:: Laura Toffanello e Marco Pistacchio parlano di “L’estate del cane bambino” (66thand2nnd) a cura di Elena Romanello

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pisCome mai avete scelto un’epoca così lontana e non vissuta da voi per la vostra storia?

1961, a Brondolo una piccola località sperduta nella provincia di Venezia, a Ercole, Vittorio, Menego, Michele e Stalino basta un vecchio pallone tra i piedi, un mozzicone di sigaretta in bocca, una fuga al cinema nel paese vicino, per sentirsi i padroni del mondo. Se la loro non è felicità, le somiglia molto. Poi un bambino scompare, e in una notte i cinque amici dodicenni si ritrovano ad essere dei vecchi con tutta la vita da vivere davanti. Passano cinquant’anni, per Stalino, Vittorio, Michele e Menego cinquant’anni di rimorso, attesa, dolore, rimpianto, rimozione: di vuoto, perché dove non c’è verità regna il silenzio. Ne L’estate del cane bambino volevamo parlare delle conseguenze. Ci sono dei fatti che segnano per sempre la vita delle persone, a volte come nel nostro romanzo sono istanti irreversibili, dopo i quali nulla potrà più essere come prima, ma cosa accade in seguito? La relazione tra ciò che accade e le conseguenze che ne derivano chiama in causa il concetto di responsabilità, collettiva o individuale, quella secondo la quale bisognerebbe agire in modo tale per cui gli effetti delle nostre azioni siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. E allora sono umani cinquant’anni di silenzio e di vuoto? È questo il prezzo dell’assenza della verità? È il silenzio a generare altro silenzio? E quali sono le nostre responsabilità personali e sociali?

Nella scelta di un tempo lontano da noi, non intendevamo indicare nel passato un’epoca di particolare oscurantismo e omertà distinta dal presente. Semplicemente, per lasciare maturare le conseguenze, avevamo bisogno di un lunghissimo lasso di tempo, e andando a ritroso di cinquant’anni, ci siamo ritrovati nei dintorni degli anni Sessanta. Abbiamo scelto il 1961 perché proprio nella ricorrenza dell’unità d’Italia, un piccolo paese prima si disgrega, di fronte al clima di caccia alle streghe che segue la scomparsa di un bambino, e poi viene spazzato via per sempre sotto la pressione di un concetto di fraintesa modernità.

Per il vostro libro sono stati citati Stand by me e It di Stephen King: che rapporto avete con questo autore?

“È la storia, non colui che la racconta”: con Steven King condividiamo assolutamente questa che è più di una semplice affermazione, è una dichiarazione poetica ed è metodo di scrittura. Cosa, che fra le altre, ci rende facile, oltre che possibile, scrivere insieme. Per il resto Stephen King è un mostro sacro, e It non l’abbiamo mai letto.

Nel libro si parla del dramma, oggi non più presente, dei manicomi. Come mai avete scelto questo tema e cosa pensate di come oggi sono trattate le persone diverse?

Come dicevamo prima, nel nostro romanzo il silenzio è nodale. Nella leggenda della valle dei sette morti, un bambino viene trasformato in cane perché non possa mai raccontare a nessuno cosa ha visto, nelle case di Brondolo si sbattono i pugni sul tavolo per troncare ogni discussione con donne e figli, e il silenzio, prima ancora della menzogna, avvolge le verità che devono essere taciute. Il silenzio è causa e conseguenza. Chi grida, finisce in manicomio, luogo per antonomasia dove vengono cancellati non solo gli individui, ma anche la loro voce e la loro storia. Come la società attuale tratti le diversità? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che la condizione di internamento nei manicomi prima dell’applicazione della legge 180 è la stessa che si ritrova oggi negli Opg, perché è identica la logica di annullamento sottesa. La violenza cambia forme, strumenti, ma la contenzione a qualunque costo resta ancora un dogma della psichiatria.

Nel libro citate Dumas. che rapporto avete con questo autore?

Più che con Dumas, abbiamo un rapporto con Il conte di Montecristo, libro che fa da contrappunto alla vicenda de L’estate del cane bambino e che Vittorio Boscolo il narratore, legge durante i giorni di punizione che gli vengono inflitti quando Narciso scompare. È un libro basato su un terribile fraintendimento. Tutti noi lo ricordiamo, dalle nostre letture infantili, colpevoli le riduzioni, come una storia di vendetta. Invece si tratta di una storia di perdono. Ma questo Vittorio lo scoprirà solo cinquant’anni dopo, quando leggerà il finale. Perché il senso delle storie si giudica dalla fine.

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