:: Un’ intervista con Elena e Michela Martignoni

18 Maggio 2016 by

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E’ appena uscito il nuovo romanzo di Emilio Martini, Il mistero della gazza ladra nuovo capitolo della serie dedicata al commissario Bertè. Forse non tutti sanno che Emilio Martini è lo pseudonimo di due sorelle scrittrici, milanesi, Elena e Michela Martignoni. Oggi abbiamo l’occasione di conoscerle meglio. Seguiteci.

Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra, anche fisicamente.

Elena: Michela è estroversa, sensibile, abilissima pr, e soprattutto un vulcano d’idee, infatti la chiamo Leonarda (è nata il 15 aprile, come lui!) ed è pure un’inguaribile zuccona.

Michela: Elena è bugiarda! (scherzo…). Misurata nei gesti e nelle parole, è l’intellettuale del duo. Ha letto di tutto (ora addirittura testi e riviste di… fisica!). Precisione e cultura però non limitano la sua fantasia scoppiettante: a volte mi fa quasi paura, anche perché spesso è imprevedibile.
Fisicamente non ci assomigliamo, ma si vede che siamo sorelle e abbiamo la stessa voce.

Come vi siete avvicinate alla scrittura?

Siamo lettrici accanite fin dall’infanzia e ci siamo sempre cimentate nella scrittura, ma la volontà di farlo professionalmente è scattata vent’anni fa, dopo ‘l’incontro’ con i Borgia, protagonisti di cinque dei nostri romanzi.

I vantaggi e gli svantaggi di scrivere in coppia?

Non vediamo svantaggi, mentre i vantaggi sono molti; uno su tutti: imparare ad accettare le critiche e le prese di posizione dell’altra. Una lezione di umiltà che rende più ‘morbide’ e preparate di fronte agli inevitabili giudizi, non sempre positivi, di editori e lettori. In due poi possiamo lavorare ‘il doppio’.

Come vi dividete i compiti della stesura di un libro?

Intanto parliamo moltissimo tra noi, e nell’impossibilità di farlo de visu, ci telefoniamo (molto). Il primo passo infatti è l’invenzione della storia, la parte che ci diverte di più. Discutiamo a lungo, cambiamo spesso idea e smontiamo tutto, nomi dei personaggi compresi. Una volta stabilita la trama, la dividiamo in capitoli che ci suddividiamo. Questo sarebbe il metodo che ci siamo imposte, ma accade anche che Elena, improvvisamente inizi a scrivere a metà della storia e allora… cominciamo da lì. Insomma, prima regola: non ci sono regole, l’importante è che alla fine il prodotto ci soddisfi e i conti tornino, il che, soprattutto nel poliziesco, è la parte più difficile.

Il personaggio di Berté è un personaggio letterario, ma ispirato a uno sbirro in carne ed ossa, molto conosciuto a Milano. L’avete mai incontrato di persona? Che impressione vi ha fatto?

Il personaggio Gigi Berté non è la fotocopia perfetta del vero ispettore che ci ha ispirate, ma ha la sua stessa etica, il suo coraggio, la sua coda brizzolata e il suo amore per la buona tavola. Il ‘vero’ Gigi è per noi un amico e lo incontriamo sempre con grande piacere.

E’ da poco uscito Il mistero della gazza ladra. Un’ambientazione ligure per il vostro commissario. Come è nato il vostro interesse per la Liguria. E’ legato a ricordi di infanzia?

Da sempre frequentiamo la Liguria e quindi ne conosciamo il territorio e le dinamiche. È stato divertente spedire ‘in punizione’ il nostro commissario nel luogo dove passiamo le vacanze e immaginare il suo impatto con una realtà diversa da quella metropolitana. Ci piace immaginare Berté che si rilassa (o si infuria) passeggiando lungo la banchina del porto di… Lungariva, come facciamo anche noi.

Una commercialista viene uccisa in casa sua. Macabra la messinscena: un piede di porco, dei tarocchi, delle monete. Toccherà a Bertè intuire chi è il colpevole. A che tipo di noir vi ispirate? Quali autori vi hanno maggiormente influenzato?

Il nostro è un poliziesco piuttosto scanzonato, anche se trattiamo temi come il disagio sociale, le ossessioni, le diversità, il perbenismo. La connotazione prettamente noir invece si trova nei diversi racconti, scritti da Berté, inseriti all’interno dei romanzi. Prendiamo esempio e lezioni dai grandi scrittori, non solo noir; l’elenco dei loro nomi, e delle lezioni di stile che ci hanno impartito, sarebbe lunghissimo. Ne citiamo solo alcuni in un gran guazzabuglio: Manzoni, Maria Bellonci, Sandor Marai, Vargas Llosa, Garçia Marquez, Elisabeth Von Arnim, Simenon, Scerbanenco, ma sono solo alcuni tra i grandi autori che amiamo. C’è sempre da imparare dai classici, ma poi… bisogna cercare di andare oltre e inventare qualcosa di originale.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

Noir è la parte deteriore del cuore umano. C’è chi riesce a dominarla o a sublimarla, chi no. Compito di chi scrive ‘di noir’ è portare all’attenzione di tutti il nero che vive in ognuno di noi per poterlo comprendere e governare.
Ci sono luoghi più ‘noir’ di altri. Le città in primis (ad esempio Milano e Torino), o appunto una località turistica descritta d’inverno, quando gli ombrelloni sono chiusi e le case deserte.
Infine il Noir come genere letterario non dà soluzioni o speranze. Semplicemente descrive, denuncia.
Un antidoto al noir presente nell’uomo? Natura, Cultura e Arte, in tutte le loro manifestazioni.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima. Senza ridere.

Tra noi non abbiamo segreti, ma se li rivelassimo… che ne sarebbe del mistero delle ‘sorelle noir’?

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Gli aneddoti più curiosi sono legati alle ricerche storiche (chi ha detto che la Storia è noiosa? Provate a fare ricerca e vedrete le risate!). Abbiamo incontrato personaggi straordinari e ci siamo spesso cacciate nei guai o in situazioni ridicole. In famiglia da anni ridono di noi perché quando viaggiamo per lavoro sembriamo ‘possedute’ e trascinate dall’entusiasmo perdiamo il buon senso. Ad esempio abbiamo girato tre volte intorno alla rocca di Senigallia cercandone l’ingresso (e chiedendo aiuto persino a turisti americani che ci guardavano straniti), provando a spingere con tutte le nostre forze una porticina di ferro murata da secoli… senza notare l’enorme ponte levatoio che portava all’ingresso. L’emozione a volte ci ottenebra i cervelli!

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito? Quale consiglio gli dareste? Lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

Ragazza/o, continua a scrivere, anche se ti sembra che vada tutto storto e che nessuno si interessi al tuo lavoro; fallo per te, per quelli che credono in te, perché non ne puoi fare a meno… ma non farlo MAI copiando qualcuno, occhieggiando i generi di moda, o pensando ai soldi e al successo: rischieresti una grande delusione.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Litighiamo quasi quotidianamente, ma solo per il ‘bene’ del testo. Finita la discussione, parliamo d’altro e… litighiamo d’altro.

A che libro state lavorando in questo momento?

Abbiamo mille progetti, ma il tempo per realizzarli scarseggia: la priorità comunque resta il sesto e ultimo episodio del commissario Berté, ma in contemporanea stiamo scrivendo uno storico, ambientato a Milano nel XV secolo, che da anni ci intriga (gli amici sono stanchi di sentircelo raccontare e mai realizzare).

Avete già scritto, o in futuro scriverete un romanzo da sole, non in coppia?

Sai che non ci abbiamo mai pensato? Non si può mai dire, però… anche i Beatles si sono divisi…

:: Ai morti non dire addio, Brian Freeman (Piemme, 2016) a cura di Micol Borzatta

18 Maggio 2016 by
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La vita di Jonathan Stride sembra andare per il meglio, ci ha messo nove anni per riprendersi, dopo la morte della moglie di Cindy a causa di un tumore, quando la sua nuova compagna, Serena, mentre era in cerca di Cat, la ragazza di cui si occupano, rimane testimone di un omicidio.
Stride inizia subito a indagare, è il suo lavoro, ma viene subito ribattuto indietro di nove anni.
Sul luogo dell’omicidio viene trovata la pistola che nove anni prima ha ucciso Jay Ferris, il marito della dottoressa Janine Snow, e di cui è stata accusata proprio la moglie.
Stride ha sempre saputo di non avere mai sbagliato, ha sempre pensato che Janine fosse colpevole, ma le nuove prove mettono tutto in discussione.
Ormai tutti sono convinti che Janine sia innocente, ma Stride no, e non smetterà fino a quando le indagini non saranno concluse definitivamente.
Un romanzo avvincente molto particolare in cui troviamo un romanzo dentro al romanzo. Infatti Freeman riesce a unire praticamente due libri in uno solo, iniziando con l’incipit del nuovo caso, passando poi alle indagini del passato, raccontate nei minimi particolari, come se fosse un libro a se stante, e poi ritornando a finire il nuovo caso.
Due libri, due casi, che in realtà sono legati fra di loro più di quanto si creda, con colpi di scena continui che coinvolgono il lettore al punto che si ritroverà più di una volta a trarre delle conclusioni che poi dovrà rivedere e cambiare, riprendendo in esame tutte le informazioni.
Uno stile narrativo da fibrillazione, pieno di svolte e accelerate che sanno come tenere il lettore sempre attento e coinvolto.
Uno dei migliori romanzi mai letti.

Brian Freeman è uno dei maggiori autori thriller americani. Nel 2006 ha esordito con Immoral, vincendo anche il Macavity Award. Nel 2013 con Il veleno nel sangue ha vinto gli International Thriller Awards. Nel 2014 ha pubblicato Polvere alla polvere e La ragazza di pietra, nel 2015 ha pubblicato Io sono tornato. 

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I sei giorni del Condor, James Grady (Rizzoli, 1975) a cura di Giulietta Iannone

18 Maggio 2016 by
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Maronick abbassò gli occhi sulla figura ai suoi piedi. “Addio Condor. Un ultimo consiglio. Continua a fare il lettore. La tua fortuna si è esaurita. E quando la fortuna ti abbandona, non vali gran che”. Scomparve nel bosco.                     

È quasi impossibile leggere I sei giorni del Condor (Six Days of the Condor, 1974) senza immaginarsi Robert Redford nei panni del protagonista, con la sua facciona da bravo ragazzo, i capelli biondo sporco, le giacche di velluto a coste.
È infatti difficilmente pensabile che ci sia ancora qualcuno che nel 2016 non abbia visto I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, adattamento cinematografico del romanzo di James Grady. Viene passato nelle tv in chiaro praticamente a cadenza fissa, c’è una nuova versione restaurata che esce in DVD a circa 10,00. Insomma non si hanno molte scuse, il film è da vedere.
Per quanto riguarda il libro invece ci sono maggiori possibilità di non averlo letto, ed è un peccato, perché merita, merita davvero ed è per certi versi diverso dal film. Ci sono cambiamenti sostanziali nella trama, i nomi dei personaggio sono quasi tutti diversi, è molto più crudo e sovversivo, per certi versi, del film che è stato fatto.
Sia chiaro io adoro il film di Pollack, e per me è una delle migliori spy-story che abbia visto, ma il libro è diverso. Chiarito questo, non farò in questa recensione una comparazione puntuale tra libro e film (anche se sarebbe divertente) ma mi limiterò di fare un veloce cappello al film e approfondire il libro, con ampi spoiler, per cui se non avete letto il libro, o non amate anticipazioni sulle trame forse è bene che vi fermiate qui e che torniate a lettura avvenuta.
Allora I tre giorni del Condor è un classico film di denuncia e impegno civile, tipico della filmografia anni 70 post Watergate. Sotto le mentite spoglie della spy-story, o forse proprio usando il genere come grimaldello per scardinare sicurezze o illusioni, ci narra una generazione che ha perso l’innocenza e la fiducia nel sistema tipica degli anni ‘50 o ’60.
In questo il film è un capolavoro del genere, per quanto non sia privo di debolezze nella trama e sulla inverosimiglianza torneremo più approfonditamente nell’analisi del libro. Ciò che mi preme dire invece è che questa storia pur con i suoi difetti funziona, piace, ed è terribilmente efficace nel porre un uomo qualunque (un lettore di libri gialli) contro le derive del sistema, i meccanismi perversi che regolano il potere occulto, che è infondo il vero potere.
Nel film si parla di petrolio e Medio Oriente, nel libro di droga, ma insomma la sostanza non varia di molto. Ci sono poteri deviati, sottocellule non controllate dalla base capaci di commettere crimini, di uccidere, di essere al di sopra della legge. Ma noi abbiamo il nostro Davide contro Golia, il nostro Joe Turner/ Ronald Malcolm dotato di una fortuna sfacciata (ma anche di doti di adattamento e di improvvisazione non da ridere) che da topo di biblioteca (senza uno specifico addestramento per interventi sul campo) si trasforma in eroe. Nel libro non a caso a un certo punto Maronick/Jubert gli dice “La tua fortuna si è esaurita. E quando ti abbandona, non vali gran che”.
E il film, forse più del libro, è un autentico manifesto di tutto ciò con un finale tipico della cieca fiducia liberal nei media e nella carta stampata. Celeberrimo il finale davanti agli uffici del New York Times, con un lungo e ibrido “se”. Puntini di sospensione. Certamente un finale aperto più pessimistico del libro.
Detto questo veniamo al libro diviso in sei giorni da un mercoledì a quello seguente. Siamo a Washington, e non a New York, in primavera e non in autunno e il nostro Ronald Malcolm è un tipo forse più grezzo del Joe Turner /Robert Redford. Scoreggia, bestemmia, soffre di raffreddori ricorrenti e molto invasivi. E soprattutto non è lui a scoprire che qualcosa non va alla sezione, ma a farlo è un incolore economo, di nome Heidegger, (alcune discrepanze nelle casse di libri).
Segue la scena più geniale, e incisiva che abbia mai potuto leggere su carta o vedere al cinema: l’assalto armato all’ American Literary Historical Society, mentre Ronald Malcolm è fuori sotto la pioggia a comprare le colazioni (uscito da una porta sul retro, una vecchia carbonaia). Malcolm si salva, avventurosamente (è l’inizio della sua bizzarra fortuna) ma naturalmente “deve morire”.
E inizia la caccia.
Chi vuole ucciderlo? Perché?
Saranno le domande che ci accompagneranno nella vertiginosa caccia all’uomo. Parlavo di inverosimiglianza, e naturalmente c’è e è anche evidente, ma è giocata sul limite del credibile, in un modo così naturale e repentino, che sembra quasi inevitabile. Ricordiamoci che la parte più incredibile del libro, la sezione di Malcolm della CIA, il Gruppo 54/12, pur con altri nomi e le operazioni di Open source INTelligence, rispecchiano la realtà. Esistono davvero ricercatori che scartabellano giornali e libri, in cerca di fughe di notizie, suggerimenti, notizie utili. Già Lyndon Johnson disse:

“(…) i successi più importanti non vengono dalle operazioni di spionaggio condotte nell’ombra e nell’ mistero, ma nascono dalla paziente lettura, per ore e ore, di periodici tecnici altamente specializzati. Essi [i ricercatori della CIA] sono veri e propri studiosi professionali. E la loro opera è tanto oscura quanto inestimabile”.

Quindi dato questo assunto per vero, tutto il resto passa in secondo piano, il topo di biblioteca che compete con killer professionisti (senza un reale addestramento), la donna (Wendy) che viene rapita, gli crede, se ne innamora e lo aiuta, tutto in una manciata di ore, l’allacciamento dei telefoni per non farsi rintracciare (aveva fatto un lavoretto estivo per la Compagnia dei telefoni), l’incontro fortuito al Campidoglio tra Macolm e Wendy e Atwood e Maronick, Maronick stesso che nel finale gli salva la vita, sperando che questo venga considerato dalla Compagnia un suo gesto di amicizia che gli permetta poi di non essere a sua volta braccato. Insomma se sospendete l’incredulità la storia funziona, e funziona alla grande. E questa sospensione non necessita poi neanche di un grande sforzo (e in questo sta la bravura di Grady).
Va bene il finale non lo racconto, anche se sarei tentata, ma è certamente più ottimistico del film. Ronald Malcolm ormai è cambiato, non è più il lettore di gialli entrato nella CIA per aver fatto una lunga dissertazione su Nero Wolfe nelle sue prove di laurea.
Forse il punto in cui libro e film maggiormente divergono sta nel fatto che nel libro abbiamo un vecchio e Kevin Powell a ridare al sistema una legittimità e un’aura positiva, a fungere da anticorpi in un sistema tutto sommato sano che sa curare le sue ferite, saranno loro infatti a salvare o perlomeno ad aiutare Malcolm, anche se in realtà fa tutto da solo.
Insomma il sistema ha falle grandi come il traforo del Monte Bianco, ma esisteranno sempre uomini capaci di fare la differenza, schegge impazzite forse o non omologate, capaci di sfuggire dalle maglie oppressive del sistema e lottare per il bene. O ciò che resta del bene, in questo nostro mondo adulterato da debolezze e corruzione. E questo è il messaggio che resta invariato negli anni, che fa attraversare questo libro il tempo senza accusare grandi colpi.
Da leggere. Traduzione di Argia Micchettoni.

Leggete anche questi articoli di Davide Mana: qui (un altro punto di vista sul libro) e qui (sul film).

James Grady (1949) è giornalista e scrittore. È stato reporter investigativo, sceneggiatore per il cinema e la tv e ha pubblicato diversi romanzi che gli hanno valso numerosi premi tra i quali una nomination all’Edgar Award nel 1997, il Grand Prix du Roman Noir nel 2001 e il Raymond Chandler Award nel 2003. Dal primo episodio della trilogia, I sei giorni del Condor, è stato tratto il capolavoro di Sydney Pollack con Robert Redford. Il ritorno del Condor, l’ultimo romanzo della serie, è disponibile in BUR.

Nota: intervista a James Grady, qui.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Serena Lavezzi

16 Maggio 2016 by

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Un’altra giovane scrittrice si affida al crowdfunding per vedere pubblicato il suo libro. Si chiama Serena Lavezzi, è piemontese, si è laureata in Storia all’Università degli Studi di Torino, e la piattaforma che ha scelto è Bookabook. Volete saperne di più? Seguiteci, l’abbiamo intervistata.

Benvenuta Serena su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nata? Che studi hai fatto?

Grazie per l’accoglienza calorosa, sono davvero felice di essere qui per la mia prima intervista. Ti racconto qualcosa, ho quasi trent’anni e sono nata ad Alessandria, mi sono trasferita solo di recente in provincia di Novara. Ho studiato storia all’università, è sempre stata una mia grande passione sin dai tempi del liceo. Forse è anche per questo che nel mio romanzo si fa riferimento a eventi storici e molti dei fatti che narro si ispirano a storie reali.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Sebbene i miei genitori siano sempre stati degli accaniti lettori, credo che l’amore che provo per libri e lettura si sia formato in modo indipendente. E’ nato nella prima adolescenza e da lì non ho mai smesso di leggere. Ho iniziato con la collana Piccoli Brividi, già a quel tempo mi interessavano i gialli e gli horror! Ricordo che alcuni dei primi libri che ho letto erano quelli della saga di Harry Potter e le Cronache dei Vampiri di Anne Rice. Poco dopo ho iniziato ad appassionarmi anche ai saggi storici e ai romanzi classici, li leggevo a scuola durante le interrogazioni dei compagni o nelle ore libere.

Da scrittrice esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

La difficoltà maggiore, come puoi immaginare, è farsi conoscere. Il proprio lavoro può piacere o meno, i gusti son gusti, ma il vero scoglio è permettere alle persone di fare quella scelta. E’ arduo avere la possibilità di far valutare il proprio lavoro alla stregua degli scrittori più conosciuti. Per il mio romanzo ho trovato un ottimo riscontro dai blog letterari come il tuo, dai siti che si occupano di scrittura e dalle amicizie personali del settore che ho coltivato nel corso degli anni, facendomi conoscere con racconti e articoli online. La strada è tutta in salita, ma non ho paura! Bisogna impegnarsi a fondo per realizzare i propri sogni!

Spiegaci in parole semplici in cosa consiste una campagna di crowdfunding, ancor più con finalità artistiche, ovvero per la pubblicazione di un libro.

In realtà è molto semplice: per il mio romanzo ho organizzato una vera e propria raccolta fondi. I potenziali lettori possono leggere un’anteprima del romanzo gratis e disponibile online in vari formati. Se decidono di contribuire possono farlo comprando una copia.
Se raggiungo i 2000 euro il romanzo diventerà una pubblicazione e verrà distribuito in tutte le librerie, fisiche e online. I sostenitori riceveranno ciò che hanno comprato e gli eventuali doni. Se la campagna fallisce nessun problema, verranno rimborsati tutti i soldi.

Come hai scelto la piattaforma Bookabook?

In realtà sono stati loro a scegliere me! Da un paio di anni scrivo racconti a episodi sul sito The Incipit, gli organizzatori del sito hanno iniziato una collaborazione con Bookabook che cercava autori validi da supportare. Incipit mi ha proposto e la mia storia è piaciuta, così abbiamo iniziato a organizzare la campagna di crowdfounding.

Parlaci del tuo libro Il Cestaio, una storia ambientata in Giappone, durante il periodo della conquista nipponica della Cina negli anni 30.

La storia si svolge in parte nel presente, nel 1992, quando una giovane ragazza coreana raggiunge il vecchio cestaio giapponese nel paesino dove si è rifugiato, ai piedi del monte Zaō. Ha intrapreso un lungo viaggio per trovarlo e vuole delle risposte. L’uomo non è abituato ad avere visite e decide che parlare per la strada non è sicuro. Nasce così una lunga conversazione nella sua piccola casa. Sono le loro storie a rintracciare il passato e la trama torna indietro nel tempo, agli anni ’50 e poi ancora più in là, negli anni’30 in Cina.
I fondamenti della storia fanno riferimento a fatti realmente accaduti, ho aggiunto un capitolo finale proprio sugli avvenimenti dell’avanzata militare giapponese in Cina.
Ho voluto costruire una storia inventata attorno a eventi storici poco conosciuti e ne è uscito fuori Il Cestaio, una storia che parla di esseri umani e delle scelte che ognuno di noi si trova ad affrontare giorno per giorno.

Come è nato il tuo amore per l’Estremo oriente?

Sono stata fortunata, sono cresciuta viaggiando e ho continuato a farlo con la mia famiglia fin da ragazza. Ma non sono mai andata in Oriente, per assurdità. Eppure il Giappone mi ha sempre affascinato, l’ho conosciuto attraverso i romanzi degli scrittori nipponici che ho iniziato a leggere da giovane. Mi hanno fatto amare il loro paese attraverso le parole e me ne sono affezionata, nonostante non l’abbia mai visitato.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

Io credo che il motivo sia da ricercare nella socialità e nella condivisione, che ormai è sempre più veicolata dal computer. Non esiste quasi più il concetto di ‘comunità’, di aiutarsi l’un con l’altro con estranei, realtà ben radicate nei piccoli paesi, ma che va perdendosi sempre di più. I mezzi di comunicazione spersonalizzano gran parte dei nostri rapporti interpersonali.
Credo che tentare un progetto che per sopravvivere ha solo bisogno dell’aiuto di altre persone, per lo più sconosciute, sia un bel modo per ritrovare una dimensione umana. E’ uno scambio generoso per entrambe le parti ed è piacevole, credo, esser consapevoli di aver contribuito alla realizzazione di un sogno.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un esperienza sicuramente positiva e, cosa ancora più importante, cresce nelle idee e nei fatti di giorno in giorno. L’aiuto di Bookabook è stato importante, sono sempre disponibili e questo per un autore emergente è fondamentale. I lettori sono ricettivi e disposti a mettersi in gioco, questa è la parte migliore! A breve organizzerò degli aperitivi letterari per farmi conoscere e delle vere e proprie presentazioni del libro.

Spiegaci in cambio delle donazioni cosa riceveranno in cambio i partecipanti.

Si può scegliere se contribuire comprando il libro in versione cartacea o ebook, io ho anche aggiunto dei gadgets come segnalibri dipinti a mano con scene che ricordano il romanzo e i suoi personaggi. Se la campagna va a buon fine riceveranno tutto ciò che hanno ordinato, senza spese aggiuntive naturalmente. Altrimenti verranno rimborsati per intero.

Hai già scelto l’editore che si occuperà della pubblicazione del tuo libro?

Se raggiungerò la cifra di 2000 euro tra sei mesi, lo stesso team di Bookabook si trasformerà in una vera e propria casa editrice e pubblicherà la mia storia.

Sei favorevole o contraria all’editoria a pagamento, anche in ambito accademico?

Contraria, perché in questo modo chiunque, anche se non ha talento, può definirsi scrittore. E’ uno spazio in più rubato a chi lo merita davvero.

Sei una scrittrice che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono una vorace lettrice, ancora prima di essere una scrittrice. Leggo circa una quarantina di libri l’anno, spesso anche di più e non mi stanco mai! Ora sto leggendo “Chi perde paga” di Stephen King, uno dei miei scrittori prediletti.

Progetti per il futuro?

Sempre molti! Sto collaborando come storica per una nuova rivista d’informazione online (The Infotainment) ed è un progetto che vorremmo ampliare appena ne avremo la possibilità.
Partecipo a svariati concorsi letterari nazionali e sono costantemente alla ricerca di idee, storie e personaggi nuovi.

:: I ragazzi dell’Altro Mare, Luca di Fulvio, (Gallucci, 2016) a cura Viviana Filippini

16 Maggio 2016 by
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I ragazzi dell’Altro Mare è il primo libro per ragazzi di Luca di Fulvio, autore che ha venduto milioni di libri con i suoi romanzi per adulti e che con questo libro, edito da Gallucci, si avvicina al mondo della letteratura per ragazzi. Protagonisti della storia, associabile al romanzo di formazione, sono Lily, Red e Max. Lily è l’unica ragazzina del gruppo, ha 11 anni, è molto carina con quei suoi capelli biondi ma questo non le impedisce di possedere un carattere determinato, che la spinge ad affrontare con coraggio ogni impresa compiuta. A volte si sente sola e per consolarsi si confida con il suo amico immaginario di nome Sam lo Scatolino. Al suo fianco ci sono Red dagli occhi verdi, con il suo fisico longilineo e atletico e Max. Un ragazzino dal corpo paffuto, molto timido e impacciato ma, allo stesso tempo, molto simpatico. I tre ragazzini sono amici inseparabili, però il loro essere diversi da tutti gli altri li porta ad diventare i bersagli di scherzi e battute sferzanti da parte dei coetanei e pure di alcuni adulti che li circondano. Proprio il povero Max diventerà la vittima del professor Tappabuchi, che non esiterà a deriderlo per la sua forma fisica. Questo fatto non farà altro che unire e rafforzare sempre più l’amicizia tra i ragazzini. Un bel giorno i tre amici, assidui frequentatori della baia del Sole, decideranno di andare oltre l’ultimo stabilimento della spiaggia, da tutti chiamato Il Nulla, perché lì, tempo prima, era sparito un bambino. La curiosità dei tre protagonisti è tanta e la voglia di scoprire cosa si trova nell’Altro Mare spinge Lily, Max e Red ad infrangere i confini. Per loro inizierà un avventuroso viaggio tra rocambolesche peripezie e mostri marini, fino a quando finiranno nelle grinfie del temuto signore dell’Altro Mondo. Gli episodi nei quali Luca di Fulvio inserisce i tre protagonisti, ai quali possiamo aggiungere anche il simpatico gabbiano Gabby, sono mirabolanti e cariche di alta tensione. Il fatto che si manifestino nella dimensione dell’Altro Mare dove c’è il Nulla da indagare, evidenzia la volontà e il coraggio dei tre amici di affrontare un qualcosa (le paure, le insicurezze, la diversità, la crescita) per loro del tutto ignoto e sconosciuto. Il voler fare i conti con quello che non si conosce è per Lily, Max e Red, protagonisti di I ragazzi dell’Altro Mare, una vera e propria sfida che, non solo li porterà a scoprire una nuova dimensione, ma permetterà loro di affrontare le angosce esistenziali per conoscerle, comprenderle e superarle.

Luca Di Fulvio è nato a Roma nel 1957, dove vive e lavora. Prima di dedicarsi alla scrittura si è diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dove ha studiato Drammaturgia con Andrea Camilleri. Per anni si è occupato di teatro e ha lavorato, tra gli altri, con Julian Beck del Living Theatre. I suoi romanzi sono tradotti in 16 lingue. Alcuni hanno venduto milioni di copie, come i best seller La gang dei sogni La ragazza che toccava il cielo, con i quali ha scalato le classifiche tedesche. Questo è il suo unico (finora) libro per ragazzi pubblicato in contemporanea qui da noi e per l’editore tedesco.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Marina Fanasca Ufficio stampa Gallucci.

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:: Il figlio maschio, Giuseppina Torregrossa (Rizzoli, 2015) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

13 Maggio 2016 by
Torregrossa.-Il-figlio-maschio

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Sicilia, 1924. Don Turiddu Ciuni sente che la vita gli scappa via, e allora Che può fare un uomo per garantirsi l’eternità, se non passare il testimone al figlio maschio? Uomo forte e ruvido: Che tocca allo stesso modo il corpo di sua moglie e la terra del feudo di Testasecca, è legato alle tradizioni e avverso a qualsiasi innovazione, per non essere travolto dalla fiumana del progresso. Turi  è stato sempre convinto che “la terra … si sa, rende sani e forti” e, altresì, persuaso, sul letto di morte, che gli stenti e la fatica di un’intera esistenza “non gli pesavano quanto il tradimento della sua famiglia”. Ma a quale tradimento allude? A quello della moglie Concettina Russo, che figlia “d’allittrati ” e positivisticamente fiduciosa  in un riscatto dalla roba, dall’immobilismo isolano d’ancestrale fatalità, ha fatto studiare tutta la sua  numerosa progenie, ragazze comprese, strappandola ad  un destino già scritto.
La delusione più cocente, per il padre,  si rivela Filippo, il figlio erede di tutto il patrimonio: intelligente e bello, meritava un futuro migliore (…), le sue belle mani bianche non erano fatte per la zappa ma per la penna.
Inizia così la storia di cent’anni di editoria siciliana, che da Filippo Ciuni,  che pubblica, in pieno “ventennio”, nonostante egli fosse un editore fascista, Benedetto Croce, arriva alla realtà odierna dei librai-editori Cavallotto, guidata dalla signora Adalgisa  e dalle sue tre figlie.
E’ un romanzo che narra storie d’amore, di contrasti,  del tramonto di un modo di guardare e interpretare la vita e l’alba di un altro possibile, alternativo e, forse,  migliore. C’è un sottile filo rosso, un fil rouge  che percorre trasversalmente tutto il romanzo, il coraggio e la capacità di resistere dei personaggi femminili , veri attori,  apparentemente non protagonisti della storia, perché: I libri è vero che li pubblicano i maschi, e magari li scrivono pure loro, ma le storie le raccontano le femmine.
E’ una visione di una Sicilia intraprendente, imprenditoriale, libera e indipendente da quegli ominicchi e quaquaracquà  di sciasciana memoria, annidati nelle sicure stanze della burocrazia dello stato,   capace di farcela con le proprie forze umane ed economiche, “anni  luce” da quella  onirica  del principe  Fabrizio di Tomasi di Lampedusa: Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare.
La Torregrossa racconta, con una scrittura ricca di espressioni dialettali, la sua Sicilia, e come il suo volto si è evoluto nell’arco di un secolo. La verde isola Trinacria, dove pasce il gregge del sole è sempre presente, protagonista, una tela che trasuda dei suoi profumi, della sua storia, della sua gente, pregna di contraddizioni, di pregiudizi, ambiguità e  miserie, eppure  capace di slanci improvvisi quanto isolati,  perché: Chi nasce qui è marchiato a fuoco per sempre. Questa terra, non può essere solo semplice ambientazione o effimero contorno.
La Sicilia assume una dimensione quasi  onirica e allora  come non essere d’accordo con Sciascia quando nel suo Candido scriveva: Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì, e stiamo sognando.

Giuseppina Torregrossa è nata a Palermo, vive tra la Sicilia e Roma, ha tre figli e un cane. Ha esordito nel 2007 con L’assaggiatrice, cui sono seguiti, tra gli altri, Il conto delle minne (2009), Manna e miele, ferro e fuoco (2011), Panza e prisenza (2013) e La miscela segreta di casa Olivares (2014).

Source: proprietà del lettore.

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:: Mediorientarsi – L’autistico e il piccione viaggiatore, Rodaan Al Galidi (Il sirente, 2016) a cura di Matilde Zubani

13 Maggio 2016 by
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L’autistico e il piccione viaggiatore forse non rientra nella “classica” tipologia di libri che recensisco di solito in questa rubrica. In effetti non è ambientato in Medioriente, ma in Olanda. Però l’autore, Rodaan Al Galidi, è iracheno… anche se ha scritto questo romanzo in olandese. Leggete oltre e tutto si farà più chiaro!
Il libro racconta la storia di diversi personaggi, tutti surreali, alcuni, forse, allegorici. Prima di tutto c’è Geert, un ragazzo autistico che prende tutto alla lettera, maturando con ogni parola un rapporto speciale. Poi c’è sua madre, Janine, che potremmo definire una “sciroccata” con un debole per gli alcolici. Ci sono diverse figure femminili, tutte incomprese agli occhi di Geert, poi ci sono un piccione viaggiatore che ritorna sempre a casa e un maiale di nome Sinatra.
Geert vive con la giovane madre sopra al negozio dell’usato in cui lei lavora. Ogni notte scende le scale e si intrufola nel negozio buio e deserto: entra così in un mondo fatto di oggetti abbandonati, capaci di stimolare la sua mente geniale. Li smonta e rimonta dando vita a creazioni improbabili, come il giradischi che, collegato ad un elettrocardiografo, lo aiuta a stabilire “se la musica è buona, oppure no”.
Quando al negozio arriva un vecchio Stradivari tutto cambia. La musica diventa il mezzo tramite cui Geert si apre al mondo esterno, che accoglie incredulo il prodotto della sua creatività ribelle. Un esame attento di quel nuovo oggetto porta Geert a pensare che “l‘arte trasforma il legno in un violino, il violino in un’ anima e le dita in note che si alzano”. Smontandolo, pensa “allo spazio che era rimasto imprigionato nel violino di Antonio Stradivari dal 1773 e che era volato via nel negozio dell’usato.” Capisce che il violino e la sua musica producono emozioni che possono “far volare una persona più in alto di tutto”.
Così Geert inizia a costruire violini Stradivari demolendo vecchi divani recuperati al negozio dell’usato. L’arte dell’ingegno è la risorsa più preziosa per Geert, che vi si dedica con un’inconsapevolezza ingenua, attirando su di sé la curiosità degli altri.
Al Galidi ha scritto un romanzo iper-realista, stringato, con i dettagli ridotti all’essenziale, il linguaggio spiccio e diretto. Accosta immagini forti e disincantate – parlando di sesso o di emarginazione sociale senza tabù – a scene dai toni fiabeschi, come quelle in cui Geert si avvicina agli animali.
La chiave di lettura del racconto sta nella biografia del suo autore: dopo essersi laureato in ingegneria elettronica in Iraq, Al Galidi fugge dal suo Paese e dopo varie peripezie arriva in Olanda.
Trascorre nove anni in un campo profughi, dove impara l’olandese da autodidatta. Ecco quindi che l’autismo si trasforma in una metafora della sua condizione di “emarginato” e la scrittura è il veicolo con cui aprirsi al mondo e uscire dal proprio isolamento.
Non mancano riferimenti alle consuetudini della vita olandese viste con gli occhi di Geert, che sono quelli di un estraneo capace di coglierne le stranezze. Traspare anche una certa ironia, che riesce a sdrammatizzare gli aspetti più duri della “diversità”.

Rodaan Al Galidi – nato nel 1971 in Iraq. Dopo la laurea in ingegneria elettronica fugge dall’Iraq e arriva in Olanda nel 1998. Scrive opere di prosa e poesia in olandese, lingua che ha imparato da autodidatta. Il suo romanzo L’autistico e il piccione viaggiatore ha vinto il Premio dell’Unione Europea per la letteratura nel 2011.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Chiarastella dell’Ufficio Stampa Il Sirente.

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:: Un caffè con Robespierre, Adriana Assini (Scrittura & Scritture, 2016) a cura di Elena Romanello

12 Maggio 2016 by
Robespierre

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Dopo aver viaggiato in altre epoche, Adriana Assini sceglie per la sua nuova fatica uno dei periodi storici più interessanti e ultimamente poco praticati, e cioè la Rivoluzione francese, nel periodo del Terrore intorno al 1793, momento culminante di uccisioni che costò la vita ad aristocratici e oppositori, ma anche a semplici sospettati o a chi non era particolarmente entusiasta dell’andazzo.
Un caffè con Robespierre mette a confronto un dramma privato con il dramma collettivo della Rivoluzione: Bertrand e Manon sono una coppia che per anni è stata fedelmente al servizio dell’Ancien Regime, lui come cuoco e lei come modista con tra le sue clienti la stessa Maria Antonietta. I nuovi tempi rivoluzionari li dividono irrimediabilmente: lui resta fedele, rischiando anche personalmente, ai vecchi padroni e al vecchio ordine, mentre Manon è attratta dalle nuove idee di giustizia e libertà, tanto da cominciare a frequentare il salotto di Robespierre, che abita a due passi da casa sua e di cui assistirà ai trionfi e poi alla caduta.
Ci sono stati negli anni tanti romanzi sulla Rivoluzione francese e sui suoi protagonisti, con toni altalenanti dalla storiella sentimentale con quell’evento sullo sfondo alla vicenda più impegnata e complessa. Il libro di Adriana Assini è senz’altro più vicino alla seconda tipologia di romanzi, una storia non banale che racconta temi importanti come il rapporto tra pubblico e privato, il ruolo della donna in un’epoca in cui cambiò molto anche se non come si sperava, l’impatto che ha sulla vita dei singoli il corso della Storia, soprattutto quando ci sono cambiamenti radicali che mettono in discussione ordini stabiliti da decenni.
Una storia per gli amanti del romanzo storico, non tanto d’azione ma soprattutto meditativi, con particolare interesse per il ruolo della donna: Manon, così come il marito, è un personaggio inventato ma ispirato a Rose Bertin, sarta e modista di Maria Antonietta, che poi a differenza di lei preferì scappare all’estero così come la sua ritrattista ufficiale Madame Vigée Lebrun.

Adriana Assini vive e lavora a Roma ed è sia pittrice che scrittrice. Per Scrittura & Scritture ha pubblicato vari romanzi storici come Le rose di Cordova, Un sorso di arsenico, Il mercante di zucchero e La riva verde.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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:: E poi venne Lorenzo, Giancarlo Zambaldi, (Ellade, 2016) a cura di Micol Borzatta

12 Maggio 2016 by
9788899215064

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Giancarlo è un ottimo venditore di auto, uomo di successo che tutti ammirano, ma ha un segreto che nessuno, nemmeno la sua famiglia, conosce: è gay.
Una sera incontra Lorenzo. Un ragazzo bellissimo e dolcissimo e si ritrova subito a casa sua a fare l’amore. Non è una storia come le altre dove il giorno dopo non ti ricordi nemmeno il nome, Lorenzo è diverso, però è anche fidanzato. Così Giancarlo si ritrova a fare la parte dell’amante segreto.
All’inizio la loro storia procede divinamente, sembra sempre di più una storia vera, e proprio per questo a Giancarlo inizia a fare sempre più male. Per la prima volta sente un sentimento di gelosia, sentimento che lo porta a dare un ultimatum a Lorenzo.
Ultimatum che causa la fine della loro storia, ma il dolore provato gli dà la forza di comunicare la verità alla sua famiglia. Inizia prima con i suoi fratelli. Teme il rifiuto e invece scopre comprensione e amore.
Tempo dopo incontra Andrea, il suo attuale compagno, e anche sua madre viene messa al corrente e accetta Andrea come un figlio.
Un romanzo molto toccante che, anche se in alcune pagine si perde troppo nelle descrizioni del rapporto fisico, denuncia alla perfezione la retrogradicità della mentalità italiana davanti a situazioni diverse.
Mentre in molti altri paesi europei i ragazzi gay possono tranquillamente dimostrare i loro sentimenti come gli etero, in Italia un ragazzo gay è obbligato a nascondersi, spesso anche alla sua famiglia per non essere additato, cacciato ed emarginato.
Un romanzo biografico molto forte e profondo narrato con una semplicità e una genuinità che fanno davvero riflettere.

Giancarlo Zambaldi nasce a Trento nel 1972.
Laureato in studi commerciali diventa consulente vendite nel settore automobilistico e oi in quello ortopedico.
E poi venne Lorenzo è il suo primo romanzo e la sua storia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Le ragioni di Diana Johnstone, di Jean Toschi Marazzani Visconti

12 Maggio 2016 by

indexChi è Hillary Clinton? Probabile 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Alternativa democratica al miliardario Donald Trump, sul fronte repubblicano. Bernie Sanders non si arrende, ma resta un outsider fuori dall’ establishment, sebbene è di queste ore la vittoria in West Virginia. Insomma tutto è ancora in forse, ma alla Convention di Philadelphia di luglio è praticamente sicuro che sarà la Clinton l’alfiere per battere Trump. Lo stesso Sanders ha detto: «Ho un messaggio per i delegati a Filadelfia. Se con Hillary Clinton abbiamo molte differenze, su una cosa siamo d’accordo: dobbiamo sconfiggere Donald Trump». Certo noi non voteremo per le presidenziali americane, ma chi sarà l’inquilino della Sala Ovale cambierà anche i nostri destini, per cui informarsi è un obbligo, oltre che un diritto.  È uscito un libro, fuori dal coro, che parla di Hillary Clinton con toni sicuramente critici ma animati da un autentico idealismo. Ce ne parlerà oggi, con un pezzo in esclusiva per il nostro blog, l’autorevole penna di Jean Toschi Marazzani Visconti. Lascio quindi a lei la parola, sicuramente più competente di me nel trattare questi temi.

Nel suo ultimo libro Hillary Clinton – Regina del caos (Zambon 2016, traduzione di Cristiano Screm, titolo originale: Queen of Chaos: The Misadventures of Hillary Clinton, pp. 247, 15,00 €), Diana Johnstone prende spunto dalle disavventure politiche della candidata democratica alla presidenza statunitense per raccontare, con grande chiarezza e coraggio, i meccanismi dell’attuale politica americana. I lettori di questo testo, indipendentemente dal credo politico, troveranno una spiegazione logica a vicende e fatti sia passati sia attuali, spesso inspiegabili. Lo scenario che Johnstone delinea è molto più intrigante delle trame di fantapolitica prodotte da Hollywood, anche quando tali film si basano su documenti reali, poiché la Mecca del cinema americano è stata, spesso, fucina di propaganda o di accusa alla politica nazionale e ai suoi rappresentanti.
L’autrice racconta con precisione documentata il funzionamento delle lobby e il peso degli sponsor nelle scelte del Congresso, non mancando di ironia pungente, quasi a esorcizzare quanto lei reputa un male assoluto.
I lettori, sorpresi dalla durezza del racconto, potrebbero chiedersi se per caso l’autrice sia antiamericana e antifemminista. Nessuna delle due cose. Diana Johnstone è soltanto un’idealista delusa.
Cresciuta in una famiglia colta, attenta alla politica e al sociale, Johnstone respira sin da bambina l’atmosfera del New Deal, i suoi stessi genitori lavorano in un brain-trust del governo di Franklin Delano Roosevelt, 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, unico eletto per quattro mandati (1933-1945), nonostante le difficoltà fisiche dovute a un attacco di polio che lo inchioda alla sedia a rotelle all’età di ventinove anni. Roosevelt morirà nel 1945 lasciando il compito di terminare la Seconda guerra mondiale a Harry Truman nel Pacifico e in Europa.
Roosevelt era stato colui che aveva guidato gli Stati Uniti fuori dalla terribile Depressione del 1929 e restituito il sogno americano, applicando tre regole: sollievo, recupero, rilancio. In tal modo, aveva superato la drammatica disoccupazione e povertà che avevano coinvolto i ceti piccoli e medi.
«Nessuna impresa ha diritto di realizzarsi in questo Paese se, per avere successo, deve pagare i lavoratori meno di quanto serva loro per vivere», affermava Roosevelt. E ancora: «La misura del nostro progresso non sta nell’aggiungere di più all’abbondanza di quelli che hanno molto, ma nel provvedere abbastanza per quelli che hanno troppo poco». Con questi assiomi Roosevelt aveva riportato il Paese ai valori dell’America migliore.
È evidente che chi ha vissuto con il mito di tali idealità non si riconosca nell’America attuale. Se l’autrice descrive con sarcasmo i giochi politici, gli intrighi di coloro che portano la responsabilità di guidare un grande Paese e delle redini della politica internazionale, ciò è dovuto alla profonda amarezza di fronte al decadimento di quelli che erano i grandi valori americani. Diana Johnstone ama l’America, ma non quella attuale.
L’autrice di Hillary Clinton – Regina del caos fa risalire la fine del periodo d’oro al 17 gennaio 1961, giorno del discorso d’addio alla Casa Bianca del Presidente Dwight Eisenhower, il quale si congedava inaugurando il MIC (Military-Industrial Complex), nuovo sistema politico-finanziario-militare che avrebbe completamente stravolto i principî del New Deal e della politica americana trasformandosi nel tempo in un mostro, come lo definisce Diana Johnstone. In effetti, gli Stati Uniti si sono costruiti una trappola da cui non possono liberarsi e che li trascina sempre di più in un percorso perverso, nella necessità assoluta di mantenere l’immagine di nazione eccezionale.
A conferma della malattia di questa grande democrazia, le conclusioni di uno studio, commissionato dall’Università di Princeton nel 2014, secondo cui gli Stati Uniti non sarebbero una democrazia, bensì un’oligarchia guidata da un’élite economica: il MIC, appunto.
Ogni quattro anni gli americani hanno il diritto di votare o confermare un Presidente, repubblicano o democratico, ma l’eletto finisce per seguire la politica precedente con delle variazioni superficiali, l’indirizzo politico è dettato, infatti, dal MIC, i cui membri sono anche gli sponsor delle campagne presidenziali.
È particolarmente interessante il racconto della nascita della Guerra Fredda messa in scena per favorire il MIC. È Storia ma ha avuto un grosso peso per molte generazioni, e attualmente sembra verificarsi un ricorso storico.
In Hillary Clinton – Regina del caos, Johnstone scrive:

«La nascita di questo mostro si può far risalire al NSC-68, il documento n. 68 del Consiglio di Sicurezza Nazionale, sottoposto al Presidente Harry S. Truman il 14 aprile 1950. Il suo principale artefice era Paul Nitze, un facoltoso ed erudito banchiere d’investimento sconosciuto al grande pubblico. Nitze sintetizzò l’opinione maggioritaria delle élite, che di fatto allontanò nettamente gli Stati Uniti dai suoi programmi sociali del New Deal indirizzandoli verso un’incessante escalation militare. Al termine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti correvano il rischio di ricadere nella Depressione, soprattutto perché i loro clienti d’oltremare erano impoveriti dalla guerra. Occorreva una decisa manovra keynesiana, ma l’élite era implicitamente favorevole a investire nelle forze armate più che nelle opere pubbliche. Per conquistare il sostegno del Congresso e dell’opinione pubblica era quindi necessario ingigantire la “minaccia sovietica”» (pp. 28-29).

Secondo Johnstone, il comunismo non aveva mai rappresentato una minaccia reale per l’Europa sia sul piano politico sia su quello militare, poiché Stalin era troppo concentrato sulla ricostruzione del suo Paese, uscito devastato dalla guerra, e sulla conseguente messa a punto di un sistema di difesa contro le possibili aggressioni che uno slittamento della Guerra Fredda avrebbe potuto scatenare da parte occidentale. Il clima di allarme nei confronti del pericolo rosso aveva fatto sì che il Pentagono autorizzasse contratti vantaggiosi per le industrie militari, e non solo, vivificando così l’economia degli Stati Uniti ma, al tempo stesso, lasciando un segno sul percorso di intere generazioni a venire.
La Guerra Fredda prese forma ufficialmente nel 1947 con un discorso tenuto nella Carolina del Sud da Bernard Baruch, che si avvalse della minaccia comunista come argomentazione contro l’ondata postbellica di rivendicazioni dei lavoratori. Invocò l’unità tra lavoratori e dirigenti, l’impegno da parte dei sindacati a non proclamare scioperi, poiché «oggi siamo nel pieno di una Guerra Fredda». Con la minaccia sovietica in gran parte inventata e certamente ingigantita, spiega Johnstone – il MIC ottenne stanziamenti dal Congresso a favore del Pentagono e tenne sotto controllo i sindacati che, in una tale situazione di pericolo, si sarebbero mostrati antiamericani se avessero organizzato scioperi o proteste.
Gli Stati Uniti sono appena usciti da una crisi, e il mondo intero con loro, crisi causata dalla famosa bolla, generata proprio all’interno di questo macrosistema politico-finanziario-militare. Un peggioramento, però, potrebbe ritornare come un boomerang per ragioni simili a quelle sostenute dal banchiere Paul Nitze nel 1950, e allora la soluzione potrebbe essere proprio ricercata nelle teorie del PNAC elaborate dai Neocons. Per averne un’idea: «La Storia del XX secolo avrebbe dovuto insegnarci che è importante plasmare le circostanze prima che le crisi emergano e affrontare le minacce prima che diventino tragiche. La Storia di questo secolo avrebbe dovuto insegnarci ad abbracciare la causa di una leadership americana». E ancora: «Stabilire una presenza strategica militare in tutto il mondo attraverso una rivoluzione tecnologica in ambito militare, scoraggiare l’emergere di qualsiasi super potenza competitiva, lanciare attacchi preventivi contro qualsiasi potere che minacci gli interessi americani». Un programma applicabile a qualsiasi minaccia di crisi.
Se a questi principî si aggiunge l’attività instancabile delle lobby al servizio di qualsiasi entità che possa pagare, ad esempio, per ottenere una legge ad hoc o il finanziamento di una guerra nel Medio Oriente oppure l’approvazione dell’indipendenza di una regione del mondo, il panorama non è affatto rassicurante. Si tratta di azioni tutte sul filo dell’etica e della legge internazionale, che coinvolgono potere e molto denaro. Le conseguenze sono ovvie: dalla corruzione al clientelismo fino all’uso improprio dei media per coprire iniziative non esattamente corrette.
Oggi il mondo sta vivendo una situazione d’incertezza economica, ritrovare un nemico potrebbe fare comodo agli Stati Uniti, specie ora che la Russia appare ancora più temibile, in quanto maggiormente capace di influenzare la politica internazionale, qualcosa di assolutamente inaccettabile per l’establishment politico americano.
Diana Johnstone trasferisce su Hillary Clinton la sua delusione americana. Per la prima volta una donna potrebbe salire al massimo potere mondiale, ma le sue condotte e le sue scelte come Segretario di Stato sono criticabili, i suoi coinvolgimenti politici, inoltre, non fanno sperare niente di nuovo rispetto ai suoi predecessori.
Hillary Clinton vuol far credere di rappresentare le donne americane per ottenerne i voti, dichiara di voler sfondare il soffitto di cristallo – quel limite che impedirebbe alle donne americane di raggiungere incarichi importanti – ma, sostiene Johnstone, le americane arrivano a posizioni di rilievo anche senza i compromessi della front-runner dem.
L’antifemminismo non c’entra. È proprio la figura di Hillary Clinton che lascia dubbiosi. È sufficiente una scorsa ai nomi degli sponsor della Fondazione Clinton a sostegno della campagna presidenziale.

«Per sapere chi siano questi sponsor, basta dare un’occhiata all’elenco dei donatori della Clinton Foundation che hanno offerto milioni di dollari, teoricamente per beneficenza – quel tipo di beneficenza che comincia a casa propria. Si tratta di filantropi che danno allo scopo di ricevere. Tra i donatori a otto cifre figurano l’Arabia Saudita, l’oligarca ucraino filo-israeliano Viktor Pinchuk e la famiglia Saban. Tra i donatori a sette cifre troviamo il Kuwait, Exxon Mobil, gli “Amici dell’Arabia Saudita”, James Murdoch, il Qatar, Boeing, Dow, Goldman Sachs, Walmart e gli Emirati Arabi Uniti. Gli spilorci che hanno versato ai Clinton contributi di appena mezzo milione o più comprendono tra gli altri Bank of America, Chevron, Monsanto, Citigroup e l’immancabile Fondazione Soros. Che cosa rende tanto popolari i Clinton in Arabia Saudita?» (p. 240)

È ragionevole pensare che una volta insediata alla Casa Bianca, Hillary Clinton riceva prima o poi la fattura da parte dei suoi sostenitori. Cosa potrebbero chiedere questi cortesi investitori, per esempio, riguardo all’Arabia Saudita? L’occupazione dello Yemen? Della Siria? Per quanto riguarda l’Ucraina, un maggior appoggio alle destre filonaziste? E la Russia? Non esiste più il pericolo rosso, però la Russia è percepita nuovamente forte. Forse troppo. Si vedono già nei media i primi spot che preparano la strada a una nuova Guerra Fredda. Sperando che rimanga tale.

Jean Toschi Marazzani Visconti è scrittrice e saggista. Il suo ultimo libro, La porta d’ingresso dell’Islam: Bosnia-Erzegovina, un Paese ingovernabile (prefazione di Paolo Borgognone, postfazione di Manlio Dinucci, pp. 301, 18 €) è in uscita per i tipi di Zambon Editore.

Diana Johnstone, giornalista, analista politica e studiosa di geopolitica. Nasce a Saint Paul, nello Stato del Minnesota, nel 1931 ma cresce a Washington in un ambiente progressista, dato che i suoi genitori facevano entrambi del Brain Trust del New Deal del presidente Franklin D. Roosevelt: sua madre contribuirà alla nascita del Social Security Act del 1935, mentre suo padre sarà al fianco del segretario all’Agricoltura, Henry Wallace, futuro 33° presidente degli usa. Johnstone consegue un’istruzione cosmopolita (baccalaureato in Russian Studies e Phd in letteratura francese) e, durante la guerra del Vietnam, organizza i primi contatti internazionali tra cittadini americani e rappresentanti vietnamiti. Dal 1990 al 1996 lavora nell’ufficio stampa dei Verdi al Parlamento europeo. È autrice di The Politics of Euromissiles: Europe in America’s World (1983), Fools’ Crusade: Yugoslavia, nato and Western Delusions (2003) – discusso pamphlet in difesa del quale si sono mobilitati Noam Chomsky, Arundhati Roy, Tariq Ali e John Pilger – e di Hillary Clinton. Regina del caos (2015). Vive a Parigi da più di trent’anni.

:: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono (EO/2016) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

11 Maggio 2016 by
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La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: Maria Santissima abbi pietà di lui, affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte .

Così l’incipit dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche” (E/O edizioni), magistrato “prestato” all’arte della scrittura. L’autrice narra due storie che corrono parallelamente, anche se temporalmente si dipanano indipendentemente l’una dall’altra, apparentemente destinate a non incontrarsi tra di loro, che invece, attraverso un semplice meccanismo narrativo, diventano complementari e complici,  sapientemente raccontate su piani letterari perfettamente scorrevoli e intriganti.
Al primo approccio il lettore si trova dinanzi ad una architettura composita, ad un labirinto di personaggi e vicende umanamente complesse, dove  il valore funzionale  del singolo  è determinato e valorizzato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi, sovrapporsi con gli altri, all’interno di un tutt’uno, che dopo un iniziale  caotico mosaico,  troverà esplicitazione  nella linearità  di una  tragica  storia di solitudine, emarginazione, ignorante pregiudizio.
Con una costruzione narrativa intensa, appassionante, struggente, “condita” con raffinatezza poetica , l’autrice  ci conduce per mano  tra le stradine, le trazzere del piccolo e sperduto, borgo siciliano di Lenzavacche : Un piccolo centro che gravita intorno a una chiesa e a una piazza, sospeso fra mare e terra , nomen omen,  dicevano i Padri latini,  colorandolo qua e là,  con sapienti pennellate di un suggestivo “realismo magico”  meno ingenuo e spirituale di quello sudamericano, anni luce dal mondo fiabesco di Cent’anni di solitudine.
Corre l’anno 1938, l’Italia il sabato veste  alla “balilla”, i ragazzini cantano “Fischia il sasso” ed anche a Lenzavacche : Ululano le sirene che inneggiano al fascio. Ed è proprio in questa atmosfera oscurantista, che esalta  la teoria del darwinismo sociale, la purezza della razza, la forza, la prestanza fisica, la salute,  che dal ventre, sacro e profano, di mamma Rosalba,  nasce Felice, tra le fragranze dell’ ibiscus,  e le tisane di camomilla e cardamomo per il sonno, di aloe e valeriana per la fantasia,  di  nonna Tilde, esperta di erbe officinali di cui  ne conosce  i più reconditi  e oscuri segreti e principi curativi, “pioniera ante litteram” della  moderna fitoterapia.
In una famiglia matriarcale, declinata al femminile, Felice  vive  oggettivamente da  infelice o, come si dice oggi, con un sottile e perfido velo di ipocrisia, da “diversamente felice”. Un bambino malformato, punito dalla “fatal sorte”, destinato ad una eterna solitudine, ad una esistenza che nega qualsiasi speranza di riscatto umano piuttosto che sociale:

Ovunque si faceva il vuoto, Felice.  A qualsiasi orario rincorrevo per te la vita, e la vita fuggiva, si scansava lesta al tuo passaggio, era intuitiva e feroce, la vita, ti fiutava come una bestia pericolosa e – inesorabilmente – ti lasciava indietro(...)

eppure, come un piccolo Ulisse: (…) fatti non foste a viver come bruti (…),  è assetato di conoscenza, ama ascoltare le storie.
Il marchio del diverso, la “lettera scarlatta” della vergogna, nella società omologata del fascio littorio, lo seguono  come fedeli segugi, non solo perché deforme e senza parola, ma colpevole discendente di:

un gruppo di “streghe” del Seicento, che erano in realtà un gruppo di mogli abbandonate, donne gravide, figlie reiette o emarginate,  riunitesi in una casa ai bordi del paese e bruciate come seguaci del diavolo. Sono le “escluse”, “le dimenticate”, le “ultime” per eccellenza. Ma nel gruppo trovano forza, comprensione, condivisione. Iniziano quindi a vivere una esperienza comunitaria.

Ritorna in mente, lo stesso cupo clima di caccia alle streghe, di un grande romanzo  dei primi anni novanta, di Sebastiano Vassalli, La Chimera. Due donne a confronto, Antonia e Rosalba, “innocenti colpevoli” l’una per la propria bellezza, l’altra per la sua innata indipendenza, per essere una folle visionaria sognatrice:

La prudenza non si addice all’amore, è una nemica dell’improvvisazione, guasta lo slancio, la fantasia, la felicità,

e in mezzo? Un “popolino”, né buono né cattivo, solo ignorante e pericoloso, incline ad una pazzia collettiva, schiavo della sua superstizione  che ne condiziona il modo di pensare e di agire, che sfocia in un fanatismo religioso e di intolleranza culturale.
Tilde e Rosalba sono vittime di un  perfido antifemminismo che impone di fuggire la donna “arma del demonio, causa prima della nostra perdizione:

Sono tollerate la moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua clausura… ma tutte le altre sono sospette, in particolare le giovani, belle e libere,  che suscitano odio e (…) inconfessabili desideri.

Con un “pizzico” di teatralità pirandelliana e il senso critico e illuminista di Manzoni, l’autrice “confeziona” un romanzo storico, dove finzione e verità si mescolano, si confondono, s’intrecciano in una favola dalla morale amara, dai contorni sfumati, meravigliosamente indistinguibili. La scrittrice entra nel romanzo,  ne prende parte, sceglie con chi stare perché ha la capacità di saper ascoltare, ode le strazianti   “urla del silenzio” di Felice,  di sua madre,  degli ultimi, i diseredati per antonomasia della Storia,  sente la loro voglia di vivere in pienezza, di conoscere, leggere storie….e allora, che fa? Semplice, gli dà voce, gli dona  metaforicamente  la parola, il potere della parola, per avere : (…) un’opportunità di riscatto, di raggiungere una conquista interiore, (…) per ribaltare il destino, contrapponendo lo spirito anarchico, libero da ipocriti e vili legami, delle “streghe”, a quello miseramente acritico, moralmente “bacchettone”,  della massa inerme, senza energia, senza vita, sottomessa alla imperante “comunicazione” del regime totalitario dell’epoca.
In una società dogmatica e autoreferenziale, che non contempla, disprezza, aborra la diversità e se potesse, ricorrerebbe al Monte Taigeto,  come metodo di selezione naturale per una razza superiore, non tutti “abbassano la testa”, ci  sono  “angeli umani”,  paladini di giustizia, che vanno al di là delle apparenze, che valorizzano  le più impensabili “variazioni della natura umana”, perché “risorse”, portatrici dei  valori universali di solidarietà,  accettazione dell’altro, amore verso il prossimo, che forse la “rivoluzione del cristianesimo” ha smarrito.
Ed ecco il  plot twist, che cambia la storia, che sovverte la rassegnazione, che imprime energia cinetica ad un mondo d’ancestrale staticità, fa sobbalzare il lettore, lo coglie di sorpresa: mamma Rosalba, mette la toga dell’avvocato, e va alla ricerca di una legge, mai applicata, che permette a Felice, figlio di un  “Dio minore”, di frequentare la scuola, seppure in classi “differenziali”, dandogli una chance, una seconda possibilità di riuscita.
Qui, la sua storia s’incrocia con quella di Alfredo, maestro elementare, che con l’allievo disabile arriva al numero minimo necessario per tenere la classe che altrimenti verrebbe cancellata:

E’ un incantatore: racconta storie per commuovere ed emozionare. Non vuole fare dei soldati, ma degli esseri pensanti, responsabili. Aiutare i piccoli a trovare la loro vera vocazione .

L’autrice crea un triangolo che funge da “protesi” per il bambino, al cui ultimo vertice colloca “U dutturi Mussumeli”, mente aperta, stravagante e libertino, capace di assaporare, succhiare  la vita fino al midollo, perché la: normalità è questione di postazione e varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo.
Nel romanzo, la Lo Iacono dà un ruolo da protagonisti ai libri, alla letteratura: finestre sul mondo e farmaci per l’anima, per capire, conoscere, interpretare, tradurre, le innumerevoli e cangianti, sfaccettature della realtà: Coltivo questa idea oltraggiosa che la letteratura possa fungere da corazza, che sia la coltre dei cento nodi, il manto del re nudo.
Nel registro linguistico  passa  con “galateo letterario”  dall’io narrante all’epistola, ad una polifonia di voci, colonna sonora di una  storia dal retrogusto  apparentemente fiabesco, pregna di suoni, odori, colori mediterranei, mescolati  a  trame esoteriche, a leggende misteriose che si perdono nella notte dei tempi,  come i “cunti”,  lentamente declamati, nelle afose notti siciliane, da nonnine  eternamente ammantate a nero o da  vecchi saggi con la coppola, nei cortili, nei vicoli, nelle piazzette di una Sicilia che non c’è più.

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.
Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

Source: proprietà del lettore.

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:: La gemella silenziosa, S.K. Tremayne (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 Maggio 2016 by
10-3+Settembre

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Dopo un terribile lutto che ha colpito lei e la sua famiglia, Sarah si è trasferita nell’isola di Skye, in Scozia, lontana da chi potrebbe sapere e dire, e spesso si sofferma a guardare la sua bambina sopravvissuta, Kirstie, così simile alla gemellina morta, Lydia.
Ma un giorno, in attesa del marito e isolata sull’isola da una tempesta, Sarah si sente dire da Kirstie che in realtà lei è Lydia e che è Kirstie a essere morta: questo sarà l’inizio di un viaggio alla ricerca di una verità che sconvolgerà e distrugggerà ogni certezza, sopratuttto quando man mano verranno fuori le circostanze della morte della piccola.
Un thriller con qualche eco paranormale, un dramma familiare, una variazione sul tema del doppio: nelle pagine di questo romanzo c’è tutto questo, senza scopiazzature di storie precedenti e costruendo una storia che avvince fin dalla prima pagina, con vari livelli di lettura, coesistenti tra di loro e che si sciolgono solo nel finale, con un nuovo cambio di prospettiva e di voce narrante.
Già sentito ma funzionale alla trama il tema del cambio di luogo come inizio di tutto ma anche come scelta per avere nuove opportunità, e l’Isola di Skye, persa nell’estremo nord della Scozia, è anche lei coprotagonista della vicenda e diventa man mano un essere vivente capace di influenzare la storia. Anche il tema dei gemelli non è nuovo ma è sempre efficace, con la sua dose di inquietudine inevitabile che porta con sé, amplificata da una vicenda con tante piste e colpi di scena, ma comunque con richiami alla realtà della vita con due gemelli o gemelle identici.
Certo, La gemella silenziosa può essere letto come un thriller con una punta di paranormale (spiegato alla fine), visto che alla base c’è una ricerca della verità, verità dietro le parole di una bambina che forse ha solo troppa fantasia e sente comunque un dolore grande, ma anche verità di come si sono svolti davvero i fatti legati ad una morte, verso una conclusione non scontata, non rassicurante e non accomodante, con chi indaga, Sarah, che vedrà confuso alla fine il suo ruolo.
Il dramma familiare ha il suo peso, con tutto quello che si nasconde e non si dice, anche di fronte a tragedie, senza patetismi e tristezze, per la storia di anime ferite e distrutte in una vicenda in cui nessuno uscirà vincitore.
La gemella silenziosa ha quindi diversi elementi interessanti dentro di sé e piacerà a chi a ma i misteri, non solo quelli su cui indagano le forze dell’ordine, ma quelli nascosti nelle vite delle persone, che emergono complici situazioni e luoghi particolari, suggestivi e terribili come la remota Isola di Skye, ancora in Europa nominalmente ma sul confine di un mondo tra realtà e fantasia, dove si può scoprire la verità e non uscirne indenni.

K. Tremayne è nato nel Devon, vive a Londra con le sue due figlie e scrive regolarmente su giornali e riviste internazionali. La gemella silenziosa ha riscosso grande successo di critica e pubblico in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

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