Non avrebbe dovuto succedere. Del resto nulla lasciava immaginare che quella lettera potesse davvero arrivare al suo destinatario. Gli ostacoli erano così numerosi che le probabilità di giungere a destinazione rasentavano lo zero.
Eppure era proprio quello che era accaduto.
Un anno, quattro mesi e sedici giorni dopo che la lettera era stata infilata in una fessura del convoglio dei prigionieri ed era stata strappata via dai venti nella notte nera, Maria Shawabkeh l’aveva trovata; alcune ore dopo riusciva solo con grande sforzo a riporla nella busta a mancava tutto tranne un nome.
Tre notti insonni dopo aver letto quella orribile cronaca fece alcune ricerche in rete, l’affrancò scrisse l’indirizzo completo e la lasciò all’ufficio postale più vicino. Senza la minima idea delle conseguenze.
Dopo aver esordito con Domani tocca a te, Stefan Ahnhem porta al thriller svedese una ventata di novità o per lo meno cattiveria che non mi sembra di aver notato ultimamente in nessun altro giallo nordico. L’avevo già riscontrata nel libro di esordio, a dire il vero, ma se vogliamo in L’angelo di ghiaccio questa componente è ancora più marcata e tendente all’ horror, per lo meno in alcune scene che sicuramente lasceranno nel lettore un certo sgomento. Insomma un poliziesco per palati forti, per lettori che sopportano scene di cannibalismo (per lo meno in sogno) ritrovamenti di cadaveri dissezionati (con orbite oculari conservate in frigo e scambiate per cipolline). In breve non voglio farvi la carrellata di tutti i macabri reperti, ma se vi aspettate un normale e tranquillo giallo nordico, L’angelo di ghiaccio non lo è.
Detto questo vi avverto di una sorta di straniamento che vi assalirà iniziando il libro. Per chi ha già letto Domani tocca a te e conosce il personaggio di Fabian Risk, un piccolo riepilogo: allora nel primo romanzo della serie troviamo questo poliziotto amareggiato e reduce da un’ indagine che lo costringe a lasciare Stoccolma e rifugiarsi nella sua città natale Helsingborg, nel sud della Svezia, a cercare di rimettere assieme i cocci della sua vita. Bene questo secondo episodio, narra fatti cronologicamente precedenti al primo. Scopriamo insomma perché lascia Stoccolma, continuando sempre a fare il poliziotto.
Un altro punto da chiarire è il titolo. Il titolo originale Den Nionden Graven #TheNinthGrave, La nona tomba, (che ha un significato preciso nella narrazione), viene tralasciato in favore di un più poetico L’angelo di ghiaccio, termine che pur se non accennato si riferisce senz’altro all’assassino, e se leggerete il libro avrete modo di avvertirlo anche voi. Dunque vi ho avvisato delle componenti splatter, (sangue e budella), dell’aspetto cronologico, ho chiarito il titolo, un’altra cosa che mi preme dire è che un romanzo molto complesso.
Basta insomma un attimo di distrazione e zac perderete il filo della storia, per cui per una lettura ottimale, sono 453 pagine, prendetevi un weekend libero o per lo meno alcuni giorni in cui potete leggere senza interruzioni. Non che sia cervellotico o confuso ma considerate che ci sono due indagini una condotta in Danimarca e una in Svezia, con nomi di vittime, presunti colpevoli, ipotesi, false piste, e tutto il corollario. Un po’ di attenzione ci vuole se no finireste con non capire bene l’intreccio. E solo oltre metà avrete chiaro il tema del romanzo.
Tutto inizia con una lettera, e le sue tragiche conseguenze. Il prologo racconta tutto l’accidentato modo tramite cui (la lettera) arriva alla sua destinataria, e anche se sembra slegato dalla storia, è invece essenziale e illumina tutta la narrazione. Dicevo precedentemente che abbiamo due filoni di indagine parallele, una condotta in Svezia da Fabian Risk e la sua squadra e una condotta in Danimarca da Dunja Hougaard. Risk deve capire che fine ha fatto il ministro della Giustizia, praticamente scomparso a due passi dal Parlamento. Ci si metteranno di mezzo i servizi segreti, quindi va da sé che la cosa si rivela già da subito più complessa del previsto. Dunja Hougaard invece deve indagare sulla morte della moglie di un noto personaggio televisivo danese, uccisa in casa in un modo decisamente brutale. Subito si pensa che sia il marito l’assassino, ma anche lui scompare.
Sta arrivando Natale, nelle centrali di polizia si preparano le feste di fine d’anno, occasioni per sbronzarsi e magari per importunare le colleghe, Dunja Hougaard vivrà una brutta esperienza. Insomma la neve cade trasformando Stoccolma una delle città più belle del mondo, e i nostri investigatori si troveranno ad affrontare forse i casi più drammatici delle loro carriere. Fabian Risk per il lavoro trascura i figli (divertente, ma a dire il vero drammatico, quando una maestra della figlia lo chiama ad una riunione dei genitori), si interessa troppo a una collega, con cui lavora fianco a fianco nelle indagini, e con la quale si lascerà andare mettendo a repentaglio il suo matrimonio con Sonja. Malin collega di Risk, incinta di due gemelli, per il troppo lavoro si ammala di gestosi, e sebbene odi la sua condizione di donna in attesa, resta un poliziotto di prim’ ordine capace di intuizioni brillanti. Dunja Hougaard invece se la deve vedere con il suo più stretto superiore, con un collega che la odia perché crede che gli ha fatto le scarpe per avere l’indagine, e con un fidanzato che non ama. Insomma tra vita privata e vita professionale i nostri protagonisti avranno di che stare allegri.
In conclusione una bella serie, un autore interessante, capace di scrivere polizieschi affatto banali e con una sorta di morale. C’ è pure una componente sociale e politica nella più pura tradizione di Stieg Larsson, si può condividere o meno, senz’altro è efficace nel dare drammaticità alla trama, ai motivi che spingono l’assassino a fare quello che fa.
Buona lettura e se l’avete letto venite pure a commentare, ma mi raccomando senza spoiler. Traduzione di Roberta Nerito.
Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Ha iniziato la serie con l’ispettore Risk in Domani tocca a te, un successo internazionale. L’angelo di ghiaccio è il secondo romanzo con Fabian Risk, bestseller in Scandinavia e vincitore del premio Crimetime Specsavers.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.
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Fantasia, creatività, capacità di trasformare ogni stimolo in uno spunto narrativo. Voglia di raccontare sempre e comunque. Queste sono qualità innate, che si possono coltivare ma non apprendere se non si possiedono. Ma scrivere significa anche conoscere la tecnica e migliorarla con l’esercizio, la dedizione e la sperimentazione. Ci sono risvolti tecnici che possono essere insegnati e devono costantemente essere sottoposti ad aggiornamenti e miglioramenti. Il fulcro di questo incontro è appunto la trattazione di questi aspetti. Myamoto Musashi, spadaccino e pittore del 1600 nipponico, autore de Il Libro dei Cinque Anelli, un testo ancora oggi usato come viatico per manager, generali e artisti marziali, equiparava la figura del generale a quella del carpentiere e dello spadaccino. Credo che non sia un’esagerazione avvicinarla anche a quella del narratore. Un buon carpentiere, come un bravo generale, diceva, esercita un mestiere. Conosce i suoi strumenti e i materiali che impiega in modo di fare l’uso migliore di ogni attrezzo o risorsa a seconda delle situazioni. Ciò significa usare il legno più solido per le strutture portanti, quello più pregiato per le decorazioni e quello di minor qualità per correggere buchi e zeppe. Si presume che chi pratica una professione, quale che sia il suo livello innato di abilità, ne conosca gli aspetti anche più tecnici. Ciò significa praticare la Via della Spada, diceva Musashi. E questo vuol dire essere narratori, dico io. Prima di ogni altra cosa è necessario rendersi conto che, se esiste un lato più ‘alto’ dell’attività del narratore legato all’ispirazione e alla necessità di far partecipi gli altri delle proprie emozioni, ne esiste uno decisamente più tecnico. Per esercitare il mestiere dello storyteller è necessario applicarsi sia nelle attività puramente creative (che richiedono tecnica oltre che passione) anche in tutte quelle fasi che vanno dalla proposta del proprio lavoro alla promozione. Se non ci sentiamo di farlo e preferiamo restare chiusi nel nostro studio come in una torre d’avorio dove solo l’Arte è importante, è meglio che scriviamo per noi stessi. Soprattutto oggi, visto che le case editrici poco fanno per la promozione e la diffusione dei lavori dei loro autori. Salvo pochissimi casi, il narratore deve essere manager e ufficio stampa di se stesso. Usare la Rete e ogni altra occasione per proporsi al suo pubblico, farsi conoscere e apprezzare. Oltre a ciò, apprese le tecniche di scrittura e applicate alla propria creatività è necessario imporsi un’autodisciplina. Scrivere sempre, anche poco, costantemente, concentrarsi su progetti selezionati e portarli a termine. Tutte cose che, ad alcuni, possono sembrare restrizioni, addirittura attività poco gradite o antitetiche alla creazione. Purtroppo, l’attività di scrittore comporta anche una notevole aderenza alla realtà, capacità di superare ostacoli, non ultimo quello della frustrazione che è sempre in agguato. In pratica, scrivere non è un’attività mistica. Non credo a quegli autori che dicono di cominciare un romanzo come si entra in una nebbia e poi procedere a seconda di quello che suggerisce la Musa della Creatività. Tutto ciò è molto bello, persino accattivante da dirsi. Crea un’immagine idealizzata dell’autore, ma non corrisponde a verità. Scrivere è un lavoro come costruire sedie o fare il pane. Merita lo stesso rispetto e richiede il medesimo impegno. Mi irrito sempre un po’ quando qualcuno mi chiede: Come fai a scrivere così tanto? Come se alla mattina chiedessi al mio panettiere come fa a sfornare michette, pizze e focacce tutti i giorni. Mi alzo presto e comincio a lavorare. Ecco come faccio. L’idea che un testo più è lavorato nel tempo più è bello e valido artisticamente, è una finzione. Un po’ snobistica se vogliamo. Legata a quella visione della ‘letteratura alta’ che purtroppo affligge il mercato editoriale italiano che è stato ed è ancora dominato da editor e funzionari di formazione classica che privilegiano criteri crociani nella scelta dei testi. Come se, d’altro canto, adesso non imperassero regole di marketing che, al contrario, disdegnano il contenuto al di fuori di dogmi commerciali per cui il libro buono è quello che vende. Tra queste due deleterie tendenze il narratore deve mediare, districarsi per produrre un lavoro che sia al tempo stesso vendibile e non tradisca la sua ispirazione. È questo che hanno sempre fatto i narratori pulp.
Benvenuta Alex sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Connor? Punti di forza e di debolezza.
Sei un’ artista, una pittrice, quando ti sei resa conto che volevi essere anche una scrittrice?
Hai iniziato a scrivere romanzi storici, e libri d’arte, poi nel 2011 Il segreto di Rembrandt, il tuo primo thriller, un grande successo. Come hai scelto questo genere particolare di giallo che unisce arte, cospirazioni, e vede sempre il passato e il presente strettamente correlati?































