:: Liberi junior – Oh, freedom!, Francesco D’Adamo, (Giunti, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 marzo 2015 by

index“Quando il sole ritorna,
Al primo verso della quaglia
Segui il mestolino
Perché il vecchio ti aspetta
Per condurti alla libertà
Segui il Mestolino”

Alabama, Stati Uniti d’America, 1850. Tommy è un bambino di undici anni che vive con i genitori in una piantagione di cotone, dove abitano e lavorano tanti altri schiavi. Tommy vorrebbe un mondo migliore e non a caso spesso si immagina e sogna la libertà, ma non ha la più pallida idea di come raggiungerla. Poi, una sera, in una delle capanne degli schiavi arriva un certo Peg Leg Joe, un vagabondo che con sé porta uno strano oggetto. A Tommy quell’affare sembra una zucca con il manico, ma in realtà il piccolo protagonista del romanzo di D’amato scoprirà che quel buffo oggetto è un banjo. Uno strumento musicale che l’uomo suona quando canta quelle canzoni- gli spirtuals -, che Tommy sente sempre in chiesa durante la celebrazione della funzioni religiose. Tra lo sconosciuto e il piccolo Tommy scatterà una profonda amicizia che avvicinerà il piccolo raccoglitore di cotone non solo alla musica, ma anche alla conoscenza dei valori della libertà dell’uomo. Un giorno Tommy e Peg Leg Joe, sempre con il suo banjo in spalla, scapperanno lungo la Underground Railroad, alla ricerca della libertà. La coppia si troverà coinvolta in mirabolanti avventure e anche in situazioni pericolose che rischieranno di far fallire i loro intenti. A guidare i due amici verso la libertà il Mestolino (la stella polare) che brilla in cielo. Tommy crescerà e, seguendo le orme di Peg Leg Joe, guiderà altri uomini verso la salvezza dall’oppressione. Oh, freedom!, di Francesco D’Adamo è un bel romanzo d’avventura per ragazzi che, attraverso la storia di un piccolo raccoglitore di cotone di colore, narra il processo di conoscenza della vita e dei valori della libertà umana per ogni singolo individuo. Il libro di D’Adamo può essere visto come un romanzo di formazione, perché ogni evento del quale Tommy sarà protagonista, ha il valore di una prova da superare per crescere e diventare un adulto. In Oh, freddom!, di Francesco D’Adamo, Tommy diventerà grande, cercherà di aiutare altri individui che come lui sanno cosa vuol dire vivere in schiavitù, e si accorgerà quanto sia dura la lotta per i diritti umani e per la libertà. Dai 10 anni in su.

Francesco D’Adamo è nato nel 1949 vicino a Venezia da profughi istriani arrivati in Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, vive per qualche tempo a Cremona per poi trasferirsi a Milano dove attualmente vive. Laureato in Lettere Moderne all’Università di Milano, ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e negli istituti tecnici, per poi dedicarsi alla scrittura. Il suo primo libro è scritto nel 1990 ed è un romanzo noir per adulti, Overdose, che parla delle imprese di un gruppo di sbandati drogati. Sul finire degli anni ’90 inizia a scrivere per i ragazzi, definiti da lui stesso adulti che hanno qualche anno in meno. Il suo romanzo Storia di Ismael che ha attraversato il mare ha avuto molto successo perché è una storia affascinante. Nel 2001 scrive Storia Di Iqbal, edito da EL, ispirato alla vita di Iqbal Masih, con cui vince il Premio Cento nel 2002 e il premio Cristopher Awards negli USA. Nel 2006 con Jonny il seminatore vince il Premio di Narrativa per ragazzi “Comunità Montana Altocrotenese”. I suoi romanzi sono noti per il livello formativo e pedagogico e per questo apprezzati nelle scuole.

:: Laura Toffanello e Marco Pistacchio parlano di “L’estate del cane bambino” (66thand2nnd) a cura di Elena Romanello

10 marzo 2015 by

pisCome mai avete scelto un’epoca così lontana e non vissuta da voi per la vostra storia?

1961, a Brondolo una piccola località sperduta nella provincia di Venezia, a Ercole, Vittorio, Menego, Michele e Stalino basta un vecchio pallone tra i piedi, un mozzicone di sigaretta in bocca, una fuga al cinema nel paese vicino, per sentirsi i padroni del mondo. Se la loro non è felicità, le somiglia molto. Poi un bambino scompare, e in una notte i cinque amici dodicenni si ritrovano ad essere dei vecchi con tutta la vita da vivere davanti. Passano cinquant’anni, per Stalino, Vittorio, Michele e Menego cinquant’anni di rimorso, attesa, dolore, rimpianto, rimozione: di vuoto, perché dove non c’è verità regna il silenzio. Ne L’estate del cane bambino volevamo parlare delle conseguenze. Ci sono dei fatti che segnano per sempre la vita delle persone, a volte come nel nostro romanzo sono istanti irreversibili, dopo i quali nulla potrà più essere come prima, ma cosa accade in seguito? La relazione tra ciò che accade e le conseguenze che ne derivano chiama in causa il concetto di responsabilità, collettiva o individuale, quella secondo la quale bisognerebbe agire in modo tale per cui gli effetti delle nostre azioni siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. E allora sono umani cinquant’anni di silenzio e di vuoto? È questo il prezzo dell’assenza della verità? È il silenzio a generare altro silenzio? E quali sono le nostre responsabilità personali e sociali?

Nella scelta di un tempo lontano da noi, non intendevamo indicare nel passato un’epoca di particolare oscurantismo e omertà distinta dal presente. Semplicemente, per lasciare maturare le conseguenze, avevamo bisogno di un lunghissimo lasso di tempo, e andando a ritroso di cinquant’anni, ci siamo ritrovati nei dintorni degli anni Sessanta. Abbiamo scelto il 1961 perché proprio nella ricorrenza dell’unità d’Italia, un piccolo paese prima si disgrega, di fronte al clima di caccia alle streghe che segue la scomparsa di un bambino, e poi viene spazzato via per sempre sotto la pressione di un concetto di fraintesa modernità.

Per il vostro libro sono stati citati Stand by me e It di Stephen King: che rapporto avete con questo autore?

“È la storia, non colui che la racconta”: con Steven King condividiamo assolutamente questa che è più di una semplice affermazione, è una dichiarazione poetica ed è metodo di scrittura. Cosa, che fra le altre, ci rende facile, oltre che possibile, scrivere insieme. Per il resto Stephen King è un mostro sacro, e It non l’abbiamo mai letto.

Nel libro si parla del dramma, oggi non più presente, dei manicomi. Come mai avete scelto questo tema e cosa pensate di come oggi sono trattate le persone diverse?

Come dicevamo prima, nel nostro romanzo il silenzio è nodale. Nella leggenda della valle dei sette morti, un bambino viene trasformato in cane perché non possa mai raccontare a nessuno cosa ha visto, nelle case di Brondolo si sbattono i pugni sul tavolo per troncare ogni discussione con donne e figli, e il silenzio, prima ancora della menzogna, avvolge le verità che devono essere taciute. Il silenzio è causa e conseguenza. Chi grida, finisce in manicomio, luogo per antonomasia dove vengono cancellati non solo gli individui, ma anche la loro voce e la loro storia. Come la società attuale tratti le diversità? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che la condizione di internamento nei manicomi prima dell’applicazione della legge 180 è la stessa che si ritrova oggi negli Opg, perché è identica la logica di annullamento sottesa. La violenza cambia forme, strumenti, ma la contenzione a qualunque costo resta ancora un dogma della psichiatria.

Nel libro citate Dumas. che rapporto avete con questo autore?

Più che con Dumas, abbiamo un rapporto con Il conte di Montecristo, libro che fa da contrappunto alla vicenda de L’estate del cane bambino e che Vittorio Boscolo il narratore, legge durante i giorni di punizione che gli vengono inflitti quando Narciso scompare. È un libro basato su un terribile fraintendimento. Tutti noi lo ricordiamo, dalle nostre letture infantili, colpevoli le riduzioni, come una storia di vendetta. Invece si tratta di una storia di perdono. Ma questo Vittorio lo scoprirà solo cinquant’anni dopo, quando leggerà il finale. Perché il senso delle storie si giudica dalla fine.

:: Pétronille, Amélie Nothomb (Voland, 2014) a cura di Lucilla Parisi

10 marzo 2015 by

amAmélie Nothomb torna a parlarci di sé con l’amabile ironia che la caratterizza.
Un dialogo tra amiche ci conduce tra serate al gusto di champagne e viaggi notturni per i locali di Parigi, perché l’amicizia, si sa, è soprattutto condivisione. Ciò che le due amiche hanno in comune, oltre alla scrittura, è la passione per le adorabili bollicine e ogni occasione, dall’uscita di un nuovo romanzo alla discesa da una pista di sci, è buona per farsi coccolare.
L’altra scrittrice, meno navigata e decisamente molto ribelle, è Pétronille Fanto che da ammiratrice e seguace della Nothomb, ne diventa confidente, ruolo che riveste con dissacrante naturalezza. La distanza tra le due donne è però evidente nell’imbarazzo e nell’incredulità che la scrittrice alle prime armi, con fattezze da adolescente, riesce sempre a sollevare nella già famosa autrice belga.
Così la Pétronille che testa farmaci per denaro (con le inevitabili drastiche conseguenze che ne derivano), che gioca con la roulette russa o che decide di attraversare il deserto del Sahara a piedi rimane per la Nothomb un autentico enigma.
Il romanzo ripercorre, attraverso la storia di un’amicizia, le pubblicazioni dei suoi famosi romanzi e la vita di una scrittrice che, nonostante il successo dei suoi libri, deve fare i conti con inevitabili delusioni e incontri decisamente mortificanti, come l’incredibile intervista a Vivienne Westwood, che ricorda, per grado di umiliazione e divertimento, la fallimentare esperienza della Nothomb nella società giapponese Yumimoto, raccontata nel romanzo Stupore e tremori del 1999.
Senza raggiungere i risultati esilaranti a cui ci ha abituato con alcuni suoi precedenti romanzi, con Pétronille Amélie Nothomb continua a farci sorridere.
Non risparmia sferzate al mondo editoriale che ben conosce e di cui ci regala un quadro non molto lusinghiero: la vicenda di Pétronille scrittrice ne è certamente un valido pretesto. Traduzione di Monica Capuani.

Amélie Nothomb Scrittrice belga di lingua francese. Figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel, come in Italia è fedele alla Voland. Il romanzo Stupore e tremori (Albin Michel 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori (da cui è stato tratto anche un film diretto da Alain Corneau), il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Sin dal suo primo romanzo Amélie Nothomb ha imposto uno stile: sguardo incisivo, spesso impietoso e crudele, umorismo fulmineo, storie originali che ruotano intorno a sentimenti eterni. http://www.amelienothomb.com/

:: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti (Giuntina edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2015 by

pro

L’effetto dei massacri sul popolo armeno è stato devastante. Le cifre, le statistiche non daranno mai una valutazione approssimativa del numero effettivo di vite massacrate e distrutte. Ma il calcolo, più moderato (non senza interesse), il calcolo dei tedeschi, riconosce 650.000 tra uccisi e dispersi fino alla scorsa estate.
Perfino in questi giorni di feroci battaglie un numero così terribile di innocenti uccisi e annientati deve imporsi alla nostra attenzione. Il popolo armeno in Turchia è, dal punto di vista morale ed economico, totalmente rovinato – le poche fortune private che, con modi leciti o non, sono state risparmiate dalla distruzione non fanno alcuna differenza. Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e industriosa – e badate bene, è un ebreo a dare questa patente -, è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine,  fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia.[1]

Incontrai Antonia Arslan a una presentazione. Era il 2004, credo, al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Presentava il suo libro, allora appena uscito, La masseria delle allodole, e io ero laureata da qualche anno. Il tema del Genocidio Armeno, “Medz Yeghern”, (Grande Male), non era proprio nuovo per me. Anni prima, quando si arrivò al fatidico momento di scegliere la tesi, valutai anche di occuparmene. Poi scelsi un altro argomento, che mi portò a scartabellare la corrispondenza di missionari di un’altra parte del mondo, avevo numerose foto che sarebbero state utili per una tesi un po’ innovativa. (Progetto che poi evaporò essenzialmente per mancanza di finanze, ma questa è un’altra storia).
Comunque mentre ascoltavo la signora Arslan un po’ provai una sorta di rimpianto per non avere seguito la prima ispirazione. Magari avrei fatto un buon lavoro, anche se la storia dell’Olocausto Armeno, non è una storia semplice che si affronta con disinvoltura. Non che i massacri durante la Rivolta dei Boxers in Cina siano stati una passeggiata, ma insomma un genocidio perpetrato scientificamente, con crudeltà inutile, da uno stato applicando metodi da catena di montaggio per cancellare dalla faccia della terra una intera etnia, ha qualcosa di abnorme, di aldilà della umana comprensione.
E ora proprio lei cura la prefazione di Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (Pro Armenia. Jewish Responses to the Armenian Genocide, 2011) pubblicato da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann, a cura di Fulvio Cortese e Franseco Berti, tradotto da Rosanella Volponi, e le nostre strade in un certo senso si rincontrano.
Prima ho usato il termine Olocausto coscientemente, so che per alcuni studiosi è da riferirsi unicamente alla Shoa, ma da quanto ho potuto appurare questi due genocidi sono strettamente legati. Chi pianificò scientificamente l’Olocausto ebraico durante la Seconda Guerra mondiale, si ispirò senz’altro a quello avevunto durante la Prima Guerra Mondiale, e si sentì in un certo senso incoraggiato per la sua impunità. Pensiamo solo a cosa disse Hitler quando gli dissero che non poteva applicare la Soluzione Finale. Per cui non mi sembra affatto strano che siano stati degli ebrei, (in questo libro ci sono quattro loro testimonianze, quasi contemporanee ai fatti del 1915), a denunciare forse per primi, questi fatti, negati ancor’oggi dallo Stato Turco (rischia il carcere anche chi solo ne parla ai sensi dell’art. 301 del Codice penale turco).
Il termine stesso genocidio fu utilizzato per la prima volta, da uno di questi testimoni, Raphael Lemkin, nel suo Axis rule in occupied Europe, (capitolo IX, Genocide: a new term and new conception for destruction of nations). Testo che fu pubblicato nel 1944. Da allora fu usato diverse volte dagli storici del Novecento, molto spesso per discutere se fosse usato opportunamente, se i vari massacri avvenuti in questi anni recenti avessero o no tutte le caratteristiche per rientrare di diritto in questa classificazione.
A fine aprile si celebrerà il centenario dei massacri della primavera del 1915, e ancora oggi si discute, ancora oggi nascono controversie. Mentre la Germania ha ripudiato il suo passato nazista, e condannato l’Olocausto, la Turchia non ha fatto altrettanto. Per loro anche giuridicamente questo genocidio non è mai avvenuto. C’era la guerra, furono eventi legati al conflitto. Non ci fu un piano premeditato di sterminio.
Cosa può portare al dibattito la lettura di queste testimonianze? Innazitutto sono testimonianze molto diverse, che hanno sì in comune l’orrore e il ripudio di questi crimini contro l’umanità, ma utilizzano diversi linguaggi, si rivolgono a diversi interlocutori, i testimoni posseggono diversi background culturali e scrivono le loro relazioni per ragioni differenti. Alcune cose sono anche discutibili, figlie della mentalità del tempo, superate dalla nostra sensibilità contemporanea, (nessuno oggi direbbe mai che nessun turco è stato capace di creare forme artistiche, per esempio) ma in tutti i testi è evidente una disarmante sincerità. I vari testimoni o assistettero personalmente ai massacri o ascoltarono detti fatti narrati da persone di loro fiducia. E shoccati reagirono parlandone.
Da queste testimonianze comunque a parte la certezza che questi massacri avvennero, emergono altre riflessioni, altre conclusioni forse non conosciute da tutti. Innanzitutto sia Lewis Einstein, Andrè Mandelstam, Aaron Aaronsohn, e Raphael Lemkin si chiesero perché. Questo “perché” risuona nelle loro parole come un mantra. Le risposte sono diverse, per lo meno ognuno evidenzia gli aspetti che maggiormente lo colpirono. Tutti sembrano concordi nel dire che non furono persecuzioni religiose, che non fu il credo islamico a spingere a sterminare una etnia cristiana, nè tutto fu imputabile a un indeterminato odio. Ci furono invece motivi economici (agli armeni furono confiscati proprietà, attività, beni) e motivi politici. Gli armeni furono accusati di appoggiare la Russia e preparare una Rivoluzione. Accusa certamente infondata, ma utilizzata con disinvoltura e alla quale forse chi progettò il genocidio, vittima di un sistema spionistico ossessivo basato sulla delazione, credette davvero.
Pur tuttavia lo scientifico massacro non sembra avere anche univoche e scientifiche motivazioni. Non fino a oggi, almeno. Furono per esempio in pochi gli armeni che reagirono con le armi, che si difesero. Chiamiamolo sì per orientale rassegnazione, per cosciente rifiuto della violenza, perchè l’aiuto chiesto anche all’estero mai arrivò. Leggendo queste pagine, queste riflessioni si trasmettono anche al lettore, e sicuramente aiutano a fare chiarezza, a dissipare le nebbie, rendendo vivo e vitale il dibattito che dovrebbe seguire.

[1] Aaron Aaronsohon Pro Armenia (pagg 70- 71) Memorandum presentato al ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916.

:: Il sapore sconosciuto dell’amore, Sarah Vaughan (Garzanti, 2015) a cura di Federica Spinelli

9 marzo 2015 by

Il sapore sconosciutoEssendo io ghiotta di qualsiasi cosa sia edibile e pubblicabile ho pensato che il riunirsi di queste due cose in una sola fosse una motivazione sufficiente per leggere (o divorare che dir si voglia) questo romanzo.
La storia de Il sapore sconosciuto dell’amore è molto semplice: cinque sconosciuti, per motivazioni diverse che hanno più o meno tutte a che fare con l’insoddisfazione presente nelle loro vite, decidono di partecipare a una gara culinaria per stabilire chi sia la “nuova Mrs Eaden” e sostituire così l’originale, Katheleen Eaden, icona dell’omonima catena dei supermercati di qualità, nelle pubblicità del marchio. Il presente però si alterna a un altro piano temporale in cui il lettore segue la storia di Katheleen Eaden, la sua difficoltà a realizzare il sogno di diventare madre e il conciliare il suo lavoro di reginetta della cucina con questo desiderio.
I partecipanti alla gara culinaria non potrebbero essere più diversi: Karen, apparentemente sicura di sé, è determinata ad affermarsi nella gara; Vicky, insicura e iperprotettiva verso il figlio di due anni, deve fare i conti con un penoso segreto; Jenny madre amorevole sull’orlo della crisi matrimoniale; Claire, ragazza madre alle prese con un padre assente e infine Mike, padre vedovo alla ricerca di conferme. Ma tutti questi personaggi sono spinti a concorrere dal ruolo che la cucina ha sempre rivestito nelle loro vite, dal benessere che deriva loro dal cucinare e dalla consapevolezza che un piatto ben cucinato può cambiare l’umore e la giornata di chi lo assaggia. Quella che nasce come un’innocua gara di cucina si trasforma pian piano in un’occasione di rivalsa per i partecipanti di mettere ordine nella propria vita.
In un mix che ricorda un po’ la commedia Julie&Julia e un po’ la gara di pasticceria Bake Off, il romanzo alterna deliziosamente i piani di passato e presente. In un passato recente, gli anni Cinquanta dei caschetti gonfi e delle gonne ampie una giovane Katheleen Eaden tenta disperatamente di concretizzare il suo sogno di diventare madre e di conciliare con questa scelta il suo ruolo di scrittrice e volto della cucina nazionale. Una realizzazione costellata da molti e dolorosi fallimenti che inevitabilmente segnano la vita della giovane donna, costringendola a rivedere i suoi obiettivi e le sue scelte lavorative sotto una diversa luce. Frutto delle sue fatiche lavorative sarà la sua unica raccolta L’arte di cucinare al forno che darà alle stampe, decidendo subito dopo di ritirarsi dalla vita mondana per seguire la sua prima figlia, tenuta nascosta agli occhi della gente perché gravemente menomata.
Il presente invece è scandito dalle prove della gara, corrispondenti ognuna alle sezioni del libro di Mrs Eaden. Tra una prova e l’altra i concorrenti tornano alle loro vite e tentano di affrontare i loro problemi. Con il progredire della competizione, la notorietà data loro dalla gara culinaria li porterà a porsi delle domande e a chiedersi cosa vogliono davvero dalla vita. Karen affronterà la distanza del figlio e la sua anoressia; Claire si libererà della difficile relazione con Jay, il padre di sua figlia; Vicky chiarirà il suo doloroso rapporto con la madre affrontando il suo passato e Jenny porrà fine al suo matrimonio in crisi riscoprendo l’amore e il sostegno delle figlie. Ai margini e poco più che una comparsa resta la presenza di Mike. Infatti il romanzo è quasi del tutto femminile, improntato sulla soddisfazione delle esigenze della figura femminile, che tenta costantemente di tenere in piedi casa, famiglia, figli e marito in una continua altalena di desideri e sogni, delusioni e rinunce.
L’elemento culinario è interprete degli stati d’animo dei personaggi; diventa una sorta di meditazione fattiva quella che i protagonisti adoperano ogni volta che prendono in mano uova, burro e zucchero per dar vita all’ennesima dolcezza. Ahimè le ricette sono un po’ troppo lontano dalla nostra dieta mediterranea per provocare quel sano senso di acquolina in bocca che dovrebbe giungere nel leggere un romanzo che ha per tema la cucina, tuttavia la suggestione è molto forte e accompagna piacevolmente il lettore nel mondo zuccheroso e colorato dei dolci.
Il romanzo promette bene fin dall’inizio con una pianificazione piuttosto dettagliata del profilo dei personaggi ma si dilunga in un continuo dispiegare le motivazioni e le complessità che li muovono senza arrivare a stringere davvero le fila del discorso. Il finale è affrettato e si brucia in poche pagine che non lasciano il giusto spazio al tratto conclusivo della parabola evolutiva del personaggio, il quale capisce quello che vuole ma non è chiaro se lo realizza. La parte conclusiva risulta in tal modo nebulosa e un po’ priva di corpo rispetto allo sviluppo delle problematiche trattate.

Sarah Vaughan ha insegnato inglese a Oxford prima di diventare giornalista. Per undici anni ha lavorato come reporter per “The Guardian” e successivamente ha iniziato l’attività di freelance. Vive vicino e Cambridge con il marito e i due figli.

:: La lettrice di mezzanotte, Alice Ozma, (Sperling & Kupfer, 2015) a cura di Giulietta Iannone + intervista a Gea Polonio

9 marzo 2015 by
Oz

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C’erano alcune cose che la lettura e la Serie non potevano risolvere. Nonostante lo stupore di mio padre, Billy Whiskers non era la risposta alle paure che mi angosciavano. Anche dopo essermene sbarazzata pensai che JFK avrebbe sentito l’odore dell’inchiostro sulle mie mani, e quella sera mi lavai nella vasca con lo stesso zelo di Lady Macbeth. Corsi in camera mia a tutta velocità, e feci del mio meglio per passare oltre il letto di sotto senza guardarlo, tenendo gli occhi socchiusi per evitare anche solo di sbirciare quell’angolo. Saltai e, al sicuro sul mio trespolo, mi sporsi per guardare. Niente. Lessi per una o due ore, costringendomi a prendere sonno, finchè non ebbi la sensazione che le palpebre stessero scivolando verso il naso. Dopo mezzanotte papà mi gridò di spegnere la luce che riusciva a vedere dalla sua stanza, o almeno di chiudere la porta. Naturalmente non potevo, perché sarei dovuta scendere dal letto. E se l’avessi fatto avrei dovuto ricominciare la trafila da capo. Così diedi un’ occhiata dal lato del letto ancora una volta prima di spegnere la lampada, di tirarmi le coperte fin sopra la testa, e di piegare le gambe per non fare penzolare giù i piedi.
Al tempo non ero in grado di capirlo, ma occorreva una certa dose di creatività per restare sdraiati tremanti nel proprio letto, chiedendosi se i tuoi gatti sapranno come difenderti; e non dai fantasmi o dall’uomo nero, bensì dal cadavere immobile di uno dei più famosi e amati ex presidenti degli Stati Uniti. Grazie alla serie e a mio padre, l’immaginazione non mi mancava affatto.

L’importanza di leggere ad alta voce ai bambini è stata ampiamente sostenuta (esistono numerosi studi scientifici che lo testimoniano) da esperti di letteratura infantile, insegnanti, pedagogisti, pediatri e se vogliamo anche da semplici genitori. I bambini a cui si leggono storie sono più intelligenti, hanno più fantasia, hanno un vocabolario più ricco, una volta a scuola avranno risultati migliori, una maggiore attenzione, una maggiore capacità di analisi.
Se pensiamo anche nei tempi passati la lettura delle favole creava un legame anche affettivo più forte tra adulti e bambini e il suono stesso della voce serviva a rasserenare, confortare (un bambino malato), incuriosire, divertire, insegnare. Noi che amiamo i libri, anche da adulti, non abbiamo difficoltà a crederlo, ma sembra che soprattutto per la crisi e i tagli al budget di scuole e biblioteche, molte difficoltà stiano affrontando coloro che difendono la libertà di lettura.
I dati sconfortanti riguardanti il calo dei lettori dovrebbe far riflettere e stimolarci tutti a rivalutare questa pratica così semplice e relativamente poco costosa. Grazie alle biblioteche i libri sono a disposizione di tutti, è più che altro il tempo, il tempo di qualità che passiamo con i nostri figli la vera discriminante, la vera cosa capace di fare la differenza. I bambini a cui sono lette storie, infondo saranno i lettori di domani, e nei paesi più civilizzati questo semplice parallelismo è preso in seria considerazione.
Per esperienza personale ho svolto l’attività di lettrice ad alta voce prevalentemente per anziani e persone non vedenti, e non sono una lettrice particolarmente brillante né ho una voce molto gradevole, pur tuttavia l’esperienza è stata felice e la consiglio a tutti.
Questa breve introduzione per parlare del libro che ho appena letto, La lettrice di mezzanotte (The Reading Promise, 2011) di Alice Ozma, edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto dall’inglese da Chiara Brovelli. Sono stata invitata a leggerlo in anteprima dall’editore (sarà in libreria da domani) e in tutta sincerità mi aspettavo un libro piuttosto convenzionale, che sì parlasse di libri come molti altri, ma senza coinvolgere davvero il lettore.
Devo dire invece che a parte il fatto che è scritto bene e ben tradotto, e pur narrando una storia semplice, una storia d’amore tra un padre e una figlia, e di come i libri che il padre ha letto alla figlia, ininterrottamente, per più di 3000 giorni, (fino a che lei non è partita per il college), abbiano rinsaldato il loro legame, li abbiano aiutati ad affrontare le difficoltà più o meno gravi della vita, abbiano infine trasformato in meglio le loro vite, rendendoli più felici, è davvero originale e simpatico.
Leggendo questo libro si prova una sincera invidia, almeno la provano tutti coloro che l’amore dei libri l’hanno faticosamente conquistato da soli, soprattutto perché la lettura non dovrebbe mai essere un’esperienza solitaria, ma sempre condivisa, e il proliferare dei tanti blog letterari sembra dimostrarlo. Non basta leggere, è bello parlare dei libri che si sono letti e si sono amati, è bella questa esperienza di comunione con altri lettori con gusti e esperienze anche molto diverse dalle nostre. E forse questo è il senso ultimo della lettura, oltre ai benefici che ho già citato.
La lettrice di mezzanotte è un libro davvero delizioso, il talento naturale nel narrare dell’autrice è davvero grande (per essere così giovane), è capace di rendere interessante una sosta per mangiare un sandwich, una gita al parco, il semplice guardare alcuni trapezisti nelle loro funamboliche esibizioni, dettagli minimi della vita di tutti i giorni, che le sue parole rendono speciali.
E’ un memoir, un romanzo di formazione, un romanzo per adulti e ragazzi, infondo non mi sento una chiaroveggente, se prevedo che otterrà la stessa accoglienza che ha ricevuto in America. E lo spero davvero soprattutto per il messaggio che trasmette, senza leziosità, né melensaggine, anzi a tratti con disarmante sincerità, raccontando parti della sua vita anche molto private legate soprattutto alla madre.
Ogni capitolo, precedeuto da una breve citazione presa da uno dei classici della letteratura per ragazzi, (che anticipa in un certo senso l’argomento che si tratterà) è come un racconto a parte e ce ne sono di bizzarri, da quello dedicato ai trapezisti,  a quello dedicato a JFK, e per coprenderli bisogna immergersi nello spirito del libro, considerare un mondo in cui ci sia l’immaginazione al potere.
Dalla prefazione di Jim Brozina, padre di Alice (il vero eroe del romanzo, se vogliamo) si apprende che negli Stati Uniti, la Commissione per la Lettura, fondata dal Dipartimento dell’Istruzione, esiste dal 1985, con lo scopo di promuovere la lettura, indicando che il modo migliore per farlo è leggere ad alta voce ai bambini. Mi informerò se anche in Italia esiste una commissione del genere.
Sono stata invitata a consigliare un libro da leggere ad alta voce (esattamente come l’autrice fa sul suo sito http://www.makeareadingpromise.com/streak.html ) Io consiglio: La fiera della vanità: romanzo senza eroe di William M. Thackeray. Ce ne sono diverse edizioni con numerosi traduttori. Io ho letto quella del 1967, Giulio Einaudi Editore, traduzione di Jole Pinna Pintor.

Alice Ozma, nata e cresciuta a Millville, New Jersey, si è laureata all’Università di Rowan. Vive circondata da librerie e biblioteche a Philadelphia, Pennsylvania. È appassionata di letteratura e di pedagogia. Dopo il grande successo di questo suo primo libro, è stata invitata a tenere conferenze e lezioni sul tema della lettura nell’infanzia. Alice legge a voce alta per i bambini.
twitter.com/aliceozma
www.facebook.com/AliceOzma

Per concludere lascio la parola a Gea Polonio che ci parlerà della sua esperienza di lettrice. Le ho fatto alcune domande.

Vuoi parlarci della tua esperienza?

Ho sempre adorato leggere ad alta voce, ai bambini in modo particolare.  Ai figli miei ho letto per una mezz’ora ogni sera per più di dieci anni, anche dopo che lo sapevano fare da soli.

Parlaci della reazione e dell’accoglienza che hai notato nei bambini?

Dipende molto da come sono abituati.  Però se lo fai con amore e allegria, pian pianino anche molti tra i più refrattari si avvicinano, conquistati dal tono di voce e dalle storie.

E’ difficile, impegnativo? Che difficoltà attendono coloro che vogliono leggere ai bimbi?

I bimbi sono esigenti, non sopportano condiscendenza e leziosità.  I bimbi interagiscono, ed è giusto che lo facciano. I bimbi hanno i loro tempi, che sono anche di ripetizione e rielaborazione.
Poi, più sono piccoli (si può iniziare dai sei mesi, eh) più chiaramente devi trovare la chiave della loro attenzione.

Hai notato sensibilità verso l’importanza della lettura ad alta voce ai bambini?

Con il progetto “nati per leggere“, di cui sono volontaria, stiamo cercando di sensibilizzare le famiglie, proponendo la lettura anche come momento di condivisione e intimità tra genitori e figli.

Comuni, biblioteche, scuole, organizzano incontri o è un’ attività più orientata al volontariato?

Dipende da quali comuni, scuole e biblioteche.  Queste ultime fanno spesso più del dovuto istituzionale, ma capita che possano contare solo su singoli insegnanti più che sulla scuola come istituzione. E i singoli insegnanti talvolta sono sono lasciati soli se cercano di andare oltre gli schemi strettamente didattici.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: La notte eterna del coniglio, Giacomo Gardumi: la paura è una dolce virgola tra ‘horror’ e ‘thriller’ (Marsilio, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

9 marzo 2015 by

$Immagina la classica villetta a schiera americana, con tanto di prato verde e amorevole padre che ti attende sulla porta. È da poco scattato il ventunesimo secolo, le Torri Gemelle sono state abbattute, ma in questo angolo di Amerika da quadretto le onde d’urto arrivano in ritardo: l’atmosfera è ancora quella della Guerra Fredda, solo che – al posto dell’URSS – c’è una sempre più potente Cina. Sarà l’argomento del pranzo di Pasqua, sollevato da tuo padre – quello che ti aspettava amorevole all’entrata, ricordi? – che in realtà è un ultraconservatore xenofobo che ha fatto il Vietnam, e del Vietnam ha mantenuto la mentalità paranoica. Infatti, nel suo bellissimo e rispettabilissimo giardino, sotto lo strato di verdissima erba, c’è un bunker.
Sì, hai sentito bene.
Un bunker.
Nel caso in cui vi sia una guerra atomica.

Horror. Thriller psicologico. Post-apocalittico.
La notte eterna del coniglio di Giacomo Gardumi è tutte queste cose, almeno in parte. L’apocalisse c’è – atomica – e piomba i pochi sopravvissuti nei pochi bunker che il padre della protagonista e alcuni famigliari si sono fatti costruire in giardino. La solita vecchia trama di sopravvissuti? Beh, il libro non è nuovissimo, ma sfrutta al meglio il vecchio e tanto amanto what if:
Che cosa accadrebbe se qualcuno sganciasse veramente una bomba atomica?
Che la protagonista – il romanzo è scritto in prima persona dal suo punto di vista – si ritroverebbe blindata in un bunker sotterraneo con il padre razzista e – dolceamara ironia – l’idraulico cinese che stava aggiustando loro il lavello.
I bunker – quattro in tutto – sono collegati tra di loro per mezzo di un sistema video piuttosto rudimentale. I sopravvissuti, quindi, non sono completamente isolati, anzi: scopriranno presto che sono meno soli di quanto pensino, quando uno di loro dirà di aver sentito qualcuno bussare alla porta di un bunker.
In questo romanzo dalla prosa piuttosto semplice ed elementare – e anche, a volte, poco oliata e un po’ ridondante – Gardumi attinge da uno dei rivoli più sottili e difficili da gestire delle correnti di letteratura horror esistenti: quello in cui la paura cresce mano a mano che la realtà per come la conosciamo si disfa, perde senso, crolla inesorabile come un palazzo inservibile. I protagonisti de La notte eterna del coniglio saranno pure asserragliati in bunker capaci di proteggerli persino da una bomba atomica, ma il terrore è infido e sottile come gas, e lentamente rende vane le spesse mura che li circondano. Da superstiti a topi intrappolati in un labirinto senza uscita. E intanto, sempre latente di sottofondo, striscia la domanda che contagia anche i lettori:
È un horror o un thriller?
Che cosa dobbiamo temere? Le manipolazioni di una realtà che non si fa decifrare o le minacce imprevedibili di un mondo che smette di rispondere alle leggi della fisica?
A voi il piacere di scoprirlo.

Giacomo Gardumi nasce a Milano nel 1969. Dopo aver vissuto a Roma e in Francia, si trasferisce stabilmente in Cina. La notte eterna del coniglio è il suo primo romanzo, seguito nel 2005 da L’eredità di Bric.

:: L’8 marzo è anche “#noisì. Generazioni di donne” a cura di Irma Loredana Galgano

8 marzo 2015 by

roUna campagna lanciata attraverso il web per raccogliere testimonianze, positive, di donne che vogliono e possono essere esempio per altre donne. “#noisì. Generazioni di donne”, un incontro e un confronto tra donne, di differente età, che provengono da diverse culture.
L’assessore alle Pari Opportunità della Capitale, Alessandra Cattoi, spiega con una nota l’iniziativa: «Ogni giorno il mio assessorato è impegnato in azioni di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, in particolare attraverso i centri anti violenza del Comune. Per l’8 marzo vogliamo sostenere una visione positiva delle donne di Roma. Vogliamo portare all’attenzione di altre donne, ma non solo, racconti di vita di successo, per testimoniare la grande capacità femminile di fare la differenza».
Già, “la grande capacità femminile di fare la differenza”. Quella differenza che in parte ancora si vuole tenere nascosta, celata per evitare il rischio che si diffonda e diventi consuetudine. L’iniziativa non deve essere vista come un modo per negare la violenza, che esiste purtroppo… piuttosto un modo diverso di affrontarla, studiarla, combatterla. La violenza di genere ha sempre una doppia valenza, fisica e psicologica. Ed è proprio su questo secondo aspetto che bisogna incidere per sradicarla dalle menti delle vittime e da quelle dei carnefici. Spesso, troppo spesso, rappresenta la dimostrazione di una forza che non si possiede, di una frustrazione che non riesce a trovare altro modo di fuoriuscire se non la brutalità, l’aggressività e allora la battaglia principale che bisogna combattere è quella per raggiungere la liberazione catartica dalle catene del pregiudizio ma anche da quelle della sofferenza.
Uno degli esempi migliori è la coraggiosissima Lucia Annibali, autrice del libro Io ci sono (Rizzoli, 2014), scritto con la giornalista Giusy Fasano, che è riuscita nonostante tutto a ritrovare se stessa dimostrando una forza e un coraggio incredibilmente superiori a quelli dei suoi aggressori, tutti.
«Io non mi arrendo, e questa ferita diventerà la mia forza.»
Il concorso online “#noisì. Generazioni di donne” si è chiuso il giorno 5 e oggi, 8 marzo, ci sarà la premiazione del racconto migliore, a Roma, durante la cerimonia che si terrà nella sala Esedra in Campidoglio con la partecipazione del sindaco Ignazio Marino.

:: Favole del morire, Giulio Mozzi, (Laurana Editore, 2015)

4 marzo 2015 by

faE’ buffo, o per lo meno bizzarro, leggere e soprattutto recensire un autore che per mestiere legge e valuta la scrittura altrui. Ma vi confesso è stata la curiosità a spingermi verso Favole del morire di Giulio Mozzi e sapere che è dedicato a Valter Binaghi, autore di cui ho molto amato Nome al tavolo Blackjack. (La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, dice un proverbio inglese).
I libri dopo tutto trovano strane e misteriose vie per raggiungere i lettori, e la curiosità è una ragione non meno nobile di altre.
Giulio Mozzi è uno scrittore dichiaratamente cattolico, per cui la morte, o meglio il morire dovrebbe acquistare valenze etiche e spirituali legate anche al credere a una vita altrove, oltre questa nostra terrena. E Favole del morire, sebbene raccolga pezzi scritti tra il 2003 e il 2014, alcuni su commissione, (“ciò non ne fa scritture occasionali“) per le ragioni più disparate, (certo non prevedeva che sarebbero stati raccolti in un’antologia, o per lo meno non in questa), ha come tema centrale proprio questo destino che accomuna ormai sette miliardi di persone nate per vivere su questa terra. E quindi nel bene o nel male ci interessa tutti, sebbene molti sfuggano questo pensiero come molesto.
E’ così sgradevole, parlare del decadimento, della vecchiaia, della morte, per alcuni è addirittura di cattivo gusto, ma ciò non toglie che anche se nessuno può parlarne per esperienza diretta (il mistero su questo resta assoluto) tutti noi, vedendo morire familiari o amici, ne facciamo un’esperienza perlomeno riflessa. Quindi la morte è cosa nostra, molto più di altre cose più vanesie e marginali.
I sette pezzi facili (che facili non sono) di Giulio Mozzi sono frammenti di scrittura che si compongono di testi in prosa, altri in versi, Emilio delle tigri se n’è andato, è un testo teatrale per esempio, (che l’autore vorrebbe fosse ri-rappresentato).  Insomma difficilmente questo libro potremmo definirlo con un genere, se non ibrido. Tuttavia una strana unità e omogeneità anche stilistica la possiede, e i vari pezzi si possono leggere tranquillamente nell’ordine in cui l’autore li ha posti.
Se abbiamo una concezione edonistica della lettura e il piacere (parente stretto della felicità,) guida le nostre scelte, forse avremo qualche ritrosia iniziale, ma non spaventatevi Mozzi non tratta la morte, ovvero il morire, in modo tragico o peggio macabro. A tratti si sorride, e dopo tutto l’ironia è una delle maggiori difese immunitarie che abbiamo.  

Giulio Mozzi (Camisano Vicentino, 1960) ha pubblicato vari libri tra cui Questo è il giardino (Theoria, 1993), La felicità terrena (Einaudi, 1996), Fantasmi e fughe (Einaudi,1999), Fiction (Einaudi, 2002), Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa, 2009), Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori, 2009). Consulente editoriale, attualmente per Marsilio, ha maturato anche una solida esperienza come docente di scrittura. Su questo argomento ha pubblicato un fortunato Ricettario di scrittura creativa (con Stefano Brugnolo; Zanichelli, 2000) e da ultimo (Non) un corso di scrittura e narrazione (Terre di Mezzo, 2009). Nel 2009 ha creato la casa editrice in rete Vibrisselibri, che si va ad affiancare all’omonimo bollettino di scritture e letture.

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015 by

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Tredici storie d’Adriatico, Paola Rambaldi, (Edizioni del Gattaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2015 by

bLe ricordò il film del 72, “La prima notte di quiete”, rivisto in Tv la sera precedente, con un trasandato Delon in cappotto di cammello a passeggiare da solo lungo il porto di una struggente Rimini invernale. A parte la bellezza di Alain, di quel film avevo capito ben poco.
Sorrise.
Non le sarebbe dispiaciuto incontrare uno così, ma con la sfortuna che si trovava avrebbe solo corso il rischio di incontrare l’Alain Delon dei giorni nostri, appassito e con manie suicide.
Altra cosa che non aveva afferrato del film era il titolo: cosa stava a significare?
Alzò le spalle senza trovare una risposta convincente.
Delon rimaneva sempre Delon e la sua pausa era finita.

Sì sa le raccolte di racconti non godono di grande fortuna nel mercato editoriale italiano. A meno che non siate Cheever, Carver o Flannery O’Connor non vendono molto e spesso ai giovani autori, così coraggiosi da volerle praticare, dicono non scrivetele, o per essere più magnanimi, sì scrivetele ma almeno non proponetele agli editori. Si da il caso che io ami la forma breve, anche la forma brevissima come la flash fiction, e spesso la legga. Non è facile scriverla, pregiudizio altrettanto radicato quanto il precedente a cui ho accennato. Per molti la narrativa breve è una palestra di scrittura, per altri una necessità. E’ anche vero che trovare bravi scrittori che scrivano racconti è difficile, ma quando li incontri, be’ da lettore è una bella esperienza, credetemi.
In queste ultime settimane ho letto tre libri, tra cui anche una raccolta di racconti, di un piccolo editore di Milano. Conosco Paola Rambaldi per il suo spirito, per i suoi divertenti post su Facebook, e per le interessanti recensioni cinematografiche che scrive, ma non sapevo che avesse davvero talento nello scrivere racconti. Mi sono proprio piaciuti: originali, personali, caustici, alcuni proprio divertenti. Qualche svista in via di revisione. Spero si arrivi a una seconda ristampa, dove le imperfezioni attuali vengano corrette. Meriterebbe davvero.
So dall’autrice che una buona parte li aveva letti Luigi Bernardi a suo tempo. Non so cosa ne pensasse ma è stata sua l’idea di portarli sull’Adriatico, inizialmente di ambientati al mare ce n’erano solo tre o quattro. E sicuramente questa scelta scorre come filo conduttore e ci accompagna nella lettura
In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città: Lido delle Nazioni, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, Cesenatico e altre meno famose. Tutti con venature noir, e sorretti da uno spirito combattivo e molto romagnolo. (L’autrice è originaria di Argenta, ma ora vive in provincia di Bologna). C’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare. Molte protagoniste sono donne, non edulcorate, non idealizzate, “veraci” la più sorprendente la incontrerete in “Le tre caravelle“. Non vi anticipo altro, leggeteli, e poi mi saprete dire. Aspetto i vostri commenti.

Paola Rambaldi  è originaria di Argenta (FE), trasloca spesso e attualmente vive a Castello di Serravalle (BO).
Impiegata per quasi trent’anni in una multinazionale dell’informatica, è riuscita a rimanere digiuna sia di hardware che di software. E nonostante il quantitativo industriale di relazioni, offerte e contratti commerciali digitati ha costantemente concentrato il pensiero sulle proprie fantasie noir tardivamente riportate sulla carta. Ha pubblicato “Bassa e nera” (ed. Pontevecchio), “La fudréra” (ed. REM) e tanti racconti in riviste e antologie (con Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa). Finalista per il soggetto cinematografico a Storie del nuovo millennio 2003 e Premio Teramo 2005.
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine.

:: L’amore negato, Giancarlo Vitagliano, (Lettere Animate, 2014)

3 marzo 2015 by

0Una storia di camorra ambientata a Napoli, una delle tante che spesso, ormai con rassegnazione, leggiamo sui giornali, potrebbe essere stata fonte d’ ispirazione per Giancarlo Vitagliano, cardiologo ospedaliero prestato alla scrittura, nello scrivere L’amore negato, poliziesco classico con commissario, indagine, vita privata dei vari personaggi. Per mestiere l’autore ha davvero ha che fare con la vita e la morte delle persone, e l’umanità necessaria a svolgere la sua professione ufficiale è presente anche in questo romanzo. Sono esseri umani anche i camorristi, verità che se non giustifica i loro crimini, che sempre vanno condannati in una società civile, ci spinge comunque a non perdere la nostra umanità nel valutare le loro azioni. Assunta Noci, la vittima, figlia di don Luigi ‘o Cecato, boss di primo piano dell’omonimo clan criminale, ritrovata cadavere nella sua abitazione, nella sua vasca da bagno, è innanzitutto una donna e tramite il suo diario, che il nostro commissario si ritroverà misteriosamente nelle mani durante l’indagine, impareremo a conoscerla. A capire molte sue scelte, e soprattutto il rifiuto per le attività criminali del padre che la porteranno a commettere forme diverse di crimini, la “camorra bianca” la chiamano, specializzata per esempio in frodi fiscali. Proprio l’altro giorno guardavo alla tv un servizio in cui si spiegava che i boss di oggi non sono più i banditi col ‘coltello tra i denti’ che la mitologia ci narra, ma comunissimi uomini in giacca e cravatta, quasi indistinguibili da altri professionisti, che si interessano di borsa, che investono anche in attività lecite, che insomma si confondono nel tessuto sociale. E pur sempre restano criminali, gente che uccide. Ma i confini tra il bene e il male sembrano farsi più fumosi, più indefinibili. E l’animo noir dell’autore fa capolino e ci parla di persone che a volte non hanno scelta, che sono vittime prima di essere carnefici. Assunta Noci subisce violenze, diventa boss a sua volta quasi per un senso distorto di difesa della famiglia. E il commissario Reinhard, pur combattendo coi suoi demoni personali, deve imparare a conoscerla per risolvere il delitto, mascherato da incidente, di cui è vittima. Per capire le assurde ragioni della sua morte. L’amore negato, per molti versi è simile a molto altri polizieschi, ma se vogliamo alcune componenti si discostano dal genere. Innanzitutto la componente quasi “esistenzialista” che caratterizza i personaggi: il commissario, il vecchio boss, la vittima. Non mancano nel testo poi forme dialettali di stampo verista, che rendono i dialoghi più verosimili, e realistici. L’uso del dialetto in un testo scritto in italiano spesso può essere un azzardo, (anche se ci sono eccezioni come per esempio i testi di Camilleri, che ha fatto del dialetto siciliano un suo punto forte)  risultando poco comprensibile per lettori di altre regioni. In questo caso, a mio giudizio, le forme dialettali sono facilmente comprensibile da tutti. Sono appunto solo accenni, facilmente identificabili nel discorso. Per concludere un dignitoso poliziesco, ben scritto e sicuramente una lettura consigliata.

Giancarlo Vitagliano vive e lavora a Napoli. Dopo aver frequentato il Liceo Classico si è laureato in Medicina ed è cardiologo presso il più grande ospedale del sud. Appassionato di libri, fumetti, cinema, musica e moto, da alcuni anni ha smesso di fantasticare soltanto e ha deciso di scrivere le storie che gli nascono in mente. È sposato e ha due figlie.