:: Recensione di Arab Jazz di Karim Miské (Fazi, 2013)

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karimVincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara,  questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Arab Jazz, già dal titolo (lo dice espressamente in una pagina fintamente citazionista) un omaggio neanche tanto velato a White Jazz di James Ellroy, potremmo definirlo un poliziesco esistenzialista, contaminato da sprazzi vividi e caldi di colore locale, multietnici suoni di un’ umanità variopinta e caratterizzata da usanze, culture, credi religiosi contrapposti e spesso stridenti. Arabi, ebrei, asiatici, africani, turchi, armeni, mille volti di un quartiere parigino dove convivono varie comunità che quasi si ignorano tra loro, chiuse nelle loro enclavi etniche, familiari, sociali e che fa da sfondo a una storia amara e crudele, che come ogni poliziesco inizia con un delitto.
Laura, giovane hostess dell’Air France, viene ritrovata cadavere nel suo appartamento, legata al balcone, lasciata a dissanguare dopo innumerevoli coltellate inferte con efferata violenza. La tavola apparecchiata per due, il coltello conficcato in un trancio di maiale. Una messinscena grottesca, apparentemente legata a qualche fanatismo religioso, di impurità e punizione.
Ad avvisare la polizia una telefonata anonima, ma anche Ahmed, il vicino del piano di sotto, vede piovere delle gocce di sangue sul suo balcone e alzando la testa vede i piedi della ragazza. Una ragazza che forse lo amava, ma lui questo amore non è mai riuscito a ricambiare chiuso nella sua depressione cronica e senza speranza. Per lei, solo un rituale che paradossalmente lo pone in una posizione delicata. Ha le chiavi di casa della ragazza, perché si era offerto di innaffiare le sue orchidee durante le sue lunghe trasferte. Solo lui era abbastanza ossessivo e fanatico per dare la giusta acqua a fiori così bizzarri e incontentabili.
La portinaia lo sa, e non mancherà di dirlo alla polizia, facendo di Ahmed il primo sospettato. Ma i due poliziotti incaricati dell’indagine fanno presto, vedendolo, a capire che lui non centra niente. Il suo sguardo è troppo dolce, fragile, la sua casa piena di romanzi polizieschi comprati un tanto al chilo da Paul, il librario armeno, che per lui ha sempre qualche raro volume da aggiungere ai suoi acquisti, non è la casa di un assassino. Jean il poliziotto bretone, figlio di comunisti e Rachel la rossa poliziotta ebrea lo capiscono subito, per istinto, per esperienza.
Ma Ahmed, sa che quei due strani poliziotti, non verranno mai a capo di quella storia, deve indagare lui, deve scoprire lui chi ha ucciso Laura, non può certo cambiare il passato, vivere quell’ amore ormai irraggiungibile, ma può scoprire la verità. Glielo deve.
Ecco un accenno di trama, una breve traccia che ci porta nel cuore di questo romanzo, scritto al presente, in un susseguirsi di accelerazioni e cambi di prospettiva. Punti focali Ahmed, Rachel e Jean, in un’ alternanza di vie di fuga narrate da un narratore partecipe che analizza fatti e pensieri dei personaggi, e ci porta nel loro mondo, nel segreto labirinto che è la loro anima.
Vagamente joyciano il dormiveglia solitario di Rachel, mentre immagina di consumare un infuocato amplesso con Tony Leung, a questo servono i divi cinematografici considera quasi in un’ epifania catartica. Vagamente proustiano l’attaccamento di Jean verso il cibo, la bistecca sognata e condivisa con Rachel, le patatine ai gamberetti prese al ristorante cinese. Miské crea con eleganza uno stile insolitamente raffinato per un polar, letterariamente denso e per alcuni versi anche d’avanguardia. Una lettura interessante. Forse non per tutti, ma personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Karim Miskè è nato nel 1964 ad Abidjan da padre mauritano e madre francese. Cresciuto a Parigi, si è trasferito a Dakar per gli studi in giornalismo. È da più di vent’anni regista di documentari che vengno trasmessi su Arte, France 2 e Canal+. A partire dal 2010 pubblica numerosi articoli sul tema del razzismo e tiene un blog sul sito de «les inrockuptibles». Arab Jazz è il suo primo romanzo. Nel 2012 ha vinto il Grand prix de littérature policière.

2 Risposte to “:: Recensione di Arab Jazz di Karim Miské (Fazi, 2013)”

  1. lesitaliens Says:

    Lo sto leggendo proprio adesso, ma per ora non mi sta facendo impazzire. Il tempo della narrazione non mi prende e il linguaggio lo trovo un po’ tanto gonfio e di maniera. La storia intriga, non c’è dubbio, ma i personaggi sono tutti così profondi, così mirabilmente”interessanti”, così insoliti nelle loro abitudini. Vado avanti e poi vedremo.

    • liberdiscrivere Says:

      Ma Enrico, non saprei. A me è piaciuto, ma immaginavo che non fosse per tutti. Non penso però che il finale cambi la tua opinione, se non ti piace la sua scrittura. Io ho trovato questi personaggi strani, molto particolari soprattutto Ahmed, ma io adoro i personaggi estremi. Comunque c’è una certa intervista, se non mi sbaglio 😀

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