Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini (Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2013

alcazarAnno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione degli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.

Così inizia Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini. Con una partenza. Una compagnia al completo: l’orchestra, le ballerine, un comico, la coppia di cantanti, un prestigiatore, l’affascinante Cordera, al secolo Gino Santoni un cantante dalla voce di usignolo in fuga dalle avances di un gerarca fascista che lo credeva davvero una donna, e  infine lei Silvana Landi capocomico e vedette dello spettacolo, la grande attrazione, accompagnata dalla madre, la signora Giuseppina e dall’assistente Vittoria, la trasformista, unica donna in Europa a potere cambiare aspetto in pochi secondi sotto le luci del palcoscenico, sulle orme del grande Fregoli.
Fuggono dall’Italia, dalla fame, dal fascismo, dalle leggi razziali, dalle persecuzioni contro antifascisti, zingari, ebrei, omosessuali. Ad attenderli Marsiglia, e l’Alcazar. Les Italiennes sont arrivées annunciano i dockers con il loro francese strampalato. L’accoglienza è variopinta e calorosa, come la città in cui hanno trovato rifugio, li aspetta il Grand Hotel e uno dei teatri più rinomati di Francia. Le poltrone di velluto scuro, le logge stile moresco, il caffè, la puzza di sigarette: un luogo, un tempio, un simbolo. Non era un teatro qualunque l’Alcazar. Chevalier, Fernandel, Montand e tanti altri erano passati da qui, su questo palcoscenico, prima di spiccare il volo. (…) Le ultime stagioni erano state il trionfo dell’operetta marsigliese di Pagnol. Ma in città da qualche anno si cantava meno.
Siamo nel 1939, la guerra è alle porte, anche la Francia sarà occupata, dovrà subire il governo di Vichy del maresciallo Pétain, i bombardamenti, l’entrata in città dei nazisti a cavallo seguiti dai loro carriarmati. Marsiglia diventerà centro di spie collaborazionisti, anche il Milieu la mafia marsigliese si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo. La lotta intestina sarà inevitabile, sullo sfondo della grande guerra. Della coraggiosa opera di Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti. Per un attimo ho sperato che Silvana Landi si innamorasse di lui e non di Alfred Morello, il Chevalier, affascinante uomo di punta del Milieu.
Ma l’amore è misterioso ha le sue vie e Silvana Landi arriverà a mettere la sua vita nelle mani sue mani, combattuta tra l’amore e l’odio per la violenza che il suo uomo è costretto ad accettare. Si trasformerà in assassino Alfred, la tradirà, i regali, i pranzi abbondanti mentre tutti vivono la miseria sono frutto di traffici illeciti, di contrabbando, di commercio di droga, di traffico d’armi, di sfruttamento dei bordelli, di regolamenti di conti spietati. Ma prima di tutto ciò l’Alcazar vivrà la sua ultima stagione. La compagnia Landi porterà in scena Pioggia di stelle, un successo, un trionfo, un inno alla vita, alla bellezza, prima che tutto diventi terrore, macerie, morte.
Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini è tutto questo, ma è anche una storia d’amicizia, quella che lega Cordera a Silvana. Cordera sparirà, forse rapito dall’Ovra che con i suoi tentacoli arrivò fino a Marsiglia in cerca degli oppositori del regime di Mussolini. E Silvana lo cercherà disperatamente, arrivando ad andare sull’ isola di San Domino, una delle isole Tremiti, lager per antifascisti, partigiani, omosessuali. Le pagine più toccanti sono racchiuse qui, ho capito qui che era una storia vera, ispirata alla madre dell’autrice Silvana D’Agostino in arte Silvana Landi, (l’ho letto solo alla fine, nei ringraziamenti).
Alcazar ultimo spettacolo è un romanzo bellissimo, autentico, che racchiude uno straordinario personaggio femminile e un affresco storico attento ai dettagli e senza sbavature. Dramma e melodramma si intrecciano, lasciando emergere raggi di poesia, specialmente quando l’autrice parla di Marsiglia, dell’acqua del suo mare, del suo Mistral, dei quartieri più poveri e delle vie piene di caffè, ristoranti e bistrot, della gente accogliente e generosa, che ti offre le sue teglie di alici o ti invita a sorseggiare un pastis. Non ho letto abbastanza di Jean-Claude Izzo per fare raffronti, ma ho letto la biografia di questo scrittore scritta dalla Nardini, e molto dell’atmosfera me la richiama.

Stefania Nardini, nata a Roma nel 1959, è una scrittrice e giornalista innamorata delle due città dove ha trascorso parte della sua vita: Napoli e Marsiglia. Vive tra l’Umbria e la Francia. È autrice di Roma nascosta (Newton Compton, 1984), e del romanzo Matrioska, storia di una cameriera clandestina che insegnava letteratura (Pironti, 2001). Nel 2009, sempre con Pironti, ha pubblicato Gli scheletri di via Duomo, noir ambientato nella Napoli anni ’70. Nel 2010 con Perdisa Pop ha pubblicato Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, una biografia sul famoso autore di romanzi noir. Alcuni suoi racconti compaiono su internet e su riviste letterarie e antologie. È collaboratrice del quotidiano Corriere Nazionale.

:: Recensione di Il respiro della cenere di Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2013) a cura di Stefano Di Marino

9 ottobre 2013

Grange-Respiro della cenereVa detto che sono un cultore di Grangé sin dalla prima ora. Arriva con più di un anno di ritardo Kaiken con il titolo Il respiro della cenere sugli scaffali delle librerie italiane. Lessi il libro l’anno passato ma l’ho ripreso con piacere e brama di collezionismo anche se preferivo l’edizione originale, sin dal titolo che evoca un particolare pugnale usato per il suicidio delle donne samurai. Anche l’immagine mi pareva più indovinata. A parte questo è sempre un grande thriller d’autore forse non al livello del Passeggero (in Italia Amnesia) e del Giuramento ma sempre parecchi passi avanti a tanti supposti thriller blockbuster con investigatrici e anatomopatologhe in pena d’amore. Dopo La foresta dei Mani (L’istinto del sangue da noi) Grangé sembra aver abbandonato l’idea di mettere complesse psicologie femminili al centro delle sue trame. Qui personaggi femminili sono presenti, in particolare Naoko, descritti benissimo ma la scena appartiene a Oliver Passan, sbirro che mi piace immaginare con la faccia di Daniel Auteil un po’ più giovane. Tormentato, duro, alle prese con un serial killer ermafrodito e colleghi corrotti che peggio non ce n’è. Un uomo dolente, anche perché separato dalla moglie giapponese ma ossessionato da quell’oriente che solo gli occidentali sanno sognare. E qui sta un po’ la forza del romanzo che ci regala non solo momenti di autentico thrill ma anche pagine bellissime senza diventare prosaico. Malgrado ciò si rivela nello svolgimento una certa scollatura tra la prima e la seconda parte. L’attesa di qualcosa che deve avvenire ma poi non succede purtroppo non soddisfa appieno le aspettative del lettore. Ciò nonostante lo lessi di fila in un viaggio Parigi-Milano in treno, senza smettere un minuto di quelle sette ore sotto la pioggia. Vedremo il prossimo e, soprattutto, cosa lo stesso Grangé è riuscito a fare con la sceneggiatura di Miserere che ci auguriamo di vedere presto anche da noi.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

:: Recensione di Dormi bene, amore mio di Hillary Waugh (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2013

dormi beneDopo che il poliziotto se ne fu andato, Fellows si mise a rileggere i rapporti. Decise che ci voleva ancora una bella pazienza per risolvere il caso. In tutti i delitti esiste sempre una buona percentuale di falsi indizi e bisogna prevederlo. Aveva abbastanza esperienza per saperlo, ma stavolta sembrava che tutti gli indizi riportassero le indagini al punto di partenza.

Se come me siete appassionati di police procedural vintage, rigorosamente anni Cinquanta, non vi sarà sfuggito questa primavera Dormi bene, amore mio (Sleep Long, My Love, 1959) di Hillary Waugh, tradotto da Giovanni Viganò per la collana I mastini della Polillo, già edito alcuni anni fa per la collana I classici del Giallo della Mondadori con il titolo Un fantasma ha ucciso.
Il nome Hillary Waugh a dire il vero non mi ha detto granché, ma sono andata a spulciare la bio nella aletta posteriore del volume e risulta essere uno scrittore nato nel Connecticut nel 1920, decisamente prolifico, avendo al suo attivo una cinquantina di opere firmate sia con il suo nome che con vari pseudonimi, di cui alcune già edite in Italia sempre dalla Mondadori. Un maestro del police procedural insomma, famoso soprattutto per E’ scomparsa una ragazza, (Last Seen Wearing, 1952), considerato da alcuni critici uno dei migliori police novel mai scritti.
Dormi bene, amore mio inizia senza clamore, quasi in punta di piedi: un uomo e una donna, sullo sfondo di una squallida stanza da letto, parlano della loro storia ormai giunta al capolinea. L’uomo è stanco, vuole rompere la relazione e tornare dalla moglie, mentre la donna si aggrappa all’ultimo scampolo di speranza: non può lasciarla, è incinta. Dopo questa rivelazione l’uomo capisce di non avere scelta: l’unica sua via d’uscita è ucciderla.
Poi la scena cambia, un dipendente scopre un’effrazione in un’ agenzia immobiliare di Stockford e chiama il suo capo, che a sua volta si rivolge alla polizia locale e parla con il capitano Fred Fellows che manda a rilevare le impronte il sergente investigativo Sid Wilks. La cassaforte non è stata toccata, manca solo dall’archivio la cartellina con i contratti di affitto. Potrebbe essere un caso senza importanza ma il capitano Fellows sospetta che l’effrazione nasconda un crimine ben più grave. Approfondisce le ricerche e arriva nella villetta data in affitto dall’agenzia ad un certo Campbell, e nella cantina, in un baule, fa una macabra scoperta: il tronco di una donna. Pochi indizi: il monogramma sbiadito su alcune valigie, un indirizzo di una donna scarabocchiato su un block notes, una vaga descrizione dei presunti coniugi Campbell fatta dai vicini, un garzone che consegna a domicilio la spesa che li ha visti da vicino come l’impiegato dell’agenzia immobiliare, l’unico ad aver incontrato Mr Campbell alla stipula del contratto, la presunta auto della coppia una Ford 1957, color avana con targa del Conneticut e parafanghi ammaccati, ma l’identità della donna e del fantomatico Mr Campbell sembrano fumose, quanto questo intricatissimo caso. Ogni traccia sembra portare in un vicolo cieco, ma Fred Fellows e Sid Wilks non hanno nessuna intenzione di arrendersi.
Police procedural classico, Dormi bene, amore mio, è un romanzo costruito intorno a un delitto che si potrebbe definire perfetto. Mi stupisco che il grande Alfred Hitchcock non ne abbia tratto uno dei suoi magistrali thriller tutta suspense e inquietudine, anche se esiste una versione cinematografica del 1960, Jigsaw, diretta da Val Guest e interpretata da Jack Warner nei panni di Fellows e da Moira Redmond come Joan Simpson. Per tutto il romanzo infatti, seguiamo l’indagine investigativa dei due poliziotti protagonisti, una classica caccia all’uomo in piena regola disseminata da una ridda di vicoli ciechi: la donna di cui trovano l’indirizzo, certi che sia la morta, si rivela essere una ragazza abbordata dal fantomatico Mr Campbell, un tipo anonimo, corporatura media, capelli scuri, occhi marroni, vestiti di buona fattura per un testimone, ordinari per un altro, simile a migliaia di altri, perso in un’indefinita folla senza volto e senza identità; la Ford color avana risulta essere l’auto di un venditore di aspirapolvere con cui la vittima trascorse una breve avventura. Poi un’intuizione del capitano porta a fare un controllo tra tutti i dentisti di Townsend e finalmente il nome della morta viene scoperto, ma l’identità dell’assassino resta ancora un mistero.
Niente DNA, niente tecniche investigative alla CSI, siamo alla fine degli anni Cinquanta, tutto si basa su riscontri, controlli telefonici, deduzioni investigative, a volte fortuite come l’ultima sul finale che smonta la confessione dell’assassino, e anche solo fare un identikit del probabile assassino viene suggerito da un reporter intraprendente e fatto eseguire da una sedicenne di una scuola d’arte. Sullo sfondo la provincia americana conservatrice e un po’ bigotta, e la condizione della donna che se a trent’anni non era sposata era considerata finita. Memorabile il finale. Per intenditori.

Hillary Waugh (1920-2008), nato a New Haven, Connecticut, dopo la laurea all’Università di Yale prestò servizio in aeronautica, ottenendo i gradi di pilota nel maggio del 1943. Il suo primo romanzo, un mystery classico intitolato Madam Will Not Dine Tonight, fu pubblicato nel 1947. Dopo altre due storie con le medesime caratteristiche, Waugh decise di passare a un genere diverso, il giallo procedurale, quello cioè in cui il lettore, in un crescendo di tensione, viene accompagnato passo per passo nelle indagini della polizia fino alla soluzione finale. Lo scrittore divenne uno dei più illustri specialisti in questo campo a partire dal 1952, anno in cui pubblicò Last Seen Wearing (È scomparsa una ragazza), che il critico inglese Julian Symons ha incluso nella lista delle 100 migliori crime novels di tutti i tempi. Di stampo analogo è l’altrettanto famoso Sleep Long, My Love (Dormi bene, amore mio). Molto più violenti sono invece i romanzi con protagonista Frank Sessions, un detective della Squadra Omicidi di New York. Nel corso della sua carriera Waugh scrisse oltre cinquanta opere firmandole col suo vero nome e con gli pseudonimi di Harry Walker, H. Baldwin Taylor ed Elissa Grandower. Nel 1989 fu insignito del titolo di Grand Master dai Mystery Writers of America.

:: Segnalazione di Il respiro della cenere di Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2013)

18 settembre 2013

cenereTraduzione dal francese di Doriana Comerlati

«Grangé ci mostra il lato più oscuro della sua anima.»
«Le Figaro»

«Nel Respiro della cenere Grangé esplora il volto misterioso e impenetrabile della tradizione giapponese. Un thriller dove ogni respiro è un brivido di terrore.»
«Le Parisien»

«Un ispettore alla deriva, una Parigi in preda alla paura, un killer senza pietà. Il miglior Grangé, diabolico e geniale come non mai.»
«Elle»

Parigi. Nel buio di un garage viene ritrovato il corpo di una donna brutalmente assassinata. Nei paraggi, un paio di guanti da chirurgo ancora intrisi di sangue. L’ennesimo spietato delitto del serial killer che da mesi spaventa la città. La sola persona in grado di occuparsi di un’indagine così complessa è il solitario ispettore Olivier Passan. L’uomo sta attraversando il periodo più difficile della sua vita: la separazione dalla moglie giapponese Naoko, la madre dei suoi due figli. Eppure non può permettersi distrazioni, perché il modus operandi dell’assassino fa pensare a una mente malata e pericolosa. Tutto porta verso un unico sospettato: Patrick Guillard, un ermafrodito abbandonato dalla madre alla nascita. Passan è convinto che il colpevole sia lui. Ma ha tra le mani pochi indizi, non c’è nessuna prova schiacciante. Proprio quando sta per incastrarlo, Guillard si dà fuoco, portando a termine il suo piano folle. Un piano che si ispira alla leggenda mitologica dell’Araba Fenice: l’uccello che una volta morto rinasce dalle proprie ceneri. Tutto sembra perduto. In realtà per Passan è solo l’inizio. Il caso non è affatto concluso e una minaccia incombe su ciò che ha di più caro: i suoi figli. L’ispettore ha bisogno di risposte. Risposte che solo Naoko, fuggita in Giappone, può dargli. Risposte che affondano le radici in quella tradizione millenaria che li univa: l’arte dei samurai. Una verità inquietante lo aspetta, nella quale tutto quello che ha sempre creduto è in realtà una bugia.  Jean-Christophe Grangé è il re del thriller francese. Ogni suo libro, atteso dai lettori di tutto il mondo, conquista in pochi giorni la vetta delle classifiche in Francia. Il respiro della cenere è un altro capolavoro della suspense. Una trama avvincente, sullo sfondo una Parigi scossa da delitti spietati che incontra il fascino antico del Giappone. La verità non è mai quella che appare e il passato arriva sempre a chiudere i suoi conti.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

:: Recensione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2013

CopBurattino_lowSiamo a Dip, Stato di Washington, un’afosa località persa tra campi di grano e fattorie. Mattie Brooke, ragazza di campagna un po’ invecchiata ma ancora attrente, lavora come cameriera nella tavola calda di Morderai Sturm e intanto sente che la vita le sta scorrendo attorno, mentre sogna che Jedediah Dowd, proprietario di un ranch nelle vicinanze, un giorno la sposi, innamorata, più che di lui, delle lettere struggenti e poetiche che sua madre aveva scritto negli anni 40, prima di morire.
Poi un giorno entra nella sua vita un forestiero di passaggio, Tucker Harris, reduce del Vietnam, commesso viaggiatore, dedito all’alcool e alle anfetamine. Passano insieme una notte selvaggia di sesso e passione (più lotta all’ultimo sangue di pesci siamesi combattenti nell’acquario), così lontana dalla noia e il solitario trantràn a cui Mattie è abituata e il giorno dopo Tucker le lascia una poesia di Verlaine, Clare de lune, scritta su un velo di Scottex, dandole appuntamento tra un anno.
Così inizia Il burattino (Death Puppet, 1989) noir sulfureo e feroce scritto magistralmente da un Jim Nisbet in stato di grazia. Difficile credere che sia stato un americano ad averlo scritto, sebbene personaggi e ambientazioni più americani di così si muore, non tanto per la trama quanto per la scrittura così barocca, eccessiva, bizzarra, colta, ricca di citazioni letterarie (la parodia blasfema dell’incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è uno dei tanti esempi che mi vengono in mente) scevra dalla linearità ed essenzialità dei maestri del noir americano.
Tradotto da Jacopo Lencowicz ed edito da Fanucci nella sua collana TimeCrime, Il burattino, che ricordiamolo è figlio degli anni Ottanta, sebbene ancora inedito in Italia, fu infatti scritto da Nisbet nel 1989, in piena era reganiana, figli dei fiori, guerra del Vietnam e controcultura beat ancora un ricordo recente, (specie per uno scrittore di San Francisco), racchiude molta bellezza e qualche difetto, dovuto principalmente ad una certa disomogeneità e pesantezza quando descrive dall’interno, tramite un forsennato e debordante stream of consciousness, la follia di Tucker Harris, personaggio che vive con un ingombrante diavoletto nella testa che gli parla, lo sfotte, lo incita nelle sue nefande imprese.
Tornando alla trama: Mattie Brooke dopo l’incontro con Tucker Harris si trova ad un bivio, niente sarà più come prima. L’arrivo alla tavola calda di due hippy da San Francisco, che si mettono a litigare con un avventore e il proprietario, segna un suo crollo emotivo e una ribellione che la porterà ad essere licenziata in un’esplosione di caraffe di caffè e vetri infranti. Poi quando i due forestieri, Scott e Eddie, le chiedono di portarli da Jedediah, qualificandosi come suoi vecchi amici e compagni d’arme, Mattie, forse troppo fiduciosa, ma è un suo difetto o meglio parte del suo fascino, accetta e inizia un viaggio che la porterà a scoprire che Jedediah non è l’uomo che credeva che fosse, per non parlare dei due stranieri o dello stesso Tucker Harris, che a quanto pare non è andato lontano.
In un crescendo narrativo, che culmina in una ipercinetica resa dei conti nel ranch di Jedediah a base di marijuana, omicidi, esplosioni (e anticipa con un certo anticipo le derive iperrealistiche e splatter di alcuni narratori noir e registi contemporanei, in cui le esplosioni di violenza, con schizzi di sangue, corpi crivellati dai proiettili e cadaveri carbonizzati, si associano ad una graduale presa di coscienza e deframmentazione dei personaggi), Nisbet trascina il lettore suo malgrado in una vicenda al calor bianco in cui realismo e verosimiglianza vengono sospesi in favore di una accettazione quasi incondizionata di motivazioni e obbiettivi, giustificabili forse solo con la follia.
Ingenua, sensibile, fondamentalmente romantica, anche se si crede una ribelle, Mattie è senz’altro l’eroina principale del romanzo e la sua parabola discendente verso la dannazione e o la salvezza, (sta al lettore deciderlo in un finale quanto mai aperto), viene seguita dall’autore con partecipata tenerezza, lasciata sospesa come una promessa non mantenuta. Bellissimo.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

:: Recensione di L’ex avvocato di John Grisham (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2013
ex avvocato

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L’ ex avvocato, (The racketeer, 2012), del maestro indiscusso del legal thriller John Grisham, uscito in Italia a gennaio 2013 per Mondadori nella collana Omnibus, e tradotto da Nicoletta Lamberti, è forse l’unico caso, nella nutrita produzione dell’ ex avvocato di Jonesboro, autore di vere e proprie pietre miliari del genere come Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, che vede come protagonista principale un (ex)avvocato afro-americano. Nell’era di Obama presidente, casualmente anche lui avvocato, anche un mostro sacro come Grisham ha pensato bene di immedesimarsi nelle vicissitudini di un ex Marine, ex avvocato, ex paladino della giustizia, figlio di un integerrimo poliziotto che ha dedicato tutta la sua vita a proteggere e servire, per lanciare un vero atto di accusa contro i difetti e le carenze del sistema giudiziario e penale americano.
Per farlo ha scelto di narrare la storia di una vendetta, contro il sistema federale, e l’FBI principalmente, che verrà sbertucciata alla grande in modo a dire il vero un po’ sleale e paradossale, (con tutto il rispetto per Grisham non credo proprio che all’ FBI siano tutti così sprovveduti), di un uomo, novello Robin Hood, che si vede rovinate vita e carriera da un’ ingiusta condanna. Vendetta che porterà il protagonista a commettere poi veri e propri reati e raggiri con una naturalezza da consumato delinquente (pensiamo solo alla scena in cui vende alcuni lingottini al corpulento siriano dalla barba grigia), ormai svincolato dalla giustizia grazie all’immunità completa che si è guadagnato, lui e alcuni sui complici, patteggiando con l’FBI, perdendo la sua aura di eroe positivo, o per lo meno vittima del sistema, con cui lo conosciamo all’inizio, in favore di una patina da vero e proprio “villain”(quando non dice con una certa perfidia a Vanessa della presenza dei serpenti nel capanno i punti da cattivo se li guadagna tutti, per non parlare dell’ironia e indifferenza per la sorte del “povero” Nathan, che certo anche lui non è uno stinco di santo, ma insomma…).
Più action noir che legal thriller dunque, trama ideale per uno sciupato e cattivissimo Denzel Washington, (che tra l’altro ha impersonato nella mia mente Malcolm/Max durante tutta la lettura) già protagonista dell’ action thriller “Safe House” – “Nessuno è al sicuro” del regista, metà svedese, metà cileno, Daniel Espinosa, regista che sembra destinato a dirigere anche l’adattamento cinematografico de L’ex avvocato, secondo The Hollywood Reporter.
Ma torniamo alla trama del romanzo. Malcolm Bannister, ex avvocato di un modesto studio legale di provincia, radiato dall’albo della Virginia perché coinvolto suo malgrado in una vicenda piuttosto complicata di riciclaggio di denaro sporco, sta scontando la sua pena di dieci anni in un carcere di minima sicurezza vicino Frostburg, nel Maryland. Detenuto modello, passa il suo tempo come bibliotecario e aiutando i suoi compagni di pena nelle loro beghe legali. Quando lo conosciamo noi ormai sono passati cinque anni dalla condanna e sembra che non ci sia altro da fare che aspettare di scontare l’intera pena, con vita distrutta e corollario completo di marchio infamante di ex galeotto, una volta uscito.
Ma il nostro “eroe” ha altri progetti, ha infatti escogitato un piano ingegnoso, quanto diabolico, per uscire di galera svincolato da qualsiasi pendenza legale, conquistarsi le grazie di Vanessa, una sventola da paura molto intraprendente, tipica ragazza da gangster da film noir, (il divorzio dalla moglie e la perdita del figlio sembra che l’abbia lasciato senza ferite evidenti) e ciliegina sulla torta guadagnarsi un futuro tranquillo e privo di preoccupazioni economiche mettendo le mani su una classica pentola piena d’oro.
Ora, se sospendete per un attimo la sete di verosimiglianza e plausibilità, nei ringraziamenti l’autore mette le mani avanti e avverte che è tutta fantasia, forse ancora più del solito, e che ha ampiamente fatto uso dell’immaginazione per evitare di verificare date e fatti, è un romanzo godibile e soffuso da una vena anarchica che ai miei occhi pone Grisham sotto una nuova luce. Il classico tema dell’eroe solitario che lotta contro il sistema viene rivisitato in una sorta di gangster story un po’sgangherata in cui un apprendista “malvivente”,(vertiginosamente conscio che la sua storia di menzogne e di raggiri, ha ben poche probabilità di andare a buon fine e invece, a dispetto di tutto, funziona davvero), batte il sistema quattro a zero.
Certo i tizi dell’FBI con cui ha a che fare sono emeriti imbecilli, prima gli credono senza subodorare niente, certo presi dal vortice “è un giudice federale, cazzo, non abbiamo uno straccio di pista”, poi sono incapaci di seguire le sue tracce (fidandosi unicamente di un gps, facilmente neutralizzato dal nostro), e vedere cosa stia combinando, tra un jet privato per la Giamaica e l’altro. Perché il nostro eroe, sfuggendo ai controlli, viaggia come il più efficiente degli agenti segreti, si procura documenti falsi, contatta ex trafficanti di droga, crea una “finta” società di produzione cinematografica, affiancata da una società di Miami che risponde al telefono facendo finta che ci siano soci e dipendenti, apre e chiude conti e cassette di sicurezza in paradisi fiscali o meno, si fa la plastica a spese dei contribuenti, per non essere riconosciuto nei momenti più delicati del suo piano, e infine incastra il vero colpevole forse non troppo sveglio ma capacissimo di non lasciare alcuna traccia sul luogo del delitto, (questo sì davvero incredibile dato il personaggio).
Insomma ci si diverte. Complice l’ottima traduzione, scorrevole e ironica di Nicoletta Lamberti e i veloci colpi di scena posizionati da Grisham per tenere il lettore sulla corda non c’è tempo per annoiarsi. Malcolm ha un’ occasione di riscatto e di rivincita e la piglia al volo, in un susseguirsi di avvenimenti che si incastrano alla perfezione permettendogli di mettere in atto la sua macchinazione. La suspense è al massimo, il lettore brancola nel buio più fitto domandandosi dove l’autore voglia andare a parare, finché non succede un fatto tanto inverosimile quanto bizzarro, che non vi anticipo, starà a voi scoprirlo, che accende i riflettori su tutta l’intricata vicenda e che da quel momento in poi mi ha indirizzato sulla strada giusta.
Certo se gli agenti dell’FBI fossero stati meno gonzi, i suoi soci meno efficienti e leali, la vittima “principale” di tutto questo castello di carte meno ingenua e credulona, ma che importa Malcolm Bannister è nato infondo sotto una buona stella, e la simpatia che riesce ad ispirare pure negli FBI gabbati, rende accettabile anche il chiassoso ed esagerato happy ending. Se si deve sognare tanto vale farlo in grande sembra dirci ammiccando Grisham, che forse anche lui in fondo in fondo sogna di fare il colpaccio e non sembra calcare la mano sul biasimo morale che il protagonista dovrebbe ispirare (ok, non traffica in droga, non uccide nessuno, si limita ad entrare nelle pieghe oscure del sistema, forzandolo dall’interno), e noi lettori in questa vertiginosa sarabanda dell’inverosimile non possiamo che abbozzare, forse un po’ storditi, ma complici.

John Grisham è nato a Jonesboro, nello Stato americano dell’Arkansas, l’8 febbraio 1955. Si è laureato in legge nel 1981, per nove anni è stato avvocato penalista. Ha ricoperto anche incarichi politici come membro della Mississippi House of Representatives. È nel comitato dell’Innocence Project di New York ed è presidente del comitato del Mississippi Innocence Project alla facoltà di legge dell’University of Mississippi. È l’autore di: Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, Il Cliente, L’appello, L’uomo della pioggia, La Giuria, Il Partner, L’avvocato di strada, Il Testamento, I Confratelli, La casa dipinta, La convocazione, Fuga dal Natale, Il re dei torti, L’allenatore, L’ultimo giurato, Il Broker, Innocente, Il professionista, Ultima sentenza, Il ricatto (2009), Ritorno a Ford County (2010), Io confesso (2010), tutti editi da Mondadori. Vive in Virginia e in Mississippi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Recensione di La vendetta degli innocenti di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2013

VENDETTA (LA)_Layout 1Forse il più politico dei romanzi hardboiled della Dave Brandstetter Mystery series di Joseph Hansen.
La vendetta degli innocenti (The Little Dog Laughed,1986), edito da Elliot nella collana Raggi Gialli, e tradotto da Luciano Lorenzin, ci catapulta verso la metà degli anni ’80, in pieno Irangate. Certo il nome di Oliver North da Hansen non viene fatto, ma un suo personaggio, il Colonnello Zorn, lo richiama in un certo senso alla mente e l’intera vicenda è un’aperta denuncia, con toni non certo estremistici come è nello stile pacato dell’autore, contro le attività più o meno occulte e legali che il governo americano svolse in Centroamerica, nella sua incessante guerra al comunismo.
Passati gli anni la vicenda ha naturalmente perso gran parte della sua carica sovversiva e di denuncia, Oliver North è ormai un bolso e pacato commentatore televisivo dedito a istituire borse di studio per i figli dei militari morti o invalidi e, probabilmente, le nuove generazioni neanche l’hanno sentito mai nominare, sta di fatto che quando uscì il romanzo era scottante attualità, difficile e scomoda. Quest’ incursione nella spy story, o meglio nella fantapolitica, forse non rappresenterà la vena più felice di Hansen, che dà il suo meglio nei ritratti di caratteri e di ambienti, tuttavia è per lo meno insolita e curiosa e arricchisce di sfumature e profondità un autore non scontato né prevedibile.
Ambientato come sempre nella California del Sud, La vendetta degli innocenti, ottavo episodio della serie, già uscito nel 1989 nella collana del Giallo Mondadori con il titolo Silenzio di piombo, vede Dave Brandstetter indagare, per conto di una compagnia di assicurazioni, sulla morte di Adam Streeter, famoso corrispondente estero, abituato a scrivere reportage per i maggiori giornali del paese sui fatti più scottanti e controversi accaduti nel mondo. In un primo momento la morte sembra un evidente caso di suicidio, ma alcuni particolari sembrano non convincere Brandstetter.
Innanzitutto una coppia di vasi di fiori in frantumi sembra suggerire la presenza di un intruso. La coppia di vicini della casa di fronte con un’ ottima vista sullo studio, sembra essere sparita nel nulla in fretta e furia e soprattutto mancano i fogli, i dischetti, e gli appunti su cui Streeter stava lavorando. A detta della figlia, che aveva anche trovato il cadavere, infatti suo padre stava indagando su alcuni avvenimenti scottanti legati a Los Inocentes, un paese immaginario del Centroamerica, molto simile al Nicaragua, in cui governativi, appoggiati segretamente dagli americani, e ribelli, tacciati di essere comunisti, si fronteggiano senza esclusioni di colpi.
Brandstetter ci mette poco a dimostrare, contro gli interessi della sua compagnia, (se fosse un suicidio la Banner Insurance Company non dovrebbe pagare la polizza sulla vita di Streeter), che è avvenuto un delitto, ma sfortunatamente la polizia arresta l’uomo sbagliato, Mike Underhill, un assistente di Streeter trovato con un’ ingente quantità di denaro, a suo dire in suo possesso per comprare un aereo necessario per gli spostamenti in Centroamerica (e Brandstetter sa che è la verità).
Poi un testimone sembra aver notato un mezzo militare davanti alla casa del presunto assassino e sebbene per la sua compagnia il caso sia chiuso Brandstetter decide di continuare una sua indagine personale in cerca della verità, aiutato dal suo compagno e stretto collaboratore Cecil Harris, tornato al suo vecchio lavoro di giornalista televisivo, che sembra aver assistito involontariamente ad un anomalo episodio accaduto nei suoi studi televisivi la notte della morte di Streeter.
Di presunti colpevoli ne troverà in abbondanza, a partire dall’avida ex moglie di Streeter, forse quella con il movente più evidente, dedita ad alcool, psicofarmaci e  amanti giovani, in lotta con l’ex marito per l’affidamento della figlia Chrissie, beneficiaria di un ingente patrimonio ereditato dalla nonna. Per arrivare a Fleur, giovane cambogiana, legata a Streeter da un rapporto di dipendenza e interesse, amante dello stesso testimone che Brandstetter credeva così fondamentale. Poi c’è sempre l’assistente a cui l’investigatore tende a credere, ora al sicuro nelle celle delle prigioni di stato. Chi può dirlo che non riservi sorprese? Per non parlare del Colonnello in pensione Zorn, legato alla sparizione dell’ ex ministro degli esteri di Los inocentes, il Generale Cortez-Ortiz, un uomo sanguinario e spietato conosciuto col soprannome di El Carnicero, il macellaio, con tutto l’interesse a far tacere Streeter sulle sue attività in Centroamerica.
Come sempre sarà l’interesse a guidare la mano dell’assassino e a Brandstetter non rimarrà che vedere la pista dei soldi dove porta.
La vendetta degli innocenti titolo enigmatico quanto l’originale The Little Dog Laughed, (che probabilmente rimanda al nome di qualche operazione sotto copertura), è come sempre un romanzo piacevolmente ben scritto, e tradotto, ricco di quella calda umanità che il protagonista, ormai invecchiato, (non ha più il fisico per fughe e inseguimenti), sa trasmettere. La sua relazione con Cecil Harris, personaggio che nel finale riserverà una piccola sorpresa, (oltre ad arrivare fortunosamente in tempo), procede placida e rilassata, cadenzata dal trantràn quotidiano, da gesti trattenuti d’affetto, da cene romantiche, e rassicuranti battibecchi coniugali.
Come sempre gli squarci sulla vita privata del protagonista e del suo compagno allentano la tensione drammatica e danno un senso di vita vissuta realistico e piacevole, alternati a descrizioni di ambienti e paesaggi vivide e efficaci che elevano a vera letteratura romanzi apparentemente solo commerciali e destinati ad un mercato di massa.
La bellezza dei romanzi di Hansen risiede infatti nella capacità di non essere unicamente destinati ad un pubblico settoriale di lettori, ma di conservare caratteristiche universali in cui cultura, tendenze sessuali o politiche, colore della pelle, generi non assumono la minima valenza. La caratterizzazione dei personaggi, non solo principali ma anche di contorno, è sempre onesta e accurata, capace di far restare nella mente personaggi che entrano in scena anche per sole poche pagine pensiamo a McGregor,  a Porfirio, o a Harry Gernsbach.
La parte puramente investigativa, con sullo sfondo il pigro sergente Jeff Leppard della polizia di Los Angeles, forse più interessato alla sua vita sentimentale che al caso, si basa principalmente sull’interrogazione di testimoni, conoscenti, familiari che Brandstetter incontra a volte casualmente, a volte con il preciso obbiettivo di raccogliere informazioni e isolare il movente di questo delitto che pian piano che si avanza nella lettura si rende sempre più evidente.
Alcune sottotrame si inseriscono discrete e delicate come il dolore del reverendo per la morte del figlio, o la modesta vita familiare della sorella di Porfirio, ottima cuoca di piatti messicani, capace di accendere un cero in chiesa sia per il fratello che per Brandstetter. Funambolico e caciarone il finale, ironicamente action, con Brandstetter che arranca, conscio di non avere più l’età per queste cose, salvato in extremis dall’arrivo di Cecil Harris con tutta la cavalleria.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di La macchina dei corpi di Warren Ellis (Longanesi, 2013)

31 luglio 2013

macchinaStrano romanzo La macchina dei corpi (Gun Machine, 2013) di Warren Ellis, mi sono trovata durante la lettura a cambiare opinione diverse volte.
Da un lato la trama è di quelle interessanti, con un incipit di sicuro effetto. Ci troviamo infatti catapultati nella New York violenta e feroce che abbiamo imparato a conoscere in tanti film e telefilm polizieschi, alle prese con una chiamata al 911, centralino emergenze del NYPD. Mrs Stegman abitante in un fatiscente condominio in Pearl Street segnala che un tizio completamente nudo, in evidente stato di alterazione, staziona davanti alla porta del suo appartamento imbracciando un potente fucile.
Normale amministrazione a New York, dove se si avesse la opportunità di ascoltare la radio di qualsiasi auto di pattuglia se ne sentirebbero di cose strane, tanto da chiedersi perché ci sia ancora gente sana di mente che abbia voglia di viverci in quella città.
Dall’altro il protagonista, il detective John Tallow, non è di quelli carismatici o particolarmente affascinanti: troppo magro, quasi macilento, introverso, senza amici, senza una donna, vive solo in una casa sommersa da libri, dischi e dvd, che invadono anche la sua auto; in un ufficio è tollerato più che rispettato, spacca naso e faccia ad un barbone con una certa nonchalance, anche se si preoccupa che non gli diano fuoco.
I lati pro comunque sono diversi, innanzitutto i dialoghi taglienti tra il protagonista e i ragazzi della scientifica, estremi e borderline, tanto quanto lui se non di più. L’estrema precisione quando parla di armi, storia dei nativi americani, procedure di polizia del dipartimento di polizia di New York, ricca di particolari che sfuggono solo ad una lettura superficiale, e teniamo a mente che Warren Ellis è britannico, quindi la sua ricostruzione di New York e della vita americana è ancora più apprezzabile.
Manca il pathos di un thriller, questo sì, la caccia al serial killer schizofrenico chiamato il “cacciatore” è più un pretesto che la struttura portante dell’azione.
Originale e visionario invece il punto di vista di quest’ultimo e qui emerge tutta la professionalità e il mestiere di Warren Ellis sceneggiatore di comics di punta della Marvel, e autore di un thriller a fumetti da cui trassero il film RED, con Bruce Willis e Helen Mirren, oltre che di un pregevole romanzo di esordio come l’irriverente e sfrenato Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia nel 2009 da Elliot.
Le scene in cui il cacciatore cammina per New York e due distorti piani temporali si sovrappongono facendo alternare come miraggi chimici le colline e le foreste dell’antica Mannahatta ai grattacieli e alle strade trafficate dell’odierna Manhattan sembrano uscite infatti più da un fumetto che da un romanzo poliziesco e questo è sicuramente il valore aggiunto di questo libro.
Tornando alla trama John Tallow e il suo compagno di pattuglia James Rosato rispondono a quella fatidica chiamata del 911. Il tizio nudo, armato e incazzato spiega urlando di non aver gradito l’ingiunzione di sfratto che avvisava della vendita del condominio a una società immobiliare, invitandolo a trovare un’altra sistemazione con ben tre generosi mesi d’anticipo e mentre i due si qualificano come poliziotti a Rosato cede un ginocchio. È un attimo e il suo cervello viene spalmato sul muro da un colpo di fucile.
A John Tallow non resta che uccidere il pazzo e rimanere a guardare mentre i medici raschiano dalla parete il cervello del suo partner. Poi un poliziotto gli segnala un’anomalia. Nel suo giro di controllo degli appartamenti, per accertarsi che non ci siano feriti, si è imbattuto in un appartamento con un foro di fucile nel muro, apparentemente disabitato. Ma la cosa più insolita è la porta blindata che non cede ai tentativi di scasso. Tallow ordina di prendere un ariete e quello che scoprono all’interno dell’appartamento segnerà l’inizio dell’indagine più difficile e pericolosa della sua vita.

Warren Ellis, inglese, è autore di romanzi, di fumetti e graphic novel, fra i quali RED, da cui è stato tratto l’omonimo film con Bruce Willis e Helen Mirren, e Iron Man: Extremis (Marvel Comics), che ha ispirato il film Iron Man 3. Negli Stati Uniti, da La macchina dei corpi sarà tratta una serie televisiva. www.warrenellis.com

:: Recensione di Ricatto di James Ellroy (Einaudi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2013

Ellroy

In Nevada era programmato un test nucleare.
I giornali prevedevano fuochi d’artificio stupefacenti. Anche sulle terrazze degli altri bungalow c’era gente. Ecco Bob Mitchum e una quaglia giovane che fumavano una canna, Marilyn Monroe e Lee Strasberg, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Tutti con l’aria cotta e contenta dopo una notte di sesso. E tutti con un bicchiere in mano per il brindisi.
Ci salutammo a gesti, ridendo. Mitchum si era portato una radiolina per il conto alla rovescia. Quando l’accese ci fu un fruscio di statica, poi “… 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1”. Sentimmo un forte
whoosh.
La terra tremò. Il cielo si accese di malva e rosa. Sollevammo le bottiglie e applaudimmo. I colori sfumarono in una luce bianca splendente. Con un braccio intorno alle spalle di Elizabeth Taylor, guardai Ingrid Bergman dritto negli occhi.

Aspettando Perfidia[1], titolo provvisorio del primo libro di una nuova quadrilogia di Los Angeles, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con alcuni personaggi, da giovane, della prima quadrilogia e della trilogia Underworld USA, previsto in Italia per il 2014, i lettori che seguono James Ellroy possono leggere, appena edito da Einaudi, Ricatto (Shakedown, 2012), tradotto da Alfredo Colitto, un capriccio, un divertisment, solo una settantina di pagine.
Un irriverente omaggio, come appunto ci si aspetta da James Ellroy, a Freddy Otash, ex poliziotto, investigatore privato, collaboratore della rivista scandalistica «Confidential», scrittore e attore statunitense di origini mediorientali, fonte di ispirazione già per LA Confidential, e personaggio in The Cold Six Thousand e Blood’s a Rover e nello stesso tempo satira feroce e oserei dire epitaffio della scintillante Hollywood anni Cinquanta, quella degli Studios per intenderci, perbenista di facciata, ma piena di scandali e perversioni.
Quanto ci sia di vero non è dato sapere. Ellroy stesso interrogato sul perché nei suoi libri ci siano tanti retroscena sulle star di Hollywood ormai defunte, ammette che lo fa perché ormai è al sicuro dalle cause per diffamazione. Come sia la legge in questi casi in America lo ignoro, ma sta di fatto che ce ne è per tutti, da James Dean a Liz Taylor, da Katharine Hepburn a Marlon Brando, da Ava Gardner a Marilyn Monroe, una frecciatina anche al povero Paul Newman, poca cosa comunque in questo vortice di ricattati, dove il più pulito ha la rogna: droga, omosessualità, ebbene sì l’omosessualità a Hollywood era un crimine piuttosto infamante, pedofilia, prostituzione, comunismo, ebbene sì anche essere comunisti era un crimine infamante, zoofilia, voyeurismo. Tutto il campionario insomma.
Lampi della scrittura anfetaminica di Ellroy ci sono, in certe pagine lo riconosco e mi ricordo perché ami tanto questo autore, ma la materia è lurida e fetida. Un po’ troppo, tutto assieme insomma, non mediato da una trama solida. Già l’avvio è piuttosto strampalato e inverosimile. Freddy Otash ormai defunto se ne sta nella cella 2607, a scontare i suoi peccati nel braccio degli sconsiderati scassafamiglie del Purgatorio dei perversi. Per guadagnarsi il Paradiso deve confessare tutto e per farlo, in comunicazione telepatica, deve narrare le sue memorie a chi se non a James Ellroy, che già quando era vivo era interessato ai suoi diari segreti, per una serie televisiva destinata a qualche canale via cavo, intitolata Ricatto. Freddy Otash, seppur cattivissimo e tormentato dalle sue ex vittime con attizzatoi roventi, in realtà è un tipo piuttosto ingenuo a credere a questo patto scellerato e di nuovo nel suo corpo anni Cinquanta si lancia nell’impresa. Si sorride ogni tanto, umorismo e ironia non mancano, ma tutto scorre troppo veloce, verso un finale forse un po’ troncato.
Solo per appassionati.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.


[1] Perfidia è il titolo di una celebre canzone di Alberto Dominguez, la stessa canzone su cui Lee Blanchard e Kay Lake danzano la notte di Capodanno del 1946, in Dalia Nera (1987).

:: Recensione di Arab Jazz di Karim Miské (Fazi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 luglio 2013

karimVincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara,  questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Arab Jazz, già dal titolo (lo dice espressamente in una pagina fintamente citazionista) un omaggio neanche tanto velato a White Jazz di James Ellroy, potremmo definirlo un poliziesco esistenzialista, contaminato da sprazzi vividi e caldi di colore locale, multietnici suoni di un’ umanità variopinta e caratterizzata da usanze, culture, credi religiosi contrapposti e spesso stridenti. Arabi, ebrei, asiatici, africani, turchi, armeni, mille volti di un quartiere parigino dove convivono varie comunità che quasi si ignorano tra loro, chiuse nelle loro enclavi etniche, familiari, sociali e che fa da sfondo a una storia amara e crudele, che come ogni poliziesco inizia con un delitto.
Laura, giovane hostess dell’Air France, viene ritrovata cadavere nel suo appartamento, legata al balcone, lasciata a dissanguare dopo innumerevoli coltellate inferte con efferata violenza. La tavola apparecchiata per due, il coltello conficcato in un trancio di maiale. Una messinscena grottesca, apparentemente legata a qualche fanatismo religioso, di impurità e punizione.
Ad avvisare la polizia una telefonata anonima, ma anche Ahmed, il vicino del piano di sotto, vede piovere delle gocce di sangue sul suo balcone e alzando la testa vede i piedi della ragazza. Una ragazza che forse lo amava, ma lui questo amore non è mai riuscito a ricambiare chiuso nella sua depressione cronica e senza speranza. Per lei, solo un rituale che paradossalmente lo pone in una posizione delicata. Ha le chiavi di casa della ragazza, perché si era offerto di innaffiare le sue orchidee durante le sue lunghe trasferte. Solo lui era abbastanza ossessivo e fanatico per dare la giusta acqua a fiori così bizzarri e incontentabili.
La portinaia lo sa, e non mancherà di dirlo alla polizia, facendo di Ahmed il primo sospettato. Ma i due poliziotti incaricati dell’indagine fanno presto, vedendolo, a capire che lui non centra niente. Il suo sguardo è troppo dolce, fragile, la sua casa piena di romanzi polizieschi comprati un tanto al chilo da Paul, il librario armeno, che per lui ha sempre qualche raro volume da aggiungere ai suoi acquisti, non è la casa di un assassino. Jean il poliziotto bretone, figlio di comunisti e Rachel la rossa poliziotta ebrea lo capiscono subito, per istinto, per esperienza.
Ma Ahmed, sa che quei due strani poliziotti, non verranno mai a capo di quella storia, deve indagare lui, deve scoprire lui chi ha ucciso Laura, non può certo cambiare il passato, vivere quell’ amore ormai irraggiungibile, ma può scoprire la verità. Glielo deve.
Ecco un accenno di trama, una breve traccia che ci porta nel cuore di questo romanzo, scritto al presente, in un susseguirsi di accelerazioni e cambi di prospettiva. Punti focali Ahmed, Rachel e Jean, in un’ alternanza di vie di fuga narrate da un narratore partecipe che analizza fatti e pensieri dei personaggi, e ci porta nel loro mondo, nel segreto labirinto che è la loro anima.
Vagamente joyciano il dormiveglia solitario di Rachel, mentre immagina di consumare un infuocato amplesso con Tony Leung, a questo servono i divi cinematografici considera quasi in un’ epifania catartica. Vagamente proustiano l’attaccamento di Jean verso il cibo, la bistecca sognata e condivisa con Rachel, le patatine ai gamberetti prese al ristorante cinese. Miské crea con eleganza uno stile insolitamente raffinato per un polar, letterariamente denso e per alcuni versi anche d’avanguardia. Una lettura interessante. Forse non per tutti, ma personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Karim Miskè è nato nel 1964 ad Abidjan da padre mauritano e madre francese. Cresciuto a Parigi, si è trasferito a Dakar per gli studi in giornalismo. È da più di vent’anni regista di documentari che vengno trasmessi su Arte, France 2 e Canal+. A partire dal 2010 pubblica numerosi articoli sul tema del razzismo e tiene un blog sul sito de «les inrockuptibles». Arab Jazz è il suo primo romanzo. Nel 2012 ha vinto il Grand prix de littérature policière.

:: Recensione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

20 giugno 2013

Ancora-vivaAncora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Anche se l’ originalità, in questo tipo di romanzi è un parametro spesso vinto da tipiche matrici narrative standard: di solito chi ha capacità extrasensoriali è una donna (e qui vi risparmio i motivi sociologico- storici), vive il suo dono in maniera conflittuale, preferibilmente in contesti di provincia, dove le piccole comunità chiuse, in cui tutti si conoscono, rendono i precedenti conflitti più marcati, e qui forse la mia cultura cinematografica mi assiste di più, ricordo il bel film con protagonista Cate Blanchett, The Gift, anche se in alcuni casi non mancano anche scenari metropolitani, dove il soggetto- veggente può essere una poliziotta, (ho visto da poco un film, The Alphabet Killer , in cui una poliziotta sentiva le voci delle ragazze uccise da un serial killer, in cui per giunta si segnalava che la storia era tratta da una vicenda realmente accaduta) una madre single, una medium. Pensiamo poi anche solo a serie televisive come Medium e Ghost Whisperer o addirittura La zona morta – The Dead Zone in cui fatto strano è un maschietto al centro degli eventi soprannaturali, ma essendo tratta da un romanzo di Stephen King, deciso avversario dei luoghi comuni, è una cosa più che plausibile. Ancora viva può essere considerato dunque un paranormal thriller in cui le doti extrasensoriali della protagonista contribuiscono a svelare il mistero e identificare il colpevole, sarà infatti in seguito ad una visione che Chyna farà una scoperta risolutiva per chiarire cosa sia successo.
Il romanzo è ambientato in una piccola comunità di provincia del West Virginia, Black Willow, in cui Chyna Greer, al secondo anno di tirocinio, specializzanda in oncologia pediatrica ad Albuquerque, nel New Mexico, torna dopo la morte della madre, Vivian. Come da tempi non sospetti Lynch ci ha insegnato che la provincia nasconde mostri e infatti tra i vari conti che deve fare col suo passato, è costretta a superare il dolore per la scomparsa (nel senso proprio di sparizione) della sua migliore amica Zoey, di cui non si è più saputo nulla e particolare inquietante fu lei l’ultima ad averla vista viva.
Ma altre ragazze sono scomparse da Black Willow senza lasciare tracce, a parte Nancy ritrovata morta dopo un presunto incidente. E perché da quando è tornta, Chyna inizia a sentire la voce di Zoey che implora il suo aiuto? Per non parlare della strana telefonata che riceve dalla madre di Zoey, morta da tempo. Sarà uno scherzo crudele di qualcuno o davvero una voce dall’ aldilà capace di terrorizzarla? L’unica prova che ha per stabilire che non è tutto un parto della sua immaginazione e che non sta diventando pazza, è che il suo cane Michelle sembra anche lei avvertire delle presenze. In quel clima di ansia e di angoscia crescente Chyna non può far altro che confidarsi con una sua vecchia fiamma, Scott Kendrick, per il quale prova ancora attrazione e mettersi ad indagare per poi scoprire che c’è davvero un serial killer a Black Willow, nascosto tra i volti rassicuranti di quella piccola comunità così perbenista.
La Thompson, con ormai una quindicina di romanzi all’attivo, è una veterana dei thriller psicologici al “femminile”, ovvero quei thriller quasi prevalentemente rivolti ad un pubblico di donne, in cui sebbene sia centrale il triangolo – delitto, indagine, colpevole- non mancano tematiche attente alla loro sensibilità. Intanto c’è un lato sentimentale, non prevalente, ma significativo. I sentimenti hanno la loro importanza, che siano d’amore, d’amicizia, legami famigliari.
Poi la Thompson non eccede mai in particolari macabri o eccessivamente impressionanti, giocando più sul mistero legato principalmente a qualche segreto, anche doloroso, che coinvolge i protagonisti. La sua suspense è tesa, ma non ossessiva, i drammi sono vivi e concreti, ma mai terrorizzanti. Forse, per essere un thriller, il romanzo pecca di eccessiva lentezza, ma non dispiacerà pensando che l’autrice alla pura azione predilige una suspense prettamente psicologica, determinata dall’atmosfera di crescente inquietudine. Anche le lettrici più giovani possono leggere tranquillamente i suoi libri, che bilanciano la parte gialla di puro intrattenimento, con riflessioni anche profonde e attuali. E la Thompson è attenta alla realtà e ai problemi sociali, come è molto legata alla natura e agli animali. Consigliato.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.   

:: Recensione di Innocenti di Cristina Fallarás (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2013

innocentiNoir spagnolo molto particolare Innocenti (Las niñas perdidas, 2011) di Cristina Fallarás, edito in Italia da Feltrinelli nella collana Fox Crime e tradotto da Marco Amerighi. Dico “particolare” non con un’accezione negativa ma è bene segnalare che, per alcune scelte stilistiche e per alcuni argomenti trattati, l’autrice non ha scelto la via più facile.
Innanzitutto la struttura narrativa stessa rende questo romanzo di non immediata comprensione. Si è parlato di stile destrutturato della trama e vorrei aggiungere, non so quanto coscientemente voluto dall’autrice o più che altro frutto del suo particolare modo di scrivere, (proprio per scelta di vocaboli e per costruzione delle frasi, e qui sicuramente centra anche il lavoro del traduttore), che tra l’altro ho apprezzato in maniera netta, più ancora se vogliamo di trama e personaggi.
Quando si scrive un romanzo poliziesco, con un detective implicato in un’indagine per quanto difficile e complessa, la chiarezza è forse un elemento essenziale, per sostenere anche una certa suspense e attesa di scoprire chi ha commesso il crimine, le sue motivazioni, e come questi fatti hanno influito sui personaggi principali o secondari direttamente o indirettamente collegati. L’autrice sembra prediligere una strada alternativa, labirintica, affascinante certo ma per alcuni tratti difficoltosa, fatta di una doppia indagine (svolta da un killer e dalla investigatrice privata), di pensieri e ricordi improvvisi a volte non nettamente comprensibili, che soprattutto non seguono sempre un ordine logico o cronologico, di suggestioni, di riflessioni, che a volte si interrompono come vicoli ciechi non portando ad alcuna conclusione. E il consiglio che la protagonista si da calma, Victoria, perché questa storia è appena iniziata. Vedrai che ogni parola pian piano acquisterà un senso, sembra un consiglio dato al lettore.
Le informazioni fondamentali sono immerse nel flusso narrativo in modo inatteso, e certo è divertente scoprirle ma a volte tocca tornare indietro e rileggere alcune pagine per capire quale fatto è occorso per portare le indagini in quella direzione o anche solo i fatti a quella svolta.
Faccio un esempio. All’inizio del romanzo la protagonista principale, l’investigatrice privata Victoria González si trova improvvisamente su una scena del crimine su invito della polizia; scopriremo solo che da tempo collabora con il commissario Toni Estella, con il quale ebbe una relazione clandestina. In un capitolo successivo il suo assistente Jesus accenna che qualcuno ha dato una somma (30.000 euro, lo sapremo a pagina 84) per portare avanti questa indagine, (sapremo solo molto dopo chi è stato) trovare due bambine scomparse, Andrea e Josefa Rebollo Sanchez de Andrade, e sospetta che sia stata la polizia stessa a dare questi soldi brancolando nel buio e quasi vergognandosi di chiedere aiuto a un investigatore privato per giunta donna e incinta.
Il tutto lo si ricostruisce, da schegge, frammenti, accenni, aggiungendo anche le informazioni legate appunto al killer Genaro che si occuperà del caso pagato dalla madre naturale delle due bambine, la rossa, facendone poi una vendetta personale. Due filoni narrativi paralleli che bisogna intrecciare e mediare per seguire la trama. Ecco, l’autrice non sceglie una narrazione piana, immediata, opta invece per una narrazione frammentata, ambigua, che se vogliamo è nello stesso tempo il suo punto di forza e di debolezza.
Per quanto riguarda i temi trattati, come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga, di per sé forti e disturbanti, temi che avrebbero di per sé potuto assumere una connotazione di denuncia, di analisi sociologica appunto da noir sociale, invece spiazzano, toccando vertici di disagio nella descrizione semiseria dei modi per uccidere piccoli animali, pratica con cui la protagonista sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione. Capitoletti che ad essere sincera io, per gusto personale, avrei evitato e che apparentemente non arricchiscono o spiegano alcunché. Ma è un noir, infondo queste coloriture sadiche e patologiche, possono avere una funzione, e lungi da valutazioni moralistiche o educative, forse possono in realtà, paradossalmente per contrasto, stigmatizzare comportamenti che molto probabilmente l’autrice fortemente deplora, tanto da inserirli nel suo romanzo. Sarebbe interessante chiedere se è vero a Cristina Fallarás.
Oltre alla scrittura davvero particolare, che ripeto è davvero il punto di forza di questo romanzo, è la città di Barcellona a emergere stagliata tra cielo e mare, diversa dalla solare e conosciuta città turistica, ricca di storia, arte e bellezza. Le pagine più belle sono dedicate a questa città, con le sue contraddizioni, i suoi locali dark, i suoi caseggiati formicaio abitazioni dei poveri e i vicoli malfamati, abitati da una folla multietnica e vitale a cui si aggiungono agli immigrati, drogati, spacciatori, musicisti, punk, motociclisti, prostitute, travestiti, barboni in compagnia dei loro cani, e poi i castagni rachitici, le palme da datteri, i platani di giardini che hanno l’ambizione di essere signorili, ma che finiscono col diventare solo un’ ostentazione esotica, o le zone dormitorio per operai non industrializzate che si trovano appena fuori città, sopra l’autostrada, in direzione della zona più grigia dell’area metropolitana. Barcellona: metropoli in miniatura, tegame per uno stufato di turisti senza patè.
In Spagna un romanzo di notevole successo, vincitore di numerosi premi tra cui l’El Hammett, per il romanzo poliziesco spagnolo dato nel corso del festival Semana Negra de Gijón, da non confondere con lo statunitense Hammett Prize. Molto particolare, ma da leggere sicuramente se amate il noir.

Cristina Fallarás (Zaragoza, 1968), giornalista e scrittrice, vive a Barcellona. Ha lavorato per numerosi giornali, radio e tv, tra cui “El Mundo”, “El Periódico de Catalunya”, “ADN”, Cadena Ser, RNE, Antena 3 Televisión e Cuatro Televisión, e gestisce il sito web letterario Sigueleyendo. In Spagna, Innocenti è stato accolto con grande favore da pubblico e critica e ha vinto numerosi premi, tra i quali il Premio Internacional de Novela Negra L’H Confidencial nel 2011. Inoltre, nel 2012, Cristina è stata la prima donna ad aver mai ottenuto il premio Dashiell Hammett per il miglior noir spagnolo.