:: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Paolo Borgognone, (Zambon Editore, 2015)

17 marzo 2015 by

BoVorrei iniziare questa recensione partendo da una premessa: non è necessario condividere o abbracciare acriticamente le tesi di un autore per leggere un suo testo. Sembra sciocco dirlo, ma non è un’ovvietà come può a prima vista sembrare, e se mi seguirete capirete il perchè. “Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche” di Paolo Borgognone, Zambon Editore, è un testo fortemente schierato, filorusso, e dichiaratamente critico dell’appoccio statunitense quando si tratta di relazioni internazionali. Se agli americani non dà dei nazisti poco ci manca, (Giulietto Chiesa nella sua prefazione lo fa piuttosto apertamente citando Brecht).
Comunque le idee non attaccano la lebbra, non corrompono, non inquinano le menti, (a fare il lavaggio del cervello già ci pensa egregiamente la tv, e il testo è piuttosto critico con la società dello spettacolo occidentale di debordiana memoria) bisogna unicamente avere gli strumenti adatti per interpretarle, classificarle, ordinarle. Insomma, non diventerete tutti filorussi e dichiaratamente putiniani leggendo questo libro, ma avrete l’accesso a una quantità di informazioni, ampiamente documentate tra l’altro, che vi aiuteranno a farvi un’idea del mondo e della storia, e soprattutto vi aiuteranno ad avere un approccio critico della realtà, qualsiasi ideologia seguite (anche l’agnosticismo di Carrére può essere una scelta).
I fatti, e solo i fatti sono il collante dell’opera, le conclusioni e le tesi argomentate che seguono possono essere accolte favorevolmente, contestate o rigettate in toto, ma tuttavia creano un dibattito critico che a mio avviso è necessario se non indispensabile nel mondo contemporaneo.
Di cosa parla questo libro? Be’ il titolo è chiarificatore, Capire la Russia ha l’ambizione di capire un paese-continente, metà Europa metà Asia, o meglio di capire le sue dinamiche politiche e sociali, partendo dalla sua storia recente, e per farlo non si limita a proporre teorie, ma presenta fatti, fa nomi, indica date, crea collegamenti che ai più potrebbero sfuggire.
Direte voi: è per un pubblico di lettori specialistico. In parte, ma non del tutto. Non è solo per addetti ai lavori. I concetti guida sono semplici e immediati, lo stile discorsivo, è sì un testo politologico, ma si presta a diversi piani di lettura. Non è indispensabile conoscere l’opera omnia di Fukuyama o Samuel P. Huntington (tra l’altro ex direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard) per dire, due autori statunitensi citati spesso, per avvicinarcisi, dopo aver superato l’ostacolo principale, ovvero non essere spaventati davanti della mole del testo.
I pro e i contro. Di Capire la Russia ho apprezzato grandemente il metodo di studio (scientifico), la passione dello studioso che fortemente crede in ciò che argomenta e soprattutto la vastità del materiale disponibile, raccolto in anni e anni di studio. La vastità delle informazioni (e la preparazione dell’autore) è davvero enorme, considerate 670 pagine fitte di rimandi bibliografici, citazioni di interviste, link ad articoli del web. Insomma leggere questo testo è piuttosto impegnativo, ma premia con discreta generosità. L’autore certo presenta ciò in cui crede senza cedimenti, c’è poco margine per il dubbio (linea guida che ha invece da sempre guidato i miei studi) ma è piuttosto incoraggiante per far luce in una materia magmatica e in continuo movimento. Cosa penso io della situazione Russia non è oggetto di questa recensione (grazie a Dio direte voi), mi limito a indicarvi alcune vie interpretative, per non perdersi nella grande quantità di informazioni (che se è apprezzabile, almeno per me) capisco che possa essere dispersivo per altri.
In conclusione, la politologia, dopo tutto, è una scienza a dir poco interessante, e se anche avrò con questa mia recensione avvicinato o per lo meno incuriosito, qualche lettore che guarda la tv e si chiede come è possibile che sia successo in Ucraina quello che è successo, avrò fatto un buon lavoro.

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia (www.civg.it). Per la casa editrice Zambon ha pubblicato “Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latinoamericano, eurasiatico-mediorientale e italiano. Capire la Russsia è in corso di traduzione in tedesco.

:: Il collezionista di lettere, Jorge Dìaz, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

17 marzo 2015 by

5Quest’anno ricorre il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, ed è dall’anno scorso, quando ricorreva invece il secolo dallo scoppio del primo conflitto mondiale, che escono romanzi, saggi, film. Tra i tanti spicca il romanzo di Jorge Dìaz, seicento pagine ambientate in Spagna, Paese che restò neutrale durante le due guerre mondiali del Novecento, sia pure per motivazioni diverse.
La collezionista di lettere, traduzione non letterale dell’originale Cartas a Palacio, racconta un fatto, pare realmente accaduto anche se ovviamente romanzato dall’autore, e cioè il ruolo di Alfonso XIII di Spagna nella guerra: commosso dalla lettera di una bambina francese che gli chiedeva notizie del fratello scomparso nelle trincee, il sovrano mise su un ufficio in cui si preoccupava di chiedere notizie di militari e altro personale disperso, ferito, fatto prigioniero per comunicarle alle famiglie, intercedendo a volte anche per la loro liberazione.
A questo sfondo storico interessante e poco noto, si aggiungono le storie di vari personaggi, tra cui spicca Blanca, la figlia ribelle di una famiglia aristocratica, che lascia il fidanzato fedifrago all’altare (e lui si rivelerà ben peggio di un traditore) e che si dedica a questo lavoro per conto del re, scoprendo storie di persone diverse da lei, innamorandosi dell’intellettuale e attivista Manuel e trovando nuovi scopi per la sua vita.
Un romanzo complesso e avvincente, con tante storie in parallelo, con la Storia reale che si mescola con quelle individuali di uomini e donne tra sogni spazzati via dalla guerra, amori, passioni, ritorni, perdite, morti, speranza, che riesce ad avvincere, scritto con l’immediatezza di un reportage giornalistico, usando il presente anziché il passato remoto letterario come si sta diffondendo sempre di più nella narrativa contemporanea.
Ancora una volta gli autori spagnoli o comunque ispanici dimostrano versatilità e capacità di arricchire i generi letterari già noti di vitalità e innovazione: hanno paragonato l’opera di Jorge Dìaz a Ken Follett, il paragone ci sta, con in più l’ambientazione meno nota della Spagna, Paese che ci ha messo decenni per tornare a ripensare sul suo passato e che sta producendo una generazione di abili narratori e narratrici di romanzi storici, come Ildefonso Falcones e Maria Duenas.
La collezionista di lettere, storia di speranza, d’amore e di riscatto contro convenzioni, miseria e oppressione, è un libro che a prima vista può sembrare rivolto ad un pubblico femminile, ma che in realtà sa essere interessante e convincente per chi vuole scoprire una pagina di Storia così lontana e così vicina.
Pare che tra l’altro La collezionista di lettere diventerà presto uno sceneggiato, del resto Jorge Dìaz nasce innanzitutto come sceneggiatore televisivo. In attesa, non resta che immergersi in questo affresco travolgente, capace di incollare alle sue pagine facendo scoprire un mondo e dei personaggi che riescono comunque ad entrare nel cuore.

Jorge Dìaz È nato ad Alicante nel 1962. È scrittore, giornalista e sceneggiatore per la TV. È uno dei creatori e autori della serie tv Hospital Central, un enorme successo in Spagna, vincitore di tutti i premi di settore. La collezionista di lettere è il suo terzo romanzo, un bestseller in Spagna, in corso di traduzione in tutta Europa, e presto diventerà una serie tv.

:: Il colore della magia, Terry Pratchett, (TEA, 1998) a cura di Micol Borzatta

17 marzo 2015 by

icSi narra che nell’universo ci sia una grandissima tartaruga divina, A’Tuin, che nuota nello spazio infinito. Il sesso di questa tartaruga non si conosce ed è da sempre una delle domande esistenziali che gli scienziati si pongono. L’importanza di saperlo deriva dal fatto che sul guscio di A’Tuin ci sono quattro elefanti, Berilia, Tubul, Gran’T’Phon e Jerakeen, che sorreggono sulle loro spalle il disco del mondo, Mondo Disco, la cui circonferenza è ghirlandata dalle cascate e sormontato dalla volta celeste. Il sole e la luna percorrono le loro orbite intorno al mondo tant’è che spesso gli elefanti si ritrovano a dover alzare una zampa per fare in modo che possano percorrere il loro tragitto.
Ecco si può ben immaginare che gli scienziati siano interessati a sapere il sesso di A’Tuin per sapere che cosa potrebbe accadere al loro mondo quando nel loro viaggio incontreranno un’altra tartaruga.
Su Mondo Disco la vita scorre normalmente, gli eroi sono in viaggio, le principesse nelle loro torri, gli studiosi di Krull continuano le loro spedizioni per determinare il sesso di A’Tuin, e a Ankh-Morpork i maghi continuano i loro studi, tutti tranne uno: Scuotivento.
Infatti il nostro povero mago non può memorizzare nessun incantesimo, nemmeno il più semplice ed elementare, perché la sua mente è occupata da uno degli otto imponenti e potenti incantesimi che sorreggono il loro mondo, memorizzato a causa di una scommessa e che non può usare a causa della sua potenza. Viene così scelto per fare da guida turistica a Due Fiori, un turista proveniente da Mondo Contrappeso, accompagnato da un baule che cammina da solo su mille piedini e vive di vita propria, famoso per la sua fedeltà unica al suo padrone.
Inizia così per i due compagni un viaggio avventuroso per tutto il mondo alla scoperta di misteri, mostri, eroi, e guidati a loro insaputa dagli Dei, come piccole pedine di un’interminabile partita a scacchi a più giocatori.
Il colore della magia è il primo libro del ciclo Scuotivento e primo di una sessantina di libri scritti da Terry Pratchett nella sua lunga carriera.
Come in tutti i suoi romanzi troviamo uno stile ironico con cui crea una parodia del generale genere fantasy, stereotipando al massimo i personaggi, ma rendendoli così anche molto reali.
Nelle sue narrazioni si ritrovano i libri di Tolkien, di Howard, ma si nota anche che Pratchett attinge da Lovecraft, Shakespeare, dai miti e dalle leggende, creando così un suo genere unico e spettacolare.
I personaggi e gli ambienti sono descritti con una minuzia di particolarità immensi che li rende vivi e concreti e si ha la sensazione durante la lettura di vederli intorno a noi mentre compiono le loro gesta.
Lo stile umoristico porta il lettore a divertirsi come un bambino durante la lettura spingendolo a continuare pagina dopo pagina.
Una trama avvincente che seppur simile alle mille avventure fantasy risulta essere unica e inaspettata, piena di misteri e meraviglie grazie proprio allo stile di narrazione scelto.
Un grande romanzo di un grande scrittore che dovrebbero leggere tutti almeno una volta.

Sir Terence David John Pratchett, conosciuto come Terry Pratchett, nasce a Beaconsfield il 28 aprile 1948 e muore a Broad Chalice il 12 marzo 2015.
Nella sua vita è stato uno scrittore di fantasy umoristici e ha studiato astronomia e giornalismo, appassionato di fantascientifico.
Find ai tredici anni aveva la passione per la scrittura e scriveva sul giornale della scuola.
Le sue prime letture furono Wells e Doyle.
Nel 1981 pubblica il suo primo romanzo Il popolo del tappeto, ma è solo nel 1983 con la pubblicazione di Il colore della magia, libro che ha dato vita a Mondo Disco, che inizierà il suo grandissimo successo portandolo a scrivere più di 60 libri in tutta la sua carriera letteraria, diventando l’autore più venduto degli anni novanta con una media di due libri scritti e pubblicati all’anno.
Nel 2007 ha iniziato a soffrire di Alzheimer, ma ha continuato lo stesso a combattere registrando un programma per la BBC, aiutando la ricerca scientifica testando nel 2008 un prototipo per rallentare il progresso della malattia e a scrivere dettando i testi al suo assistente o a un programma con riconoscimento vocale fino alla fine dei suoi giorni senza mai arrendersi.

:: Luna di miele con nostalgia, Molly Antopol, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015 by

Antopol cop.inddLa forma del racconto o novella, introdotta tra gli altri dal nostro Boccaccio della letteratura, vive alti e bassi ancora oggi, visto che dai più viene preferito il romanzo, considerato, a torto e ragione, più blasonato ed interessante, oltre che più ampio e approndito, visto che ci sarebbe lo spazio per raccontare tutto.
Se si cercano dei racconti interessanti e contemporanei, Luna di miele con nostalgia, serie di storie che hanno come tratto comune il raccontare storie di persone di cultura ebraica nell’ultimo secolo, evitando la Shoah, scritti dalla giovane autrice Molly Antopol, possono fare al caso proprio, anche perché in poche pagine riescono ogni volta a tracciare un ritratto e un microcosmo incredibili, rendendo vivi e indimenticabili personaggi di uomini e donne di varia età, provenienza e con varie storie, che nel racconto vivono un momento fondamentale di snodo.
Segnalata da vari siti ed enti letterari, acclamata anche per la giovane età, paragonata a Bernard Malamud, Isaac Bashevis Singer, Alice Munro e Grace Paley, Molly Antopol si dimostra un nome interessante e da tenere d’occhio, sia che si cimenti nel romanzo in futuro sia che torni al racconto.
Ogni singola storia del libro, agile e di poche pagine, racconta un momento nella vita di persone alle prese con la Storia, da un uomo anziano che decide di risposarsi per superare la solitudine ad una figlia che mette in difficoltà il padre ex dissidente nella Praga comunista, da un giovane soldato israeliano che affronta il dramma di un incidente in servizio a un gruppo di intellettuali vittime del maccartismo negli anni Cinquanta.
Tante storie esemplari, per una commedia umana, o un dramma, dalle mille sfaccettature, tra passato e presente, in vari angoli del mondo, dove si parla di ebraismo ma alla fine di condizione umana, di ricordi, di rapporti tra persone, di drammi e gioie, con una punta di amarezza e rimpianto sullo sfondo, e sempre la capacità di stupire, nel descrivere personaggi essenziali ma che arrivano al cuore.
Luna di miele con nostalgia è un libro per chiunque sia curioso degli altri e dei loro mondi, ma anche per chi vuole leggere delle belle storie, chiuse in loro stesse ognuna ma capaci di aprire un universo. Un libro senz’altro per chi ama il racconto e la novella come forma letteraria, ma anche per chi è scettico, perché grazie a queste pagine non riuscirà più a accusare questo modo di scrivere come superficiale e sbrigativo. In attesa di vedere le prossime prove di Molly Antopol. Traduzione di Costanza Prinetti.

Molly Antopol insegna scrittura creativa alla Stanford University. Ha di recente ricevuto una Wallace Stegner Fellowship e il premio della National Book Foundation 5 Under 35. Vive a San Francisco e sta lavorando al suo primo romanzo,The After Party.

:: Addio a Terry Pratchett, Maestro del Fantasy, a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015 by

TeSe ne è andato a soli 67 anni per una forma rara e aggressiva di Alzheimer Terry Pratchett, autore fantasy tra i più amati, con al suo attivo oltre settanta libri in oltre trent’anni di carriera.
Britannico, classe 1948, Pratchett arricchiva i suoi romanzi di grande umorismo e divertimento, una nota non così scontata in un genere che spesso si distingue per celebrare eroismi e costruire personaggi manichei: per Terry Pratchett le streghe erano buone, la Morte poteva essere un’amica, gli elfi erano infidi, i maghi spesso pasticcioni.
L’universo di riferimento di Terry Pratchett era il Mondo Disco, Discworld, parodia di vari elementi del fantastico, da Lovecraft a Tolkien, dalle fiabe ad Howard. Le sue storie erano autoconclusive, con determinate premesse di creature, ruolo della magia, eventi da raccontare, linee temporali che si intersecano, ed alcuni personaggi che ritornano, spesso presi dal folklore, tra streghe, vampiri, banshee, elfi, troll, nani.
Negli anni Novanta è stato l’autore più venduto, oltre che un protagonista di fiere e convention, mantenendo poi anche il rapporto con i fan via Internet, su cui ha raccontato anche la malattia, realizzando anche un documentario sulla BBC in tema.
Impossibile citare tutti i libri scritti da Terry Pratchett, che in passato lavorò anche come giornalista e addetto stampa: Il popolo del tappeto, Il colore della magia (primo della serie del Mondo Disco), Stregoneria, Sorellanza stregonesca, Morty l’apprendista, L’intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, Il piccolo popolo dei grandi magazzini e Buona Apocalissi a tutti, scritto a quattro mani con Neil Gaiman, sono solo alcuni dei titoli di una produzione che in teoria si rivolgeva ai ragazzi ma che in realtà era piacevole, interessante e divertente per tutti.
Appassionato di scienza e astronomia, ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico, Cavaliere del Regno, vincitore del British Book Award e della Carnegie Medal, insignito di otto lauree honoris causa, professore di letteratura popolare al Trinity College di Dublino e vincitore di altri vari riconoscimenti, Terry Pratchett è stato pubblicato in italiano da Salani e Mondadori e i suoi libri sono disponibili, anche se per alcuni c’è da fare un po’ di caccia al tesoro.
Terry Pratchett ha continuato a scrivere fino all’ultimo, grazie ad un programma di riconoscimento vocale, battendosi in parallelo per l’aumento dei fondi per i malati di Alzheimer e per il suicidio assistito. La figlia Rhianna ha annunciato la morte del padre citando le sue frasi dedicate al personaggio della Morte nel Mondo Disco: ALLA FINE, SIR TERRY, DOBBIAMO INCAMMINARCI INSIEME. Si è incamminato quindi, i suoi universi fantastici saranno eterni così come sarà eterno il rimpianto di averlo perso.

:: Incontri con i docenti: prof. ssa Carla Magnani, docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano.

14 marzo 2015 by

scuola secondariaLa gente non legge, i giovani preferiscono passare il loro tempo utilizzando smartphone, videogiochi, ascoltando musica, andando al cinema, che leggendo libri. L’editoria è in crisi. Stavo pensando: perchè oltre a scrittori, editori, traduttori, editor, non intervistare docenti di lettere? Sono o non sono il tassello fondamentale su cui costruire, sul quale si poggia l’educazione dei lettori di oggi e di domani? La prima docente di lettere che ha aderito a questa mia richiesta è la professoressa Carla Magnani, docente di lettere, nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano (Brescia). Ecco l’intervista:

Buongiorno professoressa Magnani, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado (la vecchia scuola media) Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinata all’insegnamento?

Ho alle spalle un percorso anomalo, avendo esercitato per molti anni la libera professione in altro settore. Ho iniziato a insegnare quando mi sono trasferita in Lombardia (25 anni fa), in istituti tecnici e professionali per poi passare, nel 2000, alla Secondaria di primo grado. Questa scelta è nata dal bisogno di avvicinarmi al mondo giovanile, avendo allora una figlia di nove anni e reputandolo uno strumento efficace per seguire le varie dinamiche che caratterizzano la pre-adolescenza.

Come nasce secondo lei l’amore per i libri? Come è nato il suo?

Una componente che reputo essenziale è il contatto anche fisico che il bambino dovrebbe avere con i libri fin dai primi anni di vita. Toccarli, manipolarli, li rendono familiari e diventano utili a fornire risposte ai mille perché tipici di quell’età. Riguardo al mio amore per i libri non so dire quando sia iniziato, certo molto presto, ed è cresciuto con me.

Nella fascia di età dei suoi studenti (1114 anni), quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti?

Quelli che non si limitano a divertire, a far sognare, ma hanno anche il pregio di far riflettere.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

Crescere in un ambiente dove la lettura è bandita, l’imposizione di alcuni titoli che sono lontani agli interessi dei ragazzi e una certa loro pigrizia ad avvicinarsi ad un mondo che sentono distante.

Durante le sue lezioni, leggete ad alta voce testi classici?

Sì, naturalmente solo delle parti. Impossibile dedicarsi totalmente a un’opera; cerco di dare una visione globale della storia della letteratura attraverso i suoi autori più significativi.

La gente non legge, l’editoria è in crisi. Oltre a lamentarsi e strapparsi le vesti, non vedo grandi iniziative. Tutto ciò è quasi considerato un male inevitabile, un segno dei tempi. Perché non sostenere la scuola, l’educazione? Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

La mia scuola, nelle classi prime, è da anni che promuove un torneo di lettura con lo scopo di avvicinare anche gli studenti più restii a leggere. Sotto forma di gara, tutti si sentono più motivati e, devo dire, che per alcuni, otteniamo risultati soddisfacenti.

Che consigli darebbe ai suoi colleghi, che volessero avere un approccio meno istituzionale, e più teso a dare una sorta di autonomia agli studenti? Per esperienza i libri imposti dai programmi di studio, li ho sempre letti quasi con disagio, mentre se scelti da me acquistavano molto più interesse.

Personalmente tengo conto degli interessi degli alunni e li oriento solo verso il genere letterario che preferiscono. Lascio a loro la libertà di scelta del titolo, aiutata anche dall’ottimo servizio fatto dalla Biblioteca Comunale, nell’indirizzarli.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Pur avendo il lettore di ebook continuo a comprare e leggere libri cartacei. La mia esperienza mi porta a ritenere che gli alunni, ad un ebook, preferiscano ancora il libro tradizionale, magari sostituito da un DVD.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Qualunque sia il supporto su cui leggere, l’importante è farlo fino ad arrivare a scoprirne la magia.

Grazie della disponibilità.

:: Uragano, Clive Cussler e Graham Brown, (Longanesi, 2013) a cura di Micol Borzatta

13 marzo 2015 by

7Oceano Indiano. Una squadra di ricercatori della NUMA sta raccogliendo alcuni campioni per indagare su alcune anomalie nella temperatura dell’acqua quando vengono attaccati da una strana chiazza scura e densa molto simile al petrolio, ma che come uno sciame di formiche rosse assassine avvolge il catamarano distruggendo e disintegrando l’equipaggio e bruciando l’imbarcazione.
I resti vengono trovati qualche giorno dopo alla deriva, insospettendo il direttore della NUMA, Dirk Pitt, che chiede immediatamente a Kurt Austin di indagare.
Le indagini li conducono prima su un’isola artificiale privata e poi in Yemen dove trovano una strana setta che vuole comandare il tempo atmosferico per poter comandare il mondo.
Romanzo avvincente non meno dei precedenti che racchiude tutte le abilità di Cussler.
Le descrizioni degli ambienti sono minuziose come siamo abituati dall’autore che oltre a trasportare il lettore in viaggi fantastici denota le enormi conoscenze di Clive Cussler.
I personaggi invece non sono descritti tutti così profondamente, infatti molti di essi hanno solo un nome e vengono definiti solo dalle loro azioni, ma a differenza di altri libri i personaggi di Cussler sono coerenti, ovvero i cattivi sono sempre e solo cattivi e i buoni sempre e solo buoni.
La trama sceglie una linea temporale lineare e liscia senza salti temporali.
Gli avvenimenti invece vengono narrati con ritmi diversi dando la sensazione di calma o di freneticità richiesti.
Il lessico usato è lo stesso che usa sempre Cussler, ovvero per niente tecnico e complicato, ma allo stesso tempo perfetto ed esauriente che cattura anche il lettore che non ha conoscenze specifiche.
I salti tra un’ambientazione e l’altra vengono fatti con il cambio di capitolo trasportando il lettore da un posto all’altro senza creargli confusione e tenendo ben separati i vari avvenimenti fino a quando la storia non richiede che si uniscano.
Molto avvincente che sa tenere il lettore legato anche nelle parti dove la narrazione è più lenta.

Clive Cussler nasce nel 1931 ad Aurora nell’Illinois, da madre americana e padre tedesco.
Interrotti gli studi a Pasadera si arruola nell’aviazione partecipando alla guerra di Corea, diventa sergente e lavora anche come meccanico e ingegnere aeronautico per il Military Air Transport Service.
Negli anni ’60, finito il militare, lavora nel settore pubblicitario come direttore creativo vincendo anche molti premi con le sue creazioni.
Nel 1978 fonda la National Underwater & Marine Agency (NUMA), una fondazione no profit specializzata nella localizzazione, identificazione e recupero dei relitti marini di rilevanza storica.
La sua carriera letteraria inizia nel 1965 mentre fa il turno di notte nel badare i figli essendo la moglie al lavoro in polizia.
Nel 1973 esordisce nella narrativa con Enigma, che anche se viene pubblicato per primo è in realtà il suo secondo romanzo.
Il primo, Vortice, viene pubblicato solo nel 1982.
Da allora fino a oggi ha pubblicato 57 romanzi, due dei quali sono avventure vere della sua vita.

:: La promessa: Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt O: perché leggiamo romanzi gialli? (Feltrinelli, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

13 marzo 2015 by

laQualche anno fa, residente in Germania, entrai in una libreria decisa a comprare finalmente un romanzo in tedesco. La mia padronanza della lingua era sufficiente a vivere in quel Paese, ma ancora ben lontana da quella necessaria a gustarsi un romanzo. Ma da qualche parte si deve pur cominciare, no? E così cominciai, fissando le pareti ricolme di libri con lo sguardo vago dei bambini, per cui molte sequenze di lettere altro non sono che sequenze di lettere mute, alla ricerca di una qualche indicazione, un punto di partenza, un suggerimento.
Scoprii così, con quel privilegiato punto di vista, che era veramente facile riassumere il contenuto di una libreria. Quella, in particolare, mi mostrò una tendenza che – l’anno seguente, di nuovo in Italia – avrei scoperto essere molto più diffusa di quanto credessi.
La maggior parte dei romanzi in vendita cadeva sotto due grandi categorie: il Liebesroman (il romanzo rosa) e il Krimi, l’equivalente dei nostri romanzi gialli.
In quel momento provai una commistione tra rabbia e frustrazione. L’incredibile varietà potenzialmente offerta dalla parola scritta finiva tutta lì, in due parole? Tale rabbia, per qualche secondo, andò direttamente a rivolgersi ai fruitori dei due generi. Perché tanta gente era ossessionata dai romanzi rosa e gialli, o rosa o gialli, come se un romanzo non potesse essere di valore senza offrire un po’ di sentimento o un mistero da risolvere?
Avrei avuto parte della risposta alla domanda negli anni seguenti. In quattro precisi momenti. Grazie a un saggio sulla crittografia, a un seminario su una missione NATO in Afghanistan, a una serie di foto per ossessivo-compulsivi e, per concludere e tirare le somme, a La promessa: Un requiem per il romanzo giallo di Dürrenmatt.
La prima parte della risposta mi venne fornita da un saggio sulla crittografia (Codici & segreti di Simon Singh). Avete presente? Se scrivo rvftub qbspmb in realtà intendo questa parola, ho semplicemente spostato di un posto in avanti le lettere dell’alfabeto. Così come il solutore di codici sa (deduce) che r in realtà è q, l’investigatore provetto sa (deduce) che l’impronta della scarpa nel terriccio è in realtà un indizio: qualcuno è passato di lì, e quel qualcuno portava quell’esatto tipo di scarpa, numero 42, lo stesso tipo e numero dell’indiziato numero uno. E, indizio dopo indizio, decifratura dopo decifratura, l’investigatore decifra l’intero giallo. Da un accumulo confusionario di segni, esso diventa una trama ben ordinata. Da un testo cifrato, esso diventa quello che viene chiamato un testo in chiaro, ed è leggendo questo testo che si scopre chi è il colpevole.
Il peggior nemico di un creatore di codici è la regolarità. O, detto in altre parole e dal punto di vista opposto, il peggior nemico di un solutore di codici è la casualità.
Se ora vi scrivessi vo’bmusb qbspmb, vi sarebbe semplice decrittare il messaggio: vi basterebbe applicare lo stesso metodo usato prima. Potrei complicare le cose, spostando le lettere di due posti indietro, o addirittura cambiando metodo a ogni lettera, ma per rendere il messaggio decrittabile dal destinatario dovrei trovare una regolarità che il destinatario del messaggio possa riapplicare, e voi – in veste di solutori di codici – non dovreste far altro che cercare quella regolarità. Se il mio modo di crittare mancasse di regolarità, e fosse invece completamente casuale, non avreste modo di decrittare il messaggio – ma non lo avrebbe neanche il destinatario del messaggio.
(Per amor di precisione: per quanto riguarda i codici non è esattamente così. Ma, se la materia vi interessa, oltre a Dürrenmatt potreste comprare anche Singh.)
Quel che dà una speranza ai solutori di codici è che tutti i codici vengono creati per essere decifrati almeno da una persona, sia questa il depositario di una compromettente lettera d’amore o l’ambasciatore stanziato in un Paese ostile. Deve quindi esserci almeno un modo di penetrare nel codice, ed è questo che il solutore di codici deve scoprire.
Nel caso dei crimini, però, il colpevole desidera tutt’altro che fornire all’investigatore un giallo risolvibile. (Tranne nei casi, molto amati nella fiction, in cui il colpevole vuole essere scoperto dall’investigatore, anzi, vuole che l’investigatore si danni l’anima pur di scoprirlo, in un gioco gatto & topo che fa somigliare il colpevole a un passivo-aggressivo in cerca di attenzioni.) Il colpevole geniale, anziché architettare un giallo elegantissimo e barocco che si svelerà completamente non appena trovata la chiave giusta, cercherà piuttosto di confondere le proprie tracce nel caos generale che compone la realtà. E non è che sia poi così difficile. Quanti modelli X di scarpa numero 42 vengono venduti all’anno? In quanti di questi può andare a perdersi il fatto che l’indiziato porta quel modello e quel numero, e che nel terriccio c’è l’impronta di quel modello e di quel numero?
E questo è proprio il problema al centro de La promessa di Dürrenmatt: la molteplicità e la casualità con cui la realtà si dispone.
Il quadro del colpevole all’interno del romanzo indica un uomo che guida un’auto X e veste di un certo colore Y e ha percorso più di una volta la strada che va da una città Z a una città J. Quanti individui del genere esistono? (Senza contare che due di questi stessi dati – l’auto X il colore Y – sono deduzioni, ipotesi, e quindi probabilmente fallaci.) Se questo fosse un messaggio cifrato, bisognerebbe provare un numero enorme di chiavi, producendo un numero enorme di testi in chiaro insensati, prima di trovare quella giusta. Una vita non basterebbe, probabilmente. E neanche due. Per trovare la chiave di alcuni messaggi criptati, pensate, non basterebbero migliaia di anni – e un messaggio criptato è incredibilmente più facile da decriptare della realtà, in cui il messaggio criptato – il giallo – si mescola indistintamente a variabili che nulla hanno a che fare con il crimine ma sembrano in tutto e per tutto indizi. Aggiungeteci il fatto che, nel caso del nostro giallo, anziché provare chiavi producendo testi in chiaro insensati, bisognerebbe fermare tutti gli individui che corripondono al quadro di cui sopra e sottoporli ad altre verifiche. Non solo ciò non è verosimilmente realizzabile dalla polizia – che nel frattempo ha altri casi da risolvere – ma se anche fosse possibile, la polizia non avrebbe altri dati in mano che una verifica potrebbe confermare.
E allora come si fa?
Leggete il romanzo e scopritelo: è il giallo che Dürrenmatt crea per voi, e che vi svelerà, ma svelandovelo vi mostrerà quale risicata probabilità abbia la polizia di risolverne uno simile.
Il problema dei gialli – o perlomeno della tipologia di giallo che funziona, tira e vende, e quindi viene riprodotto – è che hanno solo due strade per uscire dalla frustrante complessità casualmente ordinata che compone la realtà. O – e questa è la soluzione che viene più criticata – ricorrono a un deus ex machina, creando provvidenzialmente connessioni nodali tra elementi altrimenti troppo distanti (Toh, guarda caso l’assassino è il vicino di casa dell’investigatore, che può quindi osservarlo nella sua quotidianità); oppure semplificano quella complessa realtà, eliminando le variabili che confonderebbero l’investigatore (Toh, in quel punto è passata solo una persona che indossava quel modello e numero di scarpe, e quella persona è il colpevole). Il giallo ideale – quello che avvince il lettore per la sua complessità iniziale, ma che alla fine viene sbrogliato – deve poter essere come una cifratura complessa: per quanto casuale e complessa essa possa sembrare, sarà comunque incredibilmente più regolare e semplice della realtà.
Ed è questo, proprio questo, che Dürrenmatt critica.

La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa “in sé”, come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità.

Il giallo ideale, quindi, sarebbe quello che riesca a mantenere l’effetto thrilling dato dalla risoluzione di una cifratura complessa senza però, per far questo, sminuire la complessità della realtà.
Mi viene in mente, a tal proposito, un corso sulle Organizzazioni Internazionali a cui partecipai in Inghilterra. Divisi in gruppi, nel corso dei seminari avremmo dovuto preparare una presentazione di una missione di un’organizzazione internazionale. Avendo nel gruppo un ex militare che era stato in Afghanistan, ci concentrammo sull’ISAF (International Security Assistance Force), missione appena conclusasi. La maggior parte dei nostri incontri, ricordo, venne spesa ascoltando i tentativi dell’ex militare di farci capire il problema della complessità nel disegnare strategie per la ricostruzione post-conflitto in luoghi come l’Afghanistan. Ci parlava degli infiniti elementi da considerare per prendere una singola decisione su una singola istituzione. Ad esempio: come evitare che gli afghani continuino a coltivare oppio? Bisogna considerare una varietà di elementi che raramente coesistono nella mente di un esperto, in questa società delle specializzazioni: le condizioni economiche, la microeconomia dei contadini e quella macro dell’Europa che compra oppio, e quelle culturali, la fiducia e sfiducia dei contadini nei confronti dei talebani e delle varie forze straniere presenti sul territorio (che a loro volta si dividono, perché un americano non viene visto come un italiano che non viene visto come un tedesco), gli interessi politici locali e quelli nazionali e quelli internazionali, e la religione, ovviamente, anzi, le religioni, e poi un sonoro e sincero boh, perché non sono stata in Afghanistan né ne sono un’esperta, ma ricordo ancora il complessissimo schema che quell’uomo ci piazzò sotto gli occhi, e che potete trovare a questo link.
L’ISAF si è conclusa e le scommesse sul suo lascito sono aperte. Se andrà male, ricorderà uno di quei casi in cui si scopre che in quel punto sul terriccio di persone ne sono passate due, non una, e quindi che in prigione c’è la persona sbagliata.
Questo è quello che accade nella realtà.
E nella fiction?
Perché amiamo leggere gialli – i gialli canonici, eleganti e con una conclusione, non i gialli alla Dürrenmatt?
Dopo questo lungo elogio alla complessità e alla casualità, per non parlare della multicausalità, non posso certo darvi un’unica, certa, risposta. Non ce l’ho. Ma, mentre leggevo La promessa di Dürrenmatt, mi è venuta in mente una serie di foto di Ursus Wehrli (svizzero come Dürrenmatt) in cui ero inciampata aprendo un link intitolato 12 pics that will satisfy your obsessive compulsive disorder .
Trovare un senso e un ordine alle cose è rassicurante. Un po’ artificioso, a volte – come nel caso di queste foto e di molti gialli – ma rassicurante. E, se non si può fare in questa caotica realtà di gente imprigionata per sbaglio e contadini afghani che continuano a coltivare oppio, lo si può sempre fare nel tempo libero leggendo un libro.
Ho risolto il giallo dei romanzi gialli?
Non credo. Né quello di Dürrenmatt è stato un requiem per il romanzo giallo. Ma rileggerlo ora, dopo più di cinquant’anni, ci permette di osservare quanto poco certe cose siano cambiate: la complessità dei drammi umani e la semplicità con cui, a volte, viene esorcizzata.

Friedrich Dürrenmatt (5 gennaio 1921 – 14 dicembre 1990) scrittore, drammaturgo e pittore svizzero. E’ stato esponente del teatro epico le cui opere riflettevano le recenti esperienze della Seconda Guerra Mondiale. Autore attivo politicamente, raggiunge la fama ampiamente dovuta alle sue opere avanguardiste, i romanzi criminali profondamente filosofici, e spesso alla sua satira macabra.

:: La firma del puparo, Roberto Riccardi (collezione Sabot/age Edizioni E/O, 2015) a cura di Natalina S.

12 marzo 2015 by

pup“Non ho ancora deciso chi sia peggiore, se l’uomo che preme il grilletto o quello che gli ordina di sparare”.

È Rocco Liguori – tenente dei carabinieri conosciuto e apprezzato per le abili operazioni narrate in Venga pure la fine e Undercover. Niente è come sembra – a fornirci l’importante chiave di lettura dell’ultimo romanzo di Roberto Riccardi, La firma del puparo, collana Sabot/age delle edizioni e/o, riportata all’apice di questa recensione. È una riflessione profonda e amara quanto lo squarcio di dolore che il protagonista si porta dentro per la morte di quel fratellino spento innaturalmente, prima ancora che si macchiasse di colpe e che, simbolicamente, abbraccia il potenziale di vite stroncato dai proiettili delle organizzazioni criminali. Chi sia il peggiore tra i due, il sicario o il mandante, il pupo o il puparo, chi può dirlo a netto di un atto tanto atroce?

“…amare qualcuno vuol dire esporlo ai tuoi pericoli. Se vivi di fronte ad una pistola puntata, chiunque ti stia vicino si trova sulla stessa traiettoria.

È questa la consapevolezza a cui giunge il tenente Rocco Liguori, figlio dell’Aspromonte e della giustizia che in questo romanzo si trova a dover affrontare una partita tanto personale quanto professionale: seguire le indagini sulla scomparsa di Michele Sanfilippo, noto giornalista di un quotidiano della Sicilia al quale nome si dovevano le inchieste più coraggiose su Cosa Nostra, e proteggere la famiglia di Nino Calabrò, amico d’infanzia di Liguori, arrestato dallo stesso per narcotraffico, ora intento a collaborare con la giustizia.

dare in pasto alla giustizia la sua storia criminale è per Nino Calabrò una possibile salvezza, se non per lui almeno per i suoi figli affinché una volta tanto si possa spezzare l’anello della catena che porta anime innocenti a sporcarsi le mani in nome dell’Onorata società e non possa più accadere che le colpe dei padri ricadano sui figli.

La narrazione prende forma e procede attraverso un linguaggio semplice e pulito in cui descrizioni e dialoghi si incastrano perfettamente con riflessioni tanto significative quanto disarmanti che conducono il lettore ad interrogarsi sulle azioni dell’uomo senza necessariamente pontificare o emettere sentenza e scoprire che il vero epilogo di questo intenso romanzo non è altro che l’inizio di un cammino personale: “Con le parole si abbatte ogni barriera… scopriamo chi siamo, definiamo noi stessi in rapporto con il mondo.”
Un mondo nel quale possiamo lasciare una traccia migliore della nostra esistenza, sempre e comunque, dopo aver assunto consapevolezza che la linea di confine tra il bene e il male non è sempre netta ma valicabile. Così come accade nel romanzo in cui, in momenti di massima tensione narrativa, nella lotta fisica e ideale tra odio e amore, il bene sconfina nel male fino a rovesciare le priorità di un’esistenza. L’intero romanzo rispecchia questo dualismo, dall’animo inquieto e combattuto del protagonista Rocco Liguori, incerto se redimere o meno quell’uomo di cui ha conosciuto l’innocenza e preservare le nuove generazioni dalle colpe di cui lui stesso porta i segni, alla grande contrapposizione tra mafia e legalità, Cosa Nostra,’Ndrangheta e gli uomini di legge di cui all’infinito si perpetueranno i nomi: Dalla Chiesa, Borsellino, Falcone e + (per non dimenticare nessuno).

Roberto Riccardi: colonnello dell’Arma e giornalista, è nato a Bari nel 1966 e vive a Livorno. Ha lavorato a Palermo negli anni delle stragi e poi in Calabria, a Roma, in Bosnia e Kosovo quale componente dei contingenti di stabilizzazione. Con il personaggio di Rocco Liguori ha già firmato per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O il noir imperniato sul ruolo degli agenti sotto copertura Undercover. Niente è come sembra (2012), che ha vinto i premi Biblioteche di Roma, Azzeccagarbugli e Mariano Romiti, e il romanzo sullo sfondo delle guerre balcaniche Venga pure la fine (2013), candidato al Premio Strega 2014, che ha ottenuto riconoscimenti ai Festival del noir di Serravalle e Suio Terme. Ha inoltre all’attivo due romanzi nel Giallo Mondadori, il primo dei quali, Legame di sangue, gli ha fruttato il premio Tedeschi nel 2009. Ha pubblicato tre libri sulla Shoah per l’editrice Giuntina: Sono stato un numero (2009), La foto sulla spiaggia (2012) e La farfalla impazzita (2013, scritto insieme a Giulia Spizzichino). Con Sono stato un numero, opera premiata da “Adei-Wizo”, l’Associazione Donne Ebree d’Italia, si è aggiudicato il premio Acqui Storia.

:: Mediorientarsi – Pallidi Segni di Quiete, Adania Shibli (Argo Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

11 marzo 2015 by

Pa“L’occupazione non ci occupa solo fisicamente, ma ci ha occupato anche l’anima. Tutto quello che sogno è che i miei sogni non siano brutti come la realtà“. (Pallidi segni di quiete: diario palestinese).

Premetto che recensire questa raccolta di racconti non è un compito facile: la stessa quarta di copertina dichiara che Adania Shibli “consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile”. In effetti, ciò che emerge dalla lettura è un senso di straniamento, quasi d’angoscia. I racconti sembrano riflettere i moti interiori di un’anima disorientata, che si smarrisce nella quotidianità palestinese. Si può trovare un po’ di quiete interiore in questa terra senza pace e, forse, senza futuro?
Pagina dopo pagina invisibili granelli di sabbia entrano nelle nostre scarpe di viaggiatori letterari e iniziano a darci fastidio. Ci indigniamo perché il programma di studi nelle scuole elementari è soggetto al controllo israeliano, il quale vieta espressamente lo studio degli autori palestinesi (Fuori dal tempo), perché ci sembra di respirare la stessa nuvola di polvere e disperazione che avvolge i palestinesi in attesa di un taxi collettivo al check-point (Polvere). L’autrice ci confida che l’unico modo per andare avanti è mantenere il sangue freddo: “La mia freddezza è necessaria per riuscire ancora a essere una persona capace di vivere!” (Sangue Freddo)
Quello di Adania Shibli è un universo bello e terribile in cui il tempo sembra essersi fermato. Perfino gli orologi da polso smetteno di ticchettare, per riprendere poi all’atterraggio in un aeroporto straniero. “In Palestina, spesso mi accorgo che [il mio orologio] smette di camminare. Improvvisamente entra in una specie di coma e proprio non riesce più a segnare l’ora. (…) Probabilmente esso si rifiuta semplicemente di contare il tempo rubato alla mia vita, quello che maggiormente provoca disperazione nel mio animo” (Fuori dal tempo). Nella raccolta trovano spazio anche alcuni aneddoti famigliari: un racconto è dedicato alla morte della nonna (La cenere nei suoi occhi) ed un altro all’infanzia dell’autrice cresciuta in una famiglia di accaniti lettori (La differenza la fa sempre Nagib Mahfuz).
Lo stile narrativo è secco e diretto, non lascia spazio alle descrizioni e va dritto al cuore del lettore, quasi a volerlo trafiggere. Alcuni racconti sono brevi, altri brevissimi, di tre pagine appena, ma non per questo meno efficaci. L’autrice procede in un’inesorabile enunciazione di piccole vicende quotidiane, in un’atmosfera che oscilla tra stupore e sgomento.
Consiglio questi racconti a chi voglia aprirsi una nuova finestra sulla Palestina attraverso lo sguardo inerme e spietato di Adania Shibli.

Adania Shibli è nata in Palestina nel 1974 e oggi vive tra Gerusalemme e Berlino. È autrice di due romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi. Riceve due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine: nel 2001 con il romanzo Masds (tradotto in italiano con il titolo Sensi, Lecce, Argo, 2007), e nel 2003 per il romanzo Kullunà baici bi-dhàt al-miqddr an al-hubb (tradotto in inglese con il titolo We Are All Equally Far from Love, Northampton, Clockroot, 2012). Il suo ultimo lavoro è Dispositions (2012), un art book su artisti palestinesi contemporanei. Dal 2012 è visiting professor e ricercatrice presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

Geografia della Palestina – Secondo i dati forniti dall’Unione Europea, oggi vivono in Palestina 4.5 milioni di persone, di cui 1.8 milioni nella Striscia di Gaza e 2.65 milioni in Cisgiordania. I palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, nelle Seam Zones (tra il Muro e la linea verde dell’Armistizio del 1949) e in Area C (area sotto il pieno controllo israeliano, che rappresenta il 60% della West Bank) si trovano ad affrontare la pressione crescente dall’occupazione israeliana. La situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi è allarmante. Alle violazioni compiute dalle forze di occupazione israeliane (detenzioni amministrative, espropri arbitrari, demolizioni di case, tortura) si aggiungono quelle compiute dalle forze di sicurezza palestinesi (arresti arbitrari, violazioni della libertà di espressione, eliminazione di palestinesi accusati di collaborazionismo). Da segnalare inoltre anche l’emergenza dei profughi palestinesi, che si concentrarono nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania e della Giordania, del Libano e della Siria. I profughi erano poco più di 900.000 nel 1948, mentre a oggi, secondo le stime di Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sostenere i profughi palestinesi), sfiorano i 5 milioni.

:: L’anello dei Faitoren, Emily Croy Barker, (Giunti, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015 by
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Micol Borzatta

Non si può dire che la vita di Nora sia perfetta, anzi è sempre più convinta che la sua vita sia proprio un disastro, ma non immagina di quanto realmente cambierà.
Infatti un giorno, mentre sta passeggiando per le montagne ripensando alla fine della sua relazione si imbatte in un vecchio cimitero con all’ingresso una lapide con uno strano epitaffio che non può fare a meno di leggere e ripetere più volte ad alta voce. Di colpo si accorge che intorno a lei il paesaggio è cambiato, cerca di tornare sui suoi passi ma del cimitero nemmeno l’ombra, quando a un tratto incontra una signora vestita in modo ricercato ma seguendo la moda di altri tempi che dice di chiamarsi Ilissa.
Nora si fa conquistare subito dai toni mielosi di Ilissa e dall’ambiente perfetto che la circonda, forse troppo perfetto. Scoprirà molto presto che non tutto appare per quello che è realmente, purtroppo nel modo peggiore possibile sfiorando la morte dopo aver superato prove davvero dure.
L’anello dei Faitoren è un romanzo per ragazzi con ambientazione fantasy che si discosta molto dalla visione odierna sia di romanzo per ragazzi che di fantasy, infatti alcune scene vengono descritte in modo forse un po’ troppo diretto e crudo, come la parte dove Nora perde il bambino dopo una brutta caduta dalle scale.
I personaggi sono descritti molto minuziosamente sia fisicamente che caratterialmente e pur essendo molti di essi magici o trasmutazioni di animali sono molto diversi dai classici e ormai banali personaggi di libri analoghi.
le ambientazioni prendono connotazioni magiche come se effettivamente si trasformassero anche intorno al lettore durante lo scorrere delle pagine seguendo le vicende da paese in paese o semplicemente il cambio della magia che ha colpito uno stesso luogo.
Unico neo trovato sono le reazioni di Nora davanti alla magia appena arriva all’Altro Mondo. Nora infatti non crede alla magia, ma quando ci si trova davanti invece di rimanere sorpresa, diffidente, spaventata, non ha alcuna reazione e l’accetta come cosa normale, e lo stesso la reazione della sua famiglia quando torna a casa.
Nel complesso è comunque un romanzo avvincente che sa conquistare i suoi lettori sia giovani che più grandicelli, un libro per ragazzi che non è solo per ragazzi.

Elena Romanello

Nora Fischer, giovane ricercatrice universitaria in letteratura, è stata appena lasciata dal fidanzato e la sua carriera non sta andando propriamente come lei sperava: un giorno, durante una passeggiata in campagna, si trova di colpo in un sontuoso palazzo, dove incontra il bellissimo Raclin, che si innamora di lei e le propone di diventare sua moglie, spalleggiato dalla sua affascinante madre Ilissa. Nora si immerge in questo nuovo mondo, dove però ci sono alcuni aspetti inquietanti e strani, finché un giorno non incontra il mago Auriendel, che le rivela di essere stata vittima di un incantesimo da parte di un’antica stirpe fatata, in cerca di una donna umana che diventi madre della loro progenie e le offre una via di salvezza da un mondo che non è il suo e in cui il tempo scorre in maniera diversa dalla sua realtà.
Questo romanzo è vittima di un equivoco di fondo: molti l’hanno snobbato pensando che fosse l’ennesima operina a base di vampiretti che brillano al sole e cosette simili, ma in realtà ci si trova di fronte a una storia molto diversa, molto più complessa e affascinante. Innanzitutto la protagonista non è una ragazzina romantica e poco furba, ma una professionista che si trova coinvolta in un intreccio con echi di Alice nel paese delle meraviglie, ma soprattutto del folklore legato al Piccolo Popolo e alla loro abitudine di rapire gli esseri umani per assicurarsi bambini e madri per i loro figli.
La trama è complessa, e smonta tutta una serie di luoghi comuni di un certo genere di fantastico non proprio di qualità degli ultimi anni, a cominciare da quello dell’amore incondizionato della ragazza umana di turno per il sovraumano: Raclin è il cattivo della situazione, da cui Nora dovrà salvarsi, con una metafora di tanti, troppi amori pericolosi della vita reale, con l’aiuto di Auriendel, molto lontano da certi cliché e per questo molto più interessante.
La descrizione del mondo in cui Nora si trova, con un ingresso vicino ad un cimitero e con un’antica iscrizione, è interessante e insolita, con forti riferimenti all’immaginario celtico e al lato oscuro di fiabe e leggende. Una storia fantasy per un pubblico adulto, con al centro la ricerca di sé di una ragazza di oggi, non più nell’età di credere alle favolette. Tra l’altro, pare che sia il primo di una serie, ed effettivamente il finale non è del tutto concluso e può dare adito a nuovi viaggi e minacce. Per chi crede nelle potenzialità del fantasy quando pesca da fiabe e folklore, anche quello più cupo, le sue fonti di ispirazione.

Emily Croy Barker vive nel New Jersey e si è laureata a Harvard. Dopo un’esperienza di vent’anni nel campo del giornalismo, ha deciso di dedicarsi alla scrittura, esordendo con l’originalissimo fantasy L’anello dei Faitoren, accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Oltre all’attività di scrittice, Emily Croy Barker dirige la rivista The American Lawyer.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Mariliou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La casa dei fantasmi, John Boyne, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015 by
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Micol Borzatta

1867, Londra. Eliza Caine vive da sola con il padre dopo che in tenera età ha perso la madre di parto e la sorellina mentre nasceva. Ha avuto un’infanzia meravigliosa confortata dall’amore paterno e dall’amore per la letteratura trasmessagli dal padre. Un giorno leggono sul giornale che il grande Charles Dickens avrebbe tenuto una lettura di persona al museo lì vicino. Pur essendo malato il padre vuole andarci a tutti i costi, Eliza cerca di fargli cambiare idea ma non ci riesce e così lo accompagna.
Al ritorno il padre peggiora e dopo nemmeno una settimana muore.
Eliza è sconvolta, come se non bastasse scopre anche che la casa in cui è sempre vissuta non era di proprietà del padre ma solo in affitto e da sola non può mantenerla.
Proprio in quel momento trova un’inserzione sul giornale che cercano un’istitutrice in un paesino vicino a Norfolk. Eliza decide di partire immediatamente, ma appena arriva scopre che qualcosa non è come dovrebbe essere.
Nella casa accadono strani avvenimenti e la gente del posto appena scopre chi è lei cambia immediatamente atteggiamento. Nessuno risponde alle sue domande o le dice cosa sia successo.
Un romanzo davvero eccezionale che pur dopo una partenza un po’ lenta sa creare suspance e domande nel lettore alle quali non troverà una vera risposta se non alla fine, ma non si sente nemmeno dimenticato dall’autore perché per tutta la durata della lettura avrà dei piccoli indizi e delle piccole risposte che gli daranno soddisfazione e nello stesso tempo gli creeranno altre domande, tenendolo così legato a sé per tutta le sue pagine.
Le descrizioni sono fatte a livello minuzioso sia degli ambienti che dei personaggi, talmente profondamente che il lettore ha la sensazione che tutto intorno a lui cambi e si trasformi ritrovandosi nelle campagne inglesi del 1800.
Una storia mozzafiato che anche se parla di un argomento ormai usato in tutte le salse, ovvero i fantasmi, viene descritto, narrato, utilizzato e sviluppato in un modo del tutto nuovo rimanendo molto invitante e avvincente che fa venire voglia di cercare un altro libro dell’autore sperando di ritrovare la stessa capacità di creare empatia tra personaggi e lettore e amore per la lettura.

Elena Romanello

La vita di Eliza Caine, giovane donna colta nella Londra vittoriana di Charles Dickens, si divide tra le cure all’anziano padre e il suo lavoro come insegnante in una scuola femminile: la morte improvvisa del genitore, dopo un’infreddatura rivelatasi fatale presa proprio ad una conferenza di Dickens, la porta a dover sconvolgere la sua vita e ad accettare una proposta di lavoro come istitutrice nel remoto Norfolk, presso un castello abitato da due bambini, Isabella e Eustace, che sembrano non avere altri parenti dopo un oscuro dramma familiare. Presto Eliza scoprirà i segreti di un posto che ha già portato alla morte le precedenti governanti e dove non mancano i pericoli, di natura paranormale, anche per lei, mentre verrà a conoscenza di cosa si è consumato in quelle mura. La sua priorità sarà cercare di salvare se stessa e i due bambini da una presenza capace di divorare tutto quello che viene vicino a lei, per un’oscura gelosia che ha distrutto la sua vita e la rende incapace di far vivere gli altri.
Normale pensare a Il giro di vite di Henry James leggendo la trama di questa nuova fatica di John Boyne, che si occupa di nuovo di bambini, in una chiave diversa rispetto al suo ottimo Il bambino con il pigiama a righe, diventato un classico per parlare ai più giovani di Shoah. Ci sono molti punti in comune tra le due vicende, entrambe con protagoniste due governanti, uno dei pochi lavori concessi alle donne nell’Inghilterra ottocentesca, se erano colte e non riuscivano a sposarsi, entrambe con bambini in pericolo, entrambe con fantasmi che minacciano. Ma Eliza è diversa dall’austera e un po’ bigotta miss Giddens di James, è una ragazza con ambizioni moderne, più simpatica e pronta a non cedere alla paura e alle minacce, oltre che capace di amare i bambini che le sono stati affidati oltre le regole sociali e le convenzioni.
Nel libro ci sono tutti gli elementi delle storie gotiche, che oggi vanno di nuovo di gran moda, basti pensare a The crimson peak di Guillermo del Toro al cinema o a Penny Dreadful in tv, ma tutto è ben dosato, interessante, avvincente e alla fine non ripetitivo e scopiazzato. John Boyne riesce a costruire in maniera egregia una storia di fantasmi vecchia maniera, omaggiando i classici senza seguirli pedissequamente, ricostruendo un’epoca e delle atmosfere che sono alla base di tanto immaginario di allora e posteriore. Un libro che funziona dalla prima pagina all’ultima, un’indagine negli abissi dell’animo umano e su cosa possono portare drammi e troppo amore che avvolge fin dalle prime pagine, una storia gialla e paranormale intrisa dell’atmosfera dell’epoca ma alla fine eterna. Per chi ha nostalgia delle storie di fantasmi di una volta, che sono sempre attuali e affascinanti, ma anche per chi ama un’epoca e un immaginario impareggiabili come quelli vittoriani.

John Boyne nasce in Irlanda nel 1971 e passa la sua vita a Dublino.
Nella sua carriera letteraria scrive 14 romanzi sia per adulti che per ragazzi e vengono tradotti in più di 40 lingue.
Il suo primo libro Il bambino con il pigiama a righe ha avuto un successo internazionale in pochissimi anni, e nel 2008 è stata fatta una trasposizione cinematografica con la regia di Mark Herman.

Source: libri dei rispettivi recensori.

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