Chi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.
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:: Recensione di La ragazza dei cocktail di James M. Cain (Isbn, 2013) a cura di Fabrizio Fulio-Bragoni
14 Maggio 2013
Come la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
Vi avvicinereste al testo con il cinismo del lettore smaliziato che ha assistito a troppe operazioni di “ripescaggio”, o vi dedichereste alla lettura, grati all’editore per la grande opportunità?
Ok, in certi casi l’eventualità è piuttosto remota; sopratutto se l’autore in questione è morto da trentacinque anni (trentasei, a voler essere pignoli), e ancora di più se ha scritto una ventina di romanzi hardboiled considerati -e non a torto- essenziali per gli sviluppi successivi del genere poliziesco, del noir, del pulp e di tutte le loro impalpabili varianti postmoderne.
Se poi l’autore ha fornito soggetti a film indimenticabili e -giustamente- indimenticati come La fiamma del peccato, Il postino suona sempre due volte, Ossessione ecc., l’eventualità si fa veramente remota.
Remota, certo, ma non nulla.
E così capita di approdare in libreria e trovarsi di fronte un inedito di James M. Cain. Proposto da Isbn. E siccome non si vuole fare la figura dei cretini, si procede al contrario, cominciando a informarsi sulla storia del testo: Com’è che un romanzo come La ragazza dei cocktail salta fuori solo nel 2012?
E si scopre, (merito della postfazione di Charles Ardai, consultata di straforo per non attirarsi le ire del libraio) che in effetti si tratta di un romanzo incompiuto. Che nella corrispondenza tra l’ottantatreenne James M. Cain e il suo agente dell’epoca ci sono vari accenni al manoscritto de La ragazza dei cocktail. Che poco prima di morire l’autore ne ha parlato con un intervistatore. E che la versione data alle stampe è frutto di un minuzioso lavoro di editing condotto dallo stesso Charles Ardai che firma la postfazione.
Charles Ardai; uno che, vi sembra di ricordare, è scrittore (anche se non l’avete letto), e fondatore di “Hard Case Crime” (http://www.hardcasecrime.com/), casa editrice che ha fatto dell’hardobiled (“dai capolavori perduti del noir ai romanzi dei migliori autori contemporanei”; il tutto in edizioni tascabili, super economiche e corredate da copertine originali dall’irresistibile sapore vintage) una vera e propria ragione di vita.
Insomma, date le premesse, il finale è scontato: vi portate a casa il libro di Cain, staccate il telefono, posticipate tutte le scadenze, vi date malati e cominciate la lettura.
E i sospetti iniziali (quei pochi residui) si dissipano presto, anzi, subito, fin dalle prime righe:
“Ho incontrato per la prima volta Tom Barclay al funerale di mio marito, come mi avrebbe rinfacciato più avanti, anche se allora mi aveva fatto un’impressione così blanda che non ricordavo di averlo mai visto prima”.
Vi trovate rituffati nel solito universo di James Cain; certo, l’incipit non è esattamente di quelli classici: la traduzione non è d’epoca e si vede, e, nostalgia a parte (ma è lecito, poi, essere nostalgici di costruzioni traballanti e scelte stilistiche spesso discutibili?), si vede anche che Rossari (autore di un paio di romanzi tutti suoi e traduttore, tra gli altri, di Twain, Bennett, Beniof, Thompson, Everett, Sinclair, Stein, Portis e Fry) è un vero professionista; sì, perché, pur dichiarando che “tradurre uno scrittore semplice è difficile”, riesce a “svecchiare” (termine che racchiude in se’, e anzi occulta, tutto il rischio dell’operazione, qui perfettamente riuscita) i polverosi modi dell’harboiled in traduzione, rapportandosi “criticamente” con i classici e correggendo alcune storture traduttive, ma senza tradirne lo spirito e senza rinunciare a una sintassi vagamente demodé e al lessico d’epoca (da segnalare, su tutto, i meravigliosi dialoghi).
Confortati dall’avvio, ci si tuffa nel romanzo.
Hyattsville, Maryland, anni ’60. La giovane e avvenente Joan Medford ha appena perso il marito (in circostanze piuttosto misteriose, o almeno così la pensa l’agente Church, uno dei due detective incaricati di indagare sul caso) e se la passa così male da essere costretta ad affidare il figlio neonato Tad alle cure dell’insopportabile Ethel (sorella del defunto Ron Medford) e cercarsi un lavoro. Vedova di un alcolizzato, per ironia della sorte si ritrova a servire cocktail in un bar, il “Garden of Roses”. Qui, conosce Earl K. White, attempato ma facoltoso spasimante al quale, dopo lunghe riflessioni, decide di concedere la mano: Earl non sarà il massimo ma sembra gentile; e poi bisogna pensare a Tad…
Ed è a questo punto che la situazione precipita: la protagonista si ritrova nuovamente al centro di un’indagine per omicidio, e stavolta l’agente Church pare pronto a tutto per inchiodarla…
Se da un punto di vista tematico La ragazza dei cocktail può sembrare un romanzo tipico (vi si ritrova l’intero campionario dei topoi cari all’autore de La morte paga doppio, dalla donna fatale all’uomo in balia del suo fascino, dalla morte incombente al senso di ambiguità morale che è alla base della reazione ambivalente -voyeurismo e riprovazione- manifestata dal pubblico d’epoca), è nelle scelte narrative che l’opera rivela tutta la sua originalità: non è la prima volta che Cain pone al centro della narrazione un personaggio femminile (Mildred Pierce), e tutt’altro che inedito è l’uso della prima persona (Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Serenata ecc.). Ma è la prima volta che le due circostanze convivono. Sì, perché ne La ragazza dei cocktail, è proprio Joan a raccontarsi, e anzi ad affidare la sua vita ad un nastro, nel tentativo di fugare anche gli ultimi sospetti di colpevolezza. Ma la sua operazione è fallimentare; non convince, o non del tutto.
Il ruolo delle donne nei romanzi di Cain è ben noto; e poi Joan Medford non è né Chambers né Huff: se questi sono essenzialmente (anti)eroi attinti alla fonte esistenzialista, uomini incatenati a una sorte tragica (avente per agente la femme fatale di turno), la “ragazza dei cocktail” è un personaggio libero che, dopo aver agito (non si sa bene in che modo, visto che mancano i testimoni) secondo arbitrio, fa di tutto per presentarsi come vittima del “caso” (il che è di per sé sospetto). Come tutti i lettori dei “vecchi” noir sanno, caso e destino sono due entità opposte: il primo è incidentale, il secondo è necessario. Non c’è spazio per il caso nel noir; e poi qui la quantità di circostanze presentate come “accidentali” è tale da minare alla base la credibilità dell’intera testimonianza.
E così, grazie a un “semplice” stratagemma narrativo, Cain riesce a instillare il dubbio nel lettore, trasformando un romanzo “tipico” in una geniale, inattesa e coinvolgente costruzione sul tema dell’attendibilità.
Dimenticavo: nel caso foste ancora lì a chiedervi chi sia il Tom menzionato nell’incipit… be’, non vi resta che leggere il romanzo. Traduzione di Marco Rossari.
James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio e Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.
:: Recensione di Paura nella notte, di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone
13 Maggio 2013
Paura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Piaga sociale che l’autore descrive con asprezza e precisione in tutto il suo potenziale destabilizzante di incertezza sociale e desolazione, non ignorando tuttavia coloro che si adoperarono per migliorare le condizioni di vita della popolazione, (è infatti descritto per esempio il picnic organizzato dal reverendo Luther Prentice e il suo tentativo di mettere pace e di offrire un pasto a gente che difficilmente mette d’accordo il pranzo con la cena).
Questa volta l’investigatore assicurativo della Pinnacle Assicurazioni Dave Brandstetter e il suo compagno Cecil Harris si trovano a indagare sulla morte di un camionista, Paul Myers, morto in uno strano incidente, apparentemente andando fuori strada una notte a una curva del Torcido Canyon, (in realtà qualcuno ha messo un congegno esplosivo sotto il camion provocandone l’esplosione). Compito di Brandstetter è scoprire se la moglie Angela Myers è in qualche modo implicata in questa morte, essendo la beneficiaria di una cospicua assicurazione di centomila dollari sulla vita del marito, o se l’assicurato ha mentito, trasportando per esempio carichi pericolosi, condizioni che permetterebbero all’Assicurazione di non versare l’importo stabilito.
Per la polizia non c’è nemmeno bisogno di indagare, il tenente Salazar, della squadra omicidi, è convinto che l’unico ad avere una ragione per volere il camionista morto è un certo Silencio Ruiz, un teppista di strada, che Paul contribuì a far condannare testimoniando per una rapina e che in Tribunale gridò al mondo la sua intenzione di vendicarsi una volta uscito di prigione. Ma Brandstetter non è affatto convinto. Di persone con un movente ce n’è più d’una, come per esempio Bruce Kilgore amante della Myers, o una misteriosa “Duchessa” implicata sicuramente in un traffico illegale di rifiuti tossici. E perché De Witt Gifford, bizzarro ed eccentrico vecchietto, proprietario di una specie di castello con tanto di torrette, ha pagato la cauzione e l’avvocato di Silencio Ruiz? Brandstetter nella sua ricerca della verità dovrà fare i conti con tutte queste piste e alla fine si troverà a considerare che la natura umana è piuttosto prevedibile e mossa non sempre solo dalla sete di denaro.
Ecco in breve la trama di Paura nella notte, romanzo che conferma le abilità narrative di Hansen, capace di tratteggiare efficaci affreschi sociali, colorire la narrazione con dialoghi pieni di spirito e di intelligenza, parlare d’amore con tenerezza e sensibilità, anche solo descrivendo una carezza, come quella che Brandstetter da a Cecil. Nessuna sbavatura, nessuna parola superflua, nessuna esibizione sopra le righe che possa cadere nel grottesco anche quando da vita al personaggio di De Witt Gifford, e sarebbe bastato veramente poco a trasformarlo in una caricatura o in una macchietta.
Hansen ha una pacatezza e un senso della misura che gli consentono, con naturalezza ed eleganza, di approfondire l’analisi psicologica dei personaggi con pochi tratti, quasi in uno schizzo narrativo, che se si osserva con attenzione ha nell’essenzialità la sua dote maggiore. La trama investigativa è come al solito robusta e unisce sprazzi di slancio ambientalista ad una calibrata esposizione dei fatti.
I problemi sociali della periferia di Los Angeles – disoccupazione, povertà, violenza, crimine più o meno organizzato- emergono sullo sfondo come riflesso di una società malata e ingiusta e proprio il senso di giustizia tormenta il protagonista. E’ più giusto scoprire la verità o essere mossi dalla compassione e dalla generosità?
Traduzione di Franco Salvatorelli. Illustrazione di copertina di Onze.
Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.
:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
5 Maggio 2013
Quel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
Sì, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.
Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale, tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.
Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.
Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.
Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.
:: Recensione di Non è come pensi di Sophie Hannah (Garzanti, 2013) a cura di Giulietta Iannone
17 aprile 2013
Non è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.
Sophie Hannah vive a Cambridge con il marito e i due figli. È poetessa e autrice di racconti che le hanno valso premi prestigiosi, tra cui il Daphne Du Maurier Festival Short Story Competition. I suoi romanzi, editi in sedici paesi, sono sempre al vertice delle classifiche a poche settimane dall’uscita. Con Garzanti ha pubblicato anche Non è mia figlia, Non è lui, Non ti credo, Non è un gioco e La culla buia.
:: Recensione di Il libraio di Parigi di Mark Pryor (Time Crime, 2013)
15 aprile 2013Il libraio di Parigi (The Bookseller, 2012) esordio del texano Mark Pryor, edito da Time Crime e tradotto da Tommaso Tocci, è una piacevole sorpresa che sono certa apprezzerete quanto ho apprezzato io. Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima, uscirà in libreria il 18 aprile, e so per certo che l’intervista che farò all’autore è la prima che concede all’estero, per cui mi sento un po’ come quei talent scout che scovano bei libri, quasi per caso.
Già leggendo la trama avevo capito che era uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere: innanzitutto è ambientato a Parigi, una Parigi un po’ deformata dalla fantasia dell’autore, che si premura di dirci delle libertà che si è preso riguardo alla Storia e alla geografia dei luoghi, una Parigi vista con gli occhi di uno straniero, il protagonista è un americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, ma pur sempre una città ricca di atmosfera, di caffè tipici, di ristoranti galleggianti sulla Senna, di bouquiniste con le loro bancarelle di libri preziosi.
Poi una sottotrama del libro ci riporta alla Seconda Guerra Mondiale, alla caccia data ai Nazisti e ai collaborazionisti nella Francia del dopoguerra. Il protagonista, Hugo Marston, una sorta di Cary Grant con gli stivali da cowboy, seppure smaccatamente americano, è decisamente simpatico, onesto, coraggioso, un po’ sbruffone ma mai quanto l’amico Tom Green, agente della Cia obeso e sboccato, sempre tentato di risolvere le cose piuttosto radicalmente, che l’aiuterà nell’indagine.
Poi siamo a Parigi, volete che non ci sia una storia d’amore con una bella parigina? E soprattutto come tutti i bibliofili più accaniti non potevo non essere affascinata del fatto che si parli di libri, di prime edizioni che possono valere 500.000 Euro trovate quasi per caso e comprate per cifre irrisorie dai bouquiniste, un’ istituzione a Parigi con tanto di sindacato e tradizioni, di libri che contengono segreti terribili rimasti sepolti per decenni, per cui si è disposti a tutto pur di ritrovarli, anche a rivolgersi senza volerlo a chi non è quello che sembra, a chi non ha remore di uccidere pur ti ottenere quello che vuole.
Tutto ha inizio una giornata di inverno nei pressi di una bancarella di libri a Pont Neuf. Hugo Marston capo della sicurezza presso l’ambasciata degli Stati Uniti, e suo malgrado in vacanza, vaga lungo la Senna in cerca di un libro da regalare alla sua ex moglie Christine, che da poco l’ha lasciato, e che forse vuole riconquistare. Arrivato alla bancarella del suo amico Max, un anziano bouquiniste un po’ bizzarro che conosce da anni, scova due libri interessanti: Une saison en enfer di Rimbaud con tanto di dedica a Paul Verlaine, e un Agatha Christie prima edizione. Sfoglia casualmente un Della guerra di Carl von Clausewitz, ma Max si affretta a metterlo via, dicendo che quello non è in vendita. Poi sotto i suoi occhi Max viene rapito.
Non ostante la sua testimonianza la polizia non è intenzionata a dare l’avvio all’inchiesta per la dichiarazione di alcuni che asseriscono che Max sia andato via di sua spontanea volontà. Hugo certo non ha intenzione di rimanere con le mani in mano e inizia una sua personale indagine alla ricerca del suo amico. Scoprirà di lui cose strane, che si chiama Max Koche, che la Cia ha un dossier su di lui, e che collaborò con Serge e Beate Klarsfeld, famigerati cacciatori di nazisti.
Sempre ostacolato dalla polizia, e dallo stesso ambasciatore Taylor che gli intima di non mettersi in mezzo in una storia di competenza dei francesi, troverà come alleati l’amico Tom, agente della Cia venuto a Parigi e stanco di essere stato messo a passare carte dopo una vita sul campo e la giornalista Claudia Roux, con la quale vivrà una storia d’amore e si scoprirà essere la figlia di un conte legato alla sparizione di Max. Quando altri bouquiniste vengono rapiti e ritrovati morti nella Senna, la polizia finalmente decide di intervenire e le indagini passano a Garcia, un poliziotto francese che sospetta del marcio all’interno della polizia. Quello che scopriranno grazie all’intuito di Hugo, e che di certo non vi anticipo, è un piano diabolico che spero nessun delinquente prenderà mai in seria considerazione.
A maggio in America uscirà la prossima avventura di Hugo Marston dal titolo The Crypt Thief e quello che posso ancora dirvi è che mi è venuta una voglia pazzesca di visitare Parigi. Buona lettura.
Mark Pryor è nato in Inghilterra, e lavora come assistente del procuratore distrettuale ad Austin in Texas. Questo è il suo romanzo d’esordio.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Fanucci.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
4 aprile 2013
L’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.
:: Recensione di Il professionista – Missione suicida di Stephen Gunn Segretissimo N°1597 (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone
13 marzo 2013
Torna in edicola, a marzo, nella più inossidabile tradizione pulp, una nuova avventura di Chance Renard, alias il Professionista, personaggio cult nato dalla prolifica penna di Stephen Gunn, ovvero Stefano Di Marino, re incontrastato dell’action thriller italiano, capace di competere con i più importanti autori internazionali di spionaggio e avventura, mantenendo intatta romanzo dopo romanzo la sua capacità di far vivere ai lettori avventure mozzafiato in paesaggi esotici pieni di fascino e di pericolo. Terminata Operazione Barracuda, con la cattura di Ludovico Misericordia, uscito a novembre, torna in scena Mimy Oshima, che a gennaio con Professionista Story 03, nel classico Appuntamento a Shinjuku, abbiamo avuto modo di conoscere. Chance Renard infatti si trova catapultato nel sud dell’India, in uno sperduto villaggio di montagna in attesa alla stazione proprio di Mimy Oshima, Fiore velenoso, per uno scambio con Ludovico Misericordia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, e l’incontro si trasforma in una trappola e in una pioggia di proiettili. Ecco l’inizio al fulmicotone di Missione suicida, che seppure ambientato in uno scenario esotico, rimanda a tante sparatorie tipiche del vecchio west, come non pensare a Sfida all’O.K. Corral o l’arrivo alla stazione di Frank Miller con il treno di mezzogiorno in Mezzogiorno di fuoco o ancora alla suspense psicologica di Quel treno per Yuma. Stefano Di Marino prende a pieni mani dall’immaginario iconico dei migliori western della storia del cinema per dare l’avvio ad un’ avventura in cui troviamo un Chance Renard invecchiato, più malinconico, che si interroga sul senso stesso della sua vita, non il classico eroe senza macchia e senza paura monodimensionale. Ibrido anche il personaggio di Mimy Oshima, ex amante, amica-nemica, dal viso rigido come una maschera del teatro Kabuki, perfetta compagna per questa avventura in cui troveremo un nuovo antagonista, l’Inglese, uomo dell’MI6, 007 con la licenza di uccidere incaricato di eliminare Renard e qui come non pensare ad un altro personaggio simbolo della spy story mondiale, che per motivi di diritti Di Marino non può citare, ma che fa il suo ingresso nell’immaginario comune con esplosiva vivacità. Di Marino gioca con l’immaginario, plasmandolo a sua misura con il chiaro intento di divertire il lettore, in un gioco di rimandi e di citazioni nascoste che faranno la gioia di tutti gli appassionati del genere. Azione, sparatorie, funamboliche digressioni, condite da sprazzi di violenza iperrealistica e nello stesso tempo simbolica, fanno da sfondo ad una storia dal sapore d’Oriente, vagamente salgariana, nella misura in cui l’avventura diventa cuore dell’azione.
Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, diciassette anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercate su Facebook Di Marino Stefano,la fan page di Chance Renard-Il Professionista e il blog hotmag.me/il professionista.
:: Recensione di Il demone bianco di Bernard Minier (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino
25 febbraio 2013
Non capita tutti i giorni di leggere un thriller ben strutturato, ben condotto e che valga il prezzo sempre molto alto considerati i tempi di quasi venti euro. Il demone bianco è un thriller francese che soddisfa perfettamente l’appassionato (anche se è un lettore uomo e non una lettrice di Elle il cui giudizio trionfalistico viene ripetuto più volte nella cover come se fosse un libro di narrativa femminile). Siamo pur sempre nell’area coperta da Grangè, la Vargas e Thrillez ma l’approccio, il ritmo narrativo e diversi twist nella soluzione sono più che accattivanti. Già l’immagine del cavallo appeso tra le nevi all’estremità di una teleferica in un impianto nei Pirenei ha qualcosa di malsano, intrigante. Che poi nelle vicinanze ci sia quello che una volta veniva definito ‘manicomio criminale’ con l’equivalente svizzero del dottor Lecter, un apparente Mad Doctor e la sua assistente simil Ilsa confermano che ci troviamo in una storia di grande attrattiva. Servaz, poliziotto cittadino, pantofolaio, incasinato ma insofferente alla burocrazia, all’autorità e al potere costituito, comincia con la collega della gendarmeria Ziegler un’indagine che, malgrado le accuse dei superiori, un po’ prende sottogamba. Fa male perché quasi subito viene trovato il DNA del pazzo che pure sembra recluso senza speranza in fondo alla sua cella e due guardiani della centrale dopo una poco convincente testimonianza si dileguano. Intanto Diane Berg, psicologa amante del suo mentore e decisa a farsi strada da sola, arriva distaccata all’ospedale psichiatrico, accolta eufemisticamente con freddezza. Subito qualcosa la colpisce. Qualcosa di spaventoso. C’è del marcio in quella clinica. In tutta la valle, si direbbe perché pochi giorni dopo ecco un altro omicidio rituale. Questa volta tocca a un farmacista, componente di un gruppo di ‘amici da una vita’ di cui fan parte anche il sindaco e altri notabili. L’indagine assume connotati sinistri quando il sospetto tocca gli stessi poliziotti, i magistrati si mostrano stupidi e arroganti e compaio figure del passato. Soprattutto il folle omicida fornisce un indizio. La pista di un gruppo di giovani suicidi di molti anni prima conduce a una colonia, di quelle per ragazzi poveri. E Servaz comincia a guardare quelle valli, quelle montagne innevate con sempre maggior timore. Le sente echeggiare di antiche crudeltà, di crimini impuniti, di un odio cieco e irrefrenabile. La morte del cavallo è stata solo l’inizio e la storia procede rapidamente e piena di colpi di scena. Come dicevo un ottimo thriller, sebbene sia convinto che il genere abbia i suoi tempi e , dopo le 350 pagine, comincia a mostrare un po’ di stanchezza. Di sicuro un’ottima lettura e una lezione per molti che si cimentano nel genere senza averne comprese realmente le meccaniche. Io sono convinto che potremmo sfornare anche noi romanzi di questa qualità se gli autori ponessero un po’ più di attenzione alla confezione del prodotto rispetto al loro ego e gli editori non avessero la pretesa di volere dai nostri narratori opere simili a successi stranieri e, alla fine, promuovessero come si deve il prodotto nostrano. Strategia che avviene in Francia ma qui sembra completamente assente dalle logiche del marketing.
Il demone bianco – Bernard Minier-Piemme-19,50 euro
:: Recensione di Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editore, 2013)
22 febbraio 2013
Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino, edito nella collana Tascabili Noir di Fratelli Frilli Editore, rientra a pieno titolo nella categoria di opere a carattere regionale in cui una città, in questo caso un’ estiva e torrida Torino, assume un’importanza rilevante per l’azione diventando essa stessa personaggio.
Frilli ha seguito questo criterio con un certo entusiasmo facendoci conoscere la Genova di Bruno Morchio, e di Claudio Bo, la Milano di Adele Marini, la Mantova di Antonio Caron, portandoci in somma in giro per l’Italia, un’Italia in noir, in cui attualità, trame poliziesche, e caratterizzazione geografica, costituiscono il carattere distintivo.
L’attualità è anche al centro di questo romanzo torinese, in cui Facebook, popolare social network con cui bene o male tutti abbiamo avuto o abbiamo tuttora a che fare, assume un ruolo di catalizzatore di eventi.
Le cronache dei nostri giorni sono piene di eventi a volte drammatici legati a questa realtà virtuale che non sempre resta tale. Virtuale e reale si intrecciano e a volte può succedere che si commettano crimini, che vanno dallo stalking all’omicidio.
Se dunque il punto di partenza è interessante o quanto meno di stretta attualità, gli sviluppi sono abbastanza consueti. Rocco Ballacchino utilizza questo spunto come filo conduttore di una vicenda un po’ complicata che inizia da un incontro tra due utenti di Facebook, Daniele e Marzia, che si danno appuntamento a Porta Nuova un pomeriggio d’estate.
Non si conoscono, se non tramite scambi di messaggi; Daniele non ha mai visto neanche una foto di questa donna ma sogna il possibile grande amore, l’incontro che ti cambia la vita. Marzia “Bambi” Paolini non arriverà mai a Torino, Daniele la aspetterà inutilmente al binario 13, conscio di poter essere anche vittima di uno scherzo, di un innocuo raggiro.
Ma la realtà è molto più drammatica. La donna è stata uccisa a coltellate e di questo delitto il maggior sospettato è lui.
Le domande che si susseguono sono tante. Chi l’ha uccisa? Chi ha ideato un piano così diabolico da scaricare la colpa su di lui? Quale nemico Daniele ha, nascosto nell’ombra, ma così implacabile? Daniele non ha scelta, deve scoprire la verità.
Il protagonista, Daniele, piuttosto sprovveduto all’inizio, con una vita monotona e noiosa trascinata tra casa e lavoro, è il classico uomo qualunque, che l’unica volta in cui tenta qualcosa di non consueto, di diverso dal solito, finisce per cacciarsi in un guaio più grande di lui, in una caccia all’uomo dove la sua ingenuità e la sua inesperienza dovranno essere ben presto messe da parte se vuole avere una speranza di avere ragione del nemico che ha ideato questa trappola a suo danno.
Una certa estraniante irrealtà, dovuta forse anche al tema trattato e alla precisa caratterizzazione psicologica del protagonista, indebolisce un po’ la narrazione anche se lo stile è per lo più scorrevole, descrittivo, venato anche da un certo umorismo, molto torinese, molto understatement. Solo qualche inciampo nell’ utilizzo di vocaboli che sinceramente non avrei utilizzato.
:: Recensione di Jack Reacher – La prova decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Giulietta Iannone
12 febbraio 2013
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Jack Reacher – La prova decisiva (One shot, 2005), tradotto da Adria Tissoni, nono episodio della serie di Jack Reacher, ideata dall’autore britannico Lee Child, è una riedizione voluta da Longanesi, che l’aveva pubblicato per la prima volta nel 2008 con il titolo La prova decisiva, in occasione dell’uscita dell’omonimo film di Christopher McQuarrie con Tom Cruise nei panni del protagonista. Premetto che non avendo visto il film eviterò qualsiasi parallelismo tra romanzo e opera cinematografica. Come tutti i libri di Lee Child che fino ad oggi ho letto questo romanzo merita di essere letto, soprattutto se amate i thriller in cui predomina l’azione. Jack Reacher è un personaggio tipicamente americano, il cui spirito si nutre di molte figure iconiche del vecchio west, se non addirittura andando indietro nel tempo, e cambiando continente, possiamo trovare anche delle somiglianze con la figura del ronin dell’antico Giappone. L’eroe solitario, il guerriero senza macchia e senza paura, che vaga di villaggio in villaggio, senza una casa, una famiglia, senza addirittura a volte un nome, ma rigorosamente testimone di un codice morale in cui giustizia, lealtà e libertà si uniscono e diventano un tutt’uno, è da sempre una figura cardine di quella parte più anarchica e libera, alle radici stesse del mito della frontiera, di cui Child si appropria rielaborandola e proiettandola nel suo personaggio. Jack Reacher è un ex militare, ma una specie particolare di militare, un maggiore della polizia militare, che ha avuto modo di indagare sui crimini commessi all’interno dell’esercito e già per questo un paria, ben prima della sua scelta di lasciare tutto e vagare per l’America, senza un conto corrente, un indirizzo email, una casa a cui tornare, diventando un invisibile insomma, che a malapena la previdenza sociale può stabilire che è vivo. Le parti in cui vaga in autobus, vedendo scorrere la provincia americana più profonda fuori dal finestrino, anche se brevi sono capaci di creare l’atmosfera e il giusto scenario in cui si svolgono le sue avventure. Non rifugge la violenza, pur non essendo un violento. Si limita a difendersi in un modo in cui la violenza è diffusa, le armi sono facilmente ottenibili, il più forte schiaccia il più debole senza alcuna pietà. Scusatemi sto divagando, questo non è un saggio su Jack Reacher, torno al romanzo. Allora tutto inizia nel garage di un palazzo, in una piccola cittadina di provincia. Un cecchino spara sulla folla e uccide cinque persone: quattro uomini e una donna. Apparentemente senza motivo. La polizia ferma nel giro di poche ore James Barr: un reduce, disoccupato, con problemi di insonnia, senza una assicurazione medica. Le prove portano a lui, senza ombra di dubbio, così lampanti che sembrano costruite. James Barr si chiude in un ostinato mutismo e solo con il suo primo avvocato difensore fa il nome di Jack Reacher prima di essere selvaggiamente picchiato in carcere da una banda di latinos a cui aveva mancato di rispetto. Ormai in coma, con l’onta di colpevole marchiata a fuoco, giace in un letto d’ospedale e solo la sorella lo crede innocente e cerca un altro avvocato difensore e lo trova in Helen Rodin, una preparata e ambiziosa avvocatessa alle prime armi, la figlia stessa del pubblico ministero a cui è affidato il caso. Trovare Jack Reacher diventa imperativo. Ma naturalmente nessuno ci riesce, sarà lui stesso a farsi vivo dopo aver visto in tv un servizio in cui si fa il nome di James Barr. E Jack Reacher con James Barr ha un conto in sospeso. Lo sa colpevole di un altro crimine simile, crimine per cui non l’aveva potuto perseguire per intrallazzi politico- militari. Scoprire la verità sarà per Jack Reacher l’unica via d’uscita. Azione dunque, un’ indagine che porta in direzioni diverse dalle premesse, l’intuito di Jack Reacher, il bel personaggio di Helen Rodin, sono questi gli elementi centrali di questo romanzo. Se l’inizio con l’attuazione dell’attentato è un po’ convenzionale, non lasciatevi scoraggiare appena entra in scena Jack Reacher l’azione accelera in un susseguirsi di cambi di prospettiva. Scritto in terza persona, tipo di scrittura che Child predilige quando vuole dare più spazio alla suspense, Jack Reacher – La prova decisiva è uno di quei romanzi che si leggono in poche ore, senza annoiarsi. Le possibili aperture del finale le avevo naturalmente intuite già dall’inizio, Child utilizza infatti una soluzione non certamente innovativa ma di sicuro effetto che unita alla bravura nel delineare cattivi credibili e simili a dei congiurati rendono il romanzo un thriller pienamente riuscito.
Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Recensione di La svolta di Michael Connelly (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone
9 febbraio 2013
La svolta (The Reversal, 2010) di Michael Connelly, tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è il terzo romanzo della serie Heller, dopo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer, 2005) e La lista (The Brass Verdict, 2008), questa volta con la partecipazione anche di Harry Bosch e Rachel Walling in ruoli un po’ defilati ma essenziali per la risoluzione del caso. Con il personaggio di Mickey Haller lo scrittore di Filadelfia ha fatto ufficialmente il suo ingresso nel legal thriller, privilegiando una prospettiva anche critica nei riguardi del sistema legale americano, e del suo stretto legame con la strumentalizzazione dei mass media per influenzare l’opinione pubblica e di riflesso anche la giustizia, e questa senz’altro a mio avviso è la caratteristica più interessante di questa serie. La svolta è un legal thriller puro, la maggior parte dell’azione è svolta in tribunale, nell’ufficio del giudice, o nella preparazione del processo; chi ha amato Presunto innocente di Scott Turow, Anatomia di un omicidio di Robert Traver o i romanzi di John Grisham sicuramente troverà questa lettura interessante, ma se gli interrogatori e i controinterrogatori vi annoiano, il mio consiglio è che leggiate le serie più d’azione con protagonista Bosch o Jack McEvoy. Essenzialmente ne La svolta abbiamo a che fare con un cold case, – termine abbastanza conosciuto anche grazie una serie televisiva di successo- ovvero uno di quei casi non risolti che anche a distanza di molti anni possono venire dissepolti se per esempio si trovano nuove prove, anche grazie alle sempre più moderne tecniche di laboratorio. Ed è così che accade questa volta: l’analisi del DNA condotto sulle vesti della vittima sembra porre dubbi sulla colpevolezza di Jason Jessup, che già da più di vent’anni è in carcere accusato dell’omicidio di Melissa Landy, una ragazzina di 12 anni. Grazie anche all’intervento di un’associazione di legali conosciuta come Genetic Justice Progject e l’ostinazione di Jessup, sempre impegnato nella sua cella a compilare ricorsi, istanze, denunce, la Corte Suprema dello stato revoca la condanna, il caso viene riaperto e si inizia un nuovo processo che se stabilisse l’innocenza di Jessup implicherebbe un clamoroso danno di immagine per l’intero dipartimento della polizia di Los Angeles, il sistema giudiziario e finanche la necessità di sborsare un ingente risarcimento di milioni di dollari che la città e la contea dovrebbero corrispondergli per ingiusta detenzione. Proprio a causa di queste ripercussioni, anche politiche, e della delicatezza della situazione, dovuta anche al grande clamore mediatico, il procuratore della contea di Los Angeles, Gabriel Williams, decide di affidare l’accusa ad un pubblico ministero esterno al suo ufficio e chi meglio di Mickey Haller è la persona giusta per questo incarico? Heller, fermamente convinto della colpevolezza di Jessup, accetta di fare da pubblico ministero, lui da sempre avvocato della difesa, e chiama accanto a sé la ex moglie Maggie McPherson come vice-procuratore e il fratellastro Harry Bosch nel ruolo di detective. Da questo momento in poi Heller si occupa della preparazione del processo e dell’impegnativo scontro con l’avvocato difensore Clyve Royce, abile manovratore dell’opinione pubblica e dei media, e Bosch delle indagini sul campo. Jessup viene rilasciato e proprio il suo pedinamento porta Bosh a sospettare che ci sia sotto qualcosa di non risolto e l’intervento risolutivo Rachel Walling profiler dell’FBI chiarirà a tutti gli errori commessi nel primo processo e la minaccia che Jessup rappresenta anche per Bosch e Heller stessi. Solitamente in questo tipo di legal thriller il dubbio sulla colpevolezza del presunto colpevole viene giocato in modo più ricco di suspense, Connelly no, sceglie un approccio molto meno ad effetto: sia Heller, che Maggie, che soprattutto Bosch sono certi della sua colpevolezza e si adoperano per assicurarlo alla giustizia. Questa scelta rende le sfumature thriller molto meno marcate a favore invece di un’analisi più accurata del sistema legale in sé. Si trattano temi come la pena di morte, il dolore dei parenti delle vittime le cui ripercussioni possono condizionare le intere loro vite, ( bellissimo a mio avviso il personaggio di Sarah Ann Gleason), gli scrupoli morali degli avvocati, in lotta tra cinismo ed etica, i rapporti tra media e giustizia, il rischio che errori giudiziari possano rovinare la vita di innocenti. Connelly resta uno scrittore notevole, per stile e struttura narrativa, autore di alcuni dei più bei thriller che abbia mai letto; se paragono i primi a questi più recenti noto una diversa prospettiva di analisi, come Connelly stesso ammise ad una presentazione a cui partecipai. Connelly è cambiato e così lo sono i suoi libri e i suoi personaggi. Da lettrice vorrei più spazio per Jack McEvoy, ma nonostante questo Bosch resta un personaggio che amo ritrovare di libro in libro, invecchiato, amareggiato, sempre più desideroso di fare bene il padre. Le sue priorità sono cambiate proprio come per Connelly, presumo.


























