata nave cargo destinazione Suriname. Ma il viaggio inizia con un’ombra nera che grava come una maledizione. All’insaputa del capitano l’equipaggio ha deciso infatti, come contromisura per salvarsi dalla decisione dell’armatore di licenziarli tutti alla fine del viaggio, di scioperare, fermando le macchine a metà del viaggio, in una sorta di ammutinamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza di un futuro. Quello che non sanno è che li aspetterà la tempesta, i pirati, continui sabotaggi, un clandestino. Solo alcuni arriveranno vivi in Antartide, ma questa terra inospitale non è certo la salvezza. Si salverà qualcuno veramente? Questa è la domanda che si insinua subdolamente nella mente del lettore nei capitoli finali seppure i presentimenti sono neri come il cielo che sovrasta l’oceano. Quasi un omaggio a Lovecraft, anzi l’autore sfacciatamente lo cita (come fonte di ispirazione?) nei ringraziamenti assieme a Sartre forse quello di Huis clos, la stanza senza né finestre né specchi metafora dell’inferno, non a caso il clandestino si chiama Satana.  Vertiginosa discesa in un incubo che lentamente ma inesorabilmente proietta i protagonisti in un abisso di dannazione e morte. Il mare come metafora dell’ignoto, della paura, del mistero, catapulta poi tutto in un nichilistico nulla. In Francia la rivista “Lire” l’ ha eletto miglior noir del 2010 e grazie all’eco di questo successo è arrivato anche da noi. Che dire di più. Leggetelo aspetto i vostri commenti.