Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, Dale Furutani (Marcos, Y Marcos, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2014

imagesDavvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori[1], coordinato da Paola Mazzarelli.
Che il personaggio di Sherlock Holmes abbia ispirato schiere di apocrifi non è una novità, originale invece è senz’altro lo scenario scelto da Dale Furutani, già autore di una raffinata trilogia, edita sempre da Marcos Y Marcos, con al centro le indagini di un samurai, tale Matsuyama Kaze, sullo sfondo di un quanto mai suggestivo Giappone feudale.
Dunque siamo in Giappone, tra il 1892 e il 1893, in pieno periodo Meiji, periodo in cui era imperatore Mutsuhito, famoso come fautore della progressiva occidentalizzazione del paese. Sherlock Holmes, sotto le mentite spoglie di un quanto mai fantomatico esploratore norvegese di nome Sigerson, (nel racconto L’avventura della casa vuota sarà lui in persona a svelare a Watson, la sua identità occulta), per sfuggire alla banda del professor Moriarty, dopo l’incidente alle cascate di Reichenbach, dove aveva inscenato la propria morte, vaga per l’Asia, toccando la Persia e il Tibet. E a quanto pare anche… il Giappone, stando all’affermazione che fa Holmes su un tipo particolare di arti marziali, informazione a quanto pare confermata dai taccuini di un medico, un certo dottor Junichi Watanabe, che l’autore (espediente letterario già noto al Manzoni) dice di aver ricevuto in dono da una simpatica vecchia obaasan di Karuizawa, villaggio turistico a nord di Tokyo, in cui, singolare coincidenza è possibile trovare in un giardino pubblico vicino alle scuole superiori una statua di un uomo con indosso una mantellina e un cappello ben noti.
La segretezza quindi è la maggior priorità del nostro, che appunto giunto a Yokohama fugge grandi alberghi e luoghi pubblici e trova ospitalità nella casa del dottor Watanabe, presentato dal solerte colonnello inglese Montague Ashworth, misterioso personaggio che gravita intorno alla ambasciata britannica. Sarà l’inizio di una bizzarra convivenza, (Sigerson –san sembra affatto interessato a usi e costumi giapponesi, con grande rammarico del suo ospite, quanto ad indagini e delitti), che porterà i due molto vicini ad una vera e sincera amicizia.
In otto racconti, che vanno da L’avventura dell’henna gaijin a Il caso del cuore infranto, Sigerson –san avrà modo di mettere alla prova il suo acume e il suo talento investigativo, (tenendosi lontano dalla cocaina, a quanto pare suo unico strumento per combattere la noia), in compagnia della sua guida e traduttore, sorta di Watson con gli occhi a mandorla, che del precedente assistente di Holmes conserva la qualifica di medico, le iniziali di nome e cognome e ben poco altro.
Junichi Watanabe è un perfetto giapponese del suo tempo, affascinato dall‘Inghilterra, (ma non dalla Germania), dalla medicina “olandese”, dalle modernità portate dall’occidente, ma fedele a un codice antico, appartenuto ai samurai, e all’usanze di buona educazione e discrezione, peculiari del suo popolo. Solo un bambino rende palesi i suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giapponese adulto e beneducato, evita la volgarità dell’esibizione di cose che debbono restare private e nascoste. E Holmes questo sembra stranamente capirlo, uniformandosi, forse grazie alla sua estrema sensibilità, a questo modo di comportarsi non del tutto estraneo al suo essere più profondo. E questa è senz’altro l’intuizione, più originale e compiaciuta, di Dale Furutani, che con uno stile semplice e pulito, ci accompagna in questo viaggio nel Giappone antico sulle tracce di un incontro che tramite la stima reciproca e la curiosità, si trasforma inaspettatamente in qualcosa di più, capace di avvicinare oriente e occidente.
Per chi già conosce lo stile di Furutani, sicuramente una piacevole conferma, per chi come me si avvicina per la prima volta a questo autore, una scoperta davvero gradita.         

Dale Furutani. Originari dell’isola di Oshima, a sud di Hiroshima, i Furutani si stabiliscono alle Hawaii quando Dale è ancora in fasce. L’esercito americano confisca al nonno — sospettato di essere una spia — il peschereccio di famiglia, e i Furutani si trovano in condizioni precarie. A cinque anni, Dale viene adottato da una famiglia americana e si trasferisce in California. Nonostante i pregiudizi razziali di cui è vittima durante gli anni scolastici, Dale si mette in luce e si laurea brillantemente. Fonda una propria società di consulenza, poi entra nella grande industria, diventando un alto dirigente della Nissan Motors Usa. Passa più tempo che può in Giappone, intanto: la terra d’origine di cui cerca di cogliere l’essenza rendendola materia delle sue storie. Nel 1993, pubblica con successo Death in Little Tokyo, è finalista in numerosi premi, ed è il primo scrittore asiatico a vincere il prestigioso Anthony Award. Con Marcos y Marcos ha pubblicato la fortunata trilogia che ha per protagonista il samurai Matsuyama Kaze: Agguato all’incrocio, Vendetta al palazzo di giada e A morte lo shogun.


[1] Traduzione dall’inglese realizzata dagli allievi della scuola di Specializzazione in traduzione editoriale Tuttoeuropa, Torino – corso 2012- 2013, lingua inglese: Flora Arone, Alessia Borin, Paolo Cocco, Chiara De Bernardi Simona Depaoli, Serena Fabris, Marta Formagnana, Ilaria Gentile, Chiara Longo, Sofia Mangano, Manuela Mastroianni, Sara Monsurrò, Roberta Sapino, Agnese Scarpa, Mariangela Scrimaglio, Elisabetta Spediacci, e Angela Tursi.

:: Il palazzo dalle cinque porte, Stefano Di Marino (Mondadori, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2014

3100Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Un autore che ama sperimentare e sorprendere, tanto da tentare la strada del thriller soprannaturale, quel genere di giallo fantastico, con sfumature horror, contaminato da suggestioni cinematografiche e letterarie che ci portano lontano nel tempo, agli sceneggiati italiani anni settanta, come non pensare a Il segno del comando, con Ugo Pagliai nei panni del professore Edward Forster, o anche ai successivi gialli all’italiana, di registi come Argento, Lenzi, Bava, per citarne alcuni, ed ancora prima ai personaggi letterari di Arsene Lupin di Maurice Leblanc, o Rocambole di Alexis Ponson du Terrail o le atmosfere irreali e ricche di pathos di Fantômas, capisaldi della narrativa d’avventura.
Da scrittore di razza, perché Di Marino ha una naturale fluidità narrativa che gli permette di essere forse il più prolifico autore italiano di action, ama contaminare generi e rielaborarli aggiungendo suoi personalissimi tratti distintivi, sopratutti l’amore per l’oriente e le arti marziali per esempio, e in questo romanzo la ricerca legata all’occulto, e alle arti legate alla magia, all’illusionismo, alla prestidigitazione (arrivando a spiegare i meccanismi che svelano i segreti di un delitto nella stanza chiusa, o i congegni nascosti che circondano una seduta spiritica organizzata da imbroglioni).
Dunque suggestioni horror, declinate più nelle sue componenti di inquietudine e di minaccia incombente, ma anche caratterizzate da derive slasher, (armi da taglio sono le armi preferite dal nostro misterioso assassino, che anche non disdegna le pale di un motoscafo per smembrare e fare a pezzi una delle sue vittime), unite ai temi più cari al romanzo classico d’avventura, più l’occulto e le leggende esoteriche legate a personaggi maledetti prigionieri del passato come il pittore cinquecentesco Betto Angiolieri o il capitano di ventura della Serenissima Radu Salieri detentore di un codice misterico capace niente meno che di aprire un porta, (la fantomatica quinta porta), sull’Occulto, il celebre Oculus Diaboli.
In una Venezia tardo autunnale, labirintica e crepuscolare, si muove dunque il protagonista Sebastiano “Bas” Salieri, personaggio forse destinato ad iniziare una nuova serie di romanzi parallela a quelli del Professionista. Giovane, affascinante, amato dalle donne, uomo di spettacolo e nello stesso tempo smascheratore di ciarlatani e impostori che avvelenano la sua arte, l’illusionismo. Con un passato doloroso, che gli ha forgiato l’animo e il corpo. Forse soldato di professione in epoche passate, (riconoscendo un suo simile un po’ si lascia andare a ricordi di zone di guerra) ma tutto sfuma nel mistero e le similitudini con il Professionista si perdono definitivamente.
Tutto ha inizio con la morte, apparentemente accidentale, di suo zio, Mattia Salieri, che inaspettatamente lo lascia erede di uno storico palazzo, il palazzo dalle cinque porte appunto. Che di porte ne ha solo quattro, e questo naturalmente è solo uno dei misteri che il nostro Bas cercherà di risolvere. Il vicequestore Sauro Panitta non crede alla morte accidentale e subito coinvolge il protagonista nelle sue indagini parallele. Ma questa non sarà l’unica morte, un assassino misterioso infatti si aggira per Venezia, tessendo la sua trama di morte intorno a Bas Salieri.
Aiutato dalla bella fotografa Martina, che presto diventerà la sua amante veneziana, la ricerca della verità diventa per Bas essenziale e anche legata al vero motivo che l’ha portato a Venezia. Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo il libro. Ah poi c’è un fantasma, già un mistero nel mistero, che spingerà a chiederci se Bas creda veramente al soprannaturale. Illusione, suggestione ipnotica, anima dolente che cerca giustizia, se non vendetta? Tocca a voi scoprirlo assieme all’identità dell’assassino o degli assassini. Come da tradizione, tutto o quasi sarà spiegato negli ultimi capitoli. Ah dimenticavo, segnalo in conclusone un’ interessante intervista all’autore concessa ad AD su architettura e scenari narrativi.  Tutto febbraio in edicola, poi solo in ebook. Buon divertimento.      

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrilling nell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster editore 2012). Nel Giallo Mondadori presenta ha pubblicato la trilogia hard boiled Montecristo. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista Confidenze (Io sono la tua ombra, Sortilegio, Appuntamento a Madrid, Maschere e pugnali, la Finestra sul lago, Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa). Nello speciale Giallo 24 ha pubblicato Donna con viso di pantera.

:: Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta iannone

20 febbraio 2014

8. cover SELLERIOLa BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo.

Luna bugiarda (Liar Moon, 2001) di Ben Pastor, rieditato da Sellerio nell’ottobre del 2013, a più di dieci anni dalla prima pubblicazione in Italia, avvenuta nel 2002 per Hobby & Work, e sempre tradotto da Maria Emilia Piccone, ci porta cronologicamente subito dopo i fatti narrati in Cielo di stagno. Dalla Russia del 1943 dunque, all’Italia settentrionale del dopo 8 settembre e della repubblica di Salò, in una continuità di tematiche e suggestioni, resa omogenea da un opportuno lavoro di rivisitazione del testo, rispetto all’originale del 2002, ricco di ampliamenti e integrazioni.
L’autrice ha da sempre preferito alla progressione cronologica una personale rivisitazione dei fatti e dei personaggi, che le permette per esempio ora di lavorare ad una storia di Martin Bora, ambientata nella Creta del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Questa scelta, sicuramente legata alla complessità del personaggio principale, permette all’autrice una rielaborazione in progress dell’intera esperienza di vita del giovane ufficiale della Wermacht, ispirato alla figura storica del colonnello Claus von Stauffenberg attentatore della vita di Hitler, e nella mia esperienza di lettrice è una scelta narrativa piuttosto anomala, anche se affascinante, che seguo con interesse.
Luna bugiarda ci porta nell’Italia del Nord, in Veneto, in piena occupazione nazista, e colloca il protagonista in una delicata e dolorosa fase della sua vita di soldato e più estesamente di tedesco, che pian piano prende coscienza, non solo della drammatica situazione storica, ma proprio delle scelte morali ed etiche necessarie per conservare la propria dignità umana. E sembra proprio questo il nucleo centrale che all’autrice interessa, più ancora della dimensione unicamente investigativa, che fa appunto di Bora uno strumento della detection più classica, alle prese con indagini, morti violente e assassini.
Mai come in Luna bugiarda, molto più sicuramente rispetto a La canzone del cavaliere, Il Signore delle cento ossa, Lumen, o lo stesso Cielo di stagno, ci troviamo davanti ad una crisi umana, alla dissoluzione di certezze e speranze, al dolore non mitigato o lenito da credi religiosi, o ideologici, spogliato di ogni eroicità. Nel prologo il protagonista sopravvive a stento ad un attentato, riportando gravi ferite, tra cui l’amputazione della mano sinistra. Fatto questo che oltre al dolore fisico in sé racchiude, per chi conosce il personaggio, e il suo talento e la sua sensibilità di pianista, una sorta di condanna, di fine della bellezza sopraffatta dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
Oltre al dolore fisico dicevamo, che Bora non vuole alleviare in alcun modo con oppiacei che ne minerebbero la lucidità, la morte del fratello, la consapevolezza che la moglie non lo ama più e il conseguente senso di abbandono (“Mia cara Nina” fu l’unica risposta che scrisse sulla pagina bianca, “chiedi a Dikta se mi vuole ancora bene”), il senso di colpa legato alla deportazione degli ebrei, di cui si fa in una certa misura strumento, sebbene non con l’ invasamento e l’ accanimento prescritto e voluto dal Reich e dalle SS suoi strumenti. (La sua caduta in disgrazia è già prossima, e Bora lacerato tra paura e coraggio, si interroga più volte sul dove i suoi doveri di soldato cessano di esistere contrapponendosi a quelli di essere umano, anche se il sacerdote che salva dalla deportazione,  assieme gli ebrei affidati alla sua custodia [l’SS senza nome arriva a lamentarsi ” Se non avese le spalle protette da certi pezzi grossi in alto loco, direi che lei maggiore Bora è un amico dei giudei“] ben diventano simbolo degli atti di coraggio che il personaggio sa comunque ancora compiere, quasi a conferma che la sua umanità non è morta del tutto). Tutto insomma contribuisce a infondere alle pagine di questo libro una patina di triste amarezza, e controllata disperazione, che infonde nel lettore una particolare empatia e compassione nei confronti del protagonista, la cui caratura umana tuttavia non viene mai meno.
Comunque Luna bugiarda è anche la storia di un’indagine, di un delitto, della scoperta di un colpevole. Seppure non morirà solo il gerarca Vittorio Lisi, investito sulla sedia a rotelle, da un auto, nel giardino davanti casa. Altri morti costelleranno la trama, alcuni legati al dramma di un assassino solitario che ruba le scarpe alle proprie vittime, che riporta Bora in Russia facendogli rivivere il ricordo di un altro pazzo, che vedeva nelle sue allucinazioni la gente scalza, poco prima della sua morte. Ben Pastor mostra la chiave per risolvere il delitto scopertamente, ma a volte proprio ciò che è più chiaramente in evidenza sfugge alla nostra vista e infatti sarà difficile collegare l’unico indizio lasciato dalla vittima morente all’assassino. Io non l’ho fatto, ma fidando nell’intuito di Martin Bora, mi sono sbagliata solo in parte. Buona lettura.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: La legge della notte, Dennis Lehane, (Piemme, 2014)

15 febbraio 2014

la-legge-della-notte-di-dennis-lahane-L-kGe805La legge della notte (Live by Night, 2012) pubblicato in quest’inizio 2014 da Piemme, è una classica gangster story,  (ambientata nell’arco di una decina d’anni, dal 1926 al 1935, tra Boston e Cuba), che ci porta nell’America degli anni del Proibizionismo, tra  distillerie clandestine, speakeasy, bootlegger, gangster, e famme fatale. Periodo, il Proibizionismo, che sembra aver vissuto un grande revival in questi ultimi anni, forse grazie al film, Il grande Gatsby, diretto da Buz Luhrmann, o al fatto che il periodo di crisi che stiamo vivendo ci porta direttamente nel 1929. Sta di fatto che di libri ambientati in questo periodo ce ne sono stati davvero tanti da La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, a Unamicizia pericolosa di Suzanne Rindell, a Pieno giorno di JR Moeringer, sono i primi che mi ricordo, ma ce ne sono molti altri.
Tradotto da Stefano Bortolussi e romanzo dell’anno al Edgar Awards 2013, La legge della notte è il secondo volume di una trilogia (ma i libri potrebbero essere anche quattro) dedicata da Dennis Lehane ai Coughlin, una famiglia di poliziotti irlandesi nella Boston di inizio Novecento. Nel novembre del 2009 Piemme aveva già pubblicato il primo episodio Quello era l’anno (The Given Day, 2008), ma chi se lo fosse perso non tema, lo può recuperare anche in seguito, questa è una saga in cui ogni libro si può leggere come standalone con lo stesso divertimento.
Personaggio principale è Joseph “Joe” Coughlin, classica pecora nera, un ragazzo, e poi uomo, che decide di mettersi dall’altra parte della legge, diventando prima ladro poi vero e proprio gangster, anche se si considera più un fuorilegge che un semplice criminale, con un guizzo di orgoglio e fierezza. Le ragioni di questo suo  passaggio al lato oscuro ci riportano forse al suo rapporto conflittuale col padre, e alla sua infanzia, in una ricca e benestante famiglia della Boston bene, ma povera di affetti e caratterizzata da un vuoto e una disperazione che solo in parte il protagonista cercherà di esorcizzare prima nell’amore per la bella Emma Gould, e poi per la moglie Graciela Corrales.
L’autore di Shutter Island – L’isola della paura e Mystic River – La morte non dimentica, sembra voler dipingere un affresco di un’ epoca, sì ormai lontana, ma nello stesso tempo fondamentale nella storia americana. In fondo la parabola e l’ascesa di Joe Coughlin non è altro che il racconto di un uomo che insegue il suo sogno (americano) di felicità in un mondo in cui dominano corruzione, violenza e insensatezza, e Joe una sua morale la conserva, forse solo non piegata alle leggi comuni di rispettabilità e onestà, per cui la sua dimensione di eroe la conserva, seppure il retrogusto amaro non scompare. Tra bische clandestine, bordelli, distillerie d’alcool, fabbriche di tabacco, in compagnia di poliziotti corrotti, mafiosi italiani, guerriglieri cubani, gangster irlandesi e associazioni criminali ebraiche, il destino o chi per lui ha in serbo per Joe prove durissime, dal pestaggio da parte della polizia, al carcere, al tradimento di un amico, alla lotta contro Albert White, il boss di Boston, l’uomo con cui divideva l’amore della bella Emma Gould.
Infine, per concludere Leonardo Di Caprio ne ha comprato i diritti e Ben Affleck dovrebbe dirigere la trasposizione cinematografica. Il canovaccio è ottimo per una storia di violenza, solitudine, amore e ascesa di un gangster forse per caso, a cui il destino sembra togliere molto di più di quello che dà.          
Il suo prossimo libro World Gone By, uscirà nel marzo del 2015.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Come cerchi nell’acqua, William McIlvanney (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2014
cerchi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Prima di Ian Rankin e Irvine Welsh, ancora prima di Tony Black, Allan Guthrie, Ray Bank, Val McDermid e Russel D. McLean e molti altri, la lista è davvero lunga, c’era William McIlvanney. Il padre del “tartan noir”, termine coniato da James Ellroy per definire quello strano connubio di generi, dall’hardboiled al noir, dal poliziesco investigativo al crime puro è semplice, nato e cresciuto in Scozia e diventato un vero e proprio genere letterario a sé.
McIlvanney, classe 1936, quarto figlio di un ex minatore, per 15 anni insegnante di inglese prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è probabilmente uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei, capace di influenzare generazioni e generazioni di scrittori dopo di lui.
E infatti leggendolo, la prima cosa che ti viene in mente è di cercare di rubarne i segreti, di catturare lo stile, del tutto peculiare e insolitamente letterario e poetico. Che McIlvanney sia (anche) un poeta è la prima cosa che colpisce. L’uso delle parole, che probabilmente ha fatto impazzire il suo traduttore, (anch’egli scrittore), il bravo Alfredo Colitto, è assolutamente vertiginoso, il testo è pieno di costruzioni bizzarre e insolite, significati traslati, velature, insomma si assiste ad una vera e propria poeticizzazione della prosa. Caratteristica che forse ancora lo distingue dai suoi successori.
Come cerchi nell’acqua (Laidlaw, 1977) primo volume di una trilogia dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, seguiranno The Papers of Tony Veitch (1983) and Strange Loyalties (1991), è ora disponibile nella collana FOXCrime di Feltrinelli, e racchiude parte di questa sua peculiarità, che rende i suoi libri qualcosa di diverso dalla semplice letteratura di genere.
Quanto tutto ciò facesse parte di una sua personale sperimentazione, McIlvanney è considerato il Camus scozzese, tanto per farvi capire la profondità e l’ entità specifica dei temi che tratta, non mi è dato sapere, avrei voluto chiederglielo in un’ intervista a cui non ha dato seguito, sebbene l’avesse accettata, con mia somma sorpresa.
Tornando allo stile, che è la cosa che mi ha maggiormente colpito, nasconde uno scrittore davvero complesso e difficile da classificare. Servirebbe un manuale delle istruzioni, un po’ come per leggere Joyce, infatti non sono sicura di aver colto tutti i rimandi, le citazioni nascoste, ricordiamoci che per moltissimi anni insegno letteratura inglese, e la sua sensibilità poetica e letteraria traspare dalle pagine come omaggi e citazioni, a volte nascosti.
Solo verso la fine come in un’epifania mi sono accorta per esempio, che il nome del poliziotto che assiste Laidlaw (altro gioco di parole) è Harkness, sostituite alla “h” una “d” e avrete Darkness, e ditemi voi se questa frase, Usando tutta la loro abilità, avevano richiesto l’accesso a un segreto. Ma Harkness stava per scoprire che il trucco in una richiesta del genere, era che anche il segreto aveva accesso a te, non vi rimanda ad un aforisma di Friedrich Nietzsche, poi altre citazioni nascoste da Waste Land di Eliot (o altre manifeste come “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), per esempio, queste sono almeno quelle che ho scoperto io, lascio a voi lettori scoprire le altre.
Per quanto riguarda la trama è decisamente scarna ed essenziale: un omicidio, un’ indagine, un gruppo di persone che vuole mettere le mani sul colpevole prima della polizia.
In una Glasgow fine anni 70, un uomo, Bud Lawson, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia, uscita un sabato sera per andare a ballare e mai più tornata. Ad ascoltarlo l’ispettore della Omicidi Jack Laidlaw. Un caso di normale amministrazione, forse un falso allarme. Una figlia tarda qualche ora e i genitori si disperano, molte volte inutilmente.
Non questa volta.
Il corpo di Jennifer Lawson viene rinvenuto il giorno dopo cadavere in uno dei tanti parchi della città, il Kelvingrove Park. Violentata e uccisa. Anzi uccisa e poi violentata. Da un ragazzo che l’amava, forse più innocente di molti personaggi che incontreremo nel racconto.
McIlvanney ci spiegherà le ragioni di quel gesto, ci porterà a conoscere l’inferno in cui vive l’assassino, che Laidlaw si ostina a non volere chiamare “mostro” perché è una categoria che ama affibbiare la società per assolvere e giustificare se stessa. Non esistono i mostri, come non esistono le fate, della loro esistenza ci crede solo suo figlio di pochi anni.
Ad indagare sul delitto Laidlaw e Harkness, due strani poliziotti, diversi come il giorno e la notte, il veterano e la recluta, il vecchio e il ragazzo. Laidlaw è l’outsider, usa metodi poco convenzionali e accettabili per risolvere i suoi casi, ha troppa familiarità con i delinquenti, con i quali siede a bere nei pub trattandoli da pari a pari, arrivando a chiedergli aiuto, come se fossero uno dei tanti suoi informatori. Harkness ha il compito di sorvegliare e riferire, di costringere il suo socio nei canoni della legge.
Perché Laidlaw non crede alla legge, non crede sia la mano armata della giustizia. E lui ha un senso della giustizia tutto suo. Più simile a quello dei criminali come John Rhodes, un violento, un padre di famiglia, che fa il delinquente proprio per proteggere le persone che ama.
Il siparietto domestico che McIlvanney ci presenta, evidenza la normalità la quotidianità del crimine, anche i criminali hanno degli affetti, un’ etica, delle regole. Chi uccide e violenta una donna merita la morte senza appello. E a volere morto l’assassino, saranno in tanti.
Come andrà  finire? Non è difficile supporlo.
McIlvanney non usa la suspense come una leva, ma più che altro come uno spunto di riflessione sulla colpevolezza e l’innocenza, sull’evanescente limite che divide il bene dal male. Il destino dell’assassino è segnato, o l’aspetta il cappio, se preso dalla polizia, o una morte ancora più meschina e squallida se arriverà prima il killer, che un delinquente ripulito ha messo sulle sue tracce. Un solo personaggio sogna un finale diverso, una fuga, un amore che non può avere futuro. Rubi qualcosa e ti aspetta la galera, uccidi una ragazza e cercheranno di comprenderti, medita amaramente John Rhodes, e gli fa eco la pietà e l’umanità di Laidlaw, finale tristissimo.
Sullo sfondo di questa storia senza lieto fine, una Glasgow scolorita, e fredda, che neanche il sole riesce a scaldare. (Da leggere e rileggere la scena precedente il ritrovamento del cadavere).  Fatta di pub, locali gestiti dalla malavita, sale di scommesse, librerie che vendono sul retro riviste porno, gente comune, chiusa nelle loro case dai camini accesi, dalla moquette (immagino folta e arancione, come nelle riviste di arredamento anni 70).
Un’ impietosa analisi sociale e umana, portata avanti senza inutili sbavature, o condanne. La madre di Jennifer, personaggio dolente e disperato, fragile e oppresso da un marito spietato nella sua insensibilità e rozzezza, arriva a un gesto di coraggio, in un suo confronto con Laidlaw, l’atto più eroico di tutto il libro, poco inferiore all’amore disperato di Harry Rayburn.
Già l’amore, l’amore non manca ed è forse il vero protagonista del romanzo. L’amore di Laidlaw per i suoi figli, e per la ragazza della reception, (ci vuole un essere umano per riconoscere un altro essere umano, dice Harkness riferendosi a lei, per subito pentirsene),  l’amore di una madre incapace di amore per il figlio, l’amore di Tommy Bryson per Jennifer. Tanti tipi di amore, che si intrecciano e superano la voce della violenza, unica legge a regnare in città.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: il primo, Come cerchi nell’acqua, è uscito nel 2013.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Brama, Arne Dahl, (Marsilio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2014

image001Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A,  serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso.  Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.                     

Arne Dahl, tra i cinque candidati all’European Crime Fiction Star Award per il suo diffuso riconoscimento internazionale, è lo pseudonimo di Jan Arnald (1963). Editor, scrittore, critico letterario, a Stoccolma collabora con l’Accademia di Svezia e cura una rubrica sul «Dagens Nyheter». Autore di romanzi e racconti, ha raggiunto le classifiche internazionali con la serie del Gruppo A, di cui Marsilio ha pubblicato quattro episodi.

:: Recensione di La chiave inglese di Frank Gruber (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2014

MA-16.qxdScritto in una settimana, La chiave inglese, (The French Key, 1940), edito da Polillo nella collana I Mastini e tradotto da Francesca Stignani, è il romanzo con cui Frank Gruber raggiunse il successo e poté ottenere una relativa sicurezza economica dopo un esordio a dir poco difficile, tra disoccupazione e lavori precari per la mera sussistenza. Tipico pulp writer iniziò a scrivere racconti per i principali pulp magazines americani, (cito per esempio Black Mask, uno forse dei più conosciuti), sia western, che polizieschi ma anche di fantascienza, sia a suo nome che usando pseudonimi come Stephen Acre, Charles K. Boston o John K. Vedder. Ma non solo, oltre ad essere un prolifico scrittore fu anche uno sceneggiatore per il cinema e uno scrittore di script per la televisione, cito per esempio la sceneggiatura de La maschera di Dimitrios de Jean Negulesco, tratto dall’ omonimo romanzo di Ambler, o la sceneggiatura e il soggetto del film di Walter Colmes tratto da La chiave inglese. Per chi volesse approfondire la conoscenza di quest’autore c’è una sua autobiografia dal titolo The Pulp Jungle (1967), una miniera di informazioni e aneddoti che ricostruiscono non solo la vita di Gruber ma il clima e l’ambiente dei pulp writer. (Rimando qui alla voce di wikipedia in francese per la piuttosto dettagliata bibliografia).  Tornando al romanzo La chiave inglese e una detective novel ricca di umorismo e d’azione, caratterizzata da una trama piuttosto intricata ma piena di colpi di scena e rocamboleschi escamotage capaci di alternare tensione e sorrisi. I dialoghi sono brillanti, un po’ caustici, ma ricchi di verve e colti, capaci di creare un mix piuttosto bizzarro e originale, forse tipico del clima newyorkese della fine degli anni 30. Protagonisti, Johnny Fletcher e Sam Cragg, (che compariranno in altri 13 romanzi e in alcuni racconti), due venditori di libri, sorta di commessi viaggiatori sui generis, che il caso e il mero desiderio di sopravvivenza trasformerà in detective dilettanti seguendo le tracce di una preziosissima moneta d’oro che trovano nella mano di un cadavere abbandonato nella loro stanza d’albergo. Tutto ha inizio infatti con una chiave che non entra in una serratura. Non pagando l’affitto di una stanza del 45th Street Hotel di New York, i nostri si ritrovano infatti costretti a saltare dalla finestra della stanza accanto (occupata da una bellissima ragazza) per poi scoprire appunto il cadavere di uno sconosciuto con la gola squarciata. Chi può averlo ucciso? Di chi è quella moneta che stringe in mano? Chi gli sta telefonando? Fletcher e Cragg prendono la moneta, e iniziano una sorta di fuga che li porterà a contattare un numismatico, nemmeno troppo onesto, per poi scoprire che la moneta vale addirittura 10.000 dollari. Varie vicissitudini li porteranno in una miniera abbandonata, ah già c’è anche una miniera, un tesoro, pupe da capogiro, come in ogni pulp che si rispetti… ma adesso ho detto troppo. Buona lettura, un po’ vintage, ma non certo meno gustosa.

Frank Gruber (1904-1969), originario di Elmer, in Minnesota, trascorse la giovinezza nella fattoria di famiglia e svolse diversi mestieri prima di trasferirsi a New York nel 1934 e intraprendere la carriera letteraria. Esordì scrivendo racconti per i pulp magazines, le riviste popolari che a partire dagli anni ’20 formarono una nuova generazione di giallisti americani. Autore straordinariamente prolifico, ha lasciato una vastissima produzione: oltre 300 racconti pubblicati su 50 diverse riviste (firmati spesso con pseudonimi), circa 70 sceneggiature per il cinema e 150 per la televisione, più di 60 romanzi sia di genere poliziesco sia western. Come racconta nella sua autobiografia, The Pulp Jungle (1967), Gruber riuscì a conquistare il successo solo nel 1940 con La chiave inglese (The French Key). Scritto in una settimana, il romanzo, da cui nel 1946 fu tratto un film, gli diede fama internazionale ed è presente in tutte le liste dei migliori gialli del 1940. La coppia di protagonisti ritornerà successivamente in tredici libri. Altri due famosi personaggi creati dalla sua penna sono Oliver Quade, soprannominato l’“Enciclopedia Umana” per la sua memoria prodigiosa, che compare in una serie di racconti, e Simon Lash, un detective privato nonché un appassionato collezionista di libri rari americani (come lo stesso autore).

:: Recensione di Nome al tavolo Blackjack di Valter Binaghi (Perdisa Pop, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2013
blackjack

Clicca sulla cover per l’acquisto

Gran cosa, il Casinò. E sapete che vi dico? Per quanto uno sia da anni abituato allo spettacolo, e somigli a tutto tranne a uno zotico che si aggira per la cornice fiabesca come Bertoldo alla corte del Re, c’è sempre occasione di stupirsi, al Casinò, anche per Blackjack. Quando guardo l’orologio e mi avvio verso il bar, mi stupisco per esempio di non trovare ancora seduto a un tavolino il buon Paramatti con la sua culona, ma ancora di più di vedere, infondo alla sala, Rossana sorbire deliziosamente da una tazza da te, seduta tra il suocero tarchiato col cappotto color cammello e il fratello più scemo di Schwarzenegger.
La bocca di lei è nascosta dalla tazza, gli occhi sorridono a me solo.
Siedo dove capita e ordino un Irish Coffee, mentre aspetto il mobiliere.

In questi ultimi scampoli del 2013, vi segnalo un piccolo gioiellino, letto quasi per caso, controvoglia.
Odio il gioco d’azzardo, mi annoiano le carte, già dai tempi in cui bambina giocavo all’Uomo Nero. Per cui quando ho letto di cosa si trattava, che la storia si reggeva sulle vicende di un  giocatore d’azzardo professionista, mi son detta non fa per me, non c’è storia. C’è anche da dire, però, che un caposaldo della spy story, Casinò Royale, di Ian Fleming ruota intorno ad una partita a carte, pochi capitoli certo, ma quel tanto che basta per suggerire che a volte scrivere di carte può risultare più interessante che vivere nella realtà una partita. Si abbattono i tempi morti, la tensione, il sudore sulla fronte, il rischio di perdere, volete mettere poi se a parlare di carte è Valter Binaghi, intellettuale raffinato e combattivo, ricordo dei pungenti scambi su blog e social network, capace di fare del gioco una metafora della vita, dell’amore, e della morte.
Binaghi se ne è andato quest’estate, Nome al tavolo Blackjack è a tutti gli effetti la sua ultima opera, e nella consapevolezza che mettere il punto, è sempre la cosa più difficile, nei romanzi e nella vita, ci regala un romanzo struggentemente bello, sbarazzino, ironico, di una leggerezza fine come un merletto, anche se è un noir, o meglio un thriller, (scordatevi il modello americano sesso e azione) come l’avrebbe potuto scrivere un Piero Chiara parlandoci degli intrighi di provincia, di ricatti, di politicanti che negano l’esistenza della mafia al nord, di zingari cacciati dai loro campi nomadi da cittadini benpensanti, di imprenditori pronti a segnare le carte per spennare improvvidi “polli” nelle loro sale private, vittime a loro volta di consulenti finanziari senza scrupoli e arraffoni, o forse uno Scerbanenco, meno triste ma non meno romantico.
E poi c’è un mafioso calabrese che assomiglia a Ray Liotta,  una lotta clandestina di cani, pestaggi, partite ai Grandi Tavoli, (Binaghi ha avuto la consulenza di un vero giocatore professionista, per sua volontà restato anonimo, che gli ha svelato alcuni segreti del mestiere), contesse misteriose, ex burocrati del Kgb, insomma la varietà dei personaggi è tale da affascinare e incuriosire. Ma diamo uno sguardo alla trama, uno sguardo fugace, promesso.
Francesco Branca, nome d’arte Blackjack, è un giocatore d’azzardo professionista. Memoria, sangue freddo e capacità di leggere le persone sono le sue armi vincenti, capaci di fargli vincere cifre da capogiro e sedere ai Grandi Tavoli, tavoli dove le poste possono essere senza limiti. Cinico quanto basta per sopravvivere, ironico, allegro, amato dalle donne, Blackjack nasconde una parte del suo passato, l’abbandono della madre quando era solo un bambino che gli ha lasciato in dono il terrore del buio, unica debolezza di un uomo vincente e “felice”. Poi un giorno nella sua vita entra Rossana, il grande amore, la donna per cui sarebbe disposto a fare e rischiare tutto. E quando lei si trova accusata dell’omicidio del suocero, ucciso con una carta da gioco (colmo dell’ironia, Binaghi si diverte a giocare coi paradossi) Blackjack sicuro della sua innocenza arriverà fino ad Odessa, invitato da Zio Oleg per una partita, sulle tracce di chi crede sia il vero assassino.
Ho dubitato dell’innocenza di Rossana, innocenza di cui il protagonista non dubita mai, ho sorriso, mi sono arrabbiata per le amare riflessioni che l’autore regala al suo protagonista, ho gustato le citazioni estemporanee, ce ne è una divertente e divertita al Re Nudo, che mi ha ricordato la sua vis polemica, sempre comunque ironica. La scrittura trasuda intelligenza e amore per le parole, ci sono frasi così “musicalmente” belle, che mi è difficile sceglierle, lascio a voi scoprirle durante la lettura.
Tra le scene più divertenti, l’occasione che fornisce al protagonista di fingere che sua madre fosse una zingara, sotto lo sguardo divertito e riconoscente di un cameriere rom,  l’incontro con la vecchia zingara che legge le carte, e la partita a carte in cui l’ispettore Leonetti fa il “pollo”. Tra quelle più coinvolgenti quelle dove la tenerezza tra Blackjack e Rossana prevale e anche quelle che descrivono il rapporto tra Blackjack e suo padre. Lo terrò da parte, tra i libri che amo rileggere.

Valter Binaghi (14 luglio 1957 – 12 luglio 2013) è stato insegnante, musicista e scrittore. Negli anni Settanta si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo”. Tra i suoi libri ricordiamo: La porta degli innocenti (Dario Flaccovio, 2005); I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007); Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008); Ucciderò Mefisto (Perdisa Pop, 2010); Johnny Cash, The Man in Black, con Francesco Binaghi (Arcana, 2010); La sposa nera (Senza Patria, 2010); Dieci buoni motivi per essere cattolici, con Giulio Mozzi, prefazione di Tullio Avoledo (Laurana, 2011); Melissa, la donna che cambiò la storia (Newton Compton, 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Perdisa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Il testamento del papa di Giulio Leoni (Editrice Nord, 2013)

14 dicembre 2013

medium«Nel campo dei Fori, dove tronchi di colonna emergono dal suolo come denti spezzati di antichi giganti, i nostri predecessori consentirono a un gruppo di monaci basiliani di erigere un monastero e una chiesa. Là dove è memoria che un tempo sorgesse il tempio di Marte. Sotto le nuove mura esiste ancora l’antico sanctum: prima di raggiungere l’imperatore, ci dirigeremo lì e consegneremo la cassa al priore, che è avvertito da tempo.»
«Il fardello ci rallenterà non poco…» osservò Harald con aria critica.
«Ma quello che contiene renderà più veloce il cammino dell’uomo sulla strada del sapere. Per questo è importante che si salvi.»
«Ma, se la… machina venisse catturata dai nostri nemici, essa potrebbe rivelare con la sua voce i segreti della vostra scienza», obiettò ancora il giovane. «Non sarebbe meglio distruggerla, come l’arte della guerra insegna si debba fare con ogni arma che il nemico potrebbe rivolgere contro di noi?»
Gerberto sorrise, poi estrasse da una piega dell’abito un cilindro di metallo splendente, mostrandolo al giovane. «Qui è inscritto il segreto che voglio sia dettato alle future generazioni. È questo cilindro il cuore della mia machina, e senza di lui essa non è che un inutile artifizio, come un corpo privato della testa. Non temere, esso resterà presso di noi, e neppure la morte potrà separarlo dalla nostra persona.»

Avventura, spy story, travestimenti, inseguimenti, attentati, segreti che hanno attraversato i secoli, macchine miracolose, cacce al tesoro si intrecciano nell’ ultimo romanzo di Giulio Leoni, Il testamento del papa, edito da Nord Edizioni. Un thriller storico di stampo classico, scritto in modo scorrevole e fluido, adatto sia ad un pubblico di lettori adulti, ma anche indicato ai ragazzi appassionati di romanzi d’avventura.
Due epoche storiche si alternano in capitoli per lo più brevi e introdotti dai luoghi dove si svolge l’azione: la Roma del 999 dopo Cristo, in cui fu papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, e la Roma mussoliniana del 1928, con due brevi tappe a Berlino.
Protagonista l’architetto, antiquario Cesare Marni, personaggio già noto ai lettori di Leoni, apparso in E trentuno con la morte…, e in Il Cabaret del Diavolo, che questa volta si trova ad indagare sul trafugamento di un antica statua dalle forme femminili, appartenuta a Papa Silvestro II, che la ricevette in dono dall’imperatore d’Oriente. Statua che nasconde un segreto al suo interno, fatto di congegni e canne di vetro, che le consentono… di parlare.
Accompagnato da Marcella, giovane figlia di uno studioso che sostiene addirittura che la statua possa indicare il nascondiglio di un tesoro appartenuto ad Augusto, Marni si troverà coinvolto in una serie di morti misteriose, e dovrà vedersela con un misterioso conte Desmondi, capo di una setta che vuole restaurare culti pagani, e intenzionato a perseguire un piano che a suo dire dovrebbe cambiare la storia di Italia e con una pericolosissima spia tedesca in missione in Italia per trovare un misterioso oggetto che dovrebbe rendere invincibile la Germania in una prossima inevitabile guerra che si dovrebbe addensare sull’Europa.
Romanzo da leggere con attenzione, perché oltre alla trama complessa si inserisce un gioco di ruoli che Leoni sottopone sotto gli occhi del lettore, con un certo divertito sorriso di sfida. Nulla è come sembra insomma, le apparenze come sempre ingannano e sarà compito del lettore più scaltro, non cadere nell’inganno. E come nella tradizione dei racconti di avventura, l’azione costituisce l’ossatura della trama, in un susseguirsi di rocambolesche  corse contro il tempo, condite da rischiosi stratagemmi e colpi di scena. I nostri eroi si troveranno a infiltrarsi in riunioni segrete di adepti di strani culti, e pure Evola, farà una breve comparsa come esperto a cui Marni si rivolge, a inseguire con aerei treni in corsa,  a chiedere passaggi improvvisati in aperta campagna, ad affrontare spie spietate per quanto affascinanti, rischiando l’arresto in qualsiasi momento.
Il tono scanzonato della commedia riporta l’azione su un puro piano dell’intrattenimento, ma la ricostruzione d’epoca è fedele, i termini usati, precisi e accuratamente inseriti in un contesto proprio. Insomma una lettura interessante e divertente, e anche istruttiva. Il personaggio di Papa Silvestro ne esce mondato dai pregiudizi del suo tempo che lo volevano un mago asservito alle potenze occulte, ridandogli la sua statura di studioso e ingegnoso scienziato precorritore dei tempi. Altri personaggi realmente esistiti appaiono in vari capitoli, come Evola appunto, o Mussolini. Forse il personaggio di Marcella l’ho trovato piuttosto tradizionalista, ma in compenso bilanciato dal fascino di Zirka, l’enchanteresse merveilleuse. Divertente una battuta che si scambiano le due donne, quasi rivali: «Mia cara, a confronto con una bimbetta qualunque donna apparirebbe più matura», rispose acida lei. Memoria di Caccia al Ladro in cui Grace Kelly/ Frances Stevens si rivolge pressappoco così a Brigitte Auber/ Danielle Foussard.

Giulio Leoni, romano, è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla fortunata serie di romanzi dedicati alle avventure investigative di Dante Alighieri, che è stata tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Studioso delle avanguardie artistiche, è un appassionato di storia dell’illusionismo e della pop-culture degli anni ‘50 e ‘60, di cui ricerca e colleziona testimonianze e memorabilia. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più imprevedibili e sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con grande precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s’intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante.   

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Recensione di La notte di Praga di Philip Kerr (Piemme, 2013) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2013

la notte di pragaC’era poca birra in giro, spesso non ce ne era affatto. Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco ci furono solo quattro localini in città dove si potesse regolarmente trovare un boccale di birra. Quell’acqua acida, marroncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro i buchi delle granate e le pozzanghere stagnati della Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questo significava che era impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso a pulire la pistola.     

La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), tradotto da Elena Orlandi ed edito da Piemme, è l’ottavo romanzo dedicato dallo scrittore scozzese di Edimburgo, classe 1956, Philip Kerr, al personaggio di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista.
Tutto cominciò con una trilogia Berlin Noir composta da tre romanzi: Violette di marzo (March Violets, 1989), Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991) portati in Italia da Passigli editore.
Ma naturalmente un personaggio come “Bernie” Gunther meritava altro spazio e quindici anni dopo Kerr riprese la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), tutti editi da Passigli, l’inedito Field Grey del 2010, appunto La notte di Praga, e l’ultimo, ancora anch’esso inedito in Italia, A Man Without Breath del 2013.
Se avete amato la serie di Martin Bora di Ben Pastor troverete di sicuro interesse anche questa serie caratterizzata forse da una maggiore crudezza e durezza.
Siamo a Berlino nell’autunno del 1941, e il commissario della polizia criminale di Alexanderplatz “Bernie” Gunther, di ritorno dall’Ucraina in cui ha partecipato a veri e propri stermini di massa, vive tormentato dal rimorso e dall’avversione sempre più crescente per il regime nazista, meditando ogni sera il suicidio, smontando e rimontando la sua Walther automatica.
La vita a Berlino è fatta di grandi ristrettezze. Manca tutto e quello che resta è razionato: le patate, la carne,

in teoria ognuno di noi aveva diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento, il latte, il pane, sapeva di segatura e molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Difficile trovare vestiti, o scarpe, non si poteva compare un paio di scarpe ed era impossibile trovare un calzolaio,

o qualsiasi altro oggetto di consumo se non prodotti di imitazione e di scarsa qualità

i lacci si spezzavano quando cercavi di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita mentre ancora tentavi di cucirli. Nessuno si lavava quasi più se non con un misero pezzo di sapone sbriciolato grande come un biscotto(…) un pezzo per un mese intero.

La propaganda sui giornali titola: La nostra disgrazia sono gli ebrei e intanto le bombe della RAF si abbattono su cose e persone tra un coprifuoco e l’altro.
Tutto manca a Berlino tranne i furti e i delitti e “Bernie” Gunther, ritornato a lavorare alla Kripo, si trova a indagare su un presunto suicidio che ben presto si rivela un omicidio.
Geert Vranken, un operaio di ferrovia volontario, trentanovenne nato in Olanda, viene rinvenuto ai lati di una ferrovia dopo essere stato investito da un treno. Profonde ferite di coltello evidenziano successivamente che è stato assassinato.
Mentre indaga su questo delitto (che sembra scollegato ma che ritroveremo connesso alle indagini successive) Bernie salva una ragazza, Arianne Tauber, da una apparente tentativo di violenza. E qualcosa di molto simile all’amore entra nella sua vita. Arianne lavora come guardarobiera in un night club e forse non è niente altro che una prostituta, ma per Bernie è soprattutto l’occasione di distrarsi, di vivere una storia che abbia qualcosa di umano per non pensare continuamente al suicidio.
Poi una vecchia conoscenza del passato, il generale delle SS Reinhard Heydrich, ora promosso governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, lo chiama a Praga con la scusa di aver bisogno di una guardia del corpo, dopo una serie di recenti attentati alla sua vita. Il vero motivo è ben diverso e Bernie lo scoprirà, a caro prezzo, indagando sull’omicidio di un assistente di Heydrich.
Omaggio sicuramente a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, La notte di Praga è un romanzo interessante sia per la parte storica, la ricostruzione di un’epoca, che per la parte puramente investigativa e deduttiva. In fondo è anche una spy story classica, narrata con tinte noir e arricchita da un protagonista come Bernie Gunther difficilmente paragonabile al classico eroe positivo di tanta letteratura gialla.
E’ stato strumento di atti di pulizia etnica, e sebbene non condivida l’ideologia nazista, anzi ritenga tutti i nazisti, Hitler in testa, semplici criminali, e sfrontatamente dichiari la sua avversione al potere anche a rischio di ritorsioni, è pur tuttavia colpevole di aver ubbidito a ordini che tormentano la sua coscienza di poliziotto e di soldato. E proprio la sua coscienza lo rende un osservatore quasi imparziale dei meccanismi che regolano il potere nazista.
Sicuramente è difficile immaginare che un poliziotto potesse avere tutta l’autonomia e la sfrontatezza del personaggio creato da Kerr, immagino che nella realtà sarebbe finito ben presto accusato di alto tradimento e giustiziato, pur tuttavia è difficile non provare simpatia sia per questo personaggio che per Arianne Tauber, donna con cui vive una breve parentesi sentimentale e che si rivelerà ben diversa da come la immaginava.
Bernie Gunther resta comunque un buono, per quanto le condizioni lo rendano possibile, in un mondo dove il Male governa indisturbato.
Da recuperare i romanzi precedenti.

Philip Kerr, nato a Edimburgo, vive tra Wimbledon e la Cornovaglia. Dopo la laurea in Legge, ha cambiato completamente ambito e ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Ha all’attivo numerosi romanzi, i più famosi dei quali compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, indimenticabile protagonista de La notte di Praga. Autore bestseller in Gran Bretagna e in Francia, Philip Kerr è amatissimo tanto dal pubblico quanto dalla critica, che gli ha tributato numerosi riconoscimenti, tra cui l’Ellis Peters Historical Award.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.